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Circolare nazionale di novembre 2018 – Rete di Alessandria

Care e cari,

La circolare è per noi un momento di riflessione e di discussione.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di un’informazione alternativa a quella dei poteri.

Intendiamo poteri al plurale, ovvero politico, economico, sociale e anche culturale.

I mezzi di comunicazione ufficiali sono spesso ritenuti faziosi e non obiettivi.

A partire dal 68 la politica irruppe nella vita quotidiana e divenne patrimonio dei movimenti.

I vari soggetti – donne, giovani, operai – scoprirono che i poteri avevano livelli occulti e criminali, pronti a colpire le lotte e a negare le coscienze. (Il caso più clamoroso fu la strage di Piazza Fontana e i depistaggi seguiti nel corso del tempo).

Dobbiamo fare una controinformazione globale, ricordando che oggi la conoscenza è potere. Non solo in Europa, anche in America Latina i popoli sono stati nutriti di false notizie, tanto da scegliere con il voto pericolosi personaggi, razzisti e antidemocratici.

In Italia l’uso pubblico della storia inganna giovani e non, sul senso delle leggi razziali, sulle emigrazioni, sulla natura del fascismo.

Molti affascinati da Casa Pound, scendono nelle piazze a contrastare movimenti antifascisti e di lotta.

Le giovani donne fanno controinformazione sul tema dell’aborto, sul pensiero patriarcale diffuso in alcune scuole come in Piemonte, sulla aggressività globale misogina e intollerante verso il diverso.

L’inchiostro e il suo uso ai giorni nostri è come una bomba – una vera guerra -, basti pensare a quanti giornalisti, donne e uomini, vengono uccisi e messi a tacere.

(cfr. Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, BUR, 2008)

Mai come oggi si può dire con Carlo Levi che le parole sono pietre.

Maria Teresa e Gigi

José Nain ha fatto questo video espressamente per la rete e per noi perché si faccia conoscere il più possibile. È del grandissimo corteo di mapuche che hanno partecipato in massa alle cerimonie mapuche in mapudungun per la morte del giovane mapuche Camilo Catrillanca assassinato dal commando giungla dei carabinieri cileni. Nonostante abbiano cercato di fare sparire prove e infangare la memoria del giovane Camilo, nessuna prova è stata supportata dal commando. Assassinato senza nessun motivo e con motivazioni inesistenti quali 3 auto rubate. 500 effettivi con drony e anche militari israeliani non sono riusciti a trovarle. Non c’è stata nessuna denuncia di auto rubate

Il palo a forma di mazza da golf, è personale, tutti i maschi se lo fanno, anche i bambini ne possono fare uno e lo cambieranno mano a mano che cresceranno. Viene usato per il loro gioco ancestrale del palin e durante le cerimonie sia di gioia che di dolore come nel caso dell’assasinio del giovane Camilo Catrillanca  iniziate subito dopo il fatto fino all’accompagnamento e durante  la sepoltura. Le foglie che molte donne mapuche scuotono o innalzano, appartengono al loro albero sacro: il canelo con il quale si adorna anche il rehue, il loro altare che presiede tutte le cerimonie e dove solo i mapuche vi possono partecipare. (ricevuto da Fernanda)

Video

Mediterranea è una piattaforma di realtà della società civile arrivata nel Mediterraneo centrale dopo che le ONG, criminalizzate dalla retorica politica senza che mai nessuna inchiesta abbia portato a una sentenza di condanna, sono in gran parte state costrette ad abbandonarlo.

Mediterranea ha molte similitudini con le ONG che hanno operato nel Mediterraneo negli ultimi anni, a partire dall’essenziale funzione di testimonianza, documentazione e denuncia di ciò che accade in quelle acque, e che oggi nessuno è più messo nelle condizioni di svolgere.

Al tempo stesso, Mediterranea è qualcosa di diverso: un’ “azione non governativa” portata avanti dal lavoro congiunto di organizzazioni di natura eterogenea e di singole persone, aperta a tutte le voci che da mondi differenti, laici e religiosi, sociali e culturali, sindacali e politici, sentono il bisogno di condividere gli stessi obiettivi di questo progetto, volto a ridare speranza, a ricostruire umanità, a difendere il diritto e i diritti.

