Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Marzo 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in aggiunta a quanto ci ha proposto Fulvio nella circolare nazionale vogliamo osservare come questo cammino di solidarietà ci ha portato a grandi amicizie, con gli amici di qui, uniti in un ideale di sobrietà e di giustizia, e con gli amici di là, che ci offrono nuovi modelli di vita, che vivono in una situazione molto diversa dalla nostra, per la mancanza di risorse, ma spesso anche per la persecuzione che vivono su sé stessi e sulla loro famiglia, in Palestina, in Centrafrica, in Haiti, in Perù, ma ricordiamo gli amici conosciuti del Brasile, del Cile, dell’Argentina, del Salvador, del Guatemala. Queste relazioni sono state importantissime per capire di più il mondo, vicino e globale, la storia, la geografia e le relazioni umane, in particolare quanto colonialismo ancora ci impregna. Abbiamo partecipato numerosi alla serata in ricordo di Silvana Pozzerle, che ci ha lasciati in gennaio 2014. La maestra (questo era il suo mestiere per tanti anni) è stata un maestra anche nella sua morte, lasciando un testamento spirituale di grande umanità e spiritualità, indicando che le sue ceneri siano custodite nell’Eremo di San Giorgio di Bardolino (l’Eremo della Rocca), di non dare annuncio della sua morte tramite stampa, di celebrare le esequie nel silenzio, con poche parole che permettano di contemplare l’amore Misericordioso di Dio che ha condotto la vita di Silvana attraverso le “sue” vie, perché il dopo resta nel cuore di chi è stato amato, di chi è stato sorella, fratello, figlia, familiare, e fra essi in particolare i poveri, i più fragili, i carcerati. Il testamento si chiude con “La misericordia di Dio accolga e perdoni”, aggiungendo che la vita segua il suo percorso secondo lo svolgimento più naturale, senza nessun accanimento terapeutico. E il dopo di Silvana resta profondamente nei nostri cuori, anche nelle immagini che abbiamo di alcuni bei momenti vissuti insieme. Giovedì 20 febbraio abbiamo ascoltato Michele Nardelli nella Sala incontri del Tempio Votivo, davanti alla stazione di Porta Nuova, che ci ha parlato di quale solidarietà oggi. Nardelli è presidente del Forum trentino per la Pace, ed ha una lunga esperienza di solidarietà nelle zone di guerra dell’ex Yugoslavia. Ha criticato soprattutto il concetto di continuo sviluppo che sembra prevalere in ogni politica occidentale, mentre lo sviluppo non può essere continuo, si è ormai superata la soglia di sostenibilità globale, bisogna trovare altri equilibri, e la solidarietà non può essere di aiuti dai paesi più ricchi a quelli più poveri, ma occorrono nuove distribuzioni delle risorse, condivisione, nessuno può essere escluso, come invece accade sempre di più, anche in casa nostra, in nome di un liberismo e di un conservatorismo che non funzionano. Solidarietà oggi è puntare ad uguali diritti, sociali e ambientali, ridistribuzione, reciprocità, cambiare stili di vita (il nostro Giulio Battistella !), e quindi vanno ridisegnati i modelli e le classi dirigenti. Stiamo per cambiare il conto corrente della Rete di Verona da utilizzare per le collette, dopo aver depositato lo statuto ed essere diventati associazione riconosciuta. Sarà ancora possibile versare sul conto di Emilio, che poi provvederà a fare gli opportuni spostamenti, almeno fino a che non sarà estinto quel conto. Nelle prossime circolari saranno date informazioni più precise. E’ oramai tempo di pensare al prossimo Convegno, che sarà ancora a Rimini, il Convegno di 50 anni di Rete solidale. Ecco il programma completo con i costi e con le indicazioni operative per le prenotazioni; per noi veronesi ci possono essere dei problemi per la concomitanza della grande manifestazione “Arena di Pace e Disarmo”; ognuno decida come meglio ritiene, si può arrivare al Convegno anche la sera, dopo l’incontro in Arena.

Allora ci vediamo a Rimini, al Convegno.

