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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Luglio 2016

CIBO E CITTADINI (!) IN SCATOLA

Cari Amici, mi sembra corretto in questo periodo alzare lo sguardo e parlare …. DELLA SCATOLA (!) che sta al di sopra della nostra vita quotidiana, cioè del CONTENITORE CHE CI CONTIENE e in cui ci muoviamo, esistiamo, respiriamo, e cioè dell’’UNIONE EUROPEA e che cosa lì sta succedendo. Qualche settimana fa alla trasmissione televisiva “Ballarò” non certo particolarmente progressista dicevano che a Bruxelles vivono stabilmente 15.000 lobbisti, e cioè persone a libro paga di multinazionali e aziende del mondo intero per condizionare i lavori del Parlamento di Bruxelles! Queste cose purtroppo ci sembrano normali. Ho subito pensato che sarà difficile quindi che nei prossimi anni a Bruxellese si possano fare leggi a favore dei cittadini! QUESTA E’ LA SCATOLA IN CUI OGGI CI MUOVIAMO, ESISTIAMO, RESPIRIAMO. CI HANNO MESSO NEL SACCO! OGGI, NON IERI O DOMANI, OGGI! Dobbiamo saperlo, esserne consapevoli. Forse è già tardi. SVEGLIAMOCI! Facciamone prendere coscienza agli altri cittadini che stanno intorno a noi! NON POSSIAMO PIU CREDERE ALLE FAVOLE, NON POSSIAMO PIU PERMETTERCELO. RIPETO: DIFFICILMENTE FARANNO UNA LEGGE PER IL BENE DEI CITTADINI CON 15.000 LOBBISTI FORIERI DI INTERESSI A BRUXELLES! QUESTO DOBBIAMO SAPERLO. NON ILLUDIAMOCI! VOGLIONO METTERCI NEL SACCO, IN SCATOLA, COME IL CIBO SPAZZATURA CHE CI VOGLIONO PROPINARE. DOBBIAMO SAPERLO QUESTO, NON POSSIAMO FARE FINTA NON ILLUDIAMOCI. NON SONO PIU’ I NOSTRI RAPPRESENTANTI, SONO I RAPRESENTANTI DELLE MULTINAZIONALI! QUESTO E’ CHIARO. Sentiamo cosa scrive a proposito Alex Zanotelli su Nigrizia di Giugno 2016: Eravamo davvero in tanti a Roma, il 7 maggio scorso, a manifestare contro il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), l’accordo di libero scambio sul quale Stati Uniti e Unione europea stanno trattando dal 2013. Un accordo che vuole la liberalizzazione del commercio e degli investimenti, togliendo dazi e barriere non tariffarie. Il Ttip riguarda 800 milioni di persone e quasi il 45% del commercio mondiale. Non possiamo accettare che un accordo del genere vada avanti. 1. Innanzitutto per le modalità poco trasparenti, e quindi poco democratiche, con cui è avvenuta la trattativa: il negoziato è cominciato a porte chiuse e solo in un secondo momento la Commissione europea ha tolto il segreto sul mandato negoziale. Di recente poi Greenpeace ha pubblicato una parte dei testi in discussione. Rimane il fatto che né il parlamento europeo né il congresso Usa hanno avuto informazioni dettagliate in merito. Certo potranno ratificare o meno l’accordo (al pari dei parlamenti dei singoli paesi europei) una volta raggiunto un esito. Rimane il fatto che tutta la partita è in mano alla Commissione europea e al ministero del commercio Usa. Mi pare lecito chiedersi se questo modo di agire è in linea con i principi democratici che ancora reggono gli Stati Uniti e l’Europa. ……CITTADINI IN SCATOLA E NEL SACCO PERCIO! 2. Un altro aspetto che preoccupa, perché va a incidere sulla salute e sull’ambiente, è la possibilità che il Ttip faccia saltare il principio di precauzione. Oggi in Europa se si vuole commercializzare un prodotto occorre dimostrare che non faccia danni alle persone e all’ambiente. Si chiama appunto precauzione ed è prevista nei trattati europei. Negli Stati Uniti avviene il contrario: fino a che non è dimostrato che fa male o inquina, posso commercializzare qualsiasi prodotto. Significa che, una volta attivo il Ttip, gli Usa potrebbero esportare in Europa beni alimentari non proprio salutari. Il Ttip potrebbe anche voler dire l’istituzione di un arbitrato internazionale privato: ciò darebbe modo alle multinazionali di denunciare gli stati se leggi approvate dai singoli parlamenti interferiscono con le loro previsioni di profitto sugli investimenti. In questo quadro non è difficile prevedere una ulteriore diminuzione dei diritti di chi lavora e un peggioramento delle condizioni di lavoro. Temo che questo Ttip possa partorire un mostro. Un mostro che non possiamo accettare. Dobbiamo perciò rimanere mobilitati, anche attraverso il sito stop-ttip-italia.net. Un prossimo momento di attenzione è l’11 luglio (cioè oggi) quando a Bruxelles si incontreranno i negoziatori europei e statunitensi per definire le fasi finali della trattativa.

Senza dimenticare che il governo italiano sta sostenendo con forza questo trattato, attraverso Carlo Calenda che fino a ieri era il rappresentate dell’Italia preso l’Unione europea. Non è un bel segnale che, ai primi di maggio, Calenda sia stato scelto da Renzi come ministro dello sviluppo economico. Amici, forza e coraggio, abbiamo tanto da fare per noi e i nostri figli. Muoviamo per diffondere la buona parola, cioè questa!

Buona estate a tutti.

La Rete di Genova, 11 luglio 2016

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Luglio/Agosto 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dal Coordinamento di metà giugno a Sezano è uscita la nuova Segreteria, formata da una amica di Torino, di cui ora non ricordo il nome (lo manderò con la prossima comunicazione), da Pier Pertino di Varazze e da Angelo Ciprari di Roma, Auguri ai nuovi incaricati, che resteranno in carica 2 anni, fino al prossimo Convegno del 2018. Ci sono molti argomenti in discussione nel panorama italiano e mondiale, alcuni dei quali ci coinvolgono e interpellano anche come Rete. Ne dò solo qualche cenno. La Marcia della Pace ci ha visti molte volte protagonisti da Perugia ad Assisi, da soli o in gruppo, anche con striscioni della Rete. Ci sono molte polemiche sulla gestione di questa marcia, e molte volte alcuni nostri rappresentanti, Antonio Vermigli o Marco Lacchin, o per noi di Verona anche Mao Valpiana col Movimento Nonviolento, hanno manifestato perplessità in merito a molte modalità di organizzazione e presa di posizione del Tavolo della Pace. Quest’anno s’è deciso di dar mandato a Silvestro Profico, già tesoriere nazionale per anni della Rete, di partecipare agli incontri organizzativi e poi di favorire per quanto possibile la partecipazione alla marcia della Rete Radié Resch, come organizzazione, come reti locali e come singoli. La marcia si svolgerà domenica 9 ottobre, partendo da Perugia, stazione, ed arrivando alla fortezza di Assisi, sulla cima del monte. Seguiranno comunicazioni specifiche e ovviamente osservazioni critiche. Il dibattito è aperto sulla lista postale della Rete già da qualche tempo, con molte note critiche al riguardo per i molti aspetti ambigui o decisamente negativi dell’organizzazione, prima Tavolo della Pace, ora Rete per la Pace, chi è interessato mandi la sua adesione alla lista rrr@liste.retelilliput.org per ricevere quelle comunicazioni e partecipare al dibattito. Molte sono le notizie che riceviamo dalla Palestina, con grande discussione sul boicottaggio BDS e tutti gli eventi collegati, ivi compresi sugli atti di violenza anche da parte di palestinesi, che non si possono semplicemente approvare senza una discussione critica sul caso. La violenza di Israele non si discute, c’è, è continua, ma anche vittime israeliane di violenza armata non si possono giustificare. Israele sta ora conducendo una grande campagna di amicizia con i paesi dell’Europa e dell’Occidente, sfruttando anche la sua partecipazione ad Expo 2015 a Milano. Ora cerca di far piantare olivi della pace in Israele da parte di tutti i visitatori all’Expo, come se potesse esserci pace in Israele con questa politica di occupazione di violenza, di Apartheid e di muri. Come dice Marwan Bargouti il primo giorno di pace in Palestina (e in Israele) sarà l’ultimo giorno di occupazione, e questo slogan sarà al centro della Giornata ONU per i diritti dei palestinesi, fissata al 26 novembre 2016, e per l’Italia si svolgerà a Zugliano di Udine. Ora la delegazione del Movimento 5 stelle è stata respinta da Gaza, e ancora una volta si avverte che