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“La vigliaccheria chiede: è sicuro?
L’opportunismo chiede: è conveniente?
La vana gloria chiede: è popolare?
Ma la coscienza chiede: è giusto?
Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura,
né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla,
perché è giusta”.

Martin Luther King

Iniziamo con il saluto più semplice, ciao a tutte e tutti, in attesa di salutarci in modo più ampio e caloroso sabato 5 maggio. Infatti, per ascoltare dalla viva voce di Elvio, Francesco e Marianita il racconto dell’ultima visita ad Haiti nel febbraio marzo di quest’anno, ci ritroviamo insieme sabato 5 maggio alle ore 18 (puntuali!) presso la Sala Africa dei Missionari Comboniani, via S.Giovanni di Verdara 139 (Padova tel. 046 8751506, ampio parcheggio interno). Vi aspettiamo tutti! L’incontro ci dà l’opportunità per rivederci, rinsaldare la nostra amicizia, mantenere attivo il nostro impegno solidale con le donne, gli uomini, le bambine e i bambini delle scuole della Forza per la Difesa dei Diritto dei Contadini Haitiani, seguendo l’insegnamento di Dadoue di cui quest’anno ricorre l’ottavo anniversario del suo assassinio. Approfitteremo dell’occasione anche per informare sul recente Convegno nazionale che si è tenuto a Trevi il 14 e 15 aprile scorsi. Concluderemo la serata con un momento conviviale in cui condivideremo ciò che ciascuno/a avrà portato (si raccomanda solo cibo che non richieda l’uso delle posate). In attesa di ritrovarci numerosi, un augurio a tutte e tutti di buon primo maggio. Per info: 335 5953451

Riportiamo qui uno stralcio dalla relazione sul viaggio che verrà distribuita durante l’incontro:

ISTRUZIONE – EDUCAZIONE
In tutte le scuole – dell’infanzia ed elementari a Fondol, Katien e Dofiné – si è assistito ad un aumento considerevole di alunni dovuto al fallimento del programma statale PSUGO, in teoria programma di scolarizzazione universale gratuita e obbligatoria, in pratica una manovra demagogica che prometteva finanziamenti a chiunque aprisse nuove scuole; in realtà o i finanziamenti non sono arrivati o, se arrivati, le scuole così create, una volta intascati i fondi, hanno chiuso. Di conseguenza molte famiglie hanno ripreso a rivolgersi alle scuole di FDDPA (200 gli alunni a Fondol e Katien, 155 a Dofiné, 24 gli insegnanti). La situazione è particolarmente difficile a Fondol dove la direzione è stata costretta a collocare alcune classi nei locali del centro di salute, inoltre sarebbe necessario assumere altri insegnanti per sdoppiare classi troppo numerose. Questo si verifica soprattutto nella scuola per l’infanzia “Gianna bambini” e nella prima elementare. Si sta ampliando un’aula, ma sarebbe necessario costruirne un’altra. La comunità partecipa ai lavori di costruzione e alla raccolta di alcuni materiali (pietre, sabbia), ma alcuni materiali (cemento, ferro, lamiere) vanno acquistati e i costi per il trasporto sono molto alti. Questa scuola è l’unica della zona e accoglie bambini che vengono da tutta la montagna intorno. Per FDDPA è impensabile rifiutare di iscrivere a scuola dei bambini, sarebbe come rinnegare l’insegnamento e la pratica di Dadoue. Nonostante tutte le difficoltà, i risultati conseguiti dalle scuole sono buoni: gli alunni infatti alla fine delle elementari devono sostenere un esame presso le scuole statali in città e, nonostante siano molti i pregiudizi nei confronti dei figli dei contadini che vengono dalla montagna, gli esiti dell’esame sono molto positivi. Gli insegnanti si dichiarano soddisfatti della formazione che ricevono, l’equipe formativa è molto buona, inoltre hanno molto apprezzato il fatto che ora sia retribuito anche il periodo delle vacanze. E’ vero che i salari sono ancora bassi, ma ci sono delle agevolazioni, ad esempio non pagano il contributo per i loro figli che frequentano la scuola, inoltre la formazione – a differenza che nelle scuole pubbliche e private – è gratuita e con trasporto e vitto pagato. Un problema irrisolto resta quello delle mense scolastiche: non è più possibile distribuire una merenda di pane e miele perché è diminuita in tutto il paese la produzione di miele, inoltre a Fondol il panificio di FDDPA non funziona