Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2016 

Come barca in rada

vele afflosciate

annuso il vento

E urlo, a compagni di riva,

soci di sconfinamenti

il sogno dell’azzardo.

(Angelo Casati) 

Eccoci, cari amici e care amiche, a pochi “passi” dal convegno nazionale 2016. Tappa di un cammino che già da tempo abbiamo sentito il bisogno di percorrere per incontrare “l’altro”, che da terre lontane viene a bussare alle porte di questa Europa, che accoglie e respinge contemporaneamente. I Migranti. Sono tanti piedi che percorrono deserti, che si allontanano da città distrutte, da case sgretolate, da focolari vuoti, da un tempo senza futuro… Attendono stremati e fiduciosi di poter salire in un barcone che li porti sull’altra riva e che spesso invece li consegna per sempre al mare. In queste terre, le nostre terre, incontrano braccia che li sollevano e muri che li abbattono. Guardano sgomenti quest’umanità a cui chiedono dignità, casa, lavoro, pace… E camminano decisi verso i loro diritti. “Piedi che camminano nessuno li ferma…” dice don Luigi Verdi nella sua ultima veglia “Dio cammina a piedi”. Ecco, in definitiva, questi sono i Migranti. Non un’emergenza sociale, non un problema politico, non un effetto collaterale delle guerre in corso. Sono piedi, mani, volti, di donne, uomini, bambini, che ci richiamano ad un’umanità comune, all’accoglienza, oltre le difficoltà di un’integrazione tra esseri umani portatori di cultura, abitudini, religiosità diverse. Essi ci obbligano anche ad interrogarci sulla nostra paura. Ci fanno prendere coscienza di come la paura dell’altro, sia esso lo straniero od il vicino di casa, lo zingaro o l’omosessuale … abbia ormai da tempo impregnato la nostra società, sempre più chiusa, indifferente, avara di sogni. L’essere chiusi in se stessi, arroccati nella propria identità ed individualità, sia personale che sociale, se da un lato può dare sicurezza (o l’impressione della sicurezza…), dall’altra rende sterile, asfittica, vecchia, triste, malata, una persona, una famiglia, un gruppo sociale, una società intera. E’ dall’incontro tra diversi che la vita si rinnova (ce lo insegna la stessa biologia), dal superare le difficoltà insite in questo incontro, dall’affrontare l’inedito, che una persona, una famiglia una società prende aria, trova nuove energie, si rinnova. “Non si tratta di cancellare le identità, ma di mettere in comunicazione le terre, lasciandoci fermentare gli uni e gli altri dalla luce che ci abita” (Angelo Casati “Le paure che ci abitano” Ed. Romena 2010). Ciò comporta ascolto, conoscenza, informazione, politiche di accoglienza ed inserimento. Il diritto alla libera circolazione è un diritto che è stato di fatto esercitato da sempre, perché la storia dell’umanità è fatta di spostamenti, di mescolamenti di popoli e culture. E’ un diritto che invece oggi vediamo negato a tanti popoli del Sud del Mondo che si trovano stretti tra guerre, prevaricazioni, violenze, dittature, fame da una parte e muri, fili spinati e scafisti dall’altra. Non vogliamo in questa sede neppure dimenticare i muri che dividono la Palestina da Israele, il Messico dagli USA ed anche le ordinarie difficoltà di visto che incontrano tanti che dal Sud vanno nel Nord del Mondo e che abbiamo toccato con mano anche con l’esperienza di tanti nostri testimoni … Ma è ancor più sacrosanto diritto poter restare nella propria terra e vivervi in pace, libertà e dignità. Le vicende dei Migranti, che ora conosciamo anche dalle loro presenze qui, ci devono indurre ad interrogarci su cosa li spinge a fuggire dalla loro terra, sulle responsabilità di questo esodo epocale. Potremmo scoprire che tanti fuggono da terre ferite e depredate da inconfessabili interessi che hanno origine nel Nord del Mondo, da guerre “necessarie” perché i mercanti di armi possano smaltire gli arsenali prodotti (negli ultimi 5 anni gli scambi internazionali di armi sono aumentati del 14%, con un boom di acquisti del 61% in più in Medio Oriente), da regimi dittatoriali eredi di colonialismi antichi e moderni e tanto altro che concorre a mantenere privilegi ed interessi del Nord che vorrebbe ora respingerli. Migranti oltre l’accoglienza. Uomini e donne verso l’inedito. Questo è il cammino che invitiamo tutti voi a fare durante i due giorni del convegno 2016 della Rete Radié Resch. Il Coordinamento nazionale, grazie anche al lavoro della commissione interna, lo ha pensato come un momento di ricerca collettiva di comprensione della realtà delle migrazioni, di ascolto di rifugiati/ testimoni, di conoscenza di realtà positive di accoglienza ed inserimento. Di apertura verso questo tempo inedito che va profilandosi. L’idea sottesa nel titolo è stata rappresentata da due giovani ragazze, con due bozzetti diversi ma ugualmente significativi. Ragazzi e ragazze ci accompagneranno in questi due giorni. Dopo tanti anni, cambia la sede del Convegno. Saremo in Umbria, a Torre Matigge, una località ai piedi di Trevi (Perugia). Speriamo che la nuova sede incontri il gradimento di tutti, anche di quelli ai quali dovesse comportare qualche disagio per raggiungerla. Vi ricordiamo che sul sito della RRR sono pubblicati il programma, la scheda d’iscrizione, le indicazioni logistiche ed un depliant, che alleghiamo comunque alla circolare e che vi preghiamo di diffondere.

