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Carissima, carissimo,
l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo e del governo di Putin è totalmente inaccettabile. Va fermata subito, le truppe russe devono rientrare immediatamente nei propri confini. Su questo non ci possono essere ambiguità e chi pensa ancora che “il nemico del mio nemico è mio amico”, arrampicandosi sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, continua a capire poco o nulla della storia e del presente.
Credo che lo sgomento e la sofferenza stia prendendoci ad ogni ora di più. Sulle cose che ciascuno già sente non saprei nemmeno assumermi un peso così terribile. In questa comunicazione voglio solo ricordare come chi ha visto insieme già da anni l’emergenza nucleare, climatica e della ingiustizia abbia colto il segno di una situazione in cui il tempo viene a mancare. Siamo molto oltre il limite e facciamo finta che niente debba cambiare. Occorre molto coraggio e anche la forza di non trovare solo in un nemico certamente spregevole le ragioni del precipitare della situazione. Purtroppo anche questa volta c’è di mezzo il potere delle armi e il dominio del denaro sotto molteplici forme e da più parti: nessuno è innocente, a partire dall’accaparramento delle risorse energetiche. Perché tutta questa frenesia ad accumulare, possedere e consumare fa parte del mondo che stiamo rendendo inabitabile?
Quello che sta succedendo non lascia le cose come prima e se vogliamo sconfiggere la cultura della guerra, dobbiamo anche essere in grado di realizzare quelle modifiche capaci di costruire davvero un’Europa sociale, un’Europa in cui non solo il problema dei profughi, ma quello più generale dell’integrazione diventi uno dei fondamenti per politiche diverse da quelle realizzate finora.
Credo che i movimenti e i popoli debbano opporsi alla guerra per andare più a fondo con la propria agenda: il radicamento territoriale per esercitare l’autonomia e l’autogoverno, costruendo “mondi altri”, nuovi e diversi da quelli capitalisti, patriarcali e coloniali. Nelle guerre, i popoli perdono sempre e vincono le grandi imprese capitaliste che si preparano a ridisegnare i territori conquistati a proprio vantaggio, sfruttando i beni comuni per mercificarli. Per questo è necessario boicottare le guerre, perché non ci sono guerre giuste, dal momento che quelle realmente esistenti sono guerre di espropriazione attraverso il genocidio.
Purtroppo oggi la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
Attualmente sono 22 le guerre regionali, penso alla tragedia dei bambini in Yemen, ne muoiono a centinaia di fame, alla tragedia che si sta consumando in Afghanistan, alla Siria, al Sudan… che si combattono nell’indifferenza generale perchè sono lontane, riguardano “altri”. Assistiamo ad una continua  spoliazione dei popoli originari, neri, contadini e meticci per accelerare e affermare il nostro dominio, lasciando miliardi di uomini, donne, vecchi e bambini nell’indigenza più assoluta. Oggi il compito dei popoli, in questo periodo di guerre atte a confermare il potere, è quello di preservare la vita e prendersi cura della madre terra e di evitare i genocidi. 
Come funziona la macchina dei media e delle opinioni al tempo della guerra all’Ucraina? Segue lo schema già collaudato con la pandemia, con i grandi temi storici e con le gravi crisi: in primo luogo diventa monomaniacale, ossessivo, pervasivo, passa da tema principale a tema unico dei telegiornali, degli approfondimenti. Non accadde neanche durante la guerra mondiale che i giornali fossero ridotti al solo tema principale di quei giorni.
La fabbrica del consenso fornisce poi la ripetizione all’infinito dell’Identico: fiumi di servizi e di reportage che si discostano poco o nulla, che riferiscono ogni giorno la stessa versione ufficiale dei fatti e commentano le stesse immagini restando nello stesso ambito, con un sottofondo da propaganda di guerra.
La guerra deve fermarsi immediatamente. Occorre aprire una discussione in cui la diplomazia affronti i temi che hanno condotto a questa situazione. Considerare la guerra uno strumento normale di regolazione dei conflitti e dei rapporti tra Stati e popolazioni è ciò che l’Europa deve evitare. Dobbiamo cogliere quello che c’è di positivo in mobilitazioni, per consolidare i valori democratici attorno all’Europa affinché propositi diversi convergano verso un fine comune, di sostegno e solidarietà. Non possiamo non considerare i problemi non risolti: dal ruolo della Nato, alla questione delle minoranze e delle popolazioni non integrate, agli interessi delle singole nazioni.
Ma non voglio prolungare questa prospettiva bellicosa, veramente insana al punto di essere suicida. Ma questo scontro di poteri rivela l’incoscienza degli attori sullo schermo sui rischi reali che gravano sul pianeta che, anche senza armi nucleari, potrebbero mettere in pericolo la vita umana. Si dice che tutte le armi di distruzione di massa si siano rivelate del tutto inutili e ridicole di fronte a un virus minuscolo come il Covid-19.
Questa guerra rivela che i responsabili del destino umano non hanno imparato la lezione di base del Covid-19. Questo, non ha rispettato le sovranità e i limiti nazionali. Ha colpito l’intero pianeta. L’epidemia richiede che la governance globale sia stabilita di fronte a un problema globale. La sfida che va oltre i confini nazionali, è quella di costruire la Casa Comune.
Non si sono resi conto che il grande problema è il riscaldamento globale. Siamo già al suo interno, perché sono visibili gli eventi fatali di inondazioni di intere regioni, tifoni e scarsità di acqua dolce. Abbiamo solo 9 anni per evitare una situazione di non ritorno. Se entro il 2030 raggiungiamo 1,5 gradi Celsius di calore, non saremo in grado di controllarlo e andare nella direzione di un collasso del sistema Terra e del sistema vitale.
Adesso siamo di fronte alla tragedia dei profughi, credo che non solo l’Italia ma tutta l’Europa dovrà prepararsi, anche perché i primi profughi arriveranno proprio nei paesi che li rifiutano. Penso che sarà l’occasione per rivedere il famoso regolamento di Dublino.
La cosa ancora più vergognosa è quello a cui assistiamo oggi… il razzismo nell’accoglienza. La Polonia, che fino a ieri (e oggi ancora!!!) usava cani, idranti, droni, per respingere dietro il filo spinato poche migliaia di disperati ammassati al confine, anche loro in fuga da guerre sanguinose e povertà, oggi spalanca le frontiere a milioni di persone, senza alcun problema; ovviamente guardando bene al tono della loro pelle. Quelli “troppo scuri” da anni emigranti lavoratori in Ucraina non vengono fatti passare. Tutto questo è uno schiaffo a tutto il genere umano. E pare tutto così “bello, buono”… ma quant’è brava, l’Europa, ad accogliere…
“Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi… per gli interessi di persone che si conoscono ma che non si uccidono” scriveva Pablo Neruda. È ciò a cui assistiamo anche oggi in Ucraina, con l’ennesimo carico di morti, feriti, terrore e distruzione e le centinaia di migliaia di persone che fuggono disperatamente dal loro Paese.
Urge costruire la cultura del dialogo, ricostruire una nuova Comunità mondiale che poggi sulla ricchezza delle differenze e sull’empatia.
                                   

