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Rete di Padova Ottobre 2017

“Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,
sono della stessa essenza.
Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo
le altre parti soffrono.
Se tu non senti la pena degli altri
non meriti di essere chiamato uomo”.
(Versi di un poeta persiano che stanno all’entrata del palazzo dell’ONU, a New York.)

Ciao a tutte e a tutti, ritorniamo con questa lettera, mese dopo mese, a darvi notizie della “vita” di Rete e, in particolare del nostro impegno in Haiti. La Rete si è ritrovata a Brescia il 7 ottobre a conclusione dei seminari regionali, per una giornata di riflessione sul significato oggi della Solidarietà che ha visto la partecipazione di molte reti. A margine del seminario si è svolto un incontro aperto al pubblico con don Mussie Zerai, scalabriniano della Eritrea, attivo da anni nella problematica delle migrazioni e che recentemente è stato indagato per favoreggiamento delle migrazioni clandestine. Pubblichiamo alcune sue riflessioni sul tema “ius solis” e quanto riportato da “Giornale di Brescia” del suo intervento all’incontro. Nella mattinata successiva, domenica 8, il coordinamento ha impostato le basi per il Convegno nazionale del prossimo anno. Il tema, la località e tutta la fase organizzativa saranno definiti nel prossimo Coordinamento di novembre che si terrà a Pescia. In Haiti si sono svolti i “seminari di salute”, con la partecipazione e l’aiuto dell’associazione “Popoli in Arte”, un aiuto davvero importante e che Fddpa ritiene, nel metodo, in grado di favorire la partecipazione allargata agli obiettivi comunitari. Per approfondire quanto questa circolare ha solo accennato, ci ritroviamo Lunedì 23 ottobre alle ore 20,45 a casa di Gianna e Elvio in via Spalato 9 Padova. Il 23 ottobre di un anno fa Gianna ha lasciato questa vita ma rimane viva in noi con tutta la ricchezza che ci ha donato negli anni in cui abbiamo camminato con lei. Per ricordarla è stato preparato un libretto che lunedì verrà presentato e distribuito.

Da Haiti
In seguito agli ultimi eventi meteorologici che hanno visto la formazione di vari uragani nei Caraibi, scrive Jean:
“In effetti il più colpito è il nord-est, la zona frontaliera tra Wanaminthe e Dajabon. Per il Nord-ovest, il rischio è stato grande, c’era vento accompagnato da pioggia, ma niente perdite di vite e bestiame. Per l’Artibonite, la montagna di Verrettes, Katienne e Dofiné lo stesso, solo i corsi d’acqua sono in piena, ma sinora i contadini sono salvi. Anche per Fondol vento e pioggia, ma non abbiamo registrato grandi danni, a Dubuisson invece [casa di Dadoue e sede di FDDPA], le piantagioni di banane sono state inondate, e quasi tutte le casette di Dubuisson allagate. Ma non ci sono stati morti e restiamo vigilanti perché sono annunciati altri cicloni: speriamo di essere ancora risparmiati. Grazie per aver pensato ed esservi preoccupati per noi, vi terremo informati”
Altra bella notizia: Willot ci informa che nel Nord-ovest, a Souprann dove si trova il Centro professionale, il 23 luglio sono stati consegnati i diplomi a 13 donne. In questa occasione la scuola è stata intitolata ufficialmente a Giovanna Mocellin. Scrive Willot: “Si tratta di una scuola professionale fondata da Dadoue Printemps nel villaggio di Souprann, una piccola località del comune di Môle Saint-Nicolas (Nord-Ovest, Haiti), per dare alle donne contadine l’opportunità di apprendere un mestiere che rappresenta un aspetto importante nella loro lotta per l’emancipazione sociale ed economica.
Il giorno della consegna dei diplomi abbiamo fatto una presentazione di Gianna, della sua vita e del suo impegno per cambiare la vita dei bambini e delle donne di Haiti e di tutto il mondo. Abbiamo anche detto che Gianna era una sarta. Per celebrare la sua vita e onorare la sua memoria, abbiamo intitolato ufficialmente questa piccola scuola professionale “Centro professionale Giovanna Mocellin”. In questa occasione, 13 donne che hanno perseverato nello studio per tre anni hanno ricevuto il loro diploma.” Infine, nella seconda metà di agosto si è tenuta a Dubuisson la quarta fase del seminario di salute animato da Maria Paola Rottino di Popoli in Arte. Alla fine del corso si è deciso che ci siano uno o più agenti di salute per comunità che diano alle comunità almeno un giorno di lavoro al mese gratuitamente o solo a rimborso spese. Ci sarà un coordinatore del progetto di igiene a livello di FDDPA che sarà Jumelle, giovane uomo cresciuto nella casa di Dadoue. Gli agenti locali in coordinazione con l’agente “generale” faranno sempre formazione sistematica sull’igiene e sulla fabbricazione del cloro per potabilizzare l’acqua. I partecipanti al seminario hanno calcolato quanto tempo occorrerà per comprarsi da soli il kit base e, se tutto va bene, in sei mesi dovrebbe partire davvero una campagna di sensibilizzazione e fabbricazione del cloro. E’ davvero un risultato importante per la salute delle persone che vivono sulla montagna.

