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Bilancio della gestione del governo peruviano a livello economico e politico – gennaio 2022

Cominciando dalla situazione economica, bisogna considerare che da diversi mesi il tasso di cambio del dollaro in Perù ha raggiunto un livello storico critico: nel marzo dello scorso anno il dollaro costava 3.76 soles (0.25 euro circa), ma in quel mese ha superato la barriera di 4.10 soles e i prezzi dei prodotti alimentari di base, come pollo e gas da cucina, e di tutte le risorse di base che incidono sull’economia familiare erano già saliti alle stelle.

Oggi (17 gennaio), dopo quasi un anno di incertezza economica, il dollaro è arrivato a 3.87 soles, ma le cose rimangono allo stesso prezzo e, a causa dell’andamento del mercato, l’offerta e la domanda rimarranno le stesse. Cosa ha fatto il governo? Ha acquistato dollari tramite la Central Reserve Bank per fermare o controllare l’inflazione della valuta, che ha segnato un altro record storico a livello nazionale.

Perché si sono verificati tali effetti? La giustificazione che è stata data è che la fuga di capitali dal paese era massiccia, perché si pensava che il nuovo governo eletto, “comunista” e di sinistra, avrebbe operato massicce nazionalizzazioni ed espropri, a cominciare dalle banche usuraie. Tutto questo comunque non è successo, però purtroppo in Perù i media hanno un potere spaventoso e sono sempre stati dalla parte delle dittature militari, dei governi corrotti, ecc., oltre al fatto che esiste un monopolio assoluto, per il quale c’è bisogno di un governo asservito.

Quindi era prevedibile che il nuovo governo non avrebbe avuto vita facile e che i suoi membri avrebbero dovuto lavorare duro per mostrare buone intenzioni, ma soprattutto una buona gestione a livello economico, sociale ed emergenziale della pandemia, che ha colpito duramente il Paese. Purtroppo, però, i primi 100 giorni governo hanno già visto molte criticità: alcuni membri del Parlamento sono inadatti al loro ruolo, non esiste una maggioranza piena che possa resistere agli attacchi di una destra inferocita, è stata già sfiorata la crisi di governo, e diversi ministri sono stati, a torto o a ragione, sostituiti perché privi di un gabinetto coerente, tecnicamente adatto e perché purtroppo sembrano animati solo da intenzioni politiche e non da obiettivi concreti.

Attualmente, a causa di nomine in posizioni chiave di persone con dubbia capacità, la fiducia dei cittadini si è indebolita e si è generato un maggiore confronto che ha influito sulla percezione della crescita economica nel nostro Paese. Per esempio, il ministro dell’Ambiente ha fatto pressioni sul direttore delle risorse umane per valutare e assumere persone a lui vicine che non hanno capacità né tecnica né professionale. Un controverso ex avvocato fujimorista è stato nominato Presidente del consiglio di amministrazione di una delle società statali emblematiche, la “Perupetro”; è stato addirittura modificato il profilo della carica poiché chi ricopriva quella carica è sempre stato un ingegnere petrolchimico, come dovrebbe essere.

Questo indica che in molte delle principali istituzioni statali sono state insediate persone raccomandate, che si sono dimenticate dei poveri per avere stipendi molto sostanziosi, senza rendere fattibile il miglioramento delle istituzioni pubbliche, ma proseguendo sulla stessa strada disastrosa fatta di corruzione, divisione di aree di influenza e occupazione di posizioni in cui non faranno assolutamente nulla perché privi di capacità: vivranno solo a spese dello stato e delle tasse che pagano tutti i peruviani.

Abbiamo un Presidente che parla del popolo in ogni discorso, e che però attualmente ha una denuncia in corso per “traffico di influenze illecite” presso la Procura della nazione, perché tutto indica che potrebbe essere stato lui o il suo entourage a favorire e a dare in concessione in cambio di favori un appalto a una donna d’affari che è vicina all’ex segretario del palazzo del governo: questa imprenditrice indica addirittura di aver avuto una serie di incontri a casa del Presidente stesso. Questo può sembrare poco plausibile, ma il Presidente non fa conferenze stampa né concede interviste alla stampa nazionale, che lo ha sempre maltrattato durante la campagna elettorale e che in tutto questo tempo è rimasta sulle sue posizioni. La stampa, perciò, si dà un gran da fare a fornire informazioni e prove contro il Presidente, prove che, non essendo confutate pubblicamente dallo stesso Presidente, danno l’impressione di essere vere o semplicemente lasciano un dubbio su quella che è stata sempre indicata come “corruzione zero” durante la campagna presidenziale. Non si capisce poi il motivo per cui il Presidente tiene riunioni a casa sua se ha a disposizione il palazzo del governo.

Tutti i governi del Perù sono sempre stati dediti alle ruberie e in questi ultimi 200 anni il potere è sempre rimasto saldamente in mano alla destra e alla classe imprenditoriale in generale, che ha sempre prodotto stabilmente ministri e classi politiche, che hanno continuato a fare i propri affari sfruttando le risorse naturali del paese con concessioni a multinazionali durante decenni, con istituzioni statali assunte da persone inutili e di parte, dimenticando la popolazione nel suo insieme e i veri problemi che ci affliggono a partire dal colonialismo spagnolo.

Questo governo ha dato una speranza di cambiamento, era l’occasione per unire le forze per far governare la sinistra, che purtroppo è però sempre disunita e si contende il potere, e soprattutto mostra atteggiamenti addirittura peggiori dei politici tradizionali di destra, perseguendo il proprio vantaggio, senza un orientamento serio per avere un governo giusto, razionale e che vada verso il progresso; poi il fatto che questo governo abbia caratterizzato la sua compagna elettorale con il motto: “Niente più poveri in un paese ricco”, suona a ancora più grottesco: è una frase che ora rimane un sogno per quanti avevano creduto in questo governo.

Speriamo che la tendenza vista fin qui nella prassi di governo si possa invertire ma, visti i presupposti, c’è il forte timore che questa speranza possa rimanere vana.

Valentina

Il conflitto tra il governo etiope e i ribelli del Tigray che sembrava concedere un cessate il fuoco di fatto a ridosso del Natale ortodosso, la nostra Befana, non trova soluzione. Nonostante la parziale liberazione di prigionieri politici da parte del premier Abiy Ahmed e la fine degli scontri via terra, proseguono più intensi gli attacchi aerei sui ribelli del Tigray. E le Nazioni unite non riescono più a portare aiuti alla popolazione civile nelle zone colpite e devono ritirarsi.

Il Nobel delle promesse tradite

Il premier etiope Abiy Ahmed, ormai discusso premio Nobel per la pace, nei primi giorni di gennaio aveva promesso che avrebbe liberato diverse figure di spicco dell’opposizione «nel tentativo di raggiungere la riconciliazione nazionale e promuovere l’unità». Un’amnistia «il cui scopo è spianare la strada a una soluzione duratura dei problemi dell’Etiopia in modo pacifico e non violento. Soprattutto con l’obiettivo di rendere un dialogo nazionale onnicomprensivo». Belle parole e applausi di speranza.

L’illusione di una tregua reale

Accolte le richieste del Tigray People’s Liberation Front, il Tplf ribelle che aveva dichiarato di essere pronti a trattative se il governo avesse rilasciato prigionieri politici e posto fine all’assedio del Tigray. Tra le persone rilasciate ci sono Sibhat Nega, un membro fondatore del Tplf, e Abay Weldu, ex presidente della regione del Tigray, ma anche il leader dell’opposizione oromo Jawar Mohammed e il giornalista Eskender Nega. Buone premesse che non hanno fermato la guerra, denuncia Fabrizio Floris sul manifesto.

Stop scontri diretti (e perdenti), ma più bombardamenti

Se da un lato gli scontri sul terreno tra esercito etiope e ribelli tigrini si sono fermati, dall’altro sono continuati gli attacchi aerei. Anzi, peggio di prima. L’8 gennaio 56 persone sono state uccise e 30 ferite in un attacco aereo nel campo per sfollati nel nord dell’Etiopia, nell’area di Dedebit. Mentre l’11 gennaio, 17 persone sarebbero morte per alcuni attacchi con droni nella zona di Mai Tsebri. Ma i ribelli sostengono che ci sono stati anche attacchi via terra dall’Eritrea.