Carissima, carissimo,
questa pandemia ci sta insegnando una cosa importante, che nessuno si salva da solo, che la nostra vita (anche se non lo vogliamo) è connessa con il resto del mondo e che ne possiamo uscire solo tutti insieme. Lo abbiamo annunciato con uno slogan dai balconi nella primavera di 2 anni fa con quel Ce la faremo”.
La lezione dei vaccini sta nella vittoria del “noi” sull’io”, sul farsi carico tutti insieme di questo tempo e di prodigarsi per dare ciascuno il proprio contributo per uscire dalla pandemia. Facile a dirsi e difficile a farsi. Ragionare in termini di “noi” è scomodo, ci costringe ad uscire dalle nostre sicurezze ed ad affrontare nuove esperienze. Per indole a nessuno piace cambiare se non si è costretti, troveremo mille motivi per desistere.
Questa pandemia ci sta insegnando che coltivare solo il proprio orticello non è la soluzione. La paura non può avere la meglio sul futuro. Ce lo ricorda Papa Francesco parlando dei vaccini come di “un atto di amore disinteressato, come di un modo semplice ma profondo di promuovere il bene comune e di prenderci cura gli uni degli altri”, bisogna intervenire a livello globale, far sì che anche ai paesi più poveri sia consentito l’accesso ai vaccini.
Con la pandemia le disuguaglianze sono aumentate.
Si è indebolire il diritto alla scuola, alla mobilità, alla formazione lavorativa, allo sport, alla fruizione della cultura, della natura, dell’intrattenimento, al gioco, alla convivialità e alla condivisione. Ciò ha significato allargare la forbice fra coloro che vedono garantito tutto questo dal normale stato di diritto e fra i pochi fortunati che riescono ad accedervi, anche in una situazione di emergenza, grazie a risorse e spazi privati.
Quello che abbiamo appena descritto è il risultato più nefasto della pandemia, ovvero un’accelerazione spaventosa delle diseguaglianze a livello mondiale.
A certificare questo vero e proprio solco tracciato tra ricchi e poveri, l’ultima in ordine di tempo, è stata l’Ong Oxfam, tramite il rapporto “La pandemia della diseguaglianza”, pubblicato a metà gennaio.
Lo studio rileva che nei primi 2 anni di pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, nello stesso periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia.
Sempre per rendere l’idea vale la pena riportare qualche altro dato raccolto dalla Ong. “In questo momento le 10 persone più ricche del mondo detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone” ha spiegato Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International. E ancora, il surplus patrimoniale del solo Jeff Bezos, fondatore di Amazon, nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo stimato della vaccinazione per l’intera popolazione mondiale.
La pandemia ha infatti non solo ha contribuito ad allargare la distanza tra una minoranza di super ricchi e una fetta importante di popolazione mondiale che vive nell’indigenza ma ha inoltre lanciato e fatto definitivamente affermare alcuni settori della new economy e affossato altri dell’economia tradizionale. Ad esempio, questa accelerazione spaventosa ha offerto grandi opportunità di mercato che sono state colte dall’informatica, dalla cyber sicurezza, dal mangiare quotidiano e dalle grandi piattaforme digitali dell’intrattenimento ma ha spazzato via migliaia di posti nel commercio tradizionale, nella ristorazione e nel turismo. Molti lavoratori della classe media che conducevano tenori di vita più che dignitosi nella migliore delle ipotesi (nei Paesi che li prevedono) ora sopravvivono con sussidi e aiuti di ogni tipo.
I rapporti però ci dicono che la ricchezza non è sparita ma si è solo spostata concentrandosi sempre di più nelle mani di pochi. In un’ottica di una giusta redistribuzione c’è anche chi parla di un reddito unico universale per tutti coloro che restano senza lavoro. Una soluzione che non si può escludere ma sulla quale non può reggere la sostenibilità del sistema economico mondiale. Ancora più necessario sarebbe allargare le opportunità della tanto declamata transizione ecologica finanziando un piano mondiale di riconversione dei sistemi di produzione. Agricoltura, industria e servizi necessitano di nuove competenze che il mercato non offre e che potrebbero essere apprese da milioni di persone che chiedono di rientrare nel mercato del lavoro.
Per fare tutto questo, urge una rapida uscita dalla pandemia che mina anche il futuro dei più giovani. In questi due anni la dispersione scolastica ha raggiunto livelli record anche in molti Paesi occidentali dove sono aumentati i ragazzi che non studiano e non lavorano. Due anni di disagi e distanziamento hanno creato un barato educativo e didattico che avrà conseguenze nefaste per molti anni a venire e che si riverbera soprattutto sui figli delle famiglie meno abbienti, che non hanno i mezzi per colmare privatamente queste lacune formative.
E’ entrata con forza, senza chiedere il permesso una parola comune: paura. La paura, spesso, genera angoscia e paralizza non solo il corpo, ma anche la mente. Solo chi riesce ad affrontare le proprie paure allarga i confini dell’immaginazione e dell’azione. Affrontarla significa addentrarsi nell’ambito della ragione, significa osare mettere in discussione ciò in cui crediamo, ciò che siamo e che ci circonda, non allo scopo di confermare i nostri timori, ma per aprirci alla scoperta delle nostre origini e dei nuovi mondi a cui siamo esposti ogni giorno.
Dal Sud del mondo ci giungono continue grida di sofferenza, richieste di giustizia e di aiuto. I profughi aumentano ogni giorno per le cause che noi ben conosciamo -guerre, carestie, oppressioni civili e religiose, e per il cambiamento climatico- ma i governanti non hanno la capacità di vedere, pensare, agire per affrontare tutto ciò, hanno solo il desiderio di parlare all’egoismo e alla paura che abbiamo dentro, quindi urge un’inversione di tendenza, urge impegnarsi quotidianamente per creare una nuova coscienza planetaria che contempli una nuova azione politica e di solidarietà.                                                                                            

Carissima, carissimo, anno nuovo, vita nuova? Dipende. Possiamo continuare a ingozzarci di carne e dolci, inzuppati di bevande alcoliche, come se la gioia uscisse dal forno e la felicità venisse imbottigliata. O l’opzione di un momento di silenzio, una preghiera, l’effusione di umanità in abbracci affettuosi. Dobbiamo ritrovare l’umanità. Spogliarci dal lupo vorace che, nell’arena competitiva del mercato, ci rende estranei a noi stessi. Perché accelerare così tanto se dobbiamo fermarci al semaforo rosso? Perché tanta dipendenza dal cellulare e difficoltà nel dialogare faccia a faccia? In politica, la tolleranza è complicità.
Anno di nuova qualità della vita. Meno ansia e più profondità. Urge rinascere. Immergerci in noi stessi, facendo spazio, braccia e cuori si aprino agli altri. Ricreare e appropriarsi della realtà circostante, libera dalla pastorizzazione che ci massifica nella mediocrità bovina di chi rimugina sulle meschine abitudini, come se la vita fosse una finestra da cui contempliamo, notte dopo notte, la realtà che sfila negli illusori sogni ad occhi aperti di una telenovela.
La pandemia del coronavirus sta rigettando tutte le tesi del neo-liberismo e dello stesso capitalismo. Entrambi difendono la competizione, mentre adesso l’importante è la cooperazione e la solidarietà. Difendevano l’individualismo quando ora ci rendiamo conto del fatto che tutti siamo interdipendenti.
Sfruttavano in una forma impietosa la natura e ora ci rendiamo conto che dobbiamo rispettare e prenderci cura della Madre Terra, in quanto il virus è una reazione e una rappresaglia della stessa Terra contro le aggressioni che gli facciamo da più di due secoli. Il piccolo sta sconfiggendo il grande.
Il coronavirus rende ridicolo tutto l’apparato bellico dei paesi militaristi che hanno costruito armi di distruzione di massa, nucleari, chimiche e biologiche. Ci sta dando una lezione: cosi come stiamo trattando la Casa Comune, con pochissimi miliardari a spese di miliardi di poveri e della sistematica depredazione della natura, non possiamo continuare. Il virus non distingue ricchi e poveri, gente di potere e altri senza potere. Attacca indistintamente tutti.
Sicuramente non distruggerà la specie umana, ma la Madre Terra ci sta dando segnali. Questa è la prima guerra globale dentro un mondo globalizzato. Tutti sono colpiti: o stabiliamo relazioni di solidarietà e cooperazione, prendendoci cura gli uni degli altri o ingrosseremo la processione di quelli che spingono nella direzione di un abisso. Possibilmente il mondo sarà un altro dopo che avremo attraversato la crisi del coronavírus. O il sistema si imporrà con ancora più violenza, o dovremo cambiare la direzione del nostro destino su questo pianeta.
La pandemia ci fa scoprire le nostre false sicurezze e la nostra incapacità di vivere insieme. Questo tempo così difficile ci aiuta a comprendere che ci sono anche altre malattie sia fisiche che spirituali. Abbiamo bisogno gli uni degli altri e soprattutto di qualcuno che dia un senso profondo alla nostra vita.
Gesù è venuto nonostante le barriere, le umiliazioni, le negazioni che vengono disseminate, nonostante gli scenari di guerra in Yemen, Siria, Afghanistan, Ucraina, Bielorussia e delle decine di conflitti dimenticati in Africa e in Asia.
Donne, uomini e bambini trovano rifugio solo nelle capanne della marginalità globalizzata di un mondo che cancella tutto ciò che contrasta con l’effimero e l’utile economico.
Quanti discendenti dell’assassino Erode ci sono oggi, dallo sterminio dei bambini ai quali mancano i farmaci basilari mentre si spendono miliardi per armamenti sempre più sofisticati e crudeli, all’infanzia ridotta alla fame e al gelo lungo le frontiere di “nonna Europa”. Ma quale nonna lascerebbe i nipoti morire di freddo davanti ai muri dell’indifferenza spietata e del calcolo geopolitico?
Mai quanto in pandemia l’egoismo uccide: che senso ha vincolare ai brevetti la diffusione di un vaccino che, come disse lo scienziato Sabin per l’antipolio, deve essere patrimonio dell’umanità e non strumento di tornaconto per l’industria farmaceutica? Papa Francesco ha ribadito la necessità di rendere universale l’accesso alla vaccinazione perché “nessuno si salva da solo”, lasciare miliardi senza immunizzazione equivale a condannarsi a continue mutazioni del virus e ad una emergenza senza uscita. Anche questa è l’avidità omicida dei moderni Erode.
La stessa che costringe famiglie sempre più disperate ad affidare i loro piccoli, alle acque in tempesta del Mediterraneo: ottomila bambini arrivati nel 2021 senza genitori, il doppio dello scorso anno. Quali ferite rimarranno nel cuore di questi bambinelli sopravvissuti alla brutalità di un tempo ostile e privo di Misericordia? Che adulti diventeranno i bambini che il terzo millennio rifiuta?
don Tonino Bello ci esortava così a non avere paura: “La speranza è stata seminata in te. Non avere paura, amico mio. Dio è sceso su questo mondo disperato. E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi. Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino”

