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CIRCOLARE NAZIONALE DI NOVEMBRE 2022 a cura della Rete Radiè Resch di Castelfranco Veneto.

LA RIBELLIONE DEL POPOLO CONGOLESE INTERROGA LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE.

L’avevamo intuito già dagli scambi telefonici precedenti il suo arrivo. La voce di Richard trasmetteva un dolore profondo, nuovo, che andava ben oltre la sofferenza fisica. Un dolore quasi velato di rancore. Ne abbiamo avuto conferma fin dai primi discorsi avviati informalmente attorno alla tavola: questa volta non sarebbero bastati l’accoglienza fraterna, polenta e baccalà e qualche dolcetto, perché il suo animo era carico delle sofferenze e della rabbia del suo popolo. Ci raccontava come la sua gente era passata dal grido di disperazione al coraggio della rivolta indignata verso il sistema capitalista internazionale, fondato su un neocolonialismo criminale e predatorio che li tratta meno degli schiavi, quasi fossero una sottospecie umana. Aperto il sipario sulla grande ipocrisia messa in scena dal mondo nord-occidentale, ci obbligava ad una sorta di “ruota-immagine” che ci faceva crollare addosso il castello di menzogne e complicità puntellato dalla propaganda narrativa dei media mainstream. Risultato: da parte nostra un pugno nello stomaco, come essere stati appesi a testa in giù o, secondo lo stato d’animo espresso dal nostro parroco, con la testa in conflitto con il cuore. Da parte di Richard, invece, forse il rammarico di essersi lasciato prendere troppo dalla passione. Ma la responsabilità di dover farsi interprete e portavoce delle istanze del popolo congolese, qui in un’ Europa arruolata a sostenere la resistenza del popolo ucraino, proprio in un momento così cruciale per gli equilibri strategici globali, non gli concedeva margine di mediazione.

L’attualità socio-politica della Repubblica D.C.è dominata da una nuova aggressione imposta al popolo congolese dal Ruanda tramite il movimento terrorista M23 che, in maggio 2022, ha occupato la città di Bunagana e tanti altri villaggi del territorio Rutshuru, Nord Kivu, insidiando Goma, al confine del Ruanda e dell’Uganda e risvegliando l’incubo di una balcanizzazione del Congo R.D. Dal 1996 a oggi sono già dodici milioni i morti causati dalle varie guerre che il Ruanda ha imposto al Congo.

Ma perché la Comunità Internazionale resta indifferente a una tragedia del genere? Perché continua a sostenere il Ruanda che semina violenze, disperazione e morte tra un popolo pacifico, mai ostile e sempre accogliente verso le popolazioni dei nove paesi vicini e confinanti? Perché nel luglio scorso l’ONU ha prorogato l’embargo sulle armi imposto al Congo (contrari Russia e Cina) negandogli la possibilità di difendere l’integrità, la sovranità e l’unità del Paese e del suo territorio, mentre al Ruanda, aggressore, vengono fornite le armi sofisticate, a lungo raggio e di precisione, utilizzate nell’occupazione di Rutshuru?

La minaccia è diventata insopportabile quando il portavoce della MONUSCO (missione ONU finanziata -con un miliardo nel 2022- per proteggere i civili e sostenere il consolidamento della pace nel territorio congolese accusata di corruzione, traffici illeciti e abusi) ha affermato che le forze dell’ONU non dispongono di mezzi adeguati a contrastare M23, dotato di un arsenale militare molto potente. Un’esplicita dichiarazione di tradimento che ha provocato indignazione e rabbia, in una popolazione che ora più che mai si sente abbandonata dalla comunità internazionale. E così sono esplose manifestazioni anti MONUSCO sfociate in scontri violenti con un bilancio di 36 morti di cui 4 Caschi Blu e 170 feriti.

Le popolazioni dell’Est del Congo: Goma, Beni, Butembo, Bukavu, Uvira……. hanno espresso la loro rabbia e hanno chiesto il ritiro immediato dell’ONU, perché nella coscienza collettiva di un complotto di tutti contro il popolo congolese considerato non umano. I Congolesi dunque, non facendo parte dell’umanità, non possono essere oggetto della solidarietà e della compassione della Comunità delle Nazioni al pari degli Ucraini? E ciò che scandalizza maggiormente è che un popolo decimato che vive nel sangue da anni, le cui donne sono sempre umiliate e violentate, non ha neanche il diritto di piangere, di protestare e di denunciare l’ultra protetto Ruanda.

Il 2 agosto 2022 si è celebrata a Kinshasa -ispirata dal “Prix Nobel de la paix, le docteur Mukwegue- la prima commemorazione dei 12 milioni di morti congolesi vittime delle guerre a ripetizione imposte dalla Comunità Internazionale tramite il Ruanda e altri paesi vicini. E’stato il momento culmine per il popolo per dire: “Non è più sopportabile! Non ce la facciamo più! Troppo è troppo! Sappiatelo bene: anche senza le vostre armi, siamo disposti a tutto per difenderci dal Ruanda e impedire il vostro progetto di balcanizzazione. Fermate lo sfruttamento illegale delle nostre risorse naturali e minerali! “Anche un solo metro preso oggi, sarà ripreso dai nostri figli e dai nostri nipoti”. E’stato un momento per affermare che non sono umani di seconda categoria. Abbiamo lo stesso sangue, siamo della stessa razza!Fermatevi! Basta! Basta! Basta!” . Da allora le manifestazioni di protesta si susseguono in tutto il territorio nazionale, nelle grandi città e nei centri abitati di periferia ed ovunque la gente chiede risposte e giustizia.

Come sottolinea sempre don Richard, quando si fa la valutazione dei rapporti tra i popoli e le nazioni, è sempre bene distinguere due livelli del discorso: c’è il livello delle strutture e dei sistemi che obbediscono a ideologie di dominazione, di esclusione e poi c’è il livello delle coscienze e dell’agire come persone capaci di prendere posizione, di costruire rapporti concreti, di creare ponti e reti umane al di là delle diversità delle culture, delle religioni, delle etnie e delle nazioni. Qui ci siamo noi e la nostra Rete e oggi sappiamo che, in un punto piccolo nella savana congolese, grazie al paziente cammino percorso insieme, c’è un centro ospedaliero che si prende cura di migliaia di vite umane e da un anno c’è una giovane medica che fin’ora ha affrontato:10 parti cesari, 5 interventi di estrazione della placenta, 268 casi di malnutrizione severa, 213 casi di tubercolosi, 1 caso di colpo di fulmine con rischio paralisi, numerosissimi casi di morbillo, dissenteria, malaria. La dottoressa ha anche adottato due gemelline sopravissute alla mamma deceduta durante parto avendo rifiutato il cesareo per convinzioni religiose.

Allora, tutte le volte che nel dibattito interno alla nostra Rete, ci interroghiamo sul senso della nostra presenza nelle realtà dove si sviluppano i progetti, sul come rapportarci con le popolazioni del luogo, sino a che punto contaminare e lasciarci contaminare e per quanto tempo, dobbiamo fare i conti innanzitutto, con le condizioni specifiche del posto, con le capacità e possibilità del referente e con le difficoltà legate alla situazione politica e organizzativa locali. La nostra esperienza, come quella di altre operazioni, si sviluppa in un contesto estremamente complicato per la fragilità delle strutture a supporto di una popolazione isolata, priva delle condizioni minime di sopravvivenza. Non è semplice mettersi in sintonia con queste realtà, capire sino a che punto intervenire, decidere, accogliere, astenersi, stoppare il nostro pensiero per dare spazio alle loro idee. In questi anni di intensi rapporti con l’Africa abbiamo compreso che per evitare danni e fallimenti, per sostenere correttamente il loro processo di crescita e liberazione, è necessario intraprendere un paziente (per noi e per loro) cammino di condivisione e di crescita comune, discutendo, lavorando, vivendo insieme, spogliandoci molte volte delle convinzioni e anche dei pregiudizi. È certamente un lavoro lungo che richiede costanza, tenacia e molta prudenza nelle scelte e nelle prese di posizione.