Quella di Mediterranea è un’azione di disobbedienza morale ma di obbedienza civile. Disobbedisce al discorso pubblico nazionalista e xenofobo e al divieto, di fatto, di testimoniare quello che succede nel Mediterraneo; obbedisce, invece, alle norme costituzionali e internazionali, da quelle del mare al diritto dei diritti umani, comprese l’obbligatorietà del salvataggio di chi si trova in condizioni di pericolo e la sua conduzione in un porto sicuro se si dovessero verificare le condizioni.

A partire da un nucleo promotore di cui fanno parte associazioni come l’ARCI e Ya Basta Bologna, ONG come Sea-Watch, il magazine on line I Diavoli, imprese sociali come Moltivolti di Palermo, vogliamo costruire, dal centro del Mediterraneo, un nuovo spazio possibile: aperto, solidale e fondato sul rispetto della vita umana.

Il lavoro dei promotori è stato solo il primo passo: tanti incontri e confronti sul progetto sono in corso con realtà del mondo cattolico, dell’associazionismo laico e del volontariato, con rappresentanti degli spazi sociali, con parlamentari nazionali ed europei, con sindaci di importanti città in Italia e in Europa.

Mediterranea ha deciso di mettere in mare una nave battente bandiera italiana, attrezzata perché possa svolgere un’azione di monitoraggio e di eventuale soccorso, nella consapevolezza che oggi più che mai salvare una vita in pericolo significa salvare noi stessi.

L’obiettivo principale è essere dove bisogna essere, testimoniare e denunciare ciò che accade e, se necessario, soccorrere chiunque rischi di morire nel Mediterraneo Centrale, come impongono tutte le norme vigenti.

Mediterranea lavora anche a terra, attraverso la costruzione di una rete territoriale di supporto.

Una vera “piattaforma” di connessione sociale tra realtà esistenti e singoli che vogliono partecipare a questa impresa.

A Mediterranea si può aderire in qualsiasi momento, ognuno dei suoi sostenitori diventa automaticamente un promotore dell’iniziativa.

La rete delle città rifugio, o città dell’accoglienza, è un interlocutore naturale del progetto. Le città europee ed italiane che hanno sviluppato buone pratiche di accoglienza e che si battono per impedire che la chiusura dei loro porti diventi la causa di una strage continua sono la risposta più efficace, razionale ed importante alle politiche irrazionali e spesso illegali dell’Italia e dell’Europa in materia di diritto di asilo, rispetto dei diritti umani, obbligo di salvataggio e soccorso delle persone che rischiano la propria vita.

Mediterranea cura rapporti di collaborazione preziosa con le principali ONG che svolgono attività di Search and Rescue nel Mar Mediterraneo, avvalendosi in particolare della collaborazione di Sea-Watch e Proactiva Open Arms.

Mediterranea è un progetto possibile anche grazie a Banca Etica, che ha concesso il prestito per poter avviare la missione. Banca Etica supporta inoltre le attività di crowdfunding e ha svolto attività di tutoraggio per gli aspetti economici dell’intera operazione.


Brasile all’estrema destra, una vendetta di classe

Rachele Gonnelli

Da Sbilanciamoci.it – 29 ottobre 2018 -| Sezione: Mondo, primo piano

Il Brasile, sesta economia al mondo, in mano a un presidente come Bolsonaro, sodale di Bannon. La classe media l’ha scelto per paura di perdere i “lussi”. E i ricchi per privatizzare terre e servizi.

Il Brasile, la sesta economia del mondo, ha votato e nel secondo turno delle presidenziali di domenica 28 ottobre non ha invertito la rotta che sembra portarlo – e di corsa – verso una democrazia censuaria nel migliore dei casi.

I rischi per la tenuta stessa democrazia, una conquista che risale solo al 1985, rischi insiti nella vittoria dalla peggiore destra del continente incarnata nel capitano Jair Bolsonaro del Partito social liberal – neo liberale, amico di Steve Bannon, nostalgico della dittatura, ostile alle minoranze e in particolare agli indios e a tutte le tematiche ambientali –  non sono riusciti a modificare le intenzioni di voto già registrate dai sondaggi Datafolha.