Antonio

Adesso segue “Felice Anno Nuovo” del nostro fratello Frei Betto
Desidero un Anno Nuovo dove, a Dio piacendo, tutti i bambini, quando accendono i loro apparecchi elettronici, ricevano un bagno di Mozart, Pixinguinha e Noel Rosa; imparino la differenza tra impressionisti ed espressionisti; vedano spettacoli e dormano dopo aver detto le preghiere.
Desidero un Anno Nuovo in cui, in campagna, ognuno abbia il suo pezzo di terra, dove prosperino arance e ortaggi, e volino i passeri tra le vacche da latte. In città, un tetto sotto il quale brilli la cucina con pentole piene, la sala sia tappezzata di rammendi colorati, la foto a colori degli sposi esposta in una cornice ovale sul divano.
Aspetto un Anno Nuovo in cui le chiese aprano le porte al silenzio del cuore, l’organo sussurri il canto degli angeli, la Bibbia sia condivisa come il pane. La fede, di pari passo con la giustizia, faccia sì che il cielo smetta di fissare lo sguardo su coloro a cui è negata la felicità su questa terra.
Un Anno Nuovo Felice con le coppie oziose nell’arte dell’amore, la casa che odora di profumo, i figli che contemplano i volti appassionati dei loro genitori, la famiglia così assorta nel dialogo da non rendersi nemmeno conto che TV e cellulari sono dispositivi muti e ciechi in un angolo della stanza.
Auguro un Anno Nuovo in cui i sogni libertari siano così forti che i giovani, con il cuore che pulsa di ideali, non ricorrano alla chimica delle droghe, non temano il futuro, né si esprimano in dialetti incomprensibili. E che si presentino alle urne di ottobre per salvare le politiche pubbliche di protezione sociale, la riduzione delle disuguaglianze sociali, l’autostima del popolo brasiliano e la sovranità nazionale.
Spero in un Anno Nuovo in cui ciascuno di noi eviti di accumulare rancori nelle pieghe del proprio cuore e che lavi le pareti della memoria dalle ire e dai dolori; non scommetta su corse con il tempo né registri la velocità del tempo in base alla frequenza cardiaca.
Un Anno Nuovo per assaporare la brevità della vita come se fosse perenne, in compagnia di orafi di incanti.
Auguro un Anno Nuovo, in cui a tutti sia garantito il diritto al lavoro, l’onore di un salario dignitoso, le condizioni umane di lavoro, le potenzialità della professione e l’allegria della vocazione.
Prego per un Anno Nuovo nuovo anno in cui la polizia sia conosciuta per le vite che protegge e non per gli omicidi che commette; i detenuti rieducati alla vita sociale; e che i poveri riescano a restituire agli occhi della Giustizia il disegno della cecità che li esenta.
Un Anno Nuovo senza politici bugiardi, autorità arroganti, funzionari corrotti, adulatori di ogni tipo. Liberi da estasi infantili, la politica sia la moltiplicazione dei pani senza miracoli, dovere di alcuni e diritto di tutti.
Spero in un Anno Nuovo in cui le città tornino ad avere piazze alberate; le piazze, panchine accoglienti; le panchine, cittadini a cui è concesso il sano svago di contemplare la natura, ascoltare in silenzio la voce di Dio e festeggiare con gli amici le piccole cose della vita – una serie di ricordi, una partita a carte, le risate provocate da chi si distingue come il migliore narratore di aneddoti.
Auguro un Anno Nuovo dove l’uomo non umili mai la donna; l’insegnante di cittadinanza non getti carta per terra; i bambini lascino il posto ai più vecchi; e la distanza tra pubblico e privato sia rispecchiata dalla trasparenza.
Desidero un Anno Nuovo di libri saporiti come i popcorn, il corpo meno intasato di grasso, la mente libera dallo stress, lo spirito inserito in una sala da ballo al suono di misteri più profondi.
Attendo un Anno Nuovo il cui evento principale sia l’inaugurazione del Salone della Persona, dove vengano presentate alternative, affinché mai più un essere umano si senta minacciato dalla povertà o privato del pane, della pace, della salute, dell’educazione, della cultura e del piacere.
Un Anno Nuovo in cui la competitività lasci il posto alla solidarietà; l’accumulazione alla condivisione; l’ambizione alla meditazione; l’aggressività al rispetto; l’idolatria del denaro allo spirito delle Beatitudini.
Aspiro a un Anno Nuovo di uccelli orchestrati dall’alba, fiumi denudati dalla trasparenza delle acque, polmoni che esultano per l’aria fresca e una tavola piena di cibo non inquinato.
Un Anno Nuovo che sia l’ultimo dell’Era della Fame.
Auguro un Felice Anno Nuovo di molta salute e pace ai miei pazienti lettori – quelli che sono d’accordo e anche quelli che non sono d’accordo.
Prego per un Anno Nuovo che non invecchi mai, così come le querce che ci danno ombra, la filosofia dei greci, la luce del sole, la saggezza di Giobbe, lo splendore delle montagne del Minas, la letteratura di Machado e Rosa.
Auguro un Anno Nuovo così nuovo che dia l’impressione che tutto rinasca: il giorno, l’esuberanza del mare, la speranza e la nostra capacità di amare. Tranne quello che in passato ci rendeva meno belli, generosi e solidali.

 

Cari e care,
ci facciamo vivi per augurarci reciprocamente il meglio possibile per le prossime feste.
Ma cominciamo con riferirvi innanzitutto del Seminario del 13 e 14 novembre.
Come ricorderete, era stato deciso per ripensare insieme il nostro lungo cammino. Ci eravamo dati come titolo IL SOGNO DELLA RETE: UN LEGAME CON IL FUTURO
Ed è stato realmente un momento molto partecipato, sia per l’interesse dell’argomento, sia per la gioia di potersi rivedere dopo tanto tempo. Si erano iscritte al Seminario più di 70 persone e quindi anche i momenti di confronto sono risultati molto vivaci e ricchi di spunti.
I relatori in parte sono stati presenti e in parte hanno mandato il loro contributo videoregistrato. Già questa è stata per noi una bella novità, rispetto alla difficile organizzazione dei precedenti convegni. Come vedrete, per esempio, è stato sempre presente come osservatore Filomeno Lopes, giornalista originario della Guinea Bissau. Ma abbiamo avuto contributi importanti in videoconferenza da Haiti, dal Brasile, dal Cile e dall’Africa.
Tutti i relatori hanno sottolineato l’importanza di restare fedeli ai valori portanti della Rete, piccola realtà che non ha ceduto alla tentazione di diventare una struttura burocraticamente organizzata. Ci hanno invitato, anzi, a ritornare alle fonti senza cedere alla paura o alla nostalgia, ma ricercando ancora una volta in esse la spinta di quell’utopia mobilizzatrice che ha sempre accompagnato il cammino della Rete, ancora oggi convinta che un altro mondo è possibile.
Di seguito il link che contiene il materiale del Seminario, dove potete scegliere anche i singoli interventi che vi interessa ascoltare

