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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Padova – Dicembre 2014

Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende

umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in de!nitiva

il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la

facoltà di agire. è, in altre parole, la nascita di nuovi esseri

umani e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in

virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa

facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le

due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che

l’antichità greca ignorò completamente. E’ questa fede e

speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed

e”cace espressione nelle poche parole con cui il vangelo

annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è

nato fra noi”.

(Hannah Arendt, Da Vita activa, p. 182)

Carissime, carissimi,

come già annunciato, giovedì 18 dicembre, presso i Comboniani a Padova verrà presentato il libro: Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento. Sarà un’occasione per riflettere sul nostro impegno, per incontrarci e farci anche gli auguri di Natale e Buon Anno: ce n’è bisogno! Partecipiamo numerosi e dffondiamo l’informazione tra le nostre conoscenze.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2014

A cura della rete di Polignano

E SE CI DONASSIMO LO SPIRITO? IL PRESENTE DELLE RELAZIONI!

Carissimo, carissima… il fremito, ancora sussulta dentro, e mi spinge a continuare la riflessione sullo spirito che tanto mi vibra nel profondo. È lui, l’alito che ci fa sentire vivi e partecipi al mondo che mi attrae e mi stimola a cercarlo. E, dove trovarlo se non nel respiro di tutti, e di tutto ciò che ci circonda! C’è un soffio in ciascun essere vivente, insieme ad una forza propulsiva a trasmettere e comunicare vita in pienezza e in abbondanza. Quel corpo – materia che ci è stato donato, si porta nel suo DNA le caratteristiche specifiche di ciascun individuo, riassunte e rielaborate in sé di generazione in generazione. Quel corpo – materia è acceso dallo spirito -creatore capace di dare il giusto movimento alla vita che cerca la sua piena realizzazione. Umilmente cerchiamo quello spirito che unisce tutti a ciascuno e ciascuno a tutti; mettiamoci in silenzioso ascolto delle parole essenziali che danno azione e forza alla linfa delle relazioni. E, se tante possono essere le possibili ragioni dell’essere, insieme ai tanti possibili perdoni, altrettanto molteplici sono le possibili vie dello Spirito che Ama e Unisce. Pensiamo ai grandi conflitti e alla continua ricerca di Pace che abbraccia tutti; pensiamo, soprattutto, ai popoli annientati dalle guerre. Per un momento, immaginiamo di metterci di fronte alle ostilità presenti oggi, così come sono, e ripetiamo quello che Gesù ha detto: “Siate misericordiosi come mio Padre in cielo. Fa brillare il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Sono parole, queste, da cui traspare un Amore per tutti che nasconde un segreto: c’è uno spirito comune che ci affratella e ci unisce e di certo non mente. Non dimentico che fra qualche giorno è Natale: “Un virgulto nascerà…”, e se lo sappiamo accogliere l’effetto sullo spirito sarà un presente con nuova forza e nuovo vigore. Prepariamoci a partire! Lo spirito attende di essere riconosciuto per donare il suo sguardo benevolo e risanatore sul nostro mal vivere. Lo spirito soffia “Facciamone dono reciproco… respiro di vita”. È come un fiore che sboccia in tutto il suo splendore di forme e colori: cogliere la sua inedita bellezza è estasi di un attimo che passa e non torna. Cogliere il momento e dare azione al presente, ci libera dalla paura che abbruttisce e nasconde il nostro sguardo e quello dell’altro. Il Presente aspetta noi e il nostro spirito per compiersi pienamente in verità e misericordia. Muoviamoci! Come i pastori, andiamo a cercare la grotta che custodisce un padre, una madre e un bambino. Il bambino è già nato e ancora nasce e aspetta l’incontro! È lì che l’essenziale diventa visibile: accogliere l’escluso. Il diverso, l’emarginato è spazio sacro: in lui abita il respiro di Dio. “…allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Questa è l’unica certezza: Tutti siamo Figli di un unico Padre. La Verità è scritta e nessun’altra legge la cancella perché ogni soffio di vita la riscrive ancora e per sempre. Liberiamoci dalla sete di possesso e di potere! Liberiamoci dalla paura dell’altro e apriamo il cuore e l’anima all’accoglienza rispettosa del prossimo che aspetta di essere amato. E, non sarà un miracolo se, allora, un manto di luce ci coprirà “Ascoltiamo” Un angelo già canta: “Gloria a Dio …. e Pace agli uomini !”.

Auguri di vero Natale a tutti!