Unicef, violazione diritti umani

Dopo l’attacco aereo di venerdì scorso le agenzie umanitarie hanno sospeso il loro lavoro a causa dei continui attacchi di droni. L’Unicef ricorda che “i campi per rifugiati e sfollati interni, comprese le scuole che ospitano bambini e famiglie sfollate e le strutture essenziali che forniscono loro servizi umanitari, sono obiettivi civili”. E Vatican News rilancia l’accusa di “violazione del diritto internazionale umanitario” e chiede l’immediata fine delle ostilità ma soprattutto la protezione dei piccoli dai pericoli.

Promesse ai ‘Grandi’, e grandi bugie

Solo tre giorni fa, denuncia Fabrizio Floris sul manifesto, il premier Abiy Ahmed aveva discusso con il presidente americano Joe Biden «delle opportunità per promuovere la pace e la riconciliazione». Sul campo l’effetto reale è quello di impedire l’assistenza umanitaria alla popolazione schiacciata da 15 mesi di guerra. L’Ufficio delle Nazioni unite per gli affari umanitari: «nel complesso, la situazione degli sfollati interni in tutte e tre le regioni dell’Etiopia settentrionale rimane drammatica e richiede un ulteriore rafforzamento dell’assistenza multisettoriale».

L’Onu bombardata deve arrendersi

Nelle aree degli ultimi raid «i partner umanitari dell’Onu hanno sospeso le attività a causa delle continue minacce di attacchi di droni». «L’Onu e i suoi partner umanitari – ha dichiarato il portavoce Stephane Dujarric– stanno lavorando con le autorità per mobilitare urgentemente l’assistenza di emergenza nell’area, nonostante le continue difficoltà dovute alla grave carenza di carburante, denaro e forniture nel Tigray». Ma nell’anno che è iniziato la pace è ancora solo una promessa.

Poi la tragedia sanità

L’Oms in Etiopia dall’agenzia Dire (www.dire.it): «Nessun accesso alle medicine, in Tigray è un inferno». Il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Ghebreyesus: «Un insulto all’umanità, dallo scorso luglio non è permesso consegnare medicinali alla popolazione». Ghebreyesus, di origini tigrine, è accusato da Adis Abeba di faziosità, ma le sue accuse trovano conferma nelle dichiarazioni del responsabile per le Emergenze dell’Oms, Michael Ryan.

«Da circa sei mesi i medici in Tigray non hanno accesso a “medicinali salva vita anche basici”, come l’insulina per i pazienti diabetici». Per il Covid è strage senza rimedi.

 

Gli ultimi sviluppi del conflitto tra Armenia e Azerbaijan

A seguito della Seconda guerra dell’Artsakh.

 

di Grigor Ghazaryan *

Immaginatevi una situazione in cui uno stato confinante annuncia di voler progettare un viale lungo decine di chilometri che spacchi il territorio del vostro stato in due e arrivi poi ad un terzo stato (oppure al suo exclave). E senza neanche chiedere la vostra opinione. Che ne pensereste di una tale richiesta? Questo surrealismo tocca i rapporti tra Armenia e Azerbaijan, vincitore quest’ultimo della guerra dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) dopo l’aggressione del 27 settembre 2020, scoppiata nella guerra dei 44 giorni e realizzata con l’appoggio militare, logistico e pratico della Turchia di Erdogan e di miliziani giunti dalla Siria. Ora l’Azerbaijan si presenta con nuove idee di rivendicazione sugli armeni, aspirando a creare un collegamento terrestre attraverso il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia e annunciando allo stesso tempo di essere pronto ad “applicare la forza” qualora l’Armenia volesse opporsi ai suoi progetti.
A seguito della dichiarazione trilaterale di cessate-il-fuoco, formulata da Armenia, Azerbaijan e Russia il 9 novembre 2020, l’Azerbaigian ha infatti continuato la sua politica di espansione nei confronti dell’Armenia e della Repubblica di Artsakh, la quale due giorni fa ha festeggiato 30 anni della sua indipendenza.
Il periodo tra dicembre 2020 e giugno 2021 ha visto il susseguirsi di vari eventi: l’infiltrazione (13 dicembre 2020) delle forze speciali azere nei villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd in violazione della dichiarazione trilaterale, durante la quale i soldati azeri hanno catturato decine di soldati e civili armeni; il deturpamento della Cattedrale armena di San Salvatore a Shushi e la rimozione delle sue cupole (3 maggio 2021); l’infiltrazione in Syunik, regione meridionale della Repubblica d’Armenia; le tensioni a Khdzoresk e Verishen, Vardenis e Kut (3 maggio 2021); l’avanzamento delle truppe azere nelle zone confinanti con le città di Vardenis e Sisian (14 maggio 2021); il fuoco aperto il 25 maggio 2021, con l’uccisione di un soldato armeno sulla territorio della Repubblica d’Armenia, a Verin Shorzha; la presa in ostaggio di 6 militari armeni sul territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, mentre facevano lavori di ingegneria militare mirata alla fortificazione dei confini (27 maggio). Da segnalare poi che l’Azerbaijan rilascia 15 prigionieri di guerra armeni (13 giugno), però solo in cambio di una mappa delle mine (per i territori occupati), applicando così il principio di scambio di vite umane con oggetti preziosi; il 15 giugno il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è a Shushi, la città distrutta dalla Turchia e dall’Azerbaigian nel 1920 e nel 2020, accompagnato dal presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e dalla sua famiglia per celebrare il successo dopo l’aggressione contro l’Artsakh e l’Armenia; nella dichiarazione sullo sviluppo del “mondo turco”, si ricorda il trattato di Kars del 1921, per mezzo del quale agli armeni vennero strappate intere regioni, terre storiche armene, nota con soddisfazione la collaborazione russo-turca sul territorio di Artsakh e prevede una collaborazione tra Turchia e Azerbaijan nell’ambito politico-militare. Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh condanna fermamente tali visite nei territori occupati di Artsakh, considerandole come ”una provocazione, un’attuazione della politica espansionistica ed estremista e una chiara manifestazione di grave violazione del diritto internazionale, xenofobia, genocidio e politica terroristica”; il 6 luglio 2021 si verifica un caso serio di sparatoria intensa a Verin Shorzha, ferito un soldato armeno; le truppe azere cominciano a sparare anche nella direzione di Yeraskh, nel sud-ovest dell’Armenia. E’ in atto il nuovo piano dell’aggressione, che prevede di attanagliare la Repubblica d’Armenia sia dalla parte orientale che da quella occidentale (17 luglio).
Nel mese di agosto l’Azerbaijan continua a terrorizzare la popolazione pacifica dei villaggi armeni situati lungo il nuovo confine, sparando in specifico nella direzione dei villaggi di Sotk, Kut, del lago Sev (confine orientale) e anche nuovamente a Yeraskh, dal territorio di Nakhijevan (confine occidentale), uccidendo tre soldati armeni, compreso un sottosergente (1 settembre) delle Forze armate dell’Armenia. Nel frattempo Aliyev, nel suo discorso del 17 agosto, svela il piano massimalistico che suona come una nuova dichiarazione guerrafondaia: “apriremo il corridio per far ritornare i nostri civili nelle loro terre storiche; staremo ovunque vorremo stare”, “ripeteremo la lezione data agli armeni” (riferendosi alla guerra dei 44 giorni). Il 25 agosto, come ennesima provocazione, le truppe azere bloccano una parte dell’autostrada Goris-Kapan, invece il 31 agosto provocano incendi lungo il confine armeno-azero nella zona di Sotq e Kut.
Risulta una situazione nella quale l’Armenia si trova circondata da nemici e falsi alleati, una situazione che potrebbe copromettere di nuovo la pace e la sicurezza della regione.
La Russia, con il mancato supporto agli Armeni, ha contribuito in modo decisivo all’allargamento dello spazio geopolitico dei “neo-ottomani”, rafforzando il fattore turco non solo contro l’Armenia, avendo utilizzato quest’ultima come un “alleato strategico” usandola, comunque, come risorsa/moneta di scambio nei suoi rapporti con i turchi, come ha fatto anche 100 anni fa, ma anche contro l’occidente e la Cina.
La comunità internazionale continua a rimanere inattiva e complice di crimini contro il popolo armeno dell’Artsakh, essendo neutralizzata dalla presenza della Russia sul territorio, che continua la “politica di punizione” contro l’Armenia per il cammino democratico da essa intrapresa senza la sua approvazione.
L’Azerbaijan gioca su tre piani importanti oltre a quello politico
– Militare – pressioni da est e ovest sull’Armenia, mirate alla realizzazione del progetto a tappe “1. Corridoio, 2. Conquista di Syunik 3. Lago di Sevan 4. Yerevan”.
– Culturale – deturpamento di monumenti armeni e dissacrazione di tombe e siti cristiani armeni, cancellazione di ogni traccia storica della presenza degli armeni in Artsakh, seguendo il principio #CancelArmenianCulture ossia quello di distruggere ogni traccia e prova dell’esistenza secolare degli armeni nei territori occupati.
– Psicologico – crimini contro gli armeni, dei crimini di guerra, processi inventati contro i prigionieri di guerra armeni dove questi ultimi vengono etichettati come “terroristi”, per controbilanciare la schiacciante evidenza sull’uso da parte dell’Azerbaijan di mercenari esportati dalla Siria attraverso il territorio turco.
L’Armenia, a causa della sua dipendenza da un alleato geostrategico e politico estremamente discutibile, si trova inanzittutto in uno stato di prigioniero del proprio modello democratico eletto nel 2018, a dispetto della mancata approvazione del Cremlino, giocatore fondamentale e gestore di questo conflitto, i cui presupposti vennero creati apposta da Stalin negli anni 20 del secolo scorso per tenere la regione sotto controllo. Come risultato intere regioni armene, molte delle quali oggi fanno parte di un soggetto politico e territoriale conosciuto con lo stesso nome di una regione iraniana (“Azerbaijan”), sono diventate una specie di valuta nelle mani delle grandi potenze per pagare le cessioni /bilanciamento/ del potere, ma anche per punire gli Armeni per la via di sviluppo democratico da loro scelto.

