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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Maggio 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona,

Le parole di Beppe e Cristiana qui sopra (circolare nazionale maggio 2014, n.d.r.) danno uno spaccato eloquente del Convegno, cui hanno partecipato quasi 400 persone. Molti altri sono stati i testimoni intervenuti, anche solo per un saluto, speriamo di disporre presto di un fascicolo degli atti, così tutti potranno documentarsi più ampiamente. Un tema che resta in evidenza, in Italia, nel mondo e a Verona, e che interpella la nostra solidarietà e quella di tutti, è il tema dei migranti. Le immagini dei 366 affogati in ottobre 2013 davanti a Lampedusa, pubblicate da Repubblica con riprese subacquee hanno riproposto l’argomento con tutto il suo peso di dolore e devastazione, rivelando situazioni di guerre e miserie spaventose in tanti, troppi luoghi del mondo, da cui tanti disgraziati disperati fuggono, anche a piedi, per migliaia di chilometri, attraversando interi continenti, impiegando anni, arrivando poi in altri luoghi di disperazione come la Libia o l’Egitto da cui partono in prevalenza i barconi dei disperati.

Ma su questi disperati è importante anche l’intervento di don Carlo Vinco, pubblicato sull’Arena, sulla morte di Lumir, un “senza fissa dimora” morto a Verona, schiavo dell’alcol, morto per tumore osseo, accompagnato alla morte da alcuni volontari e dal figlio, fatto venire dalla Repubblica Ceka. La disperazione è diffusa, è anche in casa nostra, ed è difficile trovare sostegni e soluzioni, per quanto parziali. Come portare umanità a questi disperati, vicini e lontani, che ci interpellano ?

La Rete ha scelto di seguire progetti proposti da chi vive lontano, in situazioni di miseria, dove occorrono iniziative di liberazione. Noi non elaboriamo nostri progetti, anche se molti di noi sono inseriti anche in progetti politici italiani, di aiuto e sostegno, in altre associazioni e strutture politiche anche formali.

Molte altre sono le notizie che girano, ne accenno solo un paio: Il tentativo di negare il genocidio dei 36 anni di repressione, da parte del Parlamento del Guatemala; o la nuova visione dell’Africa che ha presentato Jean Leonard Touadì a Nigrizia martedì 6 maggio scorso. Touadì è un congolese con cittadinanza italiana, è stato anche deputato al Parlamento italiano;  ha parlato del sangue in Ruanda che chiede ancora giustizia, di altri massacri e tragedie, quasi sempre collegati con l’oro, con i diamanti, col petrolio, non con conflitti etnici come vogliono farci credere. Solo Mandela ha dato una risposta di riconciliazione.

Gli africani devono cercare la loro identità, tornare a scuola, ritrovare la cultura africana, la cultura locale, passare dalla necrofilia alla biofilia, dalla morte alla vita, in questo tempo di grande crescita dell’Africa, almeno per alcuni paesi. Ha fatto riflettere su quei confini dei paesi tracciati col righello dall’Europa, ancora nella conferenza di Berlino del 1884, che non hanno mai tenuto conto delle regioni reali delle popolazioni africane. Se questo sviluppo potrà effettuarsi, cesseranno le immigrazioni disperate, ma occorrono nuove strategie politiche: basta al modello coloniale a matrice predatoria ! occorrono modelli alternativi, una nuova antropologia. Touadì ha citato molti altri aspetti e proposte, ma mi piace finire con una frase che ha proposto contro le dittature, le guerre ed i conflitti: meglio entrare nella globalizzazione senza il cappello ma con la testa.

Come già si è detto nella precedente circolare locale, la modalità di raccolta dei nostri contributi cambia: per adeguarci alla normativa abbiamo aperto un conto corrente in Banca Etica ed è su questo nuovo conto corrente che devono ormai confluire le collette periodiche. Per favore prendete nota delle nuove coordinate bancarie:

intestazione: RETE RADIE RESCH – GRUPPO DI VERONA

codice IBAN   IT 06 Z 05018 12101 000000 173184

È importante accettare questo necessario cambiamento, per proseguire a sostenere la solidarietà in Guatemala, in Brasile e in altri paesi, Italia compresa.