Angela

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Verona – Dicembre 2014

Cari amici della Rete di Verona, ogni anno, quando ci si avvicina al Natale, si cerca di fare un bilancio dell’anno trascorso, e di volgere lo sguardo e la mente a quello che sta per iniziare. E’ stato un anno ancora una volta, purtroppo, segnato a livello internazionale da guerre, distruzioni, morti, migrazioni di massa. E’ quello che è successo e che sta ancora succedendo in Palestina ed Israele, in Libia, in Siria, in Irak, in Ucraina, in Afghanistan, in Kenia, in Egitto, in Nigeria, nel Sud Sudan, nella Repubblica Centroafricana, nel Burkina-Faso, in Pakistan, in Birmania-Myanmar … e in molti altri luoghi del pianeta. Facciamo fatica a comprendere i reali meccanismi che stanno alla base di tanti conflitti, anche se non ci riesce difficile immaginare che siano soprattutto di natura economica. Per restare nella nostra piccola Italia è ancora aumentato il numero degli uomini, delle donne e dei bambini (dovremmo ogni tanto soffermarci a riflettere che sono esseri umani, proprio come noi), che sono vittime della disperazione e del cinismo nel Mar Mediterraneo … La cronaca ci riporta quotidianamente episodi di violenza domestica ed extra familiare … A ciò si aggiungano la disoccupazione crescente, giovanile e non, il precariato, la perdita di diritti fondamentali dei lavoratori, i disastri ambientali, troppo spesso frutto dell’imprevidenza e della corruzione. Tutto questo è motivo di paura, di depressione, o, peggio, induce all’assuefazione, all’indifferenza e all’apatia. Cresce la tentazione di chiudere occhi ed orecchi di fronte a quello che ci circonda, per cercare unicamente la soddisfazione dei propri bisogni immediati, per difendere il proprio “territorio”, per evitare di restare contagiati dal virus della povertà che, come e più dell’Ebola, continua ad uccidere gli ultimi della terra. Si rifugge dalla politica, si rinuncia persino all’esercizio del voto, che dovrebbe essere una delle basi della democrazia e della partecipazione. Eppure… Eppure ogni Natale porta sempre con sé, anche per chi non crede in Cristo, un germe di vita e di speranza. Un messaggio semplice: qualcosa di piccolo, di insignificante, di nascosto, di “impotente” può ricreare radicalmente il mondo. E allora è dalle piccole cose, che non fanno “notizia”, che si può ripartire, può rinascere la voglia di fare, può riaccendersi l’entusiasmo. Per questo continuiamo a credere che esperienze come quelle della Rete siano preziose ed importanti. Ci costringono a uscire dal nostro orticello, ci fanno incontrare uomini e donne eccezionali, ci restituiscono l’entusiasmo e la voglia di cambiamento, mettendo in crisi i nostri modelli di vita, fondati sulla competizione e sui consumi, vigilati dall’occhio spietato dei “mercati”. E’ questo il nostro augurio di Natale: che rinasca, insieme al dio-bambino, la nostra capacità di pro-gettare, cioè di creare ponti fra il presente ed il futuro, di tornare ad essere “visionari” e sognatori, al modo dei profeti di ogni tempo, di lasciarsi contagiare dalla com-passione e dalla vera ricchezza delle relazioni. Una piccola cosa sta nascendo anche quest’anno. Abbiamo provato a confrontarci con una nostra vecchia amica ghanese sulle reali possibilità di dare corpo ed anima ad un suo sogno: realizzare un progetto educativo rivolto alle ragazze di un piccolo villaggio africano ed ai loro genitori, per far comprendere l’utilità e la bellezza di una cultura che viene loro preclusa per la mancanza di fondi, per la miopia dei governi, ma soprattutto per il venir meno di ideali, per un apatico adagiarsi ed adeguarsi a quello che la vita, spesso dura e avara, riserva alla popolazione più povera, specie femminile: soggezione, violenza, miseria, sfruttamento. Partendo dall’intuizione di una donna “grande” che ha capito e vissuto sulla pelle sua , dei suoi cari e dei suoi vicini tutto questo, e dalla generosità, spesso incomprensibile a noi ricchi, di chi ha tanto lottato e sofferto ma vuole ancora offrire una chance a chi non ha neppure la possibilità di lottare, si vorrebbe anche come Rete dare forma a questo microprogetto per favorire la frequenza scolastica delle ragazze dai 12 ai 14, 15 anni coinvolgendo, con attività di counselling, anche genitori ed educatori. Aspettiamo ogni suggerimento, consiglio e supporto da quanti nella Rete hanno competenze certamente maggiori delle nostre. Grazie!

