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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch Gennaio 2022

Sempre più arrabbiati.

Sempre negativi.

Siamo a quasi due anni dall’inizio della pandemia in occidente.

Cresce la paura, aumentano i numeri dei contagiati, diminuiscono le informazioni dal mondo, già scarse ed ora nulle.

Tutti concentrati sul virus.

Quando si dice “gli altri siamo noi”: il covid comincia a Whuan in Cina alla fine del 2019 e arriva in occidente all’inizio del 2020.

Oggi a quasi 2 anni dalle prime informazioni ufficiali, gli auguri di un nuovo anno sono velate da insicurezza e speranza, prima fra tutte quella di essere sempre “negativo”.

Mai come in questo periodo la parola “negativo” ha il significato più positivo di tutte! Provate a cercare “essere negativo” su Google: vengono fuori link di quarantena, green pass, contatti, tamponi, FFP2, al quinto posto il significato della parola “negativo” con i suoi sinonimi e i suoi contrari.

Nel frattempo:

  • Non ci emozioniamo della gioia di un bambino che ci sorride se riesce e a scendere da solo un gradino
  • Non ci accorgiamo del camminare lento di un anziano e della sua fatica ad attraversare la strada perché nessuna macchina si ferma prima delle strisce pedonali
  • Le violenze verso le donne aumentano
  • Il governo Draghi per il 2022 ha portato le spese militari a 25,82 miliardi di euro (ma a cosa servono queste armi?)
  • I diritti dei migranti vengono ogni giorno violati lungo e dentro i confini dell’Europa
  • Continuano ad esserci le guerre

Raccontare un percorso, quello della nostra Rete di Torino sembra quasi innaturale, come se lo scorreredelle vicende dipenda unicamente dal virus. Ma proprio per questo, per rientrare nel vivo della nostra umanità, vogliamo condividere con voi la nostra scelta del progetto in Niger. Per lungo tempo siamo rimasti senza un prospetto specifico dopo la chiusura della collaborazione con il giornale di quartiere del Gapa di Catania e spesso ci siamo interrogati sulle possibilità da cogliere. Un progetto nuovo per noi rappresentava una forma viva di interazione con altre persone, di conoscenza, di condivisione di vita che sicuramente rivitalizzava la nostra coscienza, rispondendo ad un bisogno di dare un senso alle parole delle nostre riunioni. Cosi abbiamo preso contatto con diverse realtà; da Operazione Colomba in Palestina ( ci sarebbe piaciuto dare ancora un contributo per una terra alla Rete cosi familiare e martoriata) ad altre realtà che operano sul territorio, che però non ci hanno mai convinto…ma un “fil rouge” sembrava accompagnare silenziosamente le nostre vite: l’Africa ha cominciato a bussare ai nostri cuori quasi in contemporanea ed in vari modi, chi con l’accoglienza in casa di ragazzi, chi con un matrimonio (la nostra Laura è convolata a nozze con Moussa), chi ancora con progetti di affido di migranti non accompagnati. Sembrava proprio un destino segnato, e quando Moussa, durante una riunione, ci ha timidamente parlato del suo sogno di far costruire un pozzo d’acqua (il forage d’eau) per il villaggio in cui è nato è come se avesse tolto un velo davanti ai nostri occhi e ci siamo ritrovati uniti e solidali nell’appoggiare questa iniziativa. E’ bizzarro a volte il destino, ci si incaponisce a cercare con la logica delle risposte alle nostre domande ma magari è già tutto sotto gli occhi e non lo vediamo, non lo riconosciamo.Concentriamoci su quello che abbiamo e non su quello che ci manca.

A Capodanno di ogni anno speriamo che l’anno che verrà sia migliore.

Quest’anno speriamo che nell’anno che verrà saremo noi ad essere migliori.

Un abbraccio fraterno a tutti

RRR Torino

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch
Dicembre 2021
Il seminario di Rimini (13-14 novembre 2021) è stata un’occasione per respirare l’aria pura che scaturisce dalla storia della Rete. Abbiamo ripercorso il suo cammino guidati da alcuni testimoni, lasciandoci interpellare dagli interrogativi del nostro presente.
Il quadro che ne è emerso richiama fortemente le radici. Secondo Ercole Ongaro la Rete nasce da un incontro (quello fra Masina e Gauthier) ed è terreno di incontri. Uno spazio di amicizia e di condivisione in cui i poveri diventano parte attiva del loro cammino di speranza. Negli anni sono cambiati alcuni riferimenti, ma è ancora forte la fedeltà ad una struttura organizzativa leggera, basata integralmente sul volontariato. La lettera appassionata di Carla Grandi ne è testimonianza preziosa e richiamo profetico. Come mette in evidenza Matteo Mennini, la Rete non si è mai trasformata in una associazione strutturata, inevitabilmente ancorata a figure professionali che fanno dell’impegno associativo il loro “mestiere” e ne condizionano l’evoluzione, nel bene e nel male.
Questa scelta di leggerezza organizzativa corre alcuni rischi inevitabili, il principale è quello della scarsa visibilità, che rasenta, nei momenti difficili, l’inconsistenza. Una limitazione percepita e vissuta da molti aderenti, di fronte alle grandi scelte che a volte la politica pare esigere. Più recentemente le casistiche definite dalla legge sulle organizzazioni di volontariato hanno suscitato un ampio dibattito, concluso tuttavia con soluzioni ancora provvisorie, a tratti carenti di chiarezza nella formulazione fin qui accettata.
Ci sarà ancora la Rete in un futuro ormai prossimo, quando le energie di alcuni grandi appassionati trascinatori potranno venire meno?
Filomeno Lopes ci invita ad accettare la ciclicità di ogni esperienza umana. Anche il tramonto può essere visto senza paura e senza nostalgia. La lotta alla globalizzazione dell’indifferenza ha un senso che va al di là del presente e si proietta nel futuro (oltre i figli, verso i nipoti). L’ascolto degli oppressi ha in sé un momento di riconciliazione con la propria storia, anche con una storia coloniale che gli italiani hanno spesso negato.
La continuità e la durata sono oggi fuori moda. La velocità della nostra comunicazione ci porta ad esigere i risultati di ogni nostro impegno. Il finanziamento tramite autotassazione invece, con la sua lentezza e con la sua esiguità (rispetto alle possibilità operative di organizzazioni no-profit che accedono a fondi pubblici e si danno una organizzazione manageriale), pare provenire da un’altra storia, fatta di testimonianza individuale più che di risultati visibili.
Inoltre il modello assembleare del coordinamento, che induce a prendere decisioni in modo lento e sempre provvisorio, stride fortemente con i modelli comunicativi in cui prevalgono lo slogan immaginifico e la sintesi autoritaria. E tuttavia questa fatica non è inutile. Nel coordinamento si mette in pratica l’esigenza di cogliere la dimensione strutturale e la valenza politica delle idee, nel confronto anche dialettico con altre prospettive convergenti. Stedile ci ha ricordato come i movimenti siano essenziali alla crescita della società: la politica da sola non basta, senza un humus sociale ed organizzativo carico di visioni innovative e di speranze che stimolino all’impegno disinteressato.
Gli schemi economici mondiali stanno cambiando rapidamente, a volte disorientando coloro che erano legati ad alcune abitudini di scontro ideologico (ad esempio: capitalismo di modello nord americano contrapposto al cosiddetto “terzo mondo”). Così la Cina, oggetto dell’intervento di Pietro Masina e di gran parte dell’opuscolo di Pier Paolo Pertino, sta diventando la maggiore potenza economica mondiale con caratteristiche nuove ed in parte inesplorate. In particolare Masina ha segnalato le forme di rivalsa verso le potenze europee che nell’Ottocento hanno imposto all’impero cinese la sudditanza economica. Da questo contrasto è nato uno stato a parole comunista, ma impregnato di legalismo formalista confuciano (che ignora i modelli occidentali di creazione del consenso), con una organizzazione fortemente verticistica del potere politico e con un sistemaeconomico che accetta tutte le logiche capitalistiche (Cina membro del WTO dal 1997). Masina ha accennato anche al timore atavico dei dirigenti cinesi per le forme di autonomia, che nel passato hanno determinato forme di frammentazione dello stato, timore che si concretizza nell’oggi con la repressione delle minoranze (gli uiguri turcofoni del Xinjiang, i tibetani, ma anche gli studenti delle grandi città costiere che vorrebbero spazi di libertà) e con la gestione autoritaria e spersonalizzante dell’emigrazione interna.
La riflessione di Antonio Olivieri, animatore dell’associazione “Verso il Kurdistan”, ci ha aiutato a leggere il complicato mosaico medio-orientale da un’altra prospettiva, quella di una identità etnico- linguistica dispersa fra cinque diversi stati e perennemente alla ricerca di qualche forma di autonomia (oggi particolarmente difficile in un’area egemonizzata dalle mire espansionistiche del governo turco guidato da Erdogan). Antonio ci ha parlato di piccoli progetti di sostegno sanitario e scolastico in zona curda, in cui le donne hanno un ruolo importante (vera eccezione in uno spazio culturale che sembra andare in altre direzioni) e ci ha lasciato nel cuore il saluto tradizionale curdo “ti porto sugli occhi”
Molto ricca è stata la riflessione sulle tradizioni popolari che esprimono lo spirito di un popolo. Così
abbiamo attraversato con lo sguardo i simboli della cultura Mapuche sempre a rischio di ghettizzazione e di emarginazione nel difficile incontro con la situazione politica cilena (la bandiera “cosmica”, l’albero sacro, il gioco collettivo del palin, la casa comunitaria). Dal filmato su Haiti abbiamo imparato a conoscere il “konbit”, termine haitiano-creolo che designa una forma tradizionale di lavoro comunitario, ritmato da canti, che valorizza l’aiuto reciproco nella preparazione dei campi.
Secondo Masina occorre fare però attenzione agli approcci idealizzanti a questi simboli identitari. La
ricerca dell’identità è anche una radice di tutti i nazionalismi. In tutte le tradizioni popolari ci sono meccanismi di esclusione e spesso riti ancestrali giustificano un ruolo marginale delle donne.
Da questo punto di vista Joao Pedro Stedile ci ricorda, fra le altre cose, la necessità di una attenta analisi di classe dei movimenti popolari, citando il pensiero di Gramsci.
Un discorso a parte merita la ricerca di un incontro con i giovani, a lungo discusso negli incontri di coordinamento e tema di iniziative importanti, come i seminari e i viaggi. Con efficacia e semplicità i giovani presenti ci hanno ricordato l’inutilità di catalogazioni collettive, che non appartengono agli individui concreti. I giovani sono molto diversi fra di loro, a volte distanti dagli schemi riassuntivi con cui proviamo ad incontrarli. La Rete è spesso in difficoltà con il loro modo di comunicare perché usa un linguaggio prevalentemente verbale, mentre le nuove generazioni si muovono con più agilità e partecipazione nel mondo delle immagini, in particolare quelle ricche di emozioni.
Fra i messaggi ripetuti nella comunicazione giornalistica di questi giorni emerge l’appello a “salvare
il Natale”. Naturalmente è l’invito legittimo alla prudenza contrapposto ai comportamenti che possano espandere il contagio, ma questa “salvezza” è spesso connessa alle stime sui consumi previsti (per lo più dai centri studi delle associazioni dei commercianti). Insomma dobbiamo “salvare” 14 miliardi di euro di spesa, sulla base dell’ultima previsione che ho letto per l’Italia. Difficile non fare il collegamento. E per noi difficile non pensare alle centinaia di persone che sono state respinte a colpi di acqua gelata nelle foreste della Bielorussia. O di quelle lasciate alla deriva nel cuore del Mediterraneo.
Il nostro augurio è quello di “salvare il Natale” nello spirito di questa storia della Rete. Una storia che
ha un percorso diverso rispetto alla logica che comunemente ci viene proposta come normale. Una storia che abbraccia tutte le profezie di questo tempo difficile. E getta un ponte fra tutte le persone che le condividono. Vi portiamo sugli occhi!
Il gruppo della Rete di Casale Monferrato