Ci sarà certamente a fine giugno l’appuntamento di fine stagione, nei Pettenella Garden’s. La data non è ancora fissata, ma preparatevi, è sempre un appuntamento di gioia e simpatia, senza la quale la nostra sarebbe un’associazione solo di impegno politico, mentre conta moltissimo il trovarsi insieme e coltivare le relazioni umane, favorire un confronto tra noi vicini sui valori, così come vogliamo fare con i nostri interlocutori lontani.

Un carissimo saluto da

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Maggio-Giugno 2014

Carissima, Carissimo,

“Non lasciare cadere la speranza”, terminava con questa esortazione l’ultima conversazione tra il vescovo dei poveri,  Helder Camara e Marcelo Barros, benedettino brasiliano, noto biblista, compromesso con le pastorali sociali, dieci giorni prima che Helder morisse. La speranza é quella che ci consente di non deprimere il nostro sguardo sotto l’orizzonte cupo dei tempi che stiamo attraversando. E’ la forza che ci fa levare il capo oltre l’ostacolo. Quella siepe che sembra oscurare e negare le infinite possibilità della vita.

Le guerre e la crisi economica, così come le devastazioni ambientali, non sono catastrofi naturali, ma artificiali. Sono provocate da noi uomini, per colpa dei quali milioni di esseri umani muoiono.

Nei mesi di aprile-maggio ho incontrato Frei Betto, Waldemar Boff, Aleida Guevara e lo stesso Marcelo Barros, con i quali mi sono intrattenuto in lunghe conversazioni. Dal 25 al 27 aprile, insieme a molti di voi ho vissuto la presenza di tanti amici e ascoltato relazioni dei nostri tanti referenti dei loro progetti durante il nostro 25° convegno delle Rete, dove abbiamo fatto memoria e, ascoltato le relazioni dei tanti testimoni, che ci hanno indicato vie per un “reale cambiamento”.  Adesso si tratta di fidarsi e affidarsi alle loro tante proposte, spesso grondanti di sofferenza, dolore e sangue. Vivendo con i piedi ben piantati su questa terra, alzare lo sguardo, non per aria,  ma davanti a noi, ai nostri lati e dietro di noi, vedendo e sapendo leggere la realtà nella quale siamo, mettere in moto la nostra intelligenza per agire facendo il bene effettivamente  praticabile.

“Non lasciatevi rubare la speranza” pronunciava il 24 marzo 2013 papa Francesco, nel giorno dell’anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Romero. Come invocazione a trovare un nuovo equilibrio,  uscendo dal castello di carte che imprigionano, che fanno perdere la freschezza, il profumo e la primavera del Vangelo.

In definitiva è chiedere alla sua Chiesa di scendere dal piedistallo della sua autorevolezza, di smettere l’armatura del dottrinarismo del giuridicismo e del devozionismo, in una sola parola, liberarsi del clericalismo. Una chiesa che si spogliasse della ricchezza  e del collateralismo con il potere, che uscisse da sé per rivolgersi al mondo con l’atteggiamento di misericordia che il Concilio aveva inaugurato. E che, come ricordava Frei Betto nelle sue conferenze, gli ultimi due papati, 34 anni, lo hanno chiuso nel “congelatore”.

La speranza, quella autentica, non può essere legata agli indici della Borsa, agli andamenti dello Spread o alle percentuali del PIL (prodotto interno lordo): ma deve essere radicata nella passione della ricerca della giustizia da parte di ogni donna e ogni uomo.