più per la partenza del fornaio per il Cile. Anche l’aumento del costo dei trasporti ha influito negativamente. Ci si è rivolti a Food For The Poor, alla Caritas e ad altre istanze locali per ottenere degli aiuti e si è in attesa di risposte. Esiste un programma nazionale del PAM (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) per le mense scolastiche ma sostiene soltanto le scuole statali e le scuole cattoliche. Continua l’attività del gruppo giovani e della scuola agro-ecologica; dal 2016 al gruppo di Katien si è aggiunto il gruppo di Dofiné, fondato da Dieusseul che è il loro accompagnatore. Ci dicono che il loro obiettivo è organizzare i giovani ed acquisire formazione; sono in maggioranza studenti consapevoli di essere il futuro di FDDPA. Si riuniscono una volta al mese, vorrebbero essere seguiti da un formatore; purtroppo la collaborazione con la Brigade Dessaline (la brigata internazionale di contadini organizzata da Via Campesina che opera da anni nel paese) si è molto indebolita a causa della riduzione dei suoi membri, pochi, con pochi mezzi e sottoposti a rotazione ogni 3 mesi. I ragazzi vorrebbero avere un pezzo di terra per creare un piccolo bosco da offrire come modello ai contadini della zona. Ogni tre mesi c’è un incontro più strutturato dove si alternano momenti di approfondimento a momenti di intrattenimento. Tra Katien e Dofiné i giovani coinvolti sono circa 150, di età compresa tra i 15 e i 25 anni. I ragazzi che usufruiscono delle borse di studio della Rete sono 21, sono consapevoli che devono impegnarsi visto che hanno il privilegio di poter studiare e il loro desiderio è di continuare a studiare. Il “Progetto Gianna” – che riguarda la scuola professionale femminile “Giovanna Mocellin” di Souprann nel Nord Ovest e le sezioni di scuola dell’infanzia “Gianna bambini” a Fondol, Katien, Dofiné – continua il suo cammino realizzando il sogno di Gianna di favorire l’istruzione dei figli e delle figlie dei contadini. La scuola di Souprann, dove si insegna sartoria, ricamo e pasticceria, è l’unica scuola professionale della zona. Un problema evidenziato dalla direttrice e dall’insegnante è costituito dal fatto che, una volta diplomate, le ragazze non possiedono macchine da cucire per svolgere il loro lavoro; Jean ha sottolineato che FDDPA non è in grado di risolvere problemi individuali, può solo proporre soluzioni collettive, ad esempio formare una cooperativa che utilizzi i locali e le macchine da cucire della scuola nei giorni liberi o nei pomeriggi; la direttrice ha aggiunto che è importante – per evitare che le ragazze vadano a cercare lavoro altrove – mettere in comune idee e iniziative, creare modelli, produrre dolci e venderli in loco.

Trento, aprile 2018
Care amiche e cari amici della Rete trentina,
il 27° Convegno nazionale della Rete Radié Resch a Trevi (13-15 aprile 2018) è stato, come sempre, una grande occasione di confronto, approfondimento e amicizia. Dal Trentino eravamo presenti una decina di persone.
Le relazioni, gli interventi, le testimonianze sono stati momenti di vivace partecipazione, a cominciare dalla relazione introduttiva del magistrato Gherardo Colombo, che ha parlato di “Legalità, reato di solidarietà, giustizia”. Abituato a discutere con gli studenti di tutta Italia – ne incontra ogni anno oltre 200 mila nel suo progetto di educazione alla legalità – ha dialogato con la platea del convegno facendo emergere riflessioni, contraddizioni, idee. Il suo monito di fondo: evitiamo un’interpretazione manichea della giustizia, cioè valida solo se condanna chi non la pensa come noi. Colombo ha cercato di provocare l’uditorio, invitandolo a confrontarsi sui concetti di solidarietà, di prossimo, di reato, di pena intesa non come punizione ma come rieducazione … La discussione, in forma di dialogo, si è protratta molto a lungo e sarebbe proseguita ancora se i camerieri dell’albergo non avessero fatto capire che erano pronti a servire la cena e che anche loro avevano “diritto” di staccare ad una certa ora… Per qualcuno, quindi, la riflessione è rimasta un po’ in sospeso, senza un cenno di conclusioni. Ma forse era proprio questo l’intento del magistrato: provocare riflessioni in ciascuno dei presenti.