Circolare di Ottobre

Care e cari,

La nostra è la circolare dell’ascolto. Tante domande e poche risposte, tutte da costruire insieme.

Ascoltiamo voci di donne, di braccianti, di giovani. Siamo immersi nei movimenti, desiderose di esserci.

Ombre nere avanzano, oggi come allora, a Genova. La democrazia è fragile.

È il caso dei vaccini, l’antidoto è nella politica e nel conflitto sociale. Senza la garanzia dell’estensione globale della tutela della salute (quanti vaccini in Africa?) e della sicurezza collettiva, emergono forme di autoorganizzazione aristocratica dei sovranismi.

Che fare?

Ci sono domande epocali a cui non so rispondere. Ma a che punto è il conflitto sociale?

Sento dei rumori in lontananza, come mareggiate che si avvicinano.

Certo non è il 68, sogni di rivoluzione e di cambiamenti che hanno segnato la nostra generazione.

Le giovani della Casa delle donne sono attiviste senza paura, si contrappongono al potere locale (certo molto reazionario!) sfidando la legge.

Sono qui in cerchio ad ascoltare le loro voci. Tante denunciate, in attesa di processo. Ci abbracciamo, generazioni a confronto: un filo rosso ci lega. È il desiderio di non arrendersi.

Questo è il loro programma: “Nella realtà politica e sociale in cui ci troviamo a vivere, dove il genere e i corpi sono utilizzati per perpetuare l’assetto patriarcale, la difesa dello status quo misogino, colonialista, maschiocentrico, borghese, fondare uno spazio transfemminista è, forse prima ancora che lotta, necessità. Così è successo nella nostra città, dove il collettivo di Non una di meno Alessandria porta all’attenzione della città tematiche diversamente taciute. In un sistema in cui l’attività politica è stigmatizzata con la “scesa in campo” sorretti da una sigla politica, il nostro collettivo fa politica uscendo da tale binario, che garantisce esclusivamente l’adesione al sistema vigente. La nostra è la politica della discussione che parte dai nostri desideri, dalle nostre identità, dall’esigenza collettiva di riappropriarsi delle nostre vite, dei diritti e degli spazi

Viviamo e agiamo nel nostro territorio, portando alla luce le ferite gravi che infligge alle donne e alle libere soggettività, come la scarsa presenza di medici non obiettori e i sostegni alle realtà antiabortiste presso i consultori, la mancanza di una educazione affettiva non binaria nelle scuole ecc. Nello stesso momento, portiamo avanti la nostra lotta accanto alle sorelle di tutto il mondo, dando eco e sostegno alle battaglie transfemmiste globali”.

Quale legame con la Rete radié resch?

Non lo so, lo cerco nella sorellanza, negli affetti che ci siamo tramandate. Tante domande, poche risposte.

Agire e lottare. Dove?

Ho ascoltato i braccianti, i COBAS in lotta. Non si arrendono, sono aggrediti nei picchetti come alla Fiat negli anni 60. Molti gli stranieri solidali, presidiano i tribunali, non temono denunce e licenziamenti.

Ad Alessandria inizia una sorta di maxi processo, gli imputati sono 54, è un’azione per colpire lavoratori e avanguardie in lotta, esempio di repressione per un proletariato, o per ciò che è rimasto, nonostante un liberismo spietato. Le accuse sono ridicole in confronto ai furti in busta paga e ai licenziamenti operati dalle aziende. Si respira l’aria di Torino alla Fiat nel corso di lotte epocali, spesso vittoriose.

Ma ora il silenzio è tombale, di fronte a teoremi giudiziari e a processi farsa. Noi ci saremo per denunciare la giustizia borghese. È il filo rosso dei movimenti. Cosa dicono alla rete? Non lo so. Lo chiedo a voi. Noi ci siamo qui con loro. Forse si può riprendere la battaglia contro il decreto sicurezza proposto all’ultimo convegno.

Ascolto la voce di coloro che lavorano la terra: la salvano dal degrado, se ne occupano con amore.

Vengono da ogni parte, sono ragazzi e ragazze che toccano le zolle, piantano semi, vivono in comunione.

Sognano resistenze, un mondo nuovo. Genova non li ha schiacciati. Ogni piccolo germoglio è una speranza per noi tutti.

La rete ha un senso in questo progetto. Quale?

Rete di Alessandria

CIRCOLARE NAZIONALE SETTEMBRE 2021

Scrivo queste righe prima di tutto per me, per mettere ordine ai pensieri, su un tema che mi interroga da tempo; ma spero che questa piccola riflessione possa essere utile anche ad altri.

Lo faccio, sulla spinta di due eventi: la lettura di un libro (“Quello che non ti dicono”, di Mario Calabresi) ed una chiacchierata con Pier Pertino, sui fatti del G8 di Genova: con Simona lo abbiamo, infatti, pregato di narrare ai nostri figli gli episodi a cui ha assistito.

Calabresi racconta la vicenda di Carlo Saronio, rampollo di una ricchissima famiglia milanese e ricercatore presso l’Istituto Mario Negri, entrato a far parte di Potere Operaio, rapito per ottenere un riscatto ed accidentalmente ucciso, dai suoi stessi compagni. Il libro è anche un’occasione per ri-costruire “dall’interno” il contesto che ha dato origine al terrorismo di sinistra.

