Home2018dicembre

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale Radiè Resch di Padova Dicembre 2018

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi,
altri che lottano un anno e sono più bravi,
ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi,
però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili.”
(Bertolt Brecht)

Buon Natale, Felice anno nuovo. Sono questi gli auguri che normalmente ci scambiamo, alla fine di questo mese.
Ci scambieremo gli AUGURI la sera di mercoledì 12 dicembre ore 20,30. Non solo auguri ma una serata di notizie da Haiti, dal nostro gruppo, di quanto si sta pensando e proponendo dalla Rete Nazionale: seminari regionali sull’informazione, solidarietà a Riace, seminario presso l’Università di Roma Tre dedicato a Ettore Masina (di seguito troverete la circolare nazionale a cura di Clotilde). Siamo continuamente di corsa. Abbiamo la necessità di fermarci per qualche momento, a riflettere. Fermarci per pensare sul futuro del nostro impegno con Haiti, scambiarci pensieri, preoccupazioni, guardare avanti per capire, per fare. Ritornare e ritrovarci nella casa di Gianna, ci fa ripensare alle sue sensibilità, al suo impegno telefonico per ricordarci l’incontro serale. Questo invito è anche il suo invito. Facciamo in modo di ritrovarci in tanti, invitiamo altri e passiamo parola.

Rete di Quarrata – Lettera Dicembre 2018

Carissima, carissimo, un tempo il mare che vide partire le caravelle dei conquistatori, oggi vede passare i figli dei conquistati, i quali chiedono giustizia e riparazione anche a costo della vita. A tutt’oggi i morti in mare sono ormai quasi trenta mila; padre Ernesto Balducci, autore tra altri, del magnifico libro “L’uomo planetario”, queste parole le scriverebbe e le urlerebbe, oggi. Lui con il suo scrivere profetico e precursore dei tempi, queste parole le urlerebbe con voce ferma e ammonitrice rinforzata dall’agitare l’indice della mano destra, ricordandoci che non possiamo essere felici da soli, ne creare muri. In questo tempo, in Italia si parla tanto di frontiere: la frontiera chiude, è sempre e solo uno sbarrare il passo. Eppure come Comunità Europea siamo stati capaci di unirci coltivando la cultura della diversità. La diversità è un valore e la dobbiamo salvaguardare, come la biodiversità in natura. Le nostre differenze sono una ricchezza ma, la diversità estremizzata diventa una spada brandita contro l’alterità. Diventa un solco invalicabile. Quando comprenderemo che la chiave di ogni uomo e ogni donna si trova negli altri, che è il contatto con il prossimo che ci fa capire realmente chi siamo? Per questo possiamo solo maturare quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per gli altri che non per noi stessi. Nei giorni delle sue conferenze dei primi di novembre in Italia, Frei Betto ci ha ricordato che il Samaritano di cui ci racconta Gesù non da lezioni di buona educazione, ma di amore. Davanti all’uomo in difficoltà non fa come il sacerdote o il levita, i quali mettono avanti i loro impegni religiosi, ma si china su di lui per vedere dove è la sua ferita. Un fratello. È così difficile pensare che l’altro sia così prossimo a noi? Ognuno di noi è imparentato con il mondo, carne della stessa carne, eppure viviamo sempre di più rafforzando quella scorza di individualismo e di egocentrismo che è l’origine di tutte le nostre sofferenze. La vita non è fatta per chiuderci nella nostra introspezione ma, per farci sentire che condividiamo con tutti gli stessi bisogni; ognuno di noi vuol sentirsi capito, ascoltato, amato. Il nostro vivere quotidiano, così cerebrale ha bisogno di spazi nuovi, appartati, per riscoprire la nostra umanità e uscire così dal guscio delle paure e delle differenze. La parabola del Samaritano ci chiede questo. Quando la vita di qualcuno è ferita, siamo disponibili a caricarcela sulle spalle? Quando siamo in difficoltà, sappiamo di poterci affidare alle braccia calde di un fratello o una sorella? In entrambi i casi l’aiuto più vero consiste nel sentire che non siamo soli. