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La Rete a Gaza

All’improvviso, all’inizio dell’anno, le autorità israeliane si sono mostrate disponibili a facilitare l’allestimento a Gaza di una nuova discarica e la possibile costruzione nella Striscia di uno o più impianti di riciclaggio dei rifiuti. «Gli israeliani si muovono solo quando la disastrosa situazione di Gaza ha un impatto sui loro centri abitati», commenta Ashwaq Ghneim, del dipartimento per la salute e l’ambiente. Ghneim si riferisce alle notizie pubblicate dai giornali israeliani sulla pericolosità delle discariche di Gaza e delle acque nere non trattate che si riversano ogni giorno nel mare davanti al territorio palestinese e che raggiungono anche la costa israeliana fino ad Ashqelon.

Nei mesi scorsi si è rischiato persino uno scontro militare sui rifiuti quando una parte della discarica di Johr a Deek crollò e una valanga di centinaia di tonnellate di rifiuti arrivò fino alle linee con Israele. I comandi militari dello Stato ebraico pensarono di inviare ruspe dentro Gaze, per spingere all’interno quella montagna di pattume di ogni tipo. Le formazioni combattenti palestinesi erano pronte a respingerle. Alla fine ci pensarono i palestinesi. Ma quel caso evidenziò, ancora una volta, che Gaza soffoca sotto i rifiuti, a causa anche del blocco israeliano che per presunte «ragioni di sicurezza», ha ritardato l’attuazione di progetti per lo smaltimento e il riciclaggio. Senza dimenticare che i bombardamenti aerei, nelle varie offensive israeliane dal 2008 a oggi, hanno danneggiato la rete fognaria, poi riparata solo in parte dai palestinesi.

«I rifiuti non sono smaltiti in modo ecologico e vengono soltanto portati nelle discariche o bruciati», si lamenta Ashwaq Ghneim «il problema è destinato ad aggravarsi perché Gaza ha una popolazione in aumento di oltre due milioni di persone che vivono in meno di 400 kmq. Ogni abitante produce in media 1,7 kg di rifiuti al giorno per un totale di 2.000 tonnellate». Che non possono essere raccolte tutte perché il 70% dei veicoli delle varie autorità comunali è obsoleto o non funzionante. Nel frattempo le tre discariche di Gaza hanno raggiunto il limite delle loro capacità e i comuni di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabaliya hanno preparato siti improvvisati già colmi di oltre 400.000 tonnellate di rifiuti. Si attende ora il completamento della discarica di Sofa (14 ettari) ma il problema resta.

A dare una mano alla riqualificazione di aree residenziali nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti è l’ong italiana Acs con il progetto “Green Hopes Gaza”, nei quartieri di Al Nada, Al Isba e Al Awda. «Proviamo a migliorare la qualità della vita degli abitanti attraverso la costruzione di uno spazio pubblico con giardini, piccoli punti di ristoro, attività sportive, spazi per bambini e giovani. Il fine è strappare al degrado e ai rifiuti il territorio interessato», ci spiega Sami Abu Omar, responsabile del progetto assieme ai cooperanti italiani Alberto Mussolini e Meri Calvelli. «Green Hopes Gaza – aggiunge Abu Omar – coinvolge la comunità locale in ogni aspetto del recupero e della gestione del territorio, nel rispetto assoluto dell’ambiente. Attraverso un’ampia inclusione sociale speriamo di dare vita a un polo verde urbano, centro di attività economiche, ludiche, sportive e solidali».

Gaza sommersa dai rifiuti, ad aiutarla c’è l’Italia

Il recupero del martoriato territorio di Gaza e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione sotto blocco israeliano da 12 anni, passano anche attraverso lo sviluppo di una produzione agricola sempre più organica e la gestione biologica degli allevamenti. E’ solo l’inizio di una strada lunga ma già da qualche tempo la Rete di solidarietà internazionale “Radié Resch” – fondata dal giornalista Ettore Masina e da sua moglie Clotilde Buraggi, una sua delegazione è presente in queste giorni a Gaza – con piccoli finanziamenti e il lavoro di formazione svolto dal partner locale, il Palestinian Center for Organic Agricolture (Pcoa), è riuscita a far partire produzioni agricole totalmente organiche tra Khan Yunis e Rafah coinvolgendo venti famiglie contadine. Frutta e ortaggi sono consumati dalle comunità locali o venduti nei mercati della zona garantendo il sostentamento di un numero significativo di palestinesi in un’area dove la disoccupazione è la regola.

A Gaza è giunta nei giorni scorsi Maria Rosaria Greco, direttrice dell’associazione “Femminile palestinese” per il progetto “Donne di Gaza” che prevede incontri con donne di diverse condizioni sociali. Greco curerà un reportage video-fotografico che sarà proiettato tra febbraio e marzo al teatro Ghirelli di Salerno. Nella Striscia è presente anche una delegazione, guidata da Enzo Baroni, di “Salam-ragazzi dell’olivo”, storica associazione italiana impegnata da trent’anni a sostegno dei bambini palestinesi e delle loro famiglie.

https://ilmanifesto.it/gaza-sommersa-dai-rifiuti-ad-aiutarla-ce-litalia/

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