Un carissimo saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Marzo 2014

Carissima, carissimo, ogni epoca storica è supportata da un sogno, sia esso di tipo religioso o ideologico. Oggi, questo risuona insufficiente. Il sogno, religioso o ideologico, non basta e anche quando si cerca di seguire le ultime asfittiche proposte dettate da cammini ideologici o religiosi non ci si sente soddisfatti. La tecnologia, così come il mercato, che a prima vista sembrano rispondere a molti dei bisogni umani, non riescono a sorreggere il tessuto umano più profondo. I singoli soggetti come non mai si sentono abbandonati a iniziative sporadiche e, la maggior parte delle volte, fine a se stesse. Così la spaccatura tra il pensiero e l’azione è sempre più evidente in tutti gli ambiti della vita umana. Oggi non possiamo dire di essere inquieti solo perché la situazione economica mondiale è giunta quasi al suo totale collasso e perché i diritti di ciascuno e dell’ecosistema sono severamente minacciati. Oggi tutti percepiamo che questo “sistema” assunto da molti quasi per inerzia, non va bene. Le crisi di democrazia, di mercato, di cittadinanza, si intersecano sempre di più con delle crisi interiori che ci permettono semplicemente di cercare dei colpevoli. Il legame tra la storia e le nostre storie, non è più sottovalutabile. Allora il tentativo di ritrovare attraverso la partecipazione una risposta all’individualismo, non è più un optional. Urge, è fondamentale! L’individualismo è l’attacco più pericoloso contro la persona umana, noi siamo concepiti come esseri relazionali e comunitari. Oggi più che mai, siamo chiamati a risvegliare la nostra umanità come risposta alla crisi, e a organizzarci per contrastarla, credendo che è possibile. Se di buone intenzioni si dice che sia lastricato l’inferno, cerchiamo con l’arrivo della primavera di lastricarla di buoni propositi. Proviamo a impegnarci a sviluppare la virtù dell’ascolto. Delle persone e delle situazioni. Un ascolto senza pregiudizi. Profondo. Attento. Al di là delle parole ascoltare i gesti, le speranze, le ragioni degli altri e non solo le nostre. Perché ogni vero cambiamento, ogni trasformazione, ogni miglioramento delle condizioni di vita… inizia da questo tipo di ascolto. Che è qualcosa di più che analisi. Un proverbio indiano dice: “Prima di giudicare un altro fai sette miglia nei suoi sandali”. Nei giorni dal 25 al 27 aprile prossimo, molti di noi ci troveremo a Rimini al nostro convegno nazionale dove molti amici: Ettore e Clotilde MASINA, Waldemar BOFF, Riccardo PETRELLA e Antonietta POTENTE, e molti testimoni: Wassim DAMASH e Hanan BANOURA, Palestina; padre Regino MARTINEZ, gesuita domenicano di Haiti; Laatiris MMOUMA e El Khoumani LAMCEN, emigranti lavoratori di Alessandria; Dacia TACACHIRI, Bolivia; Rose NGAMA MPUNDA, Congo; Maria SQUILLACI, gruppo Giovani del GAPA di Catania e Nidia ARROBO RODAS, Equador; ci faranno riflettere sul presente della solidarietà, sull’importanza della partecipazione e della relazione tra memoria e futuro. Avremo così l’opportunità di “capire” senza superficialmente “giudicare”. Chi é interessato a parteciparvi, si può prenotare scrivendo una mail. Al termine della lettera troverai tutte le notizie organizzative: luogo, costo.

Segue una riflessione di Frei Betto, domenicano brasiliano che sarà in Italia dal 7 al 12 aprile prossimi per una serie di conferenze (7 a Rovereto (TN); 8 a Bussolengo (VR); 9 a Polignano a Mare (BA); 10 a Messina; 11 a Brindisi e il 12 a Cagliari) a trent’anni dalla fine della dittatura anni, iniziata 50 anni fa: 1 aprile 1964. Frei Betto fu incarcerato e torturato per 4 anni, dal 1969 al 1972, dalla dittatura brasiliana insieme a altri suoi confratelli, uno dei quali, Frei Tito, si suicidò a seguito delle gravi torture subite. Questa sua riflessione è importante perchè ricostruisce la nascita del Golpe.