Mentre leggo, non posso fare a meno di pensare che si tratta, per forza di cose, un racconto di parte. Come è noto, Antonio Calabresi è figlio di Luigi, Commissario dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, ucciso il 17 maggio 1972, (almeno a quanto ha stabilito il processo) da una cellula di Lotta Continua. E non posso fare a meno di pensare all’anarchico Giuseppe Pinelli, volato fuori dalla sua stanza della Questura di Milano, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre 1969. Un suicidio, secondo la versione ufficiale, anche se non risulta che avesse motivi per togliersi la vita ed era trattenuto illegalmente in Questura, scaduto ampiamente il termine di quarantotto ore, allora previsto per il fermo di polizia.

Mi disturba, quindi, vedere la Polizia assiomaticamente collocata tra buoni: ne conosco bene i metodi di oggi e di ieri (Scuola Diaz, Bolzaneto) e non faccio fatica ad immaginare quelli dell’altro ieri.

Ciò malgrado, Calabresi offre un interessate spaccato di quegli anni e di quegli eventi. Eventi a cui non ho partecipato (ero un bambino) e che conosco solo per la vulgata ufficiale e per qualche racconto di chi c’era. Del resto, non c’ero nemmeno nel luglio 2001: mentre i manifestanti venivano massacrati e Carlo Giuliani era ucciso a Piazza Alimonda, io e Simona, sposati da poco, stavamo iniziando ad organizzare il nostro primo viaggio in Sud America, in visita ai suoi parenti uruguaiani, che avremmo fatto l’inverno successivo

Ma anche questo mi collega al libro, perché le tecniche di lotta armata utilizzate dai sequestratori erano mutuate da quelle di guerriglia urbana dei Tupamaros, che si opponevano alla dittatura fascista allora al potere proprio in Uruguay. Dittatura che i parenti di Simona (notai e piccoli proprietari terrieri) definivano, nei loro racconti, “non particolarmente sanguinaria”. Ero, come dire, dalla parte sbagliata anche quella volta.

Ma i collegamenti non finiscono qui: una delle principali fonti del libro, certamente la più citata, è Gianni Tognoni, allora amico intimo di Carlo Saronio, poi fondatore del Tribunale Permanente per i Diritti dei Popoli ed interlocutore delle Rete per moltissimi anni.

Insomma, la Rete nasce nel brodo di coltura descritto nel libro. Non solo: in quel contesto, chi aderisce alla Rete fa, per quello che posso capire, una scelta profondamente controcorrente: non la lotta armata, non lo scontro tra rigidi schieramenti ideologici, ma un lavoro di analisi che va alle radici del sistema, un’opera di controinformazione che privilegia la testimonianza diretta dal sud del mondo, l’opzione definitiva per piccoli progetti a favore di chi non ha voce.

Credo sia per questo che un’organizzazione che nasce da ideali tipicamente novecenteschi, si sia insinuata così profondamente nel nuovo millennio

Ora, chi si illudeva di cambiare il mondo con la scorciatoia della violenza, ha certamente fallito. E noi?

Abbiamo attraversato il vento della Storia, ma la nostra incidenza su di essa è stata assolutamente marginale. Non abbiamo neppure intaccato il Sistema che, anzi, si è consolidato ed evoluto in direzione opposta alle nostre speranze. Quello che tentavamo di contrastare nel sud del mondo, ora lo abbiamo alle porte. Il cappio si stringe anche attorno al collo delle nostre nuove generazioni.

Certamente, siamo stati parte di moltissime storie e ne portiamo la memoria, i legami, i doni e le ferite.

Oggi, però, mi (ci?) assale una sensazione di impotenza e di inadeguatezza. I numeri calano, le forze diminuiscono, è forte la sensazione che nessuno ci ascolti o, forse, ci capisca. Il nostro sistema di valori, così chiaro nel mondo di cinquant’anni fa, basato su contrapposizioni nette, sembra perdersi nell’orizzonte liquido di oggi. Forse, non abbiamo l’età, gli strumenti e neppure la voglia di con-frontarci con i nuovi mezzi di comunicazione. Ma – diciamocelo una volta per tutte – è davvero possibile fare un’analisi profonda della realtà su Whatsapp o raccontare un nostro viaggio di cono-scenza su Istagram? Forse le nostre circolari, che sanno di ciclostile ed affrancature postali, sono ancora lo strumento più adatto per un messaggio che non sia superficiale ed imprigionato in ottanta battute.

Anche i nostri strumenti abituali mal si adattano alla realtà: è ancora possibile, ad esempio, proporre l’autotassazione a chi non ha un lavoro stabile o invitare ad un coordinamento chi non ha orari e lavora anche il sabato e la domenica? Eppure, siamo ancora qui ad operare e ad interrogarci sul senso e sui modi della solidarietà oggi. Eppure, il nostro esserci ancora è un sassolino nell’ingranaggio del Sistema. Non dobbiamo avere la presunzione di essere i soli, ma neppure perdere di vista il senso ed il peso della nostra testimonianza.

Chi ci ha preceduto, ha mostrato, anche in momenti difficili e di fronte alle peggiori sconfitte, una fede ed una forza che ancora mi (ci?) interrogano: saremo capaci di fare altrettanto?

E allora, che fare?

Io non ho ricette. Dico solo che, ancora una volta come più di cinquant’anni fa, la scelta giusta sarà quella che ci porterà controcorrente, fuori dagli schemi piatti e banali della nostra epoca stanca. Ag-giungo che, di nuovo, dovremo essere creativi, pensare a qualcosa che non è stato ancora pensato. E mi pare che la nostra attuale Segreteria condivisa si stia muovendo proprio in questa direzione.

Se poi, tra cent’anni, la Rete dovesse finire, non dovremo addolorarci: tutte le cose umane sono a termine e gli infiniti semi che avremo gettato nel tempo, germoglieranno, anche se in modo diverso da come ci saremmo attesi.

Marco Rete di Varese

RIFLESSIONI PER L’ESTATE 2021.

Carissime e Carissimi,
alcune riflessioni in preparazione del nostro prossimo seminario/congresso del 13 e 14 novembre a Rimini.
Il tono è umile, immaginate visi sorridenti ed attenti all’ascolto e, soprattutto, persone che si stanno interrogando e chiedono di condividere il percorso.
E’ trascorso un anno da quando la Rete Radiè Resch si è ritrovata a non avere “una segreteria”.
Il “laboratorio”, composto da alcune persone, ha dato vita ad una fase sperimentale ed ha cercato di svolgere al meglio e nei limiti della contingenza i cosiddetti “compiti della segreteria”.
Dopo il difficile coordinamento in presenza di settembre 2020 la discussione sulle motivazioni di questa “sede vacante” non è più stata ripresa; la difficoltà del momento e nell’uso di internet ha molto limitato gli spazi dei coordinamenti in remoto, che sono stati forzatamente tecnici.
Oltre a quelle -terribili- legate alle malattie ed ai lutti, durante questo anno sono emerse molte
difficoltà all’interno della nostra associazione che, comprensibilmente, sono state condivise con telefonate private, scambi personali o tra pochi, non essendoci lo spazio fisico per farlo
diversamente.
Uno dei motivi dell’assenza di UNA tradizionale segreteria forse risiede nel fatto che la Rete non è più UNA, le organizzazioni interne, le esigenze, il modo di gestire i bilanci all’interno delle Reti si sono andati via via sempre più differenziando così come la visione delle operazioni e del modo di condurle.
Lo stesso vale per l’aspetto politico, sostanziale e fondamentale nel nostro agire e sul quale ci si sofferma sempre meno, stesso dicasi per i legami con i territori.
Tutto questo, rende difficile formulare un ordine del giorno per i coordinamenti
perché qualcuno rimane sempre scontento o frustrato.
Ci sono Reti che sentiamo nominare di cui difficilmente vediamo i volti anche se la possibilità di collegarsi in remoto paradossalmente in questo avrebbe potuto aiutare: si sentono “rete” o satelliti di altre reti? Ci sono ancora?
Da marzo 2020 a causa della pandemia contemporaneamente ci è stato tolto tempo e ci è stato dato tempo.
Tempo per fermarsi, valutare e sognare.
Nel nostro ultimo coordinamento a distanza abbiamo avuto occasione di cominciare a stimolare un po’ alcuni di questi temi ed è emerso che molti sentono il bisogno di una riflessione in tal senso e per questo abbiamo deciso di trasformare il coordinamento di novembre in un seminario/congresso.
Non abbiamo potuto realizzarlo a settembre per motivi logistici e di costi verificati con l’hotel di Rimini, dove avevamo preso impegno con una caparra per la realizzazione del convegno 2020.

