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Rete di Macerata Aprile 2018

GRANDE MARCIA DEL RITORNO

Sono stata a Gaza qualche anno fa, ed ora immagino lo scenario della “Grande marcia del ritorno” che nei piani degli organizzatori dovrebbe durare sei settimane, fino al 15 maggio, in coincidenza con la “Giornata della Nakba”, la “catastrofe”. La “marcia del ritorno” è stata indetta per commemorare “l’esproprio delle terre arabe” nel 1948.
(A partire dal 15 maggio 1948 le milizie sioniste, espressione di quel mondo ebraico appena uscito dall’immane catastrofe della Shoa perpetrata in nome della follia nazista, trasformate da perseguitate in persecutrici attuarono il più sistematico progetto di espulsione di un popolo dalla propria terra che la storia recente ricordi. Prima della fine del 1948 ben 750.000 arabi palestinesi vengono espulsi dalle loro case, i loro beni requisiti, i lori villaggi distrutti (si calcola che almeno 530 insediamenti siano stati rasi al suolo); al termine di quell’anno circa il 60% della popolazione palestinese era stata espulsa dalla propria terra. La Nakba non è stata solo una tragedia, ma l’inizio di un’ulteriore, interminabile tragedia, di cui ancor oggi è vittima il popolo palestinese. Gli anni seguenti hanno visto succedersi continue espulsioni (altri 350.000 solo nel 1967) e soprattutto il totale annullamento della stessa nazione palestinese la cui popolazione risulta in gran parte confinata in campi profughi di fatto posti sotto il controllo israeliano. Nel frattempo all’interno di Israele veniva pianificandosi una politica segregazionista, sostanzialmente analoga a quella praticata in Sud Africa durante l’Apartheid, nei confronti dei cittadini di origine araba. Tutto questo e molto altro è avvenuto: sistematiche violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite; uso del terrorismo come arma politica nei confronti di leader stranieri ritenuti ostili; saccheggio sistematico del patrimonio storico culturale palestinese o distruzione delle testimonianze ritenute contrarie all’identità ebraica di Israele; occupazione ripetuta di territori affidati in pieno diritto all’autorità palestinese; costruzione del muro, totalmente edificato in territorio arabo; violazione sistematica dei più elementari diritti umani dall’uso della tortura agli attacchi contro istituti scolastici e ospedalieri. E questo con il silenzio, se non con l’appoggio del resto del mondo. L’Europa incapace di superare le sue divisioni e suoi sensi di colpa fino al punto di permettere tragedie presenti per non ricordare quelle passate; gli stati arabi troppi interessati a mantenere buoni rapporti con l’occidente e a non danneggiare le proprie relazioni commerciali per compromettersi al fianco dei fratelli palestinesi; gli Stati Uniti schierati senza se e senza ma con Tel Aviv, a prescindere dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca, in ogni caso legato alle lobby finanziarie ebraiche il cui appoggio è fondamentale oltre oceano).
Venerdì scorso è stato soprannominato il “Venerdì dei pneumatici”. Nei cinque campi base che circondano i territori israeliani i manifestanti palestinesi hanno dato fuoco a copertoni e lanciando pietre verso le barriere e il territorio di Israele. I dimostranti palestinesi hanno pianificato di bruciare circa 10.000 gomme e di usare specchi per accecare i cecchini delle Forze di difesa israeliane (IDF), appostate dietro ai terrapieni che difendono il confine, pronti a colpire gli istigatori più violenti. Un fumo nero e denso si è alzato dalla Striscia di Gaza, lungo la barriera che divide il piccolo territorio palestinese da Israele. Cecchini israeliani alla frontiera, fumo nero fra gli aranci, odore acre, via vai di camionette dell’esercito. Il fumo è servito per impedire la visione ai cecchini e ai tiratori scelti di Tsahal, e gli israeliani hanno risposto con cannoni ad acqua e dissipatori di fumo. Colpi secchi di fucili e sirene delle autoambulanze, le forze armate israeliane e la polizia con i corpi speciali dalle divise nere si sono esercitati insieme per 7 giorni, l’intelligence si è infiltrata per trovare i punti più caldi, nelle retrovie il dispiegamento di forze è impressionante: camionette, blindati, camion, bulldozer. Da giorni i social media arabi parlano di “protesta dei copertoni”. E da giorni si ammassano gomme negli stessi luoghi lungo il confine da dove venerdì scorso sono partite le manifestazioni e i tentativi di migliaia