Antonio

MARZO ‘64 di Frei Betto

Nel 1964 abitavo a Rio, in un buchetto[1] all’angolo delle strade Laranjeiras e Pereira da Silva. Lì si insediavano i giovani dirigenti della JEC (Gioventù Studentesca Cattolica) e della JUC (Gioventù Universitaria Cattolica), movimenti dell’Azione Cattolica. Lì venivano ospitati spesso i dirigenti studenteschi Betinho, Vinicius Caldeira Brant e José Serra. Io ero entrato nel corso di Giornalismo dell’Università del Brasile (attuale UFRJ) e tra i miei professori spiccavano Alceu Amoroso Lima, Danton Jobim e Hermes Lima. Di destra, c’era Hélio Vianna, professore di storia, cognato del maresciallo Castelo Branco. Dal momento del mio arrivo a Rio, dal Minas, il Brasile viveva una fase di turbolenza politica. Si svegliava il gigante addormentato in una splendida culla. Tutto era nuovo sotto il governo di João Goulart: la bossa, il cinema, la letteratura… La Sudene (Sovrintendenza per lo sviluppo del Nordest) diretta da Celso Furtado, alleata del governatore del Pernambuco, Miguel Arraes, ridisegnava un Nordest libero dal dominio dei colonnelli, industriali e latifondisti. Francisco Julião sosteneva le Ligas Camponesas, che lottavano per la riforma agraria. Paulo Freire avviava, a partire da Angicos (RN), il suo metodo di coscientizzazione politica dei poveri attraverso l’alfabetizzazione. Concepiva la pedagogia degli oppressi. Nel sud, Leonel Brizola si scontrava con i monopoli stranieri e difendeva la sovranità brasiliana. Marinai e sergenti dell’Esercito si organizzavano, a Rio, per rivendicare i loro diritti. “Vedrai che un figlio tuo non fugge dalla lotta”. Tuttavia i figli non avevano sufficiente lucidità per capire che, dopo la rinuncia del presidente Jânio Quadros, nel 1961, le classi dominanti stavano facendo dischiudere l’uovo del serpente… L’ambasciata USA, che aveva ancora sede a Rio e aveva a capo Lincoln Gordon, si muoveva nell’ombra per aizzare i militari brasiliani – molti dei quali addestrati negli USA – contro l’ordine democratico   (vedi “Taking charge: the Johnson White House Tapes – 1963-1964”, de Michael Beschloss). Chi conosce la storia dei colpi di Stato in America Latina sa che sono stati tutti patrocinati dalla Casa Bianca. Da lì la battuta: Non c’è mai stato un golpe negli USA perché a Washington non c’è un’ambasciata yankie… Gli USA, che trovavano inaccettabile l’esito della Rivoluzione Cubana del 1959, temevano l’avanzata del comunismo in America Latina. Il presidente Lyndon Johnson (1963-1969) era convinto che il Brasile fosse vulnerabile all’influenza sovietica quanto il Vietnam. Fiumi di denaro sono stati destinati a preparare le condizioni per il golpe del 1° aprile del 1964. Ai poveri, che desideravano ardentemente riforme strutturali (chiamate all’epoca “riforme di base”, e ancora oggi non realizzate), gli USA offrivano le briciole delle “ceste basiche”, distribuite dall’Alleanza per il Progresso. Gli imprenditori si organizzavano nell’IBAD (Istituto Brasiliano di Azione Democratica) e nell’IPES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali). Gli USA non avrebbero accettato neanche che il Brasile diventasse come l’Egitto di Nasser, un paese indipendente dalle orbite yankee e sovietica. Navi statunitensi dell’Operazione Brother Sam si avviavano verso i nostri porti. Jango convocò il megacomizio del 13 marzo 1964, alla Central do Brasil. Volevo andarci, ma padre Eduardo Koaik (più tardi vescovo di Piracicaba {SP} e collega di seminario di Carlos Heitor Cony) decise che avremmo approfittato della vacanza per una giornata di studi della direzione nazionale della JEC (della quale facevo parte), ad Itaipava (RJ). Il 29 marzo, con un biglietto fornito dal Ministero dell’Educazione (cioè da: Betinho, capo di gabinetto del ministro Paulo de Tarso dos Santos), partii per Belém. Nella capitale del Para, mi sorprese il golpe militare, il 1° aprile del 1964. Ebbi difficoltà a credere che il presidente Jango, costituzionalmente eletto, si fosse rifugiato in Uruguai. Aspettai la tanto propagandata reazione popolare. Il PCB (Partito Comunista Brasiliano), con il quale la JEC manteneva alleanze nella politica studentesca, garantiva che, in caso di golpe, Prestes avrebbe convocato migliaia di lavoratori in armi. L’Azione Popolare, movimento di sinistra nato dall’Azione Cattolica, prometteva di mobilitare i suoi militanti per difendere l’ordine democratico. Aspettai invano. Reazioni isolate, compresa quella di alti ufficiali delle Forze Armate, furono subito soffocate senza bisogno di un solo colpo di arma da fuoco. E nessuno credeva che la dittatura sarebbe durata, a partire dal 1° aprile del 1964, per 21 anni.

Costo partecipazione al Convegno della Rete Radiè Resch

Rimini-Torre Pedrera 25-27 aprile

• 2 giorni per persona in Pensione Completa

Camera Doppia € 90,00 – Camera Singola € 115,00

• 1 giorno per persona in Pensione Completa

Camera Doppia € 58,00 – Camera Singola € 75,00

Pasto extra per eventuali esterni € 20,00 a persona

Riduzioni bambini 0-3 anni gratuiti

4-11 anni 50%; 12-14 anni 30%; 3° letto adulti 10%

Riduzioni valide in camera con due adulti paganti quota intera.

L’Hotel Punta Nord si trova a Torre Pedrera-Rimini a 100 metri dal mare.