Per il seminario/congresso ci sentiamo comunque di proporre ad ogni Rete un piccolo compito delle vacanze… e ci piacerebbe che fosse scritto così da essere messo in comune con le altre Reti.
La proposta audace ed inedita di scrivere e condividere le proprie riflessioni vorrebbe avere l’obiettivo di far sentire ogni voce, anche la più sommessa.
Le stesse intenzioni erano alla base del “viaggio tra le Reti e con le Reti”, più volte promosso sia in forma “fisica” che in forma “virtuale” e che, ad oggi, non pare essere parte delle priorità.

Seguono gli spunti di riflessione.
NUOVI SCENARI UMANI, POLITICI ED ECONOMICI DENTRO E FUORI LA RETE, COSA SAREBBE NECESSARIO CAMBIARE? COME RIATTIVARE L’IMPEGNO POLITICO DELLA RETE?

1. LA RELAZIONE
ALL’INTERNO DELLA RETE.
La pandemia ci sta tenendo lontani da un po’ e stiamo tutti realizzando che l’incontro fisico alimenta meglio la relazione ed il confronto. D’altra parte gli incontri a distanza permettono anche ad altri di partecipare ai coordinamenti.
Domanda: sarebbe opportuno attrezzarci per incontri in forma mista senza correre il rischio che la comodità ci impigrisca e ci faccia trascurare l’incontro fisico dove non ci sono altri impedimenti a praticarlo?
Prima della pandemia, però, già molti gruppi e/o persone frequentavano meno, alcuni dei più giovani partecipanti non li conoscono nemmeno.
Domande: Come ritessere questi rapporti? Come far sentire alle persone e ai gruppi in difficoltà la vicinanza e l’amicizia della Rete? Senza, naturalmente, nessuna pretesa di ripresa di impegno, ma gratuitamente?
Da tempo proponiamo un viaggio tra le Reti, questo stenta a decollare solo per la pandemia o ci sono delle perplessità? Ci piacerebbe conoscerle ed avere il modo di darvi una risposta.

CON L’ESTERNO: I PROGETTI
La pandemia ha aggravato alcune difficoltà di comunicazione con i referenti di alcuni progetti ed ha impedito a chi riusciva a farlo di raggiungere queste comunità con dei viaggi, inoltre non abbiamo potuto svolgere il nostro convegno al quale alcuni testimoni partecipavano e giravano un po’ l’Italia, dandoci la possibilità di un ascolto diretto e condiviso con altri.
Domanda: Negli ultimi coordinamenti abbiamo sperimentato collegamenti on line con alcuni referenti, che ne dite di passare dall’esperimento alla prassi?

CON L’ESTERNO: I NOSTRI TERRITORI
I nostri gruppi territoriali sono ormai formati da pochi membri ma condividiamo tutti il nostro percorso con altre realtà dei territori.
Domanda: In questa relazione che vi chiediamo di scriverci, ci raccontate le realtà con cui camminate e in che tipo di percorsi?

2. I PROGETTI.
Tra i criteri principali che la Rete aveva dato per la scelta dei progetti ci sono: la relazione, l’accompagnamento all’autonomia, la brevità e le piccole dimensioni. Alcuni di questi non riusciamo più a rispettarli perché purtroppo le situazioni e le scelte politiche stanno aggravando le situazioni di queste comunità.
Domande: anche alla luce della diminuzione delle nostre entrate economiche, come rivedere i progetti e il loro finanziamento? Diventano il nostro unico impegno per cui studiamo come reperire ulteriori fondi? O li riduciamo, attrezzandoci, invece, per rivitalizzare l’impegno politico e di informazione che la Rete si era assunta?
Altre riflessioni riguardo il finanziamento dei progetti. Come detto in premessa, queste non sono solo nostre riflessioni ma sono anche frutto di scambi telefonici o tra pochi.
Ci sono due sensazioni che emergono particolarmente: una è di essere diventati una sorta di bancomat, sia per alcune comunità, sia per altre realtà con le quali percorriamo insieme da un po’ il nostro percorso. La seconda è che al nostro interno si stiano verificando casi in cui si è molto concentrati sulla tenuta e finanziamento del proprio progetto proposto e seguito, senza condividere le difficoltà che tutta la Rete sta vivendo e senza tener conto che non tutte le Reti territoriali hanno le stesse possibilità sia economiche che di impegno.
Domanda: Che senso ha allora versare le nostre restituzioni in una cassa comune e discutere in un coordinamento nazionale l’opportunità del prosieguo o meno di un progetto?

3. LA POLITICA
Le riflessioni precedenti, un sistema economico finanziario che condiziona la politica ed aggrava la povertà esistente creandone anche altra: le migrazioni, i cambiamenti climatici… Dovremmo, forse, rammentare le parole del nostro ispiratore Poul Gautier: “Le vostre preghiere e le vostre donazioni non serviranno a nulla se non cercherete di incidere sulle scelte politiche dell’occidente”…scelte che ormai stanno ferendo profondamente anche l’occidente e da tempo ormai i sud non sono più geografici.
Domanda: come dicevamo all’inizio, come rivitalizzare l’impegno politico della Rete? A livello territoriale sicuramente ogni gruppo in rete con altre realtà lo fa, ma come impegnarci anche come Rete Nazionale? Un tempo c’erano le cartoline! Oggi sono state sostituite da strumenti tecnologici. Raccolta firme, mail bombing…li condividiamo? Crediamo siano utili?
Ci viene spesso chiesto di aderire a delle campagne, lo facciamo, ma molto frequentemente il nostro impegno si ferma proprio all’adesione. Se, invece, ne prendessimo in considerazione una per tutte e ci dedicassimo ad essa in modo organico e costante? Una campagna contro gli armamenti, ad esempio? Toccando così tanti problemi e tanti valori. Una campagna da sostenere sia mediante le azioni proposte dall’iniziativa nazionale ma anche nella formazione e nell’informazione?

4. L’eredità della Rete
L’età anagrafica ci affatica e ci rendiamo conto del tesoro che la Rete ha accumulato; un tesoro fatto di relazioni e amicizie, di valori ed esperienze, di militanza politica e cittadinanza attiva.
Domande: Quale ci immaginiamo possa essere la nostra eredità come Rete? Chi vorremmo che la accogliesse?
Durante gli scorsi coordinamenti è stato riaffrontato il discorso della creazione di un “Fondo giovani”. Ci siamo potuti rendere conto di come questo punto abbia creato un dibattito molto partecipato. La proposta di mettere da parte un gruzzoletto(?) per i ragazzi era già stata approvata ma ci sono state vivaci discussioni in merito, prendendo anche in considerazione la diminuzione dei fondi economici. Il progetto giovani è stato pensato per permettere alle nuove generazioni di conoscere e in qualche modo, ereditare la rete di amicizie che sono state strette negli anni. Con questo progetto volevamo esprimere la volontà di dare l’opportunità a giovani ragazzi di agire nel qui e nel la: di viaggiare per conoscere le realtà nelle quali abbiamo creato solidi legami affinché i ragazzi del la possano venire nel qui e viceversa. Abbiamo pensato a questo, non come ad una vacanza ma una possibilità arricchente che dia spazio a restituzioni e riflessioni gioiose; di agire localmente per alimentare la coscienza e conoscenza politica territoriale.
Domande: Pensiamo che questo sia importante per la Rete? Quali sono le perplessità? Ci sono altre proposte o alternative in merito?

I vostri scritti ci permetteranno un ampio ascolto e saranno la base della preparazione del seminario/congresso di novembre, pertanto vi esortiamo ad inviarceli entro la prima metà di settembre.
Sperando di non affaticarvi ma anzi di favorire incontri gioiosi, semmai da estendere anche alle realtà territoriali con cui siete in cammino, vi auguriamo una serena estate e ci auguriamo di abbracciarci tutti molto presto.

La segreteria laboratorio

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2021 – a cura della Rete trentina

La mia convivenza con Mady

Care amiche e cari amici della Rete Radié Resch,

pensiamo possa essere utile condividere con voi l’esperienza vissuta da Paolo Rosà della Rete di Trento e Rovereto, che per sei mesi ha ospitato a casa sua uno dei ragazzi africani del nostro progetto profughi, Mady Camara, rimasto senza alloggio dopo la conclusione del periodo di accoglienza in una struttura per senza tetto a Rovereto. La vita in comune è durata sei mesi, da fine ottobre 2020 a inizio maggio 2021. La storia di questa convivenza, molto coinvolgente, è raccontata da Paolo Rosà in un testo di una ventina di pagine. Chi fosse interessato, può richiederlo direttamente a lui (paolo.rosa1948@gmail.com). Qui ne riportiamo alcuni stralci:

Ho deciso di raccontare la mia esperienza, pensando che potesse anche essere utile per altre persone sensibili, ma titubanti ed incerte come lo sono stato io all’inizio”, scrive Paolo. “Arrivare a questa decisione non è stato facile, forse anche perché non sapevo fino a quando sarebbe durata. Essa è stata frutto di un percorso che è partito da lontano, una esperienza di convivenza molto diversa da quelle che avevo sperimentato fino a quel momento. Mi sono reso conto che le motivazioni di questa scelta non trovano tanto la loro matrice in un sentimento pietistico, o di ‘buonismo’, e forse nemmeno in un sentimento di amore cristiano verso il prossimo, ma siano radicate più in un forte senso di giustizia”.

