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È ufficiale: i diritti umani sono “scaduti”

24-05-2021 – di: Gianni Tognoni – Volere la Luna

La situazione di grave crisi dei diritti umani non ha di per sé purtroppo nulla di nuovo: la violazione dei diritti fondamentali, degli individui e dei popoli, è sempre più spesso la protagonista della cronaca quotidiana: c’è solo l’imbarazzo della scelta tra gli scenari del mondo globale. Tuttavia quanto si è verificato nelle ultime settimane in tre situazioni profondamente eterogenee (tanto da essere parte di cronache assolutamente distinte per caratteristiche politiche, di immaginario, di “vittime” concrete), a Gaza, nelle trattative sull’accessibilità ai vaccini, nel rapporto tra Europa e migranti propone una coincidenza trasversale così coerente di attori e di responsabilità della “comunità internazionale”, ai suoi più alti e formali livelli di rappresentanza, da imporsi come novità. Si tratta di una vera e propria, esplicita interpretazione ufficiale e aggiornata di tutte le Dichiarazioni, Convenzioni, Costituzioni che hanno costituito l’originalità storica di una civiltà (o almeno di un suo progetto) che era di riferimento universale, giuridico e operativo, nel tempo successivo alla seconda guerra mondiale. In quel complesso di documenti la violazione sistematica del diritto universale alla vita di ogni umano, come individuo e come collettività, significava il passaggio dalla civiltà a una situazione criminosa contro l’ordine internazionale degli Stati. Si parlava di crimini contro l’umanità: senza neppure la “scusa” della guerra, fino al crimine “impensabile” del genocidio, cioè del progetto di cancellazione di un gruppo umano.

Ebbene, la “novità” della coincidenza sopra ricordata sta nel mettere in evidenza una trasversale banalità. I diritti umani e dei popoli non sono negati, né sospesi, né violati: sono “scaduti”. Sono una realtà da menzionare, con rispetto, o demagogia, o per darsi dignità, su cui discutere, ma sapendoli irrilevanti e inutilizzabili in un mondo che ha cambiato le regole: e queste non hanno più come termine di riferimento di legittimità e di obbligatorietà l’esistenza e la vita-dignità degli umani.

1. I palestinesi di Gaza sono stati ancora una volta obbligati ad assumere il ruolo delle “vittime esemplari”: non importa quanto grandi sono l’orrore, la sua ostentazione, e gli umani-bambini che muoiono: la manipolazione, ridicola se non fosse tragica nella sua falsità, di una antica (e sacra) memoria di uno dei crimini fondanti di una civiltà del diritto dice (con la connivenza e assenza degli organismi internazionali) che nel mondo degli equilibri di potere, dei razzismi, delle strategie di guerra, economiche e militari, non c’è posto né tempo per rispettare non importa quante vite di quante persone. L’impunità è non solo assicurata, ma trasformata in un riconoscimento dell’eroismo provvidenziale dello Stato di Israele (una democrazia assediata da governi non democratici e corrotti!). Gli umani pacificamente resistenti massacrati di Myanmar, quelli degli Eelam Tamil cancellati perfino dalla cronaca oltre che dal genocidio, quelli uccisi o accecati nella repressione colombiana o cilena, i carcerati torturati di Egitto-Turchia-Libia…: sono tanti i gruppi umani per i quali la comunità internazionale arriva al massimo a “discutere” ed “esprimere preoccupazione” perché non sa come usare quel “farmaco scaduto” dei diritti umani, che forse poteva essere utile, almeno come sintomatico per la credibilità del diritto, in altri tempi, in altri mondi.

2. Lo scenario dei vaccini porta in un altro mondo: agitatissimo di questi tempi, una vera guerra “virtuale”: ma combattuta perciò senza orrori emotivamente coinvolgenti, con personaggi che rappresentano i vertici dei poteri economici e tecnologici mondiali e guidano perciò in modo sempre più “ovvio” e riconosciuto il mondo globale. Mondo disabitato dai miliardi di umani le cui vite e morti sono presenti in tantissimi rapporti, ma solo come numeri e percentuali: si intrecciano-confondono con le cifre che parlano di produzioni, costi, mercati, che hanno come riferimento un’organizzazione (la WTO), creata apposta per difendere e garantire i diritti delle cose e delle merci, e dei loro sempre più concentrati proprietari, dalle pretese dei sognatori di diritti umani. Di quanti morti e privati della dignità della vita ‒ crimine contro l’umanità, nel senso più pieno ‒ è responsabile questo organismo non è calcolabile: bisognerebbe sommare troppi “gruppi umani” presenti nelle statistiche ufficiali che misurano aspettative di vita, inaccessibilità a cibo, acqua, sanità, educazione, ambiente, pace , salari vitali… La discussione, con caratteristiche di una vera e propria “guerra”, ideologica, economica, giuridica, su un “bene conoscitivo e industriale” come un vaccino in tempo di pandemia ha reso di colpo presenti e con diritti universali i miliardi di persone concrete che non avevano, fuori dallo scenario pandemico, nemmeno il diritto di visibilità fisica (l’habeas corpus come mitico segno originario di diritto umano). La guerra sulla priorità tra umani e cose sembrava, era invocata, era proposta almeno come un esperimento di sospensione della vittoria, globale e permanente, delle cose (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/02/02/vaccini-gratuiti-per-tutti-e-diritti-umani/). Si sa quanto diversamente si sta sviluppando: come una interminabile partita a scacchi. Con parti schierate dall’una o dall’altra parte per le ragioni, gli interessi, gli obiettivi più diversi. Senza buoni o cattivi.

Da una parte ci sono sceltissimi e potenti difensori del fatto che il mercato ha da tempo, e con tutta chiarezza, dichiarato che i diritti umani e dei popoli sono estranei alla sua identità di fondo, e che le sue regole non ammettono eccezioni che potrebbero essere un segnale molto pericoloso della necessità di cambiare i princìpi che garantiscono la gerarchia della trinità privato-mercato-finanza su qualsiasi altro attore-valore. Molto semplicemente: i diritti umani sono da tempo “scaduti”. Perché sperimentare una “eccezione” che metterebbe in discussione tutti gli algoritmi economico-finanziari che si reggono sulla esclusione della vita delle persone dalle variabili che contano? Dall’altra parte ci sono tante, diverse combinazioni di posizioni e organismi, che includono leader reali e utopici come Papa Francesco; paesi poveri-marginali che sognano da sempre risposte (vaccini contro le loro pandemie permanenti del debito, della fame etc.); dittatori che vedono nella pandemia uno strumento di propaganda e di guadagno (come in India: https://volerelaluna.it/mondo/2021/05/19/il-covid-lindia-narendra-modi-tra-immaginario-e-realta/); il fronte delle Nazioni Unite e dei suoi organismi diretti e indiretti che vorrebbe almeno in questo campo essere riconosciuto come soggetto efficace di difesa dei diritti e non come un loro simbolo impotente; l’universo vitale delle tante rappresentanze della “società civile” che dichiara inaccettabile una “scadenza” di un diritto-intervento efficace come il vaccino nel settore simbolo della sanità che in nome di una “immunità di gregge” sarebbe un pro memoria di essere tutte e tutti esseri umani. Difficile sapere come e quando questa guerra si concluderà, al di là delle tante schermaglie, promesse, impegni oscillanti tra il ridicolo del dono di qualche milione di dosi date come segno di buona volontà da un presidente come Biden e gli impegni senza tempo e senza consenso dei G20… Il verdetto rispetto ai diritti umani è già stato dato, ed è molto chiaro: la loro universalità è una bella parola, che può rimanere per dare l’apparenza di discussioni eticamente giustificate, purché non si pretenda di dettare tempi e costi. Ciò che importa è mantenere le gerarchie consolidate che vedono le logiche economiche a decidere le scelte concrete. Se nel frattempo, mese dopo mese, o anno dopo anno, i morti evitabili si accumulano e le distanze tra aventi e non aventi diritto aumentano, i difensori della non-scadenza dei diritti non possono certo pretendere di improvvisare e governare, in nome di una pandemia globale come quella antica e indiscussa della diseguaglianza, un nuovo ordine.

