Home2018Gennaio

Carissima, carissimo, siamo all’inizio del 2018. Che cosa abbiamo fatto di noi nel 2017? C’è un enorme distanza in noi tra quello che siamo e quel che vorremmo essere. Guardiamo indietro: l’infanzia che resta nella memoria con il sapore di paradiso perduto; l’adolescenza intessuta di sogni e utopie; i propositi altruisti. Cosa c’è di speciale nell’inizio di un nuovo anno? Siamo umani, dotati della capacità di attribuire al tempo un carattere storico e alla storia, un significato. L’avvento di un nuovo anno è un rito di passaggio. Risuona nel nostro inconscio il sollievo perché finisce un anno in cui abbiamo avuto tante delusioni, frustrazioni, crisi e coltiviamo l’aspettativa di celebrare, a breve termine, conquiste, passi avanti e vittorie. Viviamo oppressi dal mistero. Questa impossibilità di prevedere il futuro suscita ansia e ci induce a tentare di decifrarlo attraverso l’interpretazione degli astri, delle carte, giocando su tutto, rimettendosi alla “fortuna” o il raccomandarsi ai santi protettori. Da qui deriva l’inerzia, l’indignazione paralizzatrice, l’impotenza di fronte agli scandali etici, da qui deriva questo letargo che non ha nulla a che fare con la lotta di popolo. Oggi, un salario insufficiente in un paese così caro; i figli senza un progetto, attaccati alla casa e al consumismo; in passato, il futuro era migliore. Oggi, immersi in questa società della iper-estetizzazione della banalità, nella quale le immagini contraggono il tempo e la rete virtualizza il dialogo nella solitudine digitale, siamo alla ricerca di ragioni di vita. Abbiamo perso il senso storico, abbiamo scambiato i vincoli della solidarietà con la connettività elettronica, abbiamo venduto la libertà per un pugno di lenticchie che hanno la forma della sicurezza. Intorno, la violenza del paesaggio urbano e la nostra difficoltà nel collegare effetti e cause. Come se coloro che infrangono la legge fossero funghi spontanei e non frutti del darwinismo economico che segrega la maggioranza povera e favorisce la minoranza benestante. Lo stesso dirigente che teme aggressioni e grida contro i criminali, nutre il crimine consumando droghe. Anno nuovo. Vita nuova? Dipende. Possiamo continuare a imbottirci di carni e dolci, impregnati di bevande alcoliche, come se l’allegria uscisse dal forno e la felicità arrivasse imbottigliata. O scegliere l’opzione di un momento di silenzio, un gesto liturgico, una preghiera, l’effusione degli spiriti in abbracci affettuosi. Reincontrare, nell’anno che comincia, la nostra umanità. Svestirci dal lupo vorace che, nell’arena competitiva del mercato, ci rende estranei a noi stessi. Perché accelerare tanto, se dobbiamo poi fermarci al semaforo rosso? Perché tanta dipendenza dal cellulare e difficoltà invece di dialogare guardandosi negli occhi? Anno nuovo delle elezioni. Guardiamo il paese. Le opere che beneficiano le imprese portano vantaggi alla maggioranza della popolazione? Migliorano il trasporto pubblico, il servizio sanitario, la rete educativa? Il nostro quartiere ha un buon sistema sanitario, le strade sono pulite, ci sono aree destinate allo svago? Abbiamo partecipato al dibattito sulla riforma della Costituzione? I politici, per i quali abbiamo votato, hanno agito in modo soddisfacente? Ci hanno mostrato i risultati di quanto hanno fatto? In politica, l’astensione è complicità con l’imbroglio. Il Voto è dare una delega e, nella vera democrazia, è il popolo che governa per mezzo dei suoi rappresentanti e delle mobilitazioni dirette al potere pubblico. Più cittadinanza più democrazia. In questo 2018 saremo chiamati alle urne. Dovremo tentare di discernere gli idealisti dagli arrivisti; i servitori pubblici da quelli che affogano nel loro ego, distillato nell’ubriacatura degli applausi; quelli che sono mossi dall’intransigenza dei principi morali da quelli che mirano alla risorse dello Stato come carne fresca, offerta alle loro gole insaziabili. Quest’anno si commemora il 70º anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani. Ma è impossibile celebrare conquiste relative ai diritti umani mentre si moltiplicano le guerre regionali e si rendono schiavi milioni di donne, uomini e bambini. Non basta il proposito di rinnovare le nostre vite nel 2018. Dobbiamo rendere nuove le realtà che ci circondano, in modo che ci siano cambiamenti reali e la pace fiorisca come frutto della giustizia. Anno di una nuova qualità di vita. Di meno ansia e più profondità. Accettare la proposta di Gesù a Nicodemo: nascere di nuovo. Immergersi in se stessi, fare spazio alla presenza dell’Ineffabile. Braccia e cuori aperti anche ai propri simili. Ricrearsi e appropriarsi della realtà che ci circonda, liberi dalla pastorizzazione che ci massifica nella mediocrità bovina di chi rumina abitudini meschine, come se la vita fosse una finestra dalla quale contemplare, notte dopo notte, la realtà che scorre nelle illusorie fantasie di una fiction.
Antonio

“Nasciamo senza portare nulla,
moriamo senza portare via nulla.
Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa”.
(Luca Russo, ucciso a Barcellona nell’agosto 2017)

Buon nuovo anno e un grande grazie a tutti e tutte. Iniziamo con il grazie perché, anche per il 2018, con la solidarietà e l’impegno di tante persone, riusciamo a rendere possibile la continuità del nostri impegni in Haiti. Il resoconto economico nelle prossime lettere. Le comunicazioni con FDDPA, come la lettera che segue, sono continue. L’impegno per la scuola professionale intitolata a Gianna sta dando i primi frutti, speriamo che non arrivino altri cicloni. Prossimamente avremo, come ogni anno, il resoconto economico delle attività di Fddpa. Notizie: il prossimo Coordinamento si tiene a Sezano-Verona sabato 20 e domenica 21 gennaio (odg e notizie logistiche in allegato). Sezano è un bellissimo posto, si raggiunge in poco tempo: fateci un pensiero. Come sapete la partecipazione ai Coordinamenti è aperta a tutti. La circolare nazionale, scritta da Ercole Ongaro, anticipa le idee del prossimo Convegno Nazionale di Aprile.

Da Haiti
Buongiorno Tita e Famiglia l’anno 2017 è giunto al termine. Possiamo dire che è stato meglio del 2016. I cicloni non hanno fatto grossi danni quest’anno. Inoltre, non c’è stata siccità. Al contrario, c’è stata pioggia in abbondanza. Ci auguriamo che il 2018 sia ancora meglio per Haiti, l’Italia e tutto il mondo. Riguardo alle attività della FDDPA, tutto va bene a Dofiné, Katienne, Fondol e nel Nord-Ovest. Per esempio le attività in tutte le cooperative avanzano a piccoli passi. Continuiamo con i vivai di Moringa a Fondol e nelle comunità della Catena dei Matheux. Poi, proveremo a far venire dei contadini di Dofiné per tentare la coltura del crescione sulle due rive del fiume di Fondol. Se questa coltura riesce a Fondol, la comunità potrebbe ottenere un reddito dalla vendita del crescione. Anche tutte le scuole funzionano bene. Tuttavia quest’anno, a causa della chiusura del programma demagogico iniziato dall’ex presidente, centinaia di alunni hanno inondato le nostre scuole. Non abbiamo spazio e banchi sufficienti per accoglierli. Non vogliamo negare l’educazione ai figli dei contadini, ma i nostri mezzi sono limitati. D’altro lato, siamo riconoscenti per il sostegno finanziario della RETE senza il quale, i figli dei contadini di Katienne, Dofiné e Fondol non avrebbero accesso all’educazione. Riguardo al Centro Professionale “Gianna Mocellin”, si procede a piccoli passi. Stiamo sostituendo la mobilia (sedie, banchi, tavoli) e le macchine da cucire rovinate o totalmente distrutte dal ciclone Mattieu passato ad Haiti nell’ottobre 2016. A causa dell’abbondanza di pioggia nel paese, tutte le strade in terra battuta ora sono impraticabili. Per esempio, per recarsi a Katienne e a Dofiné, Jean e Martine hanno utilizzato il trasporto tradizionale. E’ esattamente quel che faceva Dadoue prima di poter procurarsi una camionetta. All’inizio, lei andava semplicemente a piedi, da Verrettes a Dofiné. A nome della FDDPA, auguriamo a tutti i membri della tua famiglia (Cesco, Bruna, Benedetto e la sua famiglia, tua sorella e le tu e nipoti), a te personalmente e a tutti i membri della RETE di Padova, specialmente a zio Elvio e alla sua famiglia un gioioso Natale 2017 e un felice anno 2018.
Vi abbraccio tutti molto forte, Willot

Buongiorno Tita e tutta la famiglia,
prima di inviare il documento contenente il nostro rapporto annuale, vogliamo formularvi i nostri desideri ed auguri per il nuovo anno sempre nello spirito di giustizia e solidarietà. Vi auguriamo un nuovo anno di salute, solidarietà ed equità così che il mondo che sogniamo tanto possa un giorno esistere. Buon anno a tutti, Bruna, Cesco, Betto, Betta, le bambine, Fabio e Tina, papa Elvio… Ancora una volta grazie per il vostro coraggio, ben presto avrete il documento con il rapporto annuale e le informazioni su Haiti.
Jean e Martine

Care amiche e cari amici della Rete trentina, la circolare nazionale di questo mese presenta il prossimo Convegno nazionale della Rete, che si terrà a Trevi (Perugia) dal 13 al 15 luglio. Le circolari dei prossimi mesi approfondiranno il tema e le note pratiche per chi vorrà partecipare. Come circolare trentina, questo mese proponiamo una riflessione di Paolo Rosà sul tema dell’Educazione alla Cittadinanza Globale.

EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA GLOBALE (E.C.G.)
Cosa vuol dire, cosa significa E.C.G.? Perché diventa un punto centrale nell’educazione civile? Chi ne potrebbero essere i promotori e i protagonisti? In un mondo sempre più interconnesso (mercati concorrenziali, economia e finanza che non conoscono nazionalità e si appropriano di ogni cosa per trasformarla in merce, traffici più o meno leciti, catastrofiche ricadute umane, sociali e ambientali) è necessario che si adotti come nuovo riferimento culturale e valoriale la cittadinanza in una società planetaria. Se quaranta anni fa chi si occupava di attività missionaria, o di cooperazione rivolta alle popolazioni in via di sviluppo, poteva dire che era più importante insegnare “a pescare” anziché dare da mangiare…, ora nel nostro mondo così globalizzato questo non ha più senso, perché tutto è profondamente cambiato. I mari e gli oceani vengono sempre più rastrellati dai pescherecci industrializzati; le terre coltivabili sono tolte alle comunità locali e trasferite in mani straniere (solamente in Africa 56 milioni di ettari di ”land grabbing” negli ultimi 13 anni); le miniere e le risorse minerarie vengono depredate da imprese straniere; i rapporti commerciali favoriscono i produttori e le grandi industrie alimentari (“dumping”); la “guerra mondiale a pezzetti”, per mantenere o sovvertire il potere, è alimentata dal commercio delle armi; milioni di persone, le generazioni più giovani ed attrezzate culturalmente, emigrano per mancanza di prospettive nei loro paesi; ecc… Da qui nasce l’esclusione di sempre più persone e l’aggravamento delle condizioni di vita di gran parte delle popolazioni nei paesi impoveriti. Di fronte a tutto questo nessuno può dire “io non c’entro”. Certamente non ne siamo responsabili direttamente, ma sicuramente di tutto questo noi residenti dei paesi dominanti beneficiamo ed è indispensabile che ce ne rendiamo consapevoli. Partendo da queste realtà, che sono sotto gli occhi di tutti, si apre una nuova frontiera di azione, non solo per coloro come i volontari, i gruppi missionari e i collaboratori, che da anni si impegnano nell’aiutare le persone e le comunità del sud escluse dallo sviluppo umano, ma anche per tutti coloro che hanno ruoli educativi. La nuova “mission” diventa la promozione della consapevolezza della nostra cittadinanza globale, non più quindi localistica, o corporativa, o nazionalista. Questa nuova frontiera diventa un compito per tutti, da svolgere qui, sul nostro territorio. È necessario che le comunità, le parrocchie, le scuole, le biblioteche, le famiglie si diano reciprocamente una mano per assumere come riferimento culturale e valoriale la consapevolezza della cittadinanza globale. Il primo impegno dovrebbe essere orientato a promuovere una informazione diffusa più corretta sulle dinamiche socio-politiche e sulle cause economiche che producono esclusione e divari inammissibili di concentrazione-esclusione di potere e ricchezza, due aspetti della stessa medaglia. A tale proposito sarebbe fondamentale che l’esperienza di vita di coloro, i quali hanno vissuto con le realtà impoverite del Nord e del Sud, venisse messa a disposizione e utilizzata per favorire il cambiamento culturale delle nostre comunità e società. Il secondo impegno è quello di accogliere i migranti e i richiedenti asilo, accompagnandoli nella ricerca volta a soddisfare i tre bisogni primari (casa, lavoro, salute), elementi cardine per permettere lo sviluppo della dignità di ogni persona. Per affrontare questi impegni non basta credere profondamente nella fratellanza universale, ma bisogna innanzitutto abbandonare la pretesa di primogeniture (cioè che qualcuno abbia più diritti di altri), poi considerare che i tre bisogni primari devono essere alla portata di tutti a qualsiasi latitudine, infine adoperarsi affinché tutti abbiano accesso a condizioni di vita umana dignitosa, prima di dare soddisfazione a bisogni di altro tipo. Per una educazione alla cittadinanza globale occorre una conversione, una rivoluzione culturale: serve una riflessione seria, profonda, che implica un cambiamento radicale di paradigma e di impostazione. Ci vuole equilibrio, maturità, una spiritualità antropologica, capacità di relazionarsi e di farsi coinvolgere, ma l’obiettivo centrale è l’educazione alla cittadinanza globale.
Paolo Rosà

Denunciare la guerra e il riarmo folle di questi tempi è rivoluzionario?
Care amiche e cari amici, abbiamo concluso l’anno con la notizia che in Afganistan sono stati uccisi da una mina sei bambini, notizia che non ha conquistato nessun titolo, nessuna foto, nessuna prima pagina. Perché non ci sconvolge la notizia di sei bambini che scambiano una mina per un giocattolo e saltano in aria? Purtroppo l’atteggiamento prevalente è di assuefazione alla guerra purché essa non ci tocchi direttamente e cerchiamo di illuderci che stiamo attraversando un periodo di pace pur sapendo che essa è solo apparente. Attualmente i conflitti nel mondo sono tantissimi, le mine, le bombe sporche hanno provocato in un anno 24 mila morti. I 15 anni di guerra in Afganistan più i dieci dell’armata rossa hanno sconvolto e seguitano a sconvolgere quella regione. Altra notizia di questi ultimi giorni è l’attacco a Kabul al Centro Culturale dove si sono avuti 41 morti e un centinaio di feriti. La tanto proclamata sconfitta militare del Califfato non è vera perché in realtà non è né la sconfitta di quell’idea perversa, né tanto meno la sconfitta dei foreign fighters, i combattenti che si spostano in qualunque paese , in particolare nelle aree dove ci sono guerre permanenti. Fonti giornalistiche indipendenti dicono che i bombardamenti aerei in Afganistan sono triplicati in quest’ultimo anno e che in Yemen negli ultimi 1000 giorni ci sono stati 15 mila attacchi aerei che hanno colpito per il 90% solo civili. Eppure il mondo è sempre più indifferente, abbiamo bisogno di fotografie di bambini riversi sulla spiaggia affogati per stupirci ancora, non ci fa effetto leggere che ci siano stati più di tremila bombardamenti che creano vittime, mutilati, dolore, disperazione, drammi e la politica estera nel nostro paese è assente di fronte al problema delle guerre, non c’è un politico che parla di guerre e, addirittura, Gentiloni qualche giorno fa ha dichiarato che l’Isis è stato sconfitto; è stato sconfitto solo in parte in quanto i motivi che lo hanno reso forte, fra cui le guerre permanenti, rimangono ancora. Se parliamo di bambini che vivono nelle zone in conflitto il loro numero, secondo Save the Children, si aggira intorno ai 350 milioni di bambini a rischio di morte o menomazione fisica o psichica, senza futuro perché assistono a violenze enormi che non riescono a elaborare, vivono da sfollati senza casa, perdono i genitori, gli amici e la possibilità di andare a scuola; in Siria, in 7 anni di conflitto, sono circa 3 milioni i bambini nati durante la guerra che non hanno conosciuto altro che la guerra. In Yemen la situazione dei bambini è gravissima anche a causa della malnutrizione e della difficoltà di accedere al cibo (sono 1,8 milioni di persone e molti sono bambini) sono migliaia i minori fra i 13 e i 18 anni reclutati come soldati contro il loro volere con rapimenti nelle loro case e ricatti, come carne da macello; per non parlare della crisi di colera che ha colpito il nord del paese. L’indifferenza del mondo rispetto a questi problemi è preoccupante; esiste un diritto internazionale che dovrebbe tutelare la popolazione civile, ma non è sufficiente contro l’escalation di violenza che colpisce le parti più deboli delle popolazioni, bisogna che le coscienze si sveglino. Esistono tante aree del mondo in cui i bambini subiscono le peggiori conseguenze dei conflitti come la Siria , lo Yemen , il Congo, l’Afganistan, il Myanmar, la Somalia, la Nigeria, il Sud Sudan, il Camerun, la Birmania, l’Ucraina. Solo il Papa con le sue parole da vero padre, ricorda continuamente il grave problema della guerra. E’ necessario che la comunità internazionale prenda impegni forti nei confronti dei conflitti, se circa 30 milioni di bambini sono sfollati a causa delle guerre con una grandissima difficoltà a costruirsi un presente e un futuro. Se si tiene al futuro del mondo ci si deve occupare del problema dei conflitti e dei bambini che li subiscono. Loro sono il futuro. E’ necessario un ritorno al senso di umanità e all’indignazione verso la poca protezione nei conflitti della popolazione civile e porre l’attenzione sulle sofferenze delle persone, sofferenze che noi viviamo da vicino, perché le ondate migratorie sono conseguenza di guerre e conflitti. Io appartengo alla generazione che ha protestato contro la guerra in Vietnam con sit in, cortei, occupazioni di scuole e università, ma anche con la musica, con i concerti di famosi artisti, nonché di gruppi rock molto impegnati su questo tema. Allora il pacifismo era vivo e vitale. Da tutte le parti della società si levava la condanna della guerra e dei suoi non valori. Questo avveniva non solo negli Usa, coinvolti nella guerra, ma in tutto il mondo, Italia compresa. Allora i rivoluzionari contestavano contro le guerre. Oggi? Sembra l’opposto. Chi parla contro le guerre, contro la produzione di armi, contro la liberalizzazione della loro vendita è uno fuori dalla realtà, un idealista un po’ fuori dal tempo, un illuso, forse anche un po’ rivoluzionario! Mi viene da pensare che il concetto “Io speriamo che me la cavo” degli anni ’90, sviluppato nella raccolta di sessanta temi di bambini napoletani nel libro del maestro elementare Marcello D’Orta, sintetizzi, purtroppo, il nuovo modo di affrontare le sfide sociali, economiche e umanitarie del momento. Vorrei aggiungere che la nostra bella Costituzione all’articolo 11 oltre a ripudiare la guerra esprime un altro concetto importante, quello della limitazione di sovranità dello Stato il che significa che la sovranità degli Stati può e deve essere limitata da istanze di sovranità superiori che, al tempo dell’emanazione della Costituzione, erano i nascenti organismi internazionali di allora e che oggi riguardano altri ambiti quali i Tribunali Internazionali e le Istanze di giustizia che chiedono agli Stati di cedere una parte anche significativa della propria sovranità. Quindi il ripudio della guerra si accompagna all’idea che possa nascere un ordine internazionale in cui gli stati sono solo una parte di un contesto più ampio. Consapevole che ho iniziato l’anno con fatti tristemente presenti nella nostra storia, allego il racconto di una bella storia di riscatto di cui ho parlato tempo fa.
