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Circolare circolante Marzo 2021: più vicini agli Ultimi.

Carissime Persone,

così come è stato per il mese di Dicembre 2020 vi proponiamo una lettera circolare da scrivere a molte mani.

Il tema di Natale fu la gratitudine per le “buone giovani novelle” da cui eravamo stati raggiunti nonostante il momento storico di sofferenza.

Per questo Marzo 2021, il Marzo di “un anno dopo”, vorremmo condividere con voi un taglio che ci appartiene:la vicinanza con gli Ultimi che si va facendo sempre più concreta.

Vi chiediamo di unirvi a queste righe con i vostri pensieri e le vostre esperienze senza remore di “intasare la mail” o di inadeguatezza, invitiamo in particolare Te, sì, proprio Tu che solitamente leggi e rimani silenzioso e ti chiediamo di aiutarci con il dono delle tue parole.

Mi sono sentita più vicina agli Ultimi perché è mancata una persona cara e non ho potuto abbracciarla, salutarla, accompagnarla, penso ai Profughi morti in mare…”

Mi sono sentito più vicino agli Ultimi perché un mio caro stava morendo e non c’erano i farmaci per curarlo, penso ai milioni di ospedali del mondo impoverito…”

Mi sono sentita più vicino agli Ultimi perché esiste un vaccino ma a me non arriva, penso ai popoli che da sempre non hanno accesso a questo servizio…”

Ho perso il lavoro e non lo riavrò sono entrato a far parte dei milioni di persone minate nella loro dignità…”

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Rete di Alessandria:

Ieri ho saputo che compagni e compagne fattorini dei cobas, sono stati arrestati, altri

Picchiati dalla polizia per le loro battaglie. Mi sono vergognata per l’ingiustizia e la violenza da loro subita. Erano gli Ultimi che ho conosciuto da vicino, molti stranieri.

Ora dico basta, sarò come sempre al loro fianco in lotta.”

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Rete di Cagliari:

Contributo alla circolare:

“OTTO MARZO 2021, a Cagliari, MADRI CONTRO LA REPRESSIONE– CONTRO L’OPERAZIONE LINCE ,

Siamo madri  degli accusati.

Uno Stato che non si costituisce parte civile per la strage di Viareggio, che non si costituisce parte civile per il disastro di Quirra, trova invece opportuno costituirsi parte civile contro 45 giovani colpevoli solo di opporsi alla presenza delle basi militari in Sardegna, alcuni di loro rinviati a giudizio con l’accusa gravissima di associazione a delinquere con finalità terroristiche. Quei quarantacinque giovani, individuati  proprio perché giovani e pensanti,  non devono avere futuro,  deve essere impedito loro di avere progetti e sogni!

Tra migliaia di manifestanti che già da prima del 2014 portano avanti una resistenza ed una lotta contro lo stupro della Sardegna ad opera delle basi militari Nato e delle esercitazioni militari, stupro documentato dall’inquinamento irreversibile del territorio di Teulada e di Quirra, c’è un popolo e ci sono delle madri che urlano:

Giù le mani dalle  nostre figlie e dai nostri figli”.

Da qualche settimana un gruppo di madri dei/delle giovani rinviati a giudizio con l’accusa di terrorismo, si incontrano a Cagliari davanti al Palazzo di Giustizia. A 20 anni dal G8 di Genova, mentre il dissenso si è andato affievolendosi, la repressione è aumentata duramente, basti pensare alle militanti NoTav incarcerate, e alle persone indagate per aver manifestato contro le basi militari, l’occupazione militare della nostra terra.

CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2021
PANDEMIA E SOLIDARIETA’
In questi giorni, la pandemia da COVID-19 “compie un anno”: i primi allarmi sulla diffusione del
virus in Europa risalgono, infatti, a fine gennaio 2020. Solo molto più tardi, avremmo appreso che il
virus era già tra noi, almeno dall’autunno precedente.
Dell’impatto sanitario, economico e sociale della pandemia in Europa, sappiamo pressoché tutto.
Molto meno, di cosa sia accaduto nel sud del mondo.
Un’interessante chiave di lettura può essere fornita dai contatti telefonici che la Rete di Varese ha
avuto, durante tutta la pandemia, con Darìa Tacachiri, infermiera laureata, referente locale del pro-
getto socio-sanitario in corso a Cochabamba (Bolivia). Sede dell’operazione è il Barrio I° de Mayo,
un quartiere periferico di 15.000 – 20.000 abitanti, nato spontaneamente alcuni anni fa, a causa del-
l’inurbamento di famiglie di campesinos e minatori e formato da baracche in lamiera e mattoni crudi,
spesso con pavimento in terra battuta, sparse sulle pendici della montagna che sovrasta la città.
Il progetto si struttura in gruppi organizzati di donne, che si incontrano regolarmente in 2-3 piccole
sedi, prese in affitto. Nelle riunioni, si affrontano i temi dell’igiene domestica e della prevenzione
delle malattie infettive, dell’igiene sessuale, del ruolo sociale della donna, dell’educazione dei figli.
Sono attivi percorsi di alfabetizzazione, una scuola di cucito ed una di cucina.
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In Bolivia non esiste una sanità pubblica, per cui i dati forniti sulla diffusione del contagio e sul nume-
ro delle vittime nel Paese, non possono considerarsi attendibili. Infatti, solo i ricchi hanno avuto ac-
cesso alle cure, sia domiciliari che ospedaliere, e sono stati censiti. La popolazione del Barrio, invece,
si è ammalata, si è curata e, in alcuni casi, è morta nelle proprie case, senza ricevere alcuna assistenza.
Nessuno sa, quindi, esattamente quanti siano stati i contagiati e quanti i decessi. Quando, ad aprile, a
Cochabamba si contavano ufficialmente 50 nuovi casi al giorno, avrebbero potuto tranquillamente
essere 500 o 5.000.
E’ quasi ovvio, perciò, osservare che uno dei principali effetti della pandemia nel sud del mondo sia
stato quello di acuire le disparità sociali. Anche in Paesi, come la Bolivia, in cui il Governo non ha
negato l’evidenza del contagio, a pagarne principalmente il prezzo sono state le fasce più deboli della
popolazione.
Ci si potrebbe, forse, spingere oltre, affermando che tale situazione ha inciso sulla stessa visibilità dei
ceti disagiati. Come, in passato, essi non erano neppure censiti dall’anagrafe, oggi non entrano nem-
meno a far parte delle statistiche. Dato – questo – particolarmente preoccupante nel Paese andino, in
cui uno dei tratti più significativi della presidenza di Evo Morales (comunque la si voglia giudicare)
è stato proprio quello di risvegliare la consapevolezza e l’autostima nelle popolazioni indigene.
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Verso la metà dello scorso mese di gennaio, Darìa ci ha riferito di essere in isolamento domiciliare,
perché forse contagiata: aveva manifestato sintomi piuttosto lievi, per cui non si era sottoposta a tam-
pone, a causa del costo. A distanza di una settimana, ci ha “tranquillizzato”: non si trattava di COVID
ma, probabilmente, di dengue.
Ciò marca un’altra notevole differenza, rispetto alla situazione europea: qui il Coronavirus è “il”
problema sanitario, che ha polarizzato l’attenzione di medici, politici e mass-media; là, per quanto
grave, solo uno dei tanti, assieme alla dengue, alla malaria, alla febbre gialla, alla malnutrizione …
Anche le conseguenze sociali delle misure di contenimento hanno avuto risvolti per noi difficilmente
immaginabili. Nel Barrio, infatti, quasi nessuno ha un impiego regolare: tutti gli abitanti, quando la-                                                                                                vorano, svolgono lavori saltuari, a cadenza giornaliera; con quello che giornalmente guadagnano, ac-
quistano cibo ed altri beni di prima necessità. La quarantena ha, perciò, interrotto tale circuito econo-
mico portando, in poche settimane, le famiglie alla fame.
Dopo avere vissuto mesi di angoscia per la tenuta del “nostro” sistema economico, dobbiamo, quindi,
prendere atto che la fragilità del “loro”, non ha saputo (e forse neppure voluto) reggere l’urto della
pandemia, con conseguenti drammatici costi per la popolazione.
Inutile dire che in Bolivia non esistono ammortizzatori sociali.
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Di fronte a tale situazione, anche la nostra solidarietà (la Rete è l’unica associazione ad operare nel
Barrio) si è dovuta adattare. Le scuole di cucito e di cucina hanno sospeso la propria attività e gli
incontri settimanali delle donne sono stati interrotti, per evitare che gli assembramenti in locali angusti
fossero veicolo di diffusione del virus.
Darìa ha, quindi, chiesto il permesso di utilizzare gran parte del contributo ricevuto nel 2020 per l’ac-
quisto di derrate alimentari, che sono state messe a disposizione delle donne del Barrio, per la prepa-
razione di pane ed altri alimenti, destinati sia al consumo domestico, che alla piccola vendita. Ciò ha
contributo a riavviare un piccolo circuito di economia di sussistenza.
L’emergenza sanitaria ha, quindi, segnato un arretramento negli obbiettivi dell’operazione, che ha
dovuto abbandonare le attività di promozione sociale, a favore di quelle di mera assistenza. Arretra-
mento, probabilmente, inevitabile: è oggettivamente difficile svolgere attività di formazione e co-
scientizzazione, dove manca il cibo.
Unica eccezione, l’alfabetizzazione: non potendo più organizzare riunioni o incontri, essa è stata pro-
seguita casa per casa, fornendo alle madri le conoscenze di base necessarie per consentire ai figli di
connettersi ai programmi scolastici di didattica a distanza, attivi anche in Bolivia. E’, perciò, inte-
ressante notare come, anche in una situazione drammatica, di crisi alimentare, la domanda di istru-
zione non si sia affatto esaurita e siano stati sperimentati nuovi percorsi per soddisfarla.
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Difficile, infine, fornire il quadro, speculare, della situazione nel nostro Paese.
L’alta incidenza del contagio in Lombardia e, dall’autunno, nella Provincia di Varese, permette forse
di prendere a campione la nostra realtà locale, per qualche considerazione.
In una prima fase, hanno sicuramente prevalso il ritorno al privato e la paura dell’altro, come poten-
ziale untore. Tensione, sospetto e la tentazione di “mettersi al sicuro”, anche a discapito dei vicini,
hanno caratterizzato i rapporti interpersonali. Nulla di diverso, in fondo, da quanto sta ora accaden-
do, su altra scala, ad esempio nel mercato dei vaccini.
Tutto ciò non ha, però, fermato tutti i percorsi di solidarietà. Da un lato, infatti, domande e bisogni si
sono moltiplicati; dall’altro, molte persone, di varia estrazione, hanno tentato di farvi fronte.
Nel lungo periodo, invece, si è verificato un rimbalzo: prendendo ad esempio la realtà parrocchiale
che, da tempo, collabora con la Rete di Varese (lo scorso luglio era stato organizzato un viaggio per
giovani in Bolivia, purtroppo saltato), si è assistito ad una ventata di generosità, sia in termini di of-
ferte economiche o di beni materiali, sia in termini di disponibilità la lasciarsi coinvolgere personal-
mente in iniziative concrete.
Solo la fine della pandemia dirà se tutto ciò sia dovuto alla semplice mancanza di alternative sul piano
relazionale o possa sfociare in nuove forme di impegno e solidarietà.
Rete di Varese

