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Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare”.
2 aprile 2021
Rete Italiana Pace e Disarmo
Fonte: Azione Nonviolenta

Nell’uovo di Pasqua del governo Draghi spese militari e armamenti
Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che la Rete Italiana Pace e Disarmo stigmatizza e rigetta.

Ad aprire a questa possibilità è stato il Parlamento, a quanto risulta dalle Relazioni definite e votate in questi giorni dalle Commissioni competenti. Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”.

Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Viene inoltre ipotizzata la realizzazione di cosiddetti “distretti militari intelligenti” per attrarre interessi e investimenti.

Diversamente dalle bozze implementate dal precedente Governo, in cui l’ambito militare veniva coinvolto nel PNRR solo per aspetti secondari come l’efficienza energetica degli immobili della Difesa e il rafforzamento della sanità militare, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrebbe quindi destinare all’acquisizione di nuove armi. i fondi europei per la rinascita dell’Italia dopo la pandemia. Un comparto che, è bene ricordarlo, già riceverà almeno il 18% (quasi 27 miliardi di euro) dei Fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034.

Le indicazioni inviate al Governo derivano da dibattiti nelle Commissioni Difesa della Camera e del Senato che hanno approvato all’unanimità i pareri consultivi relativi. Ciò evidenzia un sostegno trasversale all’ipotesi di destinare i fondi del PNRR anche al rafforzamento dello strumento militare. Addirittura alla Camera i Commissari hanno concentrato il loro dibattito sulla “opportunità” di accrescere ulteriormente i fondi a favore della spesa militare fornita dal Piano. Da notare come il rappresentante del Governo abbia sottolineato come i pareri votati “corrispondano alla visione organica del PNRR” dello stesso esecutivo Draghi, che dunque ritiene che la ripresa del nostro Paese realizzare anche favorendo la corsa agli armamenti.

Anche se green le bombe sono sempre strumenti di morte, non portano sviluppo, non producono utili, non garantiscono futuro. La Rete italiana Pace e disarmo denuncia la manovra dell’industria bellica per mettere le mani sui una parte dei fondi europei destinati alla Next Generation.
Inascoltate le associazioni pacifiste, spazio solo ai produttori di armi.

Nel corso della discussione di queste settimane sono stati auditi rappresentanti dell’industria militare (AIAD, Anpam, Leonardo spa) mentre non sono state prese in considerazione le “12 Proposte di pace e disarmo per il PNRR” elaborate dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e inviate a tutte le Commissioni competenti. Per tale motivo chiediamo ora al Governo che le proposte della società civile fondate sulla costruzione della convivenza e della difesa civile nonviolenta (con un impegno esteso alla difesa dell’occupazione in un’economia disarmata e sostenibile) siano ascoltate, valutate e rese parte integrante del nuovo PNRR che l’esecutivo dovrà elaborare, spostando dunque i fondi dalla difesa militare.

La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico.

Occorre quindi una nuova politica estera italiana ed europea che abbia come obiettivo la costruzione di una comunità globale con un futuro condiviso, riprendendo il progetto delle Nazioni Unite volto “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e di collaborazione tra i popoli come elemento dominante delle relazioni internazionali.

La nonviolenza politica è lo strumento e il fine che bisogna assumere. Per questo è prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace: il Piano deve essere l’occasione per investire fondi in processi di sviluppo civile e non sulle armi. “Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”: così è scritto nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La Rete Italiana Pace e Disarmo vuole davvero che Il mondo di domani, per garantire un futuro alle nuove generazioni, sia basato su uno sviluppo civile e non militare.

Il Mahatma Gandhi indicava l’unica strada possibile “o l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Non possiamo tollerare che nemmeno un euro dei fondi destinati al futuro ecologico venga invece impiegato per mettere una maschera verde al volto di morte delle fabbriche d’armi. L’umanità ha bisogno di pace e di un futuro amico.

Haiti è in mano a un governo autoritario e alle bande criminali
Mediapart, Francia – 21 dicembre 2020