*PhD, Professore Associato Università Statale di Yerevan.

 

Le comunità mapuche che fanno parte dell’Associazione Regionale Mapuche Folilko, appartenenti al Wallmapu, territorio ancestrale mapuche, di fronte alla dichiarazione dello Stato di eccezione costituzionale, emanato dal governo di ultradestra, Sebastián Piñera, dichiarano quanto segue:

1. La misura di stabilire lo stato di eccezione costituzionale nel territorio mapuche (Wallmapu) costituisce un’aggressione e una violazione dei diritti di libero transito e circolazione di quelli di noi che vivono in questo territorio, perché solo le persone di origine mapuche che vivono nelle loro comunità sono controllate e registrate. Questa misura è rivolta ai leader e alle comunità che sostengono le nostre rivendicazioni territoriali.

2. Lo stato di eccezione costituzionale conferma la complicità del presidente della Repubblica con le imprese forestali, i coloni, gli imprenditori e i proprietari di camion cileni che hanno preteso dal governo un’azione così brutale e poco costruttiva nei confronti del nostro territorio. L’inefficacia e la mancanza di misure politiche chiare hanno permesso alla violenza di impadronirsi delle regioni appartenenti al Wallmapu. Le polizie, i procuratori del pubblico ministero non sono stati in grado di chiarire i fatti di violenza.

3. Il territorio mapuche rimane completamente militarizzato, con blindati, carri armati, elicotteri che lo sorvolano giorno e notte. Sia l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica, mantengono la coercizione delle nostre comunità mapuche, e non permettono loro la libera circolazione, il che genera un isolamento forzato e blindato dalle forze militari.

4. Molte comunità si stanno organizzando per resistere a questa misura repressiva dello Stato cileno, poiché non contribuisce alla soluzione del conflitto. Al contrario, la violenza istituzionale delle forze armate approfondisce la crisi storica che è stata prolungata dai diversi governi in carica, in particolare quello attuale, e allontana qualsiasi possibilità di dialogo, perché in uno stato di eccezione costituzionale la Nazione Mapuche non è disposta a mettersi in ginocchio di fronte allo Stato cileno. D’ora in poi, ciò che accadrà in questa parte della storia sarà di sola ed esclusiva responsabilità del governo e degli imprenditori forestali e dei coloni che cercano di reprimere il popolo mapuche.

5. Deploriamo profondamente che i diversi settori della classe politica, sia del governo che dell’opposizione, abbiano lodato questa misura. Ciò dimostra la loro chiara responsabilità politica nell’aggravamento del conflitto, perché non hanno avuto né capacità né volontà politica di avanzare in modo chiaro e deciso verso una soluzione reale del conflitto di Wallmapu.

6. Chiediamo alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni sociali e alle organizzazioni di solidarietà nazionale e internazionale di rimanere vigili e attenti a questa misura dittatoriale del governo capitalista e di aiutarci a denunciare questa violazione dei nostri diritti e libertà fondamentali, per respingere l’aggressione militare razzista dello Stato cileno contro la Nazione Mapuche.

Infine, vogliamo riaffermare con grande forza e convinzione che non ci lasceremo intimidire, né permetteremo atti di razzismo e xenofobia. Continueremo a lottare per i nostri legittimi diritti alla restituzione del nostro territorio e al pieno esercizio dell’autodeterminazione come base fondamentale della nostra libertà e giustizia.

Margot Collipal Curaqueo Francisco Cheuquemilla Paininao José Naín Pérez.

Wallmapuche, Temuco, 19 de octubre de 2021

Notizie dal Perù e Operazione Yanamayo

a cura di Valentina Del Vecchio

Il processo a Keiko Fujimori

Lo scorso 31 agosto per Keiko Fujimori è iniziata l’udienza preliminare dell’ennesimo procedimento giudiziario per corruzione che la vede coinvolta insieme ad altri imputati. A poche settimane dalla conclusione delle elezioni presidenziali, questo è il primo passo del processo nei confronti della figlia dell’ex dittatore per lo scandalo Odebrecht, in cui sono stati implicati anche i quattro ex presidenti Alan Garcia, Ollanta Humala, Alejandro Toledo e Pedro Pablo Kuczynski. Alle ultime elezioni presidenziali la Fujimori ha perso il ballottaggio del 6 giugno contro Pedro Castillo.
L’udienza preliminare può durare giorni, settimane o addirittura mesi. Si tratta di rivedere i capi di imputazione contro lei e i 39 coimputati, dopodiché il giudice Victor Zuniga potrà approvare in tutto o in parte l’atto d’accusa redatto dal pubblico ministero Jose Domingo Perez. La vittoria elettorale per la Fujimori avrebbe significato la libertà dall’azione penale per tutta la durata del suo mandato presidenziale: è accusata di aver preso denaro illecito da Odebrecht per finanziare le proprie campagne elettorali presidenziali del 2011 e del 2016, elezioni in entrambi i casi perse. Keiko Fujimori nega le accuse. I pubblici ministeri chiederanno per Keiko Fujimori una pena detentiva di 30 anni e 10 mesi per l’accusa di riciclaggio di denaro, ostruzione alla giustizia, criminalità organizzata e dichiarazioni mendaci.

La Fujimori ha già scontato due volte la custodia cautelare, trascorrendo in totale 16 mesi dietro le sbarre fino al suo rilascio lo scorso anno per via dell’epidemia da Covid-19.

La morte di Abimael Guzman, capo di Sendero Luminoso

Il fondatore di Sendero luminoso, Abimael Guzmán, è morto l’11 settembre in un ospedale militare del Perù a seguito di una malattia. Aveva 86 anni. Il ministro della Giustizia, Anibal Torres, ha precisato che è deceduto dopo un’infezione.

“È morto il terrorista Abimael Guzman, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti. La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e incrollabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”, ha commentato il presidente Pedro Castillo su Twitter, dopo essere stato accusato di presunti legami di alcuni membri del suo governo con Sendero luminoso.

Ex professore di filosofia, Guzmán lanciò un’insurrezione contro lo Stato nel 1980, responsabile di vari attentati e assassinii, perseguendo una visione della società ispirata al pensiero di Mao Zedong. Fu catturato nel 1992, condannato al carcere a vita per terrorismo e altri reati. La commissione per la verità peruviana nel 2003 lo ha ritenuto responsabile di 70mila morti e sparizioni tra il 1980 e il 2000.

Il Perù e la Ruta andina

I respingimenti dei migranti dagli USA ad Haiti (e le dimissioni del delegato statunitense a Port au Prince per la durezza dei rimpatri) ha riportato in auge la Ruta Andina, il percorso dei migranti diretti in Perù, Cile e Argentina. Flussi migratori che i muri costruiti non avevano arrestato. Di dimensioni inferiori rispetto ad altre zone del pianeta, anche in America Latina i migranti sono considerati un problema. Recentemente, con la difficoltà di raggiungere l’Europa e i problemi alla frontiera con gli USA, le migrazioni verso Brasile, Argentina e Cile sono aumentate. Per fronteggiare questo fenomeno sono state adottate politiche diverse. Ma ugualmente sbagliate.

Tre i principali flussi migratori lungo la Ruta Andina. C’è chi scappa da paesi come Honduras, Salvador e Guatemala, ma più per fuggire dalle violenze che per povertà. C’è chi scappa dal Venezuela per lasciarsi alle spalle una povertà dilagante e una fame senza precedenti. E poi ci sono quelli che cercano di raggiungere paesi come il Cile (o il Brasile). Qui, trovano ad aspettarli razzismo, leggi sull’immigrazione durissime e pandemia. Tre tipologie di migranti accomunate da un aspetto: la disuguaglianza. “Il problema dei migranti deve ricordarci che gli esseri umani, padri e madri, fuggiranno empre dalla miseria e dai conflitti e si sforzeranno di offrire migliori condizioni di vita ai loro figli”, ha detto il Primo Ministro di Haiti, Ariel Henry. “Le migrazioni continueranno finché ci saranno sacche di ricchezza sul pianeta, mentre la maggior parte della popolazione mondiale vive nella precarietà”. https://estatements.unmeetings.org/estatements/10.0010/20210925/98yJHEsSga5z/PmnDz0DDnPJn_fr.pdf

“La migrazione haitiana ha vagato per l’America Latina per più di un decennio”, ha dichiarato il Ministro dell’Interno del Cile. A poco sono serviti gli appelli delle associazioni umanitarie. O il lavoro delle Corte interamericana dei diritti dell’uomo che nel suo parere 21/14 sui diritti e le garanzie dei minori nel contesto della migrazione stabilisce la “necessità imperativa di adottare un approccio basato sui diritti umani in relazione alle politiche migratorie e rispetto alle esigenze di protezione internazionale”.

Per migliaia di migranti la situazione è preoccupante: molti cadono in una sorta di limbo senza poter regolarizzare la propria posizione e senza poter tornare a casa. “In Cile, il loro esodo è sempre più noto, date le attuali condizioni di lavoro che non ne favoriscono l’inserimento nel mercato, anche con visto e permesso di lavoro”, ha dichiarato Henry. Per Djimy Delice, attivista migrante haitiano che vive a Valparaiso, in Cile, la nuova legge sull’immigrazione ha reso più difficile per i migranti privi di documenti regolarizzare il loro status e accedere all’istruzione, all’alloggio e ai servizi sanitari. “Quello che sappiamo è che, se (i migranti) hanno un viaggio molto incerto (per raggiungere gli Stati Uniti), nulla qui è certo”, ha detto. https://www.migrationportal.org/insight/chiles-retooled-migration-law-offers-more-restrictions-less-welcome/ Un viaggio incerto e pericoloso: ogni anno, centinaia di persone perdono la vita lungo la Ruta (dati Organizzazione internazionale per le migrazioni – IOM). E tra loro molte donne e bambini. Secondo Frank Laczko, Direttore del Centro di analisi dati dell’IOM, il loro numero potrebbe essere sottostimato: “Stimiamo che i naufragi invisibili, che non lasciano sopravvissuti, siano frequenti su questa rotta marittima, ma questo è quasi impossibile da confermare”.

Scarso il dialogo tra i governi, incapaci di gestire cambiamenti geopolitici che non sono nuovi. Ora, visto l’elevato flusso di migranti irregolari nel nord del paese, al confine con Perù e Bolivia, anche il Cile ha deciso di ricorrere alle espulsioni di massa. Per giustificarle, il ministro dell’Interno Rodrigo Delgado ha detto: “Se si controllano le statistiche dell’epoca in cui siamo riusciti a espellere, si vedrà che il flusso migratorio a Colchane, al confine con la Bolivia, si è ridotto”. E “quando abbiamo dovuto smettere di espellere, l’ingresso di clandestini è aumentato”. Secondo il governo, “c’è una relazione diretta tra le espulsioni che abbiamo effettuato nella prima metà di quest’anno e il flusso che è entrato clandestinamente attraverso Colchane”. I numeri, però, mostrano un’altra realtà: il numero dei migranti in Cile (0,33 migranti per 1000 abitanti) non è tale da destare preoccupazioni. Chile | migrationpolicy.org

In un mondo globalizzato come quello di oggi, è sbagliato scaricare tutte le responsabilità sui più deboli, sui migranti. Anche in Cile. Unica speranza, a differenza di quanto sta avvenendo negli USA (con il famoso Titolo 42, voluto da Trump e utilizzato da Biden), il fatto che molte espulsioni di migranti irregolari sono state bloccate dalla Corte Suprema.

Operazione Yanamayo

In questi ultimi mesi ci siamo dedicati soprattutto a sostenere economicamente alcuni ex prigionieri che avevano contratto il Covid e altri che necessitavano di cure mediche urgenti per altre ragioni (totale per ora stanziato: 500 euro). In Perù, infatti, la sanità pubblica è praticamente inesistente, e medicinali e cure mediche sono tutti a pagamento: anche se ricoverati in un ospedale pubblico, i pazienti devono pagare le medicine e i materiali terapeutici che vengono consumati.

Sono stati stanziati anche dei fondi per spese legali di alcuni dei prigionieri che sono ancora in carcere (300 euro). Questi fondi servono soprattutto a coprire le spese vive degli avvocati (trasporti, fotocopie, richiesta di documenti alle cancellerie dei tribunali, ecc.) perché nella maggior parte dei casi gli avvocati che lavorano ai casi dei prigionieri politici sono professionisti solidali che rinunciano ai propri onorari. Spesso però le famiglie non riescono a coprire neanche le piccole spese sostenute dagli avvocati.

Infine, sono stati inviati dei fondi a una ex detenuta che ha deciso di intraprendere una piccola attività economica (chiosco di alimentari) e che necessitava di 500 euro per far partire questa attività. Grazie a questa attività le sarà possibile ricavare un piccolo reddito mensile che servirà per sostentare sé stessa e la figlia che vive con lei. Per ora la cifra stanziata è sufficiente, ma ci riserviamo di integrarla con una piccola aggiunta già concordata, se fosse necessario.

Casa della Solidarietà – Rete Radié Resch di Quarrata (Pistoia) Libera e il Comune di Quarrata

ti invitano alla

28a Marcia per la Giustizia

Sabato 4 Settembre 2021 alle ore 21

Causa Covid 19 ci troviamo direttamente in

Piazza Risorgimento a Quarrata (Pistoia)

sul tema:

Grido della Terra, Grido dei Poveri

interverranno:

don Luigi CIOTTI, fondatore del Gruppo Abele e di LIBERA

Antonietta POTENTE, teologa

Mohamed BA, senegale, attore e scrittore

Aboubakar SOUMAHORO, italo-ivoriano, sindacalista della Lega dei Braccianti

don Mattia FERRARI, cappellano a bordo della nave Mediterranea

Il tema socio-ambientale supera le contraddizioni ideologiche e di classe perché riguarda tutti, senza distinzione. E’ come per gli aerei nei voli internazionali, benché i passeggeri siano divisi tra prima classe, classe esecutive e classe economica, quando cadono, nessuno si salva.

La sinistra ha tardato molto nel rendersi conto della gravità del problema. Lo guardavano con diffidenza, come se si trattasse della bandiera di lotta dei verdi riformisti.

Ritengo che il documento di maggior spessore sulla questione dell’ecologia integrale sia l’enciclica di papa Francesco, la Laudato si, in cui mette in relazione devastazione ambientale e aumento della povertà mondiale. Un testo che rappresenta un appello urgente all’umanità perchè esca dalla spirale dell’autodistruzione. Francesco condanna l’attuale modello di sviluppo centrato sul consumismo e sulla ricerca dei profitti immediati. Salvare il pianeta è salvare i poveri, evidenzia papa Francesco. Sono loro le vittime principali delle distruzioni delle foreste, dell’invasione delle terre indigene, della contaminazione dei fiumi e di mari, dell’abuso di pesticidi e di energia fossile.

Sono i più ricchi e potenti del mondo i veri responsabili delle catastrofi sociali, climatiche e biologiche.

Non era mai successo nella storia, a causa della sua responsabilità, la specie umana si trova ad affrontare una questione globale, la possibilità di scomparire!

Oggi, tante minacce possono distruggere il sistema-Vita o il sistema-Terra:

Le armi di distruzione di massa nucleari, chimiche e biologiche che possono distruggere l’umanità e colpire profondamente la biosfera.

La carenza di acqua potabile, di tutta l’acqua del pianeta solo il 3% e dolce e quella accessibile è meno dell’1%. Di questa il 70% viene usata in agricoltura, il 20% per l’industria e solo il 10% è destinata a noi esseri umani e agli animali. L’acqua è un bene naturale, vitale e insostituibile e un bene comune. L’acqua è vita e senza di essa nessun essere vivente può sopravvivere, lottare per l’acqua bene comune significa lottare per la vita nelle sue diverse forme.

Il riscaldamento globale, ci siamo già dentro. Se non agiremo significativamente, raggiungeremo presto i due gradi Celius di aumento della temperatura, e molti essere viventi e intere popolazioni non saranno in grado di adattarsi e scompariranno. L’attuale riscaldamento è una conseguenza delle emissioni di CO2 di 8-10 anni fa, mentre le emissioni attuali tra 8-10 anni potranno causare un brusco riscaldamento dai 3 ai 5 gradi Celsius, a quella temperatura nessuna forma di vita sopravvivrebbe e gran parte dell’umanità potrebbe scomparire. Penso a ciò che succede in questi giorni in Canada dove la temperatura ha raggiunto i 50 gradi e quasi 1.000 persone sono morte a causa del caldo, oltre al dilagare degli incendi.

La nostra impronta ecologica al 22 agosto 2020 ha già consumato tutte le risorse rinnovabili della Terra. Se continueremo con il consumo attuale continueremo a violare la Terra depredandola di ciò che non è più in grado di dare o ricostituire. A questa aggressione essa risponde con eventi estremi, siccità, inondazioni, disgeli che causano l’innalzamento degli oceani, questo potrebbe colpire il 60% delle popolazioni costiere.

Il super sfruttamento della terra deriva dall’eccessivo sfruttamento di tutti i beni e i servizi naturali, in nome del maggior accumulo possibile di profitti. Ma il limite di questa voracità è già stato raggiunto, al punto che l’1% dell’umanità possiede possiede una ricchezza pari al restante 99%. Dietro questi freddi numeri si nasconde un mare di sofferenza e di morti premature, in particolare di bambini.

Produciamo 36 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, mentre i sistemi oceanici e forestali sono a malapena in grado di assorbirne 20 miliardi. Uno studio dell’ONU ha evidenziato 9 elementi fondamentali per la continuità della vita, tra cui, l’acqua, a 10 anni dalla nostra vittoria al referendum, l’acqua, grazie ai nostri politici, è sempre privata e fonte di grandi guadagni da parte delle SPA, il suolo, la fertilità, l’equilibrio dei climi, il mantenimento della biodiversità, la conservazione dello strato dell’ozono e il controllo dell’acidificazione degli oceani. Tutti questi fattori collocano la Terra e l’Umanità in una emergenza planetaria.

Ascoltare il grido dei Poveri e della Terra è rendersi cura della Terra, dei rapporti tra tutti gli esseri umani e le altre forme viventi. Come siamo lontani da questi buoni propositi? Abbiamo spesso la sensazione che tutti i nostri sforzi per salvare il Pianeta non siano sufficienti.

Quanto servono davvero le condanne, le ansie, i sensi di colpa che ci tiriamo addosso? Se invece di pensare alla catastrofe, o alle fatiche che ci attendono, ci sintonizzassimo su tutte le piccole azioni positive che possiamo compiere ogni giorno con piacere e naturalezza oltre ad una seria denuncia politica.

Vi aspettiamo numerosi…

È ufficiale: i diritti umani sono “scaduti”

24-05-2021 – di: Gianni Tognoni – Volere la Luna

La situazione di grave crisi dei diritti umani non ha di per sé purtroppo nulla di nuovo: la violazione dei diritti fondamentali, degli individui e dei popoli, è sempre più spesso la protagonista della cronaca quotidiana: c’è solo l’imbarazzo della scelta tra gli scenari del mondo globale. Tuttavia quanto si è verificato nelle ultime settimane in tre situazioni profondamente eterogenee (tanto da essere parte di cronache assolutamente distinte per caratteristiche politiche, di immaginario, di “vittime” concrete), a Gaza, nelle trattative sull’accessibilità ai vaccini, nel rapporto tra Europa e migranti propone una coincidenza trasversale così coerente di attori e di responsabilità della “comunità internazionale”, ai suoi più alti e formali livelli di rappresentanza, da imporsi come novità. Si tratta di una vera e propria, esplicita interpretazione ufficiale e aggiornata di tutte le Dichiarazioni, Convenzioni, Costituzioni che hanno costituito l’originalità storica di una civiltà (o almeno di un suo progetto) che era di riferimento universale, giuridico e operativo, nel tempo successivo alla seconda guerra mondiale. In quel complesso di documenti la violazione sistematica del diritto universale alla vita di ogni umano, come individuo e come collettività, significava il passaggio dalla civiltà a una situazione criminosa contro l’ordine internazionale degli Stati. Si parlava di crimini contro l’umanità: senza neppure la “scusa” della guerra, fino al crimine “impensabile” del genocidio, cioè del progetto di cancellazione di un gruppo umano.

Ebbene, la “novità” della coincidenza sopra ricordata sta nel mettere in evidenza una trasversale banalità. I diritti umani e dei popoli non sono negati, né sospesi, né violati: sono “scaduti”. Sono una realtà da menzionare, con rispetto, o demagogia, o per darsi dignità, su cui discutere, ma sapendoli irrilevanti e inutilizzabili in un mondo che ha cambiato le regole: e queste non hanno più come termine di riferimento di legittimità e di obbligatorietà l’esistenza e la vita-dignità degli umani.

1. I palestinesi di Gaza sono stati ancora una volta obbligati ad assumere il ruolo delle “vittime esemplari”: non importa quanto grandi sono l’orrore, la sua ostentazione, e gli umani-bambini che muoiono: la manipolazione, ridicola se non fosse tragica nella sua falsità, di una antica (e sacra) memoria di uno dei crimini fondanti di una civiltà del diritto dice (con la connivenza e assenza degli organismi internazionali) che nel mondo degli equilibri di potere, dei razzismi, delle strategie di guerra, economiche e militari, non c’è posto né tempo per rispettare non importa quante vite di quante persone. L’impunità è non solo assicurata, ma trasformata in un riconoscimento dell’eroismo provvidenziale dello Stato di Israele (una democrazia assediata da governi non democratici e corrotti!). Gli umani pacificamente resistenti massacrati di Myanmar, quelli degli Eelam Tamil cancellati perfino dalla cronaca oltre che dal genocidio, quelli uccisi o accecati nella repressione colombiana o cilena, i carcerati torturati di Egitto-Turchia-Libia…: sono tanti i gruppi umani per i quali la comunità internazionale arriva al massimo a “discutere” ed “esprimere preoccupazione” perché non sa come usare quel “farmaco scaduto” dei diritti umani, che forse poteva essere utile, almeno come sintomatico per la credibilità del diritto, in altri tempi, in altri mondi.