Arrivederci a Trevi!

la segreteria

Maria, Gigi, Maria Rita

Andrea Baranes

L’economia delle diseguaglianze

Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%. I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia […] Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan “siamo il 99%” probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l’1% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni. Sempre secondo il rapporto “An economy for the 1%”, non solo le diseguaglianze stanno aumentando, ma stanno addirittura accelerando. Nel 2010 bisognava prendere i 388 miliardari più ricchi per arrivare al patrimonio della metà più povera del pianeta. Nel 2014 bastava fermarsi all’ottantesimo. Oggi sono 62. Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%. Ancora, dall’inizio del secolo alla metà più povera del mondo è andato l’1% dell’aumento di ricchezza, mentre l’1% più ricco se ne accaparrava la metà. È un fenomeno particolarmente drammatico nei Paesi più poveri, ma che accomuna tutto il mondo. Nel Sud, il 10% più povero ha visto il proprio salario aumentare di meno di 3$ l’anno nell’ultimo quarto di secolo. Se le diseguaglianze non fossero cresciute durante questo periodo, 200 milioni di persone sarebbero uscite dalla povertà estrema. Nello stesso arco di tempo, negli USA lo stipendio medio è cresciuto del 10,9%, quello di un amministratore delegato del 997%. In questo quadro, di quale ripresa, di quale crescita, di quale economia parliamo? Tralasciamo l’insostenibilità ambientale e persino l’ingiustizia sociale. Guardiamo unicamente le conseguenze economiche. In uno studio recente l’OCSE ricorda che le diseguaglianze hanno causato una perdita di oltre 8 punti di PIL in vent’anni. Un’enormità. Il motivo è semplice: se famiglie e lavoratori sono sempre più poveri, calano i consumi e quindi la domanda aggregata. Una “soluzione” è indebitare famiglie e imprese per drogare la crescita del PIL. È il modello subprime, un’economia del debito che può funzionare per qualche anno, finché inevitabilmente la bolla non scoppia. L’altra soluzione è scaricare il problema sul vicino, puntando tutto sulle esportazioni. Tagliamo stipendi e diritti di lavoratrici e lavoratori, tagliamo le tasse alle imprese e il welfare. Ovviamente aumenteranno le diseguaglianze e crollerà la domanda interna, ma saremo più competitivi e quindi esporteremo di più. È l’attuale modello italiano ed europeo, riassunto nel documento “dei cinque presidenti”, promosso da tutte le istituzioni europee per tracciare la linea dei prossimi anni. Nel capitolo dedicato alla “convergenza, prosperità e coesione sociale” si riesce nell’impresa di non menzionare mai parole quali “diritti”, “reddito” o “diseguaglianze”, mentre viene utilizzata per diciassette volte la parola “competitività” (17!). Un modello in cui la crescita delle diseguaglianze non è quindi un fastidioso effetto collaterale, ma la base stessa di un gioco pensato e tagliato su misura per l’1%. Una gara verso il fondo in ambito sociale, ambientale, fiscale, monetario, per vincere la competizione internazionale. La semplice domanda è: se le diseguaglianze aumentano ovunque e la gara è globale, è possibile che tutti esportino più di tutti? In attesa che la NASA scopra che c’è vita su Marte per potere esportare anche li, questa economia dell’1% non sembra particolarmente lungimirante, come mostrano le cronache di questi giorni. A chi deve esportare una UE che nel suo insieme ha già oggi il maggior surplus commerciale del pianeta? Si guarda all’Asia e alle economie emergenti come mercato di sbocco, ma ecco che un calo della Borsa di Shanghai rischia di diventare una tragedia per l’economia italiana. Siamo arrivati al paradosso che pur importando petrolio dobbiamo sperare che il prezzo del greggio non continui a scendere, altrimenti i Paesi esportatori non potranno acquistare il nostro made in Italy. I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia sociale, ma sono disastrosi anche da quello meramente economico. Una ricetta per una nuova crisi. Il problema è che l’aumento delle diseguaglianze dal 2008 a oggi è anche un segnale fin troppo evidente di chi rimane con il cerino in mano quando questa crisi scoppia. Ed è allora difficile che il messaggio venga recepito a Davos, all’incontro annuale di quell’1% -anzi, di quel zero virgola- che continua a guardare dall’alto, sempre più dall’alto, oltre il 99% dell’umanità.