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La guerra scoppiata a Gaza con il criminale e ingiustificabile attacco del 7 ottobre di quest’anno da parte di Hamas non può lasciarci indifferenti, e, soprattutto, non può non metterci in discussione.

Questo perché la nostra Rete è nata proprio in Palestina, dalla visita di Ettore Masina a Paul Gauthier a Nazareth, dove i Compagnons et les compagnes del Jésus charpentier operavano a fianco e con gli ultimi. Questo è importante: non erano lì per un progetto di cooperazione o di assistenza a favore dei palestinesi più poveri, ma per condividere la vita con loro.

Le operazioni della rete fin dall’inizio sono state un affiancare e accompagnare, anche se a distanza, chi si muoveva per cambiare la realtà in cui operava, per costruire nuovi percorsi di liberazione e di giustizia. Noi non abbiamo progetti ideati da noi e gestiti da noi. Le nostre cosiddette operazioni nascono in quelli che, usando una felice espressione di frei Betto, sono i “sotterranei della storia”.

Un tentativo di mettersi dal punto di vista e dalla parte degli altri, in particolare degli ultimi.

Ovviamente tutto questo in modo critico, eventualmente dissentendo. Ma sempre in modo empatico.

Questa capacità di (o forse semplicemente, disponibilità a) mettersi veramente dal punto di vista degli altri è proprio ciò che, almeno apparentemente, più manca in queste settimane che hanno seguito l’attacco del 7 ottobre. Manca ai governi occidentali che, allineati al governo israeliano e al suo presunto “diritto di difendersi”, si limitano a deboli richieste: qualche limitata tregua umanitaria, ma guai a chiedere un “cessate il fuoco”. E purtroppo su questa linea troviamo anche la maggioranza della stampa e dei media. Nessuno, a livello di governi, osserva che l’azione militare di Israele a Gaza assomiglia più a una vendetta che a una difesa. Il fatto che si sia ormai arrivati a oltre 10 donne e bambini palestinesi uccisi per ogni per ogni donna e bambino israeliano ucciso da Hamas il 7 ottobre dovrebbe farci riflettere, almeno in Italia. Non possiamo dimenticare che 1 a 10 è stato il rapporto applicato dall’esercito tedesco per la rappresaglia dopo l’attentato di via Rasella.

E di fronte alla cautela del governo americano nel criticare Israele per i bombardamenti sulla popolazione civile a Gaza è difficile non ricordare i bombardamenti americani di Hiroshima e Nagasaki. Allora fu presa di mira proprio e deliberatamente la popolazione civile, con l’obiettivo esplicito di imporre una resa senza condizioni a un paese già cosciente della sconfitta e disponibile a trattare le condizioni per la resa.

Questa incapacità di mettersi dal punto di vista dell’altro la troviamo anche in Israele, dove cresce la violenza nei riguardi della popolazione araba e, soprattutto, nei territori occupati dove, approfittando della crisi in corso, aumentano le occupazioni di terre da parte dei coloni, e le aggressioni nei riguardi della popolazione palestinese da parte dei suprematisti ebrei. Eppure, mettersi dal punto di vista dell’altro, entrare dentro di lui, è una componente fondamentale della spiritualità ebraica a partire da Isaia. Come scrive Emmanuel Lévinas, filosofo/teologo ebreo, molto amato da Fratel Arturo Paoli, grande amico della Rete, “Il Messia è il giusto che soffre, che ha preso su di sé la sofferenza degli altri. … Ognuno deve agire come se fosse il Messia.” Al centro del suo pensiero c’è proprio l’idea che la libertà del soggetto non è definita dall’affermazione del proprio io in opposizione ad altri soggetti, ma piuttosto dalla “responsabilità”, dalla capacità di farsi carico dell’altro. Il sionismo, sia quello laico che quello religioso, sta nei fatti tradendo lo stesso ebraismo, confermando l’insensatezza della equivalenza fra antisemitismo e antisionismo, che si sta sostenendo anche in questi giorni per delegittimare le critiche a Israele.

Naturalmente i sionisti religiosi e i suprematisti ebrei non rappresentano tutto Israele. Esistono voci diverse, anche se molto minoritarie. Fra queste ricordiamo lo storico Shlomo Sand che, in una bella e ricca intervista a l’Humanité del 19 ottobre scorso, ricorda l’orazione funebre tenuta, nel lontano 1956, da Moshe Dayan, Capo di Stato Maggiore dell’esercito, per il soldato Roy Rotberg, rapito e ucciso dai palestinesi di Gaza: “Non biasimiamo gli assassini di oggi. Da otto anni vivono neicampi profughi di Gaza e, davanti ai loro occhi, abbiamo trasformato le terre e i villaggi dove loro e i loro padri vivevano al nostro posto. Dobbiamo rendere conto a noi stessi; siamo una generazione che colonizza la terra e dobbiamo affrontare l’odio che infiamma e riempie le vite delle centinaia di migliaia di arabi che vivono intorno a noi. Questo è il destino della nostra generazione. Questa è la scelta della nostra vita: essere preparati e armati, forti e determinati.” Chiudiamo ricordando la giovane attivista israeliana, Sahar Vardi, che, dopo avere avuto notizia della morte a Gaza, il 30 ottobre, a causa di un bombardamento aereo israeliano, dell’amico Khalil, attivista palestinese, gli scrive una bella lettera che dimostra come l’empatia non sia morta neppure in Israele. È una lettera che ci fa capire appieno l’atrocità di ciò cha sta succedendo a Gaza, e che riportiamo di seguito:

Khalil.

