Seminari 2013

Seminario nord est 12 Maggio 2013

 

Convento Servi di Maria – Isola Vicentina

Senza memoria c’è futuro? Quale solidarietà?

– Relazione di Michele Nardelli, si occupa di cooperazione da più di 20 anni, è stato tra i fondatori dell’Osservatorio Balani e Caucaso, presidente Centro per la Pace di Trento e coautore del libro Darsi il tempo, EMI; attualmente è consigliere provinciale a Trento.

– Confronto e interventi dei partecipanti

– Intervento preordinato di Emilia Ceolan, Movimento Laici America Latina

“…in questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio” Zanzotto

Michele Nardelli ci conduce a trovare le radici del nostro presente nell’analisi di eventi del ‘900 attraverso una indagine sul senso della cooperazione e il significato di parole come  Pace e Diritti Umani: cosa trasmettono oggi queste parole? Parole banalizzate e svuotate di significato (in nome della pace si fanno le guerre…).

Sono qui riportate alcune osservazioni espresse nella relazione e negli interventi dei partecipanti.

Per quanto riguarda la parola PACE, Nardelli cita anche alcuni versi del poeta francese Rimbaud, in cui  il ‘900 è definito “il tempo degli assassini”:

$1-         Le guerre del ‘900 hanno causato un numero di vittime tre volte superiore al numero di  morti di tutte le guerre di tutti i secoli precedenti: i sistemi della produzione industriale di massa sono stati applicati alla guerra causando “morti di massa”. Si riflette poco su cosa è accaduto nel ‘900: la Shoah, i Gulag, Auschwitz e la Kolima…

$1-         Le nuove guerre nascono dalla convinzione che “il nostro stile di vita non è negoziabile”, sono guerre per il possesso non solo del petrolio, ma anche  dell’acqua, della terra… della vita.

$1-         Oggi non sono tanto gli eserciti che si combattono tra loro, le guerre si accaniscono contro i civili, contro le città (“urbicidio”), i luoghi della civiltà e della cultura.  Esempio emblematico furono i bombardamenti e l’assedio di Sarajevo città che rappresenta l’incrocio tra Oriente e Occidente. Con l’assedio e il bombardamento di Sarajevo si voleva minare l’idea di un’Europa dell’incontro e delle differenze (vale lo stesso per Baghdad e Timbuctù). Cancellare Sarajevo voleva dire cancellare la sua storia e la cultura islamica: in poche città si trovano chiese cattoliche, ortodosse, moschee e sinagoghe insieme come a Sarajevo.  Anche le mafie si accaniscono contro le culture.

$1-         Vi sono inoltre lati incomprensibili della guerra, una “banalità del male” che accomuna criminali e vittime. E’ facile dare giudizi quando non si è coinvolti. Purtroppo nel coinvolgimento scatta anche una forma di “felicità della guerra”, del massacro, talvolta anche come forma di autodifesa. Ciascuno di noi è al tempo stesso vittima e carnefice. Tutti dobbiamo darci una regolata perché non possiamo scaricarci ‘contro’. L’impegno per la pace non può esaurirsi nel partecipare a manifestazioni, bisogna indagare sull’aggressività e sulla solitudine alla radice dell’amore per la guerra.

$1-         E’ necessario procedere alla elaborazione del conflitto: anche la Cooperazione internazionale insegue l’emergenza ma non si cura della difficile elaborazione del conflitto. Non possiamo rimuovere il problema immaginando che l’assenza di guerra sia pace. La riconciliazione è un problema complesso, poche esperienze nel mondo (si veda quella in Sud Africa): costruire una narrazione condivisa di quanto è accaduto è molto difficile.

$1-         Gli aiuti allo sviluppo sono forme di neocolonialismo. Spesso gli aiuti ai “paesi poveri” sono interventi che portano vantaggi ai paesi che li offrono e alla loro economia: è la banalità del bene, un modo per riappropriarsi degli investimenti definiti “aiuto allo sviluppo”.

$1-         La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) fu un compromesso tra il capitale e il lavoro, in effetti i 4/5 della popolazione mondiale non erano rappresentati. Ora la situazione è cambiata, basti pensare ai BRIC (Brasile, India, Cina). “Diritti umani”: termine da riconsiderare; bisogna interrogarsi sull’esigibilità dei diritti, alcunidiritti che diamo scontati per noi, entrano in conflitto con i bisogni di altri popoli.

$1-         Pacifismo e cooperazione sono in crisi. E’ necessario cambiare il nostro sguardo sul mondo e fermarsi a capire i processi di trasformazione: non rincorrere le emergenze, ma capire, conoscere, costruire relazioni, “fare insieme” non semplicemente “aiutare”. E necessario superare la logica del “proiettificio”, del “benefattore” e del “beneficato”.

