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Resoconto incontri con Gianni Tognoni:

- 3 Febbraio 2013 fai click QUI

- 26 Gennaio 2014 fai click QUI

Dicembre 2012

Alleghiamo la Circolare Nazionale di dicembre che ci ragguaglia su alcune operazioni della Rete,

Dalla circolare di ottobre della Rete di Castelfranco Veneto riportiamo alcune informazione su un'altra operazione nella Repubblica Democratica del Congo.

La nostra è una storia semplice fatta soprattutto di relazioni umane, in breve:

da più di dieci anni abbiamo contatti progettuali nella zona di Kabinda, nel Kasai Orientale nella

Repubblica Democratica del Congo RdC, ma solo da due anni è stato avviato il progetto vero e

proprio secondo i criteri assunti dalla Rete, si tratta della costruzione di un dispensario medico nel

villaggio di Mwa Mway. Il proseguo dei lavori si svolge regolarmente, siamo arrivati a tetto, i tempi

di programmazione sono rispettati, tutta la popolazione del villaggio è coinvolta a vari livelli. Nel

2013 sarà ultimato.

Ma l'oggetto più importante della nostra valutazione non sono i “muri”: attraverso un cammino a

piccoli passi si è instaurata una relazione umana sempre più significativa, noi abbiamo potuto

conoscere il loro modo di sopravvivere nelle peggiori condizioni di provvisorietà e indigenza e loro

hanno potuto approcciarsi “fraternamente” con il Nord del mondo, solitamente ostile.

Iniziammo attraverso il micro-credito a sostegno dei maestri delle scuole elementari durante il

periodo di occupazione dovuto alla guerra: la loro paga era di 3 dollari al mese e ogni piccolo

sostegno è stato decisivo perché non abbandonassero l'insegnamento. Successivamente abbiamo

contribuito alla costruzione di una scuola superiore di agraria. Tre anni fa abbiamo fatto venire in

Italia due donne agronome che hanno partecipato ad uno stage presso l'Istituto Agrario di

Castelfranco V.to.; nel 2010 una ns. delegazione è andata in Africa per conoscere direttamente

quella realtà; recentissimo è il sostegno allo studio universitario per 19 ragazze.

Nell'ultimo Convegno di Rimini un ns. referente ha relazionato con abbondanza di particolari sull’

esperienza, ci ha informati sul suo paese e sull'Africa, ha sostenuto commosso che nonostante le

immani difficoltà vissute dal suo popolo a causa della corruzione e della guerra per

l’accaparramento delle risorse naturali, attraverso l'amicizia e la relazione umana, il metodo RRR,

un altro mondo più giusto e più umano è possibile.

Da El Bonete, relazione di Dino e Gloria attualmente in Nicaragua:

El Bonete è una comunità difficile per diversi motivi: diversamente dalla stragrande maggioranza delle comunità contadine rurali che esistono da sempre e hanno nomi indigeni in lingua Nahuel, si è formata invece con i desplazados, rifugiati di guerra. Un altro motivo è dovuto alle emigrazioni, soprattutto verso gli Usa e Costarica, qualcuno in Spagna, ma anche in Salvador e Panama.

SCUOLA MATERNA “PARAISO FELIZ”. Quest’anno le iscrizioni alla materna sono aumentate di 12 unità, in pratica 78 bambini con 4 maestre. Le madri collaborano e a turno preparano il pasto quotidiano oltre a partecipare alle attività collaterali. I locali della materna richiedono ristrutturazione, dal pavimento al tetto, finestre e porte, modifiche interne, divisione in due aule o tre, magazzino, cucina e latrina.

Con il contributo di RRR abbiamo assicurato il pasto quotidiano ai 78 bimbi, il salario e le borse di studio alle maestre, il materiale didattico, gestione organizzativa e promozioni.