CIRCOLARE NAZIONALE OTTOBRE 2022

LA CARTA DELLA RETE

La Rete Radié Resch si avvicina rapidamente al suo sessantesimo compleanno. Sarebbe ipocrita negare che inizia a mostrare i segni dell’età. Molti amici non ci sono più. Molti altri, che non abdicano al proprio impegno, sono invecchiati: il tempo, le energie e le motivazioni calano fisiologicamente. Anche la raccolta dell’autotassazione diminuisce. Ciò che è più grave, abbiamo fallito il ricambio generazionale. A Varese, la Rete locale si è ricostituita nel 2007: nei quindici anni trascorsi da allora, ai Coordinamenti si sono viste ben poche “facce nuove”. Fa eccezione la nuova Rete di Lecco, la cui nascita ci è stata comunicata allo scorso Coordinamento. Ma è comunque presto per pensare ad un’inversione di tendenza. La difficoltà di trovare tre persone disponibili ad assumersi l’incarico della Segreteria ha condotto, di necessità, all’esperienza della Segreteria Laboratorio, con una maggiore suddivisione dei compiti e delle incombenze. L’esperimento si è rivelato molto positivo, sia perché ha consentito di rispondere comunque a tutte le esigenze organizzative, sia perché ha coinvolto persone che mai sarebbero entrate in una Segreteria “tradizionale”. Non dobbiamo, però, nasconderci che la soluzione è stata dettata dall’emergenza.

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Eppure, le urgenze che hanno interpellato Ettore Masina, inducendolo a fondare la Rete, non sono certo cessate. In Palestina, in Sud e Centro America, in molti Paesi dell’Africa, abbiamo semmai assistito ad un arretramento dei diritti e delle opportunità. Non solo: anche nel nostro Paese, che una volta consideravamo “ricco”, sono emersi nuovi bisogni, sia legati ed un generale impoverimento economico, sociale, spirituale, sia dovuti ai flussi migratori dal Sud del Mondo, certo non nuovi ma aumentati in quantità e, ancora di più, in percezione. Difficile dire se abbiamo sbagliato noi o, più semplicemente, sono cambiati i tempi. Da un lato, forse, negli ultimi due decenni la Rete si è dimostrata meno aperta al nuovo, meno accogliente, meno stimolante per chi la avvicina. Dall’altro, le modalità di comunicazione sono cambiate con una velocità che ci ha sorpreso. Dalla circolare stampata a ciclostile e diffusa per posta, siamo passati, in pochi anni, ed internet ed ai social network: una realtà della comunicazione fluida e pressoché impermeabile a qualsiasi velleità di analisi articolata e di ragionamento complesso.

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Tutto ciò ha indotto il Coordinamento ad interrogarsi, a più riprese, sul senso del nostro fare solidarietà. Il dibattito è stato acceso e, sinora, non ha portato a conclusioni definitive. Sono emerseè veroalcune soluzioni, certamente interlocutorie, ma che dimostrano comunque che la Rete è, e resta, in cammino. Oltre alla Segreteria Laboratorio, ad esempio, molti cambiamenti hanno interessato la gestione del denaro: forte (e condivisa dagli amici che si sono succeduti nella Tesoreria) è stata soprattutto l’esigenza di razionalizzare e rendere più trasparente il flusso, in entrata, dell’autotassazione e quello, in uscita, del finanziamento delle nostre operazioni. A proposito: nell’ultimo Coordinamento, gran parte dei presenti si è pronunciata a favore del vecchio nome e non di quello, più burocratico, di “progetti”.
Sono sorte, invece, difficoltà nella fase dell’approvazione e del rinnovo delle operazioni. Da un lato, infatti, la diminuzione delle risorse imporrebbe più rigore ed attenzione. Dall’altro, le proposte che ci giungono dai referenti sono numerose e variegate; inoltre, sono in parte mutati sia il contenuto delle possibili operazioni, che le modalità con cui esse ci vengono sottoposte. Inevitabile, dunque, chiedersi se i criteri definiti, ormai molti anni fa, grazie al contributo della Rete di Cagliari, siano ancora attuali. Per tutte queste ragioni, il Coordinamento tenutosi a Pescia nello scorso mese di giugno ha stabilito di creare un documento scritto, che sintetizzi i principi fondanti della Rete ed elenchi i criteri generali a cui dovrà ispirarsi il suo futuro operare.

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E’ facile comprendere la difficoltà di una simile operazione: da un lato, infatti, la Rete è sempre stata ostile ad ogni tentativo di formalizzazione; dall’altro, vi aderiscono persone con principi, ideali e sensibilità molto diverse. Oggi, però, si sente forte la necessità di creare un documento agile e sintetico, da utilizzare per spiegare “chi siamo”, sia a chi potrebbe essere interessato ad aderire, sia alle organizzazioni con cui potremmo essere chiamati a collaborare sia, infine, ai referenti delle operazioni presenti e future. Inoltre, è necessario rivedere i criteri del nostro operato, soprattutto per fare in modo che l’approvazione, il rinnovo e la gestione delle operazioni garantisca una giusta parità di trattamento tra tutte le comunità in cui esse si svolgono. Per tutte queste ragioni, è stata creata una Commissione, a cui è stato affidato il compito di una prima stesura del documento. La Commissione ha stabilito di presentare al Coordinamento la prima parte di tale documento, contenente l’enunciazione dei principi generali, riservandosi di predisporre la seconda, solo dopo che la prima avrà ricevuto una definitiva approvazione. La questione è stata affrontata nello scorso Coordinamento di Sezano: i partecipanti hanno formulato numerose osservazioni, precisazioni e proposte di modifica. La Commissione ha, quindi, ricevuto il mandato di rielaborare il documento, alla luce di tutti tali contributi, per sottoporre il testo definitivo di questa prima parte allapprovazione del prossimo Coordinamento. In essa saranno descritti le origini, lo scopo e la struttura della Rete e, tenendo conto di tutti i contributi ricevuti, saranno enunciati alcuni aspetti fondanti, come il generale ricorso al metodo del consenso, l’importanza delle relazioni sia all’interno della Rete che con i referenti delle operazioni, l’attività politica e di controinformazione, il significato ed il contenuto delle operazioni e, infine, l’importanza della restituzione, non solo economica ed i criteri di gestione del denaro.
La speranza è quella di fornire a tutti noi uno strumento semplice ed agile che esprima il senso del nostro fare solidarietà.


Marco Rete di Varese

Circolare nazionale Settembre 2022 a cura della Segreteria Laboratorio.
Questa lettera è volutamente costellata di tanti nomi con l’unico scopo di trasmettere il senso della coralità del lavoro ed invitare ad ogni persona che lo desideri a rilevarne una parte ed andare avanti.
Nella semplicità.
Abbiamo chiamato “Segreteria Laboratorio” il tentativo di rispondere all’assenza di candidature per la segreteria della Rete alla fine del biennio 2018- 2020 ( si era proposta solo Caterina lanciando insieme l’idea di un “viaggio con le Reti”).
Da parte di Antonio Vermigli, Lucia Capriglione, Nadia Zamberlan e Caterina Perata, che lanciarono l’idea nel settembre 2020 a Sezano, non c’era una premeditazione di cambiamenti epocali, piuttosto ricerca.
Marta Bergamin, preziosa tesoriera, era dimissionaria ma in attesa di una sostituzione continuò a coprire l’incarico, gli altrettanto preziosi Marco Lacchin, Marco Zamberlan e Gigi Bolognini rinnovarono la disponibilità per i verbali e la parte informatica, Presto Paolo Guglielminetti, Maria Rita Vella e Nadia Zamberlan formarono il gruppo Progetti.
Laboratorio è stato fino a qui.
Laboratorio per cercare di attraversare il momento storico.
Pandemia e la necessità di forti prese di posizione individuali su novità come il green pass, grave crisi politica ed economica che ha toccato da vicino molti membri della stessa Rete, una guerra vicina che ha ridisegnato la geopolitica e per finire le imminenti elezioni politiche in Italia che ci chiamano ancora una volta a rispondere sempre e comunque guardando agli Ultimi.
Ma è inutile ricordare cos’è stato il biennio 2020-2022 sotto i punti di vista a chi, come noi della Rete, ha cercato di viverlo in consapevolezza e nel confronto sincero.
Per la parte strettamente logistica sono stati organizzati i coordinamenti nelle nuove forme “a distanza” o “mista”, le assemblee di bilancio, la divisione delle circolari, i bilanci stessi , i versamenti e le revisioni dei progetti.
E poi qualche novità:
Germana Signa ed Enrico Vallarino sono subentrati a Marta Bergamin nel servizio di tesoreria, Maria Rita Vella ha curato un certosino lavoro di “Storia dei progetti”, Caterina Perata ha iniziato le prime tappe del “viaggio con le Reti”, è stato organizzato un fine settimana a Rimini corto come un seminario ma con l’intensità di un convegno in cui sono stati incontrati “ a distanza” tanti testimoni e referenti delle operazioni.
Altre proposte come il “forum visioni”, le “circolari circolanti”, la “griglia di condivisione delle attività delle Reti” hanno avuto poco riscontro ma è sempre importante proporre idee nuove senza curarsi della possibile accoglienza.
La parte principale dell’attività è però quella in corso : rileggere in questomomento storico l’essere Rete nella sua essenza ed i criteri che individuano
le operazioni.
Dopo confronti attraverso lettere e discussioni durante i coordinamenti si è istituito un gruppo di lavoro che ha condiviso un primo documento il quale sarà discusso tra qualche giorno nel coordinamento…due anni dopo l’inizio di questo esperimento.
Alleghiamo alcuni scritti che possano aiutare a rileggere il percorso.
Crediamo che la Rete sia davvero ancora capace di cambiare per andare avanti e continuare questo laboratorio può essere un modo.
Chi se la sente?
La segreteria laboratorio

