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Attività del Tribunale Permanente dei Popoli 2021- 2022

L’agenda di lavoro del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) è stata particolarmente intensa e ha incluso le fasi conclusive di programmi avviati nel 2020 (come la sessione sulla Colombia) e l’attivazione e lo svolgimento di sessioni che giungeranno a termine nel corso dei prossimi mesi.

Il caso Colombia

L’atto di accusa che, a norma di Statuto, attiva la procedura che porta alla realizzazione della Sessione è stato ritenuto di competenza del TPP, il quale ha attivato nel corso del 2020 la sessione con la seguente formulazione: Genocidio politico, impunità e crimini contro la pace in Colombia. In termini profondamente mutati rispetto al processo svolto dal 2006 al 2008 – che aveva documentato la violazione sistematica dei diritti del popolo colombiano e i crimini contro l’umanità commessi da uno spettro di imprese transnazionali operanti nel paese, con una attiva connivenza e responsabilità delle istituzioni governative colombiane – la nuova richiesta, sottoscritta da oltre cento movimenti, associazioni, popoli indigeni e comunità contadine e afrodiscendenti, ha argomentato l’esistenza, lungo la storia degli ultimi 70 anni, di un esplicito e continuato genocidio. Le tappe della sessione hanno previsto un evento di presentazione dell’atto di accusa il 25 gennaio 2021 e tre udienze pubbliche ricche di rapporti originali e di testimonianze individuali e collettive, e che sono state realizzate a Bucaramanga, Medellín e Bogotà dal 25 al 27 marzo 2021, nella forma ibrida di presenza fisica e virtuale della giuria. Essa è stata composta da don Raúl Vera, Andrés Barreda, Lottie Cunningham, Esperanza Martínez, Graciela Daleo, Daniel Feierstein, Luis Moita, Antoni Pigrau Solé, Mireille Fanon, Michel Forst, Philippe Texier, Luciana Castellina e Luigi Ferrajoli. La sentenza, presentata il 17 giugno 2021 a Bogotà, ha accolto pienamente l’accusa e ha motivato il giudizio di genocidio. Il procedimento e la decisione del TPP sono stati riconosciuti di particolare rilevanza non solo per i loro contenuti dottrinalmente rigorosi, innovativi e aderenti alle esigenze di rivendicazione dei diritti fondamentali delle varie componenti del popolo colombiano, ma anche per il loro contributo ai lavori della Commissione Verità che si avvia alla conclusione del suo mandato ed alla presentazione del suo rapporto atteso entro la fine di giugno 2022.

Il caso del territorio e delle Popolazioni del Cerrado (Brasile)

La prima ipotesi di richiesta di considerare il territorio del Cerrado e le sue popolazioni come oggetto di indagine e giudizio da parte del TPP risale al 2019, in tempo pre-pandemia. Una piattaforma di organizzazioni, movimenti ed esperti ha posto in evidenza la sostanziale condizione di invisibilità, a livello nazionale ed internazionale, di una regione che copre nove stati federali del Brasile e che è abitata da una “minoranza” di 25 milioni di abitanti, tra cui popoli indigeni e comunità contadine.

Il Cerrado è una savana tropicale strategica per le sue risorse naturali, principalmente riserve di acqua e minerali, e rappresenta oggi il luogo di non-diritto anche a fronte dell’aumento drammatico e distruttivo della presenza di imprese multinazionali brasiliane e straniere. Se da un lato l’Amazzonia è divenuta centrale, per le sue problematiche, nell’immaginario della politica e dell’opinione pubblica, dall’altro lato il Cerrado continua ad essere sconosciuto e ignorato, rendendo così ‘invisibili’ i suoi popoli e impunibili le violazioni sistematiche di cui questi sono oggetto. Grazie al lavoro intenso di scambi, approfondimenti, ricerche condotte in collaborazione con le realtà richiedenti, si sono compiute tutte le fasi statutarie per la formulazione dell’atto di accusa e del programma delle udienze pubbliche, articolate nelle seguenti tappe: l’evento di presentazione dell’atto di accusa (10 settembre 2021), l’udienza sul tema dell’acqua (30/11-01/12/2021) e l’udienza sulla sovranità alimentare e la biodiversità (15-16/03/2022).

La giuria è stata composta in modo da includere non solo competenze ‘tecnicamente’ competenti sui capitoli classici dei diritti umani, dei popoli e ambientali, ma da rappresentare in modo significativo la storia e l’antropologia di un territorio così poco conosciuto: Antoni Pigrau Solé, professore di diritto internazionale dell’Università Rovira i Virgili di Tarragona, Spagna; Deborah Duprat, giurista ed ex Vice Procuratrice Generale della Repubblica del Brasile; Mons. José Valdeci della Diocesi di Brejo, Brasile; Eliane Brum, giornalista brasiliana; Enrique Leff, economista e sociologo ambientale messicano; Luiz Eloy Terena, giurista indigeno del popolo Terena e membro dell’APIB, Brasile; Rosa Acevedo Marín, sociologa venezuelana e docente presso l’Università Federale del Pará; Silvia Ribeiro, giornalista e ricercatrice uruguaiana del Gruppo ETC;  Teresa Almeida Cravo, docente portoghese di relazioni internazionali presso l’Università di Coimbra. Fa parte della giuria anche Philippe Texier, giurista francese e attuale presidente del TPP.

La conclusione del processo con la formulazione e la presentazione della sentenza e la sua ‘ri-consegna’ alle comunità (che hanno seguito da vicino, con un densissimo contributo di testimonianze e di visibilità culturale tutti i lavori) è prevista dall’8 all’11 luglio 2022 a Goiânia, Brasile.

Session on the murder of journalists

La sessione è stata richiesta dalle organizzazioni Free Press UnlimitedCommittee to Protect Journalists e Reporters Without Borders. Il lavoro di preparazione e accettazione dell’atto di accusa, e di attivazione del programma di sedute pubbliche della Sessione ha occupato uno spazio particolarmente importante per la Segreteria e la Presidenza del TPP. La rilevanza e attualità del problema non hanno bisogno di essere sottolineate e sono cresciute significativamente lungo la fase istruttoria, non solo nei paesi inclusi nell’atto di accusa e indicati come casi emblematici, che sono Messico, Sri Lanka e Siria. L’originalità dell’accusa rispetto alla dottrina e alle pratiche del diritto internazionale può essere riassunta ricordando i tassi di impunità di casi di giornalisti uccisi, sempre superiori al 90%, che sono il prodotto delle complessità dei contesti nazionali di riferimento, ma ancor di più del fatto che la ‘sistematicità’ degli eventi da considerare, non è riconducibile alla somma dei singoli episodi di omicidio-scomparsa- tortura , ecc. nell’uno o nell’altro paese. In questo senso il lungo lavoro di chiarificazione con le organizzazioni richiedenti è stato particolarmente difficile e stimolante. Dopo la Sessione di inaugurazione a L’Aia (2 novembre 2021), e le tre sessioni pubbliche dedicate ai tre scenari nazionali e realizzate, tra aprile e maggio, a Città del Messico e L’Aia, la giuria si trova attualmente nella sua fase deliberante. Essa è composta da Eduardo Bertoni (Argentina),  rappresentante dell’Ufficio Regionale per il Sudamerica dell’Istituto interamericano dei Diritti Umani; Marina Forti (Italia), giornalista e scrittrice, Gill H. Boehringer (Australia), già decano e senior research fellow onorario della School of Law, Macquarie University a Sydney; Mariarosaria Guglielmi (Italia), magistrato, vicepresidente di Medel (Magistrats Européens pour la Démocratie et Libertés); Helen Jarvis (Australia-Cambogia), Vicepresidente del TPP; Nello Rossi (Italia), Vicepresidente del TPP; Kalpana Sharma (India), giornalista indipendente, Philippe Texier (Francia), Presidente del TPP; Marcela Turati Muñoz (Messico), giornalista freelance.