Lo scarto con il candidato presidente del Pt Fernando Haddad si conferma molto ampio, dal 55,13 di Bolsonaro al 44, 87 per cento di Haddad. Il Pt riesce a conquistare solo quattro governatorati concentrati nel Nord-est del Paese, una zona più povera e tradizionale roccaforte di Pt.

La campagna elettorale si è svolta soprattutto sui social sul modello già sperimentato negli Stati Uniti da Bannon per l’elezione di Donald Trump. Ma comunque la stampa mainstream non ha negato appoggi a Bolsonaro e alla sua retorica “del cambiamento” rispetto al quindicennio di “petismo”, cioè del governo Pt di Luiz Inacio Lula da Silva prima e di Dilma Rousseff dopo. Così proprio il Paese-guida della rinascita dell’America Latina oggi si presenta con il taglio più netto rispetto al recente passato di democrazia sociale.

Non è senza forza che le élite proprietarie sono riuscite a travolgere la sinistra al governo: la magistratura ha operato forzature denunciate anche da organizzazioni internazionali delle procedure legali per mettere Lula e Dilma fuori gioco, uno in galera e l’altra senza possibilità di fare politica dopo la procedura di impeachment che l’ha estromessa dal potere.

La campagna elettorale di Bolsonaro è stata giocata sulla “sicurezza” – in un Paese dove la violenza è diffusa e si verificano circa 70 mila omicidi ogni anno – e sulla “corruzione”, anch’essa assai diffusa. Si dice che siano state messe in campo le tre B: “biblia, boi, bala” intendendo con questi tre termini gli evangelici – il 30% della popolazione e l’elettorato più retrogrado anche sul piano dei diritti civili -, l’agrobusiness di un Paese che è il primo produttore al mondo di carni e il secondo di soia – e i militari e l’industria bellica.

Il vice di Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, accusato di essere stato tra i militari torturatori negli anni della dittatura, ha annunciato a scrutinio ancora in corso quale sarà la prima misura che metterà in atto: confermare la riforma pensionistica voluta da Michel Temer – l’ex vice di Dilma Roussef che l’ha sostituita nel lungo periodo transitorio verso le elezioni – e quindi aumentare i “benefici” dei militari.

A proposito di benefici e beneficiati, a vedere quelli delle politiche inclusive del quindicennio passato e gli spostamenti dei flussi elettorali già al primo turno, è proprio una revanche di classe quella che sembra essere uscita dalle urne brasiliane. A dirlo è l’analisi del centro internazionale di studi sulle diseguaglianze, il World Inequality Database. Anche se serviranno ancora altri strumenti analitici per interpretare lo spostamento dei quasi 10 milioni di voti pari allo scarto tra Bolsonaro e Haddad, quando solo pochi mesi fa le intenzioni di voto sembravano ancora preferire un possibile candidato Lula rispetto agli altri in campo.

Nel rapporto “Il Brasile diviso: ritorno alla polarizzazione crescente delle diseguaglianze” si nota come dal 2002 il 50% dei brasiliani più poveri sono stati più inclini a votare il Pt rispetto al 10% più ricco. Nel periodo di crescita economica trainata dall’export e dai prezzi alti dei prodotti petroliferi, i redditi dei “decili inferiori” sono aumentati due volte più velocemente della media nazionale. Quindi secondo il laboratorio internazionale di ricerche statistiche, sociologiche e politiche basato sulla scuola di economia di Parigi (Wid) non è tanto la “corruzione” e la “sicurezza” ad aver spostato i voti della classe media, quanto la paura di perdere, con la nuova crisi economica degli ultimi tre anni, potere di acquisto e lussi.

In effetti, si dice, il reddito medio pro capite è aumentato del 18% tra il 2002 e il 2014 ma a ben vedere ne hanno beneficiato soprattutto i più poveri, attraverso programmi tipo Bolsa Familia (il tasso di povertà si è ridotto dal 30 al 15% della popolazione) e i più ricchi. Il conflitto strisciante, che ha portato ora alla vittoria dell’estrema destra in un Paese di 147 milioni di elettori, ha quindi riguardato essenzialmente l’impiego delle risorse federali – gli investimenti durante il Milagrinho, il piccolo miracolo economico del 2006, sono stati ingenti, soprattutto in infrastrutture e servizi scolastici e sanitari – e più in generale le politiche pubbliche. Le classi medie urbane con tassi di scolarizzazione medio-alti hanno finito per cambiare schieramento, preoccupate – come si vede dal sondaggio sulle tematiche elettorali – dai servizi sanitari, dalla scuola e dalla creazione di posti di lavoro. E anche dall’inflazione che a partire dal 2013, in virtù dell’aumento dei salari minimi e dall’attivazione di una contrattazione nazionale volute dai governi Pt, hanno aumentato il costo del lavoro, incluso quello domestico.

In ogni caso Haddad ha avuto troppo poco tempo dopo l’esclusione definitiva della candidatura di Lula, ancora in carcere, e troppo poco carisma per mobilitare gli elettori rimasti disorientati e incerti, molti delusi dalle corruttele scoperte nell’apparato del Pt dall’inchiesta Lava Jato. Lo dimostra il grande numero di schede nulle o bianche (addirittura 11 milioni in tutti il Paese) che vanno a sommarsi ai 30 milioni di astenti.

A leggere la ricerca del Wid un “errore” del Pt potrebbe essere stato quello di aver evitato una seria riforma fiscale durante gli anni della prosperità, lasciando invece correre i mercati finanziari e il credito al consumo. Oppure si può dire che la lotta alla povertà sia stato il cruccio fondamentale del Pt al governo, mentre il resto della struttura sociale è rimasto sostanzialmente invariato: un Paese dove le storture sono eclatanti, dove ci sono 12 gruppi patrimoniali a detenere la maggior parte dei capitali e oltre 2.000 imprese e dove il 45% delle terre coltivabili è in mano all’1% dei grandi proprietari latifondisti che producono l’80 per cento del raccolto. Così anche le terre che Lula aveva dato in esclusiva ai popoli indios ora fanno gola alle compagnie dell’agrobusiness (intanto il Brasile con Temer si è tolto dalla Cop21) e ai loro partner internazionali.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Novembre 2018

La bellezza è
negli occhi di chi la guarda

Ciao a tutte e a tutti.In attesa delle “festività”, anche se il tempo non è molto clemente, auguriamo un buon autunno dai caldi colori. Di seguito trovate l’odg, del prossimo coordinamento del 24-25 novembre a Pistoia. Per partecipare e/o indicazioni: mariellaborelli@gmail.com Rete di Quarrata. Nelle pagine seguenti, abbiamo riportato la scheda del “Progetto don Milani” che è inserita nel sito della Rete. L’aggiunta finale ci ricorda il lancio della “Campagna per il diritto alla scuola”. Nella prossima lettera di Dicembre ci sarà l’invito per l’incontro del nostro gruppo. Segnatelo per tempo nel calendario…ci scambieremo anche gli auguri.

NOTIZIE E ATTIVITÀ DEL GRUPPO RETE LOCALE
Le Reti di Padova, Battaglia Terme e Isola Vicentina sono gruppi che si riuniscono periodicamente. Oltre a sostenere il progetto Dofiné – mantenendo costanti relazioni con il referente haitiano, visitando periodicamente le località dove FDDPA opera e invitando più volte responsabili e membri e altri membri dell’organizzazione in Italia – sono state attivate altre iniziative complementari coinvolgendo anche persone e gruppi esterni alla Rete per borse di studio, micro credito alle donne, sostegno alle banche sementi, corsi di formazione su tematiche legate alla salute. Esistono alcune pubblicazioni relative al progetto Don Lorenzo Milani, curate dalla Rete di Padova:
– Dofiné, una comunità che cresce (diario di viaggio), agosto 1998
– Viaggio ad Haiti, Padova 2009
– Marianita De Ambrogio, Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento, ed. Imprimenda, Padova 2014

Aggiunta finale.
Oltre al progetto che avete appena letto ricordiamo l’impegno annuale per sostenere la scuola professionale e le sezioni per l’infanzia “Gianna Bambini” per un costo annuale di 2.000 €. Campagna per il diritto allo studio: per costruire e attrezzare una sezione per l’infanzia a Fondol servono 8.000 €; per una borsa di studio annuale per una scuola professionale agraria servono 525 €; per una borsa di studio annuale per una scuola infermieristica servono 660€. Per far conoscere queste iniziative abbiamo preparato un pieghevole che… può essere utile per le vicine festività.