E forse non è male riconoscere che l’orrore della guerra dei vaccini, con i suoi morti invisibili e incontabili, quelli già prodotti e quelli previsti, non è minore di quello di Gaza. Non perché abbiano senso questi confronti: ma perché, da sempre, i diritti umani o sono universalmente dovuti e cercati, o non sono. E non per niente la comunità internazionale prima di essere sostanzialmente impotente e silenziosa su Gaza bombardata, non aveva battuto ciglio sull’apartheid vaccinale praticato da Israele (https://volerelaluna.it/politica/2021/01/12/6-gennaio-2021-la-normalita-degli-apartheid/, nel frattempo dichiarato modello di “copertura vaccinale” per il mondo. E per chi volesse vedere quanto questo secondo scenario è vecchio, ben oliato, e ha bisogno solo di essere messo allo scoperto, il film Le confessioni di Roberto Andò già raccontava tutto, ricordando che una voce profetica invitata a essere presente, senza parlare, in una assemblea solenne e segreta di un simbolico “vertice” dei poteri poteva avere come risposta solo un suicidio del garante della intoccabilità rivelata falsa degli algoritmi, che venivano riconfermati dal consenso degli altri.

3. Il terzo caso che conclude la riflessione sull’annuncio ufficiale di un evento così importante e trasversale come la “scadenza” dei diritti umani ha bisogno di ancor meno parole. Si tratta di un evento allo stesso tempo “mancato” e fortemente operativo. L’Unione Europea ha confermato di fatto che la migrazione non è un problema che la riguarda: il diritto alla vita delle persone che migrano non è competenza della civiltà europea: i migranti ‒ ultimi quelli di Ceuta ‒ non sono umani; per loro non si applica nemmeno l’abc della Dichiarazione Universale. Gli orrori visti lungo i mesi, gli anni, nei mari, nei deserti, nei Balcani, nei campi di concentramento che vanno a fuoco, nel gelo e nelle torture, fanno parte della gestione routinaria del disordine di un mondo che nel pieno della pandemia trova spazio, risorse, visibilità per le manovre di una Nato che è sempre più strumento simbolico di un’altra delle gerarchie capovolte: la guerra come sicurezza. Nell’agenda europea le cose che hanno priorità sono altre. I fondi da distribuire. Il mercato delle armi. Il controllo di fonti energetiche che rendono poco credibili le proposte di un futuro “green”. Come quella della WTO, l’agenda europea non cambia. In fondo, dicono i trattati e un diritto internazionale che si riconosce in crisi, ma che non osa ri-configurarsi da diritto di Stati a diritto dei popoli, i migranti non sono nemmeno un popolo definibile. Vengono da “rischi” che se fossero riconosciuti dovrebbero essere chiamati con nomi che coincidono con i nuovi nomi del nostro nuovo colonialismo, economico, ambientale, militare. La loro pretesa di ricordare, continuando a fuggire e morire, di dire che essere umani è una identità sufficiente per essere riconosciuti finirebbe per mettere in discussione troppe cose. Meglio pensarci. Rimandare è un modo perfettamente efficace di dichiarare che il tempo e la sostanza dei diritti umani sono “scaduti”.

4.Riconoscere che si vive in un tempo e in un mondo nei quali si può, in tanti modi, diversi e complementari, affermare nei fatti che i diritti umani sono scaduti è un passo importante. Impone di essere realisti e disincantati. Negli scenari internazionali, e delle Costituzioni, viviamo in un mondo “altro” rispetto a quello che aveva fatto del diritto delle persone e dei popoli un progetto difficile, certo utopico rispetto agli scenari di guerra e sterminio che lo avevano quasi incredibilmente generato, ma che era stato riconosciuto come la piattaforma comune di ricerca di una collettività internazionale certo tutt’altro che pacifica.

Il rilancio, utopico, e perciò imprescindibile, di una Costituzione della terra (https://volerelaluna.it/politica/2021/05/18/perche-una-costituzione-della-terra/) non riguarda soltanto il ritrovare un nuovo rapporto tra gli umani e un mondo-natura-ambiente a rischio di sostenibilità. Il tempo della globalizzazione delle cose ha delegato alla violenza della economia-finanza la governance dei modelli di sviluppo e di convivenza e ha cancellato, nell’immaginario e nelle normative, il tempo e la cultura dell’universalità, cioè del progetto di un mondo alla ricerca di una pari dignità tra le persone. Non c’è molto da guardare “indietro” per difendere più o meno efficacemente le conquiste fatte. La memoria di un tempo in cui il diritto era misurato in rapporto alla sua capacità di “non lasciare nessun@ indietro” si può interpretare solo con progetti che siano praticabili, in modo nuovo, in un tempo in cui il diritto di essere umani è stato dichiarato scaduto. Le nuove generazioni devono essere esposte molto chiaramente a questa realtà per diventare soggetti di una storia che, con la stessa logica di ricerca e sperimentazione, dottrinale e di lotte concrete, le renda capaci di essere, trasversalmente, cittadini di un luogo e di tutti i luoghi. Il diritto costituzionale non si regge senza un diritto internazionale che non sia più strumento degli Stati, ma della diversità dei gruppi umani. La sanità del dopo pandemia e la scuola (tutta) sono il primo test per verificare se e quanto questa cultura di ricerca di un diritto universale in un mondo globale possa essere praticabile.

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E’ stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E’ presidente del Comitato Etico, Università Bicocca, Milano.

TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI

aggiornamenti per Rete Radié Resch

Il lunghissimo tempo della pandemia ha probabilmente reso ancor più forte il senso di fragilità e di incertezza di futuro anche degli impegni del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), che ha proprio nella partecipazione viva delle persone, vittime e testimoni, una delle sue caratteristiche più importanti.

Non c’è dubbio che vari programmi (anche tra quelli preannunciati nell’ultima lettera) hanno dovuto essere modificati, rimandati, … Ma con tutto ciò siamo andati avanti.

Un risultato importante che si è potuto ottenere lavorando durante il periodo iniziale del lockdown imposto dalla pandemia, è stata la pubblicazione di un libro che tira un poco le somme dell’attività di tutto il Tribunale durante i suoi 40 anni di vita: il titolo – Diritti dei popoli e disuguaglianze globali – riassume in modo preciso l’attualità del ruolo del TPP.

La storia, spesso convulsa, frammentata, piena di conflitti di un mondo divenuto sempre più globale (la pandemia ne è stata una delle sue espressioni) è raccontata a partire dal basso, dalla esperienza delle lotte dei popoli reali e dei loro sogni, mai abbandonati, di liberazione ed autodeterminazione. Il libro è a disposizione (chiedere a Liviana), e sarebbe bello potesse essere letto e ‘vissuto’ come qualcosa che è nato anche grazie alla partecipazione della Rete RadiéResch. Chi sa se sarebbe ancor più bello ritrovarsi un giorno, protetti dalle vaccinazioni, per condividere e discutere meglio tutto il significato di questa lunga storia, che continua ad essere espressione di una resistenza (senza illusioni, ma senza stanchezza) ad un modello di vita che sembra tradursi con sempre più chiarezza in una nuova (diversa, ma radicale) “colonizzazione” da parte dei “proprietari dei beni di mercato” rispetto ai soggetti di diritti inviolabili (vedi articolo “E’ ufficiale: i diritti umani sono scaduti, 21/5/21, Volere la luna). Insieme a questo rapporto si propone una riflessione che potrebbe essere una specie di programma per l’incontro da fare: per ridare alla inviolabilità dei diritti un futuro.

Pur nella distanza imposta dalla pandemia, il lavoro del Tribunale Permanente dei Popoli è andato avanti. Il lavoro con le comunità del Cerrado, già ricordato nella circolare precedente, ha trovato il modo di sopravvivere e di rinnovarsi, pur nelle condizioni tragiche di un Brasile che sembra tornato con la dittatura di Bolsonaro ai tempi delle dittature militari. Attualmente, con il supporto di una grande rete di movimenti e di comunità, è previsto il lancio pubblico del TPP per il mese di settembre, e la realizzazione di 3 sessioni pubbliche con testimoni delle diverse popolazioni indigene a partire dal Novembre 2021 per arrivare alla Sessione conclusiva nella prima metà del 2022.