La conclusione della sessione è programmata per il 19 settembre 2022 a L’Aia.

Session on “Pandemic and Authoritaniarism. The responsibility of the Bolsonaro government for systematic violations of the fundamental rights of the Brazilian peoples perpetrated through the policies imposed in the Covid-19 pandemic”. 

Contrariamente alle precedenti, questa Sessione, anch’essa giunta alla sua fase deliberante, ha avuto un iter preparatorio molto compatto, in un certo senso d’urgenza. I contenuti sono riassunti nel titolo ufficiale dato al processo (l’inglese è in questo caso la lingua ufficiale, su richiesta dei promotori, per l’obiettivo di visibilità e internazionale e di comunicazione). La richiesta è stata formulata negli ultimi mesi del 2021 dalla Commissione per la difesa dei diritti umani Dom Paulo Evaristo Arns – il quale è stato cardinale simbolo della resistenza alla dittatura militare – e da realtà rappresentative dalle forze di opposizione interne al Governo di J. Bolsonaro, come l’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib), il Black coalition for Rights e il Public Services International (PSI).

I motivi della richiesta— molto ben dettagliati nel lungo atto di accusa—hanno messo in evidenza come le politiche e le pratiche adottate dal Governo Bolsonaro per il controllo della pandemia virale erano state programmaticamente rivolte ad accentuare le situazioni di marginalità, discriminazione, fino a politiche con caratteristiche di crimini contro l’umanità e direttamente genocidarie per intere popolazioni come quelle dei popoli originari ed afro discendenti. Le udienze pubbliche si sono tenute dal 24 al 25 maggio presso l’Aula Nobile della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di San Paolo e in forma ibrida.

La giuria ha ascoltato molti esperti e testimoni a sostegno dei diversi aspetti dell’atto di accusa, e ha avuto formalmente accesso alla documentazione prodotta negli ultimi mesi dalla Commissione del Senato brasiliano e da rapporti inviati all’attenzione della CPI sulle responsabilità di Bolsonaro nel trasformare la pandemia in una ‘sindemia’, nella quale il popolo brasiliano, specie in alcune sue componenti, era/è formalmente non il soggetto di diritti, ma il ‘nemico-l’altro’ da eliminare.

La giuria è presieduta da Luigi Ferrajoli, ed è composta da rinomati esperti nei campi del diritto, delle scienze sociali e della salute globale:

Sir Clare Roberts (Antigua e Barbuda), ex ministro della giustizia, ex presidente della Commissione interamericana per i diritti umani ed ex giudice della Corte suprema dei Caraibi orientali; Alejandro Macchia (Argentina), medico ed epidemiologo; Eugenio Raúl Zaffaroni (Argentina), ex membro della Corte suprema argentina ed ex giudice della Corte interamericana dei diritti umani – OSA; Joziléa Kaingang (Brasile), leader indigena e antropologa sociale; Kenarik Boujikian (Brasile), ex giudice d’appello della Corte di Giustizia di San Paolo; Rubens Ricupero (Brasile), ambasciatore, ex ministro, ex segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo; Vercilene Dias Kalunga (Brasile), leader Quilombola e avvocato; Baronessa Vivien Stern (UK), membro della Camera dei Lord, specialista in diritto penale e diritti umani; ITALIA – Nicoletta Dentico (Italia), giornalista, scrittrice e consulente per la salute globale; Boaventura de Sousa Santos (Portogallo), docente senior, Facoltà di Economia, Università di Coimbra; Luís Moita (Portogallo), professore all’Università autonoma di Lisbona, specialista in studi sulla pace e sulla guerra;– Jean Ziegler (Svizzera), professore di sociologia all’Università di Ginevra, ex membro del Parlamento svizzero, ex relatore speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

La complessità della situazione, che incrocia anche le crescenti tensioni di questo periodo pre-elettorale, e le difficoltà di un lavoro tutto da remoto, fanno prevedere che la fase deliberativa in corso non potrà concludersi prima della fine del luglio 2022.

Terza sessione sullo Sri Lanka e il popolo Tamil

Nella sua storia, il TPP ha avuto modo di interessarsi dell’etnia-popolo Tamil. In una prima Sessione svoltasi a Dublino nel 2010, all’indomani del massacro di un numero mai quantificato fino in fondo di decine-centinaia di migliaia di persone, da parte del governo militare dello Sri-Lanka, che aveva scatenato una guerra di repressione contro la minoranza Tamil con un forte supporto internazionale, diretto ed indiretto, di USA, UK, Israele, ed una posizione di chiara condanna, ma sostanziale silenzio diplomatico da parte internazionale. Una seconda Sessione del TPP condotta a Bremen nel 2013 aveva permesso ulteriormente di approfondire l’analisi dei documenti de-secretati, dei testimoni sopravvissuti ai campi, delle politiche di discriminazione sistematica, delle espulsioni, arrivando alla formulazione di un processo di genocidio, che tragicamente corrispondeva a tutte le definizioni più rigorose del crimine sancite a livello internazionale.

Una revisione della situazione del popolo Tamil — non tanto rispetto al genocidio già giudicato in modo definitivo, ma rispetto alla continuazione di comportamenti di violazione dei diritti fondamentali e della sua stessa identità nel popolo attualmente residente e nell’esilio — è stata richiesta al TPP con procedura di urgenza negli ultimi mesi del 2021 dalla comunità della diaspora Tamil sostenuta da uno spettro molto ampio di popoli ‘in esilio’, e da ONG attive internazionalmente nella difesa-affermazione dei diritti umani e dei popoli. Di particolare importanza in questa terza udienza pubblica è la denuncia della totalmente ingiustificata – e gravissima per le sue implicazioni giuridiche e pratiche – della qualifica di ‘terroristi’ da parte degli USA e dell’UK, con la connivenza passiva dell’UE. Questo ha creato una situazione di non-protezione generalizzata dei Tamil, e si configura come un crimine contro la pace, in un’area come quella del Sud-Est Asiatico che è divenuta uno degli scenari geopolitici più ‘armati’ del mondo, anche da punto di vista nucleare. Il territorio dei Tamil in Sri Lanka è in questo senso strategico per avere il porto-chiave per tutto il controllo dell’Oceano Indiano: il processo genocidario, che include anche religione, cultura, identità, è diventato ‘continuo’, ed integra, pur in altra forma, la assoluta criticità della situazione dei Rohingyas in Myanmar. La giuria, molto rappresentativa anche di popoli che condividono storie concrete che richiamano quella dei Tamil è composta da Denis Halliday, ex assistente del segretario generale delle Nazioni Unite e vincitore del Gandhi International Peace Award; Javier Giraldo Moreno, vicepresidente del Tribunale Permanente dei Popoli, teologo della liberazione e attivista per i diritti umani colombiano; Ana Esther Cecena, direttrice dell’Osservatorio Geopolitico Latinoamericano e docente presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico; Flavia Carvalho, giudice aggiunto della Corte Suprema brasiliana; Lourdes Esther Huanca Atencio, presidente della Federazione nazionale delle contadine, artigiane, indigene, native e salariate del Perù; Feliciano Valencia, ex senatore colombiano, leader indigeno Nasa della regione del Cauca; Na’eem Jeenah, direttore esecutivo del Centro Afro-Medio Oriente in Sudafrica ed ex presidente del Movimento giovanile musulmano del Sudafrica; Liza Maza, segretaria generale della Lega Internazionale di Lotta Popolare (ILPS) ed ex membro della Camera dei Rappresentanti delle Filippine; Lonko Juana Culfunao Paillal, leader della comunità indigena Mapuche del Cile sud-occidentale e fondatrice della Commissione Etica contro la Tortura, Junaid S. Ahmad, direttore del Centre for the Study of Islam and Decoloniality di Islamabad e fondatore e presidente del Palestine Solidarity Committee, Pakistan.

Si è appena conclusa a Berlino l‘ udienza pubblica. La sentenza sarà disponibile l’inizio dell’autunno 2022.