Verona, 8 gennaio 2021

Il 6 gennaio, a Washington, c’è stato l’assalto al Campidoglio con morti e feriti.
Dalla rassegna stampa di Internazionale riportiamo un breve brano del The Guardian
…L’autoritarismo è sempre un’ideologia della disuguaglianza: io faccio le regole, tu le segui, io le cambio a piacimento e punisco chi non obbedisce, o chi mi pare, perché posso farlo.
Frank Wilhoit (politologo americano) una volta disse: “Il conservatorismo consiste semplicemente in una proposizione … Ci devono essere gruppi interni che la legge protegge, ma non vincola, accanto a gruppi esterni che la legge vincola, ma non protegge”. Gli episodi odierni stanno dimostrando che i dimostranti non rispettano alcunché, ma si aspettano di avere quello che vogliono. Il diritto è una parola troppo riduttiva per parlare di quanto sta accedendo… (Rebecca Solnit – Call it what it was: a coup attempt The Guardian 7 gennaio 2021)
Questo è invece il comunicato stampa di Johnny Zokovitch, portavoce e direttore esecutivo di Pax Christi USA:
Siamo chiari. Gli eventi che si sono svolti oggi al Campidoglio sono il risultato della demagogia del presidente Trump e del fallimento di tutti coloro – politici, media, famiglia e altri – che hanno scusato, trascurato, o altrimenti incoraggiato l’odio e le divisioni… Coloro che avrebbero potuto e dovuto ritenere responsabile questo presidente hanno fatto esattamente l’opposto negli ultimi quattro anni… e gli incidenti orribili e vergognosi di oggi al Campidoglio degli Stati Uniti sono stati il ​​triste e prevedibile risultato di questa abdicazione di responsabilità.
Nel libro del profeta Osea, Dio avverte ‘Quando semineranno il vento, raccoglieranno il turbine’. Per quei membri del Congresso che hanno sostenuto questo presidente in ogni occasione, le tardive richieste di pace, gli appelli al rispetto e gli ammonimenti contro la violenza che arrivano ora quando si sentono direttamente minacciati suonano vuoti e sono vuoti… (www.paxchristiusa.org )
Aggiungiamo solo qualche nota: ci sono profonde analogie con il modo in cui la Lega e tutta la destra italiana si sono fatte paladine, portavoce e rappresentanti di una parte di popolazione frustrata e preoccupata per il proprio futuro.
Diciamo anche, ricordando il nostro ultimo seminario nazionale sul potere dei social, che ci sono modi di narrare e di rappresentare la realtà che sono costruiti ad arte, vengono professati quasi come una nuova fede e che diventano funzionali al potere, indipendentemente da ciò che c’è di vero e di oggettivo o da quelle che sono le cosiddette regole democratiche.
D’altro canto, condividiamo, l’amaro commento di Pax Christi: non ci sentiamo del tutto assolti rispetto a chi ha…scusato, trascurato o in qualche modo incoraggiato l’odio e le divisioni. Che cosa potevamo fare di meglio per arginare queste derive?
Di quanto sta accadendo non potremo non tener conto e, in futuro, avremo senz’altro modo di confrontarci anche per quanto concerne la nostra associazione. Siamo “datati”, è vero, ma non “scaduti”. Ci siamo sempre detti che la politica, nel suo significato più pieno e originale, deve stare alla base del nostro essere e del nostro agire.
Per questo riteniamo che ci sia ancora molto lavoro da fare e sempre più è necessario ascoltare voci nuove (cara Nadia, ti sei presa una bella gatta da pelare…).
Per dare concretezza ai nostri discorsi abbiamo pensato che sia giusto anche dar conto di ciò che stiamo vivendo come gruppo locale di Verona.
Come ormai si temeva si è arenato, forse definitivamente, il progetto sulla concessione in comodato gratuito di un appartamento dell’Ente Regionale per l’Edilizia Residenziale (ATER). Grazie a un congruo finanziamento, messo insieme da un gruppo di persone della comunità di s. Nicolò, che per anni si sono auto tassate, sarebbe stato possibile mettere a norma un appartamento di proprietà dell’ATER. In cambio, l’ATER ce l’avrebbe concesso in comodato gratuito per una quindicina di anni. Avevamo messo a punto un progetto ben articolato, in collaborazione con altre associazioni, e avevamo avuto la disponibilità di due persone, adeguatamente preparate, per la gestione. L’appartamento poteva ospitare quattro, cinque persone. Pensavamo in particolare agli stranieri. Qui a Verona, infatti, per le persone straniere, anche se con i documenti in regola e con un lavoro stabile, resta quasi insormontabile la possibilità di trovare un alloggio.
Non abbiamo desistito del tutto, ma in questi enti pubblici il potere della Lega e i giochi di partito hanno un peso devastante. Forse hanno capito bene chi siamo e hanno ostacolato l’iter della pratica in tutti i modi possibili, pur dopo l’approvazione della ristrutturazione e della messa a norma, da parte del loro Ufficio Tecnico. Sono arrivati alla scadenza elettorale e al cambio dei vertici aziendali, senza più dare alcuna disponibilità ad ascoltarci.
Venendo ai due progetti che seguiamo come rete locale, chi legge la nostra circolare interna ha già saputo della difficile situazione in Guatemala. Lo scorso mese avevamo scritto:
… Padre Clemente ci racconta di una situazione veramente difficile nelle comunità che lui segue. La pandemia ha provocato situazioni di estrema povertà per cui è stato necessario distribuire cibo a molte famiglie, ridotte letteralmente alla fame.
Comunque, i soldi del progetto inviati dalla Rete sono bastati a p. Clemente per fare partire un progetto di microcredito a favore delle famiglie più bisognose del territorio.
Infine, ci sembra importante allegare il testo della lettera ricevuta dalla nostra referente ad Adjumako, in Ghana.
Gli stimoli alla speranza vengono da lontano, ma sono concreti ed efficaci più delle nostre paure.
Un abbraccio e un augurio affettuoso di buon anno da tutta la Rete di Verona.