$1-         Non c’è una divisione geografica tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati, un Nord dove i diritti sono assicurati e un Sud sottosviluppato. In ogni luogo o paese esistono aree e situazioni di sviluppo e sottosviluppo contemporaneamente. Non paesi poveri, ma paesi “impoveriti”. Gli aiuti allo sviluppo sono la forma del neocolonialismo che impone modelli di sviluppo nostri.

$1-         Osservando “le primavere arabe” abbiamo imparato che l’Islam politico non è fondamentalismo, ma la messa in discussione del colonialismo. Concetto non si stato ma di “bene comune”.

$1-         L’autogoverno fa parte del concetto di “decrescita” (nel limite è la misura del futuro) e di autonomia di pensiero. Come pretendere autonomia, quando noi stessi  non siamo autonomi?

$1-         Rapporto tra autogoverno e indipendenza: la parola chiave dei diritti umani è “autodeterminazione”: rivendicazione di autogoverno piuttosto che indipendenza. Non la creazione di nuovi confini, ma autogoverno cioè superamento dell’idea di stato nazione (v. 1 gennaio 1994: Chiapas).

$1-         Capacità di reinventare i diritti:  proposta di dichiarare il Kosovo “prima regione europea”. Pensare all’idea di “cittadinanza mediterranea”: le culture che si sono scontrate sono state la linfa che ha alimentato la nostra civiltà. Per cui è necessario superare il concetto di “aiuto” per recuperare il concetto di “fare insieme”, spendere tempo per conoscersi, sedersi e prendere il caffé insieme per conoscersi reciprocamente.

$1-         Necessità di superare gli stereotipi (es. gli africani sono tutti poveri). Valido il concetto di  ‘restituzione’.

Alcune conclusioni:

$1-         Siamo immersi in una trasformazione rapidissima: è necessario modificare il nostro sguardo: guardare dal di dentro e dal di fuori. Guardare la mia terra con occhi diversi. Non tentare di dare risposte “nostre” ai bisogni altrui, ma al bisogno di relazione e interdipendenza. Fermarsi a capire quello che accadrà, non rincorrere i programmi (intercettazione di bandi per la cooperazione che si inseriscono nel processo di finanziarizzazione).

$1-         Due le dimensioni che contano oggi, quella sopranazionale e quella territoriale. Mettere in relazione il proprio territorio con il resto del mondo.  Privilegiare la lettura del “nostro mondo”;  approfondire il tema di “modificare qua”.

$1-         La crisi dei partiti nasce dalla crisi dello stato nazionale: si può pensare a una struttura sovranazionale che però valorizzi l’autonomia territoriale.

$1-         La cooperazione passa attraverso la conoscenza reciproca Cooperazione come costruzione di relazioni, invece di rincorrere l’efficienza degli aiuti offerti con i nostri criteri.

$1-         Lo stato centralista ha prodotto la burocrazia. Recuperare una “politica locale”. Riprendere il nostro territorio. Necessario recuperare il presente recuperando le  radici della tradizione e  forme di auto-organizzazione del territorio.

$1-         Recuperare le regole di come nel passato veniva “curato” il territorio

$1-         Sostenere la formazione delle classi dirigenti. Approfondire l’idea di “buen vivir”, transizione o decrescita.

$1-         Sostenere la cultura e la bellezza e quindi: guardiamoci in casa, abbiamo bisogno di contribuire alla formazione delle nostre classi dirigenti. Investire in cultura e nelle classi dirigenti.

Emilia Ceolan

Insiste anche lei sulla necessità di riflettere e investire nelle relazioni: senza conoscere profondamente, non si può intervenire nella realtà. E necessario un rapporto di “reciprocità”.

Sostegno dell’educazione popolare, non con progetti proposti o imposti, ma seguendo i processi che stanno avvenendo e tenendo conto dei cambiamenti che nei decenni sono avvenuti.

Libri citati che possono essere utili :

M.Cereghin, M.Nardelli, Darsi il tempo, ed. EMI

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi

Samir Kassim, L’infelicità araba, Einaudi

Pagine a cura di Mariarosa,  Sandra e Marianita.

Seminario centro sud 4 Maggio 2013

 

