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CIRCOLARE DI GIUGNO – RETE DI TORINO & DINTORNI

Noi della Rete Radiè Resch spesso parliamo di un “qui “e di un “là” rischiando a volte di chiuderci in categorie che in questo nostro mondo fluido sono ormai anacronistiche.

Credo che questa dimensione fluida del nostro esistere abbia anche una connotazione positiva: infatti esprime anche movimento, cambiamento, dinamicità, aspetti che caratterizzano le società in cui viviamo, le nostre famiglie, le nostre storie personali.

I popoli si muovono – come sempre è stato – in molte direzioni. Siamo un po’ tutti migranti: chi per fuggire dalle guerre, dalla povertà, dalle persecuzioni; chi in cerca di un impiego dopo un percorso di studi che non trova sbocco nel proprio paese, oppure per la propria attività lavorativa, o ancora perché desidera vivere nuove avventure in un posto sconosciuto.

Capita però di mettersi in movimento, di cambiare qualcosa nella propria vita pur rimanendo a casa, nella propria città, nel proprio Paese.

È ciò che stiamo vivendo noi da quando Turky è entrato nella nostra famiglia, circa un anno e mezzo fa.

Turky aveva 17 anni quando è arrivato in Italia nell’ottobre 2021 grazie a” Pagelle in tasca” un progetto realizzato da Intersos e che che descrivo brevemente qui sotto trascrivendo dal sito dell’organizzazione:

Il progetto “PAGELLA IN TASCA – Canali di studio per minori rifugiati” è un progetto pilota che ha l’obiettivo di promuovere l’ingresso con un visto per studio di 35 minori non accompagnati attualmente rifugiati in Niger, affinché possano avere l’opportunità di venire in Italia a studiare senza dover rischiare la vita su un barcone nel Mediterraneo.

Si tratta della prima sperimentazione a livello internazionale di un complementary pathway per minori non accompagnati, un nuovo canale di ingresso regolare e sicuro fortemente innovativo rispetto ai canali ad oggi attivi, in quanto:

  • è dedicato specificamente alla protezione dei minori non accompagnati, attualmente esclusi dai corridoi umanitari da paesi extra-UE e dalla maggior parte degli altri canali di ingresso;

  • è finalizzato alla promozione del diritto allo studio ed è fondato sul rilascio di un visto di ingresso per studio non universitario, previsto dalla legge italiana per minorenni tra i 15 e i 17 anni, ma ad oggi mai utilizzato per promuovere l’ingresso di minori rifugiati;

  • prevede che i ragazzi vengano accolti da famiglie affidatarie, a differenza di quanto accade alla quasi totalità dei minori non accompagnati presenti in Italia, che sono accolti in strutture per minori. Si tratta di un meccanismo di community sponsorship, che prevede, al fianco delle famiglie, anche il coinvolgimento di tutori volontari e organizzazioni del privato sociale, con un ruolo centrale dei Comuni e delle scuole.

Mi piace sottolineare che questo progetto ha il pregio di aver usufruito di una legge già in vigore ma mai applicata a minori stranieri non accompagnati.

Trovo molto interessante che dall’incontro di leggi istituzionali e organizzazioni attente ed illuminate possano nascere iniziative capaci di creare nuovi percorsi per chi realizza il progetto stesso e nuove prospettive per chi ne beneficia.

Purtroppo spesso risorse e opportunità messe in campo anche in ambito istituzionale e progetti realizzati negli stessi ambiti che beneficerebbero di esse viaggiano su binari paralleli rendendo vana la possibilità di creare sinergie e collaborazioni.

Per rendere realizzabile questo progetto di affido di minori stranieri non accompagnati è stato fondamentale unire diverse forze, istituzionali e non, diventando perfino un modello a cui anche altri paesi si stanno ispirando.

Diventare famiglia affidataria per noi significava dare a Turky l’opportunità di realizzare il suo sogno di studiare. Ciò che ci ha spiazzati è stato accorgerci che Turky è un ragazzo che, come tutti gli altri ragazzi arrivati con lui, vive nella contraddizione di cercare da un lato di diventare come “noi” e dall’altro di conservare e difendere la sua identità. Vediamo in lui la volontà di identificarsi nel modello nord-euro-occidentale soprattutto nei suoi aspetti peggiori: la ricerca della ricchezza, il consumismo, l’individualismo. Allo stesso tempo però percepiamo il suo orgoglio di appartenere ad una cultura che, per alcuni aspetti considera “migliore” della nostra e che lo autorizza a criticare il nostro modo di vivere.

Relazionarci con Turky è come guardarsi in uno specchio: in lui vediamo le contraddizioni del nostro “qui” ma al tempo stesso vediamo anche quelle del suo “là”.

Appartenere al “qui” o al “là” non è più, quindi una questione geografica, ma di senso della vita, di valori, di riferimenti.

