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L’economia  decide il lockdown dei diritti fondamentali

12-12-2020 – di: Gianni Tognoni

Oggi è un giorno qualunque. Il calendario segnala semplicemente che è il “giorno dopo” di una ricorrenza molto significativa: il 10 dicembre di ogni anno è giorno di memoria, e perciò di celebrazione, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che ha avuto ieri il suo 72º compleanno (https://volerelaluna.it/politica/2020/12/11/i-diritti-delluomo-e-la-dichiarazione-universale-del-1948/). Nessuna traccia significativa di “festeggiamenti”, tuttavia, nella cronaca di oggi, che fotografa, come sempre, la normalità di quanto succede nel mondo reale. È stato curioso (o forse no?) ritrovare già nella neutra normalità di una qualsiasi rassegna stampa, sintomi-echi che danno al titolo un’attualità molto “didattica”, che val la pena esplorare, almeno con qualche esempio.

1. “Sembra” che ieri a Bruxelles si sia trovato un accordo europeo sull’approvazione e la gestione del grande pacchetto di miliardi che dovrebbe accompagnare la next generation in un’Europa rinata e aperta al futuro. Il twitter del presidente del Consiglio UE festeggia: «Deal», richiamando un’antica battuta: «del viaggio aveva ricordato tutto, salvo il naufragio». L’accordo ha avuto successo grazie all’aver rimandato (cioè dichiarato non “fondante” per l’Europa) la questione della posizione di Polonia e Ungheria sui diritti fondamentali. Si può aspettare, senza fretta, un giudizio della Corte Europea: i soggetti “umani” di diritti fondamentali per la democrazia di quei paesi (e perciò dell’Europa) non sono “vittime” di una violazione esplicita, indiscutibile nella sostanza, riconosciuta nella sua formalità-obbligatorietà da tutti, tanto da essere stata oggetto di controversie infinite… Paradossalmente, lo stand-by del diritto («in ginocchio», come ricordava il titolo del recente festival dei diritti di Napoli) di fronte alle “ragioni” strettamente ricattatorie dell’economia accentua la gravità: dice che se ne può fare a meno, come un tampone, che può essere un falso positivo, come quello (sempre 11 dicembre) della ministro dell’interno. Diritto sospeso pur di fronte a una evidenza di tradimento dei princìpi stessi di una Europa «culla dei diritti» (e con vocazione costituzionale) che sfida ogni ragionevole dubbio. Dice che il diritto non è il garante presente e futuro dei soggetti reali ma, se va bene, il giudice che presenterà, prima o poi, le scuse: a chi?

2. Sempre ieri ‒ dice la cronaca ‒ “sembra” che qualcosa si sia mosso nello scenario (ormai antico, se la cronologia segue i tempi delle persone reali e non quello degli equilibri politico-giuridici) egiziano-italiano del ruolo del diritto. Le indagini per l’uccisione di Giulio Regeni hanno portato a documentare il coinvolgimento di quattro “responsabili”. Non si sa ‒ o forse sì, e bene ‒ come (non) si andrà avanti. Anche qui l’economia (con altri nomi, attori, interessi privati e pubblici) ha da tempo detto la sua. Così come la politica. L’Egitto è troppo importante. E poi, non si può scherzare o essere radicali: un concorrente pericoloso come Macron (sempre ieri!) ha attribuito la massima onorificenza al dittatore dell’Egitto che in quanto a competenza nella violazione criminale dei diritti umani e dei popoli non teme proprio nessuno. Sono ormai solo ricordi i dittatori per i quali il diritto aveva sviluppato strategie di «mai più!» e i desaparecidos erano divenuti il simbolo di tempi “non-umani”, inaccettabili come crimine almeno tra società “democratiche”? Ma se l’Europa sceglie uno stand-by con i suoi piccoli dittatori interni, senza timore di violare-negare la propria identità, si può essere tolleranti quando si parla di rapporti più delicati, internazionali, con “stranieri”, strategici per politiche energetiche o militari…

3. “Sembra”, per tornare un momento nel nostro paese (siamo sempre nel giorno anniversario della Dichiarazione) che l’abrogazione – anzi, la parziale modifica – dei decreti di sicurezza, già approvata alla Camera con ritardi che hanno prodotto sofferenze incredibili, non sia poi così (oltre che necessaria) dovuta. Le procedure e i calendari parlamentari devono tener conto di tanti particolari. In fondo i diritti di un popolo così “diverso” come quello dei migranti-rifugiati non possono essere considerati una priorità per il Senato. E poi, come anche il caso dell’Egitto insegna, è l’Europa che dovrebbe dare il buon esempio: anche là, al centro decisionale del Parlamento e della Commissione, nel nuovo patto europeo, la migrazione è stata riconosciuta solennemente come un diritto inviolabile e indicatore di una civiltà di accoglienza. Ma solo per poi decidere che in un’agenda di lavoro così impegnata e con i fondi da distribuire, un posto serio per questo capitolo è difficile trovarlo…