Avvicinandosi l’inverno 2020-21 si erano moltiplicati gli appelli affinché le famiglie trentine mettessero a disposizione eventuali stanze non utilizzate per ospitare qualcuno che non aveva riparo dal freddo. Questo invito mi ha interpellato, in quanto dopo la morte di mia moglie Francesca … io ero rimasto solo nel mio grande appartamento; perciò in qualche occasione già mi ero chiesto se avrei potuto ospitare qualche persona rifugiata che si fosse trovata nel bisogno … Dovevo però valutare bene quali cambiamenti tale scelta avrebbe provocato nella mia vita quotidiana. Ad esempio non avrei potuto ospitare più i miei nipoti e neppure eventuali pernottamenti di altri possibili visitatori … Avrei dovuto modificare la gestione della cucina, i menù, le mie abitudini alimentari, adeguandomi a quelle del mio ospite. Ho valutato che la persona che avrei ospitato, consegnandogli le chiavi di casa e la gestione della sua camera, doveva essere una persona di cui potermi fidare. Un ulteriore timore era l’aumento del rischio di contagio Covid-19. Su tutte queste perplessità, timori e sicuri disagi sono prevalse le motivazioni etiche, della solidarietà umana; la sicurezza che Francesca avrebbe approvato questa scelta e non ultimo la mia fiducia che il signore Dio mi avrebbe sostenuto e protetto. Alla fine, a farmi decidere per l’accoglienza è stato il cambiamento del punto di vista: invece di mettere al centro i cambiamenti nella mia vita, mi sono chiesto cosa ne sarebbe stato di quella persona se non l’avessi accolta in casa”.

Io e Francesca avevamo incontrato Mady nel 2014 quando la Rete RR aveva deciso di avviare l’operazione profughi nel Trentino. Di lui sapevo poco: che aveva 22 anni, che era scappato dal Mali perché gruppi armati avevano ucciso il suo papà; che aveva vissuto e lavorato prima in Algeria e poi in Libia fino allo scoppio della guerra contro Gheddafi nel 2011; che poi era approdato fortunosamente in Sicilia. Sapevo che aveva lavorato nella raccolta di frutta a Saluzzo (Cuneo), dove nel settembre 2014 era stato investito da un’auto mentre andava al lavoro in bicicletta, ed aveva riportato gravi traumi, di cui porta tuttora serie conseguenze. La mia conoscenza diretta è iniziata nel 2014, quando lui ha cominciato a frequentare il Centro per la pace. Mi era parso un ragazzo molto taciturno, chiuso in sé stesso, però educato, molto discreto e disponibile a svolgere qualsiasi lavoro …”

Con il cambiamento politico in Trentino del 2018 e l’arrivo al potere della Lega, anche lui come tanti altri immigrati ha perso la possibilità di essere ospitato in alloggi gestiti da associazioni. Per qualche periodo è stato accolto nella residenza per i senza tetto al Portico di Rovereto. Sapevo anche che la Caritas, attraverso la persona di Ignazio, aveva a cuore la sua situazione, trovandogli un luogo dove alloggiare, qualche lavoro e assistendolo nelle questioni relative alla sua salute…

Ma con settembre finiva per lui la possibilità di essere ospitato al Portico. Così ho deciso di ospitarlo a casa mia, in attesa della possibilità di altre soluzioni …

Il 26 ottobre sono andato al Portico a prendere Mady e le borse con i suoi effetti personali … D’accordo con la Caritas e con l’assistente sociale, si è deciso che nei mesi invernali Mady avrebbe frequentato il corso di italiano e il corso ARAS per acquisire le competenze necessarie per cercare lavoro. Per responsabilizzarlo, abbiamo concordato che lui avrebbe contribuito alle spese per l’ospitalità che io offrivo, usando una parte dell’assegno di disoccupazione che percepiva [in realtà, alla fine Paolo ha deciso, d’accordo con Mady, di usare quei soldi per altri progetti di solidarietà] … Tra fine ottobre e novembre, Mady ha continuato a lavorare al progetto Ortinbosco: si alzava alle ore 7,30 e rientrava a casa alle 19 … A nulla è servito il mio invito a tornare a casa una volta finito il lavoro, in modo da poter stare nella sua camera al caldo e leggere o svolgere le cose che desiderava.

Mi sono offerto di fare con lui qualche conversazione in italiano per migliorare la sua lingua, che era molto povera, imprecisa e a volte incomprensibile … ma non si mostrava molto interessato. Alle mie domande su dove e cosa avesse mangiato, le risposte erano generiche ed evasive, pertanto non ho più insistito … A giorni alterni portava dei cavoli cappucci prodotti in quantità nell’orto, insieme ad altri prodotti. Per quanto riguarda l’alimentazione, io non ho modificato la mia abitudine di pranzare a mezzogiorno e cenare alle ore 19, e Mady, dopo che ha smesso di lavorare in Ortinbosco, ha cominciato a pranzare e cenare con me e a condividere quello che avevo preparato. Ho eliminato dal mio menù il mio già scarso consumo di salumi e prodotti contenenti carne di maiale e ho cercato di preparare i cibi che più gradiva… Ho cercato di instaurare con lui un rapporto confidenziale, raccontandogli della mia vita, dei miei impegni e attività: l’ho portato nel mio orto e nell’uliveto e a casa dei miei genitori; gli ho parlato delle attività che svolgo: del coro parrocchiale, del gruppo famiglie, del Commercio equo e solidale… L’ho invitato a fare passeggiate nei dintorni di Rovereto, approfittando per raccontargli un po’ di storia locale e fargli notare i cambiamenti avvenuti negli ultimi 50 anni. L’ho portato al lago di Tovel nelle Dolomiti e sull’altipiano di Folgaria a camminare nella neve … ma lui preferiva passeggiare in città. O andare al bar per poter seguire il calcio in tv (ha un grande interesse per il calcio in generale e segue tutti i campionati anche internazionali) … Durante il secondo lockdown si sono interrotti i corsi in presenza e lui seguiva la didattica a distanza con il cellulare. Ma non ha mai accolto la mia disponibilità ad aiutarlo. Come altri giovani africani, anche Mady era imbarazzato a parlarmi guardandomi in faccia. Mi ha confermato che nella loro cultura tale comportamento non è rispettoso verso gli anziani, di cui si deve riconoscere l’autorevolezza e non era educato mettersi sullo stesso piano … Io invece cercavo sempre di dimostrargli fiducia e comunicargli qualche confidenza, pensando che potesse facilitare anche da parte sua la comunicazione…

Solo con l’inizio del Ramadan ho cercato di comprendere la dimensione spirituale di Mady… Il primo giorno di Ramadan è arrivato a casa in anticipo ed ha preparato la cena con prodotti per me insoliti… Ma quella cena l’avrebbe consumato il giorno successivo all’alba, prima delle ore 4,05 del mattino. Aveva un foglio con segnate le ore e i minuti del mattino e della sera in cui, giorno per giorno, doveva rimanere a digiuno … Quel primo giorno di Radaman, puntualmente all’ora prevista, ha voluto che assaggiassi la sua cena … Al primo boccone mi è parso di svenire e mi sono venute le lacrime per la quantità di peperoncino che ci aveva messo. Lui si è scusato dicendo che durante il digiuno non poteva assaggiare mentre preparava il piatto e che aveva esagerato con le spezie… Durante il mese di Ramadan è possibile ‘pranzare’ solo quando è notte, mentre prima dell’alba viene consumata quella che i musulmani considerano la cena”.