Seminario di Rimini – Novembre 2021

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Intanto gli eventi si accavallano e non possiamo tacere sull’ipocrisia dell’Europa che da una parte condanna il regime della Bielorussia che usa i migranti come arma di ricatto, ma dall’altra non si assume la responsabilità di corrette politiche di accoglienza, né al confine polacco (si tratta di alcune migliaia di persone), né sulle coste francesi della Manica, né ai confini orientali, dove la polizia croata mette in atto respingimenti del tutto illegali, infliggendo vere e proprie torture anche a ragazzi minorenni. Nel frattempo, si rinnovano gli accordi con la Libia, finanziando la guardia costiera perché possa riportare nelle terribili prigioni di quel paese chi tenta di attraversare il Mediterraneo.
Di fronte a questo “naufragio di civiltà”, come l’ha definito papa Francesco nel suo ultimo viaggio a Lesbo, crediamo che più che mai oggi sia necessario testimoniare con le proprie scelte di vita la solidarietà, consapevoli al contempo della portata politica del proprio agire.
Anche qui in Italia denunciamo che si cerca di intimidire chi fa solidarietà: la più nota vicenda è quella di Mimmo Lucano; ma continua il tentativo di mettere sotto accusa le ONG che operano i salvataggi in mare. Quest’anno, inoltre, un’anziana coppia di Trieste (Fornasir Franchi) è stata denunciata e ha subito perquisizioni al proprio domicilio. Hanno fondato un’associazione che si dedica ad assistere chi arriva stremato e disperato a Trieste. La loro prima attività è proprio il curare e il fasciare i loro piedi feriti.
Vediamo alzarsi, dunque, sempre nuovi muri materiali e sempre nuove barriere economico-politiche, ma sappiamo che per la nostra salvezza e per quella del pianeta c’è una sola possibilità: “uscirne insieme”. Questa è l’utopia verso cui ancora una volta ci spinge la Rete.

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Per quanto riguarda i nostri progetti, sono appena arrivate dal Ghana le foto che testimoniano che, ad Adjumako, i lavori di costruzione del blocco mensa e servizi per la scuola stanno andando avanti molto bene, tanto che si è arrivati al tetto.
In memoria di Emilio Butturini abbiamo raccolto, come rete locale e con le offerte di amici di altre reti, 3300 euro. Inoltre, 470 euro sono stati versati da amici di Emilio e di Paola, che frequentavano, insieme a loro, uno stesso gruppo biblico.
Questi contributi sono stati suddivisi tra i due progetti che sosteniamo come rete di Verona:
il microcredito in Guatemala e il diritto allo studio delle ragazze in Ghana.

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Infine, stiamo aspettando che suor Alicia dalla Palestina possa trovare una data possibile per un incontro on-line. Speriamo così di vederci presto anche tra noi, almeno su zoom, per farci gli auguri di buone feste insieme a lei.
Anche Emma, la nostra referente in Ghana si è resa disponibile per inviarci un video sull’andamento del progetto. Questo video probabilmente sarà pronto all’inizio del prossimo anno e sarà un altro motivo di sentirci e ritrovarci.

Un caro saluto e un augurio affettuoso a tutti e a tutte.

Maria e Gianni

Verona, 13 dicembre 2021

 

Carissima, carissimo,
oggi siamo nella fase in cui troppi vivono nella falsa ideologia che bisogna lasciar fare tutto al mercato, all’economia e alla finanza; debbono pensarci loro! Papa Francesco nella Evangeli gaudium ha denunciato con forza questa deriva, Affermando con forza che ciò non può funzionare, perché l’idea che ognuno possa fare il proprio comodo non può funzionare ma è solo frutto della somma dei nostri egoismi. L’arrivo del Covid ci ha fatto prendere coscienza della nostra interdipendenza e del fatto che non possiamo salvarci da soli ma abbiamo bisogno di cooperazione e coordinamento di fronte ai grandi problemi, questo oggi spero sia più chiaro per tutti. Perché il mercato non soddisfa i bisogni dell’umanità, ma soltanto di quelli che possono pagare. E’ impressionante il fatto che le 85 persone più ricche del mondo abbiano la stessa ricchezza dei tre miliardi e mezzo di persone più povere.
Dobbiamo riappropriarci del nostro singolo valore, farlo diventare comunità fase fondamentale per ogni cambiamento. Dobbiamo riprendere a sognare perché il sogno è la parte più intima di quanto pensiamo e diciamo, ed é anche la parte più vera, la più originale, la più esigente e coerente.
Tutti noi vedendo le immagini sui siti il video di agenti della polizia di frontiera che inseguono e colpiscono con la frusta i migranti haitiani siamo rimasti indignati, abbiamo pensato che quegli agenti sono cattivi e razzisti visto che i migranti sono neri. Questa è l’immagine che nei giorni scorsi ha riempito Internet, ha dominato i titoli dei giornali e ha suscitato aspre critiche da parte di alcuni esponenti politici e difensori dei diritti umani.
I migranti, portando zaini e bambini sulle spalle, stavano cercando di attraversare il fiume in cerca di protezione e opportunità negli Stati Uniti. Per molti, la traversata è stata l’ultima tappa di un arduo viaggio che li ha portati attraverso foreste senza strade e fiumi oscuri nell’America centrale e meridionale. Alcuni hanno iniziato il viaggio nel 2010, quando un forte terremoto ha colpito Haiti, paralizzando l’economia già paralizzata del paese. Il sisma ha ucciso più di 220.000 persone, lasciando altre “in disperato bisogno di assistenza”.
Dopo quella devastazione c’è stato l’assassinio, lo scorso luglio, del presidente Jovenel Moïse. Haiti era alle prese con sconvolgimenti politici “ben prima dell’assassinio”. Ma la violenza è aumentata solo dopo l’uccisione di Moïse. E un mese dopo l’assassinio del presidente, un altro terremoto ha colpito la nazione caraibica.
Le crescenti crisi hanno costretto molti a tentare la fortuna altrove. I migranti le cui immagini hanno inondato Internet erano tra le migliaia di richiedenti asilo haitiani che tentavano di ricominciare la propria vita negli Stati Uniti. Ma gli agenti di pattuglia federale, che indossavano pantaloni e cappelli da cowboy, li hanno affrontati e respinti, dimenticando Una vergogna!
Padre Zanotelli domenica scorsa al termine della Marcia per la pace dalla Rocca di Assisi ha lanciato l’iniziativa di “Andare in massa a Riace” per manifestare la nostra solidarietà a Mimmo Lucano, l’andata è prevista per sabato 6 e domenica 7 novembre. Io ci sarò.
Antonio

 

  Rete RadiéResc-

         associazione di Solidarietà internazionale

         gruppo locale Avola-Noto-Modica-

         www.reterr.it

Luglio 2021

Cari amici, care amiche,

dopo tanti mesi di necessaria sospensione dei nostri periodi incontri

VI ASPETTIAMO

VENERDI 9 LUGLIO 2021

DALLE ORE 19:00

NEL CORTILE DI TILIBELLI (casa di Giuseppe e Maria Rita)

Serata in amicizia e convivialità, dialogando insieme a partire dal brano di Franco Battiato “La cura”

La cena, molto semplice, sarà un’insalata di riso venere e gelato (ciascuno porti solo il proprio piatto, bicchiere e posate)

Durante l’incontro per gli appartenenti alla Rete Radié Resch e per chiunque vuole, sarà possibile fare autotassazione per i progetti di solidarietà internazionale sostenuti dalla RRR.

La cura”

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via/dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo/dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore/dalle ossessioni delle tue manie/Supererò le correnti gravitazionali/lo spazio e la luce per non farti invecchiare/e guarirai da tutte le malattie/perché sei un essere speciale/ed io avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee/come vie ero arrivato, chissà/Non hai fiori bianchi per me?/Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare/

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza/Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza/i profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi/la bonaccia d’amore non calmerà i nostri sensi.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto/conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono/supererò le correnti gravitazionali/lo spazio e la luce per non farti invecchiare.

