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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Ottobre 2014

“Perché una società vada bene,

si muova nel progresso,

basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Giovanni Falcone

Carissime/i,

le lettere, la corrispondenza con i nostri referenti sono le principali, se non le uniche, comunicazioni che ci fanno conoscere la realtà, la drammatica realtà, come in queste note su Haiti. Un paese che non conosce pace, né democrazia, né giustizia. Ci sono anche belle “storie”, storie nostre, storie della Rete, che continuamente ci danno fiducia e speranza, come la scelta di Beppe Ghilardi, della Rete di Casale Monferrato, che ha deciso di dare una mano ai nostri amici di Haiti e per un mese andrà a coadiuvare, con la sua professionalità di infermiere, le iniziative del progetto salute di Fondol, progetto che porteremo a conoscenza con la prossima lettera. Beppe cercherà di fare un sondaggio tra la gente, nelle comunità, per raccogliere dati sulla salute in generale e facilitare i risultati per impostare un programma di formazione e di salute preventiva. Marianita, come sempre, tiene i “fili” delle relazioni con Jean e Martine, mette assieme le ultime notizie da Haiti. La circolare nazionale è scritta da una nuova piccola Rete della Liguria. Troverete anche un interessante articolo sulla drammatica realtà che si vive a Gaza, tragedia che non trova più spazio nei media. Delle decisioni del coordinamento di Verona, vi aggiorneremo prossimamente anticipiamo solo che, la nostra operazione è stata rinnovata e ha trovato una completa accoglienza da parte di tutte le Reti presenti. Vi ricordiamo, anche per un bel regalo, il libro che racconta la vita di “Dadoue Printemps” scritto da Marianita, per riceverlo Elvio 049 618997. Chi può, dia una mano per la presentazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Novembre 2014

La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione con Dio,

perché è la guida dei popoli.

E’ una responsabilità immensa,

un severissimo servizio che ci si assume.

Giorgio La Pira

Carissime/i,

iniziamo questa lettera con la bella recensione del libro scritto da Marianita, che racconta la vita di DADOUE. Recensione fatta dal mensile delle suore comboniane COMBONIFEM di questo mese di novembre. Per le prossime festività perché non pensare a regali utili e intelligenti; regaliamo il libro di DADOUE. Come leggerete più avanti, abbiamo lanciato una Campagna per il Diritto alla Salute, un necessario impegno verso i nostri amici haitiani. Per diffondere la campagna si può richiedere a Elvio il dépliant che è stato preparato e invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi per raccogliere fondi. Giovedì 18 dicembre, presso i Comboniani a Padova presentazione pubblica del libro: DADOUE PRINTEMPS In cammino verso il cambiamento. Con la prossima lettera tutte le notizie per partecipare numerosi. Prossimo coordinamento sabato 29 e domenica 30 novembre a Calambrone (Pisa), per partecipare Giorgio Gallo, tel. 050 856047, email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..”>gallo@di.unipi.it.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Novembre 2014

A cura della rete di Polignano

E SE CI CONTEMPLASSIMO LO SPIRITO…

UN ALTRO SGUARDO È POSSIBILE?