Maria e Gianni

Adjumaco, dicembre 2020

Il Maame Adjeibah Educational Project (MAEP) sta bene ed opera nonostante la perdurante pandemia da Covid-19 abbia bloccato e rallentato le nostre attività.

18 ragazze in tutto hanno completato con successo la scuola superiore (SHS). …Il nostro progetto è di aiutare le diplomate a trovare un lavoro adeguato che possa permettere loro di soddisfare le loro necessità. Continuiamo ad incoraggiarle, motivarle e guidarle verso percorsi lavorativi significativi.
Putroppo, però, il progetto è stato bloccato per buona parte dell’anno a causa della pandemia; alcune di loro, comunque, hanno trovato lavori provvisori mentre altre aiutano le famiglie nelle loro attività private. Stiamo tutti attendendo la riapertura delle scuole per compiere passi ulteriori.
Abbiamo ricevuto 4.000 € dalla RRR di Verona. Così abbiamo pagato le tasse scolastiche per le ragazze frequentanti la scuola media (Junior High School). Abbiamo coperto anche le spese per le tasse scolastiche delle ragazze alla scuola superiore fino alla chiusura delle scuole, a marzo 2020. Abbiamo inoltre pagato le spese di mantenimento per le ragazze del primo anno.
Vogliamo sottolineare che l’eccitazione generata dalla visita ad Adjumako degli amici della Rete di Verona (autunno 2017) è ancora vivo. Questa visita ha lasciato nella comunità un’eredità che perdura. L’entusiasmo non è venuto meno. Attualmente gli anziani della comunità di Adjumako hanno coinvolto la gente, specialmente i giovani, in varie attività a favore dello sviluppo della comunità stessa. Hanno programmato una serie di piani per lo sviluppo. Al momento la comunità è impegnata in opere di tubazione e di drenaggio fognario nel villaggio. Muratori, carpentieri e altre maestranze sono coinvolti nei progetti. Cittadini di Adjumako residenti in Europa, in America e in altre zone del Ghana stanno contribuendo volontariamente ai progetti con donazioni in denaro, sacchi di cemento, ecc. Grazie a voi, amici della Rete di Verona.
Inoltre, una delle nostre ragazze di Adjumako dopo aver completato la scuola superiore (SHS) si è iscritta ad una scuola di comunicazione ad Accra e sta studiando per un diploma in giornalismo. Recentemente è comparsa in una trasmissione della televisione nazionale e l’hanno vista in molti ad Adjumako e nei paesi intorno. Questo ha provocato grande eccitazione e ha suscitato un sentimento di orgoglio nella gente. Tutto grazie all’incoraggiamento ricevuto dal gruppo Rete Radie Resch di Verona. Ed è solo l’inizio. Realizzeremo ancora molte di queste trasformazioni perché intendiamo continuare a occuparci del futuro delle giovani generazioni di Adjumako.
Dio è il nostro aiuto.
Emma e il comitato scolastico di Adjumako

Dicembre 2020.
Lettera circolare della Rete Radiè Resch scritta da Tutte e Tutti.