Ti salverò da ogni malinconia perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te, io sì avrò cura di te.

Carissima, carissimo,
oggi 5 giugno è la giornata mondiale dell’Ambiente, ci stiamo forse rendendo conto che fino a questo momento ci siamo comportati come se avessimo le mani bucate? Per cinquant’anni l’umanità ha abusato delle risorse del pianeta, spendendo molto più di quanto dispone nel proprio salvadanaio ecologico. Solo in Italia, per soddisfare i nostri stili di vita, è come se utilizzassimo annualmente l’equivalente di 2,7 Terre. Questo cosa significa?
Che non diamo alla natura il tempo fisiologico di rigenerarsi, che la sfruttiamo trascurando il debito ecologico che accumuliamo. I dati scientifici riportano che il 75 per cento della superficie planetaria ha subito alterazioni profonde, a cui sono legati i primi segni di cedimento che negli ultimi anni stiamo notando con maggiore frequenza. La pandemia da Covid-19 è senza dubbio l’indicatore più forte. Non dimentichiamoci però degli incendi in Amazzonia, connessi sì al clima sempre più caldo, ma resi ancora più distruttivi dalla deforestazione illegale. O le piogge torrenziali che colpiscono il nostro Paese, sempre più accompagnate da frane dovute al dissesto idrogeologico, o esondazioni date dalla modifica del corso naturale dei fiumi e dall’indifferenza per le condizioni degli argini. E poi il mare, scrigno di ricchezza e biodiversità e regolatore essenziale del clima, invaso dalla nostra plastica. Ora più che mai, le conoscenze di cui disponiamo e i progressi tecnologici, ci permettono di comprendere la natura e di ascoltare i suoi segnali, ma manca ancora qualcosa.
D’altronde l’economia è quella disciplina che orienta il modo in cui governiamo a nostra casa. Così anche per la Terra: se non è guidata da un approccio ecologico, la sua amministrazione non porterà benefici per nessuno. Per decenni, annebbiati dal guadagno immediato, abbiamo perseguito l’utopia della crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, noncuranti delle conseguenze. Ed è questo il punto su cui insistere per attuare la necessaria rigenerazione dei nostri pensieri, a partire dalla consapevolezza che tutto è interconnesso, che le persone possono essere in salute solo se lo è anche il pianeta. Ripristinare i nostri ecosistemi corrisponde a fortificare le fondamenta della nostra sopravvivenza, rendendoci meno esposti alle intemperie che il futuro ci riserverà.
Dobbiamo accogliere questa verità, interiorizzarla e farne la stella polare che orienta le nostre azioni. Solo così porteremo a compimento la transizione ecologica del nostro sistema sociale ed economico.
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Secondo l’UNICEF, ogni giorno più di 700 bambini sotto i 5 anni muoiono di diarrea legata ad acqua e servizi igienico-sanitari inadeguati. Circa 450 milioni di bambini vivono in aree ad alta o estremamente alta vulnerabilità idrica. Questo significa che 1 bambino su 5 nel mondo non ha abbastanza acqua per soddisfare le sue esigenze quotidiane. Entro il 2040, quasi 1 bambino su 4 vivrà in aree a stress idrico estremamente elevato.
L’acqua inoltre è direttamente legata al cambiamento climatico. Circa il 74% delle calamità naturali tra il 2001 e il 2018 sono state correlate all’acqua, tra cui siccità e inondazioni. Quando si verificano delle calamità, possono distruggere o contaminare intere riserve d’acqua, aumentando il rischio di malattie come il colera e il tifo, a cui i bambini sono particolarmente vulnerabili. Il cambiamento climatico aggrava lo stress idrico – aree con risorse idriche estremamente limitate – portando a una maggiore competizione per l’acqua. Eventi meteorologici estremi e cambiamenti nei modelli del ciclo dell’acqua stanno rendendo più difficile l’accesso all’acqua potabile, specialmente per i bambini più vulnerabili. L’acqua contaminata rappresenta un’enorme minaccia per la vita dei bambini. Le malattie legate all’acqua e ai servizi igienici sono una delle principali cause di morte nei bambini sotto i 5 anni.Inoltre, proprio perché bene primario, l’acqua può diventare anche fonte di conflitti o bersaglio in caso di combattimenti. Gli attacchi alle strutture idriche e igienico-sanitarie e agli operatori nei conflitti nel mondo continuano a mettere a rischio la vita di milioni di bambini e a negare loro l’accesso a servizi idrici e igienico-sanitari. Proteggere l’acqua e i servizi igienico-sanitari è fondamentale per la sopravvivenza di milioni di bambini e non solo. Nei paesi fragili, i bambini sotto i 5 anni hanno una probabilità 20 volte maggiore di morire a causa di malattie diarroiche che a causa della violenza, e i bambini in contesti estremamente fragili vivono spesso una situazione 8 volte peggiore per quanto riguarda gli indicatori idrici e igienico-sanitari rispetto ai bambini nati in ambienti stabili e protetti. L’acqua è un bene prezioso che va tutelato e garantito a tutti. Particolarmente in quest’anno di pandemia abbiamo avuto modo di accorgerci del suo valore perché strumento fondamentale per le attività di igiene personale e quindi per contrastare la diffusione del COVID-19. Difendere l’acqua significa lottare per la vita e preservare quella di milioni di bambini e delle loro famiglie in tutto il mondo. Sviluppare la pace bluè fondamentale per la cooperazione tra paesi e disinnescare tensioni politiche.
SABATO 13 Giugno troviamoci tutti a Roma alle ore 15,30 in Piazza Esquilino 
Manifestazione Nazionale dei Beni Comuni, Acqua e Nucleare, indietro non si torna!
A 10 anni dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, quando la maggioranza assoluta del popolo italiano votò SI all’acqua bene comune, SI alla sottrazione alla logica del mercato dell’acqua, dei beni comuni e dei servizi pubblici e pose un chiaro stop a qualsiasi ritorno dell’energia nucleare, l’acqua è ancora sotto attacco. Siamo di fronte, letteralmente, ad uno spartiacque. Da dicembre 2020 l’acqua è stata quotata in Borsa, aprendo un nuovo fronte speculativo che minaccia i diritti umani fondamentali delle persone e delle comunità. Noi sappiamo che non è così: l’unica strada è l’uscita collettiva dall’economia del profitto e da questo sistema insostenibile per costruire la società della cura, basata sull’interdipendenza fra le persone, e fra queste e l’ambiente di cui sono parte. E sappiamo che la cura inizia dall’acqua e dai beni comuni. Si tratta di una partita miliardaria. E’ venuto il momento di dirlo tutte e tutti assieme, dentro la piazza che ci appartiene e una dignità che non conosce dominio, né profitti. Draghi sta provando con il PNRR a portare avanti le stesse privatizzazioni di allora, la finanza globale è sempre più spregiudicata nel fare profitto su questo fondamentale Bene Comune, indispensabile per la vita. L’hanno fatta diventare l’Oro Blu, mentre la crisi climatica impone una sempre più urgente inversione di rotta per la sua conservazione e per un futuro ecocompatibile. Si tratta di una partita miliardaria. Stiamo parlando di “un utile complessivo pari a 9,5 miliardi di euro. Solo sugli investimenti. Ma dove sono i partiti? Perchè non fanno gli interessi della collettività? Perchè si stanno impegnando ancora una volta a privilegiare i ricchi? Quelli che anche durante la Pandemia hanno raddoppiato i loro guadagni? Nell’enciclica Fratelli tutti papa Francesco ha messo nero su bianco un auspicio. Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo. E in nuove forme di “auto-protezione egoistica“. Quindi voglia il Cielo che alla fine non ci siano più gli altri. Ma solo un noi. Che racchiude un programma di azione politica e sociale. Urge andare verso un noi sempre più grande per un nuovo cammino in questo mondo.
Introdurre la cultura del noi è l’unico argine all’indifferenza globalizzata. Si è placato in fretta il moto di commozione. Troppo forte la globalizzazione dell’indifferenza. Eppure sono un pugno nello stomaco le foto dei bambini morti in un naufragio di migranti nel Mediterraneo, lasciati senza neppure una sepoltura sulla spiaggia libica di Zuwara. Quelle immagini-choc sono la punta di un iceberg. Dietro quegli scatti sconvolgenti c’è un generale deterioramento di una civiltà. Che non concede neppure un gesto di pietà alle proprie vittime innocenti. Dietro la reazione indifferente al Golgota fotografato in quel metro di arenile in Libia, c’è il relativismo etico. Sempre più diffuso. Che fa da supporto a una certa cultura dominante nel mettere tra parentesi gli imperativi della legge morale. Arrivando, da un lato, a minare le basi stesse della società. Sempre più individui soffrono, a vari livelli, in una situazione di grave degrado individuale e sociale. Ma se anche l’uomo è capace di grandi malvagità e di errori, la nuova cultura deve indurci a ritrovare la dimensione costitutiva del nostro stesso essere. Da qui possiamo ripartire come credenti e uomini e donne di buona volontà. Per riaffermare la verità sull’uomo. Sulla sua singolarità unica di persona. In possesso di diritti inalienabili. Perciò alla disumanità di una mentalità imperante che calpesta i più deboli, papa Francesco ci propone incessantemente la centralità dei poveri. Dei fragili. Degli indifesi. Qui sta lo spartiacque di civiltà.