Un abbraccio a tutti e tanti, tanti auguri
Cristina
Ricordiamo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restituiva

La solidarietà non è reato

Care amiche, cari amici,
il cammino della Rete Radié Resch dopo l’ultimo Convegno (2016) è stato incentrato su un lavoro di riflessione su “ quale Rete, quale solidarietà ”. La solidarietà è la ragion d’essere della Rete, il suo carattere fondante. Da 54 anni la Rete pratica la solidarietà, ma nello stesso tempo ha continuato a interrogarsi su cosa significa, nel mutare del tempo, essere solidali con i poveri: ascoltando la loro domanda di giustizia, cercando le cause che producono impoverimento, cooperando con gli operatori di giustizia. Ma proprio nel corso del 2017 si è sviluppato un processo che ci ha colti di sorpresa: la solidarietà ha subìto una imprevista mutazione di significato presso l’opinione pubblica, da valore positivo si è trasformata in concetto negativo. Questa mutazione è diventata evidente l’estate scorsa con la campagna di denigrazione delle Ong che operavano i salvataggi in mare dei migranti, prima attraverso una campagna di disinformazione a mezzo stampa, poi con iniziative di alcune Procure, infine con la normativa del governo che imponeva alle Ong vincoli non previsti dal diritto internazionale e dai codici di navigazione. Passo dopo passo, incredibilmente, è stata configurata una inedita fattispecie di reato, che è definito “reato di solidarietà”. C’è stato in Italia un tempo in cui compiere atti di solidarietà verso una persona in pericolo veniva sanzionato con l’arresto o la deportazione o la fucilazione: dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, i tragici venti mesi dell’occupazione nazista e della Repubblica di Salò. Chi in quella metaforica notte tenne acceso fiammelle di speranza e salvò l’idea stessa di umanità? Quelli che, ascoltando la propria coscienza, scelsero di resistere, perché istintivamente o lucidamente compresero che l’autentico modo di salvare se stessi è di avere a cuore la salvezza degli altri. Perché, se resistere, disobbedendo alla legge dei nazi-fascisti, avesse pure avuto come conseguenza la perdita della vita, sarebbe però stata salva la propria umanità, il senso stesso del vivere. L’essenza della Resistenza è stato scegliere di restare umani in un mare di disumanità, di aprirsi all’altro che era nel bisogno e domandava aiuto, che era braccato e cercava una via di scampo. Fu una scelta di disobbedienza contro le leggi disumane dei nazi-fascisti, fu scoprire che scegliere di stare dalla parte dell’umanità offesa, negata, era liberante anche per la propria dimensione esistenziale. I “padri costituenti” che lavorarono alla redazione della nostra Costituzione tradussero la drammatica esperienza della scelta resistenziale nell’Art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Nessun’altra Costituzione ha un pronunciamento così forte sulla solidarietà. Se qualcuno, fino al 2016, avesse cercato nella nostra letteratura giuridico – penale il tema della solidarietà, vi avrebbe trovato il “reato di omessa solidarietà” (omissione di soccorso di minore o incapace o di persona in pericolo). Nel corso del 2017 invece vi ha fatto irruzione il “reato di solidarietà”, che potrebbe anche essere denominato “reato di umanità”. La smagliatura giurisprudenziale a livello europeo è stata provocata da una Direttiva del Consiglio Europeo del 2002, n. 90: in essa si configurava come reato il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegale di migranti, anche in assenza di profitto economico. La Direttiva invitava gli Stati dell’Unione a criminalizzare