L’unico modo per superare questo dualismo è contaminarsi, modificarsi, essere disposti a cambiare prospettive, paradigmi

Quando due mondi si incontrano, inevitabilmente gli equilibri cambiano, si iniziano a percorrere nuove strade. Ci si rende conto che i registri comunicativi sono diversi, come anche il modo di intendere le relazioni reciproche. Il significato stesso e il valore di realtà come famiglia, casa, tempo, sono differenti. Parole come rispetto, fiducia, affetto, possono esprimere concetti diversi.

Tutti ci siamo messi in movimento: imparando a cucinare e a mangiare cibi nuovi; modificando quegli atteggiamenti che potrebbero essere fraintesi e provocare sofferenza; modificando alcune abitudini; imparando a conoscere le nostre reciproche culture e individuandone ricchezze e limiti.

Inizialmente pensavamo che le difficoltà sarebbero state abituarsi a relazionarsi con un ragazzo che ha una cultura diversa, che ha abitudini differenti. Invece la sfida più grande per noi è cercare di aiutarlo a prendere coscienza dell’iniquità del modello nord-euro-occidentale che sembra capace di fagocitare anche le menti e i cuori di chi ha vissuto su di sé gli effetti di tale modello: l’ingiustizia, la povertà, il sopruso, la violenza,

Quando parliamo di valori, così cari alla Rete come la giustizia, la difesa dei diritti nei confronti dei più fragili e di chi non ha voce, la solidarietà, la cura dell’ambiente, la gratuità, ci rendiamo conto che Turky fa fatica a riconoscersi in essi. Aver vissuto il dramma della guerra in Sudan, essere dovuto scappare a 9 anni con la mamma in Libia, essersi separato da lei a causa della prigionia, essere scappato da solo per ritrovarsi prima in Niger e poi in Algeria; essere nuovamente catturato e rimandato in un campo profughi in Niger prima di riuscire ad aderire al progetto di Pagelle in tasca, sicuramente gli ha insegnato che ognuno deve combattere la propria battaglia da solo per sopravvivere.

Per tutto ciò sentiamo forte la responsabilità di essere il più possibile coerenti con i valori che vogliamo testimoniare, sia nelle piccole che nelle grandi scelte quotidiane: è in gioco la nostra credibilità.

Certo non sempre è semplice vivere questa esperienza, perché è un continuo ridefinirsi, rimettere tutto in discussione, rivedere punti di vista. Nonostante ciò sono contenta di aver intrapreso questo cammino perché mi ha permesso di scoprire nuovi mondi: mondi propri di un’altra cultura, mondi nascosti nel cuore di un ragazzo che è dovuto fuggire dalla sua terra, dalla sua famiglia, dalla sua storia, ma soprattutto ho scoperto una parte di mondo che era dentro di me e che ancora non conoscevo.

Desideravo condividere con voi tutti questa nostra esperienza perché la considero una grande ricchezza, un grande dono e, come tale, ha valore solo se condiviso.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Giugno 2023
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“Chiudere la porta non garantisce la sicurezza, e la storia l’ha dimostrato.
L’unico modo per accrescere la sicurezza non è costruire altri muri,
ma creare spazi aperti nei quali tutti possano dialogare e sentirsi partecipi dello stesso mondo”.
Zygmunt Bauman

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Carissimi/e della Rete tutta. Abbiamo titolato questa lettera dei nostri amici con “ … brutte notizie da Haiti”. L’allarmante racconto che segue, aggiunge, alle preoccupazioni che già conoscevamo , l’incertezza per il futuro del Paese. Non aggiungiamo nulla al pensiero di Jean e della Fddpa, purtroppo, della situazione di Haiti non ne parla nessuno. Un’indifferenza politica-economica che fa pensare. Alla fine trovate anche una “Nota” di AlterPresse.