Per sintetizzare e arrivare alla conclusione del lungo racconto di Paolo Rosà, il periodo di convivenza si è concluso ai primi di maggio. Mady avrebbe potuto riprendere il lavoro part time ad Ortinbosco (un progetto pubblico-privato per dare lavoro a persone in difficoltà), ricevere uno stipendio e un assegno integrativo provinciale, che gli avrebbe consentito di trovare anche un alloggio. Purtroppo però Mady ha rifiutato la nuova impostazione del servizio sociale, che prevede che lui versi questi redditi in un fondo personale, garantito da un amministratore di sostegno. Per lui è troppo importante poter mandare dei soldi a sua madre che vive sola in Mali. Nonostante le rassicurazioni sulla possibilità di continuare a inviare denaro alla mamma, ha deciso di non riprendere il lavoro ad Ortinbosco. La sua idea è quella di lasciare il Trentino e tornare in Piemonte, dove spera di trovare lavoro nella raccolta di frutta. Sia Paolo sia Ignazio della Caritas, che gli è sempre stato molto amico, stanno provando a convincerlo a restare, a valutare i pro e i contro di una simile scelta, soprattutto il rischio di diventare clandestino.

Il lungo racconto di Paolo Rosà finisce così:

Lunedì 3 maggio si è conclusa in modo per me inatteso la convivenza con Mady: verso le ore 9, mentre ero in cucina, si è presentato già vestito per uscire, con lo zaino in spalla; mi ha consegnato le chiavi di casa, mi ha ringraziato ed è uscito. Dopo averlo accompagnato all’uscita ed esserci salutati, sono tornato in soggiorno e mi sono accorto che sul divano aveva lasciato un foglio scritto in francese che iniziava così: ‘Mon cher Paolo’”.

Un caro saluto a tutte e tutti

Fulvio Gardumi

MediciControlaTortura:

La Rete di Roma, a nome di tutti noi, da sempre mantiene contatti con l’associazione MediciControlaTortura, che aveva nello psichiatra Ettore Zerbino un amico-referente importante.
Angelo Ciprari ci dà, in allegato, un resoconto sull’operazione.
Da parte mia (Gianni P), ho avuto una lunga telefonata col dr Taviani, nostro ospite al convegno di Trevi 2016 e attuale responsabile del servizio. Mi diceva che volentieri mettono a disposizione la loro esperienza specifica, compresi gli aspetti legali e di assistenza sociale. In questo senso, già da tempo collaborano col NAGA di Milano e il CIAC di Parma. Concordavamo che l’ideale sarebbe avere scambi interpersonali con incontri diretti, e speriamo che ciò sia possibile in futuro. Per quanto riguarda l’impegno economico, gli ho anticipato le nostre crescenti difficoltà, di cui lui si rende perfettamente conto. Specificava che la richiesta per un maggiore contributo era motivata anche dal fatto che la loro esperienza resta quella di un’accoglienza allargata alle necessità delle singole persone e che queste necessità, nei mesi di pandemia, sono diventate più numerose e più drammatiche.

Al Sisi: usato a Km 0

Dino propone di estendere a tutta la rete alcune considerazioni fatte per la rete di Verona
Nel 1990 l’Italia si dotava di una legge (la 185) per il controllo sulla vendita di sistemi d’arma. Non era per la forza dei movimenti pacifisti, ma era la conseguenza di alcuni scandali bancari sul commercio di armi. Il più eclatante riguardava una filiale dell’allora BNL negli Usa, ad Atlanta, che era stata tramite di vendita illegale di armi all’Iraq di Saddam Hussein, durante la prima guerra del Golfo. La legge tra le altre cose, impedisce che armi italiane vengano vendute a Paesi in guerra o che violano i diritti umani.
Ma, come scriveva Marta Rizzo su Repubblica, lo scorso luglio, nel trentennale della legge, dopo un paio di decenni di applicazione abbastanza rigorosa, i Governi italiani hanno iniziato ad avere come obiettivo il sostegno all’export militare e non il suo controllo. Nel 2015 (governo Renzi) c’è stato un boom dell’export di armi e il trend si è mantenuto al punto che in 4 anni (fino al 2019), le autorizzazioni sono state superiori a quelle totali dei quindici anni precedenti.
Adesso emergono chiaramente anche gli affari che intrecciamo con l’Egitto del dittatore-torturatore Al Sisi.
In particolare, ad Al-Sisi sono state vendute da Fincantieri due fregate di ultima generazione, destinate, in teoria, alla Marina italiana ( vedi Chiara Rossi https://www.startmag.it/smartcity/fincantieri-non-tace-piu-sulle-due-fremm-egitto/ ). L’inghippo è abbastanza semplice: le fregate sono state costruite e sono entrate in bilancio per la Marina Italiana, ma, prima del varo, la Marina le ha cedute all’Egitto. Formalmente, quindi, non è una vendita diretta di Fincantieri. Come viene spiegato nell’articolo di Chiara Rossi, non è nemmeno un ottimo affare. Le fregate erano attrezzate con tutta la nanotecnologia e l’ingegneria informatica, che le rendeva operative all’interno della NATO. Tutte queste apparecchiature sono state smontate prima della consegna all’Egitto, buttando via milioni di euro.

Solidarity Watch

Cinque anni fa abbiamo contribuito a finanziare la nascita di Solidarity Watch, un gruppo di ricercatrici italo francesi che si interessano di immigrazione in Europa e, in particolare, di come la giurisprudenza possa usare le leggi per criminalizzare i migranti e chi pratica la solidarietà. Su scala europea, è un tema vastissimo e, per prima cosa, le ricercatrici di S. W. hanno creato un questionario per permettere che i dati raccolti fossero confrontabili, consultabili e utilizzabili. Questo le ha portate ad una sinergia sempre più stretta con l’ Osservatorio delle Frontiere MIGREUROP (vedi il loro sito, con parecchi articoli tradotti anche in italiano). E’ un importante centro studi francese, che lavora a livello europeo. S.W., inoltre, ha partecipato a una conferenza internazionale tenutasi a Firenze nel 2019, sulla criminalizzazione della solidarietà. A partire dalla relazione che S.W. ha presentato in quella sede, è nata una stretta collaborazione con la ricercatrice Annalisa Lendaro, del Centre National de la Recherche Scientifique di Tolosa. Insieme hanno scritto una pubblicazione che uscirà prossimamente. Si tratta di uno studio riguardante i procedimenti penali aperti contro i migranti, e contro chi li aiuta, alla frontiera franco-italiana (in sintesi, è il “reato di solidarietà”). Di queste vicende processuali e della difesa degli imputati si stanno valutando anche le valenze politiche (da chi dice “è lo stato che deve assumersi le sue responsabilità” a chi dice “ lo stato non fa nulIa e, quindi, dobbiamo agire noi”).
Nostra figlia Chiara, che fa parte di S.W., resta volentieri a disposizione per ogni chiarimento e ogni contatto. Potete scriverle a chiara.pettenella@gmail.com

Guatemala

Dino e Silvana vi hanno già scritto dei dieci martiri guatemaltechi proclamati beati il 23 aprile.
Aggiungiamo qualche breve notizia data da Aldo Corradi, che partecipa alla vita della Rete RR di Verona ed è sempre strettamente in contatto con padre Peneleu, nostro referente in Guatemala.
Care amiche e amici,
– Maria, sorella di Nicolasa (una delle referenti dei nostri progetti in Guatemala) si è laureata in scienze giuridiche e sociali presso l’università Mariano Galvez di Città del Guatemala. Ora collabora molto con p. Clemente e con p. Santos, un altro prete, sempre nella diocesi del Quiché. Sono molto contenti perché è un servizio molto utile nel contesto in cui operano i nostri amici. Nicolasa invierà presto una relazione sui progetti in corso.
– Segnalo un articolo molto interessante sulla grande influenza (negativa) delle potenti famiglie che hanno condizionato e tuttora condizionano l’economia e la politica del Centroamerica e del Guatemala in modo particolare. https://www.internazionale.it/notizie/2021/04/09/america-centrale-famiglie-potere
Tutto questo a conferma delle difficoltà che devono affrontare i promotori dei diritti umani e dell’autentico progresso sociale e civile.
Buona primavera, stagione del risveglio e della speranza. Ciao. Aldo Corradi

Apartheid in Israele

Anche secondo l’importante ong statunitense Human Rights Watch, l’attuale governo di Israele è responsabile di crimini contro l’umanità per apartheid e persecuzione verso i palestinesi. E’ la seconda grave denuncia internazionale, dopo il rapporto, di qualche mese fa, diffuso da B’Tselem, ong israeliana che aveva fatto la stessa accusa.
(vedi Michele Giorgio https://ilmanifesto.it/hrw-israele-va-perseguito-per-apartheid/)

Sem Terra

Nel secondo allegato, trovate quanto ha scritto Angelo Ciprari sui nostri attuali contatti col movimento SemTerra. Chiede che il coordinamento decida anche sul futuro di questa operazione.
Un saluto e un abbraccio. Buon primo maggio. (intendevate una cosa di questo tipo per circolare aperta?)