Carissimo, Carissima… perché scrivere una lettera mensile, se non per comunicare il fremito del profondo e farne condivisione e dono…? Confesso di essere stata presa dal pensiero della teologa Antonietta Potente all’ultimo convegno della Rete, e dal mio ultimo incontro avuto con lei a settembre in occasione dell’apertura dell’anno Pastorale nella mia Parrocchia. É inedito e affascinante il titolo della sua relazione: “E se ci scambiassimo lo Spirito? Il futuro delle relazioni.” Mi sembra che si parli di quello Spirito che appartiene a tutti e a tutte, quel filo rosso che svela il divino che è in noi, e dà la possibilità di riconoscerci veri fratelli. Intimo scambio di energia dove si nasconde il genoma che in sé contiene la salvezza di tutti gli uomini. Scoprire e riconoscere il comune progetto umano ci libera dalla paura e ci dà la spinta ad alzare gli occhi per guardare l’altro e trovare in lui qualcosa di noi stessi. In “Spirito e Verità” nello sguardo dell’altro possiamo riconoscere e contemplare le nostre origini e dare un senso reale al nostro essere nel concreto vivere di ogni giorno. Guardarsi negli occhi e piano piano sciogliere quei conflitti antichi che ci rendono nemici e ostili è un cammino necessario per liberare i nodi che, di generazione In generazione, soffocano gli aneliti del divino. Sbrogliare le rigidità, le paure, le resistenze, i pregiudizi, che ci allontanano gli uni dagli altri è il segreto che darà coraggio al nostro sguardo che, con emozione sincera, contemplerà se stesso nel volto altrui. Tutto ciò passa, inevitabilmente, attraverso il corpo, specchio della nostra anima. Dal corpo traspare tutto il nostro essere: il detto e il non detto, perché, le gioie e le fatiche, la bellezza e le ferite finanche, i vissuti di chi ci ha preceduto sono impresse nel umano tessuto. E come la natura aspetta di essere liberata, anche il nostro corpo attende una parola, un gesto, uno sguardo che ci riconcilia con l’inespresso che si nasconde in noi. L’altro è la nostra verità! Esercitiamo, allora, le nostre capacità a guardarci amorevolmente, senza barriere e difese, per liberare il sogno profondo di ogni notte:” Ricostruire il Paradiso perduto delle relazioni”. È proprio nel riconoscere l’altro che si scalpella il nostro essere sotto la guida dello spirito che rende nuove tutte le cose. Tale novità di incontro sprigiona energia, eco rispettosa, che rompe le corazze e cura le ferite che gli eventi e il tempo scalfiscono dentro. Mettersi in gioco con l’altro per scoprirsi fratelli, figli di uno stesso Padre Creatore, è un’occasione per comprendere le tante possibili ragioni segrete dell’essere, insieme ai tanti possibili perdoni.

Angela

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Verona – Novembre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, in questa circolare di novembre diamo spazio ad uno scritto che ci ha mandato nostra figlia Sara da Amman, (scrivono la Circolare Roberto Beccaletto e Francesca Gonzato) perché crediamo possa essere di qualche interesse per tutti voi. Sara conosce bene la RRR, ha partecipato a molti incontri, ad un convegno a Rimini e soprattutto ad un viaggio in Palestina della Rete a cavallo tra il 2009 e il 2010, che per lei è stato molto significativo. Non spendiamo altre parole perché si presenta da sola nel suo scritto.

Lavoro presso l’IOM, International Organization for Migration, organizzazione inter-governativa (non ONG, anzi il contrario, perché la maggior parte dei fondi che riceve viene dai Governi) che in alcuni Paesi come Iraq e Afghanistan lavora a fianco delle Nazioni Unite nella cosiddetta UN Country Team. Viste le analogie nel mandato e nel tipo di assistenza umanitaria fornita (in particolare con l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), da anni si parla di inglobare IOM nelle Nazioni Unite, ma per ragioni di politica interna alle due Agenzie prima che questo succeda ci vorrà ancora un po’. IOM rispetto alle Nazioni Unite è un’organizzazione burocraticamente più snella (per ora), presente in 155 Stati, che vanta un approccio molto più ‘sul campo’. IOM Iraq nasce nel 2003 dopo l’invasione americana per dare assistenza agli sfollati iracheni che fuggivano dalle zone di conflitto per trovare rifugio in aree più sicure, sempre all’interno del loro territorio nazionale (da qui la definizione di Internally Displaced Persons). Oltre ai tre principali uffici nelle città di Erbil (Kurdistan Iracheno – nord Iraq), Baghdad (centro Iraq) e Basra (sud Iraq), IOM Iraq ha sempre mantenuto un ufficio di supporto ad Amman, che garantisce la continuità nell’assistenza fornita anche nei momenti in cui gli uffici in Iraq sono semi-operativi o totalmente fuori uso per cause di forza maggiore. Al momento le Nazioni Unite hanno dichiarato Livello 3 di Emergenza in Iraq: se mai si arriverà al livello 5 (immediata evacuazione), l’ufficio di Amman sarà pronto ad ospitare tutti i dipendenti IOM internazionali. I dipendenti IOM iracheni, invece, resteranno in patria e dovranno badare a se stessi e alle loro famiglie, perché per entrare in Giordania necessitano di un visto che IOM non può garantire. Sono arrivata qui a Erbil perché in Italia, a meno che non si sia già accumulata considerevole esperienza, il campo delle migrazioni non offre possibilità lavorative al di là del volontariato o di stipendi ridicoli. Attiva in Amnesty International durante liceo e università, laureata in Scienze Politiche a Milano e con un Master alla School of Oriental and African Studies (Londra): il mio profilo è un po’ uno dei tanti che circolano in giro per il mondo. La mossa chiave per trovare questo lavoro è stata trasferirmi ad Amman seppur con solo un misero contratto da stagista in una ONG giordana che si occupa di diritti dei lavoratori migranti. Una volta ad Amman ho saputo attraverso contatti che c’erano posizioni aperte in IOM Iraq: ho mandato il curriculum, fatto il colloquio e sono stata selezionata per un altro stage, che poi ha portato a un contratto a tempo determinato con possibilità di rinnovo. In IOM Iraq faccio parte del dipartimento di Project Development, Monitoring and Evaluation: i miei compiti cioè comprendono scrivere progetti, seguirne l’implementazione (garantita dai colleghi iracheni sul campo), stendere periodici report per i donors (finanziatori) per rendere conto di come sono stati spesi i finanziamenti ricevuti, e valutare l’andamento e i risultati dei progetti. Essendo un’organizzazione di fama internazionale, il problema fundraising (raccolta fondi) in IOM di fatto non sussiste, soprattutto ora che gli occhi dei media sono tutti puntati sull’Iraq. Chi sono i donors? Tra i maggiori finanziatori, oltre a varie Agenzie delle Nazioni Unite (per lo più UNHCR) e all’Unione Europea, vi sono i Governi: Stati Uniti, in primissima fila, seguiti da Giappone, Svezia, Germania, Gran Bretagna, Francia… L’Arabia Saudita a inizio estate, subito dopo lo scoppio della crisi in Iraq dovuta all’avanzata dell’ISIS, ha elargito la più grande donazione che IOM Iraq abbia mai ricevuto da parte di un singolo stato. Molti considererebbero questi soldi ‘blood money’ (denaro sporco), visto che provengono da uno stato ufficialmente schierato con gli Stati Uniti e la loro coalizione contro l’ISIS, ma in cui allo stesso tempo alcuni cittadini particolarmente abbienti stanno investendo il loro denaro in finanziamenti allo Stato Islamico; nonostante ciò prevale la regola ‘il fine giustifica i mezzi’: non è negando assistenza umanitaria a migliaia di esseri umani, prime vittime di questa crisi, che si può dare una lezione di politica internazionale. Chi sono i destinatari dei progetti e che tipo di assistenza ricevono? IOM Iraq fornisce assistenza all’interno dei confini iracheni a quattro categorie di beneficiari:

– Rifugiati: persone che fuggono dal loro paese in cui la loro incolumità è a rischio a causa di guerre o calamità naturali e che per questo non possono essere rimandati indietro. Al momento l’Iraq ospita 230.000 rifugiati siriani registrati ufficialmente con l’UNHCR (di cui più di tre quarti si trovano ora a nord dell’Iraq nel Kurdistan Iracheno), che sono entrati nel Paese in grandi numeri per lo più dal confine siriano prima che questo confine venisse chiuso dal governo del Kurdistan Iracheno (KI). Recentemente si è aperto un altro punto di accesso: Kobane, una cittadina siriana che si trova in punto strategico a confine con la Turchia e che ha aperto un facile corridoio d’entrata con il KI.

– IDPs – Internally Displaced Persons: sfollati all’interno del proprio paese. IOM conta che siano circa 1,8 milioni gli iracheni scappati dalle proprie case, spesso con poco più dei vestiti che indossavano al momento della partenza, dal sud e centro Iraq (aree con maggiore presenza dell’ISIS) per cercare rifugio in zone più sicure nel nord del Paese. La gran parte di questi IDPs vive ora nel KI, già al limite della sua capienza per la presenza di rifugiati siriani, all’interno di campi per IDPs, o in palazzi abbandonati ancora in fase di costruzione (che sono tantissimi nel Kurdistan a causa di enormi speculazioni). L’assistenza che IOM fornisce in emergenza umanitaria per i rifugiati siriani e gli sfollati iracheni presenta delle componenti standard: trasporto dal confine ai campi, o intra-campi; rifugio: tende, prefabbricati, o semplicemente nel caso degli IDPs protezioni di plastica usate per ‘sigillare’ palazzine non finite e abbandonate per impedire che la gente cada giù, e per offrire un certo riparo dal freddo e dalle intemperie dell’inverno. Quest’ultima soluzione è stata concepita per buona pace dei governi iracheno e kurdo, che vogliono assicurarsi che la permanenza degli sfollati sul loro territorio sia temporanea; kit contenenti beni utili (non alimentari, a questi pensano altre organizzazioni) per un’intera famiglia di sei persone come materassi, coperte, cuscini, pentole, kit sanitari; sanità: da poco IOM ha iniziato a fornire assistenza sanitaria di base e di prevenzione per malattie facilmente trasmissibili come la tubercolosi attraverso il dispiegamento di cliniche mobili sul territorio e il supporto di centri medici già esistenti in termini di personale, macchinari e medicinali; a queste attività si stanno per affiancare anche attività di supporto psicologico.