Conclusioni

Il lavoro del TPP ha continuato anche in questo anno, pur nella assoluta limitatezza dei mezzi—ma grazie alla ricchezza del sostegno e della collaborazione attiva e volontaria di una rete veramente estesa di persone, competenze , organizzazioni— la sua storia di tribuna di visibilità e di presa di parola per tutti i ‘popoli’ che hanno ritenuto di ritrovare nello statuto, nello stile di presenza, nel rigore della metodologia un motivo di fiducia, ed un aiuto nella loro lotta.

I ‘casi’ che abbiamo presentato sono quelli che si sono potuti scegliere e seguire..

Abbiamo lungo i mesi provato a consacrare del tempo ad una riflessione sul dove si va: al di là di quel lavoro continuo di ricerca ( tanto da diventare essenziale nella nostra identità: insieme ai tanti contributi che arrivano soprattutto da chi lavora nelle giurie dei singoli casi) diventa sempre più forte l’esigenza di prendere sul serio le tante ‘provocazioni’ che i diritti dei popoli pongono alla crescente lontananza del diritto internazionale dalle loro domande e vite.

Sarebbe un momento importante. Ed un’opportunità,reciproca, di fare passi innovativi.

Grazie per l’attenzione che vorrete dare a questa breve cronaca.

Gianni Tognoni,

E’ sconcertante. Perché chi dichiara la guerra non è mai chi poi la combatte, chi muore, chi vede la propria vita distrutta. E’ bizzarro. Perché chi vuole eserciti potenti, armi da inviare, resistenze infinite di eroici eserciti, non è mai dalla parte di chi quelle armi le usa o di chi quelle armi subisce.

A volere le guerre, a pensarle giuste e possibili, ad invocare armamenti come soluzione eterna per avere la pace, sono quasi sempre signori e signore che vivono in belle case, che vanno a cena con gli amici e disquisiscono di questo e di quello, chiedendo al ritorno un thè al cameriere filippino. 

E’ triste vedere uomini e donne che dovrebbero essere dotati di cultura e senno, uomini e donne che vivono – dicono – la democrazia di questa Repubblica e di questa Costituzione, insultare chi chiede non si seguire la strada del riarmo dell’Ucraina e dell’Europa. Nella nostra democrazia, vorrei ricordarlo, è un’opinione legittima e coerente. Tanto coerente e legittima da richiedere la “demonizzazione pubblica e ufficiale” per essere contrastata. Si, perché con la ragione e il dibattito, il palco di chi vuole le armi cade. A spiegare che non è armando le parti che si mette fine alla guerra non ce lo raccontano dotti circoli di geopolitica. No: è la cronaca quotidiana della guerra a dircelo. E’ la storia degli ultimi decenni. La guerra si ferma con il disarmo, togliendo le armi dalla circolazione e facendole tacere. Le armi si fanno tacere con la pressione politica ed economica, con gli strumenti della diplomazia, del diritto, dell’unità politica internazionale verso un obiettivo. Questo significa che gli ucraini non hanno il diritto di difendersi? Certo che hanno il diritto di farlo. Ma noi abbiamo il dovere di sostenerli evitando che si facciano massacrare all’infinito.

La fine della guerra – delle guerre – richiede rigore. Esige capacità di sacrificio reale, con la volontà di sopportare il peso di sanzioni, tagli economici, difficoltà. Chiede anche scelte di campo definitive sui diritti umani e sulla loro applicazione universale, trasformandoli nella linea guida della nostra vita, individuale e collettiva. Parlo di quei diritti umani che, chi oggi suona le trombe della guerra e del riarmo, non si è mai scomodato di far rispettare davvero, permettendo a governi, imprenditori, piccoli truffatori di fare affari con chiunque, soprattutto con autocrati e dittatori. Quei diritti umani che sono quotidianamente calpestati dall’indifferenza reale di chi dalle colonne dei giornali non denuncia mai – o solo raramente – lo scandalo delle leggi sull’accoglienza in Italia, non racconta mai degli affari poco chiari delle nostre imprese nel campo degli armamenti, dell’industria petrolifera, di quella alimentare. Quei diritti umani che vengono ridicolizzati nei contratti di lavoro poco dignitosi offerti ai giovani, nella sanità privatizzata come l’acqua, nella scuola dimenticata da tutte le politiche di rilancio.

Se coloro che oggi tuonano contro chi è contro il riarmo in nome della Pace fossero capaci di riflettere, si accorgerebbero che essere contro le armi significa essere dalla parte della nostra Costituzione. Significa essere dalla parte dei diritti. Non significa – come stanno urlando per gettare fango – essere “putiniani” o essere equidistanti, no. Significa essere così tanto dalla parte di chi è aggredito, da volerlo assolutamente salvare. Trovando soluzioni reali, definitive e non facendo allungare i tempi di una guerra che ogni giorno uccide innocenti.

La disumanità di questi bravi, grassi, signori urlanti è pari solo alla tristezza che sanno generare. Sono grigi, come stupidi hoolingans. Sono vecchi, come coloro che dicono di voler combattere. Sono privi di futuro. Esattamente come priva di futuro è la loro arrogante stupidità.

Raffaele Crocco  Unimondo 28/03/2022

L’autocrate Putin e i nostri interessi nazionali

Ben pochi tra i commentatori, anche quelli che non sono simpatizzanti di Putin e nostalgici della Grande Madre Russia, dimostrano di avere a cuore il nostro interesse nazionale a ragionano in modo freddo e preciso su quanto sta avvenendo, dopo che il capo del Cremlino ha lanciato l’operazione bellica contro l’Ucraina.
Pur avendo ben chiaro che Putin è un autocrate e non certo un campione della liberal-democrazia, è necessario chiedersi a chi giova realmente questa crisi così pericolosa e a ridosso dei confini europei. Da parte mia avanzo l’ipotesi, peraltro già adombrata da altri, che a trarne giovamento, in questo particolare momento storico, siano soprattutto gli Stati Uniti. I quali hanno un presidente in grave difficoltà come Joe Biden. A volte appare lucido e a volte inebetito. E’ a capo di una nazione tremendamente divisa, e Putin gli ha in fondo offerto su un piatto d’argento l’occasione per uscire dall’angolo e ritornare al centro del ring. Naturalmente bisogna vedere se saprà coglierla.

I quesiti da porci

Credo che i principali quesiti da porre siano i seguenti. (1 Quale senso ha avuto la continua espansione della Nato a oriente, visto che l’Unione Sovietica non esiste più? (2 E perché i tanti segnali d’allarme lanciati dai russi in questi anni sono stati sempre ignorati, quando non derisi? La spiegazione non è affatto semplice, ma ne azzardo una che a me sembra plausibile.
Anche dopo la fine della Guerra Fredda e l’implosione dell’Urss, nei circoli politici – e soprattutto militari – di Washington, Mosca continua ad essere considerata l’avversario principale, quello da combattere ad ogni costo, insomma. Certo è difficile cambiare abitudini. Anche se tanti analisti ci hanno detto che Biden ha compiuto la disastrosa ritirata dall’Afghanistan perché, seguendo in questo caso Donald Trump, si è finalmente accorto, a differenza del premio Nobel per la pace Barack Obama, che il nemico principale dell’America è la Cina, e non la Russia.

L’Ucraina usata e illusa

Usa e Nato hanno illuso il governo ucraino con dichiarazioni di solidarietà. Tuttavia Biden ha subito chiarito di non essere disposto a scontrarsi militarmente con i russi né ha promesso di inviare truppe sul terreno. Del resto non può permetterselo, considerato che buona parte dell’opinione pubblica Usa (che non lo ama) è schierata su posizioni isolazioniste. Quindi mano libera agli europei, abituati da tanto tempo a rincantucciarsi sotto le coperte lasciando agli americani le incombenze militari. E pure criticandoli senza remore quando bombardano.