non è facile far politica estera e solidarietà con i palestinesi con questo Israele. Bocche Scucite ricorda anche il gravissimo problema dell’acqua nelle colonie (cosiddette), perché tutta l’acqua è requisita dai (cosiddetti) coloni di Israele, sempre illegali e condannati dall’ONU nei loro insediamenti, ma nessuno fa niente, e tanto meno Israele fa niente per tornare alla normalità ed ai diritti di tutti gli abitanti, gli altri (i diversi da Israele) sono tutti terroristi e quindi non hanno diritti, tanto meno diritto all’acqua. E Israele vende l’acqua ai palestinesi dopo avergliela rubata, e ai richiami ONU non risponde, dice che i palestinesi se la rubano l’un l’altro. Le argomentazioni sono molte e complesse, come capite, e Israele ha già formalizzato delle risposte ufficiali. Chi volesse saperne di più, può far riferimento a Padre Nandino Capovilla, chiedendo di ricevere la rivista Bocche Scucite, che arriva solo via email, o vada sul sito www.bocchescucite.org. Sui migranti i problemi continuano, ora in Europa sono bloccati, ma i barconi continuano ad arrivare, e sarà così per tutta estate. Ne sappiamo di più dopo il Convegno di Trevi, dopo gli interventi di padre Zerai e dell’eurodeputata Kienge. Ma l’ultima tragedia del nigeriano ammazzato per difendere la moglie a Fermo è un modello di come l’Italia vive questo problema enorme. Al riguardo è emblematico il caso di Padova, dove la prefetto (che si chiama Lega!) agisce in opposizione al sindaco (della Lega) per distribuire i migranti nei vari paesi, poche unità per paese, e assicurare loro una vita decente di sopravvivenza, cercando di attivare l’ospitalità dei sindaci, che invece fanno obiezione di coscienza alla legge nazionale! E i migranti, i rifugiati vengono ospitati (sono rifugiati) in una caserma isolata, fuori mano, come da noi a Verona a Prada o a Costagrande, perché l’ospitalità distribuita dei comuni non si apre. Ah, i veneti! Altri sono gli eventi che nel mondo richiamano al nostra attenzione per i diritti fondamentali, ne faccio solo un cenno. Gli ammazzati a Dacca, 9 italiani; il conflitto fra la polizia USA e gli afroamericani, sembra che Martin Luther King non sia vissuto e ammazzato là 50 anni fa, e si sia dimenticato il suo sogno, il suo impegno per i diritti dei neri. Ma vorrei concentrarmi su uno dei temi che era emerso chiaramente al Convegno, e cioè quali elementi di speranza possiamo percepire nelle società attuale, italiana e mondiale. La speranza sembra solo nei giovani, nei poveri, nei migranti, in chi cerca di costruirsi una vita in mezzo a molte difficoltà, perché loro dovranno-sapranno trovare nuove forme di distribuzione delle risorse e di allargamento dei diritti. Invece nella nostra società continua ad allargarsi la distanza fra chi ha risorse, anche molte, e chi ne ha poche, e ha difficoltà anche a sopravvivere. Il nostro impegno come Rete è quello della solidarietà, di metterci insieme ai fratelli, agli amici, ai bisognosi di tutto il mondo per costruire un mondo migliore, dove tutti possano vivere una vita piena godendo dei diritti fondamentali della vita. Ma non è facile identificare al giorno d’oggi i modi per poter realizzare questa nostra aspirazione, e si trovano quotidianamente chiusure e delimitazioni, zone in cui abbondano ricchezze e beni, e altre zone in cui invece ciò non si verifica, e in mezzo ogni sorta di violenza e prevaricazione, ogni criminalità, per poter disporre di risorse senza preoccuparsi di distribuirle a tutti, ma anzi cercando il più possibile di approfittare ed accaparrarsi ogni sorta di ricchezze, di