GENOVA, LUGLIO 2022

Cari amici
mi scuso per il ritardo. Non è però come ripiego al mio ritardo che invio in questa circolare questo bellissimo articolo (a me sembra! e a voi?) apparso su “La Repubblica” di mercoledì 20 luglio dell’Avvocato Alessandra Ballerini, una di quelle sante di oggi, secondo me, un po’ come Gino Strada.
– Ho trovato questo articolo irto e aspro quasi a tracciare anche con le parole, la via della giustizia come un cammino impervio, aspro, faticoso.
La giustizia, parola Maestra, che apre le serrature quando vive, che placa i cuori quando riesce a farsi strada, premessa ad ogni altra possibile azione di umanità verso l’altro.
– Anche nel Vangelo si parla di questa via stretta, così faticosa per entrarvi e starvi dentro.
E poi si parla anche di un’altra “via”, spaziosa, facile, come una corsa in discesa. Quante volte ci accorgiamo, durante le nostre giornate, quante persone percorrono quest’ ultima via. Quante persone hanno scelto da tempo di prendere questa via, me lo dico, una vera vergogna! Grande scoramento, l’angoscia di sentirsi impotenti, sommersi, la rabbia, lo “scazzo”, il rischio di non combattere più.
La Ballerini ci mostra l’altra via, concreta, ostica, da combattimento. È la via che ci sta dinanzi, che dobbiamo percorrere, non ce n’è un’altra se vogliamo essere coerenti. Prepariamoci. Buona giornata.

GUERRA E SOLIDARIETA’

Nel vento della storia”: questo il titolo dato da Ercole Ongaro, molti anni fa, al suo primo libro sulla Rete1. Il messaggio era chiaro: la Rete è immersa nel flusso della storia, ne vive pienamente le vicende e cerca di interpretarle, con una visione aperta e solidale e qualche volta – si spera – anche profetica.

Credo che, nel corso degli anni, chi ha operato nella Rete non si sia sottratto a questa sfida, sia “sporcandosi le mani” in Palestina, in Centro e Sud America, in Africa, sia affrontando dibattiti in-terni, a volte laceranti, sul se e sul come operare in quei luoghi2.

Ora, insieme a tutti coloro che credono ancora nella solidarietà, siamo di fronte ad un’ennesima sfida. Dopo molti decenni, infatti, la guerra è tornata in Europa: una guerra crudele, sporca, maledettamente novecentesca, con il suo portato di morte, odio, distruzione, ideologia e propaganda. Come tutte le guerre, essa ha radici profonde, che non ho la capacità di indagare. Non è, però, difficile capire come essa metta in discussione molte nostre intime convinzioni, approdi di decenni, che davamo ormai per scontati.

Anzitutto, l’accoglienza dei profughi. É bello (e non lo dico con ironia) vedere l’enorme mobili-tazione del popolo italiano, sia per l’accoglienza degli ucraini fuggiti dal loro Paese, sia per la raccolta e l’invio degli aiuti a chi vi è restato. La mobilitazione è stata grande, spontanea e gratuita: ha coin-volto anche moltissime persone estranee a qualsiasi precedente circuito solidale.

Resta l’amaro di constatare come si siano creati profughi di “Serie A” (gli ucraini, appunto) e di “Se-rie B” (tutti coloro che, ora come in passato, scappano altre guerre, dittature, carestie). Tale distin-zione emerge non solo dalla comune percezione del fenomeno, ma anche da numerosi provvedimenti legislativi, che hanno creato canali preferenziali per chi scappa da quella guerra3.

Con l’ulteriore paradosso che il trattamento “di favore” viene riservato solo al fuggiasco di cittadi-nanza ucraina e non a chi, residente in quel Paese, abbia altra origine.

Ciò pone molte domande: perché ciò è avvenuto? Questo ha in qualche modo cambiato la condizione degli “altri” migranti? Cosa resterà di questa mobilitazione una volta che – speriamo presto – tutto sarà finito?

Facile rispondere alla prima. Questa guerra è in territorio europeo ed ha ricevuto una copertura me-diatica come mai in passato. Il nostro coinvolgimento emotivo è enormemente superiore, rispetto a qualsiasi altro conflitto, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Non solo, è facile immedesimarsi negli ucraini: sono relativamente vicini, bianchi, cristiani, di cultura abbastanza omogenea alla nostra, minacciati da un Paese che, per tutta la guerra fredda, ci è stato additato come il maggiore spaurac-chio4. Infine, la comunità ucraina era già abbondantemente presente ed integrata in Italia, prima del conflitto.

Più difficile dire come tale situazione incida sulla condizione di tutti gli altri migranti. Sicuramente è cambiata la copertura mediatica e, quindi, la percezione del fenomeno. Malgrado gli sbarchi non siano certo terminati, non se ne parla più ed il tema ha cessato di essere strumento di lotta politica. Ciò è probabilmente un bene, perché chi continua ad interessarsi di immigrazione (e sono molti) potrà farlo in silenzio e con molte meno pressioni. Purtroppo, per usare un eufemismo, è improbabile un aumento dei fondi stanziati a sostegno di queste persone. Si corre, inoltre, il rischio di una guerra tra poveri, per ottenere aiuti, servizi e lavoro, in cui gli ucraini partono oggettivamente favoriti.

Credo, infine, che nulla resterà della mobilitazione, una volta finita la guerra. Chi già si occupa di so-lidarietà continuerà a farlo, mentre gli altri torneranno alle loro comuni occupazioni. La storia recente ci ha insegnato che siamo in grado di superare eventi traumatici a livello globale (la pandemia, ad esempio) senza che ciò, nel medio-lungo periodo, incida minimamente sul nostro stile di vita.

Dubito, inoltre, che gli strumenti emergenziali sperimentati in questi mesi possano essere estesi anche ad altre categorie di richiedenti asilo.

In conclusione, penso che la vicenda ucraina sia del tutto peculiare e non modificherà l’atteggiamento dei nostri connazionali nei confronti degli “altri” migranti. Del resto, come già ci insegna un fine in-tellettuale leghista, questa è una guerra “vera” mentre, par di capire, tutte le altre sono finte …

La situazione attuale ha poi creato ulteriori profonde crepe in quello che resta del fronte pacifista. É sufficiente disapprovare la guerra e chiedere la pace? É giusto schierarsi? In concreto: è giusto, per il nostro Paese, aiutare economicamente e militarmente l’Ucraina?

Non vi nascondo che, avendo partecipato in passato a campagne contro le produzioni armiere, queste domande mi mettono in crisi. Non ho risposte, ma non credo sia giusto sottrarsi al confronto.

Come dicevo, non ho gli strumenti, né le competenze, per analizzare la genesi del conflitto. Posso so-lo dire che chi attacca militarmente uno Stato sovrano, indipendentemente dalle ragioni che accampa, ha comunque torto.