Sanzioni autolesioniste

Ora si stanno progettando le solite sanzioni che, come sempre, serviranno a poco. Ma un fatto è chiaro. A soffrirne sarà in modo pressoché esclusivo la Ue, e non gli Usa che, al contrario, proprio dalle sanzioni potrebbero guadagnare tanto in termini economici quanto politici. Mi chiedo, per esempio, come si possa criticare la Germania per la sua presunta “timidezza”, quando si sa benissimo che i tedeschi dipendono in maniera essenziale dalla Russia per i loro approvvigionamenti energetici. Idem per l’Italia, forse in misura anche maggiore, anche se non pare che i nostri politici ne siano consapevoli.

Cina da nemico assoluto ad arbitro

Dulcis in fundo, si noti che finora la Cina di Xi Jinping ha adottato sulla questione ucraina un atteggiamento di grande prudenza. Nessun segno, finora, di voler seguire Putin nel riconoscimento delle repubbliche separatiste. Al contrario, l’atteggiamento di Pechino è stato piuttosto ambiguo. Non si può escludere che stia giusto ad osservare da fuori per giocare un ruolo di mediazione. Scontentando Putin, ma riguadagnando punti presso un Occidente che la considerava addirittura un pericolo mortale.
Tuttavia, proprio l’aver ignorato i continui allarmi lanciati da Putin ha causato la saldatura dei rapporti tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese. Magari Mosca in futuro ricambierà appoggiando l’eventuale invasione e l’annessione di Taiwan alla Repubblica Popolare. Resta comunque il fatto che i cinesi considerano la presenza russa in Estremo Oriente un’indebita intrusione, e la questione si porrà certamente nel futuro.

L’acqua calda che brucia e il brodino Stoltenberg

Si scopre soltanto l’acqua calda notando, una volta di più, che l’Unione Europea non ha una strategia e si limita a vivacchiare sul piano diplomatico e militare. Solo che, in certe situazioni, vivacchiare non basta, né è sufficiente che la Nato schieri navi e aerei rischiando uno scontro diretto sul quale gli stessi vertici dell’Alleanza nutrono dubbi. Stoltenberg fa fuoco e fiamme a parole, ma si guarda bene dall’incrociare direttamente le lame con i russi. L’Unione Europea, così com’è oggi, può combattere soltanto guerre virtuali, giacché le mancano una strategia e una chiara visione del suo ruolo.

Michele Marsonet – Remocontro.it  25/02/2022

Bilancio della gestione del governo peruviano a livello economico e politico – gennaio 2022

Cominciando dalla situazione economica, bisogna considerare che da diversi mesi il tasso di cambio del dollaro in Perù ha raggiunto un livello storico critico: nel marzo dello scorso anno il dollaro costava 3.76 soles (0.25 euro circa), ma in quel mese ha superato la barriera di 4.10 soles e i prezzi dei prodotti alimentari di base, come pollo e gas da cucina, e di tutte le risorse di base che incidono sull’economia familiare erano già saliti alle stelle.

Oggi (17 gennaio), dopo quasi un anno di incertezza economica, il dollaro è arrivato a 3.87 soles, ma le cose rimangono allo stesso prezzo e, a causa dell’andamento del mercato, l’offerta e la domanda rimarranno le stesse. Cosa ha fatto il governo? Ha acquistato dollari tramite la Central Reserve Bank per fermare o controllare l’inflazione della valuta, che ha segnato un altro record storico a livello nazionale.

Perché si sono verificati tali effetti? La giustificazione che è stata data è che la fuga di capitali dal paese era massiccia, perché si pensava che il nuovo governo eletto, “comunista” e di sinistra, avrebbe operato massicce nazionalizzazioni ed espropri, a cominciare dalle banche usuraie. Tutto questo comunque non è successo, però purtroppo in Perù i media hanno un potere spaventoso e sono sempre stati dalla parte delle dittature militari, dei governi corrotti, ecc., oltre al fatto che esiste un monopolio assoluto, per il quale c’è bisogno di un governo asservito.

Quindi era prevedibile che il nuovo governo non avrebbe avuto vita facile e che i suoi membri avrebbero dovuto lavorare duro per mostrare buone intenzioni, ma soprattutto una buona gestione a livello economico, sociale ed emergenziale della pandemia, che ha colpito duramente il Paese. Purtroppo, però, i primi 100 giorni governo hanno già visto molte criticità: alcuni membri del Parlamento sono inadatti al loro ruolo, non esiste una maggioranza piena che possa resistere agli attacchi di una destra inferocita, è stata già sfiorata la crisi di governo, e diversi ministri sono stati, a torto o a ragione, sostituiti perché privi di un gabinetto coerente, tecnicamente adatto e perché purtroppo sembrano animati solo da intenzioni politiche e non da obiettivi concreti.

Attualmente, a causa di nomine in posizioni chiave di persone con dubbia capacità, la fiducia dei cittadini si è indebolita e si è generato un maggiore confronto che ha influito sulla percezione della crescita economica nel nostro Paese. Per esempio, il ministro dell’Ambiente ha fatto pressioni sul direttore delle risorse umane per valutare e assumere persone a lui vicine che non hanno capacità né tecnica né professionale. Un controverso ex avvocato fujimorista è stato nominato Presidente del consiglio di amministrazione di una delle società statali emblematiche, la “Perupetro”; è stato addirittura modificato il profilo della carica poiché chi ricopriva quella carica è sempre stato un ingegnere petrolchimico, come dovrebbe essere.

Questo indica che in molte delle principali istituzioni statali sono state insediate persone raccomandate, che si sono dimenticate dei poveri per avere stipendi molto sostanziosi, senza rendere fattibile il miglioramento delle istituzioni pubbliche, ma proseguendo sulla stessa strada disastrosa fatta di corruzione, divisione di aree di influenza e occupazione di posizioni in cui non faranno assolutamente nulla perché privi di capacità: vivranno solo a spese dello stato e delle tasse che pagano tutti i peruviani.

Abbiamo un Presidente che parla del popolo in ogni discorso, e che però attualmente ha una denuncia in corso per “traffico di influenze illecite” presso la Procura della nazione, perché tutto indica che potrebbe essere stato lui o il suo entourage a favorire e a dare in concessione in cambio di favori un appalto a una donna d’affari che è vicina all’ex segretario del palazzo del governo: questa imprenditrice indica addirittura di aver avuto una serie di incontri a casa del Presidente stesso. Questo può sembrare poco plausibile, ma il Presidente non fa conferenze stampa né concede interviste alla stampa nazionale, che lo ha sempre maltrattato durante la campagna elettorale e che in tutto questo tempo è rimasta sulle sue posizioni. La stampa, perciò, si dà un gran da fare a fornire informazioni e prove contro il Presidente, prove che, non essendo confutate pubblicamente dallo stesso Presidente, danno l’impressione di essere vere o semplicemente lasciano un dubbio su quella che è stata sempre indicata come “corruzione zero” durante la campagna presidenziale. Non si capisce poi il motivo per cui il Presidente tiene riunioni a casa sua se ha a disposizione il palazzo del governo.

Tutti i governi del Perù sono sempre stati dediti alle ruberie e in questi ultimi 200 anni il potere è sempre rimasto saldamente in mano alla destra e alla classe imprenditoriale in generale, che ha sempre prodotto stabilmente ministri e classi politiche, che hanno continuato a fare i propri affari sfruttando le risorse naturali del paese con concessioni a multinazionali durante decenni, con istituzioni statali assunte da persone inutili e di parte, dimenticando la popolazione nel suo insieme e i veri problemi che ci affliggono a partire dal colonialismo spagnolo.

Questo governo ha dato una speranza di cambiamento, era l’occasione per unire le forze per far governare la sinistra, che purtroppo è però sempre disunita e si contende il potere, e soprattutto mostra atteggiamenti addirittura peggiori dei politici tradizionali di destra, perseguendo il proprio vantaggio, senza un orientamento serio per avere un governo giusto, razionale e che vada verso il progresso; poi il fatto che questo governo abbia caratterizzato la sua compagna elettorale con il motto: “Niente più poveri in un paese ricco”, suona a ancora più grottesco: è una frase che ora rimane un sogno per quanti avevano creduto in questo governo.