DONNE CERAMISTE: E' stato un anno importante per le donne ceramiste, trascorso tra il regime di crisi generale, povertà e nuove tecniche di lavoro della ceramica artigianale e dei filtròn (filtri per depurare l'acqua). Per affrontare la crisi è stato progettato un piano in due punti: il primo quello di arrivare finalmente a fare prove concrete di carbon activado (carbone attivo- scorza del frutto di jicaro spezzettato e reso carbone in un forno) per meglio depurare l'acqua, mettendolo al posto della pula del riso. Si tratta di una ricerca durata 3 anni fatta da un mix di associazioni e organismi.

Il secondo punto riguarda l’artigianato di ceramica: una maestra è stata fatta venire da Managua per un corso durato 6 giorni; al corso hanno partecipato anche alcune ragazze giovani, in tutto 18 donne che hanno imparato a fare collane, braccialetti, orecchini, etc. con il barro (creta) abbinato al legno, pietra, semi e plastica.

JICARO: Il prodotto è commercializzato in buste con seme tostato, in polvere, in miscela con cacao, mais, cannella per fare bevande energetiche naturali. La Fao e le Nazioni unite hanno dichiarato l'jicaro prodotto naturale adatto a combattere la fame nel mondo. Oggi gli alimenti basici sono riso e mais, l'jicaro può anche essere sostitutivo del latte, contiene proteine e carboidrati. Putroppo, non è possibile produrre grandi quantità come il riso e il mais. La raccolta del 2013 è stata compromessa dal cambio climatico durante la fioritura.

 

Da Haiti, Notizie dalla Rete di Padova

Ciascuna delle zone affidate alle organizzazioni dei cocntadini ha preso l’impegno formale di far rinascere una o più delle opere che erano importanti per Dadoue; a Dauphiné si progetta la ricostruzione della panetteria; a Katienne il rimboschimento dello spazio e abbiamo inaugurato venerdì 6 luglio la prima banca cooperativa sulle montagne di Verrettes; a Fondol lavoriamo molto per il funzionamento del sistema d’irrigazione che é stato danneggiato dall'ultima inondazione  e questo permetterà ai contadini della zona di ottenere delle risorse e degli alimenti per assicurare la loro sopravvivenza. Assistiamo alla crescita dell’estrema destra persino del neofascismo, ma il settore popolare comincia ad alzare la voce per avere una politica trasparente, infatti si parla già della presenza di compagnie straniere per un eventuale sfruttamento. Noi lottiamo perché il paese sia il vero beneficiario di queste ricchezze. Il passaggio del ciclone Isaac su Haiti ha danneggiato molte case dei contadini, in quanto prive di struttura e solidità, essendo in maggioranza casupole coperte di lamiera con muri di terra senza cemento.e capi di bestiame portati via dai fiumi in piena;la maggior parte delle piantagioni di banane é stata distrutta, e quindi ci si deve attendere un anno molto più difficile di quel che si pensava. Come diceva Dadou: ad Haiti non c'è mai pace e questo deve tener viva la nostra solidarietà.

Il gruppo Amici di Padre Giulio comunica che durante i banchetti fuori dalle chiese di San Giovanni sono state raccolti circa € 400 equamente distribuiti tra il Centro di difesa giuridica degli adolescenti di strada Ezechiele Ramin (isituito da Padre Lancelotti) e il Tribunale per la difesa dei diritti delle lavoratrici tessili nel Sudest Asiatico (alleghiamo la relazione della sessione di Bangalore).

Da Mariuccia restano a disposizione marmellate e gelatine di frutta, limoncello, mandorle e altro.

 

Segnaliamo: Egidia Beretta Arrigoni, Il viaggio di Vittorio, Dalai editore, € 15, (disponibile da Cattaneo)

Vittorio, il volontario, l'attivista, il pacifista, la voce libera che raccontava Gaza dall'interno è stato ucciso barbaramente a Gaza la notte del 14/15 aprile 2011 pianto da chi seguiva i suoi reportage e le sue iniziative in tutto il mondo. Scrive la mamma Egidia: “Un figlio è carne della tua carne e sangue del tuo sangue e, come sanno tutte le madri che lo hanno perduto, con lui se ne va per sempre un pezzo di te e della tua anima. Parlare della sua vita e della sua utopia è il mio modo di rendergli onore. Se, come ha scritto don Luigi Ciotti, la sua vita è travasata in tante vite, io sarò il portatore d'acqua che alimenta la sorgente”.