2. Lo scenario dei vaccini porta in un altro mondo: agitatissimo di questi tempi, una vera guerra “virtuale”: ma combattuta perciò senza orrori emotivamente coinvolgenti, con personaggi che rappresentano i vertici dei poteri economici e tecnologici mondiali e guidano perciò in modo sempre più “ovvio” e riconosciuto il mondo globale. Mondo disabitato dai miliardi di umani le cui vite e morti sono presenti in tantissimi rapporti, ma solo come numeri e percentuali: si intrecciano-confondono con le cifre che parlano di produzioni, costi, mercati, che hanno come riferimento un’organizzazione (la WTO), creata apposta per difendere e garantire i diritti delle cose e delle merci, e dei loro sempre più concentrati proprietari, dalle pretese dei sognatori di diritti umani. Di quanti morti e privati della dignità della vita ‒ crimine contro l’umanità, nel senso più pieno ‒ è responsabile questo organismo non è calcolabile: bisognerebbe sommare troppi “gruppi umani” presenti nelle statistiche ufficiali che misurano aspettative di vita, inaccessibilità a cibo, acqua, sanità, educazione, ambiente, pace , salari vitali… La discussione, con caratteristiche di una vera e propria “guerra”, ideologica, economica, giuridica, su un “bene conoscitivo e industriale” come un vaccino in tempo di pandemia ha reso di colpo presenti e con diritti universali i miliardi di persone concrete che non avevano, fuori dallo scenario pandemico, nemmeno il diritto di visibilità fisica (l’habeas corpus come mitico segno originario di diritto umano). La guerra sulla priorità tra umani e cose sembrava, era invocata, era proposta almeno come un esperimento di sospensione della vittoria, globale e permanente, delle cose (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/02/02/vaccini-gratuiti-per-tutti-e-diritti-umani/). Si sa quanto diversamente si sta sviluppando: come una interminabile partita a scacchi. Con parti schierate dall’una o dall’altra parte per le ragioni, gli interessi, gli obiettivi più diversi. Senza buoni o cattivi.

Da una parte ci sono sceltissimi e potenti difensori del fatto che il mercato ha da tempo, e con tutta chiarezza, dichiarato che i diritti umani e dei popoli sono estranei alla sua identità di fondo, e che le sue regole non ammettono eccezioni che potrebbero essere un segnale molto pericoloso della necessità di cambiare i princìpi che garantiscono la gerarchia della trinità privato-mercato-finanza su qualsiasi altro attore-valore. Molto semplicemente: i diritti umani sono da tempo “scaduti”. Perché sperimentare una “eccezione” che metterebbe in discussione tutti gli algoritmi economico-finanziari che si reggono sulla esclusione della vita delle persone dalle variabili che contano? Dall’altra parte ci sono tante, diverse combinazioni di posizioni e organismi, che includono leader reali e utopici come Papa Francesco; paesi poveri-marginali che sognano da sempre risposte (vaccini contro le loro pandemie permanenti del debito, della fame etc.); dittatori che vedono nella pandemia uno strumento di propaganda e di guadagno (come in India: https://volerelaluna.it/mondo/2021/05/19/il-covid-lindia-narendra-modi-tra-immaginario-e-realta/); il fronte delle Nazioni Unite e dei suoi organismi diretti e indiretti che vorrebbe almeno in questo campo essere riconosciuto come soggetto efficace di difesa dei diritti e non come un loro simbolo impotente; l’universo vitale delle tante rappresentanze della “società civile” che dichiara inaccettabile una “scadenza” di un diritto-intervento efficace come il vaccino nel settore simbolo della sanità che in nome di una “immunità di gregge” sarebbe un pro memoria di essere tutte e tutti esseri umani. Difficile sapere come e quando questa guerra si concluderà, al di là delle tante schermaglie, promesse, impegni oscillanti tra il ridicolo del dono di qualche milione di dosi date come segno di buona volontà da un presidente come Biden e gli impegni senza tempo e senza consenso dei G20… Il verdetto rispetto ai diritti umani è già stato dato, ed è molto chiaro: la loro universalità è una bella parola, che può rimanere per dare l’apparenza di discussioni eticamente giustificate, purché non si pretenda di dettare tempi e costi. Ciò che importa è mantenere le gerarchie consolidate che vedono le logiche economiche a decidere le scelte concrete. Se nel frattempo, mese dopo mese, o anno dopo anno, i morti evitabili si accumulano e le distanze tra aventi e non aventi diritto aumentano, i difensori della non-scadenza dei diritti non possono certo pretendere di improvvisare e governare, in nome di una pandemia globale come quella antica e indiscussa della diseguaglianza, un nuovo ordine.

E forse non è male riconoscere che l’orrore della guerra dei vaccini, con i suoi morti invisibili e incontabili, quelli già prodotti e quelli previsti, non è minore di quello di Gaza. Non perché abbiano senso questi confronti: ma perché, da sempre, i diritti umani o sono universalmente dovuti e cercati, o non sono. E non per niente la comunità internazionale prima di essere sostanzialmente impotente e silenziosa su Gaza bombardata, non aveva battuto ciglio sull’apartheid vaccinale praticato da Israele (https://volerelaluna.it/politica/2021/01/12/6-gennaio-2021-la-normalita-degli-apartheid/, nel frattempo dichiarato modello di “copertura vaccinale” per il mondo. E per chi volesse vedere quanto questo secondo scenario è vecchio, ben oliato, e ha bisogno solo di essere messo allo scoperto, il film Le confessioni di Roberto Andò già raccontava tutto, ricordando che una voce profetica invitata a essere presente, senza parlare, in una assemblea solenne e segreta di un simbolico “vertice” dei poteri poteva avere come risposta solo un suicidio del garante della intoccabilità rivelata falsa degli algoritmi, che venivano riconfermati dal consenso degli altri.

3. Il terzo caso che conclude la riflessione sull’annuncio ufficiale di un evento così importante e trasversale come la “scadenza” dei diritti umani ha bisogno di ancor meno parole. Si tratta di un evento allo stesso tempo “mancato” e fortemente operativo. L’Unione Europea ha confermato di fatto che la migrazione non è un problema che la riguarda: il diritto alla vita delle persone che migrano non è competenza della civiltà europea: i migranti ‒ ultimi quelli di Ceuta ‒ non sono umani; per loro non si applica nemmeno l’abc della Dichiarazione Universale. Gli orrori visti lungo i mesi, gli anni, nei mari, nei deserti, nei Balcani, nei campi di concentramento che vanno a fuoco, nel gelo e nelle torture, fanno parte della gestione routinaria del disordine di un mondo che nel pieno della pandemia trova spazio, risorse, visibilità per le manovre di una Nato che è sempre più strumento simbolico di un’altra delle gerarchie capovolte: la guerra come sicurezza. Nell’agenda europea le cose che hanno priorità sono altre. I fondi da distribuire. Il mercato delle armi. Il controllo di fonti energetiche che rendono poco credibili le proposte di un futuro “green”. Come quella della WTO, l’agenda europea non cambia. In fondo, dicono i trattati e un diritto internazionale che si riconosce in crisi, ma che non osa ri-configurarsi da diritto di Stati a diritto dei popoli, i migranti non sono nemmeno un popolo definibile. Vengono da “rischi” che se fossero riconosciuti dovrebbero essere chiamati con nomi che coincidono con i nuovi nomi del nostro nuovo colonialismo, economico, ambientale, militare. La loro pretesa di ricordare, continuando a fuggire e morire, di dire che essere umani è una identità sufficiente per essere riconosciuti finirebbe per mettere in discussione troppe cose. Meglio pensarci. Rimandare è un modo perfettamente efficace di dichiarare che il tempo e la sostanza dei diritti umani sono “scaduti”.