Gianni e Maria P

ALLEGATI:

ll progetto Medici contro la tortura è nato con l’amico della RRR di Roma, Ettore Zerbino, Andrea Taviani e Carlo Bracci nel 1997, ancor prima della fondazione della Associazione umanitaria M.C.T.(Medicicontrolatortura) nel 1999 con l’incoraggiamento della Rete Radiè Resch.
E’ intitolato al rifugiato Dario Canale, italo-brasiliano, che si trasferì a Berlino Est dove, per il peggiorare delle sue condizioni psicologiche, si suicidò in quanto «non riuscì mai ad uscire dalla violenza subita».
Un’altra amica cilena, Gina Gatti, è stata seguita all’epoca da Ettore Zerbino ed aiutata da Lucia Coppola Cerulli e dal marito Emidio Cerulli: inviata a casa loro come domestica, la famiglia Cerulli la incaricò di un lavoro intellettualmente adeguato alla grande cultura di Gina, bi- laureata, aiutandola a recuperare una vita normale.
La famiglia di Gina Gatti abitava a Cinecittà e la figlia frequentava la scuola elementare di Luca e Lorenza Ciprari. Gina si trasferì poi a Modena, seguendo il marito medico, che andò là a lavorare.
Questi sono piccoli grandi esempi dell’impegno svolto da M.C.T. con persone a noi vicine, ma centinaia e centinaia di persone, direi migliaia in questi duri anni, sono stati assistiti dai medici perché, se da un lato finivano le torture di massa in America Latina, in tanti altri paesi esplodevano le violenze, che non sono più finite, e purtroppo dispero che ci sia un miglioramento nei comportamenti dei violenti.
Attualmente, la RRR interviene con un aiuto di euro 13.000,00.
Nel 2020 M.C.T. ha ottenuto un buon contratto di affitto dalla società che gestisce il patrimonio della Banca d’Italia e questo consente, non dovendo più dividere gli ambienti con altre associazioni, un maggiore servizio riservato ai richiedenti aiuto.
Per la situazione di generale peggioramento legata al Covid e per le aumentate richieste di sostegno economico, M.C.T. chiede alla RRR se sia possibile aumentare il nostro contributo fino ad euro 30 000,00 annuali.

Il progetto Movimento Sem Terra-Scuola Nazionale Florestan Fernadez è nato nel 2006 e venne seguito, fino alla sua tragica morte, da Serena Romagnoli. Era lei che intratteneva profondi rapporti con il Movimento in Brasile, traducendo tutte le informazioni che arrivavano: si è trattato di una fonte veramente importante per chi voleva conoscere e scrivere sul Brasile ed i problemi dell’agricoltura, della politica brasiliana, dei movimenti sociali e del mantenimento della Madre terra.
Con la morte di Serena sono venuti a mancare tutti i rapporti. Noi inviamo il bonifico alla Associazione Amigos MST- ITALIA e nulla più.
La RRR. di Roma non reputa più gestibile questa operazione e invita il Coordinamento a decidere nel merito sulla prosecuzione o meno del progetto.
Aprile 2021
Angelo Ciprari rete RR di Roma

CIRCOLARE NAZIONALE – RETE DI GENOVA – APRILE 2021

RELAZIONI INDIGENE

Scrivo queste righe su quel poco che (tutto sommato …) ciascuno di noi sta cercando di fare per accendere nel mondo un po’ di luce.

Concepisco e vedo personalmente il mondo come una grande comunità. Ma chi sta dall’altra parte nel nostro caso? chi sono coloro con cui cerchiamo di interloquire? come ci relazioniamo con loro? Lascio a ciascuno di Voi che leggete, la risposta, ognuno se la può dare personalmente.

– Da parte mia è da un po’ di tempo che mi pongo la domanda, intravedendone l’importanza, se cioè sono capace di “incontrare”, e di entrare in una comunicazione “vitale”, verace, con chi sta “dall’altra parte” dei ns progetti. Mi domando se ho desiderio di “entrare ” in questo rapporto e “presentarmi così come sono”, uomo del “nord”, senza sensi di colpa e senza supponenza. Se ho desiderio di provare umilmente ma anche autenticamente a aprirmi a una relazione diretta, sincera, con desiderio (magari reciproco) di condivisione, di scambio, di confronto.

Desiderio di confronto anche sulla passione che anima le mie azioni, sulle spinte che si dibattono dentro di me.

Perché i soldi forse sono anche un po’un optional, (provoco), ma la relazione no.

Vorrei cercare di conoscere meglio chi sta di fronte a me, sapere se anche Lui condivide e crede in quello che credo io, desidererei che magari anche Lui si incuriosisse un po’ anche a me, alla mia vita, di sapere cosa fa, come si muove in concreto nella Sua vita. Mi piacerebbe conoscere se anche Lui ha desiderio di liberazione e evoluzione per il mondo. Dico la verità ne sarei contento. Vorrei condividere, lo dico sinceramente, vorrei condividere un po’ anche con loro, non solo con chi sta da questa parte dell’Oceano.

Vorrei conoscere qualcosa delle sue giornate, della sua famiglia, dei suoi sentimenti. Dei suoi desideri, magari che non ha mai comunicato perché ritiene che siano impossibili a realizzarsi.

Vorrei insomma trovarmi di fronte a una persona, che conosco, che ricordo nelle mie giornate, non ad un estraneo.

Se farò, se faremo questo passo, che renderà il ns rapporto più autentico, si instaurerà una dinamica positiva, orizzontale, cioè fraterna, in cui vive la dimensione dello scambio e non il gioco delle parti. Ecco mi sembra che questo passo lo si debba fare, si debba coltivarlo e si debba anche perderci un po’ di tempo, anche perché non è scontato che arrivi da solo.

Questo passo vale la pena di farlo per scendere un po’ più in profondità, per poter dire di camminare insieme. Per conoscere non solo il volto dell’Altro ma anche la Sua Anima.

Sergio Ferrera, Rete di Genova

Circolare circolante Marzo 2021: più vicini agli Ultimi.

Carissime Persone,

così come è stato per il mese di Dicembre 2020 vi proponiamo una lettera circolare da scrivere a molte mani.

Il tema di Natale fu la gratitudine per le “buone giovani novelle” da cui eravamo stati raggiunti nonostante il momento storico di sofferenza.

Per questo Marzo 2021, il Marzo di “un anno dopo”, vorremmo condividere con voi un taglio che ci appartiene:la vicinanza con gli Ultimi che si va facendo sempre più concreta.

Vi chiediamo di unirvi a queste righe con i vostri pensieri e le vostre esperienze senza remore di “intasare la mail” o di inadeguatezza, invitiamo in particolare Te, sì, proprio Tu che solitamente leggi e rimani silenzioso e ti chiediamo di aiutarci con il dono delle tue parole.

Mi sono sentita più vicina agli Ultimi perché è mancata una persona cara e non ho potuto abbracciarla, salutarla, accompagnarla, penso ai Profughi morti in mare…”

Mi sono sentito più vicino agli Ultimi perché un mio caro stava morendo e non c’erano i farmaci per curarlo, penso ai milioni di ospedali del mondo impoverito…”

Mi sono sentita più vicino agli Ultimi perché esiste un vaccino ma a me non arriva, penso ai popoli che da sempre non hanno accesso a questo servizio…”

Ho perso il lavoro e non lo riavrò sono entrato a far parte dei milioni di persone minate nella loro dignità…”

…………………………………………………………………………………………………………………….

Rete di Alessandria:

Ieri ho saputo che compagni e compagne fattorini dei cobas, sono stati arrestati, altri

Picchiati dalla polizia per le loro battaglie. Mi sono vergognata per l’ingiustizia e la violenza da loro subita. Erano gli Ultimi che ho conosciuto da vicino, molti stranieri.

Ora dico basta, sarò come sempre al loro fianco in lotta.”

…………………………………………………………………………………………

Rete di Cagliari:

Contributo alla circolare:

“OTTO MARZO 2021, a Cagliari, MADRI CONTRO LA REPRESSIONE– CONTRO L’OPERAZIONE LINCE ,

Siamo madri  degli accusati.

Uno Stato che non si costituisce parte civile per la strage di Viareggio, che non si costituisce parte civile per il disastro di Quirra, trova invece opportuno costituirsi parte civile contro 45 giovani colpevoli solo di opporsi alla presenza delle basi militari in Sardegna, alcuni di loro rinviati a giudizio con l’accusa gravissima di associazione a delinquere con finalità terroristiche. Quei quarantacinque giovani, individuati  proprio perché giovani e pensanti,  non devono avere futuro,  deve essere impedito loro di avere progetti e sogni!