L’attenzione ancor più operativa del TPP si è venuta concentrando sulla Colombia, la cui situazione molto critica per il boicottaggio da parte del Governo degli accordi internazionali di pace (firmati ufficialmente nel 2016, e seguiti dalla consegna delle armi da parte del movimento di guerriglia delle FARC) era completamente ignorata dai media e dall’opinione pubblica internazionale.

Una piattaforma di 400 organizzazioni, movimenti sindacali, popolazioni indigene ed afrodiscendenti, movimenti di donne e giovani, di campesinos, di personalità della società civile, ha presentato un atto di accusa per un genocidio continuato dell’identità e della vita del popolo colombiano lungo più di 70 anni di storia. La documentazione estremamente dettagliata ed estesa in tutti i suoi aspetti (sociali, politici, giuridici: per un totale, di solo materiale scritto, di 5000 pagine integrato da materiale visivo ed orale) è stata riconosciuta come assolutamente affidabile da parte della Segreteria e della Presidenza del TPP, e presentata in pubblico da parte di due magistrati colombiani il 19 gennaio 2021.

Le Sessioni pubbliche , con la presenza anche fisica di moltissimi testimoni e di relatori si sono svolte ( per favorire la partecipazione delle comunità interessate) in tre città diverse -Bucaramanga, Bogotà , Medellin- nei giorni 25-27 marzo 2021 .

Il lavoro enorme di redigere una sentenza che doveva esaminare praticamente tutta la storia recente della Colombia per arrivare a pronunciare un giudizio sulla fondatezza e le caratteristiche di un crimine come quello previsto nell’atto di accusa, genocidio continuato, ha richiesto un impegno collegiale di tutti i 13 componenti della giuria internazionale (da Argentina, Ecuador, Francia, Italia, Nicaragua, Portogallo, Spagna) presieduta da Philippe Texier, giudice emerito della Corte di Cassazione francese.

Il giudizio, di pieno riconoscimento delle responsabilità, e perciò di condanna per genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità di tutti i presidenti dei governi di Colombia dal dopoguerra fino a quello attualmente in carica, è stato letto pubblicamente a Bogotà il 17 giugno scorso, con una forte partecipazione, fisica a livello locale, e da remoto, che ha visto la presenza costante di più di 400 persone durante le 4 ore dell’evento.

Un giudizio di piena corresponsabilità -per tutti i massacri, le disapparizioni forzate, gli assassinii mirati di migliaia di persone, nella piena impunità da parte di un sistema giudiziario “dipendente” dai governi e fortemente controllato dall’apparato militare – è stato formulato anche per gli Stati Uniti, la cui presenza strategica, militare ed economica, è stata specificamente messa in evidenza in una sezione particolarmente penetrante della sentenza. Senza mettere in sottordine la responsabilità di connivenza e di silenzio della comunità internazionale e specificamente dell’Unione Europea , che è stata, e continua ad essere “spettatrice e sostenitrice” dei governi colombiani, che ricevono aiuti diretti importanti perché riconosciuti come garanti di democrazia, e che sostengono le politiche di sfruttamento e repressione delle compagnie transnazionali attive soprattutto nel campo minerario e del controllo delle risorse ambientali ed agricole. È chiaramente impossibile in questa sede produrre una sintesi più articolata del giudizio (più di 100 pagine di testo, più altrettante di annessi, che includono non solo tutta la legislazione, nazionale ed internazionale, cui si è fatto riferimento per la qualificazione dei crimini, ma anche l’elenco nominativo delle centinaia di assassinati recenti durante il “processo di pace”). Il documento originale è disponibile, per ora solo in spagnolo, sul sito del TPP, ed è accessibile anche sul sito dei promotori della Sessione.

È possibile fin da ora sottolineare che la serietà e l’originalità dell’analisi e delle conclusioni del TPP (sia per la documentazione e la qualificazione dei fatti, sia per i criteri di interpretazione giuridica, politica, sociale delle responsabilità sono state riconosciute come di importanza fondamentale per la continuazione della resistenza del popolo colombiano, che anche durante le ultime fasi della sessione è stato protagonista di mobilitazioni mai viste (ferocemente represse) per la rivendicazione dei diritti fondamentali.

Ancora una volta la opinione pubblica internazionale, grazie ai silenzi della politica e alle parziali cronache dei media, è stata spettatrice passiva di un evento, che in quanto genocidio impunito e non riconosciuto mette in discussione la stessa sostanza della democrazia come regola di convivenza umana.

Chi sa che sia possibile (al di la della accessibilità al testo tradotto) fare di questo ‘caso’ uno strumento di discussione e formazione, con la presenza di membri del TPP, per apprezzarne il significato e la valenza universale.

Il testo si è fatto ormai lungo. Altri impegni sono già all’odg del TPP: sulle uccisioni sistematiche dei giornalisti, sulla gestione criminale della pandemia in Brasile da parte di Bolsonaro …

Torneremo su questi temi …

Con una gratitudine rinnovata, ed un appuntamento a presto: in presenza: per fare meglio i tanti cammini che ci stanno davanti.

Simona Fraudatario e Gianni Tognoni

Un testo per il nuovo riformismo con proposte per la ripresa post pandemica e sollecitazioni sul ruolo dello Stato e le riforme necessarie. Lo hanno elaborato una cinquantina di economisti e intellettuali dopo mesi di discussioni online, sintetizzato da Biasco, Mastropaolo e Tocci.

C’è sempre qualcuno che brechtianamente riprende il discorso e cerca di riparare agli errori fatti per dare nuova vita a una sinistra ormai povera di idee e di programmi, sconfitta e travolta da sé stessa più che dagli insulti della storia e dall’egemonia del fronte opposto. Così il gruppo di economisti, politologi e intellettuali riuniti nella rete “Ripensare la cultura politica della sinistra” ha elaborato una sintesi della serie di webinar interni svolti a partire dalla fine di dicembre fino ai primi di marzo.

Il documento, lungo una trentina di pagine, si intitola “Governare la società del dopo Covid” e si confronta con il momento attuale, l’alba di una nuova era almeno per quanto riguarda il ruolo e la responsabilità dello Stato e quindi della politica nel progettare e intervenire direttamente nella trasformazione economica e sociale dell’Italia, provata dalla pandemia e dai postumi di un’adesione anche culturale alle logiche del neoliberismo. È uno sforzo di elaborazione e di sintesi ammirevole, firmato alla fine da Salvatore Biasco, Alfio Mastropaolo e Walter Tocci, ma al quale hanno partecipato una cinquantina di intellettuali, tra i quali Nadia Urbinati e Laura Pennacchi, ma anche Gianfranco Dosi, Andrea Roventini, Gianfranco Viesti e Maurizio Franzini  e altri che da anni collaborano anche con le elaborazioni della campagna Sbilanciamoci!.

L’assunto iniziale è che “la sconfitta della sinistra” e quindi la caduta del governo Conte bis non possa essere rubricata “solo come una questione di numeri parlamentari” ma debba essere invece inquadrata in una perdita di egemonia dalle radici profonde e che il Pd, “trasformato in partito d’opinione”, da solo non riesce e non riuscirà a superare. Il rischio che si vede profilarsi è quello che una gran parte dell’elettorato “fuori dalla Ztl” pesantemente colpito dalla crescita delle diseguaglianze aggravate dalla pandemia e dai processi di marginalizzazione e precarizzazione si rifugi nell’astensione o perda definitivamente l’interesse per un progetto di “socialismo democratico” e partecipativo, al quale gli estensori del documento vogliono ancorarsi agganciandosi alla società civile del Terzo settore, dei sindacati, dei movimenti di cittadinanza attiva e anche ai pezzi di partiti della sinistra ancora “non omologati”. L’idea è quindi quella di rilanciare un “grande progetto di trasformazione sociale”, un progetto deliberatamente riformista che parte dalla constatazione che “il capitalismo anche se ha i secoli contati in questa epoca non ha alternative”. E tuttavia il capitalismo può essere riorientato, attraverso una politica coerente e attraverso, appunto, lo Stato, piegato in una sua forma meno vorace dal punto di vista ambientale e più equa dal punto di vista dei “diritti universali”.