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Marzo 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dopo l’incontro del 3 febbraio, di cui vi ha riferito Dino nella scorsa circolare, non ci siamo più ritrovati come gruppo Rete di Verona, abbiamo però collaborato attivamente nell’organizzazione di una serie di incontri dedicati ad un tema a noi sempre molto caro, la Palestina. Il 9 dicembre è stato nostro gradito ospite il rabbino Jeremy Milgrom, membro fondatore del movimento Rabbini per i Diritti Umani, che abbiamo ascoltato in Sala Africa dai Comboniani. E’ stato molto interessante sentire la sua esperienza: nato in una famiglia ebrea americana, a 15 anni si trasferisce in Israele, studia e diventa rabbino, si arruola nell’esercito convinto di dover compiere il proprio dovere a difesa del paese in cui ha scelto di vivere, ma a poco a poco si rende conto che proprio questo paese lo delude perché è dominato da una violenza che supera ogni sua aspettativa e discrimina pesantemente chi non è ebreo. Pioniere nel dialogo interreligioso con palestinesi musulmani e cristiani, lavora a lungo col suo movimento per i beduini, ma finisce col sentirsi isolato persino tra gli ebrei difensori dei diritti umani perché non condivide più gli ideali sionisti che permeano anche le parti più sane della società israeliana. L’incontro con Jeremy è stato per noi una sorta di prologo ad una serie di serate dedicate alla Palestina presso il monastero di Sezano: alcuni amici del monastero, reduci da un pellegrinaggio di giustizia in Israele e Territori Palestinesi Occupati, ci hanno invitato a collaborare al loro progetto di sensibilizzare l’opinione pubblica veronese sulle pesanti conseguenze dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi. Insieme siamo riusciti ad ottenere la disponibilità di alcuni preziosi testimoni e a rendere piacevolmente conviviali le serate grazie a Fulvio, docente dell’istituto professionale alberghiero degli Stimmatini, autodefinitosi ormai lo chef dei Beni Comuni. Il 22 gennaio è stata la voce di suor Alicia, comboniana, ad offrire ai numerosissimi presenti una chiara introduzione storica alle vicende palestinesi, dando così a tutti modo di comprendere come si sia giunti all’intricatissima situazione odierna di occupazione israeliana illegale delle terre di un altro popolo. Alicia ci ha poi aperto gli occhi sulle paradossali conseguenze della costruzione del muro dell’apartheid a Betania, dove per vari anni ha operato con alcune consorelle: il cortile del loro asilo per bambini palestinesi è stato letteralmente rinchiuso dal muro, ai bambini ne è stato precluso l’accesso; non vi sono proteste che tengano, prevale il sopruso del più forte. Ma per condividere il destino dei più deboli Alicia e una consorella “scavalcano” il muro e vanno a vivere al di là, tra i palestinesi. Infine Alicia ci ha condotto col racconto e con le immagini a conoscere alcuni villaggi di beduini del deserto di Giuda dove lei si è attivata per aiutare ad aprire e a gestire asili e per offrire alle donne occasioni di formazione e di lavoro. Il 15 febbraio abbiamo ascoltato con grande partecipazione l’esperienza di Pietro, un giovane volontario dell’Operazione Colomba, attiva nel territorio palestinese a sud di Hebron a sostegno dei piccoli villaggi resistenti rimasti. Essi da anni subiscono le angherie dei coloni ebrei israeliani che vivono negli insediamenti sviluppatisi illegalmente nella zona. I racconti e i filmati di Pietro ci fanno provare una rabbia impotente di fronte alle violenze perpetrate sui pastori e i loro animali, sui contadini, i loro poveri campi e gli ulivi, sui bambini che camminano per chilometri per raggiungere la scuola. Pietro ci ha spiegato quanto sia difficile “allenarsi” alla nonviolenza per opporsi a tali soprusi e ci