Il 2020 è stato un anno illumiato dallo Spirito con tanti piccoli segni concreti e freschi che rischiano di essere tacitati dall’impeto del dolore.
Questa lettera breve e semplice vuole iniziare una “raccolta” di buone notizie.
Finirà con puntini aperti con lo scopo di invitare Tutte e Tutti ad aggiungere una testimonianza con- creta di speranza e bellezza e, seguendo l’invito di Ghandi, provare a“diventare il cambiamento che vogliamo vedere“.
La dedichiamo alle molte, troppe Persone che in questo momento si trovano nel lutto e nella soffe-renza sperando ne traggano un po’di forza e conforto.
Nel mese di Giugno il primo coordinamento in remoto della RRR si concluse con l’assenza di una nuova segreteria e l’inizio di una discussione tutt’ora in corso; nel mese di Settembre, il successivo coordinamento a Sezano si concluse con il consenso di dare inizio ad una “segreteria laboratorio” e l’avvio di un percorso di cambiamento che è in corso con l’impegno concreto di gruppi di lavoro.
Una grande spinta è arrivata da esperienze sul territorio condivise da tante Reti locali.
Spesso abbiamo immaginato la RRR come un albero, mantenendo questa immagine possiamo vede-
re i giovani come germoglio o innesto a cui deve arrivare linfa e da cui possono arrivare nuove forme di crescita.
Ascoltiamoli.
Da Torino
Abbiamo ricevuto in dono l’impegno di Nadia a spendersi attivamente nel progetto di “segreteria laboratorio“, il suo contributo è prezioso per la sua giovanissima età e le sue capacità organizzative e di sintesi, ed è consapevole in quanto neolaureata con tesi sulla RRR.
Da Varese
Il gruppo giovani che avrebbe dovuto partire lo scorso mese di Luglio per il viaggio in Bolivia organizzato dalla rete locale, visitando anche il progetto socio-sanitario di Cochabamba, mantiene vivo il suo progetto posticipato forzatamente dalla contingenza sanitaria. La rete di Varese è stata tra le prime ad accogliere l’idea di un “viaggio tra le Reti con le Reti” proponendo una cena condivisa con queste ragazze e questi ragazzi. L’intento della segreteria laboratorio di compiere questo viag-
gio sul territorio sarà proprio quello di spezzare il pane ed abbracciarci (ricordiamo che non avrà costi per le reti locali).
Da Cagliari e Verona
Sono arrivati i graditissimi inviti per il suddetto viaggio che dimostrano una fiduciosa voglia di guardare oltre la situazione contingente che chiude e blocca gli incontri.
Da Celle Ludovica e Martina hanno deciso di lanciarsi in un’esperienza alternativa. Alla chiamata di aiuto da parte della Caritas le due ragazze hanno scelto di partecipare ad un’attività pelle a pelle con i senzatetto assistendoli durante il servizio docce.“Troppo spesso diamo per scontato ciò che la vita ci offre nel male e nel bene. La cosa più importante è sapere di esserci per chi non è considerato degno di far parte della nostra escludente società. A volte basta poco, qualche sorriso e alcune parole per sentirsi il cuore colmo degli infiniti ringraziamenti di chi solo quelli può donarti“.
Le famiglie sono coinvolte nella ricerca di mutande nuove per i ricambi.
Da Alessandria le giovani donne coraggiose e combattenti della Casa delle donne -occupata da un collettivo di NonUnaDiMeno-, portano avanti iniziative di cura, ricerca e studio, creatività, mostre ed incontri sul clima, educazione e storia del ‘900. Hanno organizzato presìdi a sostegno di migranti e donne lavoratrici sfruttate. Ogni giorno una lotta in una città leghista ora non più dormiente.
Da Quiliano.
In Repubblica Centrafricana a fine mese si terranno le elezioni politiche e legislative, in merito potremmo scrivere pagine e pagine di angoscia per il concreto rischio di colpo di stato accogliamo invece il caldo invito a visitare il sito www.zoukpana.it per gli aggiornamenti in materia. Il sito è curato dai ragazzi del collettivo SE che pubblicano il materiale ricevuto dai ragazzi del collettivo Zoukpana di Bangui.Con consenso espresso nel coordinamento di Rimini gennaio 2020, la Rete Radiè Resch ha concesso un “prestito d’onore“ al collettivo SE per finanziare le borse di studio agli studenti universitari del collettivo Zoukpana. A Bangui si sono appena laureati Bienvenu e Georges.
Da Salerno.
Lucia è stata contatta da un gruppo di giovani che sta dando vita ad un movimento di politica dal basso; in questo momento così deprimente, osano avere Coraggio (il movimento si chiama Coraggio Salerno) per sognare e progettare, insieme agli altri concittadini che pian piano stanno aderendo, una città altra, una città-comunità. Un gruppo di giovani che da tempo condivide con la RRR l’impegno per l’acqua pubblica, per l’accoglienza dei migranti e dei senza dimora, per promuovere cultura e arte, sempre con uno sguardo oltre. Con loro abbiamo incontrato il Chapas con il caffè Tatawelo, I mapuche con Josè Nain, l’Amazzonia con Salete e naturalmente la Palestina. Il bello c’è dobbiamo solo allenarci a farlo venir fuori…
Da Padova.
Anche noi vogliamo contribuire alla scrittura della lettera circolare della Rete Radiè Resch scritta da Tutte e Tutti di dicembre.
Era scritto infatti che la lettera “finirà con puntini aperti con lo scopo di invitare Tutte e Tutti ad aggiungere una testimonianza con- creta di speranza e bellezza e, seguendo l’invito di Ghandi, provare a“diventare il cambiamento che vogliamo vedere“.
Inviamo allora la lettera che Nicoletta e Riccardo, membri della Rete di padova, che da anni hanno intrapreso con coraggio un percorso di ritorno alla campagna fondando un’azienda che hanno voluto intitolare Dofiné per sottolineare il legame con Haiti. Ogni anno si svolge una vendemmia solidale a favore delle scuole della FDDPA.
Nicoletta e Riccardo hanno scritto una lettera ai nostri amici ad Haiti, Jean e Martine, responsabili della FDDPA.
La condividiamo con tutti voi.
Un augurio per un anno nuovo di cambiamento
Due Carrare, 20/12/2020
Carissimi Martine, Jean e membri delle varie Comunità,
siamo arrivati alla fine di un anno sicuramente indimenticabile, volevamo ricordarlo per l’incontro con la vostra visita in Italia e purtroppo lo ricordiamo per un virus che sta accumunando tutto il mondo con ansie e incertezze per il futuro. Noi non possiamo comunque lamentarci, nonostante tutto, il lavoro non è mancato, i nostri figli che vivono fuori casa (i due maschi a Londra e la ragazza vicino a Firenze) stanno bene e sono riusciti anche loro a continuare a lavorare mantenendosi autonomi.
La nostra azienda agricola ha avuto un anno burrascoso, le condizioni climatiche e una forte grandinata ci hanno fatto perdere il 60% del raccolto, ma sono eventi che in agricoltura vanno sempre messi nel calcolo del rischio, la sofferenza maggiore è stata l’impossibilità di fare momenti di incontro ed aggregazione sul tema del vino continuando un percorso iniziato un paio di anni fa, per questo dobbiamo ancora confidare in tempi liberi da Covid 19.
Siamo comunque riusciti a fare la tradizionale vendemmia a settembre con gli amici anche se c’erano meno persone per il covid 19, ma c’era anche meno uva per cui abbiamo comunque svolto il lavoro senza problemi. Sappiamo che Marianita vi ha già mandato le foto…
Qui stiamo lavorando per fare una ristrutturazione dell’azienda agricola e farla diventare un agriturismo specializzato nella presentazione del mondo del vino, storia del nostro territorio, tecniche di coltivazione della vite, tecniche di vinificazione e corretto abbinamento dei diversi tipi di vino con il cibo. Sono argomenti che interessano molto, attirano giovani e adulti che vogliono riscoprire antichi sapori del mondo contadino. Per poter arrivare all’apertura ufficiale però dovremo fare diversi lavori per adeguare gli ambienti alle norme e regolamenti del settore, quindi ancora per un anno saremo sovraccarichi di cose da fare.
Purtroppo Covid19 ha interrotto anche una attività chiamata “Aggiungi un posto a tavola” che portavamo avanti con un gruppo di amici con i quali ci dedicavamo all’accoglienza, una domenica di ogni mese con un pranzo condiviso in famiglia e un pomeriggio di conoscenza del territorio, di ragazzi immigrati (quasi tutti avevano l’età dei nostri figli dai 20 ai 30 anni). Ascoltare le storie e le speranze di questi ragazzi prevalentemente provenienti dall’Africa, praticamente tutti arrivati con viaggi al limite della sopravvivenza attraversando deserti e il mare su gommoni sovraccarichi di uomini e donne in cerca di un destino migliore, ci ha fatto aprire gli occhi su tante realtà e ci faceva sentire meno la nostalgia dei nostri figli (anche loro emigrati per un futuro migliore).
Insomma, mentre attendiamo in silenzio che questo virus venga definitivamente debellato per poter riprendere la vita nella sua dimensione normale, proviamo a pensare in positivo sperando che usciremo da questo tunnel con un a nuova visione del mondo, sicuramente più convinti che mai che la vera felicità sta nelle cose semplici, nel lavoro umile e nella capacità di fare sinergia e rete con tanti amici che quotidianamente si rendono protagonisti per essere artefici di un mondo migliore.
Con questo spirito, ci sentiamo vicini a voi, abbiamo letto le vostre lettere scritte a Marianita e sappiamo delle vostre sofferenze, delle difficoltà che avete superato e di quelle che ancora vi angustiano, ma sappiamo anche della tenacia e determinazione che non vi abbandonano e della forza e coraggio che ogni giorno sapere trovare per credere che un mondo migliore ancora è possibile.
Sogniamo di poterci incontrare in una vostra visita qui da noi, siamo sicuri che è un sogno che si avvererà, speriamo anche un giorno di poterci noi mettere in viaggio per venirvi a trovare, oggi sembra cosa impossibile ma se Dio vuole ci riusciremo.
Questo Natale lo vivremo lontano da sfarzi e consumismo, così come piace a noi, purtroppo sarà lontano dai nostri figli e nostri cari, cercheremo di avere un contatto virtuale con qualche videochiamata.
Quando e come potete mandateci vostre notizie, qualche foto, sarà un modo per condividere un pezzo di strada insieme.
Le persone che frequentano la nostra azienda sempre ci chiedono perché ci chiamiamo Dofinè, ci piace raccontare di voi, del nostro incontro e di come tutti insieme possiamo contribuire per darci una mano.
Mancano pochi giorni a Natale, siamo certi che anche quest’anno una luce brillerà in cielo per ricordarci che non siamo soli nonostante tutte le avversità e che Dio che si fa uomo, ancora una volta sotto le spoglie di un bimbo fragile, ha bisogno delle cure e collaborazione di tutti per realizzare il suo sogno.
Auguri che a Natale possiate essere circondati dalle persone care , che abbiate tanta salute e che il nuovo anno 2021 porti vita nuova.
Un abbraccio a tutti con affetto.
Nicoletta e Riccardo
Da Cagliari
Il nostro contributo alla scrittura collettiva della circolare nazionale è il documento “Il nostro dono di Natale” del gruppo Società della Cura – Sardegna” del quale facciamo parte come Rete RR di Cagliari. Verrà consegnato questo pomeriggio insieme al documento nazionale e ad altri documenti locali.
Auguri a tutti per le festività, con la speranza di poter accogliere un tempo nuovo, un tempo di cura per il corpo e per l’anima in una società che non lasci indietro nessuno.
Società della Cura – Sardegna
IL NOSTRO DONO DI NATALE
175 miliardi disponibili subito
Nessuno può essere lasciato indietro
Aderendo all’appello nazionale della Società della Cura “Il nostro dono di Natale”, vogliamo
esprimere alcune considerazioni e proposte a partire dalla nostra specificità come realtà che operano
nel campo della nonviolenza, della solidarietà interna e internazionale.
Curare non significa solo prescrivere delle terapie o dei farmaci. Curare vuol dire anche e
soprattutto prevenire. “Bisogna uscire dall’economia del profitto e costruire un altro modello
sociale, partendo dal paradigma del prendersi cura di sè, dell’altr*, del vivente, del pianeta e delle
future generazioni, e assumendo compiutamente l’idea che nessun* si salva da sol* e nessun* può
essere lasciat* indietro.
La Sardegna detiene il primato nazionale delle servitù militari utilizzate per una economia di
guerra e dove si sono sperimentate armi all’uranio impoverito creando danni ambientali e di
carattere sanitario alle popolazioni. La narrazione dei posti di lavoro creati, in realtà nasconde quelli
che si potrebbero creare convertendo i territori occupati ad uso civile: agricoltura e pastorizia,
ambiente e turismo responsabile.
La nostra Isola si trova al centro del Mediterraneo, quasi un ponte tra l’Africa e l’Europa.
Purtroppo è stata trasformata in una terra dove si costruiscono bombe e si prepara la guerra.
Proponiamo un cambiamento di rotta:
1. utilizzare le risorse economiche sottratte alle attività militari per ripopolare i piccoli centri,
favorire l’occupazione giovanile in modo da limitare la necessità di emigrare per procurarsi
lavoro e dignità;
2. aprire i porti aperti all’accoglienza di profughi e migranti a causa di guerre fame e economie
di rapina; i porti siano chiusi al commercio delle armi. Chiude il CPR di Macomer, vero
lager nel quale nessuno ha accesso per verificare il rispetto dei diritti umani;aprire centri di
accoglienza che rispettino la dignità di ogni essere umano e preparino il terreno per
l’inclusione; porre fine al sequestro amministrativo delle navi impegnate nel soccorso ai
naufraghi;
3. rafforzare gli scambi di idee, progetti e solidarietà del popolo sardo con i popoli originari del
pianeta per eliminare o ridurre l’impatto dell’estrattivismo (l’aggressione alle risorse naturali
per mero profitto), salvaguardando le terre coltivabili del territorio sardo dalla speculazione
delle multinazionali sulle nuove fonti energetiche (gas, fotovoltaico, eolico);
4. promuovere progetti di formazione alla mondialità, alla nonviolenza e alla pace nelle scuole
di ogni ordine e grado;
5. incentivare le misure alternative al carcere per minori e adulti in modo che si compia il
dettato costituzionale relativo alla riabilitazione delle persone superando la visione della
pena come mera punizione.
I soldi ci sono: ecco dove prenderli
Basterebbe ridurre drasticamente le spese militari (10,8 miliardi/anno) mettendo in
atto alcune misure come:
a) il blocco di tutti i nuovi programmi di riarmo. Il risparmio previsto è di 6 miliardi;
b) la fine di tutte le missioni militari all’estero, nonché di o isparmio previsto è di 3.8 miliardi.
Il dono di Natale più bello per noi abitanti della Sardegna sarebbe la chiusura dei poligoni mi-
litari e la destinazione delle risorse finanziarie per la bonifica dei territori e la loro riconversione ad
uso civile; la riconversione della fabbrica di bombe RWM di Domusnovas – Iglesias in fabbrica di
strumenti per la vita e non per la morte.
Da Noto
Carissimi,
anche noi ci uniamo con piacere ed interesse a questo scambio di doni epistolari in occasione del Santo Natale.
Ricorderemo questo Natale, a conclusione di un anno triste, per molti tragico, un tempo che ancora non da segni di superamento.
I poteri della parte del mondo di cui facciamo parte sembrano impegnati in un ritorno ad una” normalità” essa stessa causa di quel disastro che sta davanti i nostri occhi, sotto i nostri piedi, nell’aria che respiriamo, nei cibi di cui ci nutriamo, nel rapporto tra popoli e viventi e sempre più dentro le menti.
Una parte, sempre più minoritaria, che si prepara a farci tornare alla “normalità” nello stesso modo di quando ci si risveglia da un brutto sogno per poi continuare tutto come prima. Poco da cambiare solo qualche ritocco.
Fa fatica, non passa, l’urgente esigenza di un mondo regolato da maggior giustizia , equità e rispetto ecologico.
Questo Natale però ci offre l’occasione e forse ci impone l’obbligo, oltre che della mascherina e del giusto distanziamento, di una più decisa restituzione, prima verso il Padre ed il Figlio, per aver profittato del loro Amore e, poi, con il Loro aiuto, verso quegli ultimi e verso i più deboli che silenziosamente stanno aspettando che si pareggino i conti.
I nostri percorsi si incontrano in vista di questo orizzonte e i virus non saranno certo un’ ostacolo sul cammino della R.R.R.
Nell’anno che sta per concludersi il gruppo R.R.R. di Noto-Avola-Modica ha incontrato, gli operatori dell’Operazione Colomba (Corpo Non violento di Pace dell’Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII) e i Ricostruttori Nella Preghiera di Modica, decidendo, insieme, di dar vita ad un progetto di accoglienza di profughi-migranti Siriani provenienti dai campi profughi in Libano o dall’infernale campo profughi di Moria nell’isola di Lesbo (dove sono presenti quelli dell’Operazione Colomba).
I primi mesi del nuovo anno ci vedranno allora impegnati concretamente nell’offerta di una dignitosa soluzione d’accoglienza ad una famiglia che arriverà in Italia attraverso corridoi umanitari .
Questa opportunità che ci viene offerta ci induce a delle riflessioni:
I corridoi umanitari come soluzione al fenomeno della migrazione:
forse non la sola, ma in Italia il Ministero competente concede solo 2000 visti; troppo pochi per una soluzione d’accoglienza e d’integrazione accettabile e dignitosa.
Il coinvolgimento diretto di associazioni e cittadini ne diventerebbe garanzia .
La necessità di fare reti:
considerato il tipo e la quantità di impegno che questo tipo di progetto impone si rende necessario lavorare alla costruzioni di reti territoriali di supporto a vari livelli: associazioni e cittadini impegnati, prima, alla soluzione di problemi organizzativi e burocratici che permettano l’arrivo in sicurezza dei profughi e/o migranti, poi, alla soddisfazione delle necessità della vita quotidiana dell’accoglienza e dell’integrazione.
Il nostro Augurio a tutti voi, in questo nuovo Anno che sta venendo alla luce, è di continuare ad essere “artigiani di pace”, condividendo il nostro cammino, le nostre fatiche e le nostre gioie, con le piccole comunità a noi vicine, per noi, in particolare, con gli amici della Mesa Campesina, e con tutte le altre piccole comunità sparse in ogni angolo della terra, perché, come dice il nostro caro Papa Francesco[1], insieme ad esse possiamo “colorare i processi di memoria collettiva” per una Terra dove abitino la Pace, la Giustizia, la Fraternità e la Bellezza …