Una delle “rivelazioni” del Convegno è stato don Rito Alvarez, parroco a Ventimiglia, diventato famoso per la sua accoglienza a migliaia di migranti respinti al confine francese e per questo contestato dai benpensanti, anche da molti dei suoi stessi parrocchiani. Con semplicità e naturalezza, don Rito ha raccontato i drammatici momenti che lo hanno spinto ad aprire le porte della chiesa a donne e bambini affamati, stremati, bagnati e infreddoliti. “Che cosa avrei dovuto fare? Lasciarli morire in strada?” si è chiesto. Le autorità hanno vietato di dar da mangiare e bere ai migranti in strada. Ma questo è esattamente il contrario di quanto predica il Vangelo, ha commentato. Proprio mentre raccontava queste cose al Convegno, è arrivata la notizia che il Vescovo di Ventimiglia lo aveva trasferito in un paese dell’interno ligure, lontano dal confine con la Francia. Don Rito Alvarez, come fa capire il nome, non è italiano. E’ nato in Colombia, in un villaggio molto povero della zona da sempre contesa fra i trafficanti di coca e i guerriglieri, una zona di grande violenza, in cui gli uomini sono costretti a scegliere se aggregarsi ai narcos o alla guerriglia. La famiglia di Rito, pur molto povera, ha sempre accolto in casa bambini orfani, abbandonati o persone in fuga dalla violenza. Per questo, arrivato in Italia per frequentare il Seminario e diventato prete, ha trovato del tutto naturale accogliere i migranti respinti dalla Francia e bloccati a Ventimiglia. Assieme a volontari italiani e francesi ha fondato “Confine Solidale”, un centro che cerca di dare una risposta “umana” ai problemi di tanti disperati in fuga dalla guerra, dalla fame e dalla violenza. Naturalmente è molto impegnato anche in progetti di aiuto alla Colombia, dove molti dei suoi parenti e amici continuano a morire o a subire violenza.
Nonostante queste drammatiche premesse, don Rito non si lascia abbattere. Dotato di ironia e grande capacità comunicativa, il prete ha coinvolto la grande platea della Rete ed ha dato il tono generale al Convegno, dedicato proprio al tema “La solidarietà non è reato”.
Dopo il suo intervento è stato proiettato una video-intervista a Cedric Herrou, contadino francese diventato simbolo dell’aiuto ai migranti e per questo arrestato, processato e condannato.
La seconda giornata di lavori del Convegno è stata dedicata alle testimonianze da Paesi con cui la Rete da anni è in contatto e dove ha in corso progetti di solidarietà.
Mazin Qumsiyeh, palestinese, docente nelle università di Betlemme e Birzeit, già professore nelle università del Tennessee, Duke e Yale e autore di oltre 130 articoli scientifici su argomenti che vanno dalla biodiversità al cancro, ha parlato della situazione in Palestina e della drammatica ripresa del conflitto al confine fra Israele e la Striscia di Gaza. Nonostante l’escalation della violenza, Mazin ha avuto parole di speranza e si è detto convinto che alla fine si arriverà a una soluzione del conflitto e a forme di convivenza pacifica.
José Nain Perez, da tanti anni referente della Rete per il progetto di sostegno al Popolo Mapuche del Cile, ha raccontato la secolare lotta per l’indipendenza del suo popolo, diviso fra Cile e Argentina, e la repressione cominciata all’epoca della Conquista e tuttora attiva da parte dei vari governi. In particolare ha parlato delle multinazionali, anche italiane, che occupano i territori dei Mapuche per sfruttarne le risorse naturali.
