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La crisi del Libano

Remocontro 15 Luglio 2020

Inflazione, scontro politico e virus. Scandali e sanzioni a chi fa affari con la Siria. Il Paese resta al buio per il sistema elettrico nazionale in rovina. Carburante avariato venduto dall’Algeria ma raffinato ad Augusta

Il buio oltre la crisi

«Un’altra crisi nella crisi, racconta Pasquale Porciello sul Manifesto- e il Libano rimane al buio». L’impatto sociale è stato devastante. «Una per tutte, l’ospedale Rafiq Hariri, tra i pochissimi attrezzati per fronteggiare il covid, ha dovuto chiudere due delle sei sale operatorie per la mancanza di elettricità». Si muove di virus e di inedia, con molto parte della popolazione, profughi siriani in primis, ormai alla fame. Un popolo piegato da inflazione, covid, crisi politica, alimentare ed energetica. «Le attività commerciali costrette a chiudere ormai non si contano. La tensione sociale, la rabbia, la disperazione sono fuori controllo e il buio nel quale il Libano è sprofondato va ben oltre la mancanza di elettricità».

Elettricità scandalo che ci tocca in casa

Politica di mediazioni tra clan etnici, religiosi e di malaffare, ruberie come regola. Ora, con l’inflazione dell’80% della lira libanese nei confronti del dollaro, la situazione è divenuta insostenibile. Petrolio, America e Italia. Il problema elettricità sarebbe legato all’arrivo di carburante avariato fornito dalla compagnia algerina Sonatrach con cui il governo libanese ha un contratto dal 2005 in scadenza quest’anno. I giudici Nicolas Mansour e Ghada Aoun hanno nelle scorse settimane spiccato decine di mandati di arresto per politici e industriali libanesi con accuse di corruzione, tangenti e irregolarità varie. Arrestato anche il rappresentante in Libano per la Sonatrach.

Algeria con raffineria ad Augusta

La compagnia petrolifera statale algerina non è nuova a scandali giudiziari, e chi fa affari con lei o rischia o intasca. «Nel 2013 fu al centro di un processo per corruzione con Eni e nel 2018 ha destato sospetti agli occhi di analisti internazionali l’acquisto della raffineria di Augusta, in Sicilia, in condizioni di degrado e non redditizia, da cui sarebbe arrivato il carico in questione». Ma è solo Algeria e un po’ Augusta, Sicilia, Italia? «Il Libano versa quasi 2 miliardi di dollari ogni anno a Edl, ‘Elettricità del Libano’, che ha i più alti costi di produzione al mondo, su un bilancio statale libanese che nell’ultimo anno è stato di 4.3 miliardi.

Corruzione, nepotismo e ‘Cesar act Usa’

Azienda pubblica a partecipazione privata e simbolo di corruzione e nepotismo, Edl non garantisce però la copertura del fabbisogno giornaliero.  Ed ecco una miriade di generatori diesel privati che vende elettricità a prezzi altissimi. Servizio scadente e una doppia bolletta. Poi la democrazia occidentale. Il Caesar Act degli Stati uniti del 17 giugno che stabilisce sanzioni a chiunque faccia affari con la Siria di Bashar, ha dato l’ennesimo colpo al settore, visto che il Libano importa il 10% dell’energia dalla Siria del sempre cattivissimo Assad.

Scene di guerra civile 1975-90

Nei giorni scorsi fuori la sede della azienda elettrica dello scandalo, i manifestanti hanno evocato scene della guerra civile, 1975-90, quando l’uso delle candele era all’ordine del giorno. E Pasquale Porciello cita Traboulsi, professore associato di storia e politica all’Università americana di Beirut. «Impressionanti le similitudini in materia economica e di politiche sociali tra gli anni precedenti la guerra civile e gli ultimi anni, a cui si sommano l’assenza oggi di rappresentanze sindacali, lo smembramento del settore pubblico e l’inasprimento delle lacerazioni sociali dovute alle politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni, le quali hanno privilegiato i settori edile e terziario, riducendo il Libano – tra i paesi più fertili dell’area – a importare l’80% del fabbisogno alimentare nazionale».

E la tensione sociale, la rabbia, la disperazione -abbiamo già detto prima- sono fuori controllo e il buio nel quale il Libano è sprofondato va ben oltre la mancanza di elettricità.

Disastro economico, scontro tra potenze regionali e il tentativo degli Stati Uniti di estromettere Hezbollah, alleato di Siria e Iran, dal governo libanese

Michele Giorgio cita invece Nizar Hassan, giovane economista, è uno degli esponenti più noti del campo progressista delle proteste popolari contro corruzione e carovita. «I suoi podcast raccontano il disastro libanese e ciò che desidera una popolazione disperata che per 1/3 vive sotto la soglia di povertà». Il Fondo monetario internazionale e un finanziamento da 10 miliardi di dollari. Tutta la politica a litigare, «Ma alla fine della giornata tutti i libanesi guardano a cosa hanno potuto mettere a tavola». Posta in gioco, futuro economico e allineamento politico del Paese. Forze filo-Usa del fronte ‘14 marzo’ e quelle del fronte ‘8 Marzo’ che fanno capo al movimento sciita Hezbollah alleato di Siria e Iran.

Partita strategica sulla pelle del Libano

«Sullo sfondo è in corso una partita politica e strategica decisiva. Lo sanno bene gli israeliani, spettatori molto interessati e sostenitori delle sanzioni economiche di Donald Trump per strangolare l’Iran, la Siria di Bashar Assad e Hezbollah, la Mezzaluna sciita nemica di Usa, Israele e Arabia saudita. «Trump ha deciso di neutralizzare Hezbollah anche a costo di distruggere Libano», ha scritto su Haaretz l’analista israeliano Zvi Barel.  E in una intervista con la televisione saudita Al-Hadath, l’ambasciatrice Usa in Libano, Dorothy Shea, ha accusato Hezbollah di destabilizzare il paese e di mettere a repentaglio la sua ripresa economica.

«Washington sosterrà qualsiasi governo riformista non controllato da Hezbollah», dichiara l’ambasciatrice.

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