Aggiungo che la ultracinquantennale vicinanza al popolo Palestinese ci ha insegnato che, in questi casi, l’imparzialità è pura ipocrisia. Chi non si schiera, chi resta equidistante, sostiene di fatto l’ag-gressore e lo fa indipendentemente dalle colpe che anche l’aggredito può avere.

Neppure credo nell’atteggiamento – passivo ed in fondo comodo – di chi si limita a disapprovare la guerra ed a chiedere la cessazione delle ostilità. Serve un impegno concreto.

Durante la nostra guerra di liberazione dal nazifascismo i partigiani erano armati, sparavano, uccide-vano. Pochi lo facevano volentieri, ma questo è un dato di fatto storico. Non solo: spesso i partigiani utilizzavano armi paracadutate dalle forze aeree americane.

Quanti di noi avrebbero disapprovato questo modo di agire5?

Evidentemente ci sono situazioni limite in cui l’uso della violenza e l’invio di armi sono moralmente leciti. La situazione ucraina rientra tra queste? Dobbiamo valutarla con i nostri occhi di borghesi co-modamente seduti ad una scrivania o con quelli di chi si è arruolato volontario e combatte su un fronte?

Come dicevo, non ho una risposta.

Infine, come sempre, anche questa guerra incide pesantemente sulla libera manifestazione del pensiero. Assistiamo – spesso impotenti, talvolta indifferenti – ad una censura strisciante: l’accesso ai media viene progressivamente precluso a chi non condivide il pensiero generale, che sostiene acri-ticamente la causa ucraina, o, più semplicemente, cerca di offrire un’analisi più articolata e meno “ti-fosa” sulla genesi della guerra. Un atteggiamento, tra l’altro, sintomo di debolezza: è molto più utile ed efficace confutare un argomento, che impedire che sia espresso.

Sia chiaro: alcune posizioni sono davvero cervellotiche e sembrano animate più da interessi economi-ci o di mera visibilità, che da intime convinzioni. Questa, però, non è una valida ragione per metterle a tacere.

La varietà di opinioni è comunque una ricchezza. Possiamo non condividere un’opinione, criticarla aspramente, ritenerla folle o prezzolata, ma tutto ciò non deve incidere sul diritto di manifestarla. Lo dice l’art. 21 della nostra Costituzione che, non a caso, nasce dalle macerie di un regime totalitario. Torna, se vogliamo, di attualità la frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”, spesso attribuita erroneamente a Voltaire6.

Marco Rete di Varese

1 Ercole Ongaro “Nel vento della storia”, Cittadella Editrice, 1994.

2 Sempre Ercole Ongaro descrive la frattura verificatasi all’interno della Rete nel 1972, a seguito delle azioni terroristi-che perpetrate dal gruppo palestinese “Settembre Nero” all’aeroporto di Tel Aviv e durante le Olimpiadi di Monaco (“Nel vento della Storia” cit., p. 86).

3 Vedi, ad esempio il Decreto Legge 21 marzo 2022 n° 21, che prevede, a favore dei profughi ucraini, forme di acco-glienza diffusa sul territorio per 15.000 persone, contributi al sostentamento per tre mesi e l’accesso automatico al Sistema Sanitario Nazionale, nonché il riconoscimento automatico per tutte le qualifiche sanitarie conseguite in quel Paese. Sul sito della Protezione Civile è stata, addirittura, creata una piattaforma, denominata “Offro Aiuto”, dedicata alla sola popolazione ucraina.

4 Oggi è facile dimenticare che anche l’Ucraina era parte dell’Unione Sovietica.

5 Non avendo, per fortuna, conoscenza diretta, la mia opinione si è formata nella lettura di molti racconti, più o meno romanzati, sulla resistenza. Mi viene in mente Beppe Fenoglio “Il partigiano Jonny”, Einaudi.

6 In realtà, è della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall.

CIRCOLARE NAZIONALE MAGGIO 2022

LA MERAVIGLIA DEL SILENZIO

Giorni addietro ho proposto a scuola l’albo illustrato “ La meraviglia del silenzio”.

Dopo la lettura, stimolando la conversazione tra i bambini sul significato delle parole MERAVIGLIA e SILENZIO, una piccola di quattro anni è intervenuta dicendo:

Il silenzio è una cosa che ti fa un po’ innamorare

Esterefatta!

Per giorni ho pensato a quelle parole e con la mente sono approdata in miei viaggi diversi, che, però, avevano un denominatore comune: la mensa fatta di sguardi.

Repubblica Centroafricana. Nella savana, durante una formazione alle maestre del luogo, che parlavano solo sango, sono stata invitata insieme a Carola, dalle stesse a pranzo.

Ognuna di loro ha portato la sua migliore stoviglia da casa per offrirla a noi bianche. Si è pranzato sotto il baobab tra silenzio ed emozione.

Palestina, At – tuwani, Durante un viaggio della Rete, la moglie di Afez, che parlava solo arabo, ci ha accolto con la sua zuppa in ciotole di latta, ceramica e legno. Ognuno di noi sorseggiava con lo sguardo negli occhi dell’altro.

Iran, Isfahan. Nell’immensa piazza una donna, che parlava solo farsi, con la sua famiglia mi chiede di sedermi accanto a lei, con Pier e Ludovica, per condividere la sua cena, in una magica serata estiva. Accetto, mi siedo e piango.

Attimi fatti solo di sguardi, di sorrisi, di parole ( fortunatamente ) non potute dire; attimi fatti d’ innamoramento di un istante che imprime in modo indelebile il tuo io: perché invitare qualcuno a mensa è un atto di profonda fiducia nell’ altro.

Significa desiderare di stare insieme nella condivisione e ancora una volta credere nella relazione.

SIMONA

Per la Rete di Celle/ Varazze

CIRCOLARE NAZIONALE APRILE 2022 da casa MASINA

Carissimi mi emoziona molto scrivere una circolare per la Rete.

Forse voi non ve lo ricordate ma per me e per Ettore voi siete sempre stati i veri fratelli di elezione, e quando abbiamo lasciato la rete abbiamo pianto.

I veri fratelli sono quelli con cui condividiamo le idee e anche se ho sofferto quest’inverno per la perdita di tre fratelli di carne voi siete sempre quelli con cui mi sento in sintonia.

Avrei voluto partecipare al coordinamento di Savona. Sono una Ligure.

Mi manca il mio mare, mi mancano i profumi della maggiorana e di tutte le erbe odorose selvatiche che mi inebriavano nelle mie passeggiate infantili sulla Capra Zoppa o sulla collina delle Manie sopra Finalpia.

Mi mancano le sabbie delle arene candide, che forse voi non avete mai visto, che arrivavano dall’Africa fino alle grotte, dove noi bambini con una candela e un cordino ci addentravamo da veri incoscienti.

Lascio ora la “ saudade ” per fare discorsi più seri.

Io come sapete non sono una esperta di politica come era Ettore e come è Pietro.

Perciò ho inviato una riflessione di Pietro sulla guerra in Ucraina e una di Emilio su Guerra e Psicoanalisi.

Cosa posso dire a voi? Credo che in questi giorni sentendo le varie discussioni nei media noi ci stiamo rendendo conto che noi siamo stati privilegiati come Rete perché le discussioni che dividono le varie correnti politiche noi le abbiamo già affrontate da anni, le abbiamo condivise, le abbiamo assimilate e hanno cambiato il nostro modo di vivere.

Ettore e i tanti collaboratori che lo hanno aiutato, e che poi lo hanno sostituito, da tanti anni hanno saputo affrontare problemi difficili, e spesso hanno avuto il coraggio di andare contro le opinioni di persone che amavano o di altre che li hanno danneggiati perché non accettavano di assecondare i loro comportamenti corrotti. Quando sono stata a Rimini con Pietro mi sono molto rallegrata che la Rete fosse ancora viva e tante persone anche giovani portassero avanti ideali alti ma difficili.

Da tanti anni abbiamo insieme previsto quello che ora è sotto gli occhi di tutti con le sue conseguenze catastrofiche, che si vuole limitare con una emozionalità pietosa e superficiale a una singola guerra come quella dell’Ucraina, mentre è tutto l’assetto del mondo che va cambiato.

Cerchiamo di ricordarci quanto sia grande il patrimonio culturale che abbiamo costruito in comune anche con momenti di buio e di sofferenza spesso prima di avere soluzioni da proporre.