Per il Movimento Sem Terra brasiliano è intervenuto Ernesto Puhl, che ha riferito sulla pericolosa situazione del Brasile in questo momento di “golpe mascherato”, con l’arresto di Lula e la ripresa del potere da parte del capitale internazionale, che si serve delle reti televisive per gettare fango e discredito su Lula, Dilma e sui movimenti popolari, come i Sem Terra, che si battono per una riforma agraria e una equa distribuzione delle risorse.
Infine Emma Ghartey e Olivia Andoh, due donne del Ghana referenti del progetto della Rete contro l’abbandono scolastico delle ragazze, hanno parlato della situazione nel loro paese e degli sforzi per aiutare le ragazze a frequentare la scuola e a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità.
Il pomeriggio del sabato i partecipanti al Convegno si sono divisi in tre gruppi di lavoro, afferenti a tre aree tematiche: “Abitare la frontiera” (L’esperienza di Ventimiglia e Bardonecchia); Collettivo MigrAzione di Savona; Associazione Lunaria (promozione della pace, giustizia sociale, uguaglianza, garanzia dei diritti di cittadinanza, inclusione sociale e dialogo interculturale).
Infine, la domenica mattina il Convegno si è concluso con una tavola rotonda, moderata dalla giornalista Astrid Pannullo, con la partecipazione di Daniela Padoan, dell’associazione Carta di Milano, impegnata nella tutela della libertà di chi opera a favore dei migranti; Grazia Naletto, dell’associazione Lunaria, e Chiara Pettenella di Solidarity Watch (Osservatorio della solidarietà).
In conclusione, un convegno molto interessante e stimolante. Sono in corso i lavori di sbobinatura delle relazioni del Convegno, che poi si potranno trovare sul sito della Rete (www.reterr.it).
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P.S. Qualcuno di voi avrà letto sui giornali o sentito in tv che la Guardia di Finanza ha denunciato sette persone (due italiani e 5 indiani residenti a Vicenza) per gravi irregolarità lavorative nel settore della distribuzione di pubblicità, non solo in Veneto ma anche in Trentino-Alto Adige. Voglio tranquillizzare sul fatto che la “nostra” ditta Multicolor, creata dalla Rete trentina e gestita da uno dei profughi che seguiamo da anni, Sami Ullah, non è assolutamente coinvolta. Sami lavora rispettando i contratti sindacali, i contributi previdenziali e il fisco. Anzi, poiché Sami si rende conto delle difficoltà crescenti nel settore della pubblicità, sempre più in mano ad avventurieri che sfruttano la manodopera immigrata, sta puntando in via prevalente sul settore delle pulizie di uffici e condomini. La Multicolor lavora con prodotti di qualità, rispettosi dell’ambiente e con grande attenzione alle richieste dei condomini.