Speriamo che la tendenza vista fin qui nella prassi di governo si possa invertire ma, visti i presupposti, c’è il forte timore che questa speranza possa rimanere vana.

Valentina

Il conflitto tra il governo etiope e i ribelli del Tigray che sembrava concedere un cessate il fuoco di fatto a ridosso del Natale ortodosso, la nostra Befana, non trova soluzione. Nonostante la parziale liberazione di prigionieri politici da parte del premier Abiy Ahmed e la fine degli scontri via terra, proseguono più intensi gli attacchi aerei sui ribelli del Tigray. E le Nazioni unite non riescono più a portare aiuti alla popolazione civile nelle zone colpite e devono ritirarsi.

Il Nobel delle promesse tradite

Il premier etiope Abiy Ahmed, ormai discusso premio Nobel per la pace, nei primi giorni di gennaio aveva promesso che avrebbe liberato diverse figure di spicco dell’opposizione «nel tentativo di raggiungere la riconciliazione nazionale e promuovere l’unità». Un’amnistia «il cui scopo è spianare la strada a una soluzione duratura dei problemi dell’Etiopia in modo pacifico e non violento. Soprattutto con l’obiettivo di rendere un dialogo nazionale onnicomprensivo». Belle parole e applausi di speranza.

L’illusione di una tregua reale

Accolte le richieste del Tigray People’s Liberation Front, il Tplf ribelle che aveva dichiarato di essere pronti a trattative se il governo avesse rilasciato prigionieri politici e posto fine all’assedio del Tigray. Tra le persone rilasciate ci sono Sibhat Nega, un membro fondatore del Tplf, e Abay Weldu, ex presidente della regione del Tigray, ma anche il leader dell’opposizione oromo Jawar Mohammed e il giornalista Eskender Nega. Buone premesse che non hanno fermato la guerra, denuncia Fabrizio Floris sul manifesto.

Stop scontri diretti (e perdenti), ma più bombardamenti

Se da un lato gli scontri sul terreno tra esercito etiope e ribelli tigrini si sono fermati, dall’altro sono continuati gli attacchi aerei. Anzi, peggio di prima. L’8 gennaio 56 persone sono state uccise e 30 ferite in un attacco aereo nel campo per sfollati nel nord dell’Etiopia, nell’area di Dedebit. Mentre l’11 gennaio, 17 persone sarebbero morte per alcuni attacchi con droni nella zona di Mai Tsebri. Ma i ribelli sostengono che ci sono stati anche attacchi via terra dall’Eritrea.

Unicef, violazione diritti umani

Dopo l’attacco aereo di venerdì scorso le agenzie umanitarie hanno sospeso il loro lavoro a causa dei continui attacchi di droni. L’Unicef ricorda che “i campi per rifugiati e sfollati interni, comprese le scuole che ospitano bambini e famiglie sfollate e le strutture essenziali che forniscono loro servizi umanitari, sono obiettivi civili”. E Vatican News rilancia l’accusa di “violazione del diritto internazionale umanitario” e chiede l’immediata fine delle ostilità ma soprattutto la protezione dei piccoli dai pericoli.

Promesse ai ‘Grandi’, e grandi bugie

Solo tre giorni fa, denuncia Fabrizio Floris sul manifesto, il premier Abiy Ahmed aveva discusso con il presidente americano Joe Biden «delle opportunità per promuovere la pace e la riconciliazione». Sul campo l’effetto reale è quello di impedire l’assistenza umanitaria alla popolazione schiacciata da 15 mesi di guerra. L’Ufficio delle Nazioni unite per gli affari umanitari: «nel complesso, la situazione degli sfollati interni in tutte e tre le regioni dell’Etiopia settentrionale rimane drammatica e richiede un ulteriore rafforzamento dell’assistenza multisettoriale».

L’Onu bombardata deve arrendersi

Nelle aree degli ultimi raid «i partner umanitari dell’Onu hanno sospeso le attività a causa delle continue minacce di attacchi di droni». «L’Onu e i suoi partner umanitari – ha dichiarato il portavoce Stephane Dujarric– stanno lavorando con le autorità per mobilitare urgentemente l’assistenza di emergenza nell’area, nonostante le continue difficoltà dovute alla grave carenza di carburante, denaro e forniture nel Tigray». Ma nell’anno che è iniziato la pace è ancora solo una promessa.

Poi la tragedia sanità

L’Oms in Etiopia dall’agenzia Dire (www.dire.it): «Nessun accesso alle medicine, in Tigray è un inferno». Il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Ghebreyesus: «Un insulto all’umanità, dallo scorso luglio non è permesso consegnare medicinali alla popolazione». Ghebreyesus, di origini tigrine, è accusato da Adis Abeba di faziosità, ma le sue accuse trovano conferma nelle dichiarazioni del responsabile per le Emergenze dell’Oms, Michael Ryan.

«Da circa sei mesi i medici in Tigray non hanno accesso a “medicinali salva vita anche basici”, come l’insulina per i pazienti diabetici». Per il Covid è strage senza rimedi.

 

Gli ultimi sviluppi del conflitto tra Armenia e Azerbaijan

A seguito della Seconda guerra dell’Artsakh.

 