Per chi arriva in macchina: uscita Rimini nord, poi si trovano le indicazioni in treno, alla Stazione prendere il n. 4, passa ogni 12-15 minuti, che porta vicino all’Hotel.

PAPA FRANCESCO PARLA CON UN NON CREDENTE DA UOMO A UOMO – LEONARDO BOFF

Francesco, vescovo di Roma, si è spogliato di tutti i titoli e simboli di potere che non fanno altro che allontanare le persone le une dalle altre ed ha pubblicato una lettera nel principale giornale di Roma, La Repubblica, rispondendo al suo ex-direttore e “decano” intellettuale Eugenio Scalfari, non credente. Lui aveva sollevato pubblicamente alcune domande al Vescovo di Roma. Francesco ha compiuto un atto di straordinaria importanza, non solo perché l’ha fatto in un modo senza precedenti, ma soprattutto perché ha parlato come un uomo che parla ad un altro uomo in un contesto di dialogo aperto, collocandosi allo stesso livello del suo interlocutore.

(per proseguire la lettura vi preghiamo di richiedere la rivista In Dialogo)

ROBIN HOOD AVEVA RAGIONE – FREI BETTO

«La disuguaglianza uccide», affermava l’epidemiologista britannico Richard Wilkinson constatando che nelle regioni con meno uguaglianza si registravano dei tassi di mortalità più alti.

I ricercatori Frans de Waal e la sua collega Sarah Brosnan studiando le scimmie cappuccine hanno constatato che si irritavano quando una di loro riceveva una ricompensa migliore. Sarah offriva ad una scimmia un uovo e poi tendeva la mano affinchè quest’ultima glielo restituisse in cambio di un pezzo di cetriolo. Le due scimmie cappuccine accettarono lo scambio 25 volte consecutive.

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L’UTENSILE PERFETTO – ERRI DE LUCA

Responsabilità dell’affresco: su strato d’intonaco appena steso il pittore traccia linee infallibili che non possono essere corrette, rifatte, cancellate. Se sbaglia deve disfare l’intonaco.

Responsabilità nella potatura dell’ulivo: vanno tolti i rami che partono verticali e quelli che infoltiscono il centro della pianta. In mezzo ai rami dev’esserci aria da poterci tirare un cappello senza che s’ impigli…

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IL DIRITTO, IL DOVERE E L’ASPIRAZIONE AL BENE: CRITICA E AUTOCRITICA PARTECIPAZIONE DI UNA PIAZZA – ANTONIETTA POTENTE

Alcune premesse. Torno a riscrivere quelli che all’inizio erano soltanto appunti in un foglio, riflessioni fatte ad alta voce in piazza, durante la marcia per la giustizia. Un insieme di sensazioni, pensieri logici ed illogici, critiche ed autocritiche che hanno come obbiettivo solo il risveglio delle coscienze di uomini e donne, cittadini e cittadine contemporanee. Certamente parole cariche di desiderio e di impegno, per poter uscire dai tunnel esistenziali e sociali che abbiamo aperto come varchi, nella luminosità della vita. Buchi neri, direbbero coloro che si intendono di cosmologia. Può darsi, ma essendo tunnel o vuoti d’aria, dobbiamo trovare il modo di attraversarli e un po’ di riflessione, se pur confusa o troppo emotiva, non ci farà male.

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EDITORIALE DEL NUMERO 102

Il denaro è diventato un soggetto. Si salvano il denaro e le banche che lo accumulano ma non le persone. Iniziamo con due pensieri di due persone “apparentemente” in contrasto tra loro: Karl (Carlo) Marx e papa Francesco. Il Marx del sogno, della passione giovanile si esprimeva così: il denaro trasforma, cambia la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, lo schiavo in padrone, il padrone in schiavo, l’idiozia in intelligenza, l’intelligenza in idiozia. Papa Francesco ha detto: il denaro è lo sterco del Diavolo! Basta con l’imborghesimento “dei cristiani in poltrona”, invitandoli a diventare “cristiani squilibrati”.

Entrambi, partendo da culture diverse, affermano che il denaro impedisce all’uomo di cogliere le ragioni vere, profonde della sua sofferenza, della sua insoddisfazione ma, soprattutto, rende insensibili nei confronti degli altri, attutisce la capacità d’attenzione, di compassione verso il prossimo. La nostra società non è mai riuscita a produrre e a diffondere l’etica della compassione. Il rimedio, l’antidoto a una considerazione esasperata del denaro che intorpidisce e chiude in se stessi.

La finanza mondiale, com’è ormai sempre più evidente, è divenuta l’elemento destabilizzante dell’intero continente.

Oggi, occorre, insomma, porre un freno alla speculazione selvaggia evitando così che non sia più possibile scommettere sul fallimento degli stati, riformare il sistema bancario separando le banche di deposito da quelle d’ affari, valorizzare i beni comuni. È necessario restituire alla politica il primato che le compete.