Noi abbiamo capito quanto gli imperialismi e i nazionalismi fanatici siano portatori di morte non solo ai più poveri ma anche agli stessi ideologi , vi ricordate la signora Goebbels che non poteva vivere in un mondo senza Hitler, e vi ricordate le foto dei suoi sei bambini avvelenati e sdraiati davanti al bunker di Hitler?

Noi siamo in grado di riconoscere ogni forma di imperialismo anche quando sta appena nascendo, e non è poco questa capacità di riconoscere un fenomeno sul nascere quando molti ancora non lo vedono.

Noi non siamo contro ogni tipo di guerra ma siamo contro la fabbrica delle armi: la guerra la ammettiamo solo come sfogo della nostra aggressività come si fa nelle arti marziali.

Giochiamo alla guerra con pistole ad acqua , dipingiamoci la faccia di nero come si fa in certi rituali indigeni per far paura agli avversari. Sono gli armamenti che non vogliamo più costruire.

Sono le armi che costano miliardi che arricchiscono i potenti della terra che portano la guerra: cosa serve la difesa dei nostri aerei costosissimi se l’avversario , che magari sa di stare per morire, sgancia con un desiderio di suicidio collettivo una bomba atomica? Un giornalista dell’Avvenire che non so perché detestava Ettore, tanti anni fa scrisse un articolo dicendo che le pistole erano neutre e diventavano armi solo se le si usava. No le armi sono armi anche se non le usiamo, perché con i soldi degli armamenti si rimetterebbe a posto tutto il nostro continente. Si potrebbe vivere come nel paradiso terrestre circondati nei nostri giardini da colibri e uccelli del paradiso che cinguettano all’alba per svegliarci.

Circolano nel mondo tantissimi soldi che ora servono solo a pochi ricchi di fare altri soldi con investimenti finanziari velocissimi, soldi svalutando il lavoro umano che non è solo una fonte di guadagno ma dà senso alle nostre vite. Si potrebbe fare scuole, disinquinare gli oceani da plastiche e rifiuti , si potrebbe aumentare la capacità della ricerca, si potrebbero istruire tanti poveri ignoranti, che non per colpa loro, sostengono che le fabbriche delle armi procurano lavoro. “ Ma signora ”, mi ha detto l’altro ieri un operaio che ho incontrato dal ferramenta, “ lo sa che in Italia le fabbriche di armi danno lavoro a 150 mila persone ? ”.

Ettore invano da parlamentare ha cercato di tramutare la produzione di armi in pentole a pressione e invano a cercato di far passare una legge che impediva che i paesi aiutati dalla cooperazione comprassero dall’Italia armi con pagamenti uguali ai soldi che venivano elargiti.

E’ inutile che vi ricordi quello che sapete meglio di me riguardo alla distruzione delle foreste, alla possibile mancanza di ossigeno per tutta l’umanità, alla carenza probabile di acqua, alla distruzione dell’habitat di tante specie animali che non solo impoveriscono il pianeta ma che portano i virus con salti di specie a cercare la loro casa nell’uomo.

Su questi punti voi ne sapete molto più di me, noi avevamo solo intuito i primi accenni di coscienza ambientale e voi state portando avanti quello che era meno chiaro anni fa.

In questi giorni noi dobbiamo soprattutto pensare di salvare il pianeta.

Sto leggendo e comprando libri di Stefano Mancuso sull’importanza di riforestare il mondo.

Con mia grande sorpresa, ho letto in “ L’ incredibile viaggio delle piante ” di questo autore che a Hiroshima alcuni bambini di un asilo si sono salvati dalle radiazioni della bomba atomica perché l’asilo era coperto da alberi e che intorno a Cernobyl c’è una foresta rossa perché le piante hanno trattenuto le radiazioni della centrale. Se fossi venuta a Savona, ma ho 88 anni e sono troppo vecchia per viaggiare da sola, avrei chiesto a tutti voi di convogliare dei soldi per piantare alberi.

Non vi scrivo per darvi consigli ma perché continuiate ad avere fiducia in voi e speranza nell’uomo. Come nell’emergenza Covid si sono costruiti vaccini in un anno, quando prima ne occorrevano almeno quattro, se gli uomini di buona volontà vogliono possono trovare soluzioni ancora non immaginabili attualmente.

Noi abbiamo avuto tanta paura ai tempi della guerra in Italia, temevano le leggi razziali di Mussolini, temevano che il male avrebbe vinto il bene, ma non è stato così e non sarà mai così anche se a volte abbiamo la tentazione di crederlo.

Ci sono aspetti di crescita del male nel mondo ma la coscienza globale sta maturando, dobbiamo avere fede. Un amico esperto di Sud Sudan ci ha raccontato che pochi anni fa uno stregone era stato sepolto vivo perché aveva previsto una pioggia che non era arrivata. Oggi i social, che per certi versi aborrisco e non so usare, però permettono più di prima che si venga a conoscenza di tante aberrazioni, come quelle dei bambini che in Congo scavano a mani nude nei cunicoli di fango per cercare il cobalto necessario per le pile delle automobili elettriche.

Nel mondo ci sono tante realtà terribili che una volta venivano tenute nascoste e che oggi si cerca in tutti i modi di celare o di ritrasmettere in maniera menzognera, ma noi non dobbiamo permettere la propagazione delle bugie. Oggi chi vuol sapere che cosa accade nel mondo può farlo facilmente ed è soprattutto lo svelamento delle azioni malefiche che è temuto da chi le compie ma che è il solo modo per ostacolarle.

Io sono quasi alla fine del mio viaggio ma sono una donna felice perché ho partorito figli come voi, migliori di me e posso andarmene in pace. Abbiate speranza. Vi abbraccio

Clotilde

Seguendo il dibattito sulla guerra in Ucraina gli psicoanalisti due o tre cose le possono dire, e sono cose legate fra loro.

Primo: trovarsi a prendere decisioni, come l’invio di armi a uno dei Paesi belligeranti, in condizioni di emergenza, quando la sollecitazione emozionale è massima non è mai un buon affare. In queste condizioni, la razionalità rischia di essere travolta e di non fare argine alla tensione angosciosa. Si tende infatti ad appiattire la complessità della realtà su dimensioni estreme, come nelle curve degli stadi: amico/nemico, eroe o disertore, arrendersi o combattere. Le differenze fra fatti e persone sono minimizzate e si procede per ampie generalizzazioni, il dialogo con l’altro, e fra parti di sé, viene interrotto; la mente entra in una modalità autoritaria. Se non c’è tempo per pensare le emozioni, la scarica liberatoria e l’errore, più o meno grave, sono dietro l’angolo.

Secondo: l’essere umano spesso non ha memoria, o meglio ha una memoria selettiva che cancella i momenti difficili della sua storia e di quella del mondo. Cerca di buttare dietro le spalle quello che lo ha turbato per non faticare troppo a capirne il senso e le cause. Se questo meccanismo rappresenta una sorta di scorciatoia esistenziale in parte fisiologica, un eccesso di dimenticanza impedisce di utilizzare il passato per prevedere e organizzare il futuro. Ad esempio, si dimentica che le guerre non solo hanno insanguinato il mondo ma hanno traumatizzato gravemente chi è sopravvissuto e persino le generazioni successive. Inoltre, hanno devastato l’ambiente in modo irreparabile (in Vietnam, a più di cinquanta anni di distanza dalla guerra nascono ancora bambini deformi per effetto del napalm usato per defoliare le foreste). Non si ricorda più che solo gli sforzi per costruire la pace sono riusciti a produrre una convivenza prospera e serena. Vivere all’insaputa di una parte di sé stessi o della realtà esterna può provocare brutti scherzi: ciò che si pensava dimenticato ritorna in gioco in maniera improvvisa e destabilizzante, come in questo momento la minaccia nucleare.

Terzo: la massima latina: “ si vis pacem para bellum ” è palesemente falsa. Investire sulla probabilità che il nemico si spaventi della tua forza non fa altro che indurlo a pensare nello stesso modo, secondo il noto proverbio “chi la fa, l’aspetti”; e può provocare una escalation di emozioni e azioni improvvide. Già Freud, il fondatore della Psicoanalisi, ci aveva avvertito che il prezzo che l’uomo deve pagare per convivere serenamente con i suoi simili, protetto dalla civiltà, comporta un disagio: quello di rinunciare ad esprimere liberamente tutti i propri bisogni sessuali e aggressivi, lavorando costantemente per tenerli a bada. Perché la nostra libertà termina dove comincia quella dell’altro.