Per quanto riguarda l’Italia di oggi e del Pnrr appena abbozzato, due sono le riforme che vengono messe in primo piano: quella della pubblica amministrazione con una modernizzazione che non vada verso la creazione di nuove agenzie o verso nuove privatizzazioni e il rafforzamento della scuola pubblica, intesa anche come polo di attrazione di un vivere civile associato ai beni comuni, alle comunità territoriali, alla cittadinanza partecipata e non ultimo ad un grande piano di educazione degli adulti e formazione permanente. Come obiettivo di fondo si vuole superare la frantumazione della società e del mondo del lavoro, si vuole cioè agevolare una ricomposizione sociale, sia con lo strumento di un nuovo Statuto dei lavori che evoca quello da tempo proposto dalla Cgil, sia in termini più esistenziali e culturali riaffermare la possibilità di una “felicità collettiva”, battendo una tendenza contraria antropologicamente in atto.

Il documento si sofferma sulla necessità di una redistribuzione dei redditi, proponendo una riforma fiscale più progressiva che tocchi anche le “valutazioni patrimoniali dei cespiti” insieme a strumenti in grado di premiare l’uso produttivo dei capitali. Qui non si entra nel dettaglio, non si delineano percentuali e scaglioni di aliquote. Si tratteggia semplicemente i luoghi degli interventi: il grande patrimonio ereditario, la finanza speculativa, l’evasione fiscale sia dei redditi da capitale che si impiantano nei paradisi fiscali sia dei professionisti autonomi e delle piccole e medie imprese la cui elusione è finora coperta dal mancato incrocio dei dati rilevanti sul piano fiscale. Oltre a chiedere un impegno contro la superfetazione di norme che hanno ingigantito la bolla burocratica fino a rasentare la paralisi delle pubbliche amministrazioni, il documento pur

senza parlare esplicitamente di un ritocco del Titolo V, nota come la pandemia abbia messo in evidenza l’inefficienza di una eccessiva regionalizzazione in settori come la sanità e le politiche attive del lavoro. Si evidenzia quindi una esigenza di sfoltimento di norme e semplificazione e di ringiovanimento e ammodernamento del personale pubblico.

Complessivamente il testo si pone con un evidente intento di apertura di un dibattito anche tra diverse anime quindi non entra nel dettaglio e appare piuttosto come una piattaforma iniziale di mediazione, per la rinascita di un pensiero riformista che dovrà trovare altre voci e altre gambe. Inoltre i temi trattati sono tutti di natura più economica che sociale. Così si avvertono alcuni vuoti, soprattutto sul welfare, sul reddito di cittadinanza, sull’essenziale riforma degli ammortizzatori sociali (si propende in ogni caso per l’introduzione di un salario minimo orario) e su questioni che pure riguardano i piani industriali e gli input da dare alle imprese partecipate dallo Stato come la riconversione dell’industria bellica. Rispetto ad una proposta di inasprimento della Web Tax, stranamente si ripropone invece, senza dettaglio, la “bit tax” degli anni ’90 che intendeva rincorrere i flussi di traffico sul web anziché i fatturati delle multinazionali.

Alla fine della lettura resta la sensazione di uno sforzo di organicità e di prospettiva che potrebbe davvero essere utile se non per un partito sinceramente socialdemocratico, almeno per un campo più ampio di coalizione.

Sbilanciamoci.info  (11 maggio 2021)

Il 30 aprile la Città di Padova ha chiuso l’esperienza da Capitale europea del volontariato. La città italiana ha assolto questo ruolo in un anno inedito e difficile a causa della pandemia.

Come riporta il Redattore Sociale, durante la cerimonia di chiusura tenutasi on line con la partecipazione dei tanti attori coinvolti durante l’anno, Emanuele Alecci, presidente del Centro servizi volontariato di Padova e Rovigo e responsabile del Comitato Padova 2020 capitale europea del volontariato, ha argomentato: «In questo anno abbiamo capito che il volontariato è un bene preziosissimo che dobbiamo proteggere e sostenere. Quello che dobbiamo costruire è qualcosa di nuovo, dove chi ha a cuore gli altri deve avere un ruolo, perché si tratta di persone che vedono le cose in maniera nuova. Ho avuto l’impressione che questo modo di vedere le cose in maniera nuova abbia contaminato tantissime persone e tanti giovani che prima magari avevano solo sentito parlare di volontariato».

Il sindaco di Padova, Sergio Giordani, ha sottolineato che «Il volontariato rappresenta un grande e importante motore di sviluppo. Abbiamo toccato con mano che il volontariato può aiutarci a disegnare la comunità del futuro, ad immaginare città più solidali, relazioni sociali costruite sulla collaborazione e sul dialogo,partendo dal basso dei nostri quartieri». Secondo Giordani, anche la pandemia «ci ha ricordato la necessità di tornare ad essere una comunità unita. Il volontariato è il rimedio contro un’altra malattia della nostra società, non meno grave, che si chiama egoismo. Possiamo dire, forti dell’esperienza di quest’anno, che il volontariato è un portatore di pratiche e progetti rilevanti per il futuro del nostro paese».

L’esperienza di Padova ci aiuta a mettere in luce il valore del volontariato in Italia. Ma quanto vale il volontariato nel nostro paese? Alcuni studi hanno raccolto dei dati negli anni. Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione hanno lanciato la prima sperimentazione del Manuale ILO sul lavoro volontario relativo alla misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario e hanno redatto il report “Attività gratuite a beneficio di altri” (2014); altro studio è contenuto nel volume “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni” (edizione il Mulino, 2017). I risultati ci svelano 6 milioni e mezzo di italiani che svolgono attività di volontariato, 4,14 milioni dei quali lo fanno all’interno di organizzazioni. La variabile determinante nello spingere una persona ad impegnarsi gratuitamente per gli altri o per una causa comune è data dalle risorse socioculturali, come il titolo di studio e la partecipazione culturale. Maggiori risorse socioculturali si traducono in una maggiore propensione al fare volontariato. Da qui deriva una precisa indicazione politica: per far crescere la solidarietà e l’impegno civico è di primaria importanza investire nell’educazione, nell’istruzione e nella cultura.

I dati Istat diffusi a ottobre 2020 sul settore non profit in Italia fotografano la situazione al 31 dicembre 2018: le istituzioni non profit sono 359.574 e danno lavoro a 853.476 dipendenti. L’85% è rappresentato da associazioni e due istituzioni su tre sono attive nel settore della cultura, sport e ricreazione.

E oggi cosa accade?

Nel corso della pandemia, il volontariato non si è mai fermato: ha agito in continuità e ha reinventato il proprio ruolo, spesso in collaborazione con altri attori sociali. Ciò rileva nello studio “Covid-19 e Terzo settore: uno sguardo in profondità” del Centro di Ricerca Maria Eletta Martini, -pubblicato in occasione della Giornata Internazionale del Volontariato del 5 dicembre 2020. «Emerge un quadro inesplorato e complesso di come il terzo settore e nello specifico il volontariato, che agisce come colonna portante al suo interno, stia affrontando la crisi. – Spiega Emanuele Rossi, professore ordinario di Diritto costituzionale alla Scuola Superiore Sant’Anna e presidente del Comitato scientifico del Centro di ricerca Martini. – Dopo l’iniziale smarrimento c’è stata una reazione molto forte, che ha visto l’attivazione di partecipazione civile e sociale a servizio di ogni comunità colpita. Una reazione non priva di difficoltà, ma che non solo ha fornito alle comunità servizi urgenti che il pubblico da solo non sarebbe stato capace di dare, ma ha anche rafforzato la coesione sociale e immesso nel sistema fiducia e senso di appartenenza in un momento delicatissimo della nostra storia».