Papa Francesco ha cominciato a fare la riforma del ruolo del Papato prima di fare la riforma della Curia. E questo é segno di alta intelligenza e di spirito francescano, ma adesso tocca alla Curia, definendo così una chiesa dei poveri, con i poveri e povera. Più semplice, più legata al popolo, legata alla natura  e che sente tutti gli esseri come fratelli e sorelle. Ma attenzione: un uomo solo al comando non funziona. E’ utile, necessario, fondamentale che le comunità inizino veramente a introiettare e vivere il messaggio di Francesco, altrimenti sarà tutto inutile. Sappiamo quanto sia difficile per chi ha il potere: riformarsi, lasciarlo.

A quando: più potere, più servizio?

Antonio

Segue adesso una riflessione inviataci da Erri De Luca

La Terra Europa

L’ Europa non è una nave e non corre pericolo di arrembaggio da parte di pirati. La sua vulnerabilità è tutta interna. L’ Europa è una cucina e occorrono tutti i suoi ingredienti. Primo di questi: il flusso migratorio, contro il quale è inutile il filo spinato. Muri e mari non servono a scacciare. Neanche la pena di morte servirebbe: l’affrontano già.

Sono flussi che rinnovano nascite, energie produttive, forze lavoro. I nostri politici preferiscono chiamare “ondate” questi spostamenti. La parola vuole suggerire alla terraferma il bisogno di proteggersi dalle inondazioni. Ma gli esseri umani hanno la proprietà fisica dei solidi, che possono affondare ma non evaporare. Con “ondate” i nostri politici si procurano qualche consenso elettorale sfruttando il sentimento della paura. Ma la storia d’Europa è gigantesca per il coraggio, per l’esplorazione dell’ignoto, perché visionaria, non perché impaurita e miope.

L’ unione europea deve accorgersi che la sua origine è Mediterranea. Deve alle sue correnti la diffusione del vocabolario, delle arti, delle religioni. Deve al Mediterraneo anche il nome Europa. Il peggiore sbaglio e il maggiore limite è ridursi a un’espressione economica, al territorio, o peggio alla zona, dell’euro. Ma Euro è l’antico nome greco del vento di Sud Est. Sud più Est: sono i due punti cardinali responsabili della civiltà europea.

Euro è un vento, non una banconota.

Oggi alcune tensioni superficiali spingono contro la moneta unica per tornare a stampare a volontà il biglietto locale. Questa spinta di scarso significato politico, ne assume uno strategico, da “Finis Europae”, proprio perché lo stato dell’unione si misura sui minimi termini di una moneta in comune.

Il primato del mercantile sul politico rende il patto Europa inefficiente. Il suo Parlamento è un parcheggio di lusso per politici con carriera scaduta in patria.

Se l’Europa è l’ euro, allora è una fiche lanciata su un tavolo da gioco.

Se il valore Europa è la valuta euro, allora l’unione è una qualunque impresa commerciale e può fallire.

Antidoto a questo cedimento non è l’ abbassamento del traguardo, ma il suo innalzamento: non una riduzione delle aspettative, ma il rilancio dell’ideale fissato dai padri fondatori.

Nei secoli passati la religione cristiana si è spesso ridotta a compravendita di favori, indulgenze, benefici. Ne è uscita risalendo puntualmente alle origini della parola sacra.

Lo stesso rimedio serve all’unione europea. Risalire alla sua origine di ceneri e macerie, da dove partì il riscatto e la ricostruzione.

Voglio immaginare che sarà così. Voglio immaginare i suoi atleti partecipare alle Olimpiadi sotto una sola bandiera, ascoltare una musica scritta per il secondo tempo della Terra Europa.