Un caro saluto a tutte e tutti
Fulvio Gardumi

CIRCOLARE NAZIONALE DI APRILE 2018 – Rete Radiè Resch di Castelfranco Veneto

Dal dramma del popolo congolese:
NON UN GRIDO DI DISPERAZIONE MA UN GRIDO DI RIVOLTA

“Siamo tutti pieni di gratitudine perché ci sappiamo supportati da voi e questo ci dà la forza di andare avanti. Volevo dirvi due parole per quanto riguarda la situazione attuale del Congo: la situazione è di grande sofferenza, dal punto di vista sociale il popolo non ha mai vissuto così male prima dei giorni di oggi. Oltre a questa sofferenza generalizzata, c’è la crudeltà del potere. Il popolo che non ce la fa più è riuscito ad alzarsi e dire di no alla dittatura, dire di no ai massacri, a dire di no a tutto quello che il potere sta facendo per impedire ogni presa di parola. È così che i cristiani, laici principalmente sostenuti dai sacerdoti, dalle religiose e dai religiosi hanno organizzato delle manifestazioni pacifiche per richiamare il governo e chiedere a chi è al potere di rispettare l’accordo di S. Silvestro. L’accordo che è stato firmato alla fine del 2016 con la mediazione della Chiesa perché è l’unica via che permette al paese di uscire dalla violenza, di trovare una via di uscita pacifica. Per questo i cristiani stanno organizzando delle manifestazioni pacifiche per chiedere la democrazia, per chiedere la organizzazione delle elezioni, per chiedere la pace e una vita dignitosa. Purtroppo in ogni occasione c’è stata una risposta crudele del potere. Il 31 dicembre 2017 c’è stata la prima manifestazione, la risposta del potere è stata la violenza nel sangue, hanno ucciso, hanno ferito, hanno sequestrato, hanno portato via, imprigionato dei cristiani che non avevano niente in mano se non la loro Bibbia, la croce e il rosario e stavano pregando. In quella occasione i poliziotti hanno profanato anche le chiese per creare un vero e proprio disastro. Questa è una situazione terribile che stiamo vivendo. Il 21 di gennaio 2018 è stata organizzata una seconda marcia e la risposta è stata uguale, c’è una crudeltà che non si capisce, si risponde con la violenza, ma grazie a Dio i cristiani sono più determinati di prima. Domenica 25 febbraio è stata programmata un’altra manifestazione pacifica e la protesta si sta allargando in tutte le Provincie. I cristiani sono determinati a chiedere lo stato di diritto. Questo è il grido del popolo e noi siamo grati al Santo Padre che ha programmato una giornata di preghiera per il popolo del Congo e del Sud Sudan, questi popoli stanno soffrendo fuori misura, sono bagnati di sangue. Sapete bene che in Congo da 20 anni a questa parte abbiamo avuto già 10 milioni di morti e ogni giorno ci sono dei morti. All’est del paese c’è una situazione di guerra permanente, stranieri entrano, uccidono e scappano, vogliono sterminare la popolazione. E oggi all’ovest del paese sono arrivati allevatori stranieri con migliaia di mucche che stanno distruggendo tutte le risorse di un popolo povero che vive dell’agricoltura, che non riesce più a ricavare i prodotti dai campi per questi allevatori armati e protetti dal potere. E’ una situazione drammatica che porta il popolo congolese a gridare, non è un grido di disperazione, questo è un grido di rivolta! Un popolo che non ce la fa più, chiede dignità, chiede umanità e chiede ai fratelli e alle sorelle cristiani degli altri paesi, degli altri continenti di sostenerlo affinché si possa fermare questo fiume di sangue. È il grido del sangue innocente di milioni di congolesi e del Sud Sudan. Noi sappiamo che voi siete con noi, e questo ci dà la forza, per questo vi ringraziamo sinceramente e vi chiediamo di continuare a pregare per noi perché abbiamo bisogno della forza e della speranza. Noi non vogliamo morire, noi vogliamo vivere, vogliamo andare avanti nonostante tutto. Aiutateci, gridate con noi, chiedete ai vostri governi di smettere con lo sfruttamento cieco delle risorse del Congo. Chiedete alle vostre multinazionali di smettere con lo sfruttamento delle risorse del Congo. Chiedete ai vostri dirigenti e ai vostri governi di smettere con il traffico delle armi che semina solo morte e sangue. Noi sappiamo che voi siete con noi e che anche voi state soffrendo nel vedere i massacri, le violenze e le ingiustizie che sta subendo il nostro popolo. Aiutateci a fermare questa spirale di violenza.
Grazie a tutti, pace e bene a tutti. Anche noi vi portiamo nella nostra preghiera.”

GRANDE MARCIA DEL RITORNO

Sono stata a Gaza qualche anno fa, ed ora immagino lo scenario della “Grande marcia del ritorno” che nei piani degli organizzatori dovrebbe durare sei settimane, fino al 15 maggio, in coincidenza con la “Giornata della Nakba”, la “catastrofe”. La “marcia del ritorno” è stata indetta per commemorare “l’esproprio delle terre arabe” nel 1948.