Durante il periodo più duro della pandemia, oltre a svolgere attività fondamentali per la comunità in momento di crisi, il volontariato ha permesso alle persone di rimanere in relazione, di non essere abbandonate e quindi di sentirsi parte di una comunità. Da qui, sottolinea lo studio, emerge però il rischio che il volontariato venga visto come un rimedio da cui attingere alla bisogna, rischio che è osteggiato dai soggetti del terzo settore che invece chiedono con forza di essere riconosciuti sia nelle attività sia nel ruolo che svolgono nei processi di costruzione comunitaria.

Lia Curcio (unimondo.org 12 maggio 2021)

Netanyahu si arrende: nessuno lo vuole accanto
Getta la spugna Benyamin Netanyahu: il premier israeliano rinuncia a formare un governo, dopo aver mancato la maggioranza assoluta alle recenti elezioni, lasciando campo libero al rivale Benny Gantz, leader del Blu e Bianco. Il presidente Reuven Rivlin, come riportato da Time of Israel, ha infatti fatto sapere che, a breve affiderà l’incarico all’ex capo di Stato maggiore delle Forze armate che avrà 28 giorni di trattative per trovare una maggioranza di governo.

Uno smacco nel giorno del 70esimo compleanno del quasi ex leader, anche per il Likud, partito che vince ma ormai non convince. Crisi delle destra integralista ebraica dal gennaio scorso. Lo scontro sulla leva obbligatoria anche per gli ebrei ortodossi, esentati per legge per motivi religiosi e per interessi elettorali di Netanyahu. Da allora Israele non ha più avuto un governo. Ad aprile Netanyahu aveva ottenuto la maggioranza relativa per pochi voti, ma senza riuscire a formare una maggioranza di centrodestra. Nuove elezioni a settembre, la quarte in due anni, e il Likud non era più il primo partito.

Niente governo di centrodestra con dentro i partiti religiosi e quasi certo incarico a Gantz. Ago della bilancia sarà il Likud, quella parte di partito che sta manifestando malumori contro Netanyahu. O il via libera del Likud a Gantz, o lo spettro di quinte elezioni a rischi di stabilità democratica. Gantz proverà ad evocare questo spettro per premere sulla necessità di dare, dopo quasi un anno, un nuovo governo ad Israele che ha forse superato il contagio del coronavirus ma non quello del nazionalismo confessionale spesso violento nei confronti della popolazione araba.

Per tre giorni, i negoziati tra le fazioni politiche hanno lasciato lo spazio agli attacchi reciproci sulla responsabilità del disastro del monte Meron, in cui giovedì notte 45 fedeli ebrei sono rimasti uccisi schiacciati dalla calca nel corso di una celebrazione religiosa affollata oltre misura. Quesito lacerante: «L’autonomia degli ebrei ultraortodossi è responsabile della strage sul monte Meron?». Erano tutte ultraortodosse le 45 persone morte la settimana scorsa nella calca durante un pellegrinaggio rituale al Monte Meron, nel nord del paese. Al pellegrinaggio hanno partecipato in tutto circa 100mila persone: un numero molto più alto di quello concesso per i raduni pubblici nel paese durante la pandemia.

E in Israele si è tornati a discutere delle estese concessioni e autonomia di cui gode la comunità locale degli ebrei ultraortodossi, i cittadini israeliani che aderiscono alle dottrine più tradizionali e conservatrici dell’ebraismo. Godendo di uno status privilegiato, garantito dalla grande influenza dei partiti che la rappresentano all’interno dei governi di destra guidati da Benjamin Netanyahu. Ancora oggi ricevono generosi sussidi statali e tra i privilegi più contestati, l’esenzione dal servizio di leva, obbligatorio per la stragrande maggioranza degli israeliani.

Al momento è in corso un’inchiesta per individuare le cause della strage. La maggior parte degli ebrei ortodossi presenti ha accusato la polizia di mancanza di controlli, ma nessuno di loro se l’è presa con il governo che aveva autorizzato quel raduno, concedendo di violare le restrizioni per il contenimento del coronavirus in nome dell’autonomia di cui la comunità gode nel paese. «Gli ultraortodossi hanno un’autonomia che non potrebbe esistere senza le risorse e l’acquiescenza dello Stato», ha detto al Washington Post Yoram Bilu, professore emerito di antropologia e psicologia all’Università ebraica di Gerusalemme, riferisce Il Post.

Per i partiti della destra religiosa, l’autonomia e la forza politica degli ‘haredim’ è talmente forte che da sette anni i governi di destra ottengono dalla Corte Suprema la proroga dell’entrata in vigore di una legge del 2014 che obbliga l’esercito a convocare per il servizio di leva anche i giovani ultraortodossi. «Sebbene la leva degli ultraortodossi fosse uno dei temi principali della campagna elettorale dell’aprile 2019, da allora è passato in secondo piano», scriveva un paio di mesi fa il Times of Israel: «ma a un certo punto dovrà essere affrontato». Sempre più persone, soprattutto nei centri metropolitani, tollerano a fatica il fatto che lo stato paghi circa 150mila uomini affinché passino la vita a studiare la Bibbia.

Remocontro 04/05/2021

La proliferazione di farmaci contraffatti in Africa sta provocando una crisi per la salute pubblica. Sembra che sia stato raggiunto un livello di allerta. L’industria farmaceutica contraffatta è fiorente in Africa occidentale. La vendita di farmaci per strada è un fenomeno comune e in molti paesi la vendita di prodotti farmaceutici è più un mestiere che una professione. Secondo dati raccolti dall’Oms, in Africa almeno il 30% dei farmaci è contraffatto.

La Nigeria è considerata il fulcro del traffico di medicine contraffatte nel continente. Nel 2009, 84 bambini sono stati uccisi da un lotto di sciroppo per la dentizione contenente glicole dietilenico, un solvente industriale presente nell’antigelo e nel liquido dei freni. Due dipendenti dell’azienda che ha prodotto lo sciroppo sono stati giudicati colpevoli da un tribunale.

Con circa 116 mila decessi l’anno causati da farmaci antimalarici falsificati o scaduti nella sola Africa subsahariana, gli interventi legali potrebbero essere una questione di vita o di morte.

A livello globale, il commercio di prodotti farmaceutici contraffatti vale fino a 200 miliardi di dollari l’anno, con l’Africa che è una delle regioni più colpite, secondo le stime dell’industria farmaceutica. Il continente africano importa quasi il 90% dei prodotti farmaceutici, il che lo rende particolarmente vulnerabile.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) afferma che il 42% di tutti i farmaci falsi segnalati tra il 2013 e il 2017 proveniva dall’Africa, dove i sistemi sanitari deboli e la povertà hanno favorito l’emergere di questo mercato. Poco represso, questo mercato è redditizio e attira l’interesse di organizzazioni criminali e contribuisce sempre di più al finanziamento del terrorismo.

In alcuni Paesi africani si stima che i farmaci contraffatti costituiscano il 30-60% dei medicinali disponibili.

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine e l’Organizzazione mondiale delle dogane hanno istituito un’unità speciale per aiutare gli stati della regione a combattere le reti criminali.

Bob Van den Berghe, consulente dell’unità speciale, ha raccontato che l’anno scorso in un porto dell’Africa occidentale, un contenitore etichettato come contenente “donazioni umanitarie” e del peso di 81 kg, in realtà conteneva prodotti farmaceutici contraffatti che sono stati sequestrati.

Antibiotici, antidolorifici, antimalarici o contro l’impotenza sono i più contraffatti. Si tratta di farmaci tradizionali e di quelli più innovativi, venduti sia in confezione che singolarmente. Ma invece di curare, potrebbero peggiorare le condizioni di chi li utilizza, o addirittura uccidere. Secondo l’Oms, un farmaco su dieci nel mondo è contraffatto. Può essere dosato in modo errato o contenere sostanze diverse da quelle dichiarate. Questo tipo di contraffazioni proviene molto spesso dall’Asia, e sono prodotte soprattutto in Cina, India o Pakistan.