ha condotti a condividere la sua profonda ammirazione per i palestinesi che qui resistono con metodi coraggiosamente nonviolenti nonostante arresti e demolizioni di case. La loro forza è l’unità: uomini, donne e bambini lottano insieme da anni, decisi a non abbandonare le loro terre all’esercito occupante, e per il loro coraggio hanno ottenuto l’importante sostegno dei giovani volontari internazionali come Pietro e di attivisti ebrei israeliani per i diritti umani. Aggiungo un breve cenno all’incontro Oltre il terrore – Voce alle donne musulmane cui alcuni di noi hanno partecipato martedì 2 marzo in Sala Africa. Mi sembra un bel modo di augurare a tutti un buon 8 Marzo, dato che la protagonisa della serata era Souheir Katkhouda, una donna siriana di fede musulmana, sposata e madre di 7 figli, da quasi 40 anni stabilitasi in Italia, presidente dell’Associazione Donne Musulmane d’Italia. Parlandoci con molta semplicità ma anche grande determinazione dei problemi affrontati nella sua esperienza personale di immigrata, Souheir ci ha fatto riflettere sull’importanza della conoscenza reciproca, che sola può abbattere muri e far crollare pregiudizi, e ci ha chiesto di non accomunare mai gli attentati terroristici compiuti da folli fondamentalisti con il messaggio dell’Islam né di allargare ad intere comunità musulmane le condanne degli odiosi atti criminali perpetrati da pochi fanatici. Dopo gli attentati di Parigi le donne musulmane della sua associazione scese in piazza hanno scritto sui loro cartelli no al terrorismo e sì alle moschee: per loro chiedere luoghi di culto, comprare una casa, aprire macellerie musulmane, mandare i propri figli a scuola, collaborare allo sviluppo dell’Italia, rispettarne le leggi sono segni di un forte desiderio di stabilità e di integrazione. Souheir sta ora lavorando con la sua associazione al Progetto Aisha, finalizzato all’educazione all’affettività degli adolescenti musulmani, perché la violenza sulle donne non ha religione, accomuna purtroppo musulmane, cristiane e non credenti, perciò è bene che tutte lavorino per prevenirla. Concludo ricordandovi l’importante appuntamento del Convegno Nazionale, che quest’anno si svolgerà dall’8 al 10 aprile nella cittadina umbra di Trevi sul tema Migranti oltre l’accoglienza – donne e uomini in cammino verso l’inedito (per trovare tutte le informazioni relative al convegno e per compilare la scheda di iscrizione, andate sul sito reterr.it). Siamo stati lungimiranti nella scelta del tema, perché anche se qualcuno osava ancora definire i flussi migratori un’emergenza, ora è ben chiaro che essi sono in realtà il fenomeno che maggiormente caratterizza il nostro tempo ed è destinato a manifestarsi ancora molto a lungo. Ciò che particolarmente ci scandalizza e ci rattrista è assistere allo sfacelo degli ideali europeisti nel momento in cui ci troviamo ad affrontarlo: se ancora coltivavamo l’illusione che Unione Europea significasse non solo fine di ogni guerra nel nostro continente, moneta unica per molti dei suoi paesi, confini aperti per il libero scambio di persone e merci, ma anche grande costruzione politica portatrice di un messaggio di civiltà, di pacificazione, di solidarietà per tutto il pianeta, ora quest’illusione sta crollando man mano che ergiamo muri e fili spinati per bloccare anziché accogliere, per escludere anziché includere, per “fregarcene” anziché “prendercene cura”. Noi della Rete Radié Resch però non vogliamo adeguarci, vogliamo “restare umani”: ecco perché l’invito a partecipare al convegno, dove ci diremo che un’altra Europa è possibile, diventa così significativo. Ma per la Rete di Verona c’è ancora un appuntamento prima del convegno: ci troviamo martedì 8 marzo alle ore 21 presso la sede di Combonifem in via Cesiolo 46 per parlare delle nostre operazioni e delle prossime iniziative. Come vedete dalla locandina allegata, poi, siamo tutti invitati anche il 16 marzo al terzo incontro palestinese presso il Monastero di Sezano per ascoltare la testimonianza di Marco Ramazzotti Stockel della Rete Italiana ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).