di Grigor Ghazaryan *

Immaginatevi una situazione in cui uno stato confinante annuncia di voler progettare un viale lungo decine di chilometri che spacchi il territorio del vostro stato in due e arrivi poi ad un terzo stato (oppure al suo exclave). E senza neanche chiedere la vostra opinione. Che ne pensereste di una tale richiesta? Questo surrealismo tocca i rapporti tra Armenia e Azerbaijan, vincitore quest’ultimo della guerra dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) dopo l’aggressione del 27 settembre 2020, scoppiata nella guerra dei 44 giorni e realizzata con l’appoggio militare, logistico e pratico della Turchia di Erdogan e di miliziani giunti dalla Siria. Ora l’Azerbaijan si presenta con nuove idee di rivendicazione sugli armeni, aspirando a creare un collegamento terrestre attraverso il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia e annunciando allo stesso tempo di essere pronto ad “applicare la forza” qualora l’Armenia volesse opporsi ai suoi progetti.
A seguito della dichiarazione trilaterale di cessate-il-fuoco, formulata da Armenia, Azerbaijan e Russia il 9 novembre 2020, l’Azerbaigian ha infatti continuato la sua politica di espansione nei confronti dell’Armenia e della Repubblica di Artsakh, la quale due giorni fa ha festeggiato 30 anni della sua indipendenza.
Il periodo tra dicembre 2020 e giugno 2021 ha visto il susseguirsi di vari eventi: l’infiltrazione (13 dicembre 2020) delle forze speciali azere nei villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd in violazione della dichiarazione trilaterale, durante la quale i soldati azeri hanno catturato decine di soldati e civili armeni; il deturpamento della Cattedrale armena di San Salvatore a Shushi e la rimozione delle sue cupole (3 maggio 2021); l’infiltrazione in Syunik, regione meridionale della Repubblica d’Armenia; le tensioni a Khdzoresk e Verishen, Vardenis e Kut (3 maggio 2021); l’avanzamento delle truppe azere nelle zone confinanti con le città di Vardenis e Sisian (14 maggio 2021); il fuoco aperto il 25 maggio 2021, con l’uccisione di un soldato armeno sulla territorio della Repubblica d’Armenia, a Verin Shorzha; la presa in ostaggio di 6 militari armeni sul territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, mentre facevano lavori di ingegneria militare mirata alla fortificazione dei confini (27 maggio). Da segnalare poi che l’Azerbaijan rilascia 15 prigionieri di guerra armeni (13 giugno), però solo in cambio di una mappa delle mine (per i territori occupati), applicando così il principio di scambio di vite umane con oggetti preziosi; il 15 giugno il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è a Shushi, la città distrutta dalla Turchia e dall’Azerbaigian nel 1920 e nel 2020, accompagnato dal presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e dalla sua famiglia per celebrare il successo dopo l’aggressione contro l’Artsakh e l’Armenia; nella dichiarazione sullo sviluppo del “mondo turco”, si ricorda il trattato di Kars del 1921, per mezzo del quale agli armeni vennero strappate intere regioni, terre storiche armene, nota con soddisfazione la collaborazione russo-turca sul territorio di Artsakh e prevede una collaborazione tra Turchia e Azerbaijan nell’ambito politico-militare. Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh condanna fermamente tali visite nei territori occupati di Artsakh, considerandole come ”una provocazione, un’attuazione della politica espansionistica ed estremista e una chiara manifestazione di grave violazione del diritto internazionale, xenofobia, genocidio e politica terroristica”; il 6 luglio 2021 si verifica un caso serio di sparatoria intensa a Verin Shorzha, ferito un soldato armeno; le truppe azere cominciano a sparare anche nella direzione di Yeraskh, nel sud-ovest dell’Armenia. E’ in atto il nuovo piano dell’aggressione, che prevede di attanagliare la Repubblica d’Armenia sia dalla parte orientale che da quella occidentale (17 luglio).
Nel mese di agosto l’Azerbaijan continua a terrorizzare la popolazione pacifica dei villaggi armeni situati lungo il nuovo confine, sparando in specifico nella direzione dei villaggi di Sotk, Kut, del lago Sev (confine orientale) e anche nuovamente a Yeraskh, dal territorio di Nakhijevan (confine occidentale), uccidendo tre soldati armeni, compreso un sottosergente (1 settembre) delle Forze armate dell’Armenia. Nel frattempo Aliyev, nel suo discorso del 17 agosto, svela il piano massimalistico che suona come una nuova dichiarazione guerrafondaia: “apriremo il corridio per far ritornare i nostri civili nelle loro terre storiche; staremo ovunque vorremo stare”, “ripeteremo la lezione data agli armeni” (riferendosi alla guerra dei 44 giorni). Il 25 agosto, come ennesima provocazione, le truppe azere bloccano una parte dell’autostrada Goris-Kapan, invece il 31 agosto provocano incendi lungo il confine armeno-azero nella zona di Sotq e Kut.
Risulta una situazione nella quale l’Armenia si trova circondata da nemici e falsi alleati, una situazione che potrebbe copromettere di nuovo la pace e la sicurezza della regione.
La Russia, con il mancato supporto agli Armeni, ha contribuito in modo decisivo all’allargamento dello spazio geopolitico dei “neo-ottomani”, rafforzando il fattore turco non solo contro l’Armenia, avendo utilizzato quest’ultima come un “alleato strategico” usandola, comunque, come risorsa/moneta di scambio nei suoi rapporti con i turchi, come ha fatto anche 100 anni fa, ma anche contro l’occidente e la Cina.
La comunità internazionale continua a rimanere inattiva e complice di crimini contro il popolo armeno dell’Artsakh, essendo neutralizzata dalla presenza della Russia sul territorio, che continua la “politica di punizione” contro l’Armenia per il cammino democratico da essa intrapresa senza la sua approvazione.
L’Azerbaijan gioca su tre piani importanti oltre a quello politico
– Militare – pressioni da est e ovest sull’Armenia, mirate alla realizzazione del progetto a tappe “1. Corridoio, 2. Conquista di Syunik 3. Lago di Sevan 4. Yerevan”.
– Culturale – deturpamento di monumenti armeni e dissacrazione di tombe e siti cristiani armeni, cancellazione di ogni traccia storica della presenza degli armeni in Artsakh, seguendo il principio #CancelArmenianCulture ossia quello di distruggere ogni traccia e prova dell’esistenza secolare degli armeni nei territori occupati.
– Psicologico – crimini contro gli armeni, dei crimini di guerra, processi inventati contro i prigionieri di guerra armeni dove questi ultimi vengono etichettati come “terroristi”, per controbilanciare la schiacciante evidenza sull’uso da parte dell’Azerbaijan di mercenari esportati dalla Siria attraverso il territorio turco.
L’Armenia, a causa della sua dipendenza da un alleato geostrategico e politico estremamente discutibile, si trova inanzittutto in uno stato di prigioniero del proprio modello democratico eletto nel 2018, a dispetto della mancata approvazione del Cremlino, giocatore fondamentale e gestore di questo conflitto, i cui presupposti vennero creati apposta da Stalin negli anni 20 del secolo scorso per tenere la regione sotto controllo. Come risultato intere regioni armene, molte delle quali oggi fanno parte di un soggetto politico e territoriale conosciuto con lo stesso nome di una regione iraniana (“Azerbaijan”), sono diventate una specie di valuta nelle mani delle grandi potenze per pagare le cessioni /bilanciamento/ del potere, ma anche per punire gli Armeni per la via di sviluppo democratico da loro scelto.

*PhD, Professore Associato Università Statale di Yerevan.

 

Le comunità mapuche che fanno parte dell’Associazione Regionale Mapuche Folilko, appartenenti al Wallmapu, territorio ancestrale mapuche, di fronte alla dichiarazione dello Stato di eccezione costituzionale, emanato dal governo di ultradestra, Sebastián Piñera, dichiarano quanto segue:

1. La misura di stabilire lo stato di eccezione costituzionale nel territorio mapuche (Wallmapu) costituisce un’aggressione e una violazione dei diritti di libero transito e circolazione di quelli di noi che vivono in questo territorio, perché solo le persone di origine mapuche che vivono nelle loro comunità sono controllate e registrate. Questa misura è rivolta ai leader e alle comunità che sostengono le nostre rivendicazioni territoriali.

2. Lo stato di eccezione costituzionale conferma la complicità del presidente della Repubblica con le imprese forestali, i coloni, gli imprenditori e i proprietari di camion cileni che hanno preteso dal governo un’azione così brutale e poco costruttiva nei confronti del nostro territorio. L’inefficacia e la mancanza di misure politiche chiare hanno permesso alla violenza di impadronirsi delle regioni appartenenti al Wallmapu. Le polizie, i procuratori del pubblico ministero non sono stati in grado di chiarire i fatti di violenza.

3. Il territorio mapuche rimane completamente militarizzato, con blindati, carri armati, elicotteri che lo sorvolano giorno e notte. Sia l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica, mantengono la coercizione delle nostre comunità mapuche, e non permettono loro la libera circolazione, il che genera un isolamento forzato e blindato dalle forze militari.

4. Molte comunità si stanno organizzando per resistere a questa misura repressiva dello Stato cileno, poiché non contribuisce alla soluzione del conflitto. Al contrario, la violenza istituzionale delle forze armate approfondisce la crisi storica che è stata prolungata dai diversi governi in carica, in particolare quello attuale, e allontana qualsiasi possibilità di dialogo, perché in uno stato di eccezione costituzionale la Nazione Mapuche non è disposta a mettersi in ginocchio di fronte allo Stato cileno. D’ora in poi, ciò che accadrà in questa parte della storia sarà di sola ed esclusiva responsabilità del governo e degli imprenditori forestali e dei coloni che cercano di reprimere il popolo mapuche.

5. Deploriamo profondamente che i diversi settori della classe politica, sia del governo che dell’opposizione, abbiano lodato questa misura. Ciò dimostra la loro chiara responsabilità politica nell’aggravamento del conflitto, perché non hanno avuto né capacità né volontà politica di avanzare in modo chiaro e deciso verso una soluzione reale del conflitto di Wallmapu.

6. Chiediamo alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni sociali e alle organizzazioni di solidarietà nazionale e internazionale di rimanere vigili e attenti a questa misura dittatoriale del governo capitalista e di aiutarci a denunciare questa violazione dei nostri diritti e libertà fondamentali, per respingere l’aggressione militare razzista dello Stato cileno contro la Nazione Mapuche.