– Returnees: iracheni emigrati all’estero che decidono di tornare volontariamente in patria, spesso perché non hanno avuto successo nel loro tentativo di stabilirsi all’estero. La grande maggioranza di queste persone quando tornano vogliono reintegrarsi nel KI, in quanto è la regione più ricca e moderna dell’Iraq che nonostante la crisi in corso sta vivendo un periodo di boom economico grazie alle ingenti riserve di petrolio (che disegnate su una cartina dell’Iraq formano delle grandi chiazze nere, specialmente vicino a Erbil e Dahouk, due tra le principali città del KI) e agli enormi investimenti in contanti che arrivano da varie parti del mondo (le guerre del 2003, 2006-2007 hanno insegnato a non depositare i soldi nelle banche, rarissima presenza nel KI, per evitare di perderli nell’eventualità di un’altra guerra). Nel caso di Erbil, capitale del KI, i suoi ingenti cantieri, infrastrutture in veloce sviluppo, un grande business di hotel di lusso, e una relativa stabilità politica ne fanno la cosiddetta ‘piccola Dubai’ del Medio Oriente. IOM, in coordinazione con stati europei come Francia, Belgio, Finlandia e Svezia con i più alti tassi di immigrati iracheni, promuove programmi che facilitano la reintegrazione degli emigrati iracheni in patria, supportandoli per esempio nella ricerca di un lavoro.

– Le comunità irachene ospitanti IDPs e rifugiati: promuovendo attività per l’autosostentamento dei beneficiari (IDPs e rifugiati) e delle loro famiglie, e progetti volti a produrre un veloce impatto sulle infrastrutture e i servizi del territorio (come ad esempio la costruzione di strade, scuole, cliniche, ecc..), IOM mira a ridurre al minimo l’impatto economico e sociale dell’arrivo di queste persone in modo da prevenire qualsiasi tipo di attrito con la popolazione locale ospitante. IOM Iraq inoltre supporta il governo del Kurdistan e il governo centrale iracheno (Baghdad) attraverso varie attività volte a rafforzare le capacità e l’autosufficienza di entrambi i governi nella gestione dei confini e nella lotta contro la tratta di esseri umani, con lo scopo di garantire una migrazione regolare e rispettosa della dignità umana all’interno dell’Iraq.