Chiesa della Sanità – Napoli

La solidarietà è rete

Sabato 4 maggio 2013 si è svolto, nel rione Sanità di Napoli, il seminario della Rete Radia Resh del centro-sud. Non parlo più di centro-sud-ovest, perché la prima grande cosa bella di questo seminario è stato il contattare gli amici della Puglia e percepire in loro la grande gioia di sentirci e di partecipare. Eravamo presenti: Angela e Radj da Polignano; la rete di Salerno con Margherita, Giovanni, Anna, Luigi, Lucia, Gabriella e Gennaro (referenti del percorso in Nicaragua) e Lella, amica del percorso che la rete con altre realtà salernitane; la rete di Napoli/Pozzuoli con Teresa, Carla, Mariella, Pina, Franco, l’amico Eugenio, presidente del MEIC di Pozzuoli che cammina con la rete e la fondatrice Ada, non presente fisicamente, perché la salute non le permette più di muoversi, ma con lo spirito, il cuore ed una bellissima lettera che allego; Ermanno di Pratella(CE), vecchio amico della Rete; la rete di Roma con Anissa, Mauro, Angelo e Raffaella; la rete di Cagliari con Pierpaolo e due sue amiche di Ponticelli; Silvana, Vincenzo e Felicetta amici della comunità di Michea e naturalmente il nostro ospite Alex Zanotelli. Ci siamo incontrati ed accolti con grande entusiasmo condito da caffè salernitano e sfogliatelle napoletane. Accomodatici in cerchio nella stanza dove ogni terza domenica del mese la comunità di Michea si incontra con la Parola di Dio e la spiritualità concreta di Alex Zanotelli, ci siamo presentati raccontando anche un po’ delle varie reti locali e a Mauro Gentilini abbiamo lasciato la narrazione della storia della Rete, per gli amici ospiti ma anche per tutti noi, la memoria delle figure ispiratrici ravviva le motivazioni dei nostri percorsi. In questo ci ha aiutati anche Pierpaolo che ha suddiviso la storia della Rete in tre periodi. Introduco, quindi, il tema del seminario: la Rete l’anno prossimo compirà cinquant’anni e vuole approfittare di quest’occasione non per autocelebrarsi ma per trasformare la memoria in strumento di riflessione sul senso e sul come fare solidarietà oggi e domani, e vuole farlo in un percorso, dai seminari al convegno 2014, di confronto interno ed esterno. La parola quindi ad Alex che, dopo il suo affettuoso buongiorno di benvenuto e il ringraziamento per quanto fatto dalla Rete in questi anni, in particolare anche per Korogocho, ci ha subito lanciato una domanda per la nostra riflessione pomeridiana: “Come mai la Rete si è sviluppata soprattutto al Nord? Perché al Sud abbiamo più difficoltà a metterci insieme, mentre saremmo quelli che ne avremmo maggiormente bisogno, soprattutto in questo momento in cui è soprattutto il Sud a vivere la crisi?”.  Quindi ci ha fornito due presupposti fondamentali per parlare di solidarietà.

$1-         IL MISTERO. Tutto ciò che facciamo deve fondarsi su un valore, per i credenti può essere il trascendente, l’amore, per i non credenti l’ideale; l’uomo è essenzialmente anche un animale religioso e quindi non può resistere, soprattutto in questo mondo attuale, senza una mistica.

$1-         L’indispensabilità di leggere e conoscere il contesto in cui viviamo e verso cosa stiamo andando: la finanza ha preso il sopravvento sull’economia con un conseguente scollamento  tra economia reale ed economia virtuale; siamo, purtroppo tutti, inseriti in un sistema (o’ sistema) che permette ai pochi ricchi di avere sempre più e questo sistema è protetto dalle armi (in particolare l’atomica) e pesa sul pianeta con conseguente crisi ecologica; andiamo verso l’uso sempre più ampio delle BIOMASSE, gli scienziati potranno sempre più riprodurre tutto, vita compresa, in modo artificiale; ci troviamo quindi  di fronte ad una grave crisi antropologica.