Rete di Torino & dintorni – Lettera di novembre 2020
Cari amici,
il ritorno della pandemia ha fatto riemergere con forza alcuni tratti ormai familiari e peculiari dello stato in cui versa la politica nostrana.
Da una parte assistiamo alla spinta sempre più marcata verso il dettaglio tecnico,pratico,sostenuto da direttive sanitarie stringenti,precetti e ammonimenti che poco hanno a che fare con il pensiero “alto” ma si preoccupano con cura pedagogica quasi maniacale di entrare persino nelle sfere più intime della vita privata dei cittadini (vedasi le ultime indicazioni per veglioni,cenoni etc). Dall’altra assistiamo al solito teatrino delle accuse reciproche tra Stato e Regioni di negligenza di fronte alla seconda ondata di questo terribile virus. In mezzo ci siamo tutti noi,cittadini trattati come infanti impegnati a destreggiarci tra il groviglio di regole,spesso mutevoli e  ansiogene.
Ma il punto è capire se la politica deve essere questo oppure se deve piuttosto amplificare con toni pacati il senso di responsabilità comune,il senso di comunità,il senso di diritto di libertà individuale che non può prescindere dalla libertà collettiva.La libertà stessa del pensiero politico da tanti anni ormai è svilita ed avviluppata nel risolvere questioni quotidiane,pratiche,dettagliate,non sostenendo più una visione collettiva,di integrazione culturale,responsabilizzante per tutti.
La pandemia in atto non è cosa da poco,i numeri e lo sconcerto di tanta virulenza non si possono sottovalutare ma alcune cose erano chiare fin da questa estate,quando ci ripetevano che sarebbe arrivata una seconda ondata di contagi. Eppure  la Sanità non è stata dotata di strumenti e personale adeguato ad affrontare tutto questo portandoci nuovamente alle chiusure che tutti conosciamo.Non è solo italiana questa situazione,non è solo dei governanti la colpa del contagio ma anche dei comportamenti sbagliati ed incuranti di alcuni cittadini,è vero,ma forse meno tagli alla Sanità (in nome dell’efficienza economica) in questi ultimi 10 anni ci avrebbero consentito di affrontare meglio questa crisi.Ma la visione miope della politica non chiude il discorso su se stessa.
I risvolti a livello sociale non sono trascurabili.
La perdita dei contatti sociali atrofizza la capacità di ragionamento collettivo, alimenta il senso di solitudine e di fragilità, amplifica l’egocentrismo individuale.Il continuo bombardamento mediatico sulle cifre della pandemia impedisce spesso di rimanere attenti e attivi alle difesa dei diritti,alla giustizia;si offuscano i temi della migrazione,del caporalato,della violenza domestica e della perdita del lavoro.Le guerre (che continuano purtroppo) non sono quasi più percepite con sgomento ma come un evento in mezzo ad altri,dopo i dati sui contagi giornalieri e il possibile divorzio di Trump.Tutto è clamore e si genera una confusione di priorità. L’emergenza sanitaria pur grave rischia di farci perdere il contatto con il territorio,con le persone in difficoltà,emarginate e disperate,con le conseguenze della chiusura dei negozi e delle piccole realtà artigianali,con tutti coloro che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.Queste persone diventano facile bersaglio delle nuove mafie che agiscono con soldi contanti e garantiscono una boccata di ossigeno a chi domani diventerà un loro protetto,ma diventeranno parte anche della spietata  concorrenza di chi cerca un lavoro,con conseguente perdita delle tutela dei lavoratori disposti a tutto.
Questi meccanismi sociali saranno nei prossimi mesi sotto gli occhi di tutti.
Questo periodo è stato percepito da ciascuno di noi in maniera differente,ci ha messo di fronte ad una situazione che non si può controllare ,ciò che sembra giusto al medico può apparire ingiusto al familiare del malato e cosi via per ogni ambito. Non ci sono più sicurezze e limiti conosciuti,sono saltati molti parametri della nostra “confort-zone”.
Ma l’emergenza non può e non deve “normalizzare” il nostro pensiero,il nostro modo di agire. Il fine non giustifica i mezzi perciò dobbiamo rimanere vigili con il nostro contributo personale,attraverso la condivisione delle idee restituendo dignità al nostro prossimo.La capacità di rimanere distanti dalla furia delle notizie,di guardare con tenerezza e accoglienza il vissuto di ciascuno,senza giudicare, può predisporci forse in questo periodo di Avvento ad un clima più corretto.
La ricerca del silenzio,del distanziamento dalla pressione mediatica ci darà forse un domani la forza per riconoscere i valori reali e rinascere ad una nuova umanità.
Un abbraccio a tutti
 