Lettera Maggio 2021

Carissima, carissimo
ciò che il Covid-19 ci ha mostrato in modo brutale, è che l’equilibrio tra Terra e Umanità si è rotto. Diventiamo troppo voraci, strappando alla terra ciò che non può darci. Non rispettiamo i limiti di un piccolo pianeta con beni e risorse limitate, comportandoci come se fossero inesauribili. Questa è l’illusione che ancora persiste in quasi tutti gli uomini d’affari e i capi di Stato. Aumentare i guadagni per gli uni e il PIL per gli altri.
Il virus ci dovrebbe far recuperare la nostra vera umanità, poichè l’amore, la solidarietà, l’empatia, la collaborazione e la dimensione umano-spirituale forniscono il giusto valore agli elementi materiali senza assolutizzarli e il virus riconosce molto più valore ai beni immateriali come quelli sopra menzionati, perché la Terra e l’umanità hanno un destino comune. Se la Terra si ammala, ci ammaliamo anche noi, siamo uniti nel bene e nel male.
Perché siamo arrivati a tutto questo? La ragione non sta solo nel virus, è sbagliato vederlo come un fatto isolato senza il suo contesto. Il contesto è come abbiamo organizzato la società negli ultimi centocinquanta anni: saccheggio illimitato e sistematico delle sue risorse a nostro unico beneficio e arricchimento. Ciò ha portato alla deforestazione dell’80% del pianeta, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo. La Terra l’abbiamo ammalata e ci ha trasmesso la sua malattia attraverso una serie di virus. La reazione della Terra alla nostra violenza è dimostrata dal riscaldamento globale, che non è una malattia, ma la indica, come l’alto livello di contaminazione dei gas serra. Dal 19 luglio del 2020 si è verificato il sovraccarico, abbiamo consumato tutto quanto la Terra può darci in un anno. Di fronte a questa nostra continua rapina la Terra quanto resisterà?
Tutti noi a causa dell’isolamento sociale ci sentiamo prostrati, devitalizzati, irritabili, in una parola, presi da un incubo che non sappiamo quando finirà. D’altro canto, stiamo imparando a costi elevati che, ciò che ci può salvare non sono il mantra del capitalismo e del neoliberismo: profitto, concorrenza, individualismo, sfruttamento illimitato della natura e centralità del mercato. Ciò che ci salva è il valore centrale della vita, la solidarietà, l’interdipendenza di tutti con tutti, la cura della natura, uno Stato ben attrezzato per soddisfare le esigenze sociali, soprattutto i più bisognosi, la coesione della comunità al di sopra del mercato. Solo così ci renderemo conto che prendersi cura, recuperare la vitalità degli ecosistemi, migliorare il cibo, la pulizia dell’aria, il biologico, preservare le acque e le foreste, ci farà sentire più sani e così facendo, renderemo anche la Madre Terra più sana e rivitalizzata.
La ricerca dell’essere di più non può realizzarsi nell’isolamento, nell’individualismo, ma nella comunione, nella solidarietà delle esistenze concrete; non può verificarsi nei rapporti antagonistici tra oppressori e oppressi. Nessuno può essere con autenticità, mentre impedisce che gli altri siano. Per questo, urge agire, nella pratica dell’empatia, nell’amare in perdita, perchè se non c’è un prezzo da pagare, non c’é neppure nessun valore, per questo dobbiamo essere solidali con gli sfruttati, perchè amare il prossimo, significa amare lo sconosciuto e il discriminato; implica amare gli invisibili, gli zero sociali, quelli che nessuno guarda e accoglie. Urge amare coloro che sono nel bisogno.
Non facciamoci illusioni; la pace non è un regalo, ma una conquista. Questo è vero anche per le religioni. Esse infatti rappresentano le maggiori forze di intolleranza che dividono gli uomini. La prima tentazione che ovunque nel mondo insidia la religione è il suo travaso nell’ideologia politica, per assorbimento o soffocamento. Tutte le ere, tutti i paesi hanno conosciuto l’asservimento della religione all’ideologia. La storia del cristianesimo, dalle crociate fino alle guerre di religione, la storia dell’Islam in Africa, ancora ai nostri giorni, con i suoi movimenti fanatici e i disordini sanguinosi in Nigeria, in Egitto, nel Sudan e altrove… sono per noi un monito. In questo mondo di guerre ideologiche, nel quale l’umanità ferita si sente minacciata nel suo essere e nel suo divenire, possano le religioni liberarsi dalle ideologie ed essere solo forze spirituali per la salvezza dell’uomo e per la salvezza del mondo. Salvino la vita là dove le ideologie propagano l’odio. Portino la pace nei campi della desolazione delle guerre ideologiche.
10 anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, una coalizione ampia e determinata ha sancito una vittoria storica nel nostro Paese con 27 milioni di sì ai Referendum su acqua, servizi pubblici e nucleare. 10 anni dopo, in piena pandemia, quella vittoria basata sulla difesa dei beni comuni e sull’affermazione dei diritti di tutti sui profitti di pochi, ha un significato ancora più attuale. Infatti la cosiddetta riforma del settore idrico contenuta nel Recovery Plan così come aggiornato dal governo Draghi punta ad un sostanziale obbligo alla privatizzazione, in particolare nel Mezzogiorno. D’altronde Draghi non ha mai dissimulato la volontà di calpestare l’esito referendario visto che solo un mese e mezzo dopo firmò insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Trichet, la lettera all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie privatizzazioni su larga scala. L’attuale versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza risulta in “perfetta” continuità con queste indicazioni e rimane, dunque, una risposta del tutto errata alla crisi che ha causato il cambiamento, riproponendo le stesse ricette che hanno contribuito a crearla.
Il 26 aprile 1998 veniva assassinato in Guatemala Juan Gerardi, vescovo, difensore dei diritti umani, promotore del recupero della memoria storica del genocidio degli indios commesso dalla dittatura militare. Con lui come Rete Radiè Resch abbiamo avuto un intenso rapporto anche attraverso un progetto. Tutti gli anni in questa data lo ricordiamo come un maestro di nonviolenza e un compagno di lotta per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Il 20 aprile 1993 don Tonino Bello vescovo di Barletta, ci lasciava, il suo messaggio era stato chiaro e forte. Dinanzi a noi non la fine del mondo, ma la fine di un mondo. Quello vecchio. Muoiano i falsi miti: confine, patria, guerra, razze.
Antonio