Emilio

Questa guerra è il risultato di errori politici gravi – o addirittura di un disegno di destabilizzazione – che proseguono dalla caduta del Muro. Solo affrontando quegli errori si può mettere fine al conflitto. La strategia politica e la resistenza all’aggressione militare non possono essere due cose separate. L’aveva spiegato già von Clausewitz all’inizio dell’800: la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Se la politica fallisce, allora si arriva alla guerra. Ma è solo la politica che può porre fine alla guerra (a meno della distruzione completa dell’avversario, ed è improbabile che la Russia venga annientata) ed impedire guerre future.

Francia e Germania sono state in guerra dal 1870 al 1945. La capacità politica del gruppo dirigente che ha gestito la fase post-bellica ha saputo trasformare le ragioni del conflitto in ragioni di collaborazione: oggi i due paesi vivono in pace ed anzi rappresentano insieme l’asse della politica europea. Sono stati uomini come Altiero Spinelli che nel mezzo del conflitto più sanguinoso che l’Europa abbia conosciuto ad aver sviluppato le idee necessarie per costruire una pace duratura. Sono queste le idee che mancano oggi per l’Europa centro-orientale.

La mancanza di queste idee – di una politica alta – non solo ha portato alla guerra in Ucraina, ma anche alla nascita di sovranismi estremisti e di regimi politici illiberali (vedi Ungheria e Polonia) all’interno dell’Unione Europea. Se non ripartiamo da qui sarà impossibile portare al tavolo di negoziazione con la Russia una proposta credibile per una pace duratura. Neutralità dell’Ucraina o ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europa sono due idee che da sole non risolvono e addirittura possono essere fonte di nuove crisi senza una visione globale forte. Continuare a ripetere “l’Ucraina è aggredita, aiutiamola con le armi”, e intanto rinviare a chissà quando un ragionamento su un possibile futuro di pace, vuol dire prolungare questa guerra indefinitamente.

L’Ucraina riceve enormi quantità di armi dal 2014, come lo stesso Biden ha rivelato. Di armi ne sta ricevendo moltissime anche in questi giorni. Ma intanto la stiamo lasciando sola, come abbiamo fatto in tutti questi anni, nel mezzo di una crisi che non può trovare soluzione senza una nuova visione politica che faccia uscire la Russia dal suo isolamento, offrendole una partnership politica con l’Unione Europea – cosa che potrebbe trovare sponde politiche a Mosca, mettendo in crisi la politica putiniana. In mancanza di una visione di questo tipo è inevitabile che anche la rimozione di Putin lascerebbe inalterate le ragioni del conflitto. Questa occasione l’Europa l’ha avuto sia con Gorbaciov che nei primi anni ‘90: ma l’Occidente scelse di sostenere il regime illiberale e corrotto di Yeltsin, saccheggiando le risorse russe, invece di trovare un’intesa duratura. Oggi tutti i nodi sono venuti al pettine e la politica europea non sa dire altro che armi e guerra.

Pietro

Rete Radiè Resch, Circolare nazionale del marzo 2022

A cura della Rete di Pisa-Viareggio

Quando abbiamo iniziato questa circolare, l’attenzione dei nostri media era tutta concentrata sulla elezione del presidente della repubblica. Cominciavano a venire fuori i primi nomi, e Salvini, nel presentare una possibile candidata, aveva detto che era espressione della destra, una destra moderata, liberale e «identitaria». Emergeva una autodefinizione della nostra destra politica: “moderata”, cosa su cui qualche dubbio è lecito nutrire, “liberale”, certamente in senso economico ma molto poco in senso culturale e politico, e infine “identitaria”. E qui si poneva il problema di cosa questo termine davvero significasse. Considerato chi lo aveva usato, ci è venuto subito da pensare agli immigrati, a quei disperati che tentano di raggiungere le nostre coste e che Salvini, quando era ministro degli interni, aveva cercato in tutti i modi di respingere e lasciare in mare. D’altra parte, erano quelli i giorni in cui era molto presente sui giornali la crisi dei profughi ai confini fra Polonia e Bielorussia. Si parlava della costruzione di un muro, mentre migliaia di persone, intere famiglie, erano bloccate al confine, abbandonate a se stesse, con temperature polari, senza nessuna assistenza né prospettiva.

Tutto questo, anche lì, in nome dell’identità, la nostra identità europea e cristiana minacciata da masse di non europei e musulmani. Qualcuno aveva tirato fuori anche la cosiddetta “teoria della sostituzione”. Sostituzione, voluta naturalmente dai poteri forti, Soros in testa, che avrebbe come obiettivo un cambiamento etnico radicale della popolazione europea.

Mentre scriviamo è in pieno svolgimento un’altra crisi, la crisi Ucraina. Una crisi estremamente pericolosa, con possibili derive verso guerre più ampie, se non globali e anche nucleari. Le motivazioni di questa crisi sono tante, e non possiamo trattarle qui, ma anche in questo caso ricompare il tema dell’identità. Vediamo, scrive Politi sul Corriere della sera, “le immagini fino a ieri inimmaginabili di «sovranisti» polacchi e ungheresi che accolgono generosamente i profughi, perché europei come loro, e a loro accomunati dalla minaccia russa.” Quelle frontiere davanti alle quali fino a poco fa si accalcavano migliaia di disperati, respinti senza alcuna pietà, ora si aprono. È l’identità che fa la differenza. E lo stanno sperimentando in questi giorni le migliaia di studenti asiatici e africani, iscritti alle università ucraine, che si vedono respinti alle frontiere, a quella polacca in particolare, quando cercano di tornare a casa per fuggire dalla guerra. “Gli ucraini passavano con i loro cani e gatti. Anche loro sono trattati meglio degli studenti indiani”, Dice a un giornalista Muhammad, uno studente indiano che non riesce a lasciare il paese. Ma qualcosa di simile accade anche in Israele, pronta ad accogliere i profughi provenienti dall’Ucraina, purché ebrei. Gli altri “vengono espulsi o obbligati a versare costosi depositi per garantire che alla fine se ne andranno.”1

Ma cosa è l’identità? È intesa troppo spesso come qualcosa che divide, che distingue/separa, «noi» da un lato e «loro» dall’altro. È proprio questa identità, vista come qualcosa di statico, definito una volta per tutte, che ci permette di respingere chi riteniamo «altro» da noi, portatore di una identità diversa, dalla quale non vogliamo essere inquinati. È anche qualcosa per cui crediamo che valga la pena morire, ma anche uccidere! E, curiosamente, di questo sembrano particolarmente convinti proprio coloro per cui la vita è sacra e inviolabile, soprattutto quando si parla di aborto e di eutanasia.

Che l’identità possa essere all’origine di violenze lo abbiamo visto negli ultimi decenni in tanti posti, Kosovo, Bosnia, Ruanda, Timor, Israele-Palestina, Sudan, …, e ora anche in Ucraina. Noi che seguiamo con interesse e solidarietà le vicende della Palestina lo abbiamo visto recentemente ad esempio nei tentativi di ebraicizzare Gerusalemme con l’espulsione delle famiglie palestinesi, e lo vediamo quotidianamente nella politica di apartheid perseguita sistematicamente dal governo israeliano.

Il rapporto fra identità e violenza è proprio il tema di un bel libro del premio Nobel Amartya Sen, economista e filosofo. Indiano, Sen non può non partire dalla sua memoria di bambino, ai tempi della decolonizzazione dell’India, ricordando la “velocità con cui gli esseri umani di gennaio si trasformarono negli implacabili indù e negli spietati musulmani di luglio”, e le violenze sofferenze che portarono alla formazione di due stati, uno indù e uno musulmano. Dobbiamo sempre ricordare, ci dice Sen che “siamo diversamente differenti. La speranza di armonia nel mondo contemporaneo risiede in gran parte in una comprensione più chiara delle pluralità dell’identità umana, e nel riconoscimento che tali pluralità sono trasversali e rappresentano un antidoto a una separazione netta lungo una linea divisoria fortificata e impenetrabile.” Dovremmo riuscire a capire che l’identità è in realtà qualcosa di molteplice e soprattutto dinamico/fluido. Non siamo quello che siamo, ma quello che “siamo essendo”.