Alex continua la sua riflessione rispondendo alle domande traccia del seminario. Parte, naturalmente, dal gruppo “quale solidarietà oggi”. Prima di tutto ci esorta ad eliminare dal nostro linguaggio parole come “sud del mondo” non esiste più un sud e un nord, siamo un unico mondo in difficoltà e quindi la solidarietà va pensata globalmente, siamo tutti strettamente interdipendenti, gli egoismi vissuti nell’occidente hanno avuto ed hanno i loro effetti nei paesi impoveriti ma ormai si ripercuotono anche su di noi. Per evitare una solidarietà assistenzialista bisogna fare una seria critica alla cooperazione fatta finora, alla missionarietà e porre come fondamento il camminare con chi ha bisogno e l’esserci dentro. Essere consapevoli che nonostante i nostri sforzi siamo tutti immersi in questo sistema macroeconomico sbagliato e che per uscirne realmente c’è bisogno di cambiamenti radicali. I bisogni delle persone non giustificano qualsiasi modo di raccolta fondi, è dura ma bisogna saper dire di no, perché è molto facile essere comprati…  E’ fondamentale che mentre i nostri referenti lavorano nei paesi impoveriti, noi, qui, agiamo sulle strutture che producono povertà, ma ancora non riusciamo ad incidere, ancora non riusciamo a praticare questo tipo di solidarietà. Così, per rispondere alle esigenze delle comunità marginali, soprattutto di stranieri, esistenti nelle nostre città, dobbiamo agire perché salti la legislazione italiana: Turco-Iervolino, Bossi-Fini, decreti Maroni. Altro aspetto fondamentale della solidarietà oggi è educare alla solidarietà, intervenire nelle scuole e nella cultura, per l’impegno politico Alex ci propone di avere un sogno, per lui come credente è quello di Dio che desidera per noi un economia di condivisione e di equità e questo presuppone una politica con la P maiuscola, i partiti devono essere nostri interlocutori, ma restarne liberi. Il nostro impegno politico deve essere quello di premere sulle istituzioni creando reti e cittadinanza attiva attraverso l’informazione e la coscientizzazione. Riguardo la guerra e le spese militari Alex ci fa una proposta concreta: promuovere, a partire da noi, una campagna di uscita dalle banche con lettera di motivazione. Le iniziative finora promosse non riescono a decollare, forse la Rete potrebbe essere il motore giusto. Rispetto alle altre associazioni, della rete Lilliput non è rimasto quasi niente: protagonismi, personalismi e carrierismi ne hanno impedito lo sviluppo, la RRR invece ancora  resiste e dobbiamo essere noi ad aiutare a fare rete, perché la strada della RRR è quella giusta, ma il momento è più duro e la sfida più difficile e in questo può aiutare proprio la memoria. Dopo una necessaria sgranchita di gambe e sorso di caffè passiamo alla chiacchierata con Gabriella e Gennaro, la chiamo chiacchierata perché proprio loro ci hanno chiesto di condividere in questo modo la loro esperienza di solidarietà in Nicaragua. E così è statofin dalla parola “progetto”. Gabriella e Gennaro contestano questo termine perché dalla loro esperienza hanno imparato che, mentre un progetto ha una meta e quindi una fine, la solidarietà è un percorso, uno stare lì ad ascoltare e pazientare. Sollecitare la crescita di una comunità assecondando anche i passi indietro, esprimendo il proprio disappunto, esortando, ma senza sostituirsi: percorso duro ma che hanno scoperto essenziale, mettendolo continuamente a vaglio critico, ci dicono, per questo, loro non se la sentono di poter rispondere alle nostre domande traccia, perché non c’è una via, una verità, ma è camminare insieme. Anche essi però come Alex, ritengono che il fare “rete” sia indispensabile. Sulla parola “progetto” c’è stato confronto, in particolare con  Anissa perché forse per la rete la parola ha un po’ il significato di percorso, mentre Gabriella e Gennaro hanno presente, per esperienza, i progetti delle ONG. Ma c’è un altro aspetto da considerare e cioè le situazioni diverse in cui ci si ritrova ogni volta. Quando Anissa, ad esempio, ha detto che la rete cerca di realizzare progetti richiesti dalle comunità, G&G ci hanno spiegato che nella loro situazione questo non accade, perché non sono ancora comunità, sono persone strappate dalla loro realtà, senza storia e tradizione. Da qui sono venuti due aspetti importanti della solidarietà: l’ascolto e la storia del popolo. Per questo Radj suggeriva che forse per fare comunità bisognerebbe pensare sin dal primo momento ad aiutare le persone a scoprire la propria storia e la propria cultura, quindi l’istruzione. A questo punto Giovanni di