Finalmente gli Stati Uniti, principale attore politico ad Haiti, si sono decisi ad agire. Dal 2016, nonostante il tracollo del paese, Washington aveva sempre sostenuto il presidente Jovenel Moïse e il suo clan. Ma il 10 dicembre il dipartimento del tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
La decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.
Le sanzioni riguardano uno dei peggiori massacri nella storia recente di Haiti, avvenuto il 13 novembre 2018 a La Saline, una baraccopoli della capitale Port-au-Prince. Quel giorno 71 persone sono state uccise a colpi di machete, ascia o arma da fuoco. Undici donne hanno subìto uno stupro collettivo, mentre decine di persone sono state ferite. Alcuni corpi sono stati gettati in una discarica, mentre gli altri sono stati bruciati o smembrati. Quattrocento case sono state distrutte.
La popolazione di La Saline era stata molto attiva nelle manifestazioni di protesta e il regime aveva deciso di punirla. Il dipartimento del tesoro ha confermato i risultati delle inchieste condotte dall’Ufficio per i diritti umani della missione delle Nazioni Unite e dalle associazioni haitiane per la difesa dei diritti umani.
Dichiarazione esplicita
Nel suo rapporto, il dipartimento del tesoro spiega che “l’architetto” della carneficina è il “rappresentante dipartimentale del presidente Jovenel Moïse”, un certo Joseph Pierre Richard Duplan. La pianificazione e l’organizzazione del massacro sono state fatte dal direttore generale del ministero degli interni e degli enti locali, Fednel Monchéry. Gli omicidi sono stati compiuti con l’aiuto di bande armate da Jimmy Cherizier, un ex funzionario della polizia nazionale e oggi potente capo banda di Port-au-Prince. Duplan e Monchéry hanno fornito armi da fuoco, veicoli e uniformi della polizia ai componenti delle bande.
Successivamente Cherizier ha organizzato altri omicidi in vari quartieri di Port-au-Prince, guadagnandosi il soprannome di “comandante barbecue”. Oggi è alla guida di G9, un’alleanza tre le nove bande principali della città. A novembre del 2020, in soli quattro giorni, Cherizier si è reso responsabile di una serie di omicidi e incendi in un altro quartiere popolare, Bel Air.
“La violenza e la criminalità delle bande armate ad Haiti sono rafforzate da un sistema giudiziario che non persegue i responsabili degli attacchi contro i civili”, si legge nel rapporto del dipartimento del tesoro. Nonostante le pressioni della comunità internazionale e delle ong haitiane, l’inchiesta sul massacro della Saline non ha mai prodotto risultati.
Washington, che finora era rimasta in silenzio, lo ha dichiarato esplicitamente: “Con il sostegno di alcuni politici haitiani, le bande criminali reprimono la dissidenza politica nei quartieri di Port-au-Prince più attivi nelle manifestazioni antigovernative. La bande ricevono soldi, protezione politica e armi da fuoco in abbondanza, tanto da essere meglio equipaggiate della polizia”.
L’industria del rapimento
Tutto questo a Port-au-Prince è noto da almeno due anni. Da tempo lo scrittore Lyonel Trouillot parla di una “macoutizzazione” del potere, riferendosi ai Tonton-macoutes, la milizia paramilitare che terrorizzava gli haitiani durante il regime della famiglia Duvalier.
L’annuncio delle sanzioni statunitensi è arrivato il 10 dicembre, in occasione della giornata internazionale dei diritti umani, che ad Haiti è molto sentita. A Port-au-Prince tutte le associazioni locali hanno collaborato per organizzare una marcia per la vita. Due giorni prima, la tradizionale processione religiosa dell’Immacolata concezione aveva coinvolto migliaia di persone e si era trasformata in una protesta contro l’insicurezza, i rapimenti e la paura.
Ad Haiti c’è una nuova industria, quella del rapimento. Le persone vengono prelevate dalle bande che poi chiedono un riscatto o semplicemente le violentano o le uccidono. All’inizio di dicembre due ragazzi sono stati sequestrati nel centro di Léogâne, a ovest della capitale. I rapitori, che hanno chiesto un riscatto di un milione di dollari, indossavano le uniformi della polizia ed erano armati. Le due vittime non hanno un lavoro e vengono da famiglie povere.
Il 1 novembre il paese è stato scosso dall’omicidio di una studente di 22 anni, Évelyne Sincère. Era stata rapita il 29 ottobre. Il suo corpo è stato ritrovato sopra un cumulo di rifiuti. Mentre la famiglia cercava di trovare i soldi per il riscatto, i rapitori hanno ucciso la ragazza.
Il presidente Jovenel Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia
Il 6 dicembre è toccato al direttore d’orchestra Dickens Princivil e a un’altra ragazza, Magdala Louis. I due sono stati rapiti da una decina di uomini armati. Dopo una finta esecuzione, sono stati liberati.
Il “G9, la più importante organizzazione criminale attiva ad Haiti dopo il 1986, è nato su iniziativa dell’amministrazione. Il G9 sfila nelle strade, rapisce, uccide, saccheggia, stupra, minaccia gli oppositori del governo e si prepara a seminare il caos alle prossime elezioni per favorire il Partito haitiano Tèt Kale (Phtk), a cui appartiene Moïse”, scrive Widlore Mérancourt sul sito indipendente Ayibo Post.
Il 10 dicembre, lo stesso giorno della marcia per la vita e dell’annuncio delle sanzioni da parte di Washington, decine di persone, tra cui diversi ministri e funzionari, si sono ritrovate davanti alla chiesa del Cristo re per i funerali dell’avvocato Gérard Gourgue, che nel 1978, ai tempi di Duvalier, fondò la Lega haitiana per i diritti umani.
L’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Max Leroy Mésidor, ha approfittato della cerimonia per rivolgersi al governo: “La vita sociale è avvelenata dai rapimenti, dal banditismo e dal terrore. Il fondatore della Lega haitiana per i diritti umani si sarebbe unito ai vescovi cattolici per dire ‘no’ al caos, alla violenza, all’insicurezza, alla miseria. Ne abbiamo abbastanza”. Da mesi la chiesa si propone come mediatore tra il potere e i partiti dell’opposizione.
La volontà di Washington
Tra le voci che si sono fatte sentire c’è anche quella di Marie Suzy Legros, la presidente dell’ordine degli avvocati di Port-au-Prince. Il suo predecessore, Monferrier Dorval, aveva criticato Moïse denunciando che Haiti non è “né governata né amministrata”. Dorval è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 28 agosto, ma finora le indagini non hanno portato nessun risultato.
Davanti ai ministri, Marie Suzy Legros ha denunciato “la preparazione di leggi tiranniche e liberticide” e il progetto di una nuova costituzione, “un crimine di alto tradimento, un grave attentato all’ordine democratico, un’usurpazione illegittima del potere”. In questo caos generalizzato, alimentato dal governo, Moïse è ora nelle condizioni di governare da solo.
Dal gennaio del 2020 non esiste più un parlamento e le elezioni non vengono più organizzate. Moïse governa per decreto e ha creato un esercito di mercenari simile a una milizia personale. Sempre per decreto, ha istituito un’agenzia nazionale d’intelligence che ha le caratteristiche di un servizio segreto presidenziale.
Moïse ha nominato un consiglio elettorale incaricandolo di occuparsi delle prossime elezioni, e ha annunciato una nuova costituzione che sarà scritta da una comitato di cui ha personalmente scelto i componenti. E all’inizio di settembre ha imbavagliato la corte dei conti, obbligandola a emettere i propri giudizi (che saranno esclusivamente consultivi) entro cinque giorni.
Sono proprio le inchieste della corte dei conti ad aver svelato l’enorme scandalo finanziario del Petrocaribe (un’alleanza petrolifera tra alcuni paesi dei Caraibi e il Venezuela), che ha permesso ad alcuni leader politici di mettere le mani su quattro miliardi di dollari. Due anni fa la vicenda aveva provocato le prime manifestazioni contro la corruzione.
Tutto lascia pensare che il governo di Moïse si stia trasformando in un “regime dittatoriale”, come accusano gli oppositori. Forse le sanzioni statunitensi sono il primo segnale del fatto che Washington e il presidente eletto Joe Biden vogliono fermare la deriva autoritaria di un regime disprezzato da tutto il paese.
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La situazione politica è sempre più instabile e quella economica sempre più precaria.
Ecco cosa ci raccontano i nostri referenti da Haiti nelle lettere che la Rete riceve:

… la vita è diventata molto cara, l’inflazione è molto elevata arrivando al 34% la scorsa estate, in particolare con l’aumento spropositato del dollaro rispetto alla moneta locale (1 dollaro = 125 gourde) che ha causato un aumento esorbitante di tutti i prezzi sul mercato. Per risolvere il problema della svalutazione, il governo e la banca centrale hanno deciso di iniettare nell’economia haitiana 50 milioni di dollari, provocando sul mercato dei cambi una caduta vertiginosa del dollaro in rapporto alla gourde. Questa misura non ha migliorato la situazione di miseria in cui vive la popolazione: il prezzo del dollaro è sceso agli attuali 75 gourde per 1 dollaro ma i prezzi sul mercato restano invariati; se quando il prezzo del dollaro aumenta, automaticamente i prezzi dei prodotti aumentano, quando il prezzo del dollaro scende, ci doveva essere lo stesso fenomeno di diminuzione del prezzo dei prodotti sul mercato, ma i venditori dicono sempre che loro devono finire di vendere le merci stoccate prima di diminuire i prezzi, cosa che non si verifica mai.
E dunque questa iniezione di dollari, invece di portare un miglioramento della situazione di miseria dei cittadini, si rivela invece dannosa, mentre è vantaggiosa per i più ricchi; purtroppo ci sono sempre i grandi commercianti, gli influenti intoccabili del mondo degli affari che creano sempre la speculazione approfittando di acquistare e confiscare il dollaro per creare scarsità e aspettare il momento ideale dell’ascesa per beneficiarne nel cambio. Questa situazione rende ancora i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.
Molti haitiani, che vivono grazie alle rimesse dei loro parenti negli Stati Uniti hanno bisogno di molti più dollari per cambiarli in gourde per poter rispondere alle loro necessità, così il loro potere d’acquisto diminuisce.
Lo stesso vale per noi della FDDPA, infatti i nostri pagamenti aumentano, perché abbiamo bisogno di molti più dollari per dare i salari mensili per le nostre scuole. L’essenziale ora è sapere come far fronte a questa situazione, se persisterà per questo nuovo anno scolastico iniziato a settembre. Come faremo ad affrontare questa dinamica? Siamo costretti a diminuire o fermare altre attività (le borse di studio, la banca sementi. etc.) per poter assicurare i salari annuali degli insegnanti, che sono il nostro obbligo primario. Abbiamo riflettuto con i comitati dei due dipartimenti (Fondol e Dofiné) sui diversi aspetti della situazione finanziaria di Haiti, in particolare riguardo all’aumento del dollaro, e restiamo ancora ad osservare la situazione, perché l’instabilità politica e le varie misure antisociali del governo non ci fanno comprendere se il nostro paese conoscerà un miglioramento in un futuro vicino: le varie iniziative prese dalla FDDPA per arrivare alla sua autosufficienza non riescono ancora a dare i risultati attesi, a causa della situazione economica precaria di Haiti, della vulnerabilità dei contadini che sono i principali beneficiari, e del costo della vita che non cessa di aumentare di giorno in giorno sul mercato haitiano. In effetti il programma della nostra banca sementi, che rappresenta da qualche anno la principale fonte di finanziamento che dà ai contadini la possibilità di mettere a terra le loro sementi, attualmente fa fatica a raggiungere l’obiettivo di restituire il prestito in natura. Ma noi restiamo ancora ottimisti e cerchiamo sempre il modo più efficace e adatto nell’uso del programma.
La situazione politica di Haiti si complica sempre più, man mano che la data della fine del mandato di Jovenel Moise si avvicina. Secondo la costituzione il suo mandato deve terminare il 7 febbraio 2021, ma verosimilmente egli si aggrapperà al potere, infatti dice che è nel 2022 che il suo mandato avrà fine. E’ questo lo scenario che si delinea con probabili forti turbolenze politiche per l’inizio di febbraio.
Il governo sta prendendo molte misure antipopolari, in particolare creando diversi gruppi armati, stabilendo un clima di terrore, creando una situazione senza precedenti di insicurezza generalizzata nel paese con la connivenza di diversi capi banda e della comunità internazionale che ha formato una coalizione denominata “Core group” guidata da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Spagna, l’OSA (Organizzazione Stati Americani), ONU e Brasile. Tutto ciò avviene cercando di impedire al popolo di manifestare, di esprimere il suo “non poterne più” e di difendere i suoi diritti.
Finalmente gli Stati Uniti si sono decisi ad agire: il 10 dicembre 2020 il dipartimento del tesoro ha annunciato che imporrà una serie di sanzioni contro tre persone chiave del governo, due funzionari e il capo di una banda. I loro beni negli Stati Uniti saranno congelati e non potranno avere il visto.
È una decisione colpisce al cuore la presidenza di Moïse, ormai diventata un’alleanza tra un potere autoritario e le bande criminali, con lo scopo di terrorizzare la popolazione e reprimere le mobilitazioni sociali che negli ultimi due anni non si sono mai fermate.

Il suo motto è to turn dissatisfaction into action, ovvero trasformare l’insoddisfazione in azione. È Yvonne Aki-Sawyerr, sindaca della città capitale della Sierra Leone, Freetown, che la BBC ha inserito nella lista delle 100 donne più influenti nel 2020 con la motivazione che è riuscita ad ispirare i cittadini a aderire alla sua campagna #FreetownTheTreeTown, con l’obiettivo di piantare un milione di alberi in due anni. La campagna è stata lanciata a gennaio 2020 senza risorse ma già ad ottobre più di 450.000 semi erano già stanti piantati. Gli alberi sono un elemento importantissimo per affrontare le sfide delle inondazioni, dell’erosione del suolo e della scarsità idrica”.

La sindaca, eletta nel 2018, racconta di come il suo impegno sia stato stimolato dal senso di frustrazione nel vedere in tv – lei all’epoca lavorava a Londra – le immagini della guerra in Sierra Leone. (Il discorso è disponibile nella Ted-Conference qui). Erano gli anni Novanta e il conflitto, terminato nel 2002, durò undici anni: una guerra civile scatenata per il controllo delle ricche miniere di diamanti del paese, che vide contrapposti i ribelli del RUF (Fronte Rivoluzionario Unito)sostenuti dalle forze liberiane, e le forze governative. La guerra civile della Sierra Leone è ricordata per i “Blood diamonds”, i “diamanti insanguinati” che, estratti in zona di guerra da minatori schiavi e bambini, erano venduti clandestinamente per acquistare armi e finanziare l’insurrezione. Una questione purtroppo ancora di attualità in molti paesi.  Il conflitto è ricordato anche per le atrocità e le torture commesse contro la popolazione civile, tanto che l’ONU decise di istituire un Tribunale speciale per la Sierra Leone, un ente di giustizia penale internazionale per giudicare i colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante il conflitto. Le udienze hanno dimostrato come “Nel tentativo di occupare la capitale Freetown, il RUF ha inferto infinite atrocità alla popolazione civile, commettendo violenze sessuali di massa, sequestri di donnearruolamento di bambini nei gruppi combattenti, sommarie esecuzioni di innocenti, mutilazioni di persone inermi – accompagnate dalla macabra formula “manica lunga”“manica corta”, utilizzata dai guerriglieri per scegliere a che altezza amputare le braccia delle persone catturate. Tra i condannati anche Charles Taylor, l’allora presidente della Liberia, responsabile di aver supportato il RUF per l’occupazione di Freetown fornendo armi in cambio di diamanti, pur essendo consapevole delle atrocità commesse.