… brutte notizie da Haiti

Buongiorno a tutta la famiglia della Rete, specialmente a quella di Padova. È una grande gioia e piacere scrivervi oggi questa lettera per condividere con voi qualche informazione del nostro Paese. Cominciamo con dirvi che stiamo bene, in salute, ma la situazione diventa ogni giorno di più difficile a causa dei problemi di insicurezza ormai da tre anni a questa parte che si sono aggravati. Le bande armate continuano a dettare legge nel Paese, restano impunite sia dal governo che dalla comunità internazionale che non fa nulla contro questa situazione: sono loro infatti che hanno creato questa situazione di insicurezza che permette loro di mantenersi al potere con facilità. La popolazione non è più in grado di manifestare pubblicamente perché le bande reprimono. È una situazione che provoca molta angoscia e paura a chi vuole cambiare la condizione di vita del Paese. Le bande sembrano più forti e occupano più territori ogni giorno di più.
Molte volte gli abitanti di alcuni quartieri devono lasciare le loro case per vivere altrove. Per esempio, io stesso e tutta la mia famiglia, con tutte le persone che vivono nella casa di Dadoue a Doubisson, saremo obbligati a lasciare la casa per andare altrove perché le bande sono arrivate a Sous-Matla [vedi nota] una comunità a meno di 1 km dal centro della città di Cabaret. Molta gente se ne sta andando.
In questo momento siamo ancora in casa ma non sappiamo per quanto ancora. Siamo quindi isolati dalla capitale e non ci sono strade per arrivarci, solamente con barche poco sicure che non sono attrezzate per portare persone e che a prenderle costituisce un rischio, ma la necessità è tanta che molti le utilizzano.
Nonostante tutto le attività di Fddpa continuano a funzionare, in particolare le scuole. Il problema adesso è che per noi è difficile e pericoloso muoverci da un posto all’altro, anche per la gente di Dofinè è lo stesso se vogliono raggiungerci a Doubisson. Diesseul (responsabile per la comunità di Dofinè) ha dovuto attraversare la montagna da Dofinè a Fondol per poterci incontrare [la via per Verrette è sotto controllo delle bande]. Fabio, credo che tu capisca bene quello che cerco di spiegare e contiamo che troverai parole adatte per far capire ai nostri fratelli e sorelle della Rete la gravità della situazione.
A Cabaret le scuole sono paralizzate e evidentemente i bambini e giovani della casa non possono frequentare.
La banca concede solamente prelievi per 100 o 200 dollari a persona al giorno e siamo obbligati a pagare le spese con assegni; andiamo in banca in due o tre di noi varie volte, soprattutto quando dobbiamo pagare i professori e per urgenze di Fddpa. Il centro di salute [Fondol] non riesce a comprare le medicine, così come accade ad altri centri di salute della nostra zona che ormai hanno le porte chiuse alle necessità della popolazione.
Nessuno circola per le strade in tutta Haiti, gli autobus non viaggiano più e ci si deve arrangiare con altri mezzi per spostarsi. Le bande fanno in modo che il carburante non possa essere distribuito, ciò causa che il costo della vita sia cresciuto enormemente, il prezzo dei beni di prima necessità è 3 volte più caro di prima.
Per non parlare dei problemi politici, della corruzione dilagante nelle amministrazioni pubbliche, del primo ministro che governa con tutto il potere senza legittimazione, senza un parlamento che possa controllare le spese e gli sprechi di questo governo. Non abbiamo nemmeno delle date per le elezioni future e nemmeno aspettative che il primo ministro Ariel Henry lasci il potere.
Così è, ecco quanto vi informiamo da questo Paese e che vi condividiamo.
Ciao e grazie. Jean e Fddpa
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Nota

P-au-P., 18 maggio 2023 [AlterPresse] — Il poliziotto nazionale Roberto Charleston è stato assassinato e due mezzi blindati sono stati dati alle fiamme con molotov, in un attacco di banditi armati a Source Matelas (circa 37 km a nord della capitale, Port-au-Prince), nella notte tra mercoledì 17 maggio e giovedì 18 maggio 2023.
L’istituzione di polizia esorta ancora una volta gli agenti di polizia nazionale a serrare i ranghi nella lotta contro le bande armate ea non farsi intimidire. Dichiara di ribadire il suo appello alla franca collaborazione della popolazione, pur riaffermando la sua determinazione nel quadro delle sue operazioni volte allo smantellamento delle bande armate in tutta Haiti.
Titanyen, l’area della Minoterie, Source Matelas (Cabaret), il maggiore agglomerato di Canaan, gran parte del comune di Croix-des-Bouquets e altre aree sono tutte assediate da banditi armati, che uccidono e stuprano molte persone.
A Source Matelas, terza sezione comunale di Cabaret (nord), almeno un centinaio di persone sono state assassinate in attacchi, perpetrati dal 19 aprile 2023, da banditi armati operanti a Canaan e Titanyen, guidati rispettivamente dai capi delle bande Jeff Larose e Jean Auguste Chérismé alias Generale Bogi, ha rivelato la Rete Nazionale per la Difesa dei Diritti Umani (Rnddh), molti di loro sono stati imprigionati nelle case, in cui questi banditi armati avevano appiccato il fuoco. Anche decine di persone sono rimaste ferite dai proiettili.
Inoltre, 84 agenti di polizia nazionale sono stati uccisi, dal luglio 2021 all’aprile 2023, in 21 mesi di governo de facto di Ariel Henry, ha affermato in un rapporto l’organizzazione per i diritti umani Fondasyon je klere (Fjkl). “In media, vengono uccisi 4 poliziotti al mese. Alcuni in condizioni atroci e orribili. I video dell’esecuzione delle forze dell’ordine vengono postati sui social dai teppisti nella totale impunità”, ha ricordato il Fjkl, nel documento “Situazione di terrore ad Haiti, le figure nere del governo di Ariel Henry”.
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