Salerno ha voluto introdurre un aspetto importante per lui e cioè che per fare solidarietà oggi bisogna essere e rendere consapevoli tutti, che ciò che ci sta succedendo oggi è un piano, e ce ne sono le prove, progettato e messo in atto da tempo da una regia che ha nomi e cognomi. Abbiamo interrotto questa riflessione perché il tema è molto importante e una pausa ai lavori era ormai necessaria. Segue una meravigliosa pausa pranzo. Meravigliosa per la convivialità e per la genuinità sia dello stare insieme che del cibo. In piedi, a buffet, in un’altra stanzetta della Basilica di Santa Maria della Sanità o Convento del Monacone, abbiamo gustato un gateaux di patate salernitano; dal casertano pane casereccio, formaggio, fave e vino; pizza e taralli napoletani; una torta e una crostata deliziosa da Salerno; acqua del rubinetto e nessun rifiuto di plastica, tutto con il modico contributo di 5€ a testa. Era così bello quel modo di mangiare e dialogare insieme, che non è stato facile rimetterci a sedere e riprendere i lavori. I lavori si sono riaperti dalla domanda che Alex ci ha lanciato all’inizio: “perché la rete si è sviluppata soprattutto al Nord e non al Sud dove ce ne sarebbe più bisogno?”. Qui è subito intervenuta Angela di Polignano, dove la rete da tempo non ha contatti col nazionale ma vive delle importantissime esperienze di solidarietà nel territorio con lo spirito della rete. Angela ha esplicitamente detto che il loro allontanamento è stato dovuto alla costatazione di una forte diversità tra la rete del nord e quella del sud, perché diverse sono le due realtà e da parte del nord non c’è stato ascolto e quindi difficoltà di comprensione di questa differenza: i giovani del sud senza lavoro, non potevano e non possono oggi ancor più, fare l’autotassazione per progetti fuori dal proprio territorio in difficoltà e si aspettavano che le reti del nord avessero aiutato ad essere RRR in un altro modo. È mancata la solidarietà all’interno della rete. Gli interventi a seguire sono stati molto vicini a questo argomento, si è visto che anche altre esperienze di solidarietà sono in difficoltà perché manca l’amicizia nel gruppo, nel territorio. L’amica Lella, dell’associazione Paideia di Salerno, aderente al MoVI, ci esortava ad intraprendere e/o ad intensificare questa riflessione che stiamo facendo in vista del convegno del 2014,  immediatamente con le altre realtà che sul territorio stanno facendo lo stesso: purtroppo questo lavoro di rete sul territorio risulta più difficile del tessere relazioni con una comunità lontana, ma è necessario per il qui e il là. Da qui proposte concrete di costruire reti e comunità, Alex insiste che il futuro del mondo (e della Chiesa) saranno piccole comunità che tentano di vivere un’economia sempre più distaccata dal sistema e che quindi testimoniano che si può vivere fuori da questo sistema. Questa è stata anche la risposta al tema introdotto da Giovanni a fine mattinata, da più voci è emersa la pericolosità di parlare di questa regia, che, perché incomprensibile, può indurre alla rassegnazione, mentre testimonianze di vita altra e di boicottaggi possono costruire speranza e reazione. Passando al tema dei giovani, del perché non sono nella Rete, anche qui abbiamo rilevato mancanza di ascolto delle nuove generazioni. Abbiamo riflettuto sul nostro modo di svolgere i coordinamenti e i convegni, molto spesso avviamo i lavori senza tener conto che ci sono nuovi amici e usando un linguaggio un po’ chiuso, forse temendo di essere contaminati da altro. Alex ha voluto salutarci con la lettura dei primi cinque versetti del cap. 21 dell’Apocalisse (seconda lettura della liturgia della domenica successiva) invitandoci a leggere e vedere cieli e terre nuove qui e non nell’aldilà, cieli e terre nuove che si realizzeranno se noi lo vogliamo e attraverso le nostre scelte. Quindi la recita del Padre Nostro tenendoci per mano e attraverso quelle mani una scossa di energia e di incoraggiamento per il prosieguo del nostro cammino. Credo che il seminario sia già stato un’esperienza viva di solidarietà, un’occasione per il sud di ritessere rapporti, quante telefonate con Teresa e i contatti ripresi con gli amici pugliesi, è nato il desiderio di rivederci quest’estate e cercare di tessere un percorso di amicizia e di Rete del sud. Ringrazio per questo chi, in particolare Anissa e Pierpaolo, ha spinto perché il seminario si facesse tra Napoli e Salerno. All’inizio ci sembrava impossibile, ma la temerarietà ci ha permesso di vivere un’esperienza che lascerà segni e frutti in ognuno di noi.