A fronte di tutto questo, Yvonne decide di fare qualcosa per il suo paese, per la sua città. Fondò l’organizzazione Sierra Leone World Trust, impegnata nel sostegno ai bambini sfollati dal conflitto, nell’istruzione, nell’assistenza alle madri, nel microcredito, nella formazione professionale. Nel 2004 fondò un centro di formazione in agricoltura per ex bambini-soldato. Durante l’epidemia debola, dal 2014 al 2016, Yvonne Aki-Sawyerr da esperta contabile e di finanza lasciò in Inghilterra il marito e i due figli, salì a bordo di un aereo quasi vuoto – i collegamenti aerei con la Sierra Leone erano stati interrotti a causa di ebola – e raggiunse Freetown. Forte dell’esperienza nella gestione di crisi e nella pianificazione, elaborò il Western area surge plan (consultabile sul sito dell’OMS) che ebbe come elemento centrale la sensibilizzazione delle comunità attraverso il contatto diretto per gestire l’emergenza e fermare la diffusione della malattia letale«Dovevamo parlare con le persone, non alle persone. Dovevamo lavorare con i leader della comunità per essere credibili, dovevamo parlare sotto un albero di mango, in riunione, non attraverso degli altoparlanti». Spiega Aki-Sawyerr. Poche settimane dopo, il National ebola response center la nominò direttrice della pianificazione, mandandola in missione in tutto il paese. «È stata l’esperienza più dura di tutta la mia vita, ma anche la più gratificante», racconta. Oltre alla medaglia d’oro conferita dalla Presidenza per il suo impegno nel combattere ebola, nel gennaio 2016 Aki-Sawyerr è stata nominata Ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico dalla Regina Elisabetta II.

Yvonne Aki-Sawyerr arriva in una città martoriata, con una popolazione raddoppiata in soli vent’anni, che conta oggi 1,2 milioni di abitanti. La rapida urbanizzazione è avvenuta senza una pianificazione delle infrastrutture, delle case, dei servizi di base come istruzione sanità e igiene.

La città è sporca e la popolazione è colpita da tifo, dissenteria, malaria. Nel 2017, come ricorda la sindaca, solo il 6 per cento dei rifiuti liquidi e il 21 per cento dei rifiuti solidi era raccolto, il resto stava lì nei campi vicino alle case, nei fiumi, nel mare.

Yvonne Aki-Sawyerr è stata eletta alle elezioni municipali di marzo 2018. Pochi mesi dopo è partito il piano triennale Transform Freetown, che si fissa 19 obiettivi concreti in 11 aree, con particolare enfasi alla lotta al degrado ambientale, all’inclusione degli emarginati e allo sviluppo di un’economia sostenibile. Nei giorni scorsi è ad esempio stata avviata la Blue Peace Initiative, focalizzata sull’accesso all’acqua, l’igiene e i servizi idrici della capitale, con la collaborazione dell’ONU e della Cooperazione svizzera. Ma sulla strada della trasformazione è sorto un nuovo ostacolo: la pandemia di covid-19, con le sue pesanti ripercussioni economiche. Come riporta la rivista Africa l’inflazione è aumentata, così come la disoccupazione che era già molto alta prima della pandemia. A Freetown l’impatto sull’economia è stato terribile perché la nazione è dipendente dalle importazioni. Ancora una volta, Yvonne Aki-Sawyerr deve rimboccarsi le maniche per trasformare la crisi in opportunità.

Lia Curcio (Unimondo Mercoledì, 13 Gennaio 2021)

Sérgio vive e ci trasmette forza e speranza !
Cari amici e amiche: del/la

Gruppo Rete Radie Resch
Gruppo Don Gianni Gotardi
Gruppo Floriò
Famiglia Tonetto

Il 2020 è stato un anno assai difficile per tutti noi e terribilmente triste
per il mondo intero.
Nonostante tutto questo noi C.P.T. Gujarina siamo stati in grado di
gestire e realizzare a gennaio una serie di eventi come: alcuni incontri con i
riberinhos, con le donne quilombolas in conflitto per terra e un incontro con i
bambini di Aricuru.
A febbraio ci siamo riuniti per progettare e pianificare la nostra attività
per il 2020. Avrebbero dovuto coinvolgere giovani, quilombola, riberinho, donne,
bambini di Aricuru, ecc.
Pochi giorni dopo la nostra riunione, è giunta la notizia che un
pericoloso virus stava avanzando dall’Asia all’Europa, con una tristissima e
spaventosa scia di morte e sofferenza.
A marzo il Covil 19 è arrivato in Brasile, costringendoci alla quarantena
e paralizzando di conseguenza tutte le nostre attività con i gruppi e con le
comunità.
La fame dei più poveri tra noi è rimbalzata sui mass media e ci ha
attivamente coinvolto. Con l’aiuto del CPT Regionale abbiamo organizzato la
consegna di generi alimentari di prima necessità a una comunità di Ananindeua e
alle famiglie più bisognose in 12 comunità lungo il fiume Moju.
Al momento siamo tutti rinchiusi nelle nostre rispettive abitazioni. Io e
Adelaide, vivendo nella casa di Sergio dove si trova l’ ufficio della C.P.T., abbiamo
approfittato della volontaria quarantena per organizzare l’archivio, composto da
un vasto materiale indispensabile per il nostro lavoro.
Nel frattempo, siamo in attesa del vaccino che arriverà a gennaio o
febbraio, sottolineiamo, non per l’azione del governo federale, ma per gli sforzi dei
singoli stati. Infatti il presidente Bolsonaro, di fronte al COVID 19, ha scelto la
morte:
 Ha minimizzato la gravità del virus. Alla domanda sull’aumento delle persone infette e morte in Brasile, la sua
risposta è stata: E allora?.
 Ha dichiarato pubblicamente di non credere nel vaccino. A ottobre ha
annullato un accordo da 2 miliardi di reais sottoscritto dal ministero della
Salute per l’acquisto di dosi in Cina. Era criminalmente ridicolo quando
affermava con tragica ironia che il vaccino anti-covid può trasformare una
persona in un alligatore.
 Alimenta il movimento anti-vaccino, parlando contro la vaccinazione
obbligatoria con frasi come: “Il Brasile deve smetterla di essere un paese di
femminucce”.
 Occasionalmente promuove manifestazioni pubbliche senza che i
partecipanti siano obbligati ad adottare misure precauzionali al diffondersi
della pandemia. Eccetera.
Non avremmo mai pensato di dover attraversare un momento così
difficile. Siamo convinte/ti che la pandemia è il frutto marcio della globalizzazione
neoliberista che ignora e manca di rispetto ai diritti umani e ai diritti della natura.
Prima che arrivasse COVID 19, l’Amazzonia brasiliana bruciava e,
durante la pandemia, era il Pantanal che andava a fuoco. Secondo il Laboratorio di
applicazioni ambientali, nel 2019 il Pantanal è stato devastato dalle fiamme per il
28% del suo territorio.
Stringe il cuore vedere la foresta bruciare per la gioia dei proprietari di
aziende agricole che vogliono espandere i propri profitti a tutti i costi. Animali,
piante, alberi secolari, microrganismi, insetti agonizzati dalla disperazione. Due
biomi in gran parte distrutti. Due biomi così importanti per la vita del pianeta.
La pandemia è stata un invito alla conversione per l’intero pianeta. Una
scossa per renderci consapevoli che il modo in cui noi esseri umani abitiamo la
Terra, deve cambiare.
Mauricio López Oropeza, segretario esecutivo di REPAM. (Rede Pan
Amazônica) afferma che “il percorso verso il nuovo sta già germogliando in mezzo
a questa crisi, ma richiederà drastici cambiamenti nella società”.
Voglia Dio illuminare tutti noi e l’umanità intera affinché possiamo
trovare e progettare un nuovo modo di vivere nel nostro piccolo pianeta Terra.
Uno abbraccio a ciascuno di voi con amicizia,
gratitudine, speranza e con l’augurio di giorni migliori
per il mondo intero.