di persone di oltrepassare la barriera fissata da Israele. Alcuni sono riusciti ad entrare nella cosiddetta “area di accesso ristretto” – 300 metri di terreni agricoli abbandonati ritenuti dall’esercito israeliano off-limits. L’ONU ha ribadito che le armi da fuoco possono essere usate solo nel caso di imminente pericolo di vita. L’unica informativa che arriva dall’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite è un invito a Israele a garantire che le sue forze di sicurezza non usino eccessiva forza contro i manifestanti. Le armi da fuoco dovrebbero essere utilizzate solo come ultima risorsa, e il ricorso ingiustificato al loro uso potrebbe essere considerato come violazione della Quarta convenzione di Ginevra. Risultato: Diciotto persone, undici delle quali secondo i portavoce militari israeliani erano miliziani dei gruppi armati della Striscia, sono rimaste uccise venerdì scorso da proiettili di gomma e munizioni; mentre il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di altre tre vittime a cui si aggiungono i feriti deceduti in ospedale. Ad oggi sono 25 i palestinesi morti. A poche centinaia di metri dalla barriera che divide israeliani e palestinesi, dalla parte israeliana, ci sono le prime basse villette delle comunità rurali che circondano la Striscia, dall’altra, quella palestinese, ci sono tende, tavoli e sedie da fiera di paese dove oltre 30 40 mila persone venerdì scorso si sono raccolte in protesta. In Cisgiordania, ci sono state manifestazioni di sostegno, ma molto limitate nei numeri e nell’intensità. A preoccupare Israele non sono i Territori palestinesi controllati dall’Autorità nazionale del vecchio Abu Mazen: la collaborazione tra le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania e quelle israeliane ha permesso di evitare violenze anche nei momenti di profonda crisi, come il recente annuncio del presidente Donald Trump di un riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale d’Israele. Al contrario, a Gaza i vertici di Hamas sostengono e partecipano alla protesta, tanto da aver annunciato compensazioni finanziarie ai feriti negli scontri – da 200 a 500 dollari – e 3000 dollari alle famiglie delle vittime. La situazione economica della Striscia contribuisce ad alimentare la frustrazione di una popolazione che ha poco da perdere. Il territorio rettangolare di Gaza, adagiato sulla costa mediterranea al confine con l’Egitto, è lungo soltanto 42 chilometri, la distanza che c’è tra Milano e Novara. E’ largo 12 chilometri, la distanza che c’è in linea d’aria tra il centro di Roma e il Grande raccordo anulare. In 365 chilometri quadrati vivono 1,7 milioni di abitanti: due volte quelli di Torino città. Il 44 per cento della popolazione è sotto i 14 anni e moltissimi giovani non hanno mai messo piede fuori da Gaza. Dopo l’ultima guerra del 2014 la ricostruzione è stata rallentata dal blocco di beni e persone imposto da Israele, ma anche dalla chiusura del confine egiziano e dall’incapacità di Hamas di gestire la crisi, con i vertici che investono in forze militari mentre la popolazione ha quattro ore al giorno di elettricità e poca acqua potabile. A peggiorare un’emergenza economica che è in origine tutta politica, ci sono le rivalità interne palestinesi fra l’Autorità di Abu Mazen, che non controlla più la Striscia dal 2007, e Hamas. La comunità internazionale che cosa fa? Sono 12 anni che Gaza è chiusa dall’ assedio israeliano come in una prigione; nessuno può entrare o uscire normalmente da Gaza, intorno alla striscia ci sono i carri armati, nel mare su cui si affaccia Gaza la marina militare israeliana impedisce ai pescatori di pescare sparando su quanti di loro escono in mare per procurarsi cibo; i contadini non possono coltivare le loro terre vicine al confine perché ci sono i cecchini che fanno il tiro al piccione; Israele usa le pallottole dum dum che scoppiano all’interno del corpo per cui oltre ai morti di questi giorni ci saranno migliaia di feriti che perderanno gambe e braccia nei prossimi giorni a seguito delle lacerazioni interne prodotte da questi proiettili. Sono proiettili vietati dal diritto internazionale, ma nessuna sanzione viene fatta a Israele dalla comunità internazionale. Forse dobbiamo uscire dalla logica del senso di colpa per l’Olocausto accaduto 70 anni fa, pensando di più a quello che accade nel presente e se la nostra umanità è guidata da una coscienza critica.

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