Seminario Rete
Ius soli: una porta verso il futuro
don Mussie Zerai, presidente Agenzia Habeschia
E’ preoccupante la piega che ha assunto tra i partiti politici la polemica sullo ius soli a proposito della nuova legge sulla cittadinanza in discussione al Senato dopo essere stata approvata alla Camera alla fine del 2015. E’ un tema importante: si tratta della vita di migliaia di bambini e ragazzi e si tratta di allineare l’Italia a gran parte dei Paesi europei, senza contare l’intero continente americano, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Canada. Eppure – nonostante il ritardo sia già enorme, visto che l’ultima legge italiana sulla cittadinanza risale al 1992 – nella maggior parte dei casi si va avanti per slogan e per barricate. Con tutta una serie di no. E il peggio è che si ha come l’impressione che non ci si renda conto di cosa significhino, in concreto, tutti questi no. Negare la realtà e negare uno dei diritti umani fondamentali: questo significa, innanzi tutto, dire no alla ius soli. La realtà che il mondo intero va verso una società multietnica e multiculturale. Il diritto di ciascuna persona di non subire discriminazioni di alcun genere, qualunque sia il colore della sua pelle, il credo religioso, le idee politiche, il luogo di provenienza, ecc. Significa, in altri termini, rimanere ancorati a un “diritto del sangue” anacronistico, di sapore razzista e non a caso difeso con forza dal fascismo, che su questa base è arrivato a ipotizzare delitti contro la stirpe “ariano-romana”. E’ risibile l’obiezione che si tratta di “difendere l’italianità” e “l’integrità della cultura italiana”. I ragazzi a cui è indirizzato lo ius soli parlano italiano, pensano italiano, sono di cultura italiana, si sentono italiani ed europei. Con una mentalità aperta al mondo e senza pregiudizi. Ovvero, non solo non minacciano ma arricchiscono “l’essere italiani” oggi. Già oggi i genitori di questi ragazzi a cui è negata la cittadinanza stanno dando un grande contributo a questa Italia che nega il futuro per i loro figli. I 2,3 milioni d’immigrati che lavorano in Italia hanno prodotto nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). Il contributo all’economia di lavoratori stranieri si traduce in quasi 11 miliardi di contributi previdenziali pagati ogni anno, in 7 miliardi di Irpef versata, in oltre 550 mila imprese d’immigrati che producono ogni anno 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa pubblica italiana destinata agli immigrati è pari all’1,75% del totale. Grazie a loro lo stato paga 640 mila pensioni, gli immigrati in cambio ricevono ogni giorno tanti attacchi e insulti di ogni genere oltre che essere criminalizzati in ogni dove, tutto questo per un paese che si ritiene civile è uno spettacolo indegno e desolante. Ecco, dire di no allo ius soli significa non capire quello che è già il “presente” del nostro Paese. Perché già oggi la “società giovane”, quella dei nostri ragazzi, è una società multietnica, che vede nelle linee di confine un punto di incontro e confronto: non di isolamento e chiusura. Lo dimostra in particolare la scuola, frequentata da migliaia di alunni arrivati in Italia quando erano piccolissimi o che addirittura in Italia ci sono nati, da genitori immigrati e ormai inseriti a pieno titolo nella nostra società, contribuendo in grande misura all’economia del Paese. Sono tanti questi bambini e ragazzi “stranieri”: secondo uno studio della Fondazione Moressa su dati Istat, in tutto risultano circa 1 milione e 65 mila. E 634.592 quelli nati in Italia da madri straniere, a partire dal 1999. Tantissimi studiano: secondo i dati ministeriale, nell’anno scolastico 2014-15 ne risultavano iscritti 814.187 dei quali 291.782 alle scuole primarie (10,4 per cento del totale); 167.068 nella scuola media di primo grado (9,6 per cento); 187.357 nella media di secondo grado (7 per cento); 167.980 nelle scuole dell’infanzia (10,2 per cento). Giovani e giovanissimi che faranno parte, anzi, saranno essenziali per l’Italia di domani. Molti di loro, ad esempio, potrebbero diventare i migliori ambasciatori” dell’italianità e della “proposta italiana”, lanciando un ponte tra la Penisola e i Paesi d’origine: nella cultura, ad esempio, o nell’università e nella ricerca, nella diplomazia, nei piani di sviluppo e cooperazione, nei programmi economici, nello stesso processo di integrazione dei migranti che, in un mondo sempre più “piccolo” e globalizzato, sicuramente continueranno ad arrivare. Ci sono già esempi importanti in questo senso: negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Francia… Del resto è accaduto esattamente lo stesso con le comunità dei milioni di italiani che, nel tempo, le circostanze e le necessità della vita hanno sparso in tutto il pianeta. Chiudere la porta in faccia a questi ragazzi, negando lo ius soli, significa allora anche voltare le spalle al futuro. Significa condannare l’Italia a una gretta, miope mentalità localistica, chiusa, egoista, sospettosa. A farne un paese sempre più fermo, spento, avvitato su se stesso. Un paese senza domani. Vecchio. La battaglia, allora, non è solo per la sorte dei ragazzi stranieri nati o arrivati piccolissimi in Italia: è per tutti i giovani del nostro paese. Per come vogliamo che sia l’Italia di oggi e soprattutto quella di domani.

