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Rete di Roma Settembre 2017

Care amiche e cari amici, questa lettera si differenzia dalle solite circolari. Voglio qui rievocare in breve la mia frequentazione, durata più di 50 anni, col nostro fondatore Ettore Masina, scomparso il 28 giugno scorso, al fine di porre in evidenza quanto ha significato per me conoscerlo e lavorare con lui per scopi nobili e umanitari che hanno segnato la mia vita. Spero che il carattere così personale del mio scritto venga accettato da tutti, anche perché è probabile che le idee e l’operato di Ettore come hanno influito su di me possano aver influenzato molti di voi. Premetto che in precedenza altre due persone avevano contribuito sensibilmente alla mia maturazione in età giovanile. La prima fu Laura Ingrao, mia insegnante di lettere all’Istituto magistrale; una donna straordinaria per intelligenza, cultura e disponibilità verso gli altri (dopo il diploma frequentai la sua casa per piccoli cenacoli letterari, rimasi in contatto con lei, che alcune volte venne alle iniziative della rete romana versando piccoli contributi). La seconda persona fu un prete romagnolo, don Antonio Penazzi, di cui non tesserò le lodi bastandomi dirvi che lo considero ancora oggi il mio vero maestro di vita (morì purtroppo a soli 59 anni, di cancro; era maggiore di me di appena dieci anni, come la mia sorella maggiore). Fu proprio don Penazzi a far conoscere Ettore a me e a tutti gli amici del circolo “A.F. Ozanam” che io avevo presieduto al suo nascere nel 1956. Don Antonio, sempre attento a fatti e persone interessanti, lo invitò da noi una sera dell’autunno del ’66 perché ci parlasse della Rete di solidarietà che aveva costituito l’anno prima di ritorno dal viaggio in Terra Santa di Paolo VI, da lui seguito come vaticanista. Convinti dalle sapienti parole di Masina e stimolati dall’entusiasta amico prete, aderimmo in moltissimi alla Rete impegnandoci per i versamenti mensili. Maria Paola era presente anche lei quella sera e, persuasa quanto me della bontà e della novità (per quei tempi) dell’iniziativa, mi sostenne per lunghi anni perché dessi il meglio di me alla Rete, incoraggiandomi nei momenti di difficoltà; questo fino a quando la malattia la condusse lentamente alla morte. Nei primi anni l’adesione di noi romani alla Rete si concretizzò soltanto con i versamenti sul c.c.p. di Ettore e nel ricevere le sue circolari. Dopo due tentativi falliti di creare una rete romana riuscii infine nell’intento nel 1978. Da allora e per trent’anni fui il coordinatore del gruppo, ebbi un mio c.c.p. per i versamenti, convocai gli incontri, tenni assidui contatti con Ettore (che invitavo alle riunioni), diffondendo la sua circolare a Roma e ai gruppi locali. Il testo andavo a prenderlo da lui e lavorando con la Olivetti, il ciclostile, la fotocopiatrice e la posta riuscivo in pochi giorni a diramare la sua circolare a tutti gli aderenti. Poi cominciai a scrivere una mia lettera ai romani, che spedivo ai destinatari insieme a quella nazionale. Dopo l’istituzione del coordinamento nazionale organizzai le sue riunioni, che Ettore volle quasi sempre a Roma (mi aiutò Loris Nobili, per qualche tempo anche tesoriere nazionale, a seguito della costituzione della Rete in associazione riconosciuta davanti al notaio), provvedendo io stesso al verbale che diramavo a tutti i gruppi. Tutto ciò significava che i contatti personali tra lui e me erano frequenti, con scambi di vedute che mi erano utili per capire sempre meglio il suo pensiero, la profondità dei suoi concetti e le caratteristiche del suo lavoro giornalistico, di scrittore e quindi di parlamentare. Come pure potei vedere quanto gli fosse di sostegno Clotilde e la sollecitudine dei genitori verso i loro tre figli che vidi crescere. Voglio dire insomma che, pur facendo io prevalentemente “il portatore d’acqua”, come si dice in gergo ciclistico, la nostra amicizia si rafforzò via via, mentre aumentava la mia stima per lui vedendolo impegnato come pochi a favore dei popoli del Terzo Mondo (era il termine in uso allora), incurante della mole di lavoro che doveva svolgere, veramente