(A partire dal 15 maggio 1948 le milizie sioniste, espressione di quel mondo ebraico appena uscito dall’immane catastrofe della Shoa perpetrata in nome della follia nazista, trasformate da perseguitate in persecutrici attuarono il più sistematico progetto di espulsione di un popolo dalla propria terra che la storia recente ricordi. Prima della fine del 1948 ben 750.000 arabi palestinesi vengono espulsi dalle loro case, i loro beni requisiti, i lori villaggi distrutti (si calcola che almeno 530 insediamenti siano stati rasi al suolo); al termine di quell’anno circa il 60% della popolazione palestinese era stata espulsa dalla propria terra. La Nakba non è stata solo una tragedia, ma l’inizio di un’ulteriore, interminabile tragedia, di cui ancor oggi è vittima il popolo palestinese. Gli anni seguenti hanno visto succedersi continue espulsioni (altri 350.000 solo nel 1967) e soprattutto il totale annullamento della stessa nazione palestinese la cui popolazione risulta in gran parte confinata in campi profughi di fatto posti sotto il controllo israeliano. Nel frattempo all’interno di Israele veniva pianificandosi una politica segregazionista, sostanzialmente analoga a quella praticata in Sud Africa durante l’Apartheid, nei confronti dei cittadini di origine araba. Tutto questo e molto altro è avvenuto: sistematiche violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite; uso del terrorismo come arma politica nei confronti di leader stranieri ritenuti ostili; saccheggio sistematico del patrimonio storico culturale palestinese o distruzione delle testimonianze ritenute contrarie all’identità ebraica di Israele; occupazione ripetuta di territori affidati in pieno diritto all’autorità palestinese; costruzione del muro, totalmente edificato in territorio arabo; violazione sistematica dei più elementari diritti umani dall’uso della tortura agli attacchi contro istituti scolastici e ospedalieri. E questo con il silenzio, se non con l’appoggio del resto del mondo. L’Europa incapace di superare le sue divisioni e suoi sensi di colpa fino al punto di permettere tragedie presenti per non ricordare quelle passate; gli stati arabi troppi interessati a mantenere buoni rapporti con l’occidente e a non danneggiare le proprie relazioni commerciali per compromettersi al fianco dei fratelli palestinesi; gli Stati Uniti schierati senza se e senza ma con Tel Aviv, a prescindere dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca, in ogni caso legato alle lobby finanziarie ebraiche il cui appoggio è fondamentale oltre oceano).
Venerdì scorso è stato soprannominato il “Venerdì dei pneumatici”. Nei cinque campi base che circondano i territori israeliani i manifestanti palestinesi hanno dato fuoco a copertoni e lanciando pietre verso le barriere e il territorio di Israele. I dimostranti palestinesi hanno pianificato di bruciare circa 10.000 gomme e di usare specchi per accecare i cecchini delle Forze di difesa israeliane (IDF), appostate dietro ai terrapieni che difendono il confine, pronti a colpire gli istigatori più violenti. Un fumo nero e denso si è alzato dalla Striscia di Gaza, lungo la barriera che divide il piccolo territorio palestinese da Israele. Cecchini israeliani alla frontiera, fumo nero fra gli aranci, odore acre, via vai di camionette dell’esercito. Il fumo è servito per impedire la visione ai cecchini e ai tiratori scelti di Tsahal, e gli israeliani hanno risposto con cannoni ad acqua e dissipatori di fumo. Colpi secchi di fucili e sirene delle autoambulanze, le forze armate israeliane e la polizia con i corpi speciali dalle divise nere si sono esercitati insieme per 7 giorni, l’intelligence si è infiltrata per trovare i punti più caldi, nelle retrovie il dispiegamento di forze è impressionante: camionette, blindati, camion, bulldozer. Da giorni i social media arabi parlano di “protesta dei copertoni”. E da giorni si ammassano gomme negli stessi luoghi lungo il confine da dove venerdì scorso sono partite le manifestazioni e i tentativi di migliaia di persone di oltrepassare la barriera fissata da Israele. Alcuni sono riusciti ad entrare nella cosiddetta “area di accesso ristretto” – 300 metri di terreni agricoli abbandonati ritenuti dall’esercito