Tanti tanti auguri di cuore a tutti, in particolare a Silvana

Gianco e Laura

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Roma – Dicembre 2014

Carissimi amiche e amici, si può affermare, senza tema di smentita, e senza indulgere a una fosca sfiducia, che l’anno che volge al termine non ha migliorato le condizioni del pianeta e, tanto meno, quelle dell’Italia. Siamo coscienti dei disastri del Medio e Vicino Oriente, di tutta l’Africa compresa tra i due tropici (Nigeria in primo luogo), del tramonto delle speranze indotte dalle cosiddette “primavere arabe”, delle turbolenze asiatiche più distanti, come l’India e la Cina, e l’elenco potrebbe continuare. Ci sconcertano però altri fatti, riguardanti il nostro mondo occidentale: il rinascente razzismo in USA, mai scomparso in realtà, ma tornato alla ribalta con una virulenza sorprendente e che non lascia presagire niente di buono per il futuro; il dominio incontrastato della finanza internazionale, in grado di dettar legge a Stati e governi anche con trattati strangolatorii; il moltiplicarsi degli armamenti perfino ad opera degli Stati economicamente più deboli (ben sappiamo le possibili conseguenze del fenomeno). E si potrebbe proseguire a lungo. Ma a che vale piangere sui milioni di esiliati siriani molti dei quali privati di alimentazione per il taglio degli appositi finanziamenti decisi dai paesi donatori o per la crisi economica o per il non dichiarato proposito di spingere chi può farlo a eliminare dalla scena il tiranno Assad, causa prima del caos vigente in quella parte del mondo? E serve a qualcosa deprecare l’incredibile aumento delle violenze tremende sulle donne che vanno moltiplicandosi in India e altrove? Come nessun risultato ottengono gli anatemi scagliati di continuo contro le nefaste imprese del fondamentalismo islamico di cui l’autoproclamatosi Califfato è autore, capace non solo di resistere militarmente ai deboli e confusi tentativi di contrastarlo, ma addirittura di attirare nelle sue file elementi occidentali. Una delle cause di fondo di quanto avviene di negativo a ogni latitudine è certamente costituito dalle enormi diseguaglianze sociali in via di accrescimento. La sete di potere dei potenti e la ricerca di arricchimento a tutti i costi fanno il resto. Molti ne sono consapevoli oggidì più di ieri, e lo si scrive e lo si predica da tempo con argomenti convincenti. Papa Francesco ne è un (potremmo dire: “il”) rappresentante più autorevole e convinto. Il problema è che appare una questione pressoché insormontabile; a parte che pochi accetterebbero di vedersi ridurre il potere di disporre a piacimento dei propri beni, ma sarebbe necessario che tale azione – dal carattere miracoloso – coinvolgesse moltissimi, con un cambiamento radicale di politiche condiviso da interi popoli e sostenuto dai rispettivi governi. Ecco perché si può sperare che ciò possa avvenire soltanto con un’azione dal basso, condotta sul lungo periodo. E’ sperabile che l’inizio del miracolo succeda prima che la terza guerra mondiale, ora frazionata, esploda in un’unica grande deflagrazione, e soprattutto prima che l’uomo, nella sua sterminata incoscienza, abbia condotto l’intero globo alla distruzione completa mediante l’inquinamento terrestre provocato dalla aspirazione dissennata al mitico sviluppo e alla salvifica crescita? L’imperativo, quindi, è: provarci. L’impresa è titanica; però osiamo dire che è in corso, e non da oggi. Tante piccole realtà associative – tra le quali, poco modestamente, ascriviamo la Rete – tentano con impegno di raggiungere lo scopo. Di successo finale è opportuno tacere; ma il merito del tentativo è innegabile ed è coronato da risultati che ci spronano ad andare avanti. Quel che rende ancor più ostico il nostro lavoro è il vivere in un paese allo sbando, politico, sociale ed economico, privo di fiducia nel futuro (i giovani, si sa, sono i più colpiti). Per “merito” dei politici e degli ultimi tre governicchi (lasciando stare il ventennio berlusconiano, prodromo del disastro prevedibile) ci troviamo in una crisi priva di sbocchi credibili. Fa da cornice al tutto la vergogna di trovarci ai primissimi posti tra i paesi più corrotti, in cui la criminalità organizzata è condizionante, mentre per la libertà d’informazione siamo in coda alla classifica. E’ qui che ci tocca operare per gli scopi sopraddetti. Gli ostacoli sono dunque maggiori di un tempo. Eppure, in questo marasma l’associazione va avanti con uno slancio pari a quello dei decenni andati. Il merito è dei più giovani e dei molti meno giovani che ricordano l’ispirazione che animò la Rete all’inizio e andò rafforzandosi cammin facendo. L’ho potuto constatare al coordinamento nazionale ultimo a Pisa, dove una sorta di entusiasmo dei giovani unito all’esperienza degli anziani, altrettanto determinati, ha dato vita a un dibattito concreto – magari un tantino confuso – però sempre costruttivo, a favore di iniziative mirate a collaborare con gli ultimi di diversi paesi scambiando con loro segnali di speranza. Certo, l’ostacolo della crisi influisce negativamente, come dappertutto, e i progetti si son dovuti ridurre poiché si fatica non poco a mantenere il bilancio della Rete sui livelli del passato. A tal proposito mi sento tuttavia (perdonate l’ardire), di rinnovare l’appello che tante volte vi ho rivolto e che ora diviene, in verità, assai necessario. Amiche e amici, riflettiamo sulle condizioni di vita dei poveri, in specie dei luoghi devastati dalla guerra (non specifico oltre perché siete informati a sufficienza), sempre più miserevoli, e raffrontiamole con le nostre, ben sapendo (anche per esperienza diretta) quanto vada riducendosi quel po’ di benessere cui eravamo avvezzi. Mettiamo allora in pratica la virtù del sacrificio; ne trarremo di sicuro un’intima soddisfazione, utile anche a farci superare le inevitabili amarezze della vita. Il 31 gennaio e il 1° febbraio 2015 il coordinamento si terrà a Roma (organizzatore il solito impagabile Angelo, presente del resto con me anche a Pisa). Tra i molti punti importanti all’o.d.g. vi sarà la riflessione sul bilancio annuo definitivo e la nomina del nuovo tesoriere nazionale. L’amico Profico sta sobbarcandosi questo peso dal lontano 1982; è tempo di trovare un sostituto/a, che potrà peraltro avvalersi dei suoi preziosi consigli. Facciamo sì che possa lasciare l’incarico dandoci un resoconto incoraggiante sul 2014. Ne sarebbe contento lui per primo, immagino. Con questo vi saluto tutti con molto affetto, augurandovi un felice Natale e un nuovo anno migliore del precedente. Auguro infine, di cuore, pronta e definitiva guarigione alle amiche e agli amici che sono alle prese con malanni vari. Estendo l’augurio agli amici non in salute delle altre reti con la stessa affettuosità.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Dicembre 2014

Natale 2014

Natale, riscopriamo la nostra umanità, reimpariamo a piangere. Oggi un male oscuro attanaglia tutti: l’indifferenza che è peggio dell’odio. Perché l’odio puoi, in qualche modo, individuarlo e combatterlo, comprendendo che odiare fa principalmente male a chi odia, non all’odiato. L’indifferenza no, perché si insinua nelle pieghe profonde dell’anima, perché è il cancro invisibile che rode e uccide, prima che sia possibile intravvederlo. Siamo ormai di fronte ad una indifferenza globalizzata, come l’ha chiamata papa Francesco a Lampedusa. Perché diffusa ad ogni latitudine e in ogni tempo; l’indifferenza è l’anestesia del cuore, che ha serpeggiato per anni di fronte ai vagoni di morti nella seconda guerra mondiale, di fronte alle brutali dittatura che hanno fatto sparire nel nulla milioni di uomini, donne e bambini inermi. E non è certo solo questione di totalitarismo politico, se ancora oggi queste tragedie umane continuano, nonostante le democrazie diffuse, nonostante l’Onu e i suoi proclami sui diritti umani, nonostante il rapido sviluppo delle comunicazioni massmediali, che ci restituiscono in tempo reale notizie e immagini sconvolgenti. Eppure continuiamo a trascinare le nostre vite, pensando che è sempre responsabilità di un altro. Di fronte al grido di Dio, dopo la morte di Abele: “Caino, dov’è tuo fratello?”, grido che ancora risuona in ogni parte del mondo, non c’è alternativa al pentimento, alla presa d’atto della propria, specifica responsabilità, al pianto. Oggi nessuno piange più per le tante sofferenze e le tante morti, perché tutti ripiegati sul proprio io e volti alla soddisfazione dei propri, angusti desideri. Reimparare a piangere, ad esprimere in modo concreto, immediato e non simbolico che qualcosa di prezioso -la commozione verso l’altro- si è perso, come si è smarrito il peso del dramma che le tante tragedie comportano. E’ come se il linguaggio non trovasse più le parole per dire partecipazione al mistero del male che ci avvolge, così che il piangere ne fosse invece la sua dimensione più completa, capace di superare la frattura tra la sfera fisica e quella spirituale. Termino con un esempio nostro, tutto italiano, di quella terra assolata di Sicilia, isola dalle tante contraddizioni, capace di essere “grembo” di accoglienza e di vita e al contempo zona franca in cui fiorisce il crimine organizzato, non può che cibarsi delle parole di papa Francesco e piangere con lui per il fallimento di ciò che è umano in noi e che si è inabissato in fondo al mare, come i tanti, i troppi corpi di decine di sventurati, avvicinatisi alle nostre coste. Dovremmo tutti rileggere in silenzio le sue parole dure e drammatiche, perché scuotano le nostre sicurezze e ci spingano ad una conversione profonda: quei poveri della terra ci riguardano, uno per uno. Ce lo ha detto con voce forte e dura perché guarda con amore gli ultimi. Perché saranno i primi! Che fare? Ci dovremmo interrogare sul perché abbiamo paura della nostra positività, della nostra bontà, della nostra propensione ad una vita piena e felice e ci si attarda ancora a muoversi nella diffidenza e dentro logiche di pura sopravvivenza. Tutte le positività di cui siamo depositari e custodi aspettano che le manifestiamo in tutta la loro potenzialità. Ognuno di noi ha in “grembo” un boccio di felicità che deve aprirsi e dilatarsi, facendo sì che ogni giorno sia Natale.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Macerata – Dicembre 2014