Con affetto

Lucia Capriglione

Seminario nord ovest 12 Maggio 2013

 

Genova, c/o Comunità di San Benedetto al Porto

Ore 9,30-10,00 accoglienza con focaccia genovese, tè e succhi di frutta. Alle 10,00 cominciamo i lavori, sono presenti le reti di: Genova Sergio F, Armando S. ed altri amici; Quarrata: Antonio, Sergio, Mariella, Patrizia; Pisa/Viareggio: Franca Rosa, Giusi, Giorgio G, Claudio, Angela, Rosita, Enrica, Giorgio M, Teresita; Piacenza: Teresa; Torino: Maddalena, Maria, Francesco, Barbara; Alessandria: M. Teresa, Gigi, Mario;Casale: Roberto, Piera, Claudio, Jennifer, Paolo, Beppe, Mariachiara, Cristiana; Milano: Irene, Gloria, Dino, Liviana, Silvia, Maurizia; Saronno:Daniela, Giulia, Alessandra. M. Teresa introduce. Prima delle ore 13 avremo la testimonianza di un rappresentante della Comunità di San Benedetto al Porto, che ci ospita, don Gallo è appena rientrato dall’ospedale dove è stato ricoverato per cure e accertamenti, chi desidera potrà incontrarlo durante la celebrazione alle ore 12, in Parrocchia (è il nostro ultimo incontro!). Ogni rete racconta la propria storia (a disposizione un verbale dettagliato). ALLE ORE 12, CI RAGGIUNGE MARCO DELLA COMUNITA’. Don Gallo è a casa e sta meglio (purtroppo poi ci lascerà). La Comunità ha 45 anni di storia: nasce in seguito all’allontanamento di don Andrea dalla parrocchia del Carmine, dove non era ben accetto dal ceto “borghese”, le parole del Vangelo venivano lette e commentate, durante la Messa, affiancate ai fatti quotidiani raccontati sui giornali. Nonostante buona parte del quartiere fosse sceso in piazza, don Gallo deve lasciare, viene accolto dal parroco della parrocchia di San Benedetto al Porto e questo diventa il quartier generale della futura Comunità, perché don Andrea, riceve e accoglie chi con i suoi problemi bussa alla sua porta. Negli anni ’80 era forte il problema della tossicodipendenza e la comunità si specializza su questo aspetto, ma non trascura le altre sofferenze e povertà, compresa la tratta umana e i rifugiati politici. Le persone accolte vengono subito reinserite nel territorio e fanno percorsi che li aiutano a reintrodursi nel tessuto sociale. I finanziamenti arrivano dalle rette delle ASL, dalle Regioni e dal lavoro di tutti all’interno dei diversi progetti di recupero, dall’autogestione (falegnameria, legatoria, prodotti delle terre tolte alla mafia) e anche da donazioni di privati o fondazioni. Oggi sono cambiati gli utenti, sono cambiate le dipendenze, oltre alle nuove droghe sintetiche c’è la dipendenza da gioco d’azzardo, l’alcolismo è più diffuso e grave. La costruzione di Comunità di riferimento è la sfida per il futuro della Solidarietà.