Equipe CPT Região Guajarina.
Ananindeua, 04 de janeiro de 2021

12-12-2020 – di: Gianni Tognoni

Oggi è un giorno qualunque. Il calendario segnala semplicemente che è il “giorno dopo” di una ricorrenza molto significativa: il 10 dicembre di ogni anno è giorno di memoria, e perciò di celebrazione, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che ha avuto ieri il suo 72º compleanno (https://volerelaluna.it/politica/2020/12/11/i-diritti-delluomo-e-la-dichiarazione-universale-del-1948/). Nessuna traccia significativa di “festeggiamenti”, tuttavia, nella cronaca di oggi, che fotografa, come sempre, la normalità di quanto succede nel mondo reale. È stato curioso (o forse no?) ritrovare già nella neutra normalità di una qualsiasi rassegna stampa, sintomi-echi che danno al titolo un’attualità molto “didattica”, che val la pena esplorare, almeno con qualche esempio.

1. “Sembra” che ieri a Bruxelles si sia trovato un accordo europeo sull’approvazione e la gestione del grande pacchetto di miliardi che dovrebbe accompagnare la next generation in un’Europa rinata e aperta al futuro. Il twitter del presidente del Consiglio UE festeggia: «Deal», richiamando un’antica battuta: «del viaggio aveva ricordato tutto, salvo il naufragio». L’accordo ha avuto successo grazie all’aver rimandato (cioè dichiarato non “fondante” per l’Europa) la questione della posizione di Polonia e Ungheria sui diritti fondamentali. Si può aspettare, senza fretta, un giudizio della Corte Europea: i soggetti “umani” di diritti fondamentali per la democrazia di quei paesi (e perciò dell’Europa) non sono “vittime” di una violazione esplicita, indiscutibile nella sostanza, riconosciuta nella sua formalità-obbligatorietà da tutti, tanto da essere stata oggetto di controversie infinite… Paradossalmente, lo stand-by del diritto («in ginocchio», come ricordava il titolo del recente festival dei diritti di Napoli) di fronte alle “ragioni” strettamente ricattatorie dell’economia accentua la gravità: dice che se ne può fare a meno, come un tampone, che può essere un falso positivo, come quello (sempre 11 dicembre) della ministro dell’interno. Diritto sospeso pur di fronte a una evidenza di tradimento dei princìpi stessi di una Europa «culla dei diritti» (e con vocazione costituzionale) che sfida ogni ragionevole dubbio. Dice che il diritto non è il garante presente e futuro dei soggetti reali ma, se va bene, il giudice che presenterà, prima o poi, le scuse: a chi?

2. Sempre ieri ‒ dice la cronaca ‒ “sembra” che qualcosa si sia mosso nello scenario (ormai antico, se la cronologia segue i tempi delle persone reali e non quello degli equilibri politico-giuridici) egiziano-italiano del ruolo del diritto. Le indagini per l’uccisione di Giulio Regeni hanno portato a documentare il coinvolgimento di quattro “responsabili”. Non si sa ‒ o forse sì, e bene ‒ come (non) si andrà avanti. Anche qui l’economia (con altri nomi, attori, interessi privati e pubblici) ha da tempo detto la sua. Così come la politica. L’Egitto è troppo importante. E poi, non si può scherzare o essere radicali: un concorrente pericoloso come Macron (sempre ieri!) ha attribuito la massima onorificenza al dittatore dell’Egitto che in quanto a competenza nella violazione criminale dei diritti umani e dei popoli non teme proprio nessuno. Sono ormai solo ricordi i dittatori per i quali il diritto aveva sviluppato strategie di «mai più!» e i desaparecidos erano divenuti il simbolo di tempi “non-umani”, inaccettabili come crimine almeno tra società “democratiche”? Ma se l’Europa sceglie uno stand-by con i suoi piccoli dittatori interni, senza timore di violare-negare la propria identità, si può essere tolleranti quando si parla di rapporti più delicati, internazionali, con “stranieri”, strategici per politiche energetiche o militari…

3. “Sembra”, per tornare un momento nel nostro paese (siamo sempre nel giorno anniversario della Dichiarazione) che l’abrogazione – anzi, la parziale modifica – dei decreti di sicurezza, già approvata alla Camera con ritardi che hanno prodotto sofferenze incredibili, non sia poi così (oltre che necessaria) dovuta. Le procedure e i calendari parlamentari devono tener conto di tanti particolari. In fondo i diritti di un popolo così “diverso” come quello dei migranti-rifugiati non possono essere considerati una priorità per il Senato. E poi, come anche il caso dell’Egitto insegna, è l’Europa che dovrebbe dare il buon esempio: anche là, al centro decisionale del Parlamento e della Commissione, nel nuovo patto europeo, la migrazione è stata riconosciuta solennemente come un diritto inviolabile e indicatore di una civiltà di accoglienza. Ma solo per poi decidere che in un’agenda di lavoro così impegnata e con i fondi da distribuire, un posto serio per questo capitolo è difficile trovarlo…

4. “Sembra”, a giudicare dalla sua scomparsa dall’agenda dei battibecchi governativi, che la soluzione del tormentone così complicato del Covid sia ormai affidata al vaccino: questione di tempo, di soldi, di promesse di sistemi sanitari efficienti ed esenti da corruzione, capaci di fare del vaccino una scuola di democrazia. Anche qui con un problema: sempre ieri la World Trade Organization ha detto che, sul problema delle patenti e della prospettiva di fare del vaccino un bene comune, non ha intenzione di scherzare. Ascolta, sa che ci sono tanti disaccordi e opposizioni, ma il problema è sempre quello: pretendere che il diritto degli umani prenda, anche solo in un momento così tragico come la pandemia, il controllo del mercato significa non capire che il mercato non può accettare “sospensioni”… Come per il Recovery fund, da cui si è partiti, è il diritto che deve “capire”, e adattarsi! E se arrivano altri competitori (sempre ieri sono stati formalmente annunciati gli arrivi del vaccino russo in Argentina, di quello cinese in Egitto e Indonesia: gratuiti? a quali condizioni? Mentre le “buone intenzioni” del diritto possono e devono essere palesi, per ragioni almeno di immagine, i contratti sono secretati d’ufficio…) il diritto di accesso al «bene comune della sanità come espressione del diritto alla vita» sarà definitivamente dichiarato variabile dipendente delle politiche economiche e strategiche di Stati, attori privati, “benefattori globali”. E sarà chiaro che, in quanto “dipendente” non avrà nulla da dire sul destino degli esclusi. Anche nel nostro Paese la sanità-salute, che era, ma continua ad essere dichiarata, il simbolo del diritto come prossimità e cura, diviene strumento di una diseguaglianza travestita: oggi dal vaccino, domani dal rispetto della inevitabile priorità degli interessi privati in un SSN che avrà come scenario le competenze geografiche, finanziarie, politiche delle Regioni, e non certo l’epidemiologia dei bisogni inevasi delle popolazioni marginali. Ed è tragicamente logico in questo scenario che l’Italia stia rigorosamente assente e silenziosa anche sulla scena globale del vaccino come “bene comune”.