4.Riconoscere che si vive in un tempo e in un mondo nei quali si può, in tanti modi, diversi e complementari, affermare nei fatti che i diritti umani sono scaduti è un passo importante. Impone di essere realisti e disincantati. Negli scenari internazionali, e delle Costituzioni, viviamo in un mondo “altro” rispetto a quello che aveva fatto del diritto delle persone e dei popoli un progetto difficile, certo utopico rispetto agli scenari di guerra e sterminio che lo avevano quasi incredibilmente generato, ma che era stato riconosciuto come la piattaforma comune di ricerca di una collettività internazionale certo tutt’altro che pacifica.

Il rilancio, utopico, e perciò imprescindibile, di una Costituzione della terra (https://volerelaluna.it/politica/2021/05/18/perche-una-costituzione-della-terra/) non riguarda soltanto il ritrovare un nuovo rapporto tra gli umani e un mondo-natura-ambiente a rischio di sostenibilità. Il tempo della globalizzazione delle cose ha delegato alla violenza della economia-finanza la governance dei modelli di sviluppo e di convivenza e ha cancellato, nell’immaginario e nelle normative, il tempo e la cultura dell’universalità, cioè del progetto di un mondo alla ricerca di una pari dignità tra le persone. Non c’è molto da guardare “indietro” per difendere più o meno efficacemente le conquiste fatte. La memoria di un tempo in cui il diritto era misurato in rapporto alla sua capacità di “non lasciare nessun@ indietro” si può interpretare solo con progetti che siano praticabili, in modo nuovo, in un tempo in cui il diritto di essere umani è stato dichiarato scaduto. Le nuove generazioni devono essere esposte molto chiaramente a questa realtà per diventare soggetti di una storia che, con la stessa logica di ricerca e sperimentazione, dottrinale e di lotte concrete, le renda capaci di essere, trasversalmente, cittadini di un luogo e di tutti i luoghi. Il diritto costituzionale non si regge senza un diritto internazionale che non sia più strumento degli Stati, ma della diversità dei gruppi umani. La sanità del dopo pandemia e la scuola (tutta) sono il primo test per verificare se e quanto questa cultura di ricerca di un diritto universale in un mondo globale possa essere praticabile.

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E’ stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E’ presidente del Comitato Etico, Università Bicocca, Milano.

TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI

aggiornamenti per Rete Radié Resch

Il lunghissimo tempo della pandemia ha probabilmente reso ancor più forte il senso di fragilità e di incertezza di futuro anche degli impegni del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), che ha proprio nella partecipazione viva delle persone, vittime e testimoni, una delle sue caratteristiche più importanti.

Non c’è dubbio che vari programmi (anche tra quelli preannunciati nell’ultima lettera) hanno dovuto essere modificati, rimandati, … Ma con tutto ciò siamo andati avanti.

Un risultato importante che si è potuto ottenere lavorando durante il periodo iniziale del lockdown imposto dalla pandemia, è stata la pubblicazione di un libro che tira un poco le somme dell’attività di tutto il Tribunale durante i suoi 40 anni di vita: il titolo – Diritti dei popoli e disuguaglianze globali – riassume in modo preciso l’attualità del ruolo del TPP.

La storia, spesso convulsa, frammentata, piena di conflitti di un mondo divenuto sempre più globale (la pandemia ne è stata una delle sue espressioni) è raccontata a partire dal basso, dalla esperienza delle lotte dei popoli reali e dei loro sogni, mai abbandonati, di liberazione ed autodeterminazione. Il libro è a disposizione (chiedere a Liviana), e sarebbe bello potesse essere letto e ‘vissuto’ come qualcosa che è nato anche grazie alla partecipazione della Rete RadiéResch. Chi sa se sarebbe ancor più bello ritrovarsi un giorno, protetti dalle vaccinazioni, per condividere e discutere meglio tutto il significato di questa lunga storia, che continua ad essere espressione di una resistenza (senza illusioni, ma senza stanchezza) ad un modello di vita che sembra tradursi con sempre più chiarezza in una nuova (diversa, ma radicale) “colonizzazione” da parte dei “proprietari dei beni di mercato” rispetto ai soggetti di diritti inviolabili (vedi articolo “E’ ufficiale: i diritti umani sono scaduti, 21/5/21, Volere la luna). Insieme a questo rapporto si propone una riflessione che potrebbe essere una specie di programma per l’incontro da fare: per ridare alla inviolabilità dei diritti un futuro.

Pur nella distanza imposta dalla pandemia, il lavoro del Tribunale Permanente dei Popoli è andato avanti. Il lavoro con le comunità del Cerrado, già ricordato nella circolare precedente, ha trovato il modo di sopravvivere e di rinnovarsi, pur nelle condizioni tragiche di un Brasile che sembra tornato con la dittatura di Bolsonaro ai tempi delle dittature militari. Attualmente, con il supporto di una grande rete di movimenti e di comunità, è previsto il lancio pubblico del TPP per il mese di settembre, e la realizzazione di 3 sessioni pubbliche con testimoni delle diverse popolazioni indigene a partire dal Novembre 2021 per arrivare alla Sessione conclusiva nella prima metà del 2022.

L’attenzione ancor più operativa del TPP si è venuta concentrando sulla Colombia, la cui situazione molto critica per il boicottaggio da parte del Governo degli accordi internazionali di pace (firmati ufficialmente nel 2016, e seguiti dalla consegna delle armi da parte del movimento di guerriglia delle FARC) era completamente ignorata dai media e dall’opinione pubblica internazionale.

Una piattaforma di 400 organizzazioni, movimenti sindacali, popolazioni indigene ed afrodiscendenti, movimenti di donne e giovani, di campesinos, di personalità della società civile, ha presentato un atto di accusa per un genocidio continuato dell’identità e della vita del popolo colombiano lungo più di 70 anni di storia. La documentazione estremamente dettagliata ed estesa in tutti i suoi aspetti (sociali, politici, giuridici: per un totale, di solo materiale scritto, di 5000 pagine integrato da materiale visivo ed orale) è stata riconosciuta come assolutamente affidabile da parte della Segreteria e della Presidenza del TPP, e presentata in pubblico da parte di due magistrati colombiani il 19 gennaio 2021.

Le Sessioni pubbliche , con la presenza anche fisica di moltissimi testimoni e di relatori si sono svolte ( per favorire la partecipazione delle comunità interessate) in tre città diverse -Bucaramanga, Bogotà , Medellin- nei giorni 25-27 marzo 2021 .

Il lavoro enorme di redigere una sentenza che doveva esaminare praticamente tutta la storia recente della Colombia per arrivare a pronunciare un giudizio sulla fondatezza e le caratteristiche di un crimine come quello previsto nell’atto di accusa, genocidio continuato, ha richiesto un impegno collegiale di tutti i 13 componenti della giuria internazionale (da Argentina, Ecuador, Francia, Italia, Nicaragua, Portogallo, Spagna) presieduta da Philippe Texier, giudice emerito della Corte di Cassazione francese.

Il giudizio, di pieno riconoscimento delle responsabilità, e perciò di condanna per genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità di tutti i presidenti dei governi di Colombia dal dopoguerra fino a quello attualmente in carica, è stato letto pubblicamente a Bogotà il 17 giugno scorso, con una forte partecipazione, fisica a livello locale, e da remoto, che ha visto la presenza costante di più di 400 persone durante le 4 ore dell’evento.

Un giudizio di piena corresponsabilità -per tutti i massacri, le disapparizioni forzate, gli assassinii mirati di migliaia di persone, nella piena impunità da parte di un sistema giudiziario “dipendente” dai governi e fortemente controllato dall’apparato militare – è stato formulato anche per gli Stati Uniti, la cui presenza strategica, militare ed economica, è stata specificamente messa in evidenza in una sezione particolarmente penetrante della sentenza. Senza mettere in sottordine la responsabilità di connivenza e di silenzio della comunità internazionale e specificamente dell’Unione Europea , che è stata, e continua ad essere “spettatrice e sostenitrice” dei governi colombiani, che ricevono aiuti diretti importanti perché riconosciuti come garanti di democrazia, e che sostengono le politiche di sfruttamento e repressione delle compagnie transnazionali attive soprattutto nel campo minerario e del controllo delle risorse ambientali ed agricole. È chiaramente impossibile in questa sede produrre una sintesi più articolata del giudizio (più di 100 pagine di testo, più altrettante di annessi, che includono non solo tutta la legislazione, nazionale ed internazionale, cui si è fatto riferimento per la qualificazione dei crimini, ma anche l’elenco nominativo delle centinaia di assassinati recenti durante il “processo di pace”). Il documento originale è disponibile, per ora solo in spagnolo, sul sito del TPP, ed è accessibile anche sul sito dei promotori della Sessione.

