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Rete di Macerata Gennaio 2018

Denunciare la guerra e il riarmo folle di questi tempi è rivoluzionario?
Care amiche e cari amici, abbiamo concluso l’anno con la notizia che in Afganistan sono stati uccisi da una mina sei bambini, notizia che non ha conquistato nessun titolo, nessuna foto, nessuna prima pagina. Perché non ci sconvolge la notizia di sei bambini che scambiano una mina per un giocattolo e saltano in aria? Purtroppo l’atteggiamento prevalente è di assuefazione alla guerra purché essa non ci tocchi direttamente e cerchiamo di illuderci che stiamo attraversando un periodo di pace pur sapendo che essa è solo apparente. Attualmente i conflitti nel mondo sono tantissimi, le mine, le bombe sporche hanno provocato in un anno 24 mila morti. I 15 anni di guerra in Afganistan più i dieci dell’armata rossa hanno sconvolto e seguitano a sconvolgere quella regione. Altra notizia di questi ultimi giorni è l’attacco a Kabul al Centro Culturale dove si sono avuti 41 morti e un centinaio di feriti. La tanto proclamata sconfitta militare del Califfato non è vera perché in realtà non è né la sconfitta di quell’idea perversa, né tanto meno la sconfitta dei foreign fighters, i combattenti che si spostano in qualunque paese , in particolare nelle aree dove ci sono guerre permanenti. Fonti giornalistiche indipendenti dicono che i bombardamenti aerei in Afganistan sono triplicati in quest’ultimo anno e che in Yemen negli ultimi 1000 giorni ci sono stati 15 mila attacchi aerei che hanno colpito per il 90% solo civili. Eppure il mondo è sempre più indifferente, abbiamo bisogno di fotografie di bambini riversi sulla spiaggia affogati per stupirci ancora, non ci fa effetto leggere che ci siano stati più di tremila bombardamenti che creano vittime, mutilati, dolore, disperazione, drammi e la politica estera nel nostro paese è assente di fronte al problema delle guerre, non c’è un politico che parla di guerre e, addirittura, Gentiloni qualche giorno fa ha dichiarato che l’Isis è stato sconfitto; è stato sconfitto solo in parte in quanto i motivi che lo hanno reso forte, fra cui le guerre permanenti, rimangono ancora. Se parliamo di bambini che vivono nelle zone in conflitto il loro numero, secondo Save the Children, si aggira intorno ai 350 milioni di bambini a rischio di morte o menomazione fisica o psichica, senza futuro perché assistono a violenze enormi che non riescono a elaborare, vivono da sfollati senza casa, perdono i genitori, gli amici e la possibilità di andare a scuola; in Siria, in 7 anni di conflitto, sono circa 3 milioni i bambini nati durante la guerra che non hanno conosciuto altro che la guerra. In Yemen la situazione dei bambini è gravissima anche a causa della malnutrizione e della difficoltà di accedere al cibo (sono 1,8 milioni di persone e molti sono bambini) sono migliaia i minori fra i 13 e i 18 anni reclutati come soldati contro il loro volere con rapimenti nelle loro case e ricatti, come carne da macello; per non parlare della crisi di colera che ha colpito il nord del paese. L’indifferenza del mondo rispetto a questi problemi è preoccupante; esiste un diritto internazionale che dovrebbe tutelare la popolazione civile, ma non è sufficiente contro l’escalation di violenza che colpisce le parti più deboli delle popolazioni, bisogna che le coscienze si sveglino. Esistono tante aree del mondo in cui i bambini subiscono le peggiori conseguenze dei conflitti come la Siria , lo Yemen , il Congo, l’Afganistan, il Myanmar, la Somalia, la Nigeria, il Sud Sudan, il Camerun, la Birmania, l’Ucraina. Solo il Papa con le sue parole da vero padre, ricorda continuamente il grave problema della guerra. E’ necessario che la comunità internazionale prenda impegni forti nei confronti dei conflitti, se circa 30 milioni di bambini sono sfollati a causa delle guerre con una grandissima difficoltà a costruirsi un presente e un futuro. Se si tiene al futuro del mondo ci si deve occupare del problema dei conflitti e dei bambini che li subiscono. Loro sono il futuro. E’ necessario un ritorno al senso di umanità e all’indignazione verso la poca protezione nei conflitti della popolazione civile e porre l’attenzione sulle sofferenze delle persone, sofferenze che noi viviamo da vicino, perché le ondate migratorie sono conseguenza di guerre e conflitti. Io appartengo alla generazione che ha protestato contro la guerra in Vietnam con sit in, cortei, occupazioni di scuole e università, ma anche con la musica, con i concerti di famosi artisti, nonché di gruppi rock molto impegnati su questo tema. Allora il pacifismo era vivo e vitale. Da tutte le parti della società si levava la condanna della guerra e dei suoi non valori. Questo avveniva non solo negli Usa, coinvolti nella guerra, ma in tutto il mondo, Italia compresa. Allora i rivoluzionari contestavano contro le guerre. Oggi? Sembra l’opposto. Chi parla contro le guerre, contro la produzione di armi, contro la liberalizzazione della loro vendita è uno fuori dalla realtà, un idealista un po’ fuori dal tempo, un illuso, forse anche un po’ rivoluzionario! Mi viene da pensare che il concetto “Io speriamo che me la cavo” degli anni ’90, sviluppato nella raccolta di sessanta temi di bambini napoletani nel libro del maestro elementare Marcello D’Orta, sintetizzi, purtroppo, il nuovo modo di affrontare le sfide sociali, economiche e umanitarie del momento. Vorrei aggiungere che la nostra bella Costituzione all’articolo 11 oltre a ripudiare la guerra esprime un altro concetto importante, quello della limitazione di sovranità dello Stato il che significa che la sovranità degli Stati può e deve essere limitata da istanze di sovranità superiori che, al tempo dell’emanazione della Costituzione, erano i nascenti organismi internazionali di allora e che oggi riguardano altri ambiti quali i Tribunali Internazionali e le Istanze di giustizia che chiedono agli Stati di cedere una parte anche significativa della propria sovranità. Quindi il ripudio della guerra si accompagna all’idea che possa nascere un ordine internazionale in cui gli stati sono solo una parte di un contesto più ampio. Consapevole che ho iniziato l’anno con fatti tristemente presenti nella nostra storia, allego il racconto di una bella storia di riscatto di cui ho parlato tempo fa.
Un abbraccio a tutti e tanti, tanti auguri
Cristina
Ricordiamo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restituiva

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