Circolare nazionale ottobre 2020

a cura della Rete Radiè Resch – gruppo di Cagliari

Quarant’anni di appartenenza alla Rete Radiè Resch di solidarietà internazionale – così si denominava un tempo l’associazione – sono un traguardo che ha visto un gruppo di persone dell’area cagliaritana rimanere fedeli a un’idea e a una pratica di solidarietà che coinvolgesse i singoli nella restituzione di un debito contratto verso le comunità impoverite del Sud del Mondo. Nella convinzione, inoltre, della necessità di un cambiamento nel nostro mondo opulento e, perciò, della “controinformazione” attraverso le testimonianze dirette dei referenti dei nostri progetti. Siamo ricordati all’interno della Rete nazionale in modo particolare per il documento “Parametri di valutazione di un’operazione della Rete”che venne presentato al Coordinamento nazionale di Verona (20-21 giugno 1992) a seguito della grande riflessione sullo stato della Rete del biennio 1990 – 1992. Il documento, frutto di una riflessione collettiva, indicava 7 dei criteri: 1. Tre volte indigeno; 2. Trasparenza; 3. Ecologia; 4. Durata; 5. Autonomia; 6. Cultura; 7. Dimensione e peculiarità. Abbiamo sempre creduto che questi criteri non potessero essere rigidi, ricordando l’invito di Ettore Masina a tener conto dell’amicizia che ci legava ai nostri referenti.

In questi quarant’anni ci sono stati periodi molto fecondi di iniziative, di incontri tra persone, di partecipazione agli avvenimenti della città e del mondo: dibattiti pubblici, seminari di studio, manifestazioni in difesa dei diritti negati, in particolare dei migranti, con una attenzione speciale alla comunità palestinese presente nel nostro territorio. Nel 1992 la Rete di Cagliari si fa carico come referente nazionale dell’operazione Donne indie collas. Sostegno a piccole cooperative di lavoro, nel Nord-Ovest dell’Argentina, nella zona montagnosa della “Quebrada de Huamahaca”; referenti Piera Oria e Carola Caribe (“Taller Permanente de la Mujer”) di Buenos Aires. Il legame con Piera diverrà sempre più forte grazie agli incontri a Cagliari e al viaggio in Argentina (agosto 2000) di due amiche del nostro gruppo. Il momento più coinvolgente che ha creato sinergie singolari è stato il lavoro di traduzione, di pubblicazione e di divulgazione del libro di Piera Oria, Dalla casa alla piazza…, sulle madri e le nonne di Plaza de Mayo. Dopo la morte di Piera e la conseguente chiusura dell’operazione, la Rete di Cagliari non ha avuto più un progetto da seguire; questo fatto può aver avuto un certo peso nel proseguo del cammino del gruppo, sebbene le cause principali della riduzione dei partecipanti siano state di altra natura: la crisi economica, l’età avanzata dei membri, la morte di alcune persone.

Il legame con la Rete nazionale si è conservato, nonostante l’insularità con gli aspetti connessi alla mobilità, con la partecipazione ai Coordinamenti nazionali, ai Convegni e ai Seminari, ai viaggi della Rete in Brasile (luglio-agosto 1993) e in Palestina (27/12/98 – 4/01/99). Abbiamo per ben due volte ospitato il Coordinamento nazionale a Cagliari, il 13 e 14 ottobre 1990 e, più di recente, il 19 e 20 giugno 2010 presso la Comunità la Collina, diretta da don Ettore Cannavera, che è stato coordinatore della Rete di Cagliari fino al 1993. Dall’incontro a Salvador Bahia con Giovanni Cara (João), piccolo fratello del vangelo cagliaritano, e con la sua collaboratrice Rita Maria Alves che si occupavano di meninos de rua, si è sviluppato un costante rapporto di collaborazione basato sulla fraternità e sull’amicizia. Pur ridotti a un piccolo gruppo, abbiamo cercato di partecipare assiduamente agli eventi della realtà locale molto provata dal punto di vista economico e occupazionale; aderendo e partecipando alle manifestazioni per la pace, per la Palestina, per la riduzione delle servitù militari, alla lotta per la riconversione della fabbrica di Bombe RWM, alla collaborazione con la Comunità la Collina.

Il mese di ottobre è un mese emblematico per le persone amanti della giustizia e della pace: il 2 ottobre (anniversario della nascita di Gandhi) si è celebrata la Giornata mondiale della Nonviolenza, e il 4 ottobre la festa di san Francesco d’Assisi, uomo che con la mitezza e la povertà si è rivestito d’amore fraterno per tutte le creature. Il forte messaggio di papa Francesco dalla Basilica di Assisi con la promulgazione della sua terza Enciclica, Fratelli tutti, è inequivocabile: abbattere i muri di separazione e creare ponti di comunione, di fraternità universale, di amicizia sociale per costruire una umanità nuova, consapevoli che non ci salviamo da soli, dentro i nostri egoismi individuali e collettivi, ma come ci ha insegnato la pandemia ci si salva uniti nell’accoglienza dei più fragili, quali gli anziani, i disabili, i poveri, i migranti, le persone che vivono nelle periferie geografiche ed esistenziali, che sono considerate lo scarto, rifiuti da eliminare. Non sappiamo se papa Francesco conosca la nostra Rete e la sua storia, ma un passaggio dell’Enciclica ci ha colpito, dove egli parla delle associazioni nelle quali i soci spesso si chiudono negli interessi di gruppo ed escludono gli altri; e di coloro, invece, che praticano l’amicizia sociale, la solidarietà autentica. “Solidarietà – scrive il Papa – […] è una parola che esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari» (Fratelli Tutti, n. 116).

Il mese di ottobre è anche il mese del dialogo interreligioso, in particolare il 27 ottobre si celebra la Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico nata per contrastare l’ondata di islamofobia scatenatasi all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle e alla proclamazione della guerra preventiva, dentro il paradigma dello scontro di civiltà. L’appello di quest’anno afferma, tra l’altro: “[…] sentiamo forte il bisogno di riscoprire l’umanità che tutti ci unisce […] sentiamo forte il bisogno di impegnarci contro le guerre, la produzione delle armi e contro l’ingiustizia sociale che nega il lavoro, le cure mediche, distrugge l’ambiente e ogni spiritualità basata sul riconoscersi fratelli e sorelle con un’unica Madre Terra da amare e difendere”. Un sentire che accomuna anche noi a tante persone di buona volontà. Siamo convinti che dall’incontro, la conoscenza reciproca, la solidarietà frutto dell’amicizia sociale possa nascere “un altro mondo possibile” dove la fratellanza non sia una mera parola, ma una pratica di vita nella quale la comunità della Rete Radiè Resch ha sempre creduto e si è impegnata a realizzare.

La visita della nuova segreteria al nostro piccolo gruppo (Covid-19 permettendo) rinsalderà di certo i nostri legami. Tutto cambia, ma l’amore è l’orizzonte che unisce passato, presente e futuro.

