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Israele in crisi

Netanyahu si arrende: nessuno lo vuole accanto
Getta la spugna Benyamin Netanyahu: il premier israeliano rinuncia a formare un governo, dopo aver mancato la maggioranza assoluta alle recenti elezioni, lasciando campo libero al rivale Benny Gantz, leader del Blu e Bianco. Il presidente Reuven Rivlin, come riportato da Time of Israel, ha infatti fatto sapere che, a breve affiderà l’incarico all’ex capo di Stato maggiore delle Forze armate che avrà 28 giorni di trattative per trovare una maggioranza di governo.

Uno smacco nel giorno del 70esimo compleanno del quasi ex leader, anche per il Likud, partito che vince ma ormai non convince. Crisi delle destra integralista ebraica dal gennaio scorso. Lo scontro sulla leva obbligatoria anche per gli ebrei ortodossi, esentati per legge per motivi religiosi e per interessi elettorali di Netanyahu. Da allora Israele non ha più avuto un governo. Ad aprile Netanyahu aveva ottenuto la maggioranza relativa per pochi voti, ma senza riuscire a formare una maggioranza di centrodestra. Nuove elezioni a settembre, la quarte in due anni, e il Likud non era più il primo partito.

Niente governo di centrodestra con dentro i partiti religiosi e quasi certo incarico a Gantz. Ago della bilancia sarà il Likud, quella parte di partito che sta manifestando malumori contro Netanyahu. O il via libera del Likud a Gantz, o lo spettro di quinte elezioni a rischi di stabilità democratica. Gantz proverà ad evocare questo spettro per premere sulla necessità di dare, dopo quasi un anno, un nuovo governo ad Israele che ha forse superato il contagio del coronavirus ma non quello del nazionalismo confessionale spesso violento nei confronti della popolazione araba.

Per tre giorni, i negoziati tra le fazioni politiche hanno lasciato lo spazio agli attacchi reciproci sulla responsabilità del disastro del monte Meron, in cui giovedì notte 45 fedeli ebrei sono rimasti uccisi schiacciati dalla calca nel corso di una celebrazione religiosa affollata oltre misura. Quesito lacerante: «L’autonomia degli ebrei ultraortodossi è responsabile della strage sul monte Meron?». Erano tutte ultraortodosse le 45 persone morte la settimana scorsa nella calca durante un pellegrinaggio rituale al Monte Meron, nel nord del paese. Al pellegrinaggio hanno partecipato in tutto circa 100mila persone: un numero molto più alto di quello concesso per i raduni pubblici nel paese durante la pandemia.

E in Israele si è tornati a discutere delle estese concessioni e autonomia di cui gode la comunità locale degli ebrei ultraortodossi, i cittadini israeliani che aderiscono alle dottrine più tradizionali e conservatrici dell’ebraismo. Godendo di uno status privilegiato, garantito dalla grande influenza dei partiti che la rappresentano all’interno dei governi di destra guidati da Benjamin Netanyahu. Ancora oggi ricevono generosi sussidi statali e tra i privilegi più contestati, l’esenzione dal servizio di leva, obbligatorio per la stragrande maggioranza degli israeliani.

Al momento è in corso un’inchiesta per individuare le cause della strage. La maggior parte degli ebrei ortodossi presenti ha accusato la polizia di mancanza di controlli, ma nessuno di loro se l’è presa con il governo che aveva autorizzato quel raduno, concedendo di violare le restrizioni per il contenimento del coronavirus in nome dell’autonomia di cui la comunità gode nel paese. «Gli ultraortodossi hanno un’autonomia che non potrebbe esistere senza le risorse e l’acquiescenza dello Stato», ha detto al Washington Post Yoram Bilu, professore emerito di antropologia e psicologia all’Università ebraica di Gerusalemme, riferisce Il Post.

Per i partiti della destra religiosa, l’autonomia e la forza politica degli ‘haredim’ è talmente forte che da sette anni i governi di destra ottengono dalla Corte Suprema la proroga dell’entrata in vigore di una legge del 2014 che obbliga l’esercito a convocare per il servizio di leva anche i giovani ultraortodossi. «Sebbene la leva degli ultraortodossi fosse uno dei temi principali della campagna elettorale dell’aprile 2019, da allora è passato in secondo piano», scriveva un paio di mesi fa il Times of Israel: «ma a un certo punto dovrà essere affrontato». Sempre più persone, soprattutto nei centri metropolitani, tollerano a fatica il fatto che lo stato paghi circa 150mila uomini affinché passino la vita a studiare la Bibbia.

Remocontro 04/05/2021

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