4. “Sembra”, a giudicare dalla sua scomparsa dall’agenda dei battibecchi governativi, che la soluzione del tormentone così complicato del Covid sia ormai affidata al vaccino: questione di tempo, di soldi, di promesse di sistemi sanitari efficienti ed esenti da corruzione, capaci di fare del vaccino una scuola di democrazia. Anche qui con un problema: sempre ieri la World Trade Organization ha detto che, sul problema delle patenti e della prospettiva di fare del vaccino un bene comune, non ha intenzione di scherzare. Ascolta, sa che ci sono tanti disaccordi e opposizioni, ma il problema è sempre quello: pretendere che il diritto degli umani prenda, anche solo in un momento così tragico come la pandemia, il controllo del mercato significa non capire che il mercato non può accettare “sospensioni”… Come per il Recovery fund, da cui si è partiti, è il diritto che deve “capire”, e adattarsi! E se arrivano altri competitori (sempre ieri sono stati formalmente annunciati gli arrivi del vaccino russo in Argentina, di quello cinese in Egitto e Indonesia: gratuiti? a quali condizioni? Mentre le “buone intenzioni” del diritto possono e devono essere palesi, per ragioni almeno di immagine, i contratti sono secretati d’ufficio…) il diritto di accesso al «bene comune della sanità come espressione del diritto alla vita» sarà definitivamente dichiarato variabile dipendente delle politiche economiche e strategiche di Stati, attori privati, “benefattori globali”. E sarà chiaro che, in quanto “dipendente” non avrà nulla da dire sul destino degli esclusi. Anche nel nostro Paese la sanità-salute, che era, ma continua ad essere dichiarata, il simbolo del diritto come prossimità e cura, diviene strumento di una diseguaglianza travestita: oggi dal vaccino, domani dal rispetto della inevitabile priorità degli interessi privati in un SSN che avrà come scenario le competenze geografiche, finanziarie, politiche delle Regioni, e non certo l’epidemiologia dei bisogni inevasi delle popolazioni marginali. Ed è tragicamente logico in questo scenario che l’Italia stia rigorosamente assente e silenziosa anche sulla scena globale del vaccino come “bene comune”.

5. Si potrebbe poseguire nella scoperta di quante cose “sembrano” segnalare un inginocchiamento  del diritto di fronte alle non-ragioni molto potenti e diversificate della economia. Lo scenario di quanto ‒ e in quanti modi diversi ‒ il diritto non solo sembra, ma è in ginocchio, potrebbe arricchirsi, sempre restando nella giornata del 70° compleanno, di altri esempi. Imprescindibile almeno uno. Un quasi ex presidente degli USA sta “educando” i poteri del mondo globale all’irrilevanza della “legittimità” con la sua interpretazione (impunibile e violenta) di una democrazia che continua ad essere “di riferimento”. Per celebrare la Dichiarazione universale proclama l’inesistenza del diritto internazionale benedicendo l’accordo tra Marocco e Israele e regalando, per gratitudine, al Marocco il diritto a considerare come propri i territori del Sahara Occidentale, mentre il popolo che ne è titolare da sempre (https://volerelaluna.it/mondo/2020/12/09/che-succede-nel-sahara-occidentale/) non merita neppure di essere nominato. Nulla di nuovo: cronaca giornaliera di un pezzo di mondo tormentato. Colpiscono la tempestività con la celebrazione della Dichiarazione, la continuità con quanto aveva fatto per Gerusalemme capitale e gli insediamenti, il silenzio praticamente assoluto a livello della comunità degli Stati, la presentazione della ripresa delle armi come un atto di aggressione del Polisario. È la conferma che il diritto può arrivare a condannare formalmente i trafficanti di esseri umani, ma non considera argomento di interesse la compra-vendita dei popoli, che siano i Palestinesi o i Rohingyas (https://volerelaluna.it/?s=Rohingyas), questi ultimi spostati a forza in un’isola artificiale, perfettamente isolata, e di cui si vuole sperimentare la resistenza o meno ai monsoni…

La cronaca di un giorno ordinario si è fatta lunga. Il tono constatativo del titolo non ne vuole evidentemente accettare la definitività o la mancanza di resistenza. Come rappresentante del Tribunale permanente dei popoli (lo si è provato anche a documentare: https://altreconomia.it/prodotto/diritti-dei-popoli-e-disuguaglianze-globali/) è in un certo senso ovvia una posizione fortemente preoccupata e pro-attiva rispetto alla polarizzazione (trasversale a tutti gli ambiti del quotidiano, politico, istituzionale, culturale) tra dichiarazioni-principi del diritto e decisioni operative-gestionali dell’economia, con il diritto in prevalente posizione “in ginocchio”. La normalità con cui questa sottomissione del diritto viene data per acquisita è tuttavia, giorno dopo giorno, più preoccupante. È una cultura più contagiosa e paralizzante della pandemia. Il lockdown che l’economia vuole equivale a una “zona rossa” permanente, senza eccezioni. Accettata con la stessa obbedienza a bollettini comunicati dall’alto, con giustificazioni affidate a numeri mirati a creare sottomissione o rabbia, mai a generare interlocutori. Gli esempi dati, presi da un solo giorno, lo dicono chiaramente: soprattutto con il silenzio e l’assenza di alleanze concrete, strette e diffuse, tra economisti e giuristi critici (rappresentanti non solo dottrinali, ma operativi-gestionali, a livello istituzionale) nel monitorare e far vedere come insostenibile per la democrazia la separatezza tra analisi e dati economici, e loro verifica di validità-compatibilità da parte di un diritto che riprenda la sua autonomia reale. Per essere presenti e percepibili anche nell’opinione pubblica. Con linguaggi, esempi, progetti che “rendano visibile” la complementarietà dei tanti campi trattati come eterogenei (tutti i settori strategici per la democrazia!) in cui si gioca la sfida tra “i diritti” degli umani (e della vita della natura e dell’ambiente) e “le regole” del commercio delle cose. La ricerca di una via di uscita dall’attuale lockdown non è dietro l’angolo, anzi. Ma sempre di più ‒ e non di meno ‒ sarà lo snodo per la next generation: post-umana nei termini dell’ultimo libro di Marco Revelli (Umano Inumano Postumano. Le sfide del presente, Einaudi, 2020), e perciò non-bisognosa e non-soggetto di diritti umani (come anticipava Upendra Baxi, un filosofo del diritto indiano dal suo osservatorio non solo geograficamente “altro”)?

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