Lettera Aprile 2021
Carissima, carissimo,
anche quest’anno la pandemia ha caratterizzato i giorni di festa, ancora restrizioni, sacrifici, ma soprattutto ancora morti, terapie intensive sotto stress e tanti contagi. Un anno fa, forse, c’era più speranza in circolazione per affrontare tutto questo. Certo, il dolore era già tanto: le famiglie si confrontavano con i lutti e con la lontananza forzata che divideva soprattutto i nonni e i nipoti, restringendo sempre più il nucleo familiare. C’era la solitudine da affrontare e la paura di una nuova fase drammatica e sconosciuta. Ma non mancava -e a dire il vero non è mai mancata- la solidarietà.
Oggi però le energie sembrano essere di meno. C’è molta più familiarità con la pandemia e sebbene siano difficili da accettare, le persone si sono abituate anche alle limitazioni imposte dalla lotta al Covid-19. Sono aumentate le diseguaglianze sociali, la crisi mette a dura prova le famiglie e le imprese. Emergono poco a poco tutte le contraddizioni di una società moderna e impreparata ad un evento di questo tipo. Una crisi certamente sanitaria, sociale ed economica ma non solo: la crisi che viviamo è anche esistenziale. L’uomo è un animale sociale e per quanto possa sforzarsi, da solo soffre, si spegne, muore. Si è instaurata una nuova normalità che non è naturale per chi, come ognuno di noi, si nutre di relazioni: l’uomo si scopre persona quando incontra l’altro, quando vive un amore gratuito e si specchia in ciò che lo circonda. Tutta questa interazione è alterata, bloccata, ridotta al minimo. Come ogni guerra, anche questa porterà le sue conseguenze, i suoi traumi e non è mai presto per cominciare a pensarci. Bisogna proiettarsi, almeno con il pensiero, al dopo pandemia. Chiedersi da dove ricominciare, come ricostruirsi. E non per illudersi ma, per aiutarsi ad affrontare il presente. Non è possibile stare fermi così a lungo, chiudersi in se stessi per troppo tempo. Cominciare a organizzare il domani, quello che ognuno può offrire, farà del bene a tutti.
Brasile.Una ricerca della Fondazione Getúlio Vargas sottolinea che la povertà in Brasile accelera rapidamente. In sei mesi, il numero di brasiliani che vivono in povertà è quasi triplicato. Il numero di poveri è balzato da 9,5 milioni ad agosto 2020 a oltre 27 milioni a febbraio 2021. Manca cibo sulla tavola dei brasiliani. La fame è tornata ancora una volta un problema rilevante nel paese, un grave problema sociale, dopo che la presidenza Lula e Dilma l’aveva quasi totalmente cancellata con il progetto FAME ZERO.
Il sangue scorre per le strade del Myanmar. Da quando lo scorso primo febbraio le forze armate del generale Min Aung Hlaing hanno messo in atto il colpo di Stato e sotterrato definitivamente la fragile democrazia birmana, le violenze e la repressione contro la popolazione che si è opposta al golpe sono aumentate di giorno in giorno provocando centinaia di vittime. Nel frattempo internet è stato oscurato, moltissimi oppositori sono finiti in carcere e in varie zone del Paese è entrata in vigore la legge marziale. Così la popolazione di un Paese isolato, verso il quale la stessa comunità internazionale si sta dimostrando impotente o quasi (anche per l’influenza che la Cina esercita sull’area), sta ora provando a difendere le conquiste raggiunte nel 2011 quando i militari, dopo lunghi anni, passarono la mano pur mantenendo molto del loro potere (secondo quanto stabiliva la nuova Costituzione).
Ma non è bastato. Nel novembre scorso le elezioni politiche hanno segnato una nuova straordinaria affermazione per la leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi, un successo che i militari non hanno digerito in quanto per la prima volta rischiavano di perdere le posizioni di privilegio delle quali avevano sempre goduto. San Suu Kyi è stata nuovamente arrestata e con lei, numerosi leader civili, politici e religiosi.
Papa Francesco all’Angelus ha denunciato: «Ancora una volta e con tanta tristezza sento l’urgenza di evocare la drammatica situazione in Myanmar, dove tante persone, soprattutto giovani, stanno perdendo la vita per offrire speranza al loro Paese (…). Anch’io mi inginocchio sulle strade del Myanmar e dico: cessi la violenza! Anch’io stendo le mie braccia e dico: prevalga il dialogo! Il sangue non risolve niente». Francesco richiamava così esplicitamente l’immagine di suor Ann Rose Nu Tawng, la religiosa saveriana inginocchiatasi davanti ai reparti della polizia birmana in tenuta antisommossa a Myitkyina, capitale dello stato Kachin (nel nord del Paese) che chiedeva di fermare la repressione, di non aprire il fuoco sui manifestanti. I quali hanno, come denunciato da Amnesty, munizioni italiane.
Suor Ann, solidale con il suo popolo, mi ha fatto ricordare le parole di Oscar Romero quando nella sua ultima omelia nella cattedrale di San Salvador esordì rivolgendosi ai militari: “vi scongiuro, vi prego, vi ordino: cassi la repressione”, alcuni giorni dopo fu assassinato.
E’ notizia che la Chiesa non può benedire coppie omosessuali. E’ illecito! Ma la Chiesa non è custode delle benedizioni di Dio. Benedizione significa “il bene”, benedire “dire-bene”, pronunciare una parola di bene, di coraggio, augurio di bene-essere, di futuro, di felicità. Gesù è passato su questa terra solo facendo il bene e bene-dicendo. Ha pronunciato parole buone su tutti, delinquenti, ladri, prostitute, adultere, assassini, traditori… Le uniche parole non di bene le ha rivolte ai sacerdoti e ai funzionari della religione: “Ipocriti, serpenti, razza di vipere, guide cieche, sepolcri imbiancati…”. Gesù vedeva già allora così lontano…
Sono centinaia le benedizioni possibili che la Chiesa autorizza a dispensare. Tra queste: benedizione di aerei, eserciti con tutti gli armamenti annessi, vedi cappellani militari; computer, fiumi, gola, palestre, pecore, prati, stadi, asini, telefoni, api, radio, negozi… e uova pasquali! Sì, anche uova pasquali! Sono più di cento le benedizioni ammesse.
A questo proposito la gran parte della Conferenza episcopale tedesca si è così espressa con vari suoi alti rappresentanti:
“Continueremo ad accompagnare tutte le persone nella cura pastorale se lo richiedono, indipendentemente dalla situazione di vita”. “Dà l’impressione che l’attuale dibattito teologico in varie parti della Chiesa universale, anche qui in Germania, debba terminare il più rapidamente possibile”, cosa che non è perché la discussione procede intensamente e con buoni argomenti, e le indagini teologiche sulla pratica pastorale oggi non possono essere eliminate semplicemente con un’affermazione di potere”.
Aldo Antonelli, prete di Artrosano-AQ e redattore della nostra rivista scrive: “Mi chiedo di quale disegno divino facciano parte gli eserciti e i carri armati e tutte le armi che puntualmente vengono benedette! Mi chiedo di quale strano disegno divino facciano parte le ville dei mafiosi benedette da preti consenzienti e mai richiamati dai pasdaran del Sant’Uffizio che, invece, si permette di richiamare i vescovi tedeschi che benedicono le coppie omo. Benedicono e non celebrano come sacramento!
In conclusione sono portato a pensare due cose:
1- A monte della dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio ci sia la mania sessuofobica che sempre ha accompagnato gli uffici curiali della grande Organizzazione/Chiesa.
2- Che papa Francesco abbia dovuto cedere alla parte ultraconservatrice della Curia Romana al fine di evitare strappi ulteriori”.
Il fatto, comunque, è che dopo l’enciclica Fratelli tutti non si può pensare che nel “tutti” ci possa essere una categoria di persone da escludere per principio. Se si afferma che “Dio ama ogni persona” se ne devono trarre le conseguenze. Forza!
Acqua bene comune: il 31 marzo è stato il decennale della vincita del Referendum che ha determinato che l’acqua debba essere pubblica, oggi pretendiamo che la legislazione europea sia ispirata dal principio dell’acqua bene comune e non economico. Fuori da ogni trattato commerciale e da quotazioni in borsa, che significherebbe: acqua = merce.
Il teologo Hans Kung è morto martedì 6 aprile nella sua casa di Tubinga, in Germania. Aveva 93 anni. sicuramente uno dei più grandi teologi della Chiesa cattolica romana del XX secolo, aperto all’ecumene cristiano, religioso e politico. La sua produzione è stata immensa, frequentando i temi principali che sono passati dalla musica alla nuova cosmologia, attraverso lo studio delle grandi religioni, la teologia ecumenica, la filosofia, la politica, l’economia e l’etica mondiale.
Il 18 dicembre 1979, il Vaticano gli ha revocato la licenza per insegnare come teologo cattolico all’Università di Tubinga, dove insegnava dal 1960.
Küng mostrò un certo sgomento nel 1979 quando venne a conoscenza del coinvolgimento del cardinale Joseph Ratzinger nella rimozione della suo insegnamento di insegnante. come decano di teologia a Tubinga, perchè nei primi anni ’60, aveva offerto a Ratzinger una cattedra a Tubinga, lui accettò. Ma dopo le rivolte studentesche in Germania nel 1968, Ratzinger lasciò l’accademia, tornando nella sua città natale di Monaco, dove divenne arcivescovo e poi cardinale. In seguito diresse la Congregazione per la Dottrina della Fede per 25 anni sotto Giovanni Paolo II.
Con sorpresa di molti, Küng chiese un incontro con Ratzinger poco dopo essere stato eletto papa nell’aprile 2005. I due sacerdoti mantennero il rispetto reciproco e la corrispondenza per più di 45 anni. Ratzinger, ora Papa Emerito Benedetto XVI, accettò rapidamente di incontrare Küng. I due parlarono per quattro ore e cenarono nella residenza estiva di Benedetto XVI a Castel Gandolfo. Kung ha sempre lottato per la riforma della Chiesa, rendendo facoltativo il celibato, assumendo un’etica evangelica e umanitaria in materia di famiglia e sessualità.
La Libia e le armi di Draghi. In politica estera abbiamo assistito ieri a un altro capolavoro. La visita di Draghi nella Libia che con i soldi italiani fa morire i migranti o in mare o nei centri di detenzione dopo averli torturati, ha ribadito la linea Minniti-Salvini sul Mediterraneo: un accordo sulla transizione energetica e le fonti rinnovabili nel Fezzan, in soldoni petrolio, in cambio della prosecuzione nella complicità italiana per la strage continua di chi fugge da fame e guerre. Nel 2020 il Progetto ferma-migranti ha comportato un finanziamento di 58.292.664 euro alla Libia, quasi dieci milioni in più rispetto all’anno precedente. Sui media compiacenti però in politica estera troviamo soltanto notizie (che non esistono per gli altri giornalisti europei) sulla rinnovata centralità dell’Italia in un Europa. Si sa, i fatti sono soltanto un fastidioso ostacolo fra il giornalismo italiano e il suo totale asservimento al potere.
Come spendere i 209 miliardi del Recovery Plan riscritto dai “Draghi boys”. Si aspettano interventi strutturali, in un Paese che dovrebbe strutturalmente creare posti di lavoro a breve e medio termine colmando il gap digitale che ci allontana dal resto d’Europa. Ma l’unica certezza al momento è che nel piano allo studio del governo c’è il progetto d’incrementare la capacità militare attraverso i fondi del Nex tGeneration, che si aggiungeranno ai 36,7 miliardi di euro già stanziati per le spese militari, risorse sottratte all’investimento e allo sviluppo infrastrutturale dell’Italia.