denaro e privilegi. Ma ci sono speranze di ottenere una società più equilibrata? In questo nostro mondo di persone molto anziane, perché questa è l’Italia e in buona parte l’occidente ricco, più che la speranza in un mondo più giusto e partecipato, prevale la paura di perdere ciò che si ha, che ci si è costruiti in tempi ormai lontani, in cui quando eravamo più giovani cercavamo una società più ricca di diritti e di opportunità per tutti, rivendicando allora una ricchezza più distribuita. Allora in Italia c’era più speranze, perché c’erano meno risorse e meno diritti, si era un po’ più poveri, ci si accontentava di più e si cercava un futuro con una forte classe media, legata al lavoro, con meno avere e più essere. Quante discussioni, quante ricerche, ma ora questa ricerca sembra ferma. Solo i popoli giovani hanno speranze, e sono quelli i portatori del futuro, e chi ha figli vede in loro questa speranza, ma i figli sono pochi, e sembra prevalere anche per essi il mantenimento di privilegi, più che la distribuzione delle risorse. Il nostro impegno concreto di Rete forse è una grande possibilità di riflettere su queste cose, perché i nostri piccoli progetti di liberazione, di un nuovo futuro, le nostre operazioni, vorrebbero proprio portare un nuovo mondo in luoghi dove c’è povertà e ci sono molti bambini o giovani. Sostenere una scuola per le ragazze in Ghana ci fa conoscere problemi diversi, speranze diverse, e ci fa prendere posizione in un certo modo, riservare alcuni dei nostri soldini per rispondere alla richiesta di speranza di persone tanto lontane. È come se avessimo dei figli o dei parenti lontani, per i quali destiniamo una piccola parte delle nostre risorse, perché possano costruire una società più giusta a casa loro, cercando di agire perché i condizionamenti del Nord ricco, dell’Occidente, non impediscano la ricerca libera del loro futuro, senza multinazionali e finanza che determinino ogni loro possibilità, all’interno di logiche solo di prevalenza del potere. La speranza per un nuovo mondo viene solo da chi cerca libertà e autonomia senza condizionamenti e violenze. La strategia di sostenere piccoli progetti di solidarietà è una grande occasione di riflessione e di speranza, ma i condizionamenti sono enormi, chi ha le risorse non accetta decisioni diverse, e tra le reazioni c’è sempre quella della violenza e del terrorismo, che non portano a niente di positivo, ma anzi peggiorano la situazione, aumentando la repressione di chi comanda. Ma il mondo cambia, i popoli poveri e giovani sono più numerosi, e la tecnologia permette a tutti di acquisire conoscenze che un tempo erano riservate solo a chi deteneva il potere e le risorse, oggi non più. Come sarà il mondo fra 50 anni? Quali speranze abbiamo in Occidente? Pare che le prospettive non siano così felici per noi, ma fra 50 anni come sarà la società italiana? Quanti italiani ed europei ci saranno? Quanti abitanti? L’unica speranza è nei popoli giovani che vengono qui come immigrati; ma quale contrasto enorme è in atto in Europa, per rifiutare il diverso. Fra 50 anni non saranno più diversi, perché mancherà il primo termine di paragone, scomparso per cause naturali. Credono i pochi eredi di poter opporsi a chi entrerà a cercare una sua sopravvivenza? O si accolgono come immigrati, cercando l’integrazione, nelle nostre scuole, con la nostra lingua, con le nostre leggi, o arriveranno come invasori, a prendersi i ruderi delle nostre città, senza più abitanti, senza bimbi che giocano, senza lingue locali, basta dialetti, si parlerà solo inglese! O no?

Un caro saluto a tutti, buona estate, ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Luglio/Agosto 2016

Carissima, carissimo, l’attuale imbarbarimento del nostro mondo ha radici lontane nel tempo, ma l’odierno processo di globalizzazione le fa giungere quotidianamente ad ognuno di noi, anestetizzandoci nei confronti della sofferenza che noi, magari senza accorgercene, produciamo. Non solo. In questo clima di paura e di insicurezza anche le relazioni interpersonali stanno via via degenerando: diciamo di non aver tempo, ma in realtà l’altro non ci interessa, temiamo d’incontrarlo per non essere disturbati, ci si saluta appena e ognuno tira dritto per la sua strada, non abbiamo più il tempo di guardarci attorno, abbiamo perfino paura di doverci fermare. L’allettamento di questo momento storico è il profitto, che sembra essere diventato il nuovo Dio a cui prostrarsi, l’unica possibilità per lo sviluppo, anche a scapito dei diritti acquisiti. Ed è pure il potere con il quale scendere a compromessi pur di mantenere posizioni acquisite e privilegi. Per superare l’attuale degrado umano, sociale e ambientale: “la cultura dell’indifferenza”, è utile e necessario riportare l’umanità alla civiltà dell’amore, trasformandosi in donne e uomini di relazione, che hanno capito l’importanza dell’incontro e dell’ascolto dell’altro, unica via per uscire da questo progressivo imbarbarimento. Lo stiamo vivendo oggi in modo acuto non solo nell’efferatezza del terrorismo, ma anche nel persistere e nell’aggravarsi delle situazioni d’ingiustizia tollerate e spesso volute per vantaggi economici e finanziari. La società appare bloccata, paralizzata ma non riesce a mettersi assieme, a fondersi in un empito di solidarietà. Dal momento che ogni categoria rivendica i propri diritti contro quelli delle altre. E non parliamo dei gruppi politici che si fanno vivi soltanto nelle contrapposizioni. E’ vero, sono tramontate le ideologie, ed è subentrato il pragmatismo, ripiegato sul presente che pretende di essere più concreto, con i piedi per terra. Ma siamo sicuri che sia il più efficace, efficiente e creativo? Si vanta una politica del fare, ma anche questa si esprime in promesse che spesso si rivelano illusioni. In passato era naturale vedere nelle giovani generazioni la speranza di futuro. In queste proposte però i grandi assenti sono i giovani, condannati alla precarietà, alla flessibilità e alla fuga all’estero. Il che drammaticamente vuol dire che non sono più giovani, perché gioventù da che mondo è mondo, vuol dire proiezione verso il futuro, sogno, aspirazione, possibilità di progetti. Sono loro la speranza dei valori come la democrazia, la solidarietà, il bene comune e i diritti umani universali. Mi torna in mente il monito di don Tonino Bello che, commentando le tentazioni di Gesù nel deserto, invitava ad abbandonare le tre “P” di “Profitto, Prodigio e Potere”, per adottare quelle di “Parola, Progetto e Protesta”. Oggi possiamo affermare con tranquillità e nettezza che siamo nel tempo delle scimmie urlatrici: urlano le piazze, urla la pubblicità che interrompe i programmi con “i consigli per gli acquisti”, urlano i politici alla ricerca quotidiana di un megafono che amplifichi loro contorti ragionamenti o il vuoto dei loro discorsi. Potremmo fare una “hit parade” delle scimmie urlatrici e sapremmo anche metterci nomi e cognomi. Di fronte a ciò non possiamo chiuderci nel nostro guscio ma al contrario assumere tutte le lotte e le sofferenze del mondo. Rifiutare la guerra, denunciare i mercanti di morte; il commercio delle armi, sono rimasto basito quando ho letto che per ogni abitante della terra, ogni giorno si spendono 5$ a testa, un’assurdità quando si sa, purtroppo che c’è più di un miliardo di uomini, donne e bambini che vivo con un dollaro al giorno; tutte le tirannie politiche che minacciano di distruggere la razza umana e il mondo intero; le ingiustizie razziali e religiose; le tirannie economico-finanziarie; i falsi processi politici. Urge contrastare le menzogne dei politici, dei propagandisti anti-migranti e degli agitatori degli egoismi nostrani. Se la rabbia si scaglia contro le poche spese umanitarie per il recupero delle vittime dei naufragi, anziché contro le enormi spese militari che generano le guerre dalle quali fuggono, c’è un problema di intelligenza. Ossia di capacità di comprendere le cose e di collegarle. Occorre recuperare la coscienza oltre che i morti.