Sono stata tre volte ad Erbil per lavoro, una volta a febbraio e due negli ultimi due mesi. Tra la prima volta e le altre due le cose sembrano essere cambiate veramente poco in apparenza. In realtà la città in molte zone fuori e dentro il suo centro sta ospitando in chiese, parchi, palazzi non finiti migliaia e migliaia di IDPs: il quartiere cristiano di Ankawa da solo ospita almeno 10.000 IDPs. A livello di sicurezza pochi sono i cambiamenti facilmente percepibili: gli hotel a cinque stelle ospitanti lavoratori delle Nazioni Unite e di varie ONG sono tornati ad avere guardie e metal detector all’entrata, il compound delle Nazioni Unite (dove si trovano tutti i principali uffici IOM e delle varie Agenzie UN) ha rinforzato la sicurezza all’entrata e sul suo perimetro, e tutti i lavoratori umanitari UN sono stati caldamente consigliati a non usare i taxi locali (per rischio rapimento) e limitarsi ad andare in giro con macchine della propria Agenzia. Di fatto, è stato comunicato chiaramente che ci sono delle infiltrazioni di affiliati dell’ISIS, ma nonostante ciò il comportamento di certi colleghi è tutt’altro che cambiato rispetto a mesi fa. Molti di loro hanno contratti di sei o più mesi ad Erbil, e nella loro carriera sono stati in missioni come Pakistan e Afghanistan, in cui la libertà di movimento per i dipendenti delle Nazioni Unite è molto più limitata e il rischio percepito a livello di sicurezza è più alto. In missioni come queste, comprese quella in Iraq, si tende a spendere la gran parte delle giornate a lavorare, visto che c’è poco altro da fare. Il livello di stress accumulato è tanto, perciò non c’è da stupirsi che Kabul e Erbil ospitino nei weekend enormi feste frequentate rigorosamente da lavoratori umanitari che tentano di scappare almeno per qualche ora alla continua pressione a cui sono sottoposti. Uscire di sera ad Erbil, prendersi una birra con degli amici e mentre si attraversa la strada incappare in una famiglia di IDPs che vive in una tenda piantata a due passi da lì è una delle tantissime contraddizioni di questa crisi irachena e della vita dei lavoratori umanitari. La morale? La morale è che non c’è morale. L’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) o ISL (Islamic State of Iraq and Levant), gruppo islamico di ispirazione sciita, è il prodotto di manovre occidentali messe in atto dopo l’invasione americana del 2003 per contrapporre gruppi sciiti (circa il 60% della popolazione irachena) e sunniti (40%) con lo scopo di raggiungere una stabilità filo-occidentale attraverso un governo sciita solo apparentemente democratico e rappresentativo dell’intero Paese. Nulla di nuovo sotto il sole di un mondo dominato da stati imperialisti: gli interessi economici da sempre hanno generato guerre, in cui il cosiddetto Occidente non ha mai perso occasione di fare del profitto vendendo armi al miglior offerente e addestrando miliziani secondo la strategia del divide et impera. Esempio lampante: la guerra Iran-Iraq (1980-‘88), in cui nazioni come Stati Uniti e Gran Bretagna hanno venduto armi a entrambe le parti in conflitto. Ciò che sta succedendo ora in Iraq dunque non è prodotto della fatalità o del demonio (come il colore nero delle divise e delle bandiere dell’ISIS sembra suggerire) bensì la conseguenza di anni e anni di storia scritta dai grandi poteri economici e politici. Le vittime sono i civili, ultimi in questa catena di interessi. Alla luce di ciò alla domanda “ma l’ONU fa più danni che altro cercando di risolvere problemi creati da altri?” la mia risposta è: l’ONU è un problema, fintantoché resta condizionata dai 5 stati che hanno potere di veto nel suo Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia), impegnati a mantenere un certo ordine geopolitico mondiale al servizio dei loro interessi economici. La missione umanitaria delle sue Agenzie resta comunque fondamentale per salvare vite umane e garantire un minimo di dignità e sicurezza a milioni di civili coinvolti nei tanti conflitti in atto sul pianeta.

Vi annunciamo che il prossimo incontro del gruppo di Verona della RRR è previsto per lunedì 24 novembre alle ore 21 presso una sala del Tempio Votivo, dove ci accoglie don Carlo Vinco.

Un caro saluto da Francesca e Roberto

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Ottobre 2014

Per capire la vittoria di Dilma Rousseff, presidente del Brasile di Leonardo BOFF.