5. Si potrebbe poseguire nella scoperta di quante cose “sembrano” segnalare un inginocchiamento  del diritto di fronte alle non-ragioni molto potenti e diversificate della economia. Lo scenario di quanto ‒ e in quanti modi diversi ‒ il diritto non solo sembra, ma è in ginocchio, potrebbe arricchirsi, sempre restando nella giornata del 70° compleanno, di altri esempi. Imprescindibile almeno uno. Un quasi ex presidente degli USA sta “educando” i poteri del mondo globale all’irrilevanza della “legittimità” con la sua interpretazione (impunibile e violenta) di una democrazia che continua ad essere “di riferimento”. Per celebrare la Dichiarazione universale proclama l’inesistenza del diritto internazionale benedicendo l’accordo tra Marocco e Israele e regalando, per gratitudine, al Marocco il diritto a considerare come propri i territori del Sahara Occidentale, mentre il popolo che ne è titolare da sempre (https://volerelaluna.it/mondo/2020/12/09/che-succede-nel-sahara-occidentale/) non merita neppure di essere nominato. Nulla di nuovo: cronaca giornaliera di un pezzo di mondo tormentato. Colpiscono la tempestività con la celebrazione della Dichiarazione, la continuità con quanto aveva fatto per Gerusalemme capitale e gli insediamenti, il silenzio praticamente assoluto a livello della comunità degli Stati, la presentazione della ripresa delle armi come un atto di aggressione del Polisario. È la conferma che il diritto può arrivare a condannare formalmente i trafficanti di esseri umani, ma non considera argomento di interesse la compra-vendita dei popoli, che siano i Palestinesi o i Rohingyas (https://volerelaluna.it/?s=Rohingyas), questi ultimi spostati a forza in un’isola artificiale, perfettamente isolata, e di cui si vuole sperimentare la resistenza o meno ai monsoni…

La cronaca di un giorno ordinario si è fatta lunga. Il tono constatativo del titolo non ne vuole evidentemente accettare la definitività o la mancanza di resistenza. Come rappresentante del Tribunale permanente dei popoli (lo si è provato anche a documentare: https://altreconomia.it/prodotto/diritti-dei-popoli-e-disuguaglianze-globali/) è in un certo senso ovvia una posizione fortemente preoccupata e pro-attiva rispetto alla polarizzazione (trasversale a tutti gli ambiti del quotidiano, politico, istituzionale, culturale) tra dichiarazioni-principi del diritto e decisioni operative-gestionali dell’economia, con il diritto in prevalente posizione “in ginocchio”. La normalità con cui questa sottomissione del diritto viene data per acquisita è tuttavia, giorno dopo giorno, più preoccupante. È una cultura più contagiosa e paralizzante della pandemia. Il lockdown che l’economia vuole equivale a una “zona rossa” permanente, senza eccezioni. Accettata con la stessa obbedienza a bollettini comunicati dall’alto, con giustificazioni affidate a numeri mirati a creare sottomissione o rabbia, mai a generare interlocutori. Gli esempi dati, presi da un solo giorno, lo dicono chiaramente: soprattutto con il silenzio e l’assenza di alleanze concrete, strette e diffuse, tra economisti e giuristi critici (rappresentanti non solo dottrinali, ma operativi-gestionali, a livello istituzionale) nel monitorare e far vedere come insostenibile per la democrazia la separatezza tra analisi e dati economici, e loro verifica di validità-compatibilità da parte di un diritto che riprenda la sua autonomia reale. Per essere presenti e percepibili anche nell’opinione pubblica. Con linguaggi, esempi, progetti che “rendano visibile” la complementarietà dei tanti campi trattati come eterogenei (tutti i settori strategici per la democrazia!) in cui si gioca la sfida tra “i diritti” degli umani (e della vita della natura e dell’ambiente) e “le regole” del commercio delle cose. La ricerca di una via di uscita dall’attuale lockdown non è dietro l’angolo, anzi. Ma sempre di più ‒ e non di meno ‒ sarà lo snodo per la next generation: post-umana nei termini dell’ultimo libro di Marco Revelli (Umano Inumano Postumano. Le sfide del presente, Einaudi, 2020), e perciò non-bisognosa e non-soggetto di diritti umani (come anticipava Upendra Baxi, un filosofo del diritto indiano dal suo osservatorio non solo geograficamente “altro”)?

Situazione in Armenia, ultimi aggiornamenti.

L’Armenia sta attraversando un periodo durissimo, affrontando una diffusione significativa del virus. Durante il picco il 35% dei test risultavano positivi, ora il 15-18%. I morti sono 788 ad oggi. In una situazione di parziale blocco dal mondo esterno, con la disoccupazione in crescita, gravi disagi economico-sociali, il 12 luglio l’Azerbaigian, violando il cessate il fuoco, colpì alcune postazioni dei nostri soldati a Tavush sul confine, in seguito attaccando anche dei villaggi limitrofi e causando molti danni alle abitazioni civili e alla fabbrica di mascherine, aperta recentemente per colmare il bisogno di tale oggetto indispensabile. Gli armeni hanno risposto adeguatamente. Ci sono morti e feriti da tutte e due le parti. In particolare dalla parte armena ci sono quattro vittime. Per approfondire queste tematiche invito a leggere i seguenti articoli che spiegano dettagliatamente la situazione.

http://www.karabakh.it/ecco-perche-gli-azeri-hanno-attaccato-larmenia-e-non-lartsakh/?fbclid=IwAR1tq7iA1IPRbETBRiMpoa2m8JSyLr1n5zd5vx24ps8uE9PPACPC9mxluls

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/13/armenia-azerbaigian-scontri-al-confine/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/28/scontri-larmenia-azerbaigian-annuncia-manovre-congiunte-la-turchia/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/19/tensioni-armenia-azerbaigian-minaccia-petrolio-gas-europa/

In seguito agli attacchi, in alcune città del mondo ma soprattutto a Mosca, sono state messe in atto provocazioni per causare disordini e atti di violenza. Dai mercati gestiti dagli azeri sono stati esclusi i prodotti armeni in particolare i tir con le albicocche non sono stati ammessi. In alcune parti della città gruppi di persone di nazionalità azera riunite hanno attaccato degli armeni che si trovavano da soli in macchina o per strada. Grazie agli interventi della polizia molte di queste persone sono state arrestate. Ci sono stati anche casi singoli da parte degli armeni in risposta a tali azioni. Ma le comunità della diaspora locali hanno cercato di non lasciarsi andare alle provocazioni mantenendo la calma. Mentre accadeva tutto ciò la Turchia ha espresso solidarietà e sostegno all’Azerbaigian. Il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov esprimeva la propria preoccupazione riguardo la violazione del cessate il fuoco. Intanto dalla parte armena sono stati ipotizzati gli attacchi alla diga di Mingechevir in Azerbaigian, a cui il Ministro della difesa di Baku ha risposto facendo volare minacce di attacco alla centrale atomica Metsamor vicino a Yerevan, facendo una mega figuraccia di fronte al mondo intero.