Infine, vogliamo riaffermare con grande forza e convinzione che non ci lasceremo intimidire, né permetteremo atti di razzismo e xenofobia. Continueremo a lottare per i nostri legittimi diritti alla restituzione del nostro territorio e al pieno esercizio dell’autodeterminazione come base fondamentale della nostra libertà e giustizia.

Margot Collipal Curaqueo Francisco Cheuquemilla Paininao José Naín Pérez.

Wallmapuche, Temuco, 19 de octubre de 2021

Notizie dal Perù e Operazione Yanamayo

a cura di Valentina Del Vecchio

Il processo a Keiko Fujimori

Lo scorso 31 agosto per Keiko Fujimori è iniziata l’udienza preliminare dell’ennesimo procedimento giudiziario per corruzione che la vede coinvolta insieme ad altri imputati. A poche settimane dalla conclusione delle elezioni presidenziali, questo è il primo passo del processo nei confronti della figlia dell’ex dittatore per lo scandalo Odebrecht, in cui sono stati implicati anche i quattro ex presidenti Alan Garcia, Ollanta Humala, Alejandro Toledo e Pedro Pablo Kuczynski. Alle ultime elezioni presidenziali la Fujimori ha perso il ballottaggio del 6 giugno contro Pedro Castillo.
L’udienza preliminare può durare giorni, settimane o addirittura mesi. Si tratta di rivedere i capi di imputazione contro lei e i 39 coimputati, dopodiché il giudice Victor Zuniga potrà approvare in tutto o in parte l’atto d’accusa redatto dal pubblico ministero Jose Domingo Perez. La vittoria elettorale per la Fujimori avrebbe significato la libertà dall’azione penale per tutta la durata del suo mandato presidenziale: è accusata di aver preso denaro illecito da Odebrecht per finanziare le proprie campagne elettorali presidenziali del 2011 e del 2016, elezioni in entrambi i casi perse. Keiko Fujimori nega le accuse. I pubblici ministeri chiederanno per Keiko Fujimori una pena detentiva di 30 anni e 10 mesi per l’accusa di riciclaggio di denaro, ostruzione alla giustizia, criminalità organizzata e dichiarazioni mendaci.

La Fujimori ha già scontato due volte la custodia cautelare, trascorrendo in totale 16 mesi dietro le sbarre fino al suo rilascio lo scorso anno per via dell’epidemia da Covid-19.

La morte di Abimael Guzman, capo di Sendero Luminoso

Il fondatore di Sendero luminoso, Abimael Guzmán, è morto l’11 settembre in un ospedale militare del Perù a seguito di una malattia. Aveva 86 anni. Il ministro della Giustizia, Anibal Torres, ha precisato che è deceduto dopo un’infezione.

“È morto il terrorista Abimael Guzman, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti. La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e incrollabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”, ha commentato il presidente Pedro Castillo su Twitter, dopo essere stato accusato di presunti legami di alcuni membri del suo governo con Sendero luminoso.

Ex professore di filosofia, Guzmán lanciò un’insurrezione contro lo Stato nel 1980, responsabile di vari attentati e assassinii, perseguendo una visione della società ispirata al pensiero di Mao Zedong. Fu catturato nel 1992, condannato al carcere a vita per terrorismo e altri reati. La commissione per la verità peruviana nel 2003 lo ha ritenuto responsabile di 70mila morti e sparizioni tra il 1980 e il 2000.

Il Perù e la Ruta andina

I respingimenti dei migranti dagli USA ad Haiti (e le dimissioni del delegato statunitense a Port au Prince per la durezza dei rimpatri) ha riportato in auge la Ruta Andina, il percorso dei migranti diretti in Perù, Cile e Argentina. Flussi migratori che i muri costruiti non avevano arrestato. Di dimensioni inferiori rispetto ad altre zone del pianeta, anche in America Latina i migranti sono considerati un problema. Recentemente, con la difficoltà di raggiungere l’Europa e i problemi alla frontiera con gli USA, le migrazioni verso Brasile, Argentina e Cile sono aumentate. Per fronteggiare questo fenomeno sono state adottate politiche diverse. Ma ugualmente sbagliate.

Tre i principali flussi migratori lungo la Ruta Andina. C’è chi scappa da paesi come Honduras, Salvador e Guatemala, ma più per fuggire dalle violenze che per povertà. C’è chi scappa dal Venezuela per lasciarsi alle spalle una povertà dilagante e una fame senza precedenti. E poi ci sono quelli che cercano di raggiungere paesi come il Cile (o il Brasile). Qui, trovano ad aspettarli razzismo, leggi sull’immigrazione durissime e pandemia. Tre tipologie di migranti accomunate da un aspetto: la disuguaglianza. “Il problema dei migranti deve ricordarci che gli esseri umani, padri e madri, fuggiranno empre dalla miseria e dai conflitti e si sforzeranno di offrire migliori condizioni di vita ai loro figli”, ha detto il Primo Ministro di Haiti, Ariel Henry. “Le migrazioni continueranno finché ci saranno sacche di ricchezza sul pianeta, mentre la maggior parte della popolazione mondiale vive nella precarietà”. https://estatements.unmeetings.org/estatements/10.0010/20210925/98yJHEsSga5z/PmnDz0DDnPJn_fr.pdf

“La migrazione haitiana ha vagato per l’America Latina per più di un decennio”, ha dichiarato il Ministro dell’Interno del Cile. A poco sono serviti gli appelli delle associazioni umanitarie. O il lavoro delle Corte interamericana dei diritti dell’uomo che nel suo parere 21/14 sui diritti e le garanzie dei minori nel contesto della migrazione stabilisce la “necessità imperativa di adottare un approccio basato sui diritti umani in relazione alle politiche migratorie e rispetto alle esigenze di protezione internazionale”.

Per migliaia di migranti la situazione è preoccupante: molti cadono in una sorta di limbo senza poter regolarizzare la propria posizione e senza poter tornare a casa. “In Cile, il loro esodo è sempre più noto, date le attuali condizioni di lavoro che non ne favoriscono l’inserimento nel mercato, anche con visto e permesso di lavoro”, ha dichiarato Henry. Per Djimy Delice, attivista migrante haitiano che vive a Valparaiso, in Cile, la nuova legge sull’immigrazione ha reso più difficile per i migranti privi di documenti regolarizzare il loro status e accedere all’istruzione, all’alloggio e ai servizi sanitari. “Quello che sappiamo è che, se (i migranti) hanno un viaggio molto incerto (per raggiungere gli Stati Uniti), nulla qui è certo”, ha detto. https://www.migrationportal.org/insight/chiles-retooled-migration-law-offers-more-restrictions-less-welcome/ Un viaggio incerto e pericoloso: ogni anno, centinaia di persone perdono la vita lungo la Ruta (dati Organizzazione internazionale per le migrazioni – IOM). E tra loro molte donne e bambini. Secondo Frank Laczko, Direttore del Centro di analisi dati dell’IOM, il loro numero potrebbe essere sottostimato: “Stimiamo che i naufragi invisibili, che non lasciano sopravvissuti, siano frequenti su questa rotta marittima, ma questo è quasi impossibile da confermare”.

Scarso il dialogo tra i governi, incapaci di gestire cambiamenti geopolitici che non sono nuovi. Ora, visto l’elevato flusso di migranti irregolari nel nord del paese, al confine con Perù e Bolivia, anche il Cile ha deciso di ricorrere alle espulsioni di massa. Per giustificarle, il ministro dell’Interno Rodrigo Delgado ha detto: “Se si controllano le statistiche dell’epoca in cui siamo riusciti a espellere, si vedrà che il flusso migratorio a Colchane, al confine con la Bolivia, si è ridotto”. E “quando abbiamo dovuto smettere di espellere, l’ingresso di clandestini è aumentato”. Secondo il governo, “c’è una relazione diretta tra le espulsioni che abbiamo effettuato nella prima metà di quest’anno e il flusso che è entrato clandestinamente attraverso Colchane”. I numeri, però, mostrano un’altra realtà: il numero dei migranti in Cile (0,33 migranti per 1000 abitanti) non è tale da destare preoccupazioni. Chile | migrationpolicy.org

In un mondo globalizzato come quello di oggi, è sbagliato scaricare tutte le responsabilità sui più deboli, sui migranti. Anche in Cile. Unica speranza, a differenza di quanto sta avvenendo negli USA (con il famoso Titolo 42, voluto da Trump e utilizzato da Biden), il fatto che molte espulsioni di migranti irregolari sono state bloccate dalla Corte Suprema.