LA SOLIDARIETÀ NON È UN CRIMINE
Giornale di Brescia, 8 ottobre 2017, Salvatore Montillo
Appena ha saputo di essere sotto inchiesta, ha preso carta e penna e ha scritto un comunicato per affermare la sua innocenza, ma soprattutto per spiegare a gran voce che «la solidarietà non è un crimine». Parole ribadite ieri a Brescia da don Mussei Zerai, sacerdote eritreo che da anni vive in Italia ed è punto di riferimento per migliaia di suoi concittadini che affrontano il viaggio verso l’Europa in cerca di speranza. Don Mosè è finito nell’indagine della procura di Trapani insieme alle Ong con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, colpevole di segnalare gli arrivi dei migranti in alcune chat segrete dei capitani delle navi umanitarie. Nella parrocchia di Santa Maria in Silva, di fronte a un folto numero di persone, don Mosè non si è difeso, anzi. Ha attaccato, spiegando a suo dire perché oggi si è arrivati a tanto. «Non volendo intervenire sugli Stati che in Africa causano la fuga di milioni di persone e non potendo fermare i trafficanti – ha affermato – si è preferito colpire le organizzazioni umanitarie. Subito dopo si è avviata la nuova politica sull’immigrazione, quella del ministro Minniti. La politica
dell’occhio non vede cuore non duole. Le due cose stanno insieme». Secondo padre Mussei oggi viene impedito a chi fugge da guerra e fame di arrivare in Europa a chiedere protezione. «Si è voluto chiudere le porte senza preoccuparsi a cosa vanno incontro queste persone e nelle mani di chi li stiamo consegnando. E’ una politica pilatesca – ha aggiunto -, cui manca il piano b. Va bene interrompere il viaggio via mare, che finanzia i trafficanti. Ma quale alternativa danno i governi europei a questa gente?». Governi che hanno le loro responsabilità, secondo don Mosè, almeno rispetto alla massiccia presenza in Africa. «Solo a Gibuti – ha detto – ci sono cinque basi militari europee. Che fanno lì? – si domanda -. Curano gli interessi dei loro Stati, ma non si preoccupano di affrontare quei problemi che potrebbero impedire la fuga di milioni di persone. L’Europa negli ultimi settant’anni è vissuta in pace, facendo però la guerra a casa degli altri. La Libia ce lo insegna». Parole di denuncia pronunciate col solo scopo di risvegliare le coscienze rispetto alla drammatica situazione umanitaria che il continente africano sta attraversando e scuotere gli Stati affinché si proceda a una vera politica di accoglienza e di sostegno alle popolazioni a rischio, anche privandoci di un po’ di quello che ci serve. «E’ facile essere solidali quando per aiutare chi soffre ci si priva del superfluo – ha concluso don Mosè -. I problemi nascono quando mi viene chiesto un sacrificio. Questo mette in crisi i miei valori di riferimento. E la criminalizzazione della solidarietà nasce da questo, dalla crisi di identità che stiamo attraversando»

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