Il 19 e il 20 settembre il coordinamento della Rete si è riunito presso il monastero degli Stimmatini a Sezano (VR) per rinnovare la segreteria, essendo la precedente giunta alla scadenza biennale. E’ stato un incontro di profonda relazione umana (ne avevamo bisogno tutti) ancor prima del trattare la situazione dei problemi, sia locali che mondiali. Ne è risultato un impegno ad essere positivi e continuare a credere nella possibilità che attraverso le azioni quotidiane, a mettersi insieme in piccoli gruppi e a vedere il mondo nella sua universalità, siamo tutti interdipendenti. Ricominciare! Sembra una parola d’ordine. Ma da dove ricominciamo? E come? La quarantena è alle nostre spalle, o quasi, ma nulla sembra superato… o almeno non con quella tranquillizzante sensazione di soluzione trovata in tutti gli ambiti che forse qualcuno tra noi sperava. Però ricominciare si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, al nostro futuro, ma anche al mondo che ci ruota intorno. Ricominciare si può, perché la resilienza è una forza innata di cui tutta la natura è capace da sempre, dalla prima comparsa sulla Terra. Siamo capaci di mutare, anche radicalmente, adattandoci alle nuove condizioni di esistenza. Certamente pur riportando ferite profonde, ce la faremo anche questa volta. Ce lo chiedono con forza i referenti dei progetti che condividiamo in Guatemala, in Brasile, ad Haiti, in Bolivia, in Cile, in Argentina, in Perù, ad Haiti, in Nicaragua, in Congo, in Centrafrica, in Ghana, in Palestina, senza un’assistenza reale. Un nostro referente ci ha raccontato che i cadaveri sono abbandonati ai lati delle strade, dove spesso si accaniscono gruppi di cani o che vengono comparsi di benzina per essere bruciati. E’ un urlo straziante che sale dal tutte queste realtà e purtroppo molte altre nei tanti Sud del mondo, dove la salute può permettersela solo chi può pagare. Ricordiamo anche il progetto a favore dei Medici contro la Tortura, operativo a Roma che accompagnano i profughi che provengono dalla Libia e da altre realtà dittatoriali. Abbiamo vissuto i tempi drammatici di Covid-19 dove la malattia e la morte sono state durissime nel nostro paese, questo mantello di sofferenza e tristezza si sta estendendo su tutta l’umanità. Sono ormai un milione le vittime contabilizzate in tutto il mondo. La malattia e la morte si stanno quasi naturalizzando nelle aree più povere, leggendo l’attuale contaminazione. Non basta vedere il Covid-19 isolato e di per sé. Dobbiamo vedere il suo contesto. Viene dalla natura che è stata attaccata dal tipo di rapporto che il nostro sistema produttivo mantiene. Non bastano scienza, tecnica, input, isolamento sociale, evitando gli assembramenti e l’uso della mascherina. Tutto questo è essenziale, ma la cosa più importante è sviluppare un rapporto amichevole con la natura e i suoi animali. Se continueremo con l’irresponsabile aggressione, la natura e la Terra reagiranno inviandoci virus ancora più pericolosi. Dobbiamo cambiare il paradigma, invece dell’intrusione, urge un lavoro di rispetto e di cura, perché la natura non ci appartiene. Noi apparteniamo alla natura, ne facciamo parte, tutto ci dà per la nostra vita, se non invertiamo la rotta, noi scompariremo ma la Natura continuerà. La svolta però sta nel come ricominceremo. Se sceglieremo cioè di trattare questo momento storico come uno dei tanti passaggi della nostra vita, fatto di traslochi, spostamenti, chiusure in un posto ed aperture in un altro, lasciando tutto esattamente uguale in noi, attorno a noi, nelle nostre aspettative, nello stile della nostra esistenza. Oppure se sceglieremo di ripartire con un’altra marcia, un altro passo, un altro stile, altre priorità. Mettendo al centro tutta l’umanità, nessun escluso.
E’ incomprensibile come poche decine di persone, oggi, posseggano la ricchezza di più della metà della popolazione mondiale.
E’ incomprensibile che si spendano ancora 1.875 miliardi di dollari all’anno per le armi.
E’ incomprensibile vedere come il mondo non va nella direzione del Bene comune ma verso la ricerca sempre più ossessiva della ricchezza privata.
E’ incomprensibile che 70 milioni di persone sono state costrette a fuggire dal proprio Paese.
E’ incomprensibile che 12.000.000 di ettari siano stati bruciati in Amazzonia in poco meno di un anno.
Urge una ricomposizione dell’umanità contro questa economia che uccide e crearne una nuova, per la vita, che includa e non escluda, per la salvaguardia di ogni donna e ogni uomo e del Creato.

il laboratorio segreteria: Caterina, Lucia, Nadia e Antonio

Circolare nazionale Rete Radié Resch – luglio agosto 2020

A cura della Rete di Casale Monferrato

Carissimi tutti,

la riflessione che, come gruppo, proponiamo a tutti i gruppi della Rete nasce dalla nostra discussione del 21 giugno, la prima nuovamente in presenza (all’aperto, a Quarti) dopo la lunga pausa dovuta alla epidemia di Covid e ai conseguenti divieti. A causa di queste norme è stato rinviato, tra l’altro, il convegno nazionale a Rimini (indicativamente riproposto nel 2021) e sono stati trasformati in incontri on-line i coordinamenti nazionali di questa primavera.

Nel nostro incontro abbiamo parlato, fra le altre cose, di scuola. Una scuola che in Italia è stata coinvolta in una chiusura prudenziale che ha suscitato malumori, ma poche riflessioni approfondite. Per lo più si è parlato della collocazione dei figli al momento in cui i genitori ritornano al lavoro, accentuando la percezione della scuola come forma di parcheggio sociale. Da parte dell’istituzione le difficoltà organizzative si sono sovrapposte ad una certa ossessione per la sicurezza (sia sul fronte normativo, sia sul fronte delle attese dei genitori).

Ora si è aperta una riflessione sugli spazi scolastici, nella prospettiva di un rientro a settembre. Gli edifici adibiti a scuole scontano però investimenti modesti negli anni, non facilmente recuperabili nel corso di una estate. Inoltre una scuola bloccata sull’organizzazione attuale della didattica, di fatto rende impossibile evitare assembramenti e contatti ravvicinati fra gli alunni. Mancano idee nella direzione di una scuola più aperta e mancano gli investimenti per realizzarla.

In questi mesi molti insegnanti hanno lavorato con impegno nella direzione della didattica a distanza e si sono resi conto delle ambiguità di questo modello. Non solo per le difficoltà tecnologiche (che ci sono, ma si possono superare), ma per le carenze motivazionali di molti ragazzi, soprattutto di quelli più fragili. In una situazione relativamente più “libera” occorre che i ragazzi stessi trovino motivazioni intrinseche all’apprendimento e per queste motivazioni occorre il supporto non solo della famiglia, ma anche del clima sociale nel suo complesso. Più che di un aiuto per i compiti, i ragazzi hanno bisogno di percepire nel loro contesto che la scuola è importante e vale la fatica che richiede. Nessun approccio accattivante della didattica può annullare il momento dello sforzo che aiuta a crescere (e per certi aspetti questo sforzo implica momenti di rifiuto e di ribellione che vanno elaborati).

Crediamo sia importante riprendere la questione scolastica, anche come forma di “restituzione” ai nostri ragazzi, a cui viene chiesto molto, in termini di formazione e di occupazione, pur essendo loro stessi meno coinvolti nelle implicazioni sanitarie di questa pandemia.

In chiusura crediamo sia doveroso ricordare, a 25 anni dalla morte, la figura di Alexander Langer, soprattutto per chi ha incontrato questo appassionato costruttore di ponti in alcuni momenti della propria formazione umana ed intellettuale.

Vi sentiamo vicini, come sempre, vi auguriamo un’estate serena.

Arrivederci a settembre.

Per la Rete di Casale

Roberto, Beppe e Cristiana

Circolare nazionale di Giugno 2020 – A cura della Rete di Salerno

Inventare e osare

Nel periodo di pausa forzata, oltre al dolore, la paura, la solitudine e l’insofferenza per le restrizioni, forse si son potuti vivere anche stati d’animo positivi: lentezza, silenzio, voce della natura, spazio e tempo per sé e per gli altri.

In molti abbiamo pensato che forse questa dolorosa esperienza poteva essere anche l’occasione per rinsavire, per renderci conto di quanto siamo schiavi di una corsa verso un benessere apparente che ci toglie anima ed energie per stare bene con sé stessi, con gli altri, con il pianeta.

La pandemia ha fatto emergere ancora di più i grandi danni di questo sistema (sanità, scuola…) e soprattutto le enormi disuguaglianze che produce sempre più.

Sembrava che anche la politica (o meglio la partitica) volesse far frutto di tutto ciò e ripartire in modo diverso…ma alla fine a prevalere è stato ancora una volta il profitto.

Finito questo periodo, infatti, ci rendiamo conto che tutto sta tornando, anche con una certa fretta, a quella normalità che non ci piace, perché ci calpesta tutti, soprattutto gli ultimi, continuando anche a produrne.

Ma non è mai detta l’ultima parola! Sono state tante, in questo periodo, le riflessioni e le letture che ci hanno sollecitato a non desistere, ma ad unirci per inventare ed osare.

Questa consapevolezza purtroppo non è ancora di tutti, ma da quanto ascoltato nei nostri video-incontri, sembra che la Rete sia proprio in questa scia.

Prima di tutto abbiamo osato le video conferenze, nonostante le resistenze e la poca familiarità con questi mezzi. (Qui WhatsApp ci avrebbe fatto inserire tante faccine sorridenti)

Ma ancora più importante è stato ascoltare l’esigenza di chiederci come “stare” in questo momento e come minimamente incidere, come essere Rete adesso.

Forum, comunità, nuovi stili di vita…parole e concetti emersi nei nostri ultimi incontri; tutto il lavorio, poi, che si avvia per una nuova forma di segreteria: breve, a staffetta, itinerante, giovane…danno un grande senso di laboratorio e, permettete, anche di spiritualità, intesa come alimento dell’agire.