All’inizio di agosto grande quantità di armamenti e soldati si sono mossi dalla Turchia nei territori di Nakhigevan (territorio che come all’epoca anche Nagorno Karabakh è stato annesso alla nuova Repubblica sovietica di Azerbaijan, oggi purtroppo completamente svuotato dalle componenti Armeni, vedi l’articolo : https://www.theguardian.com/artanddesign/2019/mar/01/monumental-loss-azerbaijan-cultural-genocide-khachkars ) e in altre regioni di Azerbaigian per una esercitazione congiunta con i militari azeri. Questi spostamenti destano preoccupazione e fanno pensare che la Turchia voglia dettare le proprie regole del gioco anche nel Sud del Caucaso, territorio dove la Russia ha maggiore influenza.

Su Internet si trovano molti articoli scritti dagli azeri o sotto loro dettatura dove ci sono molte notizie imprecise e false. Invito ad avere attenzione e discernimento nell’analizzare le notizie diffuse dagli azeri o dai loro amici (anche italiani). Spesso troverete scritto che Nagorno Karabakh è parte integrale della repubblica di Azerbaigian. Ma ciò è proprio il fulcro della questione. Quindi quando uno lo scrive volontariamente o no, già prende parte nel conflitto. Sul tavolo sono messi il diritto di autodeterminazione di un popolo attraverso un referendum e l’integrità dell’Azerbaigian, paese che prima del 1918 non esisteva e dopo la caduta dell’Unione Sovietica è nuovamente costituito come indipendente così come Nagorno Karabakh a sua volta ha dichiarato di essere. La Reppublica di Arzakh (come adesso si chiama quel territorio) si è autoproclamata tale e non ha alcuna intenzione di rientrare nei vecchi confini sovietici. Ciò anche con tutta la buona volontà, è impossibile da realizzare perché tra i due popoli c’è una inimicizia coltivata da secoli e rafforzata negli ultimi tempi. Nei giorni più caldi dell’ultimo conflitto migliaia di persone sono uscite per strada a Baku chiedendo al presidente Aliev di cominciare una vera e propria guerra contro gli armeni per riprendere quel pezzo di terra abitato dagli armeni e vendicare le loro perdite. Questo la dice lunga sugli umori e il livello culturale vigente in quella società. Il sogno turco- azero (eredi delle politiche panturchiste dell’inizio del’ 900) sarebbe di impadronirsi di tutto quel territorio armeno che attualmente li separa, e avere un lungo confine tra di loro per rafforzare la loro posizione nel Caucaso e nel Medio Oriente, essendo già molto influenti per la forza militare e la presenza del gas e del gasdotto che arriva anche in Italia. (l’Azerbaigian attualmente è il maggior fornitore di gas che arriva in Italia).

L’Articolo preso dal sito www.karabakh.it

ECCO PERCHÉ GLI AZERI HANNO ATTACCATO L’ARMENIA E NON L’ARTSAKH

Sulle ragioni per cui il 12 luglio le forze armate dell’Azerbaigian hanno attaccato le postazioni difensive dell’Armenia all’altezza della regione di Tavush si è scritto molto.

I problemi interni di Aliyev e il suo desiderio di forzare nell’angolo delle trattative il governo armeno sono tra le principali cause dell’improvviso aumento della tensione lungo la frontiera.

Aggiungiamo pure il desiderio di strappare al nemico qualche postazione in altura e migliorare così la posizione di Baku lungo la linea di contatto.

Ma per quale motivo l’Azerbaigian non ha tentato un’incursione lungo la linea dell’Artsakh arrivando a sfidare il diritto internazionale per attaccare uno Stato pienamente riconosciuto dall’ONU?

Una spiegazione l’hanno data alcuni esperti militari, ma anche lo stesso premier armeno Pashinyan, nei giorni scorsi.

Come scrivemmo a suo tempo, una delle conseguenze della breve ma intensa “guerra dei quattro giorni” del 2016 fu la presa di coscienza da parte delle forze armene di difesa riguardo alla necessità di meglio fortificare la linea di contatto e soprattutto dotarla di un sistema di video sorveglianza anche a raggi infrarossi per la visione notturna.

In cambio di qualche km quadrato conquistato a prezzo di centinaia di vite umane, Aliyev ha di fatto fortificato il nemico migliorando la sua prontezza al combattimento.

Va inoltre considerato che la video sorveglianza lungo la linea di contatto non ha solo una funzione preventiva per l’individuazione di tentativi di penetrazione nemica nel territorio del Nagorno Karabakh (Artsakh); essa, infatti, svolge parimenti la funzione di testimonianza documentale delle (gravi) violazioni del cessate-il-fuoco. Insomma, con la prima linea monitorata dalle telecamere agli azeri non riesce più il giochino di accusare gli armeni come tentarono (invano) di fare quattro anni fa. Alla fine, quella sanguinosa incursione nel territorio armeno (conclusasi con la conquista della collinetta di Leletepe a sud e qualche km quadrato a poca distanza di Talish nella sezione nord-orientale) ha provocato il miglioramento del sistema difensivo armeno sia in termini cronologici di allerta sia nella ulteriore fortificazione della linea di contatto.

Non è un caso che da almeno un anno le violazioni sulla stessa sono quasi scomparse: qualche colpo sparato giusto per non allentare troppo la tensione, qualche scaramuccia a bassa intensità come ben dimostrano le statistiche fornite dai rispettivi ministeri della Difesa.

E non è neppure un caso che il nuovo presidente dell’Artsakh Harutyunyan abbia compiuto diverse visite alle postazioni difensive nelle prime settimane di mandato e dieci giorni fa abbia deciso passare la notte con i militari di guardia sulla sommità del monte Gomshasar (3724 metri) da dove si gode una magnifica vista sulla piana del Karabakh e sulla città azera di Ganja …

Dunque, gli azeri hanno deciso – in aggiunta ad altre valutazioni politiche – di non arrischiare uno scontro frontale sulla linea di contatto con l’Artsakh ma di spingere la provocazione qualche centinaio di chilometri più a nord lungo la frontiera armena all’altezza di Tavush.

Ma anche in questo caso, nonostante i sistemi di osservazione non siano forse così accurati come quelli dell’Artsakh, le truppe speciali azere hanno rimediato una cocente sconfitta lasciando sul campo almeno una dozzina di uomini (fra i quali un generale e un colonnello), perdendo quattordici costosi droni e probabilmente cedendo anche una o due postazioni difensive in altura.