Ho passato due settimane in Brasile, una sera mentre il tepore della giornata dell’inverno brasiliano lasciava il posto a umidità e a pochi gradi, una decina, io e Waldemar Boff, il nostro referente del progetto Agua Doce, ci siamo intrattenuti in una lunga conversazione. Nel comunicarvela uso “volutamente” la parola persona e non popolo, perché è in questi termini che penso a chi è coinvolto nel dramma che Waldemar mi racconta. Perché popolo è un’espressione generica e un po’ lontana. E invece, ascoltandolo le ho sentite vicinissime queste persone. Persone. Che riconosco una per una, dando loro i volti che i suoi racconti mi hanno descritto. Vasti, una bella donna nera di mezza età, che accoglie trenta bambini nel cortile della sua casa nella Baixada Fluminense; la signora Maria, sempre aggressiva, non saluta mai e non sorride mai. Parlando con sua zia, Waldemar ha scoperto che a dodici anni era stata venduta a un ragazzo che saliva nel quartiere con un carretto, comprando ferro vecchio. Ai salti di gioia di Edicleusa, quando Odette, l’assistente sociale della comunità, le ha comunicato che era riuscita dopo tante peripezie a ricostruire la sua storia e le ha consegnato il certificato di nascita. Finalmente! Ufficialmente riconosciuta come una persona, una cittadina. Persone di cui percepiscono il dolore, la precarietà, la paura. E li condividono. Soffrendo per loro, avendo paura con loro. Persone verso le quali provano una compassione profonda. E questo sentimento che ci rende umani come non mai. Ci rende uomini tra gli uomini, dando valore alle nostre vite, dignità al nostro continuare di ogni giorno. Tutti abbiamo bisogno di modelli e riferimenti che ci aiutino a vivere, a vivere veramente la spiritualità. Tutti abbiamo bisogno di pensieri semplici e profondi che possiamo accogliere nella nostra interiorità e che ci aiutino a dare una risposta semplice agli eventi della vita e della quotidianità. Capisci che l’amore opera meraviglie insospettate, è audace l’amore, non ha confini o gabbie in cui costringerlo, si fa gioco dei nostri schemi e calcoli. Riesce a riempire il vuoto. Misteriosamente, delicatamente, lasciando respirare il dolore, dandogli aria e fiducia. Capisci che l’amore oltre alle parole ha bisogno di gesti. Piccole attenzioni quotidiane che trasformano la vita di tanti “grandi” considerati “piccoli” perché poveri. Capisci che per secoli abbiamo interpretato come obbligo l’essere solidali e caritatevoli. Mentre il suo invito è andare oltre, all’incontro con l’altro, l’investire la vita per imparare ad amare l’altro, gli altri, la natura, tutti i viventi, perché la nostra vita, lo vogliamo riconoscere o no, si nutre attraverso la tenerezza, la dolcezza, l’amicizia. Se tutti noi volessimo, anche soltanto per un istante, “restare umani”, potremmo trasformare la nostra vita e quella dell’intera umanità.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Giugno/Luglio 2016

È proprio quando il buio è più fitto che si stanno preparando nuovi orizzonti.

Carissime/i, mese dopo mese, anno dopo anno continua questo “incontro” di notizie, di lettere e di amicizia. Una amicizia che supera le lontananze, come ci scrivono da Haiti. Nella lettera troverete una bella pagina che ci ricorda l’inizio del processo di beatificazione di padre Ezechiele Lele Ramin. Come ogni anno, nella ricorrenza della sua uccisione, sarà ricordato con una messa nella chiesa di san Giuseppe a Padova: quest’anno il 24 luglio cade di domenica e la messa è alle 10.30. Nei giorni 18 e 19 giugno, a Sezano (Verona), si è svolto il Coordinamento nazionale; il tema più trattato è stato quello dell’aspetto legale dei nostri gruppi. Alcune reti sono diventate associazioni Onlus mentre altre si mantengono ancora come associazioni di fatto. Si è lasciata libera scelta ad ogni rete di scegliere come identificarsi, ma per tutte vale il principio che ci ha ispirato ad essere gruppi con strutture leggere, con persone aderenti spontaneamente sulla base di un’azione di giustizia. E’ stata fatta anche una verifica del passato convegno di Aprile, per molti di noi si è trattato di un buon convegno che ha saputo coinvolgere tutti; la partecipazione si è attestata sulle 300 persone, probabilmente il luogo scelto è stato penalizzante. E senza difficoltà si è inoltre rinnovata la segreteria con gli amici e amiche che hanno accettato questo servizio: MONICA di Torino, ANGELO di Roma e PIERPAOLO di Celle Ligure-Savona. Come sempre, non mancano notizie da Haiti e la lettera Nazionale chiude questo “incontro”. Prima di entrare nella lettura, vogliamo lanciare un messaggio-invito: sarebbe bello che altri si facessero carico di scrivere una paginetta su motivi che ritengono importanti per il cammino di Rete, da aggiungere, ogni mese a queste note. A tutti l’augurio di una buona estate.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Giugno 2016