Oggi tutti percepiamo che questo sistema non va bene.

Oggi è la Madre Terra a gridare più di ogni altro. Dobbiamo porre fine ad un’economia di rapina, consumistica e votata unicamente al profitto che sta mettendo a rischio la vita stessa del pianeta.

Oggi a gridare sono i poveri, ma gridano anche l’acqua e l’aria.

Oggi grida il pianeta Terra oppresso dalla nostra logiaca consumistica. La medesima logica che sfrutta e usa il lavoro dell’uomo, all’interno del quale i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri -che hanno ormai raggiunto i due terzi dell’umanità- sempre più poveri. Basta!

Oggi occorre una spiritualità per umanizzare il mondo, un nuovo progetto di una nuova umanità in direzione ostinata e contraria… in ascolto delle donne.

Oggi è fondamentale comprenderele cause dell’impoverimento, capire cosa è cambiato, cosa possiamo fare.

Oggi, dove a ogni latitudine e longitudine, i poveri diventano sempre pià poveri e, i ricchi sempre più ricchi, è fondamentale riflettere per orientare “le politiche” e le relazioni di solidarietà-complementarietà.

Oggi, si tratta di “risvegliare” la nostra umanità ormai troppo abituata a separarsi dalle proprie responsabilità, occorre quell’autorevolezza necessaria per poi incidere nelle pratiche sociali e politiche.

Oggi, urge parlare di ecologia, spiritualità, finanza, legalità, di integrazione, di esuberanza come capacità di ascoltarci, di essere noi stessi, di esprimere i nostri entusiasmi, le nostre idealità, le nostre passioni, le nostre identità. In una parola, esuberanza come ritorno alla Vita.

Diamo gambe alla compassione e alla prossimità, alla contemplazione e alla sobrietà, per dare radici solide alla creazione della giustizia.

Il direttore

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2014

A cura della Rete di Trento

Care amiche e cari amici,

manca ormai poco al Convegno nazionale del 25-27 aprile, in cui festeggeremo i 50 anni della nostra Rete e ci interrogheremo sul “presente della solidarietà tra memoria e futuro”, come recita il titolo del Convegno stesso. Queste circolari che ci avvicinano e ci accompagnano all’appuntamento cercano di riflettere proprio sul significato di solidarietà, partendo dalle origini della Rete, dall’intuizione di Ettore e Clotilde Masina su ispirazione di Paul Gauthier, fino alla nostra situazione attuale di cittadini di un mondo globalizzato, dove la globalizzazione riguarda solo i capitali e i profitti ma non i diritti degli uomini e delle donne.

Ho avuto occasione di leggere le bozze del nuovo libro di Ercole Ongaro sui 50 anni della Rete, che sarà pronto per il Convegno. E’ un libro che consiglio vivamente a tutti, perché rappresenta una sintesi magistrale di una storia in cui tutti noi siamo co-protagonisti insieme ai tanti testimoni con cui siamo entrati in relazione in questi lunghi anni. Ed è proprio dal libro di Ongaro che vorrei anche in questa occasione trarre qualche spunto di riflessione sul nostro essere Rete.

Comincio ricordando qualche citazione con cui Ettore Masina fin dall’inizio, nelle sue circolari, definì lo spirito della Rete e della solidarietà: “Considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui” (Giovanni XXIII); “la giustizia è la misura minima della carità” (Paolo VI); “la povertà dei più è oltraggiata dalla ricchezza di una minoranza” (cardinal Giacomo Lercaro). Da queste frasi si ricava che la linfa che alimenta la Rete proviene dalla scelta di rispondere alla domanda di giustizia dei poveri con un impegno personale. Le caratteristiche della Rete, secondo Masina, si riassumono nell’essere un gruppo cui si aderisce per “un atto di amore” a seguito di una presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e della volontà di avviare un cambiamento partendo dalle proprie scelte di vita;  in secondo luogo la condivisione del proprio denaro con i poveri non è saltuaria ma costante; in terzo luogo la Rete ha rifiutato di darsi una struttura, per agire invece solo su base volontaria, mantenendo la configurazione di movimento non di istituzione. Essere “cellule di amicizia”, moltiplicarsi ma non ingrandirsi, per non perdere la ricchezza della reciproca conoscenza e della relazione: questa l’ idea delle origini, in base alla quale Masina ipotizzava che in una città avrebbero potuto formarsi più reti, dimensionate su una media di una quindicina di aderenti.

Altra caratteristica della Rete è sempre stata quella dell’agire contemporaneamente “qui e là”. Gauthier diceva: “Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. Ciascuno di noi deve dare il suo contributo non soltanto aiutando i poveri a combattere la loro povertà ma anche individuando e combattendo le cause della povertà”.