Lettera di novembre 2018

dalla Rete di Macerata
M. Cristina Angeletti

Carissimi/e, la recente notizia del crollo del ponte di Genova ha messo sotto i riflettori una delle industrie italiane fra le più rappresentative del capitalismo di casa nostra: la Benetton. Ho avuto, così, lo spunto per fare alcune considerazioni relative al cambiamento dell’imprenditoria italiana da ieri a oggi. Devo dire che i colori accesi nell’abbigliamento degli anni ’60 portano il nome di Benetton e sono stati l’inizio di una grande storia imprenditoriale che ha rappresentato la novità nell’industria tessile di quegli anni; più tardi la trasformazione industriale dalla produzione ai servizi con l’ingresso in autostrade, autogrill, aeroporti e con investimenti finanziari molto diversi da quelli di partenza hanno cambiato la storia di questa azienda simbolo del miracolo economico italiano. Bisogna riconoscere che i Benetton sono passati dai distretti industriali territoriali veneti a un’attività economica globale, tuttavia hanno rappresentato e rappresentano anche i limiti di tutto il capitalismo italiano un po’ pigro che vive più di rendita che di produzione. L’immagine di questo capitalismo è fortemente segnata da contrasti, perché da un lato abbiamo il ricordo di un imprese giovani, emergenti, quelle del miracolo economico degli anni ’60 e dall’altro di quelle odierne che si occupano di finanza, di delocalizzazioni, di cessioni; non ultima la recente cessione del gruppo Magneti Marelli ad una importante società giapponese. La nostra economia ha espresso delle dinamiche molto vitali negli anni ’60, ’70, anche attraverso piccole imprese, però questa spinta da tempo è venuta meno. Un motivo potrebbe essere che esse non hanno avuto la capacità di consolidare i risultati economici raggiunti, un altro che non sono riuscite a proseguire nel tempo la performance iniziale. Ecco quindi la parabola dei Benetton che nascono come imprenditori di successo nell’abbigliamento inventando le lane colorate e ottenendo uno straordinario consenso nel mondo anche grazie ad un marketing molto efficace e campagne pubblicitarie intelligenti con le fotografie di Oliviero Toscani. Poi quella inventiva nel tessile si è spenta e la famiglia Benetton, come altre famiglie industriali italiane, ha trasferito i suoi investimenti nel settore dei servizi che, pur essendo importanti nella nostra economia, sono legati allo Stato e alle tariffe pubbliche concordate; un fare azienda in modo diverso non più basato sul principio della concorrenza e dell’innovazione. Con queste scelte si è passati da un’economia reale forte e dinamica a un’economia dove l’intermediazione finanziaria ha la necessità di trovare delle intese con lo Stato e con altri Stati cambiando la natura di queste forze imprenditoriali. A tutto questo si aggiungano le privatizzazioni che lo Stato italiano è stato costretto a fare per entrare nell’euro. In quel momento Autostrade fu messa sul mercato con un’asta pubblica che fu aggiudicata ai Benetton per 8,4 miliardi di euro. Con quel passo è iniziato lo spostamento degli interessi dell’azienda non solo verso autostrade, ma anche traffico aereo con l’aeroporto di Roma, compagnie aeree (come quella spagnola), scali in Costa Azzurra, rete ferroviaria in Patagonia, l’Azienda Agricola a Maccarese di circa 4.500 ettari ( nata negli anni ’30, poi ceduta alla Banca Commerciale Italiana poi all’IRI, infine acquistata nel 1998 dalla Holding del Gruppo Benetton nell’ambito del programma di privatizzazioni avviate dal Governo). Se pensiamo alle immagini pubblicitarie della Benetton alcuni hanno interpretato il messaggio come apertura al diverso e altri come la faccia buona di una globalizzazione in realtà feroce che delocalizza ed emargina. Difficile tenere insieme queste anime. Da un lato c’è da dire che i quattro fratelli Benetton hanno fatto storia nel “self made man“, hanno fondato