Erri De Luca

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2014

A cura della Rete di Casale Monferrato

Questa circolare è stata abbozzata a Rimini fra il 25 e il 27 aprile 2014, prendendo spunto dalle relazioni, dagli incontri e dalle conversazioni di quei giorni. Si è trattato di un convegno “speciale”, il venticinquesimo dalla fondazione di una Rete che compie il mezzo secolo di vita. Dunque anche una riflessione sulla storia della Rete, non come auto-celebrazione, ma come “memoria”, come insieme di sguardi per far riaffiorare le radici della nostra identità. La Rete Radiè Resch nasce proprio dall’incrocio di due sguardi (di un giornalista italiano e di un sacerdote francese) entrambi  alla ricerca  di autenticità e coerenza con la propria storia personale, accomunati dalla sensibilità alla domanda di giustizia degli oppressi e dalla ricerca di autenticità al messaggio evangelico, in sintonia con uomini ed esperienze che, fra ripensamenti ed inquietudini, preparavano la grande stagione conciliare. Una organizzazione “povera”, senza ruoli definiti, senza funzionari, fragile perché affidata al volontariato, alla autonomia dei gruppi locali, eppure “presuntuosa” nel suo volersi proporre come organizzazione nazionale ed internazionale, nel suo voler allargare il tessuto delle relazioni senza temere i legami esili e le comunicazioni frammentarie. Forse proprio questa attenzione alla comunicazione ha permesso alla Rete di superare i monsoni della storia recente, magari senza crescere nel numero degli aderenti, ma senza smarrire il filo rosso dell’impegno e dell’autenticità (Matteo Mennini, nella sua introduzione storica a Paul Gauthier, ci ha raccontato che l’associazione francese “Partage”, nata con lo stesso obiettivo iniziale della Rete, ha interrotto da tempo il suo cammino). Probabilmente la rete informatizzata della comunicazione globale ha fornito un supporto importante alla conservazione dei legami e allo scambio di esperienze, consentendo la sopravvivenza di una struttura così fragile e (consentiteci di dire con un certo orgoglio) così poco costosa rispetto anche alle più semplici ONG. La Rete è nata in una Palestina non ancora definitivamente lacerata dalle guerre degli anni ’60 e ’70 ed ha avuto come primo progetto il supporto alle case che Paul Gauthier e i suoi amici andavano costruendo. Radiè Resch è il simbolo di una speranza che non si è tradotta in realtà allora e che ha bisogno ancora della nostra solidarietà. I testimoni palestinesi al convegno ci hanno fatto riflettere su una situazione che trova sempre meno sbocchi credibili perché lo stato israeliano crede di poter gestire una situazione di conflitto permanente. La vicenda politica si nutre così di narrazioni mitiche, come quella che prevede la trasformazione di Israele in stato etnico, separando gli ebrei dalla popolazione palestinese. Il progetto di creare uno stato etnicamente puro però non è credibile: di fatto la popolazione dell’area palestinese (Israele + territori occupati) è composta da non ebrei per circa il 40% (in tutta l’area ci sono 10 milioni di persone, di cui 5,9 milioni di ebrei – Israele ha circa 7,5 milioni di abitanti, per il 20% arabi. Fonte: Limes, 2013). Che cosa significa “stato ebraico”?  In Israele è stata creata una distinzione fittizia fra nazionalità (che è solo ebraica) e cittadinanza (che comprende anche il 20% di arabi) in una logica di separazione interna e di graduazione dei diritti. Diritti che sono ulteriormente conculcati per gli abitanti dei territori occupati. Secondo Wassim Damash manca una riflessione sull’identità come dato sempre in via di definizione, un dato che si costruisce e a volte si perde almeno in parte (avviene anche con l’identità personale con il venir meno della memoria individuale). Lo stato è tale quando rappresenta tutta la popolazione racchiusa nei suoi confini. Forse non è così importante che i palestinesi abbiano un altro stato (nella situazione attuale sarebbe in ogni caso uno stato con troppe limitazioni per essere autonomo), ma è necessario che vengano loro riconosciuti i diritti di nazionalità/cittadinanza, come l’uguaglianza davanti alla legge, il diritto all’incolumità