Viene da pensare a un filosofo particolarmente amato da un caro amico della Rete, a cui molto dobbiamo, Arturo Paoli. Si tratta di Emmanuel Lévinas: “Il Messia è il giusto che soffre, che ha preso su di sé la sofferenza degli altri […]. E, concretamente, questo significa che ognuno deve agire come se fosse il Messia.” Se vogliamo realizzare un mondo nuovo, una società più giusta, quella che la tradizione ebraica definisce come «messianica», dobbiamo accogliere l’altro/altra e identificarci con lui/lei. È esattamente l’opposto della difesa dell’identità. È richiesto un cambiamento radicale. Questo ha diverse conseguenze. Ne vogliamo qui considerare due, apparentemente molto diverse. Ma lo sono davvero?

Noi, gli «autoctoni» ci sentiamo nel diritto di «respingere» chi pensiamo non lo sia, o, magari invece, siamo disponibili ad «accogliere», ma comunque siamo sempre noi che ci arroghiamo il diritto di decidere se accogliere o respingere. Ma che vuol dire essere «autoctono», e chi si può legittimamente considerare tale? In realtà siamo tutti migranti in una terra che non è «nostra», che non possiamo possedere. Semmai, siano noi, tutti, a essere «suoi», della terra. E questo ci riporta al nostro rapporto con la terra, il «Creato», che stiamo distruggendo.

Il concetto di «autoctonia» è strettamente legato a quello di «patria». Per i sacri confini della «patria» è bello morire, e naturalmente si può uccidere. E per difenderli si può anche respingere il migrante, fino a permettere che muoia, di freddo e fame in un campo o annegato in mare. Ma per difendere i confini bisogna anche armarsi. Non è un caso che Minniti che ha fortemente contribuito a definire la politica dei respingimenti (a lui si deve l’accordo con il premier della Libia Fayez al-Sarraj che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha giudicato “disumano”), e che ha contribuito alla persecuzione giudiziaria di Lucano, ora guidi Med-Or, la nuova fondazione di Leonardo, la ex Finmeccanica, partecipata dallo Stato, che opera nei settori di difesa, aerospazio, sicurezza (cyber e non).

Più volte come Rete abbiamo condannato le politiche riguardanti le spese per gli armamenti (+2,6% nel 2020, anno della piena pandemia, arrivate a 1981 miliardi di dollari e in continua crescita. Fonte SIPRI), in un mondo in cui le guerre non si sono MAI fermate. Nel 2021 erano 30 effettive + 15 situazioni di crisi, inclusa l’Ucraina, dove una delle guerre più mortifere tra quelle cosiddette ‘a bassa intensità’ si è protratta dal 2014, mentre i Salvini e i Berlusconi di turno lodavano “il grande statista” Putin. Particolare e ‘dimenticata’ recrudescenza hanno poi avuto, recentemente, i conflitti in Etiopia e nel Sahara Occidentale (Fonte Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 2021).

Ci preme qui sottolineare: lo stato permanente di guerra nel mondo; il fatto che le guerre non nascono a caso, come funghi, ma che ci sono sempre cause complesse che le determinano e attori diversi che le originano; il rapporto tra armi e affari, e il nesso tra sistema economico ed escalation militare; la totale deregulation delle vendite di armi; la quotazione in borsa delle aziende produttrici di armi, sia private che pubbliche (sono ben 195 le aziende italiane produttrici di armi quotate in borsa), per cui per sostenere il titolo si va a caccia di mercati e c’è una continua accelerazione degli investimenti2; il fatto che il nostro paese sia, a livello mondiale, all’11° posto per le spese militari, passate nel 2021 da 64 a 70 milioni di euro al giorno, e sia presente, con le sue forze armate, in 50 teatri di guerra.

Invitando tutte e tutti a riascoltare la lezione magistrale di Gino Strada “Verso un mondo senza guerre”, alla festa Scienza filosofia del 15/06/20183, intervento di un’attualità stringente, ricordiamo qui alcuni temi su cui ci sembra importante continuare a lavorare e riflettere:

  • La costruzione di un movimento internazionale per l’abolizione delle guerre come unica strada realistica per evitare l’autodistruzione del mondo.
  • La realizzazione di un percorso di disarmo, graduale ma progressivo, a livello di ONU, tema che purtroppo l’Assemblea ONU non ha ancora mai affrontato.
  • La diffusione di una cultura della pace, che ci aiuti, da un lato, a comprendere le cause delle guerre, e, dall’altro, a individuare percorsi nonviolenti per prevenirle e, una volta iniziate, per farle terminare.
  • La promozione di iniziative per portare le aziende di armi sotto il controllo pubblico, in modo che la loro produzione e commercializzazione dipenda dalle esigenze di sicurezza del paese piuttosto che dalle forze del mercato e della finanza.

Vogliamo ricordare infine, in chiusura, l’importanza della piena applicazione della Legge 185/90 sull’export di armi, attraverso un severo controllo del Parlamento, in attuazione dell’Art 11 della Costituzione. Va ricordato che lo spirito della legge è quello di promuovere una politica estera basata sul rispetto delle norme internazionali, con l’obiettivo anche di promuovere la costituzione di una agenzia europea per il controllo delle esportazioni di armi. Pertanto, non può essere considerata una legge sull’“industria militare”: deve controllare, non FAVORIRE l’export di armi! La legge contiene poi anche programmi relativi alla riconversione al civile, purtroppo mai realizzati in trenta anni.

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1 Zehava Galon, “Does ‘never again’ only refer to Jews?”, Haaretz, 7/3/2022.

2 Raoul Caruso, relazione su “Spese militari, industria di armi e conflitti al servizio del sistema economico”, seminario dell’Accademia delle Alpi Apuane, 4/03/2022.

3 https://www.arcoiris.tv/scheda/it/16880/addC

Febbraio 2022

La circolare di questo mese vuole presentare le ragioni della scelta del Coordinamento di accogliere l’invito lanciato dall’associazione Linea d’ombra ad aderire all’ICE “STOP BORDER VIOLENCE” (vedi e-mail inviata da Lucia Capriglione il 6 febbraio)

Di proposito non la chiameremo campagna in quanto si tratta, ben oltre la richiesta di adesione, di dare il nostro contributo a un’azione dal basso volta a produrre un cambiamento delle politiche migratorie della UE. Chiediamo un cambiamento che arrivi a mettere a nudo, ancora una volta, l’ingiustizia che segna i rapporti tra il mondo occidentale e tutto ciò che sta ai suoi margini, perché finalmente si trovino nuove e diverse modalità di co-abitare questa nostra terra. Come dice la filosofa Donatella Di Cesare “coabitare la terra impone l’obbligo permanente e irreversibile di coesistere con tutti coloro che, più o meno estranei, più o meno eterogenei, sulla terra hanno uguali diritti”(Cfr. D. Di Cesare, Stranieri Residenti).

L’iniziativa è resa possibile grazie a uno strumento di partecipazione diretta alla politica della UE che prende appunto il nome di ICE: Iniziativa Cittadini Europei. Attraverso questo strumento i cittadini possono chiedere alla Commissione Europea di proporre nuovi atti legislativi. Per ottenere che un’ICE venga accolta si deve raccogliere almeno un milione di firme distribuite su sette Paesi europei; dopo di che la Commissione decide quali azioni intraprendere.

L’ICE “STOP BORDER VIOLENCE” chiede che abbiano termine le torture e i trattamenti degradanti perpetrati nei confronti dei migranti dalle polizie dei vari stati alle frontiere d’Europa. Questo in ottemperanza all’articolo 4 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che afferma: “Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

L’ iniziativa è nella prima fase: si sta tessendo una larga rete di realtà il cui scopo è assicurare la metà delle firme necessarie, cinquecentomila, già alla partenza. In realtà in un primo tempo gli organizzatori avevano pensato di consegnare l’ICE tra fine febbraio e inizio marzo; ma poi è sembrato più sicuro per la riuscita dell’iniziativa presentare l’istanza avendo già raccolto metà delle firme.