L’umanità di oggi ha bisogno di “ponti, non di muri”;

tutti i muri devono cadere!

(Papa Francesco)

da Maria Cristina Angeletti

Cari amici,

con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre di 25 anni fa, si pensava che una pietra miliare fosse stata piantata contro le divisioni e le separazioni, invece ancora oggi almeno 8.000 chilometri di pareti esistono nel nostro pianeta e migliaia di altre sono previste. C’è, ovviamente, un rapporto diretto fra guerre e muri e Israele, avamposto dell’Occidente in Medioriente, ne è l’emblema. Nel 2002 il Governo israeliano ha progettato il “fence”, parola anglosassone che vuol dire, fra l’altro, “siepe”. In realtà più di 700 chilometri di cemento, elettrificazioni, sensori, cellule foto-elettriche intorno alla Cisgiordania e a Gaza costruito con la scusa di far cessare gli attacchi kamikaze della “seconda Intifada” e garantire sicurezza agli abitanti di Israele. Per i Palestinesi “muro di apartheid” con cui il nemico ha inglobato una fetta di Territori palestinesi, sigillando la Striscia dal lato dell’Egitto e pattugliandola dalla parte del mare, dove è impossibile costruire muri. I miliziani, bloccati da cielo, terra e mare, hanno escogitato di scavare tunnel nel sottosuolo (motivo dell’ultima guerra l’estate scorsa) per far arrivare beni di prima necessità, medicine e anche armi con cui difendersi e anche attaccare gli invasori israeliani. Forse sono drastica, ma ho visto il muro e le quotidiane file interminabili di uomini e donne palestinesi che da Betlemme entrano a Gerusalemme per lavorare! Anche i Turchi hanno piazzato chilometri di filo spinato fra Turchia e Grecia, e dato nuovo impulso al progetto di 900 chilometri di muro lungo il confine con la Siria per fermare i fondamentalisti Isis, Ben prima delle incursioni del califfo, l’Iraq aveva conosciuto le steli di cemento di George Bush e le cinture intorno alle ambasciate occidentali di Bagdad e al quartiere sciita di Sadr City. Il Mediterraneo è un altro muro e una tomba per migliaia di clandestini, nonostante i soccorsi di Mare Nostrum. E che dire dell’enclave di Ceuta e Melilla voluta dalla Spagna per avere la porta d’ingresso nel Magreb? Passando all’Europa troviamo in Irlanda del Nord ben 99 muri che dividono cattolici da protestanti. Il record appartiene alla frontiera fra India e Bangladesh, oltre 3.000 chilometri già alzati e un altro migliaio previsto, e seguitando le guerre fra poveri quello fra India e Pakistan di più di 3.000 chilometri e quello fra Pakistan e Afganistan dei talebani di 2.400 chilometri, nonostante la comunanza etnica. Muri, muri, ancora muri fra Bulgaria e Turchia, Uzbekistan e Tagikistan, fra Arabia Saudita e Yemen, fra Oman ed Emirati Arabi, fra Kuwait e Iraq, per non parlare dei 2.700 chilometri nel Sahara voluti dal Marocco. L’Africa fa anch’essa a gara con la barriera elettrificata tra Botswana e Zimbabwe: gli animali selvatici sono il pretesto, i profughi dal secondo al primo paese sono il vero movente. Affacciandoci in America, ecco il muro fra Stati Uniti e Messico avviato da Clinton nel 1994 e poi ampliato per dividere il sud cencioso dal nord opulento! Ma è nei paesi Brics, dove è più larga la forbice fra ricchi e poveri, che vediamo le città divise in quartieri ben distinti, come a San Paolo del Brasile dove 60 chilometri di muro proteggono i signori dal popolo delle favelas. Il muro più vecchio è quello fra la Corea del Nord e quella del Sud: ha 61 anni e si sviluppa in 246 chilometri. Ma anch’esso ha come tutti gli altri un destino segnato: ogni muro nasce per garantire la sopravvivenza degli Stati, costretti, però, a blindare i propri cittadini facendoli vivere da prigionieri inconsapevoli nell’incubo di essere continuamente attaccati dall’esterno.

AUGURI di Buon Natale!

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quarrata – Novembre 2014

Carissima, carissimo,

rientrato da tre settimane in Brasile, vi comunico alcune esperienze. Sono costretto causa lo spazio a tralasciarne altre: dalla partecipazione a Petropolis alla riunione dei teologi della liberazione alle riflessioni politiche fatte con rappresentanti dei Movimenti Popolari, Sem Terra e Movimento nazionale dei raccoglitori di materiali riciclabili, e con alcuni politici del PT (partito dei lavoratori) che ha espresso per la seconda volta Dilma Rousseff alla presidenza.

La strada, una realtà crudele. Il sole è già alto e forte, illumina e scalda San Paolo, già stremata da un traffico sempre più infernale. Tutti aspettano la pioggia che non arriva, e, quando giunge, è lieve, non bagna, non fuma e non riempie la Barra da Cantareira, il grande bacino idrico della città che si sta giorno dopo giorno prosciugando. In molti quartieri l’acqua è razionata. I ricchi però possono permettersi l’arrivo di camion “pipa” cisterna, per sedare l’assenza di un bene talmente essenziale, di cui ci si ricorda, solo quando manca, senza mai riflettere realmente sul perché, sulle cause.