Francesca Gonzato

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Marzo 2016

L’inclinazione degli uomini a ritenere importanti piccole cose ha prodotto moltissime cose grandi.

George Christoph

Carissime/i, questa lettera vi arriva mentre Marianita, Francesco, Beppe, Duccio e Toni sono ad Haiti. Un viaggio per alcuni di conoscenza, ma comunque impegnativo sul piano della salute e delle necessarie cure mediche: due medici e un infermiere hanno dato la loro disponibilità per aiutare e suggerire comportamenti e buone pratiche sanitarie. Durante la loro permanenza si svolgerà, nella casa di Daduoe, un “seminario di salute” che coinvolgerà molte persone. Nella prossima lettera vi informeremo con un “diario” di questo impegnativo viaggio. Nel prossimo mese di aprile ricorre il ricordo della drammatica uccisione di Daduoe (24 aprile 2010) e pensiamo di ritrovarci per fare memoria e anche per ascoltare il racconto del viaggio in Haiti. L’invito nella lettera di aprile con l’impegno di ritrovarci in tanti. Di seguito, una lettera di José Maria Allauca (un testimone ecuadoregno al Convegno del 1992), spedita ad un amico della Rete di Isola Vicentina. Aver ricevuto una lettera dopo tanto tempo dimostra una continua grande amicizia. Come sempre alleghiamo la circolare nazionale e, inoltre, il programma del coordinamento di Pescara. In allegato tutto il necessario per partecipare al convegno: il programma, la scheda per l’iscrizione e, l’invito. Per quanti avessero difficoltà a inviare la scheda, è sufficiente telefonare ai numeri che ci sono alla fine del programma.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Novembre 2016

“Se io potrò impedire

a un cuore di non spezzarsi

non avrò vissuto invano.

