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Rete di Padova: notizie da Haiti

Haiti è in mano a un governo autoritario e alle bande criminali
Mediapart, Francia – 21 dicembre 2020

Finalmente gli Stati Uniti, principale attore politico ad Haiti, si sono decisi ad agire. Dal 2016, nonostante il tracollo del paese, Washington aveva sempre sostenuto il presidente Jovenel Moïse e il suo clan. Ma il 10 dicembre il dipartimento del tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
La decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.
Le sanzioni riguardano uno dei peggiori massacri nella storia recente di Haiti, avvenuto il 13 novembre 2018 a La Saline, una baraccopoli della capitale Port-au-Prince. Quel giorno 71 persone sono state uccise a colpi di machete, ascia o arma da fuoco. Undici donne hanno subìto uno stupro collettivo, mentre decine di persone sono state ferite. Alcuni corpi sono stati gettati in una discarica, mentre gli altri sono stati bruciati o smembrati. Quattrocento case sono state distrutte.
La popolazione di La Saline era stata molto attiva nelle manifestazioni di protesta e il regime aveva deciso di punirla. Il dipartimento del tesoro ha confermato i risultati delle inchieste condotte dall’Ufficio per i diritti umani della missione delle Nazioni Unite e dalle associazioni haitiane per la difesa dei diritti umani.
Dichiarazione esplicita
Nel suo rapporto, il dipartimento del tesoro spiega che “l’architetto” della carneficina è il “rappresentante dipartimentale del presidente Jovenel Moïse”, un certo Joseph Pierre Richard Duplan. La pianificazione e l’organizzazione del massacro sono state fatte dal direttore generale del ministero degli interni e degli enti locali, Fednel Monchéry. Gli omicidi sono stati compiuti con l’aiuto di bande armate da Jimmy Cherizier, un ex funzionario della polizia nazionale e oggi potente capo banda di Port-au-Prince. Duplan e Monchéry hanno fornito armi da fuoco, veicoli e uniformi della polizia ai componenti delle bande.
Successivamente Cherizier ha organizzato altri omicidi in vari quartieri di Port-au-Prince, guadagnandosi il soprannome di “comandante barbecue”. Oggi è alla guida di G9, un’alleanza tre le nove bande principali della città. A novembre del 2020, in soli quattro giorni, Cherizier si è reso responsabile di una serie di omicidi e incendi in un altro quartiere popolare, Bel Air.
“La violenza e la criminalità delle bande armate ad Haiti sono rafforzate da un sistema giudiziario che non persegue i responsabili degli attacchi contro i civili”, si legge nel rapporto del dipartimento del tesoro. Nonostante le pressioni della comunità internazionale e delle ong haitiane, l’inchiesta sul massacro della Saline non ha mai prodotto risultati.
Washington, che finora era rimasta in silenzio, lo ha dichiarato esplicitamente: “Con il sostegno di alcuni politici haitiani, le bande criminali reprimono la dissidenza politica nei quartieri di Port-au-Prince più attivi nelle manifestazioni antigovernative. La bande ricevono soldi, protezione politica e armi da fuoco in abbondanza, tanto da essere meglio equipaggiate della polizia”.
L’industria del rapimento
Tutto questo a Port-au-Prince è noto da almeno due anni. Da tempo lo scrittore Lyonel Trouillot parla di una “macoutizzazione” del potere, riferendosi ai Tonton-macoutes, la milizia paramilitare che terrorizzava gli haitiani durante il regime della famiglia Duvalier.
L’annuncio delle sanzioni statunitensi è arrivato il 10 dicembre, in occasione della giornata internazionale dei diritti umani, che ad Haiti è molto sentita. A Port-au-Prince tutte le associazioni locali hanno collaborato per organizzare una marcia per la vita. Due giorni prima, la tradizionale processione religiosa dell’Immacolata concezione aveva coinvolto migliaia di persone e si era trasformata in una protesta contro l’insicurezza, i rapimenti e la paura.
Ad Haiti c’è una nuova industria, quella del rapimento. Le persone vengono prelevate dalle bande che poi chiedono un riscatto o semplicemente le violentano o le uccidono. All’inizio di dicembre due ragazzi sono stati sequestrati nel centro di Léogâne, a ovest della capitale. I rapitori, che hanno chiesto un riscatto di un milione di dollari, indossavano le uniformi della polizia ed erano armati. Le due vittime non hanno un lavoro e vengono da famiglie povere.