Lettera Marzo 2021

Carissima, carissimo,
quando una società può dirsi giusta? Una domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi per trovare il suo piccolo-grande contributo da dare alla realizzazione di un mondo migliore.
La nostra Costituzione, all’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” ed anche che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
La giustizia sociale si intreccia inevitabilmente con le opportunità economiche e la libertà. Concetti questi, tutti relativamente recenti. Appartiene infatti al dibattito moderno la riflessione sulla giustizia sociale perché nella pratica, riguarda soprattutto il mondo post rivoluzione industriale nel quale lo sviluppo economico ha determinato la crescita esponenziale delle differenze tra le persone, in particolare in termini di opportunità.
La giustizia sociale più che un obiettivo, dovrebbe essere una metodologia di lavoro della politica e di tutte le istituzioni mondiali chiamate a decisioni che incideranno sulla vita dei cittadini. Giustizia sociale non è solo un insieme di diritti e doveri di ordine sociale; è anche – e soprattutto – la realizzazione della libertà delle persone: libertà dalla fame, dalla povertà, dall’ignoranza, dalla disoccupazione. E’ un concetto dinamico che cambia con la società, è un percorso storico culturale, che avanza con il raggiungimento del benessere collettivo e non certo con quello di pochi.
Per i cristiani invece, il tema della giustizia sociale è parte integrante della loro stessa fede: la carità e la condivisione sono le principali forze propulsive per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera e la manifestazione concreta e operativa dell’amore è la forza straordinaria che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della lotta alle ingiustizie sociali e della affermazione della pace per realizzare una piena e completa dignità di ogni persona oltre che per la difesa della nostra Madre Terra.
Papa Francesco ha spesso affrontato questi temi, a lui molto cari, sottolineando come il problema della povertà non sia solo della Chiesa. Oggi è anche un problema dei singoli e delle comunità. Bergoglio ha ricordato più volte come non può esserci giustizia sociale “che possa fondarsi sull’iniquità” rappresentata dalla “concentrazione della ricchezza” e ha poi insistito sul valore del lavoro come mezzo di liberazione dalla povertà e dalle disuguaglianze: “la precarietà uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia”.
Dopo la crisi finanziaria, il terrorismo e la pandemia è ormai evidente come tutto il mondo sia interconnesso. Questo richiede un cambio di prospettiva e l’aggiunta di un ulteriore termine: giustizia sociale globale. Cresce l’impegno sociale dei giovani. A certificarlo è la Conferenza nazionale del servizio civile. C’è un boom di domande presentate. Urge aumentare i posti messi a disposizione. Accogliere giovani al servizio della comunità rende la nostra società più giusta e umana, creando un’empatia contagiosa.
Leggo che sono 125.286 le domande di partecipazione al Servizio civile universale presentate, un numero altissimo, a ennesima dimostrazione della disponibilità dei giovani a impegnarsi. Record di domande significa anche forte varietà di condizioni sociali, culturali, territoriali dei giovani. Le nuove generazioni prendono sul serio l’obiettivo del Servizio civile universale per conoscere i veri bisogni delle comunità, cosa che i politici dovrebbero non solo accogliere ma sostenere nei loro programmi. La pratica favorisce la conoscenza e la realtà dei problemi del Paese. Il Servizio ancora una volta raccoglie l’entusiasmo dei giovani. La loro voglia di darsi da fare. Di contribuire a costruire una società più giusta, inclusiva, resiliente e incentiva il protagonismo attivo nei territori. Un anno di pandemia ha fortemente condizionato e limitato le esperienze formative e relazionali. Il boom di domande è un messaggio esplicito. Il nuovo governo è chiamato a farsene carico. Sosteniamoli, non deludiamoli.
Il tempo quaresimale ci domanda di ritornare all’essenziale. Per molte delle grandi cose bastano poche parole. Le cose essenziali parlano da sé, sono opere, gesti che racchiudono un’eloquenza più grande. Non possono essere sostituite o mascherate con un discorso – anche se fosse molto bello. Le opere hanno il loro peso. Generano le parole, ma solo per toccarci, per arrivare in fondo al nostro cuore. Il resto è solo un’interpretazione. Non si devono confondere le opere coi fatti. I fatti sono la realtà che vediamo da fuori. Le opere – i frutti delle nostre azioni – scendono più a fondo. Non possono essere pienamente visibili. Ciò che facciamo deve arrivare nella nostra parte più profonda perché è destinata ad operare e trasformare. Nessuna delle nostre opere rimane indifferente. Tutte portano con sé conseguenze di cui non sempre ci accorgiamo. Le parole non potranno mai avere la forza delle opere. Possono solo raccontarle, interpretarle. Ma non basteranno mai.
Il Vangelo vive di questo rapporto opere-parole. Il testo di Marco che stiamo leggendo in queste settimane di Quaresima ne è uno degli esempi migliori: riduce le parole per mettere in rilievo le opere di Gesù. Anche le sue parole sono sempre inserite in un contesto operativo. La vita di Gesù non è nient’altro che la pratica del Vangelo annunciato e vissuto, quel vangelo che papa Francesco ha tolto dal cassetto e ce lo ripropone continuamente per praticarlo non per raccontarlo come una storiella. Per questo Gesù vive, agisce piuttosto che parlare. Le sue parole risultano dalle sue opere, le accompagnano. Buona Pasqua. Antonio

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