La solidarietà, quindi, non si esaurisce nell’autotassazione, ma deve farsi anche controinformazione, denuncia, grido di indignazione. Questo è avvenuto in molte occasioni, ad esempio con il Tribunale Russell II che si proponeva di denunciare la violenta repressione del regime militare brasiliano. Era il completamento dell’azione solidale che la Rete stava svolgendo accanto ai prigionieri politici e alle loro famiglie. Dove c’erano gruppi della Rete si formarono comitati di appoggio, composti a prescindere da appartenenze ideologiche. E con questo spirito la Rete ha partecipato negli anni a decine di “campagne”, come quella per i 500 anni della conquista dell’America (1992) o quella per un Giubileo della Liberazione (2000), quelle per far conoscere le tragedie dei desaparecidos cileni e argentini e le battaglie delle Madri di Plaza de Mayo, le stragi nei campi profughi palestinesi, i massacri delle dittature centro-americane, i tentativi di ‘pulizia etnica’ a Gerusalemme Est, la partecipazione alle campagne contro il “Millenium Round”, l’adesione alla costituzione della Rete di Lilliput, che si proponeva di coordinare tutto l’associazionismo contrario all’economia neoliberista.

Come ricordò Masina al convegno dei 30 anni della Rete, nel 1994, quando annunciò l’intenzione di lasciare la sua “creatura”, la Rete è “qualcosa di molto più intimo e delicato e grande di un’associazione”: era stata ed era “un circuito di affetti profondissimi, un circuito d’amore”, “una specie di assemblea permanente mobilitata al servizio dei poveri ai quali vengono negate giustizia e libertà [ma] che a questa negazione non si arrendono”. Aver aperto gli occhi sulla povertà di massa aveva indotto alla conversione; questa aveva comportato la condivisione di una parte del proprio reddito, ma soprattutto l’ascolto del mondo dei poveri, il farsi compagni di chi lottava per un mondo migliore. La Rete doveva restare fedele a una cultura conviviale e di controinformazione: prediligere il contatto con testimoni e profeti, con comunità di base e consigli dei favelados, con leghe “campesine” e centri di coscientizzazione; farsi “ricercatrice di verità, pellegrina di verità, avendo come bussola non già gli acquietanti rapporti degli esperti ma la voce degli oppressi”. Per mantenere questo orientamento era necessario non lasciarsi persuadere della definitiva vittoria del capitalismo, coltivare invece la passione utopica per un sistema alternativo: senza utopie, cioè “senza grandi ideali al servizio dell’idea stessa di uomo, non esiste dignità vera, tanto meno esiste felicità”. L’ammonimento degli oppressi chiedeva alla Rete di rendere credibile la solidarietà verso i poveri del Sud attraverso “l’impegno politico contro i centri di potere che qui, nell’impero del Nord-Ovest del benessere, progettano le proprie politiche, organizzano le proprie strategie, incassano i proventi dello sfruttamento o della emarginazione di miliardi di esseri umani”. Secondo Masina, la Rete aveva maturato questa lucidità di giudizio e doveva continuare ad essere “una scomodissima forza di opposizione”, di resistenza contro ogni potere che opprime.

Il ritiro di Masina dalla Rete ha creato notevoli preoccupazioni per la tenuta e la continuità, ma alla fine la forte motivazione degli aderenti e il “circuito d’amore” e di amicizia di cui parlava Ettore  hanno avuto il sopravvento. Il passaggio da una conduzione personale a una collettiva, dopo le inevitabili difficoltà iniziali, ha portato anche qualche vantaggio, che lo stesso Masina aveva previsto. Tra questi un incremento della partecipazione e una maggiore responsabilizzazione  delle reti, che ha portato a sperimentare un processo decisionale condiviso. Positivo è stato aver conservato alla Rete le caratteristiche che la distinguevano: la libertà che viene da una povertà di mezzi consapevolmente assunta, la possibilità di rapportarsi a gruppi di poveri senza inciampi burocratici, la mancanza di gerarchie formali e di statuti, la possibilità di essere sempre allo stato nascente, aperti alle urgenze e alla creatività.

Gli svantaggi consistono nella eccessiva lentezza della discussione, nella debolezza complessiva del momento decisionale, nella difficoltà a lanciare e gestire operazioni straordinarie. Ma questo fa parte del nostro essere e della nostra storia. Ed è, probabilmente, il prezzo della nostra libertà.