Il 1 novembre il paese è stato scosso dall’omicidio di una studente di 22 anni, Évelyne Sincère. Era stata rapita il 29 ottobre. Il suo corpo è stato ritrovato sopra un cumulo di rifiuti. Mentre la famiglia cercava di trovare i soldi per il riscatto, i rapitori hanno ucciso la ragazza.
Il presidente Jovenel Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia
Il 6 dicembre è toccato al direttore d’orchestra Dickens Princivil e a un’altra ragazza, Magdala Louis. I due sono stati rapiti da una decina di uomini armati. Dopo una finta esecuzione, sono stati liberati.
Il “G9, la più importante organizzazione criminale attiva ad Haiti dopo il 1986, è nato su iniziativa dell’amministrazione. Il G9 sfila nelle strade, rapisce, uccide, saccheggia, stupra, minaccia gli oppositori del governo e si prepara a seminare il caos alle prossime elezioni per favorire il Partito haitiano Tèt Kale (Phtk), a cui appartiene Moïse”, scrive Widlore Mérancourt sul sito indipendente Ayibo Post.
Il 10 dicembre, lo stesso giorno della marcia per la vita e dell’annuncio delle sanzioni da parte di Washington, decine di persone, tra cui diversi ministri e funzionari, si sono ritrovate davanti alla chiesa del Cristo re per i funerali dell’avvocato Gérard Gourgue, che nel 1978, ai tempi di Duvalier, fondò la Lega haitiana per i diritti umani.
L’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Max Leroy Mésidor, ha approfittato della cerimonia per rivolgersi al governo: “La vita sociale è avvelenata dai rapimenti, dal banditismo e dal terrore. Il fondatore della Lega haitiana per i diritti umani si sarebbe unito ai vescovi cattolici per dire ‘no’ al caos, alla violenza, all’insicurezza, alla miseria. Ne abbiamo abbastanza”. Da mesi la chiesa si propone come mediatore tra il potere e i partiti dell’opposizione.
La volontà di Washington
Tra le voci che si sono fatte sentire c’è anche quella di Marie Suzy Legros, la presidente dell’ordine degli avvocati di Port-au-Prince. Il suo predecessore, Monferrier Dorval, aveva criticato Moïse denunciando che Haiti non è “né governata né amministrata”. Dorval è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 28 agosto, ma finora le indagini non hanno portato nessun risultato.
Davanti ai ministri, Marie Suzy Legros ha denunciato “la preparazione di leggi tiranniche e liberticide” e il progetto di una nuova costituzione, “un crimine di alto tradimento, un grave attentato all’ordine democratico, un’usurpazione illegittima del potere”. In questo caos generalizzato, alimentato dal governo, Moïse è ora nelle condizioni di governare da solo.
Dal gennaio del 2020 non esiste più un parlamento e le elezioni non vengono più organizzate. Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia personale. Sempre per decreto, ha istituito un’agenzia nazionale d’intelligence che ha le caratteristiche di un servizio segreto presidenziale.
Moïse ha nominato un consiglio elettorale incaricandolo di occuparsi delle prossime elezioni, e ha annunciato una nuova costituzione che sarà scritta da una comitato di cui ha personalmente scelto i componenti. E all’inizio di settembre ha imbavagliato la corte dei conti, obbligandola a emettere i propri giudizi (che saranno esclusivamente consultivi) entro cinque giorni.
Sono proprio le inchieste della corte dei conti ad aver svelato l’enorme scandalo finanziario del Petrocaribe (un’alleanza petrolifera tra alcuni paesi dei Caraibi e il Venezuela), che ha permesso ad alcuni leader politici di mettere le mani su quattro miliardi di dollari. Due anni fa la vicenda aveva provocato le prime manifestazioni contro la corruzione.
Tutto lascia pensare che il governo di Moïse si stia trasformando in un “regime dittatoriale”, come accusano gli oppositori. Forse le sanzioni statunitensi sono il primo segnale del fatto che Washington e il presidente eletto Joe Biden vogliono fermare la deriva autoritaria di un regime disprezzato da tutto il paese.
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La situazione politica è sempre più instabile e quella economica sempre più precaria.