Lettera del sindaco di Lampedusa e Linosa, Giusi Nicolini

Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra.

Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa  motivo di vergogna e disonore.

In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.

Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene  consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza.

 Giusi Nicolini

 

L'inganno del debito pubblico. Un'intervista a Francuccio Gesualdi (ex-allievo di don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo) ci propone una visione alternativa sulla questione del debito pubblico:

C’è un inganno di fondo in quanto si continua a dire che noi siamo indebitati perché abbiamo speso al di sopra delle nostre possibilità. La ricostruzione storica dice invece che le cose non stanno assolutamente così. In verità noi siamo terribilmente indebitati perché abbiamo pagato dei tassi di interesse altissimi negli ultimi 30 anni. Basti pensare che la quantità totale di interessi pagati ammonta a 2.141 miliardi di euro, a fronte di un sorpasso di spese per servizi rispetto alle entrate nello stesso trentennio di soli 140 miliardi. C’è da aggiungere poi che in questi anni si è registrato un risparmio totale di oltre 600 miliardi. Quindi noi ci troviamo inguaiati a causa degli interessi. Questo il discorso di fondo che – guarda caso – nessuno assolutamente fa. Allora la domanda da porsi è solo una: vale la pena di continuare a farsi salassare per pagare interessi alle Banche e alle Assicurazioni? Anche per questo noi del Centro facciamo la nostra battaglia. Non ne possiamo più di venire dissanguati per arricchire Banche, Fondi pensione e Assicurazioni.

Tutti ormai auspicano l’uscita da questa politica del rigore, per far aumentare il potere d’acquisto dei cittadini, ma anche per far aumentare il potere d’acquisto dello Stato e della collettività nel suo insieme, perché insieme sostengono la domanda. Nessuno ormai è contento di questo rigorismo all’infuori di coloro che hanno nelle mani i titoli del debito pubblico e addirittura pretendono di specularci sopra. Questo è l’altro aspetto di cui non si parla mai: noi siamo vittime di uno sciacallaggio, non siamo semplicemente il debitore che avendo fissato un tasso di interesse sa quanto deve pagare, ma siamo soggetti a rincari continui a causa della speculazione. Ed è gravissimo che nessuno si attrezzi per sconfiggere questa speculazione come – volendo – si potrebbe. La collettività viene sacrificata sull’altare dell’interesse della finanza, dell’oligarchia finanziaria, una cosa gravissima e iniqua.

Sono almeno 30 anni, da quando son saliti alla ribalta Reagan e la Thacher, che stiamo precipitando in un tipo di capitalismo selvaggio dove la parola d’ordine, ammantata di libertà, è consentire ai più ricchi di arricchire sempre di più e ai più poveri di essere sempre più poveri. Inguaiando per altro il sistema stesso . Non per nulla questa crisi ci porta a capire che il sistema finanziario mondiale si è impallato perché le banche di investimento americane hanno avuto la libertà di mettere sul mercato i titoli spazzatura. Se non si vien fuori dal dogma per cui il più forte, e non la maggioranza, può determinare la linea di condotta non c'è soluzione e tutto il sistema inevitabilmente andrà a fondo. Questo sembra l'abbiano capito molti stati dell'America Latina e i risultati si vedono. Mi chiedo invece per quanto tempo noi vorremo, e potremo, continuare lungo l'altra strada.

Il testo integrale: http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/12/10/gesualdi-francesco-debito-pubblico-intervista.html

 

 

 

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Augurio di Natale un po' speciale

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”. Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII. Uno dei firmatari e propositori del Patto fu dom Helder Câmara.

Patto delle Catacombe

  • Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; … , ci impegniamo a quanto segue: Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

  • Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

  • Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore...). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

  • Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

  • Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

  • Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi.

  • Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

  • Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

  • Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

  • Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

  • Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

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