Se allevierò il dolore di una vita

o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto

a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano”

Emily Dickinson

Care amiche, cari amici, apriamo questa circolare pensando a Gianna che ci ha lasciato: non sentiamo la sua voce, né vediamo il suo sorriso, ci manca il suo affetto, la sua attenzione, il suo prendersi cura di ciascuna e ciascuno di noi, ma anche la sua indignazione davanti alle ingiustizie, il suo desiderio di un mondo migliore. Quello che ci ha donato in tutti questi anni rimane però dentro di noi e ci aiuterà nel nostro cammino. Vogliamo ricordarla con le parole semplici e profonde lette dai suoi nipoti durante l’eucaristia di commiato: “Una nonna è qualcosa di speciale. La nonna Gianna è la persona che più ci ha insegnato a stare con gli altri. Lei non riusciva a parlare male mai di nessuno, trovava sempre qualcosa di buono in tutto e tutti, poteva essere la persona più antipatica e maleducata possibile ma lei diceva: “è una brava persona e ha dei begli occhi”. Invidiamo la sua bontà, lei non giudicava mai nessuno, non aveva pregiudizi. Grazie nonna per averci insegnato a cercare il meglio nelle persone e ad apprezzarle per quello che sono. Lei non chiudeva mai le porte a nessuno, era sempre disponibile per ascoltare e aveva sempre le parole giuste per tutti. Grazie nonna per aver donato, insieme al nonno, a tutti noi otto nipoti, il tuo amore, la tua saggezza, la tua semplicità, “il vostro dovere è andare bene a scuola e voler bene ai vostri genitori”, ci ripetevi sempre. Ma grazie soprattutto per aver cresciuto quattro splendidi figli, che ora sono i nostri splendidi genitori e zii, e che ogni giorno ci trasmettono valori e affetto. Se siamo una famiglia bellissima e così unita è grazie a te, e per questo non riusciremo mai a ringraziarti abbastanza. Nonna, abbiamo impresse dentro di noi tante immagini che non svaniranno mai, come il sorriso con cui hai sempre affrontato la vita, come ti mettevi la mano davanti alla bocca quando ridevi troppo, noi ti vogliamo ricordare così perché “certe luci non puoi spegnerle”. Ciao nonna; noi Tommaso Alice Chiara Cristina Filippo Giovanni Vittoria Gabriele ti vogliamo bene.” Anche i nostri amici ad Haiti hanno seguito con trepidazione il decorso della malattia di Gianna, restando continuamente in contatto con noi, condividendo speranze, preoccupazioni, dolore. Alla notizia della morte, hanno deciso di organizzare una veglia per “parlare di Gianna, della sua vita, del suo amore per tutti, della sua solidarietà e di tutto ciò che ci ha lasciato come modello di vivere insieme per il cambiamento di questo mondo. Faremo anche una riflessione sul senso della solidarietà della Rete. Bon kouraj, Gianna toujou vivan nan vi nou, se yon fanm vanyan. Kenbe fem. (Coraggio, Gianna sempre viva nella nostra vita, è una donna forte. Restate saldi)”. Qualche giorno prima, il 20 ottobre, Jean e Martine, rispondendo ad una nostra richiesta sulle necessità secondo loro più impellenti dopo il passaggio dell’uragano Mathieu, ci hanno scritto la lettera che troverete di seguito. Come Rete di Padova e Battaglia Terme abbiamo deciso di inviare subito 10.000 euro attingendo alla cassa dove raccogliamo i contributi per il progetto Dofiné; riteniamo infatti che sia necessario intervenire tempestivamente per non compromettere tutte le attività che FDDPA faticosamente e caparbiamente porta avanti. Confidiamo pertanto nella solidarietà di chi sostiene da tempo la FDDPA per far fronte a tutti i nostri impegni; abbiamo già ricevuto messaggi da chi intende contribuire, tra i primi l’associazione “Popoli in arte” che dall’inizio di quest’anno si sta impegnando nella conduzione di corsi di formazione alla salute secondo la metodologia di Freire. Siamo