Ecco cosa ci raccontano i nostri referenti da Haiti nelle lettere che la Rete riceve:

… la vita è diventata molto cara, l’inflazione è molto elevata arrivando al 34% la scorsa estate, in particolare con l’aumento spropositato del dollaro rispetto alla moneta locale (1 dollaro = 125 gourde) che ha causato un aumento esorbitante di tutti i prezzi sul mercato. Per risolvere il problema della svalutazione, il governo e la banca centrale hanno deciso di iniettare nell’economia haitiana 50 milioni di dollari, provocando sul mercato dei cambi una caduta vertiginosa del dollaro in rapporto alla gourde. Questa misura non ha migliorato la situazione di miseria in cui vive la popolazione: il prezzo del dollaro è sceso agli attuali 75 gourde per 1 dollaro ma i prezzi sul mercato restano invariati; se quando il prezzo del dollaro aumenta, automaticamente i prezzi dei prodotti aumentano, quando il prezzo del dollaro scende, ci doveva essere lo stesso fenomeno di diminuzione del prezzo dei prodotti sul mercato, ma i venditori dicono sempre che loro devono finire di vendere le merci stoccate prima di diminuire i prezzi, cosa che non si verifica mai.
E dunque questa iniezione di dollari, invece di portare un miglioramento della situazione di miseria dei cittadini, si rivela invece dannosa, mentre è vantaggiosa per i più ricchi; purtroppo ci sono sempre i grandi commercianti, gli influenti intoccabili del mondo degli affari che creano sempre la speculazione approfittando di acquistare e confiscare il dollaro per creare scarsità e aspettare il momento ideale dell’ascesa per beneficiarne nel cambio. Questa situazione rende ancora i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.
Molti haitiani, che vivono grazie alle rimesse dei loro parenti negli Stati Uniti hanno bisogno di molti più dollari per cambiarli in gourde per poter rispondere alle loro necessità, così il loro potere d’acquisto diminuisce.
Lo stesso vale per noi della FDDPA, infatti i nostri pagamenti aumentano, perché abbiamo bisogno di molti più dollari per dare i salari mensili per le nostre scuole. L’essenziale ora è sapere come far fronte a questa situazione, se persisterà per questo nuovo anno scolastico iniziato a settembre. Come faremo ad affrontare questa dinamica? Siamo costretti a diminuire o fermare altre attività (le borse di studio, la banca sementi. etc.) per poter assicurare i salari annuali degli insegnanti, che sono il nostro obbligo primario. Abbiamo riflettuto con i comitati dei due dipartimenti (Fondol e Dofiné) sui diversi aspetti della situazione finanziaria di Haiti, in particolare riguardo all’aumento del dollaro, e restiamo ancora ad osservare la situazione, perché l’instabilità politica e le varie misure antisociali del governo non ci fanno comprendere se il nostro paese conoscerà un miglioramento in un futuro vicino: le varie iniziative prese dalla FDDPA per arrivare alla sua autosufficienza non riescono ancora a dare i risultati attesi, a causa della situazione economica precaria di Haiti, della vulnerabilità dei contadini che sono i principali beneficiari, e del costo della vita che non cessa di aumentare di giorno in giorno sul mercato haitiano. In effetti il programma della nostra banca sementi, che rappresenta da qualche anno la principale fonte di finanziamento che dà ai contadini la possibilità di mettere a terra le loro sementi, attualmente fa fatica a raggiungere l’obiettivo di restituire il prestito in natura. Ma noi restiamo ancora ottimisti e cerchiamo sempre il modo più efficace e adatto nell’uso del programma.
La situazione politica di Haiti si complica sempre più, man mano che la data della fine del mandato di Jovenel Moise si avvicina. Secondo la costituzione il suo mandato deve terminare il 7 febbraio 2021, ma verosimilmente egli si aggrapperà al potere, infatti dice che è nel 2022 che il suo mandato avrà fine. E’ questo lo scenario che si delinea con probabili forti turbolenze politiche per l’inizio di febbraio.
Il governo sta prendendo molte misure antipopolari, in particolare creando diversi gruppi armati, stabilendo un clima di terrore, creando una situazione senza precedenti di insicurezza generalizzata nel paese con la connivenza di diversi capi banda e della comunità internazionale che ha formato una coalizione denominata “Core group” guidata da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Spagna, l’OSA (Organizzazione Stati Americani), ONU e Brasile. Tutto ciò avviene cercando di impedire al popolo di manifestare, di esprimere il suo “non poterne più” e di difendere i suoi diritti.
Finalmente gli Stati Uniti si sono decisi ad agire: il 10 dicembre 2020 il dipartimento del tesoro ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
È una decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.

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