Cari saluti a tutte e a tutti

Fulvio Gardumi

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 

Radiè Resch di Quarrata – Febbraio 2014

Carissima, carissimo,

sono rientrato da poco dal Brasile, dove, dopo alcuni impegni lavorativi, ho incontrato amici e visitato progetti che la nostra Rete accompagna da tempo. Sono capitato in un momento in cui si sta sviluppando una nuova protesta sociale. Gruppi di centinaia di giovani delle periferie, chiamati “Rolezinhos”, che si convocano su internet e, invadono gli Shopping Centers, suscitando paura nei frequentatori abituali, dal momento che arrivano in massa. Ma sono diversi dai manifestanti dello scorso luglio che accusavano il Governo di distogliere i fondi per la scuola, la salute, i trasporti per costruire gli stadi. Oltre a protestare per la corruzione dilagante. Ciò sta suscitando le più disparate interpretazioni a secondo con chi parli. Alcuni, quelli che hanno scelto il neoliberismo come idolo, prostrandosi al Dio denaro e al Dio consumo, con le loro analisi che partono solo dal giudizio, non meritano nessuna considerazione. Essendo di una tale povertà analitica da farmi vergognare per loro.

Mentre c’è chi va al cuore del problema, come il nostro amico e referente Waldemar Boff, che afferma che non si tratta di giovani poveri, delle grandi periferie senza spazi per passare il tempo e la cultura, penalizzati dai servizi pubblici assenti o molto scadenti. Waldemar afferma che i giovani rolezinhos sono la nuova classe media, ossia, le classi C e D frutto della crescita economica grazie alle politiche sociali e educative dei governi Lula-Dilma.

Che cosa si nasconde dietro il loro andare negli Shopping? Che cosa stanno comunicando questi ragazzi con il loro andare in massa nei bunker del consumo, nelle nuove cattedrali, dove puoi entrare solo se sei un “soggetto economico e sociale all’altezza”? Non vanno per fare manifestazioni o per rubare. Sono lì per dimostrare  che gli spazi che prima loro non frequentavano, perché frequentati solo dai ricchi benestanti, fanno parte di loro. Perché anche loro possono comprare i “beni simbolo” (scarpe Nike e roba firmata) affinché questa merce possa essere un bene comune, popolare, alla portata degli operai. Il conflitto di classe in Brasile é sempre stato offuscato, tenuto nascosto. Per questo l’élite non gradisce che venga alla luce, per questo usano l’ideologia del”brasiliano cordiale e pacifico”. I gestori degli shopping non hanno niente in contrario che la gente delle periferie li frequenti. Non chiedono che vi arrivino in massa, perché disturba i normali frequentatori, perché rivela il conflitto sotterraneo di classe esistente. I responsabili degli shopping chiedono solo che non si presentino in massa… perché loro gradiscono che ci siano più compratori, indipendentemente dalla classe sociale.

Le nuove classi C e D emergenti costituiscono un capitale economico nuovo da sfruttare, ma manca in loro il capitale culturale, che permetta loro di contestare questo tipo di società, come bene ha scritto la sociologa Valquiria Padilha.

Cercano di rompere le barriere dell’apartheid sociale. E’ una denuncia verso un Paese altamente ingiusto, tra i più disuguali del mondo, organizzato su un grave peccato sociale. La nostra società é conservatrice e le nostre élite altamente insensibili alla sofferenza dei loro simili e, per questo ciniche.

Attualmente in Brasile ci sono 60 milioni di famiglie di cui 5 mila possiedono il 50% della ricchezza nazionale. Siamo in una democrazia senza uguaglianza. I rolezinhos denunciano questa contraddizione. Essi entrano nel paradiso delle merci “visto virtualmente in TV”, per vederle realmente, toccarle con le proprie mani e acquistarle. Ecco il sacrilegio insopportabile per i “padroni e i frequentatori degli shopping.

Di fronte a questi nuovi movimenti sociali di massa emersi nello scorso luglio e, alle ricolte che ne sono seguite, i movimenti cristiani si sono interpellati preparando il 13° incontro delle Comunità Ecclesiali di Base – CEBs, che si è svolto dal 7 all’11 gennaio scorso a Juazeiro do Norte nello stato del Cearà, avendo come tema: “Giustizia e profezia a servizio della Vita”, dove per la prima volta é arrivato un messaggio di condivisione e augurale del papa, riconoscendo nelle CEBs il modo d’essere, antico e nuovo, della Chiesa,  una  Chiesa che non si stanchi di essere il volto di “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade”, piuttosto che di “una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. Insomma una chiesa dove “il pastore prenda il puzzo delle sue pecore”.

Direi, un’intesa perfetta fra il papa e la comunità, senza nessuno sforzo, come se fosse la cosa più naturale. E la commozione era sul volto di tutti. Mai visto un papa così in sintonia con la gente , fino a identificarsi totalmente con loro, con i loro problemi, con le loro difficoltà, come se fosse uno di famiglia, un padre, un fratello, un amico. Papa Francesco sta superando se stesso.