personale, alla proprietà della terra e dell’acqua. Questa è la “pace” oggi ed è una pace-condizione per le trattative, più che una pace obiettivo. Ripartire dai diritti è anche il messaggio conclusivo di Riccardo Petrella. I diritti diventano un antidoto al modello di economia finanziaria in cui il valore delle cose e delle persone viene definito in base alla capacità di creare ricchezza per il capitale privato. All’interno di questo modello lo stato finisce per essere considerato come una forma di distorsione del mercato: l’obiettivo dell’economia è lo “stato zero”. Diventano così quasi “naturali” le limitazioni alla sovranità statale di cui è esempio la comunità europea: il bilancio degli stati membri deve essere verificato e può essere modificato sulla base di alcuni parametri “oggettivi” che interessano il mercato. Un mercato che non conosce diritti, ma solo solvibilità. Anche Waldemar Boff oppone alla dittatura del mercato una cultura della cittadinanza globale. Questa cultura ha bisogno di risorse, per cui è importante ripensare il significato della fiscalità generale e sottrarla all’uso “orientato” che ne fanno le lobby di potere. Padre Regino Martinez, che lavora nella Repubblica Domenicana con gli immigrati haitiani, si confronta con un razzismo sempre più violento, che sta prendendo la forma di uno stravolgimento della costituzione domenicana. Una recente sentenza della corte costituzionale (dicembre 2013) esclude dalle elezioni, dalla proprietà e dai diritti civili le famiglie di haitiani immigrati illegalmente dopo il 1929. In sostanza viene annullata l’identità di famiglie che da 4 generazioni ormai vivono sul suolo domenicano. Un razzismo che di tanto in tanto assume connotazioni violente, come è già avvenuto drammaticamente nel passato. Nel 1937, sotto il governo di Trujillo, i contadini frontalieri haitiani furono oggetto di tentativi di genocidio. Per individuare coloro che dovevano essere eliminati, non essendoci una vera e propria differenza somatica al di qua e al di là del confine (Haiti e Repubblica Domenicana sono infatti sulla stessa isola), si usava come discriminante la pronuncia della parola “perejil”, prezzemolo, in cui la r si pronuncia diversamente a seconda se si proviene da una area linguistica francese o da una spagnola. Nidia Arrobo ci ha trasmesso l’eredità spirituale di mons. Leonidas Proaño (vescovo di Riobamba in Ecuador dal 1954 al 1985) sostenitore dei diritti degli indios e precursore della teoria della liberazione. La sua speranza è in parte diventata realtà nella attuale costituzione dell’Ecuador che riconosce l’importanza delle comunità indigene. I profeti lanciano semi che possono germogliare anche a distanza di anni. Ettore Masina, nella sua relazione iniziale, ci ha ricordato uno dei primi amici della Rete ai tempi della dittatura brasiliana: Josè Luis Del Rojo (Francisco). In una lettera a Masina, Del Rojo racconta la sua esperienza di oggi come ricercatore negli archivi dello stato totalitario, recentemente resi accessibili. Ebbene, la Rete viene citata in queste fonti come una associazione pericolosa, da controllare assiduamente. Anche una piccola rete disarmata può rendere inquiete le dittature. L’azione della RRR si è caratterizzata sempre per questa sua capacità di guardare in più direzioni. Il suo stile è quello di coniugare uno sguardo attento alla vita pubblica all’impegno quotidiano nella vita privata. In questo senso può consentire il superamento di quelle paralisi dell’azione che talvolta nascono dalla percezione della complessità dei problemi in cui siamo immersi. Antonietta Potente ci ha ricordato l’importanza di “scambiarci lo spirito”, a crescere in noi quella passione dell’altro che spinge a dare a ciascuno ciò che gli appartiene. Lo spirito è letteralmente “soffio”, un elemento debole, ma forse proprio per questo può essere comunicato. Il futuro è in quella percezione della debolezza del pensiero, che porta a stabilire legami, a creare reti, a recuperare tutte le sapienze possibili (con particolare attenzione ai modelli femminili). Un carissimo saluto a tutti ed un arrivederci al coordinamento di Quarrata del mese prossimo. Per la rete di Casale Beppe e Cristiana.