Roma, 14 giugno 2016

Carissimi amiche e amici, “Stiamo vivendo una crisi di civiltà”. Queste parole le disse Ettore Zerbino durante un nostro coordinamento svoltosi a Roma alcuni anni fa, al tempo del governo Monti, e negli ultimi tempi mi tornano in mente con frequenza dinanzi a tutto quello che vediamo accadere nel mondo intero, nessun angolo escluso, con un crescendo impressionante. C’è davvero da demoralizzarsi: gli sforzi delle persone oneste, sagge e coraggiose tesi a raddrizzare le peggiori storture vengono di norma vanificati, anche quando eccezionalmente occupano posti di responsabilità. Mi rendo conto che iniziare una lettera in tal modo non è incoraggiante, né per chi scrive né tanto meno per chi legge. Ne chiedo scusa, specialmente a coloro che più si impegnano giorno per giorno nei nostri progetti, e non solo in quelli, per lenire le sofferenze degli oppressi; e sono tanti gli amici e le amiche che lavorano senza sosta con impegno encomiabile. E ancor più conforta sapere che altri, di associazioni e organizzazioni di vario genere, impiegano tempo e risorse per solidarizzare con chi si trova in estremo bisogno, fornendo esempi di umanità talvolta incredibili. E’ a questo che dobbiamo rifarci per coltivare (o per ritrovare) la speranza nel futuro dell’uomo. Per uscire dal clima di basso impero in cui si è piombati bisogna credere nella riscossa degli onesti, nella loro incrollabile fermezza a non demordere di fronte agli ostacoli che i malvagi, in particolare i bramosi di potere, creano di continuo allo scopo di sconfortare i sostenitori della giustizia. Perché sono appunto i detentori del potere politico-economico-finanziario i responsabili indiretti anche degli avvenimenti orribili che affollano quotidianamente le cronache mondiali per colpa non solo di eserciti, guerriglieri, terroristi ma anche di semplici cittadini fuorviati dagli esempi e dagli incoraggiamenti di chi occupa ogni genere di posti di responsabilità. A volte violenze e omicidi sono da addebitarsi a casi di pazzia, ma siamo certi che la follia non venga indotta, almeno in certi casi, da situazioni o esempi provenienti dall’alto? Vedete bene che evito stavolta di portare esempi concreti, di citare nomi di persone, Stati, luoghi, sì che a qualcuno verrà in mente che le mie siano parole generiche e pertanto di scarso effetto, superfluo vaniloquio di chi – raggiunta una certa età – usa pontificare sui mali dell’umanità senza entrare nel merito delle questioni più scottanti e proporre possibili rimedi. Intanto non ho fatto riferimento ad alcuna situazione perché sono certo che vi teniate informati su quanto avviene sul pianeta. Poi ho ritenuto di puntare in questa semplice lettera sull’esortazione (che rivolgo anche a me stesso) a non desistere dalla nostra azione solidaristica a favore di chiunque si trovi in condizioni di estremo bisogno, moltiplicando se necessario (ed è necessario) gli sforzi e i sacrifici personali, tentando di acquistare alla causa altre persone sensibili, propagandando le finalità che la RRR persegue da oltre 50 anni. Al proposito voglio aggiungere che un giorno la Rete potrà anche estinguersi, nulla essendo eterno; però altri continueranno il nostro lavoro, alcuni già si sono rivolti altrove con apprezzabili risultati. Tutto concorre a quella riscossa degli onesti di cui dicevo prima che spero, forse con eccessiva fiducia, possa farci uscire un giorno augurabilmente vicino dalla “crisi di civiltà” donde ho preso le mosse, citando l’amico Zerbino, il solo nome ricordato in questa breve missiva. Un grande abbraccio a tutte e a tutti.

Per la rete di Roma, Mauro Gentilini.