Scorro i nostri messaggi. La nostra ultima corrispondenza normale risale al 27 settembre, quando parlavamo della sua media dei voti. O meglio, di come convertire la sua media da un’istituzione accademica di Gaza a un’istituzione accademica del Regno Unito o degli Stati Uniti. Gli ho inviato alcune idee per le borse di studio. Mi ha detto che anche se non fosse riuscito a trovarne una all’estero, avrebbe potuto trovare qualcosa online che gli avrebbe permesso di scrivere il suo dottorato in letteratura all’interno di Gaza.

La corrispondenza successiva è già di dopo, dopo quel sabato 7 ottobre.

Abbiamo messaggiato un po’. Dove si trova? L’esercito israeliano ha ordinato loro di evacuare dal loro quartiere di Gaza City al quartiere adiacente di Al-Rimal, così lui e i suoi vicini hanno evacuato – ma fortunatamente non ad Al-Rimal, che è stata bombardata due ore dopo. Anche il suo quartiere lo è stato. Mi ha detto che la sua casa è stata fatta saltare in aria. Tutti i suoi ricordi di suo padre. “Le lacrime non smettono di scendere”, ha detto.

È andata avanti così: ogni tanto ci scrivevamo; ogni tanto lui ci aggiornava. Aggiornava che era vivo. Aggiornamenti su chi era morto. E in qualche modo, quasi ogni volta, concludeva dicendo quanto fosse importante per lui che io sapessi che tutto questo non ha cambiato ciò in cui crede, non ha scosso il suo desiderio di un altro mondo – un mondo migliore, più equo. “Non vorrei che questo accadesse a nessuno”, ha scritto.

Come con altri amici di Gaza, non sapevo cosa scrivere. Quattro giorni dopo questo incubo, gli ho detto esattamente questo: che non so cosa scrivere, se non che sto pensando a lui e che vorrei poter fare di più. “Mi basta che tu abbia chiesto di me”, mi ha risposto. E io ho pianto. Per la prima volta in quella terribile settimana sono riuscita a piangere. Per tutto.

Ho pianto per la paura, per l’impotenza, per le foto delle persone uccise e rapite e per l’orrore sui loro volti il 7 ottobre. Ho pianto per l’orrore di ciò che sarebbe successo, per la sua casa bombardata, per la preoccupazione. Ho pianto per i mondi paralleli che mi sembrava di vedere e che non ero in grado di unire, finché non ho parlato con lui.

Che fortuna che esista, ho scritto a un amico comune. Che fortuna.

Il giorno dopo mi ha inviato un altro aggiornamento: la casa in cui si trovava, appartenente ai suoi parenti, era stata fatta saltare in aria. Ha contato quattro membri della famiglia e cinque vicini morti.

Ha chiamato poco più di una settimana fa. Abbiamo provato a parlare, ma non ci siamo riusciti: io ero nel bel mezzo di una faccenda e lui non era più disponibile. “Possiamo parlare più tardi”, ha scritto.L’ultimo messaggio risale a due giorni dopo. 23 ottobre. Un altro attacco aereo sulla casa della sua famiglia. Altri parenti uccisi. “Mi dispiace molto per i tuoi familiari”, gli ho scritto. “Sempre più persone, nomi, storie, si aggiungono alla lista del dolore che continua a crescere”. “Da qui il nostro ruolo di attivisti per i diritti umani e di combattenti per la libertà”, mi ha risposto.

Qualche anno fa è venuto a Gerusalemme per un intervento chirurgico e aveva bisogno di donatori di sangue. In seguito, anche un po’ del mio sangue è fluito nelle sue vene. C’è una parte di me che vorrebbe scrivere che il giorno in cui Khalil è stato ucciso, anche il mio sangue è stato versato a Gaza. Ma è una bugia.

Io sono al sicuro a casa mia, davanti al mio computer collegato a Internet, con il cibo in frigo e l’acqua che scorre nelle tubature, e quattro muri ancora in piedi. E lui no. Lui, sua moglie, le loro due figlie piccole, sua madre e i suoi due fratelli. Tutti morti.

Non presenterà più la domanda di dottorato – alla quale, mi ha detto durante una di queste conversazioni, avrebbe lavorato anche durante tutto questo, se avesse avuto un po’ più di elettricità. Non mi risponderà più con un’impossibile combinazione di orrore e ottimismo. Non mi dirà più quanto aspetta di incontrarmi un giorno, quando tutto questo sarà finito. L’unica cosa che è ancora in grado di fare è farmi piangere.

E forse un’altra cosa: ricordarci che è per questo che siamo qui, attivisti dei diritti umani e combattenti per la libertà. Per lottare. Per andare avanti. Perché questo non accada più a nessuno.

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