Riteniamo che sia molto utile darsi più tempo. L’iniziativa, infatti, diventa l’occasione per sensibilizzare e offrire spazio a un confronto serio e articolato sulle politiche migratorie della UE, con tutte quelle realtà che si riuscirà a coinvolgere. Sta qui forse l’aspetto più propriamente politico dell’impegno a cui ogni rete locale è invitata, nel territorio in cui si trova ad operare, al di là del successo a livello istituzionale, pure sperato e importante.

Come recita il manifesto di “STOP BORDER VIOLENCE” (questo è il link:

https://www.stopborderviolence.org/it/eci-sbv-ita/#manifesto) dobbiamo davvero

Riprenderci l’Europa” di fronte alla “militarizzazione e alla esternalizzazione delle frontiere interne ed esterne; ai respingimenti brutali; alle violenze perpetrate nell’ambito degli Stati membri e nei Paesi terzi con cui l’Europa ha stretto accordi per impedire l’ingresso nel proprio territorio dei richiedenti asilo.” La spaventosa vicenda ai confini tra la Polonia e la Bielorussia ne è soltanto la più recente e violenta dimostrazione.

Per limitarci solo ad alcune note sulla politica migratoria dell’Italia, sappiamo la vergogna del Memorandum d’Intesa con la Libia il cui 5° anniversario è stato proprio il 2 febbraio 2022. Amnesty International scrive nel suo rapporto che le morti in mare nel 2021, di cui è stato possibile avere documentazione, sono state 1.553 e che le persone riportate in Libia sono state 32.425, un vero e proprio record (vedi articolo di “Domani” del 2/2/2022). E questo mentre la Corte Europea dei Diritti Umani, con una sentenza del 2012, aveva sancito che intercettare persone in mare e riportarle in Libia equivaleva a torturarle. Dunque, il Memorandum si è rivelato un trucco per aggirare il diritto internazionale. Lo stesso Ammiraglio Stefano Turchetto, capo della missione Irini (pace in greco) che opera nel quadro della difesa e della sicurezza della UE nel Mediterraneo, in un rapporto confidenziale di poco più di una settimana fa (fonte Associated Press) ha dovuto riconoscere che i guardiacoste libici continuano a macchiarsi di “uso eccessivo della forza” piuttosto che seguire “standard comportamentali adeguati…. in linea con i diritti umani”. Tra parentesi ricordiamo che l’Italia ha la facoltà di ritirare la firma dal Memorandum entro il 2 novembre prossimo, prima che si rinnovi automaticamente per altri tre anni.

Anche per quanto riguarda la frontiera orientale è risaputo che la polizia italiana ha compiuto gravi atti di violenza, compresi respingimenti di minori. Il settimanale on line Comune-info (Comune-info.net.) del 18 dicembre 2021, pubblica un’intervista a Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà, tra i fondatori del sistema di accoglienza Sprar (oggi Sai) e aderente all’ASGI (Associazione studi giuridici sull’immigrazione). Schiavone, nell’analizzare il sistema di accoglienza italiano, sottolinea che con una “decisione politica totalmente illegale” erano state date “istruzioni alla polizia di frontiera terrestre del Friuli Venezia Giulia di impedire, tutte le volte che ciò fosse possibile, ai cittadini stranieri che arrivavano dalla rotta balcanica di presentare domanda d’asilo in Italia e contestualmente respingerli in Slovenia. Non come richiedenti asilo, perché ciò non sarebbe stato possibile secondo la legge, ma come semplici “clandestini” che non avevano mai presentato la domanda di protezione internazionale”. Solo nel maggio 2020 la cosa è venuta alla luce.

Scriviamo questo per ribadire, ancora una volta, che la solidarietà per essere tale deve continuare ad assumersi la responsabilità di azioni che possano incidere politicamente contro le ingiustizie e in particolare le violazioni dei diritti umani.

Il Testo dell’Iniziativa, che si trova di seguito al Manifesto, invita a dare la massima diffusione all’ICE usando tutti i canali possibili e sottolineando che non basta condividere il sito su facebook, ma che è necessaria un’azione politica capillare, come dicevamo all’inizio. Dal punto di vista pratico le firme potranno essere raccolte sia on line che in cartaceo, ma riguardo alla raccolta attendiamo indicazioni più precise sui tempi e le modalità.

Per concludere ci sembra molto calzante quest’altro pensiero della filosofa Donatella Di Cesare che vorremmo diventasse l’augurio della buona riuscita di questa Iniziativa: “Occorre una politica che prenda le mosse dallo straniero, inteso come fondamento e criterio della comunità”.

Un caro saluto a tutti e tutte

Maria, Rete di Verona

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch Gennaio 2022

Sempre più arrabbiati.

Sempre negativi.

Siamo a quasi due anni dall’inizio della pandemia in occidente.

Cresce la paura, aumentano i numeri dei contagiati, diminuiscono le informazioni dal mondo, già scarse ed ora nulle.

Tutti concentrati sul virus.

Quando si dice “gli altri siamo noi”: il covid comincia a Whuan in Cina alla fine del 2019 e arriva in occidente all’inizio del 2020.

Oggi a quasi 2 anni dalle prime informazioni ufficiali, gli auguri di un nuovo anno sono velate da insicurezza e speranza, prima fra tutte quella di essere sempre “negativo”.

Mai come in questo periodo la parola “negativo” ha il significato più positivo di tutte! Provate a cercare “essere negativo” su Google: vengono fuori link di quarantena, green pass, contatti, tamponi, FFP2, al quinto posto il significato della parola “negativo” con i suoi sinonimi e i suoi contrari.

Nel frattempo:

  • Non ci emozioniamo della gioia di un bambino che ci sorride se riesce e a scendere da solo un gradino
  • Non ci accorgiamo del camminare lento di un anziano e della sua fatica ad attraversare la strada perché nessuna macchina si ferma prima delle strisce pedonali
  • Le violenze verso le donne aumentano
  • Il governo Draghi per il 2022 ha portato le spese militari a 25,82 miliardi di euro (ma a cosa servono queste armi?)
  • I diritti dei migranti vengono ogni giorno violati lungo e dentro i confini dell’Europa
  • Continuano ad esserci le guerre

Raccontare un percorso, quello della nostra Rete di Torino sembra quasi innaturale, come se lo scorreredelle vicende dipenda unicamente dal virus. Ma proprio per questo, per rientrare nel vivo della nostra umanità, vogliamo condividere con voi la nostra scelta del progetto in Niger. Per lungo tempo siamo rimasti senza un prospetto specifico dopo la chiusura della collaborazione con il giornale di quartiere del Gapa di Catania e spesso ci siamo interrogati sulle possibilità da cogliere. Un progetto nuovo per noi rappresentava una forma viva di interazione con altre persone, di conoscenza, di condivisione di vita che sicuramente rivitalizzava la nostra coscienza, rispondendo ad un bisogno di dare un senso alle parole delle nostre riunioni. Cosi abbiamo preso contatto con diverse realtà; da Operazione Colomba in Palestina ( ci sarebbe piaciuto dare ancora un contributo per una terra alla Rete cosi familiare e martoriata) ad altre realtà che operano sul territorio, che però non ci hanno mai convinto…ma un “fil rouge” sembrava accompagnare silenziosamente le nostre vite: l’Africa ha cominciato a bussare ai nostri cuori quasi in contemporanea ed in vari modi, chi con l’accoglienza in casa di ragazzi, chi con un matrimonio (la nostra Laura è convolata a nozze con Moussa), chi ancora con progetti di affido di migranti non accompagnati. Sembrava proprio un destino segnato, e quando Moussa, durante una riunione, ci ha timidamente parlato del suo sogno di far costruire un pozzo d’acqua (il forage d’eau) per il villaggio in cui è nato è come se avesse tolto un velo davanti ai nostri occhi e ci siamo ritrovati uniti e solidali nell’appoggiare questa iniziativa. E’ bizzarro a volte il destino, ci si incaponisce a cercare con la logica delle risposte alle nostre domande ma magari è già tutto sotto gli occhi e non lo vediamo, non lo riconosciamo.Concentriamoci su quello che abbiamo e non su quello che ci manca.

A Capodanno di ogni anno speriamo che l’anno che verrà sia migliore.

Quest’anno speriamo che nell’anno che verrà saremo noi ad essere migliori.

Un abbraccio fraterno a tutti

RRR Torino

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