Tra migliaia di manifestanti che già da prima del 2014 portano avanti una resistenza ed una lotta contro lo stupro della Sardegna ad opera delle basi militari Nato e delle esercitazioni militari, stupro documentato dall’inquinamento irreversibile del territorio di Teulada e di Quirra, c’è un popolo e ci sono delle madri che urlano:

Giù le mani dalle  nostre figlie e dai nostri figli”.

Da qualche settimana un gruppo di madri dei/delle giovani rinviati a giudizio con l’accusa di terrorismo, si incontrano a Cagliari davanti al Palazzo di Giustizia. A 20 anni dal G8 di Genova, mentre il dissenso si è andato affievolendosi, la repressione è aumentata duramente, basti pensare alle militanti NoTav incarcerate, e alle persone indagate per aver manifestato contro le basi militari, l’occupazione militare della nostra terra.

CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2021
PANDEMIA E SOLIDARIETA’
In questi giorni, la pandemia da COVID-19 “compie un anno”: i primi allarmi sulla diffusione del
virus in Europa risalgono, infatti, a fine gennaio 2020. Solo molto più tardi, avremmo appreso che il
virus era già tra noi, almeno dall’autunno precedente.
Dell’impatto sanitario, economico e sociale della pandemia in Europa, sappiamo pressoché tutto.
Molto meno, di cosa sia accaduto nel sud del mondo.
Un’interessante chiave di lettura può essere fornita dai contatti telefonici che la Rete di Varese ha
avuto, durante tutta la pandemia, con Darìa Tacachiri, infermiera laureata, referente locale del pro-
getto socio-sanitario in corso a Cochabamba (Bolivia). Sede dell’operazione è il Barrio I° de Mayo,
un quartiere periferico di 15.000 – 20.000 abitanti, nato spontaneamente alcuni anni fa, a causa del-
l’inurbamento di famiglie di campesinos e minatori e formato da baracche in lamiera e mattoni crudi,
spesso con pavimento in terra battuta, sparse sulle pendici della montagna che sovrasta la città.
Il progetto si struttura in gruppi organizzati di donne, che si incontrano regolarmente in 2-3 piccole
sedi, prese in affitto. Nelle riunioni, si affrontano i temi dell’igiene domestica e della prevenzione
delle malattie infettive, dell’igiene sessuale, del ruolo sociale della donna, dell’educazione dei figli.
Sono attivi percorsi di alfabetizzazione, una scuola di cucito ed una di cucina.
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In Bolivia non esiste una sanità pubblica, per cui i dati forniti sulla diffusione del contagio e sul nume-
ro delle vittime nel Paese, non possono considerarsi attendibili. Infatti, solo i ricchi hanno avuto ac-
cesso alle cure, sia domiciliari che ospedaliere, e sono stati censiti. La popolazione del Barrio, invece,
si è ammalata, si è curata e, in alcuni casi, è morta nelle proprie case, senza ricevere alcuna assistenza.
Nessuno sa, quindi, esattamente quanti siano stati i contagiati e quanti i decessi. Quando, ad aprile, a
Cochabamba si contavano ufficialmente 50 nuovi casi al giorno, avrebbero potuto tranquillamente
essere 500 o 5.000.
E’ quasi ovvio, perciò, osservare che uno dei principali effetti della pandemia nel sud del mondo sia
stato quello di acuire le disparità sociali. Anche in Paesi, come la Bolivia, in cui il Governo non ha
negato l’evidenza del contagio, a pagarne principalmente il prezzo sono state le fasce più deboli della
popolazione.
Ci si potrebbe, forse, spingere oltre, affermando che tale situazione ha inciso sulla stessa visibilità dei
ceti disagiati. Come, in passato, essi non erano neppure censiti dall’anagrafe, oggi non entrano nem-
meno a far parte delle statistiche. Dato – questo – particolarmente preoccupante nel Paese andino, in
cui uno dei tratti più significativi della presidenza di Evo Morales (comunque la si voglia giudicare)
è stato proprio quello di risvegliare la consapevolezza e l’autostima nelle popolazioni indigene.
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Verso la metà dello scorso mese di gennaio, Darìa ci ha riferito di essere in isolamento domiciliare,
perché forse contagiata: aveva manifestato sintomi piuttosto lievi, per cui non si era sottoposta a tam-
pone, a causa del costo. A distanza di una settimana, ci ha “tranquillizzato”: non si trattava di COVID
ma, probabilmente, di dengue.
Ciò marca un’altra notevole differenza, rispetto alla situazione europea: qui il Coronavirus è “il”
problema sanitario, che ha polarizzato l’attenzione di medici, politici e mass-media; là, per quanto
grave, solo uno dei tanti, assieme alla dengue, alla malaria, alla febbre gialla, alla malnutrizione …
Anche le conseguenze sociali delle misure di contenimento hanno avuto risvolti per noi difficilmente
immaginabili. Nel Barrio, infatti, quasi nessuno ha un impiego regolare: tutti gli abitanti, quando la-                                                                                                vorano, svolgono lavori saltuari, a cadenza giornaliera; con quello che giornalmente guadagnano, ac-
quistano cibo ed altri beni di prima necessità. La quarantena ha, perciò, interrotto tale circuito econo-
mico portando, in poche settimane, le famiglie alla fame.
Dopo avere vissuto mesi di angoscia per la tenuta del “nostro” sistema economico, dobbiamo, quindi,
prendere atto che la fragilità del “loro”, non ha saputo (e forse neppure voluto) reggere l’urto della
pandemia, con conseguenti drammatici costi per la popolazione.
Inutile dire che in Bolivia non esistono ammortizzatori sociali.
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Di fronte a tale situazione, anche la nostra solidarietà (la Rete è l’unica associazione ad operare nel
Barrio) si è dovuta adattare. Le scuole di cucito e di cucina hanno sospeso la propria attività e gli
incontri settimanali delle donne sono stati interrotti, per evitare che gli assembramenti in locali angusti
fossero veicolo di diffusione del virus.
Darìa ha, quindi, chiesto il permesso di utilizzare gran parte del contributo ricevuto nel 2020 per l’ac-
quisto di derrate alimentari, che sono state messe a disposizione delle donne del Barrio, per la prepa-
razione di pane ed altri alimenti, destinati sia al consumo domestico, che alla piccola vendita. Ciò ha
contributo a riavviare un piccolo circuito di economia di sussistenza.
L’emergenza sanitaria ha, quindi, segnato un arretramento negli obbiettivi dell’operazione, che ha
dovuto abbandonare le attività di promozione sociale, a favore di quelle di mera assistenza. Arretra-
mento, probabilmente, inevitabile: è oggettivamente difficile svolgere attività di formazione e co-
scientizzazione, dove manca il cibo.
Unica eccezione, l’alfabetizzazione: non potendo più organizzare riunioni o incontri, essa è stata pro-
seguita casa per casa, fornendo alle madri le conoscenze di base necessarie per consentire ai figli di
connettersi ai programmi scolastici di didattica a distanza, attivi anche in Bolivia. E’, perciò, inte-
ressante notare come, anche in una situazione drammatica, di crisi alimentare, la domanda di istru-
zione non si sia affatto esaurita e siano stati sperimentati nuovi percorsi per soddisfarla.
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Difficile, infine, fornire il quadro, speculare, della situazione nel nostro Paese.
L’alta incidenza del contagio in Lombardia e, dall’autunno, nella Provincia di Varese, permette forse
di prendere a campione la nostra realtà locale, per qualche considerazione.
In una prima fase, hanno sicuramente prevalso il ritorno al privato e la paura dell’altro, come poten-
ziale untore. Tensione, sospetto e la tentazione di “mettersi al sicuro”, anche a discapito dei vicini,
hanno caratterizzato i rapporti interpersonali. Nulla di diverso, in fondo, da quanto sta ora accaden-
do, su altra scala, ad esempio nel mercato dei vaccini.
Tutto ciò non ha, però, fermato tutti i percorsi di solidarietà. Da un lato, infatti, domande e bisogni si
sono moltiplicati; dall’altro, molte persone, di varia estrazione, hanno tentato di farvi fronte.
Nel lungo periodo, invece, si è verificato un rimbalzo: prendendo ad esempio la realtà parrocchiale
che, da tempo, collabora con la Rete di Varese (lo scorso luglio era stato organizzato un viaggio per
giovani in Bolivia, purtroppo saltato), si è assistito ad una ventata di generosità, sia in termini di of-
ferte economiche o di beni materiali, sia in termini di disponibilità la lasciarsi coinvolgere personal-
mente in iniziative concrete.
Solo la fine della pandemia dirà se tutto ciò sia dovuto alla semplice mancanza di alternative sul piano
relazionale o possa sfociare in nuove forme di impegno e solidarietà.
Rete di Varese

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