Senza idolatrare, allora, la nostra realtà, osiamo intraprendere un nuovo cammino per essere rete nelle reti, per inventare spazi comuni nuovi, per un’appassionata politica di base.

Costruire qui certi percorsi, come ci dicevano Paul ed Ettore, significa dare un respiro più ampio al nostro contributo nei Sud del mondo e soprattutto contribuire ad amorizzarlo (citando Arturo Paoli).

Ognuno di noi ha letto ed ascoltato tanto in questi mesi e per fortuna anche testimonianze concrete e positive di un’altra normalità, e così le sollecitazioni sono tante. Abbiamo, inoltre, alcuni dei nostri progetti che sono veri e propri esempi di costruzione di comunità consapevoli e partecipative.

Non temiamo allora di pensare ad una nuova operazione, forse propedeutica a tutte le altre: un laboratorio di laboratori fisici e virtuali, di relazioni, contatti, idee, proposte.

Insieme per inventare e osare.

A cura di Lucia Capriglione

Rete di Salerno

 

“il periodo buio creato da qs pandemia può essere un’occasione per entrare in contatto con noi stessi e con Dio, rivalutare il ns modo di vivere, apprezzare ciò che è essenziale e riscoprire il valore della fratellanza e della solidarietà”
Stefan Ogongo, attivista per i diritti umani

Lettera circolare della Rete Radié Resch di Genova maggio 2020.
QUALE BELLEZZA SALVERÀ O POTRÀ SALVARE IL MONDO?
(cioè quale “luce”)

Innanzitutto buongiorno e lieti di poterVi nuovamente incontrare anche solo attraverso una circolare! Buona giornata a tutti, vi abbracciamo e vi auguriamo una Buona Seconda Fase! (non so come dire altrimenti…) Coraggio, anche solo la riconquista di un po’ di movimento, l’estate e il bel tempo ci invitano a un certo buonumore! …mentre attraversiamo questa tempesta che le nostre vite hanno incontrato inviamo il link di un articolo di Internazionale sulla crisi che i poveri vivono oggi in Perù, raccontando la vita di un Barrio di Lima (come si chiamano in Perù le Barraccopoli). https://www.internazionale.it/notizie/andrea-closa/2020/04/14/baraccopoli-lima-virus Ciascuno, leggendoselo per conto suo si accorgerà che l’articolo è al tempo stesso messaggio e vita concreta, e ci tira un bel pugno nello stomaco. Senz’altro l’articolo preso da solo comunica ben di più di quello che intendiamo comunicare noi con la ns semplice circolare. In essa scriviamo di qualcosa degli argomenti dibattuti in qs periodo coralmente nel nostro gruppo di Genova e inviamo pertanto una circolare frutto del lavoro di dibattito e riflessione locale, con la presunzione di scrivere qualcosa non di mirabolante e particolarmente acuto ma di autentico e sincero perché proveniente dal ns vissuto.
1 L’articolo di Internazionale ,… Inviamo l’articolo perché pensiamo che sia significativo dell’impegno della Rete e che inoltre le informazioni che ci giungono dagli stessi poveri sono le più preziose e autentiche in realtà …Se ci immergiamo nella lettura dell’articolo, comprendiamo che è solo dall’amicizia, attraverso i legami umani, che può giungerci e giungere a ciascuna persona la luce necessaria per continuare a vivere, a camminare, a sostenersi. Solo da una prossimità, fatta sì di aiuto concreto ma anche di semplice presenza amica e affettuosa può promanare una forza per continuare a sperare e vivere la vita.
2 Il ns progetto in Perù…Per quanto riguarda il ns progetto in Perù, nella città di Huancajo, nel quartiere popolare di Occopilla, Don Gaspare (ns referente e prete romano di anni 77 in Perù dal 1985) e la comunità preparano in qs periodo cene di prossimità, cioè di quartiere, per aiutare la popolazione. Si raccolgono in comune le cose che si hanno e/o che si riescono a recuperare, si mette tutto in una pentola comune, e così si mette in piedi, un pranzo o una cena per tutti. Così resiste la gente, attaccandosi l’una all’altra per non cadere…
3 E infine Genova… a Genova, in questi mesi, con le dovute proporzioni, è emersa nei ns incontri di Rete, la parola, l’idea della “comunità”. Anche iI prossimo Sinodo indetto dal Papa nel 2022, si intitolerà alla chiesa sinodale, in cui al centro troviamo un pensiero semplice e concreto, un programma di vita, “camminare insieme”. Pensiamo che entrambi i discorsi contengano “tensioni” che si incontrano. Un qualcosa che emerge dal nostro vivere quotidiano, che affiora come una vena aurifera dal terreno stesso dell’esistenza e che merita di essere valutato e preso in considerazione. È su questo argomento che intendiamo soffermarci.
4 L’IDEA DI COMUNITA’
Affrontiamo nella circolare l’argomento, intendendo proprio, come dice il titolo, “come quella bellezza che salverà o che potrà salvare il mondo” appunto. “Un po’ a tentoni e balbettando ” qui di seguito ne trattiamo alcuni aspetti:
a – la comunità viene intesa da noi prima di tutto come luogo di umanità; cioè come luogo di incontro in cui il criterio di giudizio e il primato sono dati all’incontro e all’accoglienza dell’altro. Questi valori governano o dovrebbero governare la ns vita e offrono riferimenti che spesso non sono abituali alla vita quotidiana. Si presentano inoltre intrinsecamente contestativi della vita sociale stessa e delle sue dinamiche. L’aria che si respira nella comunità dovrebbe essere quella della fraternità, della solidarietà e della condivisione.
b – ad essa si ha piacere di dedicare una parte significativa di sé stessi, del proprio tempo, perché la si riconosce importante.
La comunità diventa l’oggetto di una scelta, perché importante di per se stessa, brillante di luce propria… I principi di vita che si condividono sono il fondamento stesso del ritrovarsi e si riscopre con stupore talvolta la bellezza del donare e del donarsi reciprocamente…Sempre rimanendo su questa lunghezza d’onda pensiamo che per sua conformazione e struttura la comunità possa essere di per se stessa “luogo che produce” cioè nel suo cammino possa dimostrarsi luogo “incredibile di produzione di frutti imprevedibili e imprevisti”….
c – pensiamo inoltre ad essa anche come a un luogo ricostitutivo, in cui interiormente ci si possa “ricostituire”. Un luogo in cui sia data la possibilità di fermarsi, in cui sia “concessa ” la sosta e la riflessione, in cui chi ha bisogno “possa dimorare “. È il luogo in cui si arriva e “ci si siede” (perché non si ha fretta e quindi ci si abbandona volentieri in una dimensione di ascolto e disponibilità).
d – un luogo in cui ciascuno conta per sé stesso, per uno, in cui tutti possono riconoscere di avere la medesima dignità e parimenti il medesimo diritto di prendere la parola e confrontarsi. Sullo stesso piano.
e – infine pensiamo a una comunità situata, cioè non “astratta”, collocata in un momento storico e geografico ben preciso, in un luogo ben definito del tempo e dello spazio, con una vocazione ben chiara all’interno di un determinato contesto locale, sociale, esistenziale. Invitati perciò a fare delle scelte che ci determino e che siano espressione di “un ciò in cui si crede”. Un luogo anche in cui se si fa una cosa non ne si può fare un’altra, se si fa una scelta non ne si può fare un’altra…Una comunità che anziché inseguire molti stimoli e sollecitazioni, con il rischio di disperdersi, invece sceglie di approfondire, e scava, scava, scava su quella che è la sua missione, su quel “progetto”, su quel punto su cui e per cui ha scelto di esistere. Se non si approfondisce infatti a ns parere il risultato è la condanna alla sterilità.

– Concludo con il pensiero di papa Francesco a cui ci sembra di essere vicini con quanto cercato di comunicare soprattutto in questo ultimo punto.

“Per papa Francesco il tempo è superiore allo spazio perché la via dell’autentico progresso umano è un “processo”, che è in sé una funzione temporale. Visto che il tempo è fluido e mobile, rappresenta la chiave per evitare di rimanere “incollati” allo spazio, per così dire. Se cerchiamo di riempire lo spazio con soluzioni a breve termine e risposte crude e statiche ai problemi senza pensare a come possiamo davvero andare avanti da quel punto in poi, cortocircuitiamo il tempo e ci priviamo di un futuro più speranzoso” (dal sito Aleteia)

“Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione … Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. II tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, fin che fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci” (Evangelii Gaudium , cfr.223)

Buon proseguimento e buona estate.

la Rete di Genova

per la lettura si segnalano i libri:
– Pandemia e fraternità, La forza dei legami umani – Vincenzo Paglia, Piemme, 2020
– II crollo del noi – Vincenzo Paglia, Laterza, 2017

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