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Rete di Macerata Novembre 2018

Lettera di novembre 2018

dalla Rete di Macerata
M. Cristina Angeletti

Carissimi/e, la recente notizia del crollo del ponte di Genova ha messo sotto i riflettori una delle industrie italiane fra le più rappresentative del capitalismo di casa nostra: la Benetton. Ho avuto, così, lo spunto per fare alcune considerazioni relative al cambiamento dell’imprenditoria italiana da ieri a oggi. Devo dire che i colori accesi nell’abbigliamento degli anni ’60 portano il nome di Benetton e sono stati l’inizio di una grande storia imprenditoriale che ha rappresentato la novità nell’industria tessile di quegli anni; più tardi la trasformazione industriale dalla produzione ai servizi con l’ingresso in autostrade, autogrill, aeroporti e con investimenti finanziari molto diversi da quelli di partenza hanno cambiato la storia di questa azienda simbolo del miracolo economico italiano. Bisogna riconoscere che i Benetton sono passati dai distretti industriali territoriali veneti a un’attività economica globale, tuttavia hanno rappresentato e rappresentano anche i limiti di tutto il capitalismo italiano un po’ pigro che vive più di rendita che di produzione. L’immagine di questo capitalismo è fortemente segnata da contrasti, perché da un lato abbiamo il ricordo di un imprese giovani, emergenti, quelle del miracolo economico degli anni ’60 e dall’altro di quelle odierne che si occupano di finanza, di delocalizzazioni, di cessioni; non ultima la recente cessione del gruppo Magneti Marelli ad una importante società giapponese. La nostra economia ha espresso delle dinamiche molto vitali negli anni ’60, ’70, anche attraverso piccole imprese, però questa spinta da tempo è venuta meno. Un motivo potrebbe essere che esse non hanno avuto la capacità di consolidare i risultati economici raggiunti, un altro che non sono riuscite a proseguire nel tempo la performance iniziale. Ecco quindi la parabola dei Benetton che nascono come imprenditori di successo nell’abbigliamento inventando le lane colorate e ottenendo uno straordinario consenso nel mondo anche grazie ad un marketing molto efficace e campagne pubblicitarie intelligenti con le fotografie di Oliviero Toscani. Poi quella inventiva nel tessile si è spenta e la famiglia Benetton, come altre famiglie industriali italiane, ha trasferito i suoi investimenti nel settore dei servizi che, pur essendo importanti nella nostra economia, sono legati allo Stato e alle tariffe pubbliche concordate; un fare azienda in modo diverso non più basato sul principio della concorrenza e dell’innovazione. Con queste scelte si è passati da un’economia reale forte e dinamica a un’economia dove l’intermediazione finanziaria ha la necessità di trovare delle intese con lo Stato e con altri Stati cambiando la natura di queste forze imprenditoriali. A tutto questo si aggiungano le privatizzazioni che lo Stato italiano è stato costretto a fare per entrare nell’euro. In quel momento Autostrade fu messa sul mercato con un’asta pubblica che fu aggiudicata ai Benetton per 8,4 miliardi di euro. Con quel passo è iniziato lo spostamento degli interessi dell’azienda non solo verso autostrade, ma anche traffico aereo con l’aeroporto di Roma, compagnie aeree (come quella spagnola), scali in Costa Azzurra, rete ferroviaria in Patagonia, l’Azienda Agricola a Maccarese di circa 4.500 ettari ( nata negli anni ’30, poi ceduta alla Banca Commerciale Italiana poi all’IRI, infine acquistata nel 1998 dalla Holding del Gruppo Benetton nell’ambito del programma di privatizzazioni avviate dal Governo). Se pensiamo alle immagini pubblicitarie della Benetton alcuni hanno interpretato il messaggio come apertura al diverso e altri come la faccia buona di una globalizzazione in realtà feroce che delocalizza ed emargina. Difficile tenere insieme queste anime. Da un lato c’è da dire che i quattro fratelli Benetton hanno fatto storia nel “self made man“, hanno fondato la holding “Edizioni” che si colloca, in termini di ricavi, immediatamente alle spalle dell’Eni, il colosso semipubblico nel settore energetico, quasi affiancando la holding della famiglia Agnelli detentrice, fra l’altro, di quote di Fca, Telecom Italia, Finmeccanica e Edison. Hanno realizzato anche una fondazione benefica di studi e ricerche rivolgendo una particolare attenzione alle tematiche ambientali di comune interesse, ma è bene anche ricordare lo sfruttamento dei terreni in Patagonia e Cile per l’allevamento di ovini e lo scontro con le popolazioni indigene, come i mapuche del Cile di cui si è parlato all’ultimo convegno nazionale della Rete dove dalla voce di un attivista “Josè Nain Perez” abbiamo appreso le grandi difficoltà affrontate da questo popolo per affermare il proprio diritto a esistere e non essere soffocato da altre culture ma sopratutto dalle multinazionali. Delocalizzazione e finanziarizzazione sono tipiche del capitalismo italiano, molte aziende, una volta raggiunto l’apice della loro intuizione imprenditoriale e del successo, invece di perseguire gli stessi obiettivi di partenza, hanno spostato i loro investimenti in altri settori economici e in altri paesi. E’ una dinamica storica che si ripete: al momento attuale il declino di queste formule imprenditoriali che hanno rappresentato il miracolo economico non viene sostituita da altrettanta energia imprenditoriale come quella manifestata in precedenza; manca, quindi, un processo di sostituzione con un’analoga presenza di forze che vadano a rigenerare quello spazio nella concorrenza imprenditoriale che un tempo fu presidiato da imprese quali Benetton, Agnelli, Lamborghini, Ducati, Gruppo Ferretti, Zanussi, Indesit, Ginori, Poltrona Frau, Sorelle Fontana, Valentino e che ora hanno quasi tutte spostato le loro attività fuori dall’Italia. Secondo un recente studio di Confartigianato le imprese italiane delocalizzate all’estero sono oltre 6.500, con un fatturato di 217 miliardi di euro e l’impiego di circa 835 mila operai e addetti lontani dai confini italiani. Il manifatturiero, in misura maggiore rispetto ad altri settori economici, sta migrando all’estero anche per quanto riguarda gli stabilimenti produttivi. E’ allarme da parte del centro ricerche di Confindustria sul manifatturiero italiano che perde unità produttive e posti di lavoro. I vari governi che si sono succeduti negli anni hanno, a mio avviso, una grossa responsabilità politica per non essere riusciti a definire nelle privatizzazioni regole e condizioni il più possibile favorevoli al pubblico interesse come il controllo e la sicurezza di cui oggi sentiamo tanto il bisogno a partire dalle autostrade fino alla raccolta dei rifiuti; né a realizzare politiche di investimento, forse rivoluzionarie, per riportare le produzioni in Italia in barba ai fogli Excel di costi e benefici che a rigore di matematica ancora spingono per la delocalizzazione. E’ quello che hanno capito gli Stati Uniti dove il governo sta incentivando le aziende che decidono di riportare in patria le produzioni.

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