In questa tornata elettorale presidenziale, brasiliani e brasiliane si sono confrontati come se rappresentassero la scena biblica descritta dal Salmo n°1: si doveva scegliere tra due vie, una che rappresentava il successo e la felicità possibile, l’altra l’insuccesso e l’infelicità evitabile. Erano state create tutte le condizioni per una tempesta perfetta con distorsioni e diffamazioni, diffuse nella grande stampa e nei media popolari, soprattutto una rivista che ha offeso gravemente l’etica giornalistica, sociale e personale pubblicando falsità per danneggiare la candidata Dilma Rousseff. Dietro a questa rivista albergano le élites più retrograde che si impegnano a difendere i loro privilegi piuttosto che far partecipare tutti ai diritti personali e sociali. Davanti a queste avversità la presidente Dilma già passata attraverso le torture nei sotterranei degli organi di repressione della dittatura militare, ha rafforzato la sua identità. È cresciuta nella sua determinazione e ha accumulato energie per affrontare qualsiasi scontro. Si è mostrata come è: una donna coraggiosa e valorosa che trasmette fiducia, virtù fondamentale per un politico. Mostra di essere tutta di un pezzo e non tollera malefatte. Lei genera nell’elettore o elettrice il sentimento di “sentire fermezza”. La sua vittoria è dovuta in gran parte ai militanti che sono usciti per le strade organizzando grandi manifestazioni. Il popolo ha mostrato di essere maturo nella sua coscienza politica e ha saputo, biblicamente, scegliere la via che gli pareva più indovinata votando Dilma. Lei ha vinto con più del 51% Il popolo già conosceva le due vie. Una, già praticata per otto anni, ha fatto crescere economicamente il Brasile ma ha trasferito la maggior parte dei benefici a coloro che già li avevano a costo di una stretta salariale, a costo della disoccupazione e della povertà delle grandi masse: politiche ricche per i ricchi e povere per i poveri. Il Brasile era diventato il socio minore e subalterno del grande progetto globale, egemonizzato dai paesi opulenti e militaristi. Ma questo non era il progetto di un paese sovrano consapevole della sua ricchezza umana, culturale, ecologica e degna di un popolo che ha l’orgoglio del suo meticciato, e che si arricchisce con tutte le differenze. Il popolo aveva percorso anche l’altro cammino quello del successo e della felicità possibile. In questo mantenne il posto centrale. Uno dei suoi figli soppravvissuto dalla grande tribolazione, Luiz Inacio Lula da Silva, che è riuscito con politiche pubbliche, rivolte agli offesi e umiliati della nostra storia a far sì che una porzione di popolo grande quanto l’Argentina intera fosse inclusa nella società moderna. Dilma Rousseff ha portato avanti, approfondito e allargato queste politiche con misure democratizzanti come il PRONATEC, il PRO-UNI, le quote nelle università per gli studenti venuti dalla scuola pubblica e non dai collegi privati; le quote per coloro i cui antenati son venuti dal ventre delle navi negriere, così come tutti, così come altri programmi sociali da BOLSA FAMILIA, LUZ PARA TODOS, MINHA CASA MINHA VIDA, PIU’ MEDICI, tra gli altri. La questione di fondo del nostro paese è in corso di ricalcolo: garantire a tutti ma specialmente ai poveri l’accesso ai beni della vita, superare la spaventosa disuguaglianza e creare mediante l’educazione opportunità ai piccoli perché possano crescere, svilupparsi e diventare uomini come cittadini attivi. Questo progetto ha risvegliato il senso di sovranità del Brasile, lo ha proiettato sullo scenario mondiale con una posizione indipendente, che richiedeva un nuovo ordine mondiale, nel quale l’umanità si scoprisse come umanità, e tutti abitanti della stessa casa comune. La sfida per la presidente Dilma non è soltanto consolidare i programmi riusciti, e correggere i difetti, ma inaugurare un nuovo ciclo di esercizio del potere che significhi un salto di qualità per tutte le sfere della vita sociale. Poco si riuscirà a ottenere se non ci sarà una riforma politica che elimini una volta per tutte le basi della corruzione e che permetta passi avanti della democrazia rappresentativa, con l’incorporamento della democrazia partecipativa, con consigli, pubbliche udienze e consulte ai movimenti sociali e altre istituzioni della società civile. E’ urgente una riforma tributaria perché ci sia più equità e contribuisca al pareggiamento dell’abissale disuguaglianza sociale. Fondamentalmente l’educazione e la salute saranno al centro delle preoccupazioni di questo nuovo ciclo. Un popolo ignorante e malato mai spiccherà un salto per raggiungere un livello più alto di vita. La questione del risanamento di base, della mobilità urbana (l’85% della popolazione vive in città), con un sistema di trasporti minimamente degno; la sicurezza e la lotta contro la criminalità sono imperativi imposti dalla società e che la Presidente si obbligherà ad affrontare. Lei nei dibattiti ha presentato un ventaglio significativo di trasformazioni. Per la serietà e senso di efficacia che ha sempre mostrato possiamo aver fiducia che avverranno. Ci sono questioni appena accennate: l’importanza di una riforma agraria moderna che stabilisce il contadino sulla terra con tutti i vantaggi che la scienza ha trovato. E’ importante ancora la demarcazione e l’omologazione delle terre indigene, molte minacciate dall’avanzamento dell’industria agro alimentare. Per ultima, e forse la maggiore delle sfide che viene dal campo dell’ecologia. Severe minacce sorvolano il futuro della vita e della nostra civiltà, sia per la macchina di morte già creata che potrebbe eliminare varie volte consecutive tutta la vita e le conseguenze disastrose del riscaldamento globale. Se arriverà un riscaldamento catastrofico, come intere Società scientifiche ci mettono in guardia, la vita che noi conosciamo forse non potrà sussistere e gran parte dell’umanità sarà spazzata via. Il Brasile per la sua ricchezza ecologica è fondamentale per l’equilibrio del pianeta crocifisso. Un nuovo governo Dilma potrà andare incontro a questo problema, che è la vita o la morte della nostra specie umana. Che lo Spirito di sapienza e di cura orienti le difficili decisioni che la presidente Dilma Rousseff dovrà prendere.