certi che questa nostra decisione sarebbe stata condivisa con forza da Gianna, che ha sempre avuto nel cuore soprattutto i bambini di Haiti. Grazie a tutte e a tutti per quanto potrete e vorrete fare. “Salve Tita, Siamo molto felici di poterti scrivere per condividere alcune informazioni e scambiare anche dei punti di vista… In questo momento stesso in cui ti parlo, una pioggia incessante si abbatte sul paese, il che complica ancor più la situazione dei sinistrati e delle persone che vivono sotto le tende. Per il momento, le telecamere del mondo sono ancora fisse su Haiti, e le grandi ONG mondiali provano a mostrare di fare ancora un lavoro sul terreno; ugualmente in periodo elettorale, ci sono candidati che fanno una campagna sleale senza rispettare la dignità delle persone vittime dell’uragano; questi candidati utilizzano l’angoscia delle persone per avere visibilità a fini elettorali. Fino ad oggi gli aiuti non arrivano ancora alle vittime, ma molte associazioni alzano la voce contro il ripetersi di una cattiva utilizzazione degli aiuti: non vogliamo un’altra volta ‘’Un’assistenza mortale’’ per citare il documentario del regista Raoul Peck sull’uso degli aiuti per il terremoto 2010. Noi, dopo aver passato in rassegna i diversi danni causati da Mathieu, siamo arrivati a individuare in quali settori effettuare interventi rapidi; dovremo dunque intervenire presso le persone più vulnerabili e più colpite da Mathieu. Come tu hai sottolineato, c’è una priorità per i piccoli contadini diventati ancora più deboli con la perdite di animali e campi: un rafforzamento del programma di sementi, con acquisto di capre/montoni può portare sollievo ai più colpiti. Anche quelli che hanno perduto le loro casupole devono essere inclusi per portare loro un supporto in lamiera o in legno. A questo riguardo, il nostro amico delegato dipartimentale Balanse ha prodotto un rapporto per i dirigenti del paese e ha illustrato i bisogni per la montagna, ha fatto tutto ciò che poteva, ma i contadini restano sempre in attesa, sembra che gli aiuti non siano ancora arrivati ai più vulnerabili. A questo proposito il segretario generale delle Nazioni Unite è stato di passaggio a Haiti, ha deplorato la mancanza di solidarietà che ha constatato da parte della comunità internazionale. Pensiamo anche che un intervento rapido per i tetti degli edifici delle scuole sia una priorità per noi, senza dimenticare una sistemazione fisica e in materiali per i centri di salute. A proposito dei centri di salute, stiamo per cominciare un buon cammino verso una soluzione per il loro funzionamento. In effetti il gruppo di medici con cui Martine studia comincia a intervenire a Fondol e Malingue, cominciano a lavorare con i diversi comitati per definire un piano di lavoro, e per ora li abbiamo autorizzati a fare richieste presso le istituzioni sanitarie a nome dell’organizzazione, soprattutto per quanto riguarda i farmaci; questa volta sembra ci siano molte più speranze per realizzare una buona gestione della questione sanitaria in seno all’organizzazione dopo la morte di Dadoue. Ti invierò le prime foto degli interventi dei medici durante questa settimana. Spero che tu comunichi queste informazioni a Fabio e anche ai nostri amici Duccio, Toni e Beppe, perché loro volevano ci fosse un seguito per il lavoro che hanno cominciato a fare con noi nei nostri centri, ed ora, un seguito sta per essere assicurato. E speriamo di preparare un rapporto medico per i nostri amici medici italiani affinché possano farsi un’idea del lavoro. Così dunque, noi, Tita, diciamo Grazie a tutti gli amici della RETE per la loro solidarietà che manifestano sempre per noi, noi attendiamo con grande soddisfazione questo fondo di cui ci hai parlato. Grazie, Jean e Martine che ti abbracciano, con molto amore.”