La Costa d’Avorio, la Guinea-Bissau, la Liberia e la Sierra Leone hanno sequestrato 19 tonnellate di medicinali contraffatti nel 2018.

In Costa d’Avorio nel 2019 i trafficanti sono stati intercettati mentre tentavano di contrabbandare 12 tonnellate di prodotti farmaceutici contraffatti provenienti dal Ghana.

A Lomé, in Togo, a luglio 2020 sono state distrutte quasi 67 tonnellate di prodotti farmaceutici contraffatti, sequestrati tra giugno 2018 e giugno 2019. E a metà novembre scorso, ad Abidjan, la gendarmeria ivoriana ha effettuato un sequestro record di 200 tonnellate di medicinali falsi.

Nel 2017, un’operazione, guidata dall’Interpol in sette paesi dell’Africa occidentale, ha sequestrato oltre 420 tonnellate di prodotti farmaceutici illeciti. Quasi 20 tonnellate di medicinali falsi sono state sequestrate in Mali tra il 2015 e il 2018.

Nel settembre 2016, un terzo dei 126 milioni di confezioni di medicinali falsi sequestrati in sedici porti africani durante un’operazione dell’Organizzazione mondiale delle dogane, erano destinate alla Nigeria. Vera e propria porta africana per questo traffico, il gigante anglofono sta invadendo il mercato della regione e contribuisce alla prosperità dei trafficanti.

Nel marzo 2019, quando il Niger ha lanciato una campagna per immunizzare i bambini contro la meningite, le autorità sanitarie hanno scoperto la circolazione di un vaccino adulterato. Due anni prima, la polizia aveva sequestrato 13 tonnellate di vaccini contraffatti provenienti dall’India: alcune fiale contenevano solo acqua.

Il traffico di medicinali falsi, essendo molto redditizio, è ancora più preoccupante nei Paesi del Sahel, perché aiuta a finanziare gruppi armati e jihadisti. L’Istituto di ricerca contro le contraffazioni dei medicinali (Ircam), che ha sede a Parigi, stima che in questo campo con una spesa di 1.000 dollari se ne possano ricavare fino a 500 mila.

È una carneficina silenziosa, che colpisce soprattutto i più poveri, che acquistano blister di antibiotici per strada. Ma anche le classi medie sono sempre più preoccupate, perché questi farmaci falsi si vendono ormai anche in alcune farmacie.

Armand Djoualeu da Cittanuova.it

Domenica, 02 Maggio 2021

Un anno di pandemia ha riportato indietro di decenni gli sforzi globali per la fine della fame e della povertà, allontanando così gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ad aprile 2021 stima infatti che più di 270milioni di persone siano a rischio fame. Il doppio della cifra pre-pandemia.

In questo dossier riportiamo alcuni dati forniti da organizzazioni internazionali, un sondaggio che ha coinvolto migliaia di famiglie in difficoltà, un appello che coinvolge 200 realtà di tutto il mondo e alcuni spunti di riflessione su quanto inquina il cibo che produciamo. Una riflessione fondamentale per poter arrivare al traguardo dell’Agenda 2030, che punta a ripensare il nostro modo di produrre cibo in ottica sostenibile per salvare, oltre alle vite umane, anche il Pianeta.

Dopo un anno di Covid, raddoppia la fame

A un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19 possiamo stabilire che i timori sull’aumento della fame e della povertà sono stati confermati. Un anno di emergenza sanitaria ha riportato indietro di decenni gli sforzi globali per la fine della fame e della povertà. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ad aprile 2021 stima che più di 270milioni di persone siano a rischio fame, ovvero il doppio del pre-pandemia.

La Banca Mondiale prevede che entro la fine del 2021, la pandemia farà cadere in povertà estrema tra i 111 e i 149milioni di persone in tutto il mondo. Ma anche prima della pandemia, il numero di persone che soffrivano di fame cronica era in aumento. Il numero dovrebbe ora sfiorare il miliardo. La pandemia ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ad adeguare le sue stime e ora prevede che entro il 2030 ci saranno tra gli 860 e i 909milioni di persone che soffrono la fame.

Secondo la Call for Action to Avert Famine del World Food Programme e della FAO nell’aprile 2021 già 174milioni di persone in 58 Paesi rischiano di morire di malnutrizione o mancanza di cibo. Più di 34milioni di persone sono sull’orlo della carestia e basta il minimo shock a spingerle nella carestia conclamata. Già 155mila persone vivono in condizioni di carestia o di probabile carestia in Yemen, Sud Sudan e Burkina Faso. A livello globale, inoltre, i prezzi medi degli alimenti sono ora i più alti degli ultimi sette anni.

I Paesi e i lavoratori più colpiti

Un sondaggio condotto dall’agenzia umanitaria tedesca Welthungerhilfe insieme a sette organizzazioni europee per lo sviluppo e gli aiuti di emergenza, conferma le tendenze globali e fa luce sui collegamenti tra la pandemia di coronavirus, povertà e fame. Il sondaggio ha coinvolto quasi 16.200 famiglie in 25 Paesi tra ottobre e novembre 2020. Da questa analisi emerge che sono nove i Paesi più colpiti, sei dei quali si trovano nella Regione dell’Africa Sub-Sahariana: Repubblica Democratica del Congo, Malawi, Kenya, Burundi, Liberia e Madagascar. In RDC e Malawi, più dell’80% delle famiglie intervistate sostiene di avere meno da mangiare rispetto a prima della pandemia.

La fame è aumentata bruscamente anche in Ecuador, Afghanistan e Haiti. A seguito della pandemia i redditi sono diminuiti drasticamente: il 90% delle famiglie intervistate riferisce una riduzione del reddito, mentre più del 75% teme che i loro redditi continueranno ad essere influenzati negativamente in futuro. Questo calo del reddito è stato avvertito in modo più acuto da chi lavora nel settore informale. Ma anche gli agricoltori sono stati duramente colpiti dagli effetti della pandemia: il 72% ha subito una perdita di vendite a causa del confinamento. Il 75% di tutti gli intervistati, poi, ha riferito che le rimesse tramite i parenti all’estero sono diminuite o azzerate. Due terzi degli intervistati in tutti i settori sono stati costretti a contrarre debiti per attutire l’impatto delpandemia.

Uno studio pubblicato dall’International Food Policy L’istituto di ricerca (Ifpri) nel febbraio 2021 conclude che a livello globale non c’era carenza di cibo e che il sistema alimentare globale poteva essere in grado di assorbire gli shock causati dalla pandemia, in parte dovuti ai flussi commerciali globali. Perché quindi la fame aumenta? Nella sua definizione di sicurezza alimentare sostenibile, la Fao distingue tra “disponibilità” e “accesso”. Il cibo era generalmente disponibile durante la pandemia ma era l’accesso ad essere limitato, soprattutto per la popolazione delle aree urbane più povere e per coloro che vivono nelle zone rurali. Questa mancanza di accesso è dovuta alle conseguenze del pandemia, ovvero alle restrizioni alla circolazione (conseguenza di misure di blocco), alla perdita del lavoro nell’informale e nei settori formali che portano a una contrazione di reddito e in generale alla crisi economica.

Di Alice Pistolesi da Atlanteguerre.it

Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare”.
2 aprile 2021
Rete Italiana Pace e Disarmo
Fonte: Azione Nonviolenta

Nell’uovo di Pasqua del governo Draghi spese militari e armamenti
Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che la Rete Italiana Pace e Disarmo stigmatizza e rigetta.

Ad aprire a questa possibilità è stato il Parlamento, a quanto risulta dalle Relazioni definite e votate in questi giorni dalle Commissioni competenti. Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”.

Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Viene inoltre ipotizzata la realizzazione di cosiddetti “distretti militari intelligenti” per attrarre interessi e investimenti.