Operazione Yanamayo

In questi ultimi mesi ci siamo dedicati soprattutto a sostenere economicamente alcuni ex prigionieri che avevano contratto il Covid e altri che necessitavano di cure mediche urgenti per altre ragioni (totale per ora stanziato: 500 euro). In Perù, infatti, la sanità pubblica è praticamente inesistente, e medicinali e cure mediche sono tutti a pagamento: anche se ricoverati in un ospedale pubblico, i pazienti devono pagare le medicine e i materiali terapeutici che vengono consumati.

Sono stati stanziati anche dei fondi per spese legali di alcuni dei prigionieri che sono ancora in carcere (300 euro). Questi fondi servono soprattutto a coprire le spese vive degli avvocati (trasporti, fotocopie, richiesta di documenti alle cancellerie dei tribunali, ecc.) perché nella maggior parte dei casi gli avvocati che lavorano ai casi dei prigionieri politici sono professionisti solidali che rinunciano ai propri onorari. Spesso però le famiglie non riescono a coprire neanche le piccole spese sostenute dagli avvocati.

Infine, sono stati inviati dei fondi a una ex detenuta che ha deciso di intraprendere una piccola attività economica (chiosco di alimentari) e che necessitava di 500 euro per far partire questa attività. Grazie a questa attività le sarà possibile ricavare un piccolo reddito mensile che servirà per sostentare sé stessa e la figlia che vive con lei. Per ora la cifra stanziata è sufficiente, ma ci riserviamo di integrarla con una piccola aggiunta già concordata, se fosse necessario.

Casa della Solidarietà – Rete Radié Resch di Quarrata (Pistoia) Libera e il Comune di Quarrata

ti invitano alla

28a Marcia per la Giustizia

Sabato 4 Settembre 2021 alle ore 21

Causa Covid 19 ci troviamo direttamente in

Piazza Risorgimento a Quarrata (Pistoia)

sul tema:

Grido della Terra, Grido dei Poveri

interverranno:

don Luigi CIOTTI, fondatore del Gruppo Abele e di LIBERA

Antonietta POTENTE, teologa

Mohamed BA, senegale, attore e scrittore

Aboubakar SOUMAHORO, italo-ivoriano, sindacalista della Lega dei Braccianti

don Mattia FERRARI, cappellano a bordo della nave Mediterranea

Il tema socio-ambientale supera le contraddizioni ideologiche e di classe perché riguarda tutti, senza distinzione. E’ come per gli aerei nei voli internazionali, benché i passeggeri siano divisi tra prima classe, classe esecutive e classe economica, quando cadono, nessuno si salva.

La sinistra ha tardato molto nel rendersi conto della gravità del problema. Lo guardavano con diffidenza, come se si trattasse della bandiera di lotta dei verdi riformisti.

Ritengo che il documento di maggior spessore sulla questione dell’ecologia integrale sia l’enciclica di papa Francesco, la Laudato si, in cui mette in relazione devastazione ambientale e aumento della povertà mondiale. Un testo che rappresenta un appello urgente all’umanità perchè esca dalla spirale dell’autodistruzione. Francesco condanna l’attuale modello di sviluppo centrato sul consumismo e sulla ricerca dei profitti immediati. Salvare il pianeta è salvare i poveri, evidenzia papa Francesco. Sono loro le vittime principali delle distruzioni delle foreste, dell’invasione delle terre indigene, della contaminazione dei fiumi e di mari, dell’abuso di pesticidi e di energia fossile.

Sono i più ricchi e potenti del mondo i veri responsabili delle catastrofi sociali, climatiche e biologiche.

Non era mai successo nella storia, a causa della sua responsabilità, la specie umana si trova ad affrontare una questione globale, la possibilità di scomparire!

Oggi, tante minacce possono distruggere il sistema-Vita o il sistema-Terra:

Le armi di distruzione di massa nucleari, chimiche e biologiche che possono distruggere l’umanità e colpire profondamente la biosfera.

La carenza di acqua potabile, di tutta l’acqua del pianeta solo il 3% e dolce e quella accessibile è meno dell’1%. Di questa il 70% viene usata in agricoltura, il 20% per l’industria e solo il 10% è destinata a noi esseri umani e agli animali. L’acqua è un bene naturale, vitale e insostituibile e un bene comune. L’acqua è vita e senza di essa nessun essere vivente può sopravvivere, lottare per l’acqua bene comune significa lottare per la vita nelle sue diverse forme.

Il riscaldamento globale, ci siamo già dentro. Se non agiremo significativamente, raggiungeremo presto i due gradi Celius di aumento della temperatura, e molti essere viventi e intere popolazioni non saranno in grado di adattarsi e scompariranno. L’attuale riscaldamento è una conseguenza delle emissioni di CO2 di 8-10 anni fa, mentre le emissioni attuali tra 8-10 anni potranno causare un brusco riscaldamento dai 3 ai 5 gradi Celsius, a quella temperatura nessuna forma di vita sopravvivrebbe e gran parte dell’umanità potrebbe scomparire. Penso a ciò che succede in questi giorni in Canada dove la temperatura ha raggiunto i 50 gradi e quasi 1.000 persone sono morte a causa del caldo, oltre al dilagare degli incendi.

La nostra impronta ecologica al 22 agosto 2020 ha già consumato tutte le risorse rinnovabili della Terra. Se continueremo con il consumo attuale continueremo a violare la Terra depredandola di ciò che non è più in grado di dare o ricostituire. A questa aggressione essa risponde con eventi estremi, siccità, inondazioni, disgeli che causano l’innalzamento degli oceani, questo potrebbe colpire il 60% delle popolazioni costiere.

Il super sfruttamento della terra deriva dall’eccessivo sfruttamento di tutti i beni e i servizi naturali, in nome del maggior accumulo possibile di profitti. Ma il limite di questa voracità è già stato raggiunto, al punto che l’1% dell’umanità possiede possiede una ricchezza pari al restante 99%. Dietro questi freddi numeri si nasconde un mare di sofferenza e di morti premature, in particolare di bambini.

Produciamo 36 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, mentre i sistemi oceanici e forestali sono a malapena in grado di assorbirne 20 miliardi. Uno studio dell’ONU ha evidenziato 9 elementi fondamentali per la continuità della vita, tra cui, l’acqua, a 10 anni dalla nostra vittoria al referendum, l’acqua, grazie ai nostri politici, è sempre privata e fonte di grandi guadagni da parte delle SPA, il suolo, la fertilità, l’equilibrio dei climi, il mantenimento della biodiversità, la conservazione dello strato dell’ozono e il controllo dell’acidificazione degli oceani. Tutti questi fattori collocano la Terra e l’Umanità in una emergenza planetaria.

Ascoltare il grido dei Poveri e della Terra è rendersi cura della Terra, dei rapporti tra tutti gli esseri umani e le altre forme viventi. Come siamo lontani da questi buoni propositi? Abbiamo spesso la sensazione che tutti i nostri sforzi per salvare il Pianeta non siano sufficienti.

Quanto servono davvero le condanne, le ansie, i sensi di colpa che ci tiriamo addosso? Se invece di pensare alla catastrofe, o alle fatiche che ci attendono, ci sintonizzassimo su tutte le piccole azioni positive che possiamo compiere ogni giorno con piacere e naturalezza oltre ad una seria denuncia politica.

Vi aspettiamo numerosi…

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