la holding “Edizioni” che si colloca, in termini di ricavi, immediatamente alle spalle dell’Eni, il colosso semipubblico nel settore energetico, quasi affiancando la holding della famiglia Agnelli detentrice, fra l’altro, di quote di Fca, Telecom Italia, Finmeccanica e Edison. Hanno realizzato anche una fondazione benefica di studi e ricerche rivolgendo una particolare attenzione alle tematiche ambientali di comune interesse, ma è bene anche ricordare lo sfruttamento dei terreni in Patagonia e Cile per l’allevamento di ovini e lo scontro con le popolazioni indigene, come i mapuche del Cile di cui si è parlato all’ultimo convegno nazionale della Rete dove dalla voce di un attivista “Josè Nain Perez” abbiamo appreso le grandi difficoltà affrontate da questo popolo per affermare il proprio diritto a esistere e non essere soffocato da altre culture ma sopratutto dalle multinazionali. Delocalizzazione e finanziarizzazione sono tipiche del capitalismo italiano, molte aziende, una volta raggiunto l’apice della loro intuizione imprenditoriale e del successo, invece di perseguire gli stessi obiettivi di partenza, hanno spostato i loro investimenti in altri settori economici e in altri paesi. E’ una dinamica storica che si ripete: al momento attuale il declino di queste formule imprenditoriali che hanno rappresentato il miracolo economico non viene sostituita da altrettanta energia imprenditoriale come quella manifestata in precedenza; manca, quindi, un processo di sostituzione con un’analoga presenza di forze che vadano a rigenerare quello spazio nella concorrenza imprenditoriale che un tempo fu presidiato da imprese quali Benetton, Agnelli, Lamborghini, Ducati, Gruppo Ferretti, Zanussi, Indesit, Ginori, Poltrona Frau, Sorelle Fontana, Valentino e che ora hanno quasi tutte spostato le loro attività fuori dall’Italia. Secondo un recente studio di Confartigianato le imprese italiane delocalizzate all’estero sono oltre 6.500, con un fatturato di 217 miliardi di euro e l’impiego di circa 835 mila operai e addetti lontani dai confini italiani. Il manifatturiero, in misura maggiore rispetto ad altri settori economici, sta migrando all’estero anche per quanto riguarda gli stabilimenti produttivi. E’ allarme da parte del centro ricerche di Confindustria sul manifatturiero italiano che perde unità produttive e posti di lavoro. I vari governi che si sono succeduti negli anni hanno, a mio avviso, una grossa responsabilità politica per non essere riusciti a definire nelle privatizzazioni regole e condizioni il più possibile favorevoli al pubblico interesse come il controllo e la sicurezza di cui oggi sentiamo tanto il bisogno a partire dalle autostrade fino alla raccolta dei rifiuti; né a realizzare politiche di investimento, forse rivoluzionarie, per riportare le produzioni in Italia in barba ai fogli Excel di costi e benefici che a rigore di matematica ancora spingono per la delocalizzazione. E’ quello che hanno capito gli Stati Uniti dove il governo sta incentivando le aziende che decidono di riportare in patria le produzioni.

Rete di Padova Ottobre 2018

Trova il tempo di riflettere: è la fonte della forza.
Trova il tempo di giocare: è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere: è la base del sapere.
Trova il tempo di essere gentile: è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare: è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo di amare: è la vera gioia di vivere.
Trova il tempo d’essere felice: è la musica dell’anima.
Sapienza Irlandese

Carissime/i, apriamo questa circolare con la triste notizia della morte di Riccardo Pergolis, marito di Sandra Romano, alcuni di noi sono stati al funerale e abbiamo dato l’abbraccio della nostra rete di Padova e Battaglia Terme. Vi invitiamo a leggere le numerose comunicazioni da Haiti, la Circolare Nazionale a cura della nostra rete e il breve riassunto dell’ultimo coordinamento.