HomeNewsPadova:capitale europea del volontariato

Padova:capitale europea del volontariato

Il 30 aprile la Città di Padova ha chiuso l’esperienza da Capitale europea del volontariato. La città italiana ha assolto questo ruolo in un anno inedito e difficile a causa della pandemia.

Come riporta il Redattore Sociale, durante la cerimonia di chiusura tenutasi on line con la partecipazione dei tanti attori coinvolti durante l’anno, Emanuele Alecci, presidente del Centro servizi volontariato di Padova e Rovigo e responsabile del Comitato Padova 2020 capitale europea del volontariato, ha argomentato: «In questo anno abbiamo capito che il volontariato è un bene preziosissimo che dobbiamo proteggere e sostenere. Quello che dobbiamo costruire è qualcosa di nuovo, dove chi ha a cuore gli altri deve avere un ruolo, perché si tratta di persone che vedono le cose in maniera nuova. Ho avuto l’impressione che questo modo di vedere le cose in maniera nuova abbia contaminato tantissime persone e tanti giovani che prima magari avevano solo sentito parlare di volontariato».

Il sindaco di Padova, Sergio Giordani, ha sottolineato che «Il volontariato rappresenta un grande e importante motore di sviluppo. Abbiamo toccato con mano che il volontariato può aiutarci a disegnare la comunità del futuro, ad immaginare città più solidali, relazioni sociali costruite sulla collaborazione e sul dialogo,partendo dal basso dei nostri quartieri». Secondo Giordani, anche la pandemia «ci ha ricordato la necessità di tornare ad essere una comunità unita. Il volontariato è il rimedio contro un’altra malattia della nostra società, non meno grave, che si chiama egoismo. Possiamo dire, forti dell’esperienza di quest’anno, che il volontariato è un portatore di pratiche e progetti rilevanti per il futuro del nostro paese».

L’esperienza di Padova ci aiuta a mettere in luce il valore del volontariato in Italia. Ma quanto vale il volontariato nel nostro paese? Alcuni studi hanno raccolto dei dati negli anni. Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione hanno lanciato la prima sperimentazione del Manuale ILO sul lavoro volontario relativo alla misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario e hanno redatto il report “Attività gratuite a beneficio di altri” (2014); altro studio è contenuto nel volume “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni” (edizione il Mulino, 2017). I risultati ci svelano 6 milioni e mezzo di italiani che svolgono attività di volontariato, 4,14 milioni dei quali lo fanno all’interno di organizzazioni. La variabile determinante nello spingere una persona ad impegnarsi gratuitamente per gli altri o per una causa comune è data dalle risorse socioculturali, come il titolo di studio e la partecipazione culturale. Maggiori risorse socioculturali si traducono in una maggiore propensione al fare volontariato. Da qui deriva una precisa indicazione politica: per far crescere la solidarietà e l’impegno civico è di primaria importanza investire nell’educazione, nell’istruzione e nella cultura.

I dati Istat diffusi a ottobre 2020 sul settore non profit in Italia fotografano la situazione al 31 dicembre 2018: le istituzioni non profit sono 359.574 e danno lavoro a 853.476 dipendenti. L’85% è rappresentato da associazioni e due istituzioni su tre sono attive nel settore della cultura, sport e ricreazione.

E oggi cosa accade?

Nel corso della pandemia, il volontariato non si è mai fermato: ha agito in continuità e ha reinventato il proprio ruolo, spesso in collaborazione con altri attori sociali. Ciò rileva nello studio “Covid-19 e Terzo settore: uno sguardo in profondità” del Centro di Ricerca Maria Eletta Martini, -pubblicato in occasione della Giornata Internazionale del Volontariato del 5 dicembre 2020. «Emerge un quadro inesplorato e complesso di come il terzo settore e nello specifico il volontariato, che agisce come colonna portante al suo interno, stia affrontando la crisi. – Spiega Emanuele Rossi, professore ordinario di Diritto costituzionale alla Scuola Superiore Sant’Anna e presidente del Comitato scientifico del Centro di ricerca Martini. – Dopo l’iniziale smarrimento c’è stata una reazione molto forte, che ha visto l’attivazione di partecipazione civile e sociale a servizio di ogni comunità colpita. Una reazione non priva di difficoltà, ma che non solo ha fornito alle comunità servizi urgenti che il pubblico da solo non sarebbe stato capace di dare, ma ha anche rafforzato la coesione sociale e immesso nel sistema fiducia e senso di appartenenza in un momento delicatissimo della nostra storia».

Durante il periodo più duro della pandemia, oltre a svolgere attività fondamentali per la comunità in momento di crisi, il volontariato ha permesso alle persone di rimanere in relazione, di non essere abbandonate e quindi di sentirsi parte di una comunità. Da qui, sottolinea lo studio, emerge però il rischio che il volontariato venga visto come un rimedio da cui attingere alla bisogna, rischio che è osteggiato dai soggetti del terzo settore che invece chiedono con forza di essere riconosciuti sia nelle attività sia nel ruolo che svolgono nei processi di costruzione comunitaria.

Lia Curcio (unimondo.org 12 maggio 2021)

FOLLOW US ON:
Israele in crisi
Dopo il Covid svolta
Rate This Article:

Questo sito web utilizza cookie tecnici e di terze parti. I cookie sono normalmente utilizzati per consentire il corretto funzionamento del sito (cookie tecnici), per generare report sull’utilizzo della navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi / prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai facoltà di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cliccando sul pulsante di seguito, acconsenti all’utilizzo dei cookie di terze parti utilizzo in conformità alla nostra informativa sulla privacy e cookie policy. Il consenso può essere revocato in qualsiasi momento. Informazioni