persone e organizzazioni che assistono i migranti illegali. È evidente che in Italia non potrà mai essere introdotto il “reato di solidarietà”, considerando l’art. 2 della Costituzione; ma anche in Italia nell’ultimo anno e mezzo sta avanzando una normativa che permette il perseguimento di comportamenti solidali nei confronti di migranti o di persone svantaggiate. Le misure che hanno colpito militanti solidali con i migranti non fanno che confermare e alimentare il sentire xenofobo e razzista che serpeggia in strati della popolazione e che deborda in manifestazioni deprecabili di chiusura e rifiuto. La Commissione Europea persiste in questo indirizzo, tanto che il 2 marzo 2017 ha emanato una “Raccomandazione” agli Stati in cui auspicava, entro dicembre, il rimpatrio forzoso di un milione di migranti irregolari. E l’Italia il 12 aprile ha adottato misure in attuazione della “Raccomandazione” europea per rendere più efficiente il sistema dei rimpatri forzosi, anche abolendo il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno presentato ricorso contro il diniego. Per contrastare tale tendenza si è svolta a Milano il 20 maggio 2017 una grande manifestazione, a seguito della quale è stata lanciata la “Carta di Milano”, sottoscritta da personalità dell’informazione, dell’arte, delle istituzioni: “Ci impegniamo a tutelare la libertà e i diritti della società civile in tutte le sue espressioni umanitarie: quando salva vite in mare; quando protegge e soccorre le persone in difficoltà ai confini; quando denuncia il mancato rispetto dei diritti fondamentali nelle procedure di trattenimento amministrativo e di allontanamento forzato; quando adempie al dovere inderogabile di solidarietà che fonda la Costituzione italiana. Gli atti di solidarietà non costituiscono reato e le organizzazioni umanitarie, così come i singoli attivisti, non possono essere messi sotto accusa per averli compiuti”. Il Tribunale Permanente dei Popoli, che si sta occupando dei “Diritti di migranti e rifugiati”, nella sessione di Palermo del 18 – 20 dicembre 2017 ha valutato che “le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di assistenza in mare”. Si comprende dunque l’importanza che il prossimo Convegno approfondisca questa complessa e decisiva questione, dichiarata già nel titolo del Convegno: “La solidarietà non è reato. Re-si-stiamo umani”. “Restiamo umani” era l’accorato grido che Vittorio Arrigoni lanciava ogni giorno – a conclusione dei suoi articoli o dei suoi collegamenti telefonici – dalla Striscia di Gaza investita dalla sanguinosa offensiva israeliana “Piombo fuso” nel gennaio del 2009. Ma “restare umani” – come già nei tragici venti mesi del 1943/45 – può comportare il “resistere”, scelte di resistenza, cioè di disobbedienza alla legge in vigore per non accettare una spirale di disumanizzazione. “Re-si-stiamo umani”. La Rete è sempre stata e non può che stare dalla parte di chi mette in atto comportamenti di umanità verso chi è in pericolo, è minacciato ed offeso nella sua dignità di persona. La Rete è solidale con chi resiste nel Sud del mondo (“là”) e nelle nostre società (“qui”), affinché i diritti di libertà, di dignità e di uguaglianza trovino attuazione nella vita concreta di tutti. La Rete non può rassegnarsi alla disumanizzazione della convivenza civile, veicolata anzitutto dalla de-umanizzazione dell’altro, dello straniero, del diverso, dell’emarginato, premessa a tempeste di violenza di proporzioni immani. Sulla soglia del nuovo anno rinnoviamo l’impegno a “restare umani”, senza smarrire la speranza.
Un augurante abbraccio, da Ercole con gli amici della rete di Milano.