Le sue espressioni semplici, le immagini popolari di cui il papa si serve per comunicare le sue idee non devono trarre in inganno; si tratta di parole che hanno alla loro base un pensiero solido, preciso, attuale, una convinzione lungamente maturata nella riflessione e nell’esperienza. Di conoscenze profonde, di dimestichezza con i grandi problemi del pensiero e della teologia del nostro tempo.

Ma egli colpisce per il suo linguaggio laico usa nelle sue espressioni. Dove al centro mette la persona umana, l’uomo, tutto l’uomo, tutti gli uomini, dai “rolezinhos” a chi lavora per la Pace, dai movimenti sociali di protesta a quegli di salvaguardia ambientale… Un linguaggio antropologico che sostituisce, almeno provvisoriamente, quello teologico. Così le parole rivolte a tutti, coinvolgono tutti, credenti e non credenti, perché sa molto bene che non tutti i suoi interlocutori hanno una fede e una religione. Ha capito profondamente che quello laico é l’unico linguaggio udibile da parte dell’uomo e delle donne di oggi. L’urlo dei giovani emarginati del Brasile e di tutto il mondo prende sostanza anche dalla “sua” condanna dell’idolo del denaro, che domina i pensieri, gli atteggiamenti e crea gravi ingiustizie. La denuncia di papa Francesco non potrebbe essere più semplice e più efficace. E’ il no più deciso al capitalismo selvaggio, al liberalismo, al mercato senza regole e controlli, che uccide tutti i giorni!

Il papa merita di essere ascoltato. Il suo non è un discorso di tecnica politica, ma un discorso di politica vera, di politica morale. Dove il campo economico è oggi, ancora assai lontano dai principi di giustizia umana e cristiana.

Questo é un tempo di riflessione e di ricerca delle cause profonde del disordine economico e morale che grava sulle nostre società. Ogni uomo,  per la sua quota di responsabilità. Credente o no, é chiamato in causa. Si ascolti questo papa e non gli eterni banditori dell’egoismo, veri e unici mandanti della morte di decine di milioni di uomini e donne ogni anno, che stanno distruggendo il tessuto dell’umana società.

E’ a questo punto che Waldemar ed io ci siamo domandati: cosa é che ci fa felici?

Abbiamo concordato sul fatto che, nella società neoliberista nella quale viviamo, l’ideale di felicità è centrato sul consumismo e sull’edonismo. Il che non significa che, realmente, essa sia frutto, come suggerisce la pubblicità, del possesso di beni materiali o della somma di piaceri.

Dalla felicità il discorso è passato all’amore. Cos’è l’amore? Abbiamo deciso di parlare a partire dalle nostre esperienze. E’ stato allora che Waldemar ha riflettuto sul fatto che una delle grandi preoccupazioni del mondo di oggi è che gli straordinari progressi tecno scientifici stimolano una accentuata atomizzazione degli individui, spingendoli a perdere i loro vincoli di solidarietà, affettivi, religiosi, ecc… E che questi vincoli sono sostituiti da altri, burocratici, amministrativi e, soprattutto, anonimi (reti sociali), distanti dalle antiche relazioni affettive tra le persone, unite l’una all’altra sotto il segno dell’uguaglianza e della fraternità, con gli stessi diritti e doveri, indipendentemente dalle disuguaglianze esteriori.

Waldemar ha continuato: ciò che rende una persona felice non è il possesso di un bene o una vita confortevole. E’ soprattutto il progetto di vita che assume. Ogni progetto, coniugale, professionale, artistico, scientifico, politico, religioso, suppone una traiettoria piena di difficoltà e sfide. Ma è appassionante. E’ la passione o, se vuoi, l’amore, che  densifica la nostra soggettività. E ogni progetto suppone vincoli comunitari. Se il sogno è personale, il progetto è collettivo.

Gli ho dato ragione. Vivere per un progetto, una causa, una missione, un ideale o anche un’utopia, è ciò che dà senso alla vita. E una vita piena di significato è, anche se colpita da dolori e sofferenze, é ciò che ci dà la felicità.

Saranno felici le  85 persone più ricche del mondo che hanno “accumulato” la fortuna di 1.7 trilioni di dollari, pari al reddito della metà della popolazione mondiale: tre miardi e mezzo di persone. Questo è un dato uscito da Davos (il Forum Mondiale dei paesi ricchi) lo scorso 20 gennaio.Questo dato, purtroppo reale é un grave pericolo sia per l’economia mondiale, sia per la democrazia.

Mentre anche in Italia la forbice si allarga, i 10 individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza più o meno equivalente ai 5 milioni di italiani più poveri (studio Bankitalia).

Antonio Vermigli