molto considerevole, accanto agli impegni professionali peraltro mai trascurati. Ci fu tra noi qualche piccola incomprensione, non lo nego, in tanti anni di assidua frequentazione; ma di scarsa entità, risolta subito. E ci fu anche qualche elogio per il mio lavoro, sia per quello svolto in ambito Rete sia per quanto di buono riuscii a combinare, di culturale, nel mio lavoro “ministeriale”. Ettore era per natura un uomo che sapeva riconoscere i meriti delle persone a lui vicine, come pure scorgere gli errori che esse potevano commettere. Grazie a Ettore affinai la mia sensibilità per i numerosi e diversi problemi del Terzo Mondo, conobbi tante persone di valore e l’importanza delle questioni che ci sottoponevano, strinsi con molte di loro vincoli amichevoli che durarono nel tempo (Dario Canale, già vittima dei torturatori brasiliani, divenne un amico carissimo, un’amicizia interrotta solo dalla sua tragica fine parecchi anni dopo). Quando Ettore iniziò a cimentarsi con le opere di narrativa – dopo aver pubblicato libri d’altra natura noti a tutti voi – mi permisi, forte della mia lunga esperienza di recensore, di muovergli dei rilievi che lui accettò di buon grado. Fui contento invece di poter lodare “Il Vincere”, finalista del Premio Strega, a mio parere il più riuscito dei suoi romanzi. Ma in genere tutta la sua produzione di scrittore dimostrò la profondità del suo pensiero. Cercai sempre di andare alle presentazioni dei suoi libri e talvolta intervenni nella discussione. Mi resi conto che in tutti i suoi scritti egli trasfondeva con passione le sue convinzioni profonde a beneficio dei lettori. Delle trasmissioni culturali che curò, una volta lasciata l’informazione religiosa, mi fu cara in particolare “Gulliver”, che riscosse infatti grande successo. Mentre dell’intensa attività parlamentare, durata nove anni, ho sempre ricordato la battaglia che condusse, con argomenti più che validi, contro il rinnovamento del Concordato con la Santa Sede voluto da Craxi. “Nord Sud, un solo futuro”, da lui ideato, mi parve una grande intuizione, e lo era. Non andò a buon fine, malgrado il suo impegno, perché i tempi non erano maturi: forze politiche e mondo culturale non erano preparati, a mio parere, a una simile rivoluzione “copernicana”, troppo attaccati alle proprie vedute intrecciate spesso a meschini interessi di parte. Oltre a ciò vi giocò, sempre secondo il mio modesto parere, l’eccessiva irruenza di Ettore nel tentare di convincere personalità importanti sui suoi propositi innovatori. Ma quell’esperienza dimostrò tuttavia a me e a tanti amici che Ettore possedeva una visione del mondo e del futuro non riscontrabile facilmente in tanti intellettuali anche di fama. Sono fermamente convinto che conoscere Ettore e aver lavorato per la Rete Radiè Resch, da lui creata (col sostegno di Clotilde e l’ispirazione avutane da Paul Gauthier), essere stato suo amico e collaboratore abbiano segnato profondamente la mia vita. Non avrei compreso così a fondo i problemi del pianeta e l’importanza, l’obbligo morale, di spendermi, insieme a tante altre persone di buona volontà, a favore degli “ultimi”, delle vittime di tirannidi, di carestie, di odii di religione. A proposito di religione ammirai la costante sua ispirazione cristiana, presente in tutto il suo operato, insieme al rispetto per ogni credo e per chi si diceva ateo. Parlò anzi di “fede nell’uomo” da parte di coloro che, pur certi del nulla dopo la vita terrena, si adoperavano con zelo e sacrificio per recare sollievo alle pene materiali e spirituali dei dannati della Terra. Una opinione alquanto singolare, da porre accanto al concetto di “fratellanza universale”, da me spesso citata. In conclusione: per me, destinato a condurre una vita professionale lontana dalle mie aspirazioni (diversamente da tanti amici più fortunati e capaci), conoscere, frequentare Ettore, avere la sua amicizia e fare la mia parte nella Rete è stato un grande dono del Cielo. Eterna riconoscenza a lui (e un grazie affettuoso a voi per la pazienza dedicatami).
Mauro Gentilini (della rete di Roma)

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