israeliano off-limits. L’ONU ha ribadito che le armi da fuoco possono essere usate solo nel caso di imminente pericolo di vita. L’unica informativa che arriva dall’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite è un invito a Israele a garantire che le sue forze di sicurezza non usino eccessiva forza contro i manifestanti. Le armi da fuoco dovrebbero essere utilizzate solo come ultima risorsa, e il ricorso ingiustificato al loro uso potrebbe essere considerato come violazione della Quarta convenzione di Ginevra. Risultato: Diciotto persone, undici delle quali secondo i portavoce militari israeliani erano miliziani dei gruppi armati della Striscia, sono rimaste uccise venerdì scorso da proiettili di gomma e munizioni; mentre il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di altre tre vittime a cui si aggiungono i feriti deceduti in ospedale. Ad oggi sono 25 i palestinesi morti. A poche centinaia di metri dalla barriera che divide israeliani e palestinesi, dalla parte israeliana, ci sono le prime basse villette delle comunità rurali che circondano la Striscia, dall’altra, quella palestinese, ci sono tende, tavoli e sedie da fiera di paese dove oltre 30 40 mila persone venerdì scorso si sono raccolte in protesta. In Cisgiordania, ci sono state manifestazioni di sostegno, ma molto limitate nei numeri e nell’intensità. A preoccupare Israele non sono i Territori palestinesi controllati dall’Autorità nazionale del vecchio Abu Mazen: la collaborazione tra le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania e quelle israeliane ha permesso di evitare violenze anche nei momenti di profonda crisi, come il recente annuncio del presidente Donald Trump di un riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale d’Israele. Al contrario, a Gaza i vertici di Hamas sostengono e partecipano alla protesta, tanto da aver annunciato compensazioni finanziarie ai feriti negli scontri – da 200 a 500 dollari – e 3000 dollari alle famiglie delle vittime. La situazione economica della Striscia contribuisce ad alimentare la frustrazione di una popolazione che ha poco da perdere. Il territorio rettangolare di Gaza, adagiato sulla costa mediterranea al confine con l’Egitto, è lungo soltanto 42 chilometri, la distanza che c’è tra Milano e Novara. E’ largo 12 chilometri, la distanza che c’è in linea d’aria tra il centro di Roma e il Grande raccordo anulare. In 365 chilometri quadrati vivono 1,7 milioni di abitanti: due volte quelli di Torino città. Il 44 per cento della popolazione è sotto i 14 anni e moltissimi giovani non hanno mai messo piede fuori da Gaza. Dopo l’ultima guerra del 2014 la ricostruzione è stata rallentata dal blocco di beni e persone imposto da Israele, ma anche dalla chiusura del confine egiziano e dall’incapacità di Hamas di gestire la crisi, con i vertici che investono in forze militari mentre la popolazione ha quattro ore al giorno di elettricità e poca acqua potabile. A peggiorare un’emergenza economica che è in origine tutta politica, ci sono le rivalità interne palestinesi fra l’Autorità di Abu Mazen, che non controlla più la Striscia dal 2007, e Hamas. La comunità internazionale che cosa fa? Sono 12 anni che Gaza è chiusa dall’ assedio israeliano come in una prigione; nessuno può entrare o uscire normalmente da Gaza, intorno alla striscia ci sono i carri armati, nel mare su cui si affaccia Gaza la marina militare israeliana impedisce ai pescatori di pescare sparando su quanti di loro escono in mare per procurarsi cibo; i contadini non possono coltivare le loro terre vicine al confine perché ci sono i cecchini che fanno il tiro al piccione; Israele usa le pallottole dum dum che scoppiano all’interno del corpo per cui oltre ai morti di questi giorni ci saranno migliaia di feriti che perderanno gambe e braccia nei prossimi giorni a seguito delle lacerazioni interne prodotte da questi proiettili. Sono proiettili vietati dal diritto internazionale, ma nessuna sanzione viene fatta a Israele dalla comunità internazionale. Forse dobbiamo uscire dalla logica del senso di colpa per l’Olocausto accaduto 70 anni fa, pensando di più a quello che accade nel presente e se la nostra umanità è guidata da una coscienza critica.