I gruppi

Al pomeriggio si formano i gruppi: in uno viene affrontato in particolare il tema della scuola come luogo di trasmissione di valori e dal quale partire per educare alla solidarietà. La Rete di Saronno ha presentato il progetto nato attraverso Waldemar Boff a Petropolis, in Brasile, a seguito dell’esperienza di Giulia la quale ha trascorso alcuni mesi presso la comunità Agua Doçe nella Baixada Fluminense (una delle favelas più grandi del Brasile) lavorando come volontaria in uno degli asili nido della comunità. Il progetto ha visto il coinvolgimento di circa 200 bambini di scuole materne e asili nido del comune di Saronno. È stato creato uno scambio di “informazioni”, un dialogo, con i bimbi di Petropolis sviluppando alcuni temi legati al contesto sociale, ma anche ai loro sogni per un vivere migliore, attraverso disegni colorati e pensieri. Siamo rimasti particolarmente colpiti dai disegni dei bimbi brasiliani di 2 e 3 anni i quali, con tratti semplicissimi, riuscivano ad esprimere il loro disagio di fronte ad una realtà dura, ove erano rappresentate scene di violenza, di uso di armi, rapine, guerra di strada. Quale rapporto con le istituzioni e con la politica in Brasile? Come rendere le operazioni autosufficienti? Esistono realtà (es. cultura e sanità), che difficilmente potranno raggiungere tale obiettivo. Che fare? La nostra riflessione si è rivolta al bisogno fondamentale di “educare” i ragazzi alla solidarietà partendo proprio dalla scuola, portando testimonianze, esempi concreti, conoscenza. Dino, dell’Associazione Bottasini di Carugate, ha raccontato la sua esperienza nelle scuole. Dino e Gloria seguono da più di 30 anni piccole comunità del Nicaragua (RRR sostiene uno dei loro progetti in Nicaragua, ad El Bonete), e ogni anno si recano in Nicaragua per portare avanti i progetti. Nelle scuole portano la loro testimonianza di vita (v. progetto allegato). Dino aggiunge che il loro sostegno comprende anche la parte formativa dei ragazzi che vengono seguiti fino all’università, con l’impegno di tornare nel villaggio per insegnare o lavorare. Viene messo in evidenza, invece, il programma di Waldemar Boff il cui obiettivo è quello di trasferire i nidi e le materne, una volta partito il progetto, direttamente al comune. Attualmente ci sono delle difficoltà oggettive e molti nidi stanno chiudendo. Viene affrontato un altro aspetto, quello della “invasione culturale”: spesso noi vogliamo portare la nostra idea ed imporla come prerogativa e scelta migliore, senza invece essere capaci di ascoltare i bisogni reali. Si discute sull’importanza di fare delle scelte consapevoli (ad es. ecologiche). Si parla dell’importanza dei beni comuni. Come sensibilizzare le singole comunità? Dino espone come esempio quello del collettivo delle donne ceramiste del Nicaragua. Continua la produzione dei filtri di terracotta anche se spesso vengono utilizzati filtri di plastica, sono meno costosi e non si rompono. Mentre i filtri di terracotta hanno una capacità elevata di filtrare e potabilizzare l’acqua. Il mercato prevale sul bene comune? Nel secondo gruppo si discute sull’evoluzione dei rapporti con il terzo mondo: NORD e SUD sono due categorie non più geografiche. La rete è nata prima di tutto cercando di dare una solidarietà politica, ma questa ha creato fratture in passato (esempio palestinese o brasiliano in cui nel primo caso c’era chi sosteneva che si aiutavano i terroristi e nel secondo chi metteva in dubbio la giustizia dell’occupazione delle terre da parte dei Sem Terra). Riportiamo di seguito alcune riflessioni, sono talvolta parole d’ordine o concetti su cui meditare. C’è sempre un Sud del mondo : “Nord e Sud” sono concetti che si vivono anche tra quartieri di una stessa città . Ci domandiamo se oggi stia vincendo la sfida liberista rispetto a quella socialista. La ricchezza che viene dall’alto è vera ricchezza? I poveri potranno attingerne? (riferimento al Brasile) Proposta: creare reti internazionali, senza divisioni tra nord e sud, sforziamoci di trovare le cose che ci accomunano per lanciare una RRR di respiro internazionale. Ciò a partire dal nostro piccolo,con l’aiuto reciproco. Un’internazionale di reti potrebbe essere una forza nella lotta per aiutare chi non ha diritti a causa del nostro stile di vita (esempio recente del dramma in Bangladesh). La gente solidarizza quando diventa povera, non quando si arricchisce, chi emigra cerca di scappare dalla sua situazione “del SUD”; lo Sguardo Internazionale è uno strumento per smettere di chiamarci nord e sud. Il linguaggio non è neutrale: educa o diseduca. Cos’è la solidarietà? Ha una moltitudine di significati, quali le attribuiamo? Può essere affrontata con molte modalità, quali scegliamo? Quanto agiamo nelle strutture che portano alla povertà nel mondo? E’ necessario un ricambio generazionale per avere letture diverse e per uscire dai recinti e aprirsi. Come fare a comunicare con i giovani? Che linguaggio usare? Sono problemi che dobbiamo porci nella nostra quotidianità, sempre con la prospettiva di questo cambiamento che sta avvenendo. Proposta: riprendere seminari e pratiche con i giovani Mandare i giovani a fare esperienze internazionali è importante perché capiscano come camminare “con” gli altri conoscendo di persona i valori culturali. Il volontariato dev’essere dunque CON e non PER gli altri. Ora ci sono nuove povertà (alto tasso di disoccupazione per esempio) e molte realtà della rete sembra ne abbiano preso coscienza. Dunque, come bisogna pensare la Rete oggi? Tenendo conto della moltitudine di povertà come si deve muovere la rete e con chi deve collaborare? Chiediamoci sempre se togliamo o diamo speranza quando costruiamo un progetto, ciò deve esser alla base delle scelte di ogni rete e di ogni persona. Stiamo facendo discorsi un po troppo “ intellettualoidi” sui progetti, politici e non, ma teniamo conto che noi non siamo i Migliori: cerchiamo di essere inclusivi e aperti con le altre realtà di solidarietà. Prudenza però nell’aggiunta di nuovi progetti: non allarghiamoci troppo Noi abbiamo componente razionale ma anche emozionale, ed è proprio quest’ultima che smuove la gente. Se sentiamo vicina la povertà dobbiamo tenerne conto. I nostri progetti sono il sangue del movimento e noi non siamo assolutamente fermi: siamo nati nell’ottica nord-sud quindi evidenziamo il valore che ha marcato la nostra società. Uniamo progettualità e formazione: abbiamo chiuso molti progetti perché ritenuti meno importanti rispetto ad altri e questo è da evitare. Solidarietà significa che quando ci è chiesto un aiuto si fa fare anche a chi ce lo ha richiesto. Non dobbiamo giudicare ma criticare. Ogni azione che si fa incide, spesso gli aiuti di cooperazione fanno danno, ecco perché è essenziale una buona analisi politica. Qualsiasi cosa che facciamo qui o lì deve avere una stessa valenza politica. Importantissimo il tema della Restituzione: quanto dobbiamo a coloro a cui abbiamo tolto per permetterci lo stile di vita che abbiamo? Impariamo a lasciare alcune cose (ad esempio l’idea di proprietà privata), togliamoci le zavorre inutili per tirar fuori il meglio. Ricordiamo che il significato di economia è buona gestione della casa.

Seminario centro sud est 12 Maggio 2013

Senza memoria c’è futuro? Quale solidarietà?