Diversamente dalle bozze implementate dal precedente Governo, in cui l’ambito militare veniva coinvolto nel PNRR solo per aspetti secondari come l’efficienza energetica degli immobili della Difesa e il rafforzamento della sanità militare, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrebbe quindi destinare all’acquisizione di nuove armi. i fondi europei per la rinascita dell’Italia dopo la pandemia. Un comparto che, è bene ricordarlo, già riceverà almeno il 18% (quasi 27 miliardi di euro) dei Fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034.

Le indicazioni inviate al Governo derivano da dibattiti nelle Commissioni Difesa della Camera e del Senato che hanno approvato all’unanimità i pareri consultivi relativi. Ciò evidenzia un sostegno trasversale all’ipotesi di destinare i fondi del PNRR anche al rafforzamento dello strumento militare. Addirittura alla Camera i Commissari hanno concentrato il loro dibattito sulla “opportunità” di accrescere ulteriormente i fondi a favore della spesa militare fornita dal Piano. Da notare come il rappresentante del Governo abbia sottolineato come i pareri votati “corrispondano alla visione organica del PNRR” dello stesso esecutivo Draghi, che dunque ritiene che la ripresa del nostro Paese realizzare anche favorendo la corsa agli armamenti.

Anche se green le bombe sono sempre strumenti di morte, non portano sviluppo, non producono utili, non garantiscono futuro. La Rete italiana Pace e disarmo denuncia la manovra dell’industria bellica per mettere le mani sui una parte dei fondi europei destinati alla Next Generation.
Inascoltate le associazioni pacifiste, spazio solo ai produttori di armi.

Nel corso della discussione di queste settimane sono stati auditi rappresentanti dell’industria militare (AIAD, Anpam, Leonardo spa) mentre non sono state prese in considerazione le “12 Proposte di pace e disarmo per il PNRR” elaborate dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e inviate a tutte le Commissioni competenti. Per tale motivo chiediamo ora al Governo che le proposte della società civile fondate sulla costruzione della convivenza e della difesa civile nonviolenta (con un impegno esteso alla difesa dell’occupazione in un’economia disarmata e sostenibile) siano ascoltate, valutate e rese parte integrante del nuovo PNRR che l’esecutivo dovrà elaborare, spostando dunque i fondi dalla difesa militare.

La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico.

Occorre quindi una nuova politica estera italiana ed europea che abbia come obiettivo la costruzione di una comunità globale con un futuro condiviso, riprendendo il progetto delle Nazioni Unite volto “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e di collaborazione tra i popoli come elemento dominante delle relazioni internazionali.

La nonviolenza politica è lo strumento e il fine che bisogna assumere. Per questo è prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace: il Piano deve essere l’occasione per investire fondi in processi di sviluppo civile e non sulle armi. “Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”: così è scritto nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La Rete Italiana Pace e Disarmo vuole davvero che Il mondo di domani, per garantire un futuro alle nuove generazioni, sia basato su uno sviluppo civile e non militare.

Il Mahatma Gandhi indicava l’unica strada possibile “o l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Non possiamo tollerare che nemmeno un euro dei fondi destinati al futuro ecologico venga invece impiegato per mettere una maschera verde al volto di morte delle fabbriche d’armi. L’umanità ha bisogno di pace e di un futuro amico.

Haiti è in mano a un governo autoritario e alle bande criminali
Mediapart, Francia – 21 dicembre 2020

Finalmente gli Stati Uniti, principale attore politico ad Haiti, si sono decisi ad agire. Dal 2016, nonostante il tracollo del paese, Washington aveva sempre sostenuto il presidente Jovenel Moïse e il suo clan. Ma il 10 dicembre il dipartimento del tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
La decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.
Le sanzioni riguardano uno dei peggiori massacri nella storia recente di Haiti, avvenuto il 13 novembre 2018 a La Saline, una baraccopoli della capitale Port-au-Prince. Quel giorno 71 persone sono state uccise a colpi di machete, ascia o arma da fuoco. Undici donne hanno subìto uno stupro collettivo, mentre decine di persone sono state ferite. Alcuni corpi sono stati gettati in una discarica, mentre gli altri sono stati bruciati o smembrati. Quattrocento case sono state distrutte.
La popolazione di La Saline era stata molto attiva nelle manifestazioni di protesta e il regime aveva deciso di punirla. Il dipartimento del tesoro ha confermato i risultati delle inchieste condotte dall’Ufficio per i diritti umani della missione delle Nazioni Unite e dalle associazioni haitiane per la difesa dei diritti umani.
Dichiarazione esplicita
Nel suo rapporto, il dipartimento del tesoro spiega che “l’architetto” della carneficina è il “rappresentante dipartimentale del presidente Jovenel Moïse”, un certo Joseph Pierre Richard Duplan. La pianificazione e l’organizzazione del massacro sono state fatte dal direttore generale del ministero degli interni e degli enti locali, Fednel Monchéry. Gli omicidi sono stati compiuti con l’aiuto di bande armate da Jimmy Cherizier, un ex funzionario della polizia nazionale e oggi potente capo banda di Port-au-Prince. Duplan e Monchéry hanno fornito armi da fuoco, veicoli e uniformi della polizia ai componenti delle bande.
Successivamente Cherizier ha organizzato altri omicidi in vari quartieri di Port-au-Prince, guadagnandosi il soprannome di “comandante barbecue”. Oggi è alla guida di G9, un’alleanza tre le nove bande principali della città. A novembre del 2020, in soli quattro giorni, Cherizier si è reso responsabile di una serie di omicidi e incendi in un altro quartiere popolare, Bel Air.
“La violenza e la criminalità delle bande armate ad Haiti sono rafforzate da un sistema giudiziario che non persegue i responsabili degli attacchi contro i civili”, si legge nel rapporto del dipartimento del tesoro. Nonostante le pressioni della comunità internazionale e delle ong haitiane, l’inchiesta sul massacro della Saline non ha mai prodotto risultati.
Washington, che finora era rimasta in silenzio, lo ha dichiarato esplicitamente: “Con il sostegno di alcuni politici haitiani, le bande criminali reprimono la dissidenza politica nei quartieri di Port-au-Prince più attivi nelle manifestazioni antigovernative. La bande ricevono soldi, protezione politica e armi da fuoco in abbondanza, tanto da essere meglio equipaggiate della polizia”.
L’industria del rapimento
Tutto questo a Port-au-Prince è noto da almeno due anni. Da tempo lo scrittore Lyonel Trouillot parla di una “macoutizzazione” del potere, riferendosi ai Tonton-macoutes, la milizia paramilitare che terrorizzava gli haitiani durante il regime della famiglia Duvalier.
L’annuncio delle sanzioni statunitensi è arrivato il 10 dicembre, in occasione della giornata internazionale dei diritti umani, che ad Haiti è molto sentita. A Port-au-Prince tutte le associazioni locali hanno collaborato per organizzare una marcia per la vita. Due giorni prima, la tradizionale processione religiosa dell’Immacolata concezione aveva coinvolto migliaia di persone e si era trasformata in una protesta contro l’insicurezza, i rapimenti e la paura.
Ad Haiti c’è una nuova industria, quella del rapimento. Le persone vengono prelevate dalle bande che poi chiedono un riscatto o semplicemente le violentano o le uccidono. All’inizio di dicembre due ragazzi sono stati sequestrati nel centro di Léogâne, a ovest della capitale. I rapitori, che hanno chiesto un riscatto di un milione di dollari, indossavano le uniformi della polizia ed erano armati. Le due vittime non hanno un lavoro e vengono da famiglie povere.
Il 1 novembre il paese è stato scosso dall’omicidio di una studente di 22 anni, Évelyne Sincère. Era stata rapita il 29 ottobre. Il suo corpo è stato ritrovato sopra un cumulo di rifiuti. Mentre la famiglia cercava di trovare i soldi per il riscatto, i rapitori hanno ucciso la ragazza.
Il presidente Jovenel Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia
Il 6 dicembre è toccato al direttore d’orchestra Dickens Princivil e a un’altra ragazza, Magdala Louis. I due sono stati rapiti da una decina di uomini armati. Dopo una finta esecuzione, sono stati liberati.
Il “G9, la più importante organizzazione criminale attiva ad Haiti dopo il 1986, è nato su iniziativa dell’amministrazione. Il G9 sfila nelle strade, rapisce, uccide, saccheggia, stupra, minaccia gli oppositori del governo e si prepara a seminare il caos alle prossime elezioni per favorire il Partito haitiano Tèt Kale (Phtk), a cui appartiene Moïse”, scrive Widlore Mérancourt sul sito indipendente Ayibo Post.
Il 10 dicembre, lo stesso giorno della marcia per la vita e dell’annuncio delle sanzioni da parte di Washington, decine di persone, tra cui diversi ministri e funzionari, si sono ritrovate davanti alla chiesa del Cristo re per i funerali dell’avvocato Gérard Gourgue, che nel 1978, ai tempi di Duvalier, fondò la Lega haitiana per i diritti umani.
L’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Max Leroy Mésidor, ha approfittato della cerimonia per rivolgersi al governo: “La vita sociale è avvelenata dai rapimenti, dal banditismo e dal terrore. Il fondatore della Lega haitiana per i diritti umani si sarebbe unito ai vescovi cattolici per dire ‘no’ al caos, alla violenza, all’insicurezza, alla miseria. Ne abbiamo abbastanza”. Da mesi la chiesa si propone come mediatore tra il potere e i partiti dell’opposizione.
La volontà di Washington
Tra le voci che si sono fatte sentire c’è anche quella di Marie Suzy Legros, la presidente dell’ordine degli avvocati di Port-au-Prince. Il suo predecessore, Monferrier Dorval, aveva criticato Moïse denunciando che Haiti non è “né governata né amministrata”. Dorval è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 28 agosto, ma finora le indagini non hanno portato nessun risultato.
Davanti ai ministri, Marie Suzy Legros ha denunciato “la preparazione di leggi tiranniche e liberticide” e il progetto di una nuova costituzione, “un crimine di alto tradimento, un grave attentato all’ordine democratico, un’usurpazione illegittima del potere”. In questo caos generalizzato, alimentato dal governo, Moïse è ora nelle condizioni di governare da solo.
Dal gennaio del 2020 non esiste più un parlamento e le elezioni non vengono più organizzate. Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia personale. Sempre per decreto, ha istituito un’agenzia nazionale d’intelligence che ha le caratteristiche di un servizio segreto presidenziale.
Moïse ha nominato un consiglio elettorale incaricandolo di occuparsi delle prossime elezioni, e ha annunciato una nuova costituzione che sarà scritta da una comitato di cui ha personalmente scelto i componenti. E all’inizio di settembre ha imbavagliato la corte dei conti, obbligandola a emettere i propri giudizi (che saranno esclusivamente consultivi) entro cinque giorni.
Sono proprio le inchieste della corte dei conti ad aver svelato l’enorme scandalo finanziario del Petrocaribe (un’alleanza petrolifera tra alcuni paesi dei Caraibi e il Venezuela), che ha permesso ad alcuni leader politici di mettere le mani su quattro miliardi di dollari. Due anni fa la vicenda aveva provocato le prime manifestazioni contro la corruzione.
Tutto lascia pensare che il governo di Moïse si stia trasformando in un “regime dittatoriale”, come accusano gli oppositori. Forse le sanzioni statunitensi sono il primo segnale del fatto che Washington e il presidente eletto Joe Biden vogliono fermare la deriva autoritaria di un regime disprezzato da tutto il paese.
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La situazione politica è sempre più instabile e quella economica sempre più precaria.
Ecco cosa ci raccontano i nostri referenti da Haiti nelle lettere che la Rete riceve:

… la vita è diventata molto cara, l’inflazione è molto elevata arrivando al 34% la scorsa estate, in particolare con l’aumento spropositato del dollaro rispetto alla moneta locale (1 dollaro = 125 gourde) che ha causato un aumento esorbitante di tutti i prezzi sul mercato. Per risolvere il problema della svalutazione, il governo e la banca centrale hanno deciso di iniettare nell’economia haitiana 50 milioni di dollari, provocando sul mercato dei cambi una caduta vertiginosa del dollaro in rapporto alla gourde. Questa misura non ha migliorato la situazione di miseria in cui vive la popolazione: il prezzo del dollaro è sceso agli attuali 75 gourde per 1 dollaro ma i prezzi sul mercato restano invariati; se quando il prezzo del dollaro aumenta, automaticamente i prezzi dei prodotti aumentano, quando il prezzo del dollaro scende, ci doveva essere lo stesso fenomeno di diminuzione del prezzo dei prodotti sul mercato, ma i venditori dicono sempre che loro devono finire di vendere le merci stoccate prima di diminuire i prezzi, cosa che non si verifica mai.
E dunque questa iniezione di dollari, invece di portare un miglioramento della situazione di miseria dei cittadini, si rivela invece dannosa, mentre è vantaggiosa per i più ricchi; purtroppo ci sono sempre i grandi commercianti, gli influenti intoccabili del mondo degli affari che creano sempre la speculazione approfittando di acquistare e confiscare il dollaro per creare scarsità e aspettare il momento ideale dell’ascesa per beneficiarne nel cambio. Questa situazione rende ancora i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.
Molti haitiani, che vivono grazie alle rimesse dei loro parenti negli Stati Uniti hanno bisogno di molti più dollari per cambiarli in gourde per poter rispondere alle loro necessità, così il loro potere d’acquisto diminuisce.
Lo stesso vale per noi della FDDPA, infatti i nostri pagamenti aumentano, perché abbiamo bisogno di molti più dollari per dare i salari mensili per le nostre scuole. L’essenziale ora è sapere come far fronte a questa situazione, se persisterà per questo nuovo anno scolastico iniziato a settembre. Come faremo ad affrontare questa dinamica? Siamo costretti a diminuire o fermare altre attività (le borse di studio, la banca sementi. etc.) per poter assicurare i salari annuali degli insegnanti, che sono il nostro obbligo primario. Abbiamo riflettuto con i comitati dei due dipartimenti (Fondol e Dofiné) sui diversi aspetti della situazione finanziaria di Haiti, in particolare riguardo all’aumento del dollaro, e restiamo ancora ad osservare la situazione, perché l’instabilità politica e le varie misure antisociali del governo non ci fanno comprendere se il nostro paese conoscerà un miglioramento in un futuro vicino: le varie iniziative prese dalla FDDPA per arrivare alla sua autosufficienza non riescono ancora a dare i risultati attesi, a causa della situazione economica precaria di Haiti, della vulnerabilità dei contadini che sono i principali beneficiari, e del costo della vita che non cessa di aumentare di giorno in giorno sul mercato haitiano. In effetti il programma della nostra banca sementi, che rappresenta da qualche anno la principale fonte di finanziamento che dà ai contadini la possibilità di mettere a terra le loro sementi, attualmente fa fatica a raggiungere l’obiettivo di restituire il prestito in natura. Ma noi restiamo ancora ottimisti e cerchiamo sempre il modo più efficace e adatto nell’uso del programma.
La situazione politica di Haiti si complica sempre più, man mano che la data della fine del mandato di Jovenel Moise si avvicina. Secondo la costituzione il suo mandato deve terminare il 7 febbraio 2021, ma verosimilmente egli si aggrapperà al potere, infatti dice che è nel 2022 che il suo mandato avrà fine. E’ questo lo scenario che si delinea con probabili forti turbolenze politiche per l’inizio di febbraio.
Il governo sta prendendo molte misure antipopolari, in particolare creando diversi gruppi armati, stabilendo un clima di terrore, creando una situazione senza precedenti di insicurezza generalizzata nel paese con la connivenza di diversi capi banda e della comunità internazionale che ha formato una coalizione denominata “Core group” guidata da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Spagna, l’OSA (Organizzazione Stati Americani), ONU e Brasile. Tutto ciò avviene cercando di impedire al popolo di manifestare, di esprimere il suo “non poterne più” e di difendere i suoi diritti.
Finalmente gli Stati Uniti si sono decisi ad agire: il 10 dicembre 2020 il dipartimento del tesoro ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
È una decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.

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