Sandro, responsabile del Centro San Martino da Lima, dove ogni giorno passano 600 uomini e donne di strada, mi accompagna nel centro della città. Scesi dal metro, ci dirigiamo verso Praça Dom Josè Gaspar. E’ il luogo di riferimento e d’incontro dei bambini e degli adolescenti che vivono direttamente sulla strada. Un censimento dell’associazione di Sandro, ha registrato la presenza di 212 bambini e 221 adolescenti. In piazza ce ne sono almeno una cinquantina, formando piccoli gruppi, come a difesa. Ci avviciniamo ad uno di questi. Sono in sei, tutti adolescenti. Iniziamo a parlare con Diego, ma non è il suo vero nome, è il suo soprannome, il suo nome di “guerra” come ci dice. Vive lì da 7 anni, vi è arrivato quando ne aveva 6. Ha subito imparato a procurarsi il mangiare, l’acqua, vestiti, un po’ di denaro e altre cose che incontra camminando. Ci chiede di seguirlo per mostrarci come si procura queste cose. Sandro ed io ci guardiamo, pensando che voglia coinvolgerci in qualche malefatta. Niente di tutto questo. In pochi minuti, muovendosi come a casa, riesce a procurarsi dai negozianti –dai quali è certamente conosciuto- una bottiglia di acqua, dei biscotti, un panino con la mortadella, una bibita e un complimento. “Tu sei bello”, gli ha detto una giovane ragazza bionda. Si sono fermati a parlare rapidamente. Lei gli ha fatto un altro complimento e un sorriso, poi ha ripreso il cammino. Diego, restò molto felice. Continuando la conversazione ci ha spiegato, che vivendo nella strada si deve “arrangiare”: ou usar o seu carisma-a usare il suo carisma. Egli ruba e ci racconta senza mezze parole i segreti di questo suo “lavoro”, lo chiama così. “Prende i cellulari dalle borse delle persone senza farsene accorgere”. Ci spiega che mai ruba nelle borse leggere di tela, è pericoloso, se ne accorgerebbero subito.

Diego non sa né leggere né scrivere. Ha provato ad andare a scuola, ma non si trovava bene. Era ribelle, litigava continuamente con i compagni. Fu espulso e non ci è più tornato.

Improvvisamente si avvicina a Diego, Davi 2, nel suo gruppo c’è un altro Davi, più grande, di conseguenza lui è il n. 2. Ha sette anni. Al contrario di Diego, chiede l’elemosina e qualsiasi tipo di aiuto. E’ troppo piccolo! Ci racconta che cammina e corre tutto il giorno per il centro. La notte dorme in un carretto al lato della strada con altri due suoi compagni. Dà baci, dice ciao a tutti con una tale simpatia che molti sorridono, mentre alcuni si fermano. Per adesso, ci dice, ho tutto ciò che mi necessita.

Diego ha passato la sua infanzia senza che nessuno avesse cura di lui. Non sa cosa è giocare. Ci racconta che il suo gioco è stato sempre picchiarsi con altri suoi coetanei. Nel frattempo ci hanno raggiunto altri due suoi amici adolescenti. Ascoltando Diego, uno di loro entra nella conversazione. Gli chiediamo il nome e l’età, niente nome, dice solo che ha 13 anni. Ci rivela che il suo divertimento è: “minha brincadeira é usar droga-il mio divertimento è usar droga”, con voce roca e gli occhi quasi chiusi da tanto tirar colla e fumare crack. Non una voce, ma un lamento, come a lanciare un ultimo grido, sapendo di non essere ascoltato e che di lì a poco la sua vita si alzerà come fumo nel cielo.

Ci guardiamo Sandro ed io. Ci sediamo su una panchina di cemento all’inizio del giardino che orna la piazza Josè Gaspar. Il silenzio diventa parte di noi, comprendiamo che il tempo è qui, dentro di noi, è un sentimento che ci accompagna, mentre i nostri sguardi cadono su questi silenzi di vita, che urlano. Spesso il tempo è un nemico che ci corrode la vita e ci consegna al nulla. Oppure è un dono affidato alla nostra responsabilità, rivelandosi compagno?

E’ come uno svegliarsi quando Mateus, 8 anni, batte la sua mano sinistra sul mio ginocchio scoperto, vecchio e fragile. Con il dito ci indica una baracchina piccola, per bambini. Ci chiede di seguirlo, è lì a pochi metri, ci fa girare intorno alcune volte, come a farci capire che quella è la sua casa. Mi inginocchio, ma dopo pochi secondi i miei ginocchi chiedono di rialzarsi. Ci tira per i pantaloni, non vuole che ce ne andiamo. Si avvicina un uomo di strada, alto, si chiama Adalberto. Sicuramente deve avere osservato il nostro stare con Mateus. Ci dice, guardandolo: “Mateus, finge que essa e uma casa, ele tem este sonho-Mateus-fa finta che questa è la sua casa, questo è il suo sogno”.

Progetto Agua Doce – Petropolis/Baixada Fluminense (Rio de Janeiro)

Ho passato cinque giorni tra Petropolis e la Baixada Fluminense ospite di Waldemar Boff. Ho visitato le realtà operative e fatto incontri con gli educatori e formatori popolari che insieme a Waldemar sono punto di riferimento per le popolazioni del quartiere “Sertao de Carangola” a Petropolis e in vari quartier della Baixada in cui operano.

Attualmente il progetto è così sviluppato:

Petropolis-Sertao de Carangola

Nel centro sociale operano tre educatori, Devanise, Delia e Julia. Da lunedì al venerdì, dalle 14 alle 18; circa 30 giovani della comunità partecipano a varie attività: doposcuola, lettura, danza, piccolo artigianato e capoeira.

Baixada Fluminense

1- Asilo Vera con 40 bambini;

2- Casa della Delicatezza e sede Agua Doce.

In questi due locali si svolgono corsi di formazione sulla sostenibilità e l’alfabetizzazione ecologica per adulti delle comunità della Baixada e per le classi delle scuole di Magè. Negli altri due municipi: Duque di Caxia e Belfor Roxo, sono gli educatori che vanno direttamente nelle scuole primarie a fare i corsi di alfabetizzazione ecologica.