Sono presenti: venti tra aderenti e simpatizzanti delle reti di Pescara e Macerata. Sulla Solidarietà ha relazionato padre Alberto Panichella dicendo che essa non deve essere confusa con l’assistenzialismo. Certamente, di fronte all’emergenza umanitaria di chi muore di fame o di malattie è necessario intervenire, ma l’assistenzialismo provoca assuefazione,  rassegnazione, dipendenza, toglie la voglia di lavorare, di migliorare le proprie condizioni e crea mendicanti di comodo. Ne sono esempio  gli africani che il colonialismo bianco ha reso tali : un nero che vede un bianco, tende inevitabilmente la mano in quanto  per lui bianco vuol dire soldi. Panichella parla di due tipi di solidarietà: liberatrice ed equitativa. La prima è quella che libera gli oppressi, secondo il messaggio di Cristo, facendo loro prendere coscienza delle proprie potenzialità capaci di realizzare una società nuova, basata su un diverso modello di sviluppo non più capitalistico, ma collettivistico e contrario al Dio Mercato. La società cambia attraverso la vera conversione, prima di tutto del cuore, che fa riconoscere all’uomo i peccati sociali di cui è complice, poi delle strutture collettive.   Pertanto gli aiuti devono essere usati per educare inducendo le coscienze assopite a svegliarsi, a cambiare punto di vista, ad autogestirsi e, così, cambiare il sistema ingiusto. La rivoluzione pacifica brasiliana testimonia che quanto detto prima si può fare ed in Brasile un ruolo importate al cambiamento è stato svolto dalla Chiesa Profetica, dai Teologi della Liberazione, dalle Comunità Ecclesiali di base che si sono date l’obiettivo di formare culturalmente la gente e prepararla al cambiamento che parte dagli stessi oppressi e non dal di fuori, evitando il conservatorismo e  l’assistenzialismo, evitando di idealizzare la povertà come condizione unica per meritare il Paradiso, mal interpretando il Discorso sulle Beatitudini di Cristo, a volte strumentalizzato proprio da alcuni religiosi. La solidarietà equitativa, per capire la quale bisogna pensare alla comunione dei beni dei primi cristiani,  è essenzialmente risarcitoria perché serve a devolvere a chi ha meno il nostro di più, razionalizzando che noi, mondo sviluppato, abbiamo tolto agli altri risorse, impoverendoli. Inoltre quest’ ultimo tipo di solidarietà ci permette di apprezzare differenti culture, differenti creatività, altri modi di ospitalità, di arte, di letteratura,  cercando di farci perdonare dei danni fatti. Il secondo intervento è stato quello di Silvano Fazi sull’Associazionismo  che negli anni ‘90 ha avuto una grossa espansione nella consapevolezza dell’ingiustizia. Sono nati il Commercio Equo Solidale, il Movimento per la Palestina,  la Tavola della Pace, il Comitato per l’Acqua e tante altre associazioni che hanno fatto aumentare la consapevolezza che solo associandosi è possibile cambiare le cose e prendere coscienza che la nostra concezione di società molto spesso è sbagliata, ha imposto il concetto di sudditanza, ha progressivamente consumato risorse mentre abbiamo molto da imparare da quelli che riteniamo inferiori o arretrati. Dobbiamo avere la consapevolezza e l’umiltà di riconoscere che facciamo quello che possiamo, senza cadere nella sensazione dell’innopotenza o nella disperazione di non sapere che fare per eliminare l’ingiustizia. Infine il terzo intervento di Silvio Profico sul tema del Populismo è partito dalla considerazione che oggi le piazze della politica sono vuote, mentre quelle religiose sono piene, anche grazie all’intuizione di Papa Francesco a dichiararsi Vescovo di Roma, non più Sovrano, ma uomo che può sbagliare, che ha bisogno di aiuto, e che democraticamente vuole condividere decisioni e responsabilità. Il male gravissimo della personalizzazione della politica ha provocato narcisismo, mancanza propositiva, indignazione senza impegno, sconfitta dei movimenti e della società civile, astensionismo dilagante, non valori e conseguente disastro etico, sociale e politico,  predominio dell’economia sulla società, lavoro e giovani in crisi, Europa troppo ripiegata su sé stessa, non completata, senza un ruolo mondiale. Cosa proporre allora?

·        Si all’indignazione ma con l’impegno di farsi carico dei problemi del Paese

·        Si ai valori irrinunciabili quali la solidarietà, la giustizia, la pace

·        Si alla sovranità dei consumatori, dei risparmiatori, degli investitori (Banca Etica)

·        Si alla politica dei Beni Comuni

·        Si alla cittadinanza attiva

·        Si all’alternanza di governo

·        Si alla gradualità di obiettivi da raggiungere

·        No ai collateralismi con cui si vogliono trasformare i movimenti in partiti politici

·        No ai velleitarismi (Ingroia)

·        No al Web inteso come unico mezzo di comunicazione

·        No al minoritarismo di nicchia

·        Viva il noi, abbasso l’io

L’augurio finale è stato quello di rivedere i cittadini  prendere parte attiva all’amministrazione della cosa pubblica non per protagonismo, ma per partecipare con impegno comunitario  all’esercizio della giustizia, della libertà, della democrazia.

Alle ore 14.00, esauriti gli argomenti all’ordine del giorno, la seduta è stata tolta per consumare insieme un pranzo la cui preparazione è stata  curata dai  partecipanti nello spirito comunitario che ha ispirato tutto l’incontro. 

Maria Cristina Angeletti

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