È possibile fin da ora sottolineare che la serietà e l’originalità dell’analisi e delle conclusioni del TPP (sia per la documentazione e la qualificazione dei fatti, sia per i criteri di interpretazione giuridica, politica, sociale delle responsabilità sono state riconosciute come di importanza fondamentale per la continuazione della resistenza del popolo colombiano, che anche durante le ultime fasi della sessione è stato protagonista di mobilitazioni mai viste (ferocemente represse) per la rivendicazione dei diritti fondamentali.

Ancora una volta la opinione pubblica internazionale, grazie ai silenzi della politica e alle parziali cronache dei media, è stata spettatrice passiva di un evento, che in quanto genocidio impunito e non riconosciuto mette in discussione la stessa sostanza della democrazia come regola di convivenza umana.

Chi sa che sia possibile (al di la della accessibilità al testo tradotto) fare di questo ‘caso’ uno strumento di discussione e formazione, con la presenza di membri del TPP, per apprezzarne il significato e la valenza universale.

Il testo si è fatto ormai lungo. Altri impegni sono già all’odg del TPP: sulle uccisioni sistematiche dei giornalisti, sulla gestione criminale della pandemia in Brasile da parte di Bolsonaro …

Torneremo su questi temi …

Con una gratitudine rinnovata, ed un appuntamento a presto: in presenza: per fare meglio i tanti cammini che ci stanno davanti.

Simona Fraudatario e Gianni Tognoni

Un testo per il nuovo riformismo con proposte per la ripresa post pandemica e sollecitazioni sul ruolo dello Stato e le riforme necessarie. Lo hanno elaborato una cinquantina di economisti e intellettuali dopo mesi di discussioni online, sintetizzato da Biasco, Mastropaolo e Tocci.

C’è sempre qualcuno che brechtianamente riprende il discorso e cerca di riparare agli errori fatti per dare nuova vita a una sinistra ormai povera di idee e di programmi, sconfitta e travolta da sé stessa più che dagli insulti della storia e dall’egemonia del fronte opposto. Così il gruppo di economisti, politologi e intellettuali riuniti nella rete “Ripensare la cultura politica della sinistra” ha elaborato una sintesi della serie di webinar interni svolti a partire dalla fine di dicembre fino ai primi di marzo.

Il documento, lungo una trentina di pagine, si intitola “Governare la società del dopo Covid” e si confronta con il momento attuale, l’alba di una nuova era almeno per quanto riguarda il ruolo e la responsabilità dello Stato e quindi della politica nel progettare e intervenire direttamente nella trasformazione economica e sociale dell’Italia, provata dalla pandemia e dai postumi di un’adesione anche culturale alle logiche del neoliberismo. È uno sforzo di elaborazione e di sintesi ammirevole, firmato alla fine da Salvatore Biasco, Alfio Mastropaolo e Walter Tocci, ma al quale hanno partecipato una cinquantina di intellettuali, tra i quali Nadia Urbinati e Laura Pennacchi, ma anche Gianfranco Dosi, Andrea Roventini, Gianfranco Viesti e Maurizio Franzini  e altri che da anni collaborano anche con le elaborazioni della campagna Sbilanciamoci!.

L’assunto iniziale è che “la sconfitta della sinistra” e quindi la caduta del governo Conte bis non possa essere rubricata “solo come una questione di numeri parlamentari” ma debba essere invece inquadrata in una perdita di egemonia dalle radici profonde e che il Pd, “trasformato in partito d’opinione”, da solo non riesce e non riuscirà a superare. Il rischio che si vede profilarsi è quello che una gran parte dell’elettorato “fuori dalla Ztl” pesantemente colpito dalla crescita delle diseguaglianze aggravate dalla pandemia e dai processi di marginalizzazione e precarizzazione si rifugi nell’astensione o perda definitivamente l’interesse per un progetto di “socialismo democratico” e partecipativo, al quale gli estensori del documento vogliono ancorarsi agganciandosi alla società civile del Terzo settore, dei sindacati, dei movimenti di cittadinanza attiva e anche ai pezzi di partiti della sinistra ancora “non omologati”. L’idea è quindi quella di rilanciare un “grande progetto di trasformazione sociale”, un progetto deliberatamente riformista che parte dalla constatazione che “il capitalismo anche se ha i secoli contati in questa epoca non ha alternative”. E tuttavia il capitalismo può essere riorientato, attraverso una politica coerente e attraverso, appunto, lo Stato, piegato in una sua forma meno vorace dal punto di vista ambientale e più equa dal punto di vista dei “diritti universali”.

Per quanto riguarda l’Italia di oggi e del Pnrr appena abbozzato, due sono le riforme che vengono messe in primo piano: quella della pubblica amministrazione con una modernizzazione che non vada verso la creazione di nuove agenzie o verso nuove privatizzazioni e il rafforzamento della scuola pubblica, intesa anche come polo di attrazione di un vivere civile associato ai beni comuni, alle comunità territoriali, alla cittadinanza partecipata e non ultimo ad un grande piano di educazione degli adulti e formazione permanente. Come obiettivo di fondo si vuole superare la frantumazione della società e del mondo del lavoro, si vuole cioè agevolare una ricomposizione sociale, sia con lo strumento di un nuovo Statuto dei lavori che evoca quello da tempo proposto dalla Cgil, sia in termini più esistenziali e culturali riaffermare la possibilità di una “felicità collettiva”, battendo una tendenza contraria antropologicamente in atto.

Il documento si sofferma sulla necessità di una redistribuzione dei redditi, proponendo una riforma fiscale più progressiva che tocchi anche le “valutazioni patrimoniali dei cespiti” insieme a strumenti in grado di premiare l’uso produttivo dei capitali. Qui non si entra nel dettaglio, non si delineano percentuali e scaglioni di aliquote. Si tratteggia semplicemente i luoghi degli interventi: il grande patrimonio ereditario, la finanza speculativa, l’evasione fiscale sia dei redditi da capitale che si impiantano nei paradisi fiscali sia dei professionisti autonomi e delle piccole e medie imprese la cui elusione è finora coperta dal mancato incrocio dei dati rilevanti sul piano fiscale. Oltre a chiedere un impegno contro la superfetazione di norme che hanno ingigantito la bolla burocratica fino a rasentare la paralisi delle pubbliche amministrazioni, il documento pur

senza parlare esplicitamente di un ritocco del Titolo V, nota come la pandemia abbia messo in evidenza l’inefficienza di una eccessiva regionalizzazione in settori come la sanità e le politiche attive del lavoro. Si evidenzia quindi una esigenza di sfoltimento di norme e semplificazione e di ringiovanimento e ammodernamento del personale pubblico.

Complessivamente il testo si pone con un evidente intento di apertura di un dibattito anche tra diverse anime quindi non entra nel dettaglio e appare piuttosto come una piattaforma iniziale di mediazione, per la rinascita di un pensiero riformista che dovrà trovare altre voci e altre gambe. Inoltre i temi trattati sono tutti di natura più economica che sociale. Così si avvertono alcuni vuoti, soprattutto sul welfare, sul reddito di cittadinanza, sull’essenziale riforma degli ammortizzatori sociali (si propende in ogni caso per l’introduzione di un salario minimo orario) e su questioni che pure riguardano i piani industriali e gli input da dare alle imprese partecipate dallo Stato come la riconversione dell’industria bellica. Rispetto ad una proposta di inasprimento della Web Tax, stranamente si ripropone invece, senza dettaglio, la “bit tax” degli anni ’90 che intendeva rincorrere i flussi di traffico sul web anziché i fatturati delle multinazionali.

Alla fine della lettura resta la sensazione di uno sforzo di organicità e di prospettiva che potrebbe davvero essere utile se non per un partito sinceramente socialdemocratico, almeno per un campo più ampio di coalizione.

Sbilanciamoci.info  (11 maggio 2021)

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