Corsi di formazione politica. Sviluppo della conoscenza dei diritti (più avanti troverete un esempio pratico).

Corsi di prima scolarizzazione, richiesto da donne-madri che abitano intorno alla struttura, i “vicini” che non sanno leggere e scrivere bene, sono una ventina le partecipanti.

Nella casa della delicatezza si svolgono anche corsi di cucito e di pittura su tessuto.

All’interno della Scuola elementare di Magè è stata realizzata una biblioteca ecologica, coordinata da Mery.

Remanso. E’ la località dove si trova la foce del rio-fiume Surui, zona di preservazione ecologica che fa parte della Baia di Guanabara, la grande baia che si apre a partire dalla città di Rio de Janeiro. Proprio al termine della foce sorge una struttura di Agua Doce, dove Wanderli, quotidianamente accoglie e spiega l’importanza delle preservazione ambientale, mostrando diapositive, intrattenendo conversazioni con le persone che arrivano, in particolare nel periodo estivo, quando la gente vi si reca per prendere sole o fare un bagno.

Recupero fonti naturali di acqua. Sono state recuperate attraverso un lavoro storico a partire dalla “conoscenza” dei nativi due fonti di acqua purissima. Sono stati fatti i lavori di incanalatura, costruita un’area di sosta, con panchine in muratura per permettere alle persone comodità e possibilità di relazione mentre attendono che il loro turno. E’ stato realizzato un grosso pannello in cui si spiega la storia della fonte e l’importanza della salvaguardia della stessa. Tre volte alla settimana un educatore si siede alla fonte e si intrattiene con i presenti, spiegandone l’importanza e altro che nasce…

Centro “Nonna Angelina”. E’ un centro dove la comunità degli anziani si può ritrovare e passare delle ore parlando, bevendo qualcosa, un biscotto dove, -esempio pratico richiamato sopra, sui diritti- un’educatrice ricostruisce tutta la storia di queste persone per far si che sia riconosciuto loro il diritto ad una pensione sociale o una pensione da lavoro, per chi ha lavorato ma si trova in una condizione di povertà e indigenza che non gli permette di non conoscere i propri diritti. Molte sono le ricostruzioni che vanno a buon fine.

Gli educatori e i formatori che partecipano a questi progetti si chiamano: Waldemar, Sueli, Maria dos Rimedios, Odette, Zè, Conceiçao, Popunha e Ivette.

Asilo Michele Carrara e Centro sociale Maria Barcella

All’arrivo nel quartiere di Vila Esperança dove si trovano l’asilo a piano terra e il centro al primo piano, si percepisce subito un’aria pesante. Entriamo nella strada dedicata a Michele, incontriamo due pioli di cemento piantati ai due lati, sporgono un metro dal marciapiede, nel restante spazio un grande tronco ne impedisce l’accesso. Waldemar saluta alcuni giovani, apparentemente nulla facenti che chiacchierano e passeggiano intorno al tronco. Come d’incanto sorridono, spostano il tronco fino a fare lo spazio per poter passare con la piccola Fiat mille. Percorsi i duecento metri che ci separano dall’asilo che si trova a sinistra e dalla casa da Farinha, dove si preparano rimedi-medicine naturali, qui vi opera Francisca, dobbiamo fermarci una quindicina di metri prima. Da una settimana i “capi del traffico della droga” hanno fatto costruire due muri di cemento larghi un metro e mezzo nel centro della strada per impedire l’accesso. Ci avviamo a piedi verso l’asilo. Attualmente è chiuso. Lo cura Alexandra, che coordina al primo piano diversi corsi di formazione che vedono impegnate una trentina di donne del quartiere: manicure e pedicure, parrucchiera, taglio e cucito, artigianato riciclando carta lucida delle riviste, biscotti e cioccolatini.

La casa da Farinha dove si producono medicine popolari: sciroppi, pomate, capsule, infusi vari, per vari tipi di problemi, oltre a shampo e saponi, è molto frequentata dalle donne del quartiere, avendo queste produzioni un costo bassissimo. Francisca intrattiene le donne spiegando i benefici. Dopo la casa da Farinha, c’è un terreno dove Alexi, un vecchio contadino, insegna a coltivare a orto e frutteto, a otto giovani della favelas dai 13 ai 16 anni.

In merito all’asilo, Agua Doce, è in continuo contatto con il Comune affinché lo prenda in carico. Ma ci sono al momento ci sono grossi problemi. La zona è controllata dai trafficanti e le persone che “dovrebbero” andarci a lavorare se il Comune l’assume, hanno paura. Il capo del traffico ha inviato un emissario da Waldemar, affinché Agua Doce lo passi a loro. Waldemar e la direzione di Agua Doce, si sono naturalmente rifiutati. Aspettiamo gli sviluppi.

L’asilo ha funzionato per quasi venti anni. Accogliendo 40 bambini seguiti da 5 educatrici, una cuoca e una donna delle pulizie. Da ormai un anno è chiuso per mancanza di fondi per sostenerlo.

Casa Vida 1 e 2 – Lavoro con il popolo della strada a San Paolo

Le due Case Vida attualmente accolgono, la prima, 31 bambini, mentre la seconda 32. Tutti nati con AIDS. La stragrande dei quali sono abbandonati dopo la nascita in ospedale senza sapere che ne sono colpiti. Altri, perché la mamma una volta venuta a conoscenza, lo abbandona, perchè povera e senza un compagno. Qui sono accuditi e accompagnati da educatrici, seguono tutto il normale percorso di crescita ed educativo. In alcuni si manifestano dopo qualche anno problemi neurologici e di ritardi. All’età scolare frequentano le scuole come gli altri ragazzi, alcune psicologhe, durante questa crescita aiutano i ragazzi e le ragazze a comprendere la loro malattia. L’associazione Nossa Senhora do Bom Parto, che sostiene questo lavoro e il Centro San Martino de Porres, di cui scriverò a seguire, all’età di sedici-diciotto anni, gli introduce al lavoro attraverso corsi di formazione o inserendoli nella stessa associazione.