Insomma, l’effetto sorpresa, all’ora del pranzo della domenica, è venuto meno.

Casa della Solidarietà-Rete Radiè Resch di Quarrata – Comune di Quarrata – LIBERA
ti invitano a partecipare alla
27a MARCIA per la GIUSTIZIA
SABATO 5 SETTEMBRE 2020
ritrovo in piazza Risorgimento a Quarrata alle ore 20,30
In accordo con il Comune di Quarrata, comunichiamo che la consueta Marcia per la Giustizia, la 27a, si farà sabato 5 settembre con modalità diverse causa il Covid-19, non partiremo più da Agliana ma ci ritroveremo a QUARRATA (Pistoia) in piazza Risorgimento per le 20.30, dove, gli invitati terranno le loro riflessioni su:
“Al tempo del COVID-19, è urgente un governo mondiale per l’inclusione”
saranno presenti:
Antonietta POTENTE, teologa; Gherardo COLOMBO, ex-magistrato, don Luigi CIOTTI, fondatore Gruppo Abele e Libera; Mohamed BA, senegalese, attore e scrittore.
Attendiamo la risposta di Aboubakar SOUMAHORO, sindacalista.
Lettera Luglio-Agosto 2020 
Carissima, carissimo,
non possiamo dimenticare le inquietanti colonne notturne di camion militari che portavano via le bare delle vittime di Coronavirus, immagini che hanno scavato la nostra anima. Voglio ricordarne altre due, potenti, perchè da esse può scaturire una riscossa etica e civile dell’intero Paese.
L’immagine di papa Francesco, che il 27 marzo percorre a piedi la gradinata del sagrato della basilica di San Pietro per implorare Dio di non abbandonarci in balia della tempesta; e quella del presidente Mattarella che il 25 aprile sale solitario i gradini dell’Altare della Patria per l’omaggio al “Milite ignoto” e per celebrare il 75° anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista e dal feroce regime fascista.
In quelle due piazze vuote si avverte la presenza densissima di donne e uomini che, senza lasciarsi abbattere dall’angoscia e  dal dolore, si sono contagiati reciprocamente da sentimenti di fiducia e di speranza.
Niente sarà come prima. Quante volte abbiamo ascoltato questa massima in queste settimane, obbligati dal virus a comportamenti inediti. Ma davvero sarà come prima? La pandemia ci renderà migliori? O ci scopriremo sciaguratamente più cattivi? Non vogliamo dividerci in fazioni contrapposte tra apocalittici e integrati…
Quello che possiamo dire, e vale davvero per tutti, è che sarà molto difficile cancellare dai nostri occhi quelle immagini che ci hanno attraversato, anch’esse contagiandoci e, lo vogliamo sperare, rendendo più comunità, più collettività.
Un Giubileo dell’umanità potrebbe essere il modo adeguato di imparare da quello che stiamo patendo. Rinnovare quei vincoli tra persone con la Creazione, senza i quali saremo inevitabilmente perduti.
La pandemia che stiamo affrontando ci ha colti in maniera imprevista e dirompente. Non eravamo preparati, non solo dal punto di vista della gestione pubblica ma anche a livello psicologico. Il Coronavirus ci ha ricordato quanto l’uomo, nonostante tutti i progressi, rimanga un essere vivente fragile come gli altri.
Ora più che mai, infatti, è importante trovare il giusto equilibrio tra creare e mantenere gli spazi di libertà personale, e cooperare per il raggiungimento di obiettivi comuni. E’ fuori dubbio che si tratta di una situazione di crisi: ma non per questo non si può coglierne un lato positivo, farne un’esperienza costruttiva, per ritornare nel mondo con una maggiore consapevolezza di noi stessi e con una comprensione più chiara del valore della tolleranza, del rispetto, della solidarietà gli uni nei confronti degli altri.
Ricominciare! Sembra una parola d’ordine. Ma da dove ricominciamo? E come?
La quarantena è alle nostre spalle, o quasi, ma nulla sembra superato… o almeno non con quella tranquillizzante sensazione di soluzione trovata in tutti gli ambiti che forse qualcuno tra noi sperava. Però ricominciare si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, al nostro futuro, ma anche al mondo che ci ruota intorno.
Ricominciare si può, perché la resilienza è una forza innata di cui tutta la natura è capace da sempre, dalla prima comparsa sulla Terra. Siamo capaci di mutare, anche radicalmente, adattandoci alle nuove condizioni di esistenza. Certamente pur riportando ferite profonde, ce la faremo anche questa volta.
La svolta però sta nel come ricominceremo. Se sceglieremo cioè di trattare questo momento storico come uno dei tanti passaggi della nostra vita, fatto di traslochi, spostamenti, chiusure in un posto ed aperture in un altro, lasciando tutto esattamente uguale in noi, attorno a noi, nelle nostre aspettative, nello stile della nostra esistenza. Oppure se sceglieremo di ripartire con un’altra marcia, un altro passo, un altro stile, altre priorità.
Nostro malgrado abbiamo dovuto concedere al Covid-19 tanti nostri fratelli e sorelle in umanità. Ora con un deciso atto di responsabilità interumana perché non gli concediamo di tirare fuori da noi anche un diverso, un meglio, un di più?
Nessuno ne è escluso. Basta che qualcuno abbia il coraggio di crederci e di sperare. Oggi di fronte ad una intera umanità chiamata a ricostruirsi, a ripartire, di fronte ad una società civile chiamata a scoprire una nuova relazionalità dopo mesi di distanze fisiche e a volte psicologiche, la storia di Waldemar Boff, nostro referente del progetto sociale Agua Doce nella Baixada Fluminense nella periferia malfamata di Rio de Janeiro-Brasile e dei suoi collaboratori, mi è sembrato uno scrigno che doveva essere aperto per tutti. Loro non sono supereroi, nessuno dedicherà loro un film. Sono persone come noi nate in un’altra parte del globo. Waldemar, un uomo che  per tutta la vita ha dato priorità alle urgenze… a un certo punto ha deciso di dedicare tempo alle cose importanti. Quelle  cose che fanno la differenza, che formano le comunità, che ridonano la speranza agli anziani (attraverso il progetto Nonna Angelina), il gusto della fraternità alle persone sole, che insegnano la condivisione e la determinazione ai bambini (attraverso il progetto dell’asilo M. Carrara), che fanno sentire gli adulti costruttori di futuro (attraverso il progetto di alfabetizzazione ambientale).
Il merito di Waldemar e dei suoi “fratelli” sta nella caparbietà di aver fatto sognare attorno a sé un’intera comunità nel tempo del Coronavirus. Questo è l’unico vero segreto che fa si che i sogni divengano realtà. La vita vince sempre sulla morte, nonostante la povertà e la sofferenza. Possa ognuno di noi dirlo a voce alta, scoprendo i nuovi germogli che dal ricominciare a vivere autenticamente nasceranno attorno a noi.

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