Centro San Martino de Porres. E’ il punto di riferimento del Popolo della strada della zona est della città. Il Centro quotidianamente accoglie circa 800 persone. Queste hanno a disposizione bagni, docce, una biblioteca, un pranzo caldo e abbondante, un punto di riferimento dove possono lasciare il proprio indirizzo per ricevere lettere o comunicazioni, una psicologa e vari assistenti sociali, oltre a 30 persone salariate che ci lavorano. La metà delle quali sono ex persone di strada che frequentando il Centro sono riuscite a ricrearsi un’identità e una dignità. La strada è vita e emarginazione, è incontro e violenza.

In questo viaggio ho conosciuto occhi in attesa dell’incontro, quando il buio aveva già sostituito il giorno, occhi come chiusi, palpebre immobili, dure, poi improvvisamente fattesi leggere, trasparenti, richiedenti solo amore. Occhi capaci di incendiare volti pur di trovare orizzonti nuovi. Ogni giorno di più mi accade di scoprire come ci sia, uno sconfinato desiderio di essere ascoltati, di tenerezza. Basta tristezze.

Antonio

Marco Campedelli

Rubrica/Racconti di Luna – Aveva settant’anni ed era appena nato

Una fiaba per Marcelo Barros, per i suoi settant’anni. Grande parte della mia vita è stata segnata dall’incontro e dall’amicizia con padre Marcelo Barros. I nostri vent’anni di differenza me lo hanno sempre fatto sentire come un fratello maggiore o un giovane padre. Di Marcelo mi ha colpito subito lo sguardo pieno di stupore, la sua compassione, il suo cuore in festa. Noi spesso mettiamo i pensatori al lato della strada, in una postazione riparata, come un telecronista, che racconta la partita, ma non corre nel campo. Marcelo, invece, è sempre stato un pensatore dentro il mondo, non a lato, non in una postazione riservata. La sua teologia nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri. E’ quella di Marcelo una teologia sinfonica, per fiati e percussioni, per archi e strumenti a corda. Un grande commento al salterio della vita, dove chiaro e scuro convivono insieme. La sua teologia è arrischiata, tanto che il destino del suo pensiero è il destino del suo stesso corpo. Si ammalò di cuore proprio a partire dal dolore del mondo, dal suo volerlo contenere nel suo battito. Ha amato la Chiesa, ma ha amato più il mondo della chiesa, ha amato l’universo dal filo d’erba fino alle stelle. Ha sofferto per la chiesa, che ha sempre desiderato vedere innamorata del vangelo. Ha sofferto a causa delle chiesa, che non gli ha risparmiato le lacrime. Ma lui ne è uscito sempre più libero. Come in un inedito parto. A partire da questa ultima immagine del parto, vorrei dedicargli questa piccola fiaba. A lui e ai suoi genitori Margarita e Emmanuel. Una fiaba, per il Marcelo che ha il coraggio di nascere ogni giorno. Con grazia e coraggio. Se noi siamo anche le persone che abbiamo incontrato, credo di dovere molto della mia vita a Marcelo Barros. I suoi genitori non li ho mai conosciuti ma i suoi racconti me li hanno resi vivi, come quando lo visitano ancora in sogno, lasciandoli in bocca il gusto di una dolce malinconia. Lui i miei genitori invece li ha conosciuti bene e li ha sempre ospitati sotto il mantello della sua tenerezza. Del papà accolse la consegna della parole ultime. Del suo testamento d’amore. Dedico questa fiaba a Marcelo Barros. O meglio al bambino che Marcelo è stato e la cui luce innocente gli brilla ancora negli occhi… Un bambino voleva diventare medico degli animali. Non degli animali domestici, ma di quelli selvatici. Avrebbe voluto essere con Noè, prima del diluvio, a preparare l’Arca. Perché nessuno andasse perduto. Quel bambino aveva nel suo corpo due fiumi, uno nero e uno bianco. Il fiume di Emanuel suo padre e quello di Margarita sua madre. Il suo corpo era il luogo dell’incontro, il luogo della festa. Perché quell’immaginario medico degli animali selvatici scelse infine gli uomini? Semplicemente perché li vide come i più deboli, quelli che facevano più fatica a stare in piedi, più dei leoni e degli elefanti. Li scelse anche perché erano così fragili da pensare talvolta di essere come Dio. Questo bambino era nato con l’alba, alla fine di una lunga veglia. Era uscito dal fuoco della pasqua, dall’acqua della libertà. E perché tra gli uomini aveva scelto i monaci? Perché tra i fragili, si era accorto erano i più fragili. Non solo infatti potevano pensare di essere come Dio, ma che dio nel miglior caso fosse come loro. Così il bambino, divenuto monaco, cercò di costruire un monastero vicino alla foresta, perché i monaci imparassero dagli animali selvatici a non diventare schiavi di nessuno: né del loro abito, né del loro potere, né del loro sapere. L’uomo che amava gli animali e divenne monaco, conservava ancora gli occhi del bambino. E piangeva ogni volta che moriva una farfalla, ogni volta che veniva reciso un fiore. Non c’era posto per un monaco così in nessun monastero. Poiché le mura dei monasteri salivano fino al cielo, non poteva entrare nessun animale selvatico e nemmeno quello di selvatico che c’è negli umani: l’amore, il dolore, il riso, il pianto… Il bambino diventato monaco pensava all’arca di Noè e come fosse bella quella ecumene salvata dal diluvio. Pensò di fare della foresta il suo monastero, ma anche la foresta era ormai piena di cartelli con molti divieti, più di quanti fossero gli uccelli sugli alberi. Non gli restava che il mondo. Decise però che non avrebbe fatto del mondo il suo monastero ma del suo monastero il mondo. Non avrebbe più benedetto l’acqua perché l’acqua era già benedizione nell’onda dell’oceano e nella pioggia leggera. Nelle lacrima di una donna o nella rugiada del mattino. Non avrebbe più consacrato il fuoco, perché il fuoco era già sacro, nel rosso del sole che sorge e nel falò che brucia mentre si racconta e si danza. Il bambino che voleva fare il medico degli animali e si fece monaco, partì per un lungo viaggio dentro sé stesso. Passò come nelle fiabe le sette porte d’argento e lasciò davanti a ciascuna qualcosa che aveva trovato lungo la via, fino ad entrare nella fessura della luce e rinascere di nuovo. Si era finalmente liberato di tutto, ed era finalmente libero. Quando un giorno si presentò davanti all’Altissimo, gli fu chiesto cosa aveva portato con sé, quali erano i suoi tesori. Il bambino che era diventato monaco prese con sé un angelo. Lo portò sul davanzale degli occhi di tutti quelli che aveva incontrato. L’angelo e il bambino diventato monaco stavano come davanti a tante finestre e da là vedevano tutto quello che egli aveva lasciato nella vita degli altri. L’angelo vide con stupore molti animali selvatici feriti che erano guariti e molti uomini e donne, e bambini feriti che erano tornati a vivere. Umani e animali vivevano insieme come nell’arca ed erano felici. L’angelo chiese al bambino il segreto. Il bambino rispose che la propria felicità stava nel rendere felici gli altri. Solo allora l’angelo lo riportò al cospetto dell’Altissimo. E quando fu davanti a lui, il bambino diventato monaco vide Dio che piangeva. Perché piange disse all’angelo. Dio piange, rispose l’angelo, ogni volta che muore una farfalla, ogni volta che viene reciso un fiore. Allora il bambino che era diventato monaco capì che era arrivato finalmente là da dove era partito. Si lavò nel fiume nero e in quello bianco, dove stavano Emmanuel suo padre e Margarita sua madre. Erano passati settant’anni. E Marcelo era appena venuto alla luce …

Giancarla Codrignani

Quale famiglia per tante bambine (e bambini)

Che la Chiesa anche visivamente prescinda dalle donne, con buona pace di Papa Francesco e di tutto il clero, si vede dal Sinodo sulla famiglia: il “tenere famiglia” significa curarsi degli interessi della Chiesa. Tutti i preti hanno avuto una famiglia “carnale”, ma l’hanno abban­donata per sposare la Chiesa. E’ successo poi che, mentre Matteo lasciò il suo banchetto di cambiavalute ed esattore, alcuni dei moderni seguaci hanno portato la finanza ban­caria in Vaticano. Comunque dal Sinodo incaricato di rivedere lo stato dell’arte della famiglia cristiana erano escluse non solo le donne, ma anche i bambini. I quali sono sempre nominati come obiettivo primario, ma non hanno voce, anche se sono capaci di arrivare all’Onu e al Nobel, come Malala Yusaftzai. Cose da dire i “piccoli” ne avrebbero; se esclusi, delegherebbero la voce della mamme a rappresentarli, e perfino quella dei padri; probabilmente escluderebbero chi viene chiamato “padre” perché è stato “ordinato”. L’11 ottobre l’Onu ha dedicato la giornata alle bambine dopo che a Ginevra era stata aperta una “European Week of Action for Girls” per promuovere i loro diritti, affrontare le cause che determinano la loro discriminazione e sviluppare l’empowerment delle bambine da un punto di vista sia so­ciale che economico. L’ambito internazionale parla sempre dei diritti dei bambini senza mettere in primo piano la fa­miglia. Non senza ragione: in Egitto, Liberia, Benin, Uganda, Camerun, Zimbabwe, Pakistan, Bangladesh, Ecuador, Nicaragua, Paraguay, dove la campagna ha raccolto opinioni dirette di bambini e bambine, la famiglia è condizionata da infiniti problemi. Noi occidentali non abbiamo le stesse difficoltà e per questo presumiamo di esse­ re migliori. Peccato che il maggior numero di reati ­spesso non denunciati e impuniti­ avven­ga all’interno di famiglie non marginali, anzi spesso insospettabilmente perbene. La Chiesa, con Papa Francesco, è intervenuta decisamente sui casi di pedofilia interni all’istituzione; ma non è un mistero che il maggior numero di casi si verifica all’interno delle famiglie e le violenze avvengono a carico soprattutto delle bambine. A livello europeo è noto che il 30% delle donne che hanno subìto abusi sessuali avevano già vissuto episodi di violenza specifica du­rante l’infanzia. L’ Associazione “Terre des Hommes” ha presentato un dossier desun­to dai dati registrati dalle Forze dell’Ordi­ne sui reati a danno di minori. In Italia una donna su tre ha subìto almeno una forma di violenza da bambina. In Europa, sono circa 21 milioni le donne abusate da un adulto prima dei 15 anni (12%) e il 67% delle vittime non ha denunciato: un terzo dei casi resta sommerso nel silenzio di piccole coscienze che risentiranno traumi in­ delebili. Reato aggiunto e complementare è lo sfruttamento sessuale minorile, che oggi coinvol­ge anche la crimi­nalità organizzata nelle reti della pedopornografia. Dove sta la famiglia? Quando è lo zio, il nonno, il padre, gli altri dove sono? Come i genitori e i nonni si relazionano con bambini e adolescenti che sembrano diventati “strani”? L’Onu ­non sempre ciascun paese, quasi mai ciascuno di noi­ si preoccupa del mondo, in primo luogo dei paesi poveri, dove i bambini vengono sfruttati in ogni modo come lavoratori (le loro piccole dita sono adatte a un’infinità di prodotti commer­ciali), ma anche come corpi. Le bambine subiscono di tutto, dalle mutilazioni genitali femminili ai matrimoni precoci, alla vendita sul mercato della prostituzione, alle gravidanze e agli aborti a rischio, all’aids. E vengono impedite nella loro volontà di studiare e di rendersi autonome solo per esse­ re nate donne. Eppure sarebbero loro ­lo dice Amartya Sen­ la risorsa fondamentale per lo sviluppo delle comunità. Noi abbiamo ancora in mente le due ragazzine dei Parioli di Roma, che per il denaro abbondante ricevuto dalle presta­zioni “liberamente” accettate (in realtà un ignobile fotografo aveva “investito” nei loro corpi) per poter avere borse e abbigliamen­ti di lusso. Le relative madri hanno reagito in modo diametralmente opposto: una ha messo un poliziotto privato alle calcagne della figlia divenuta strana e intrattabile, l’altra credeva che la figlia avesse tanto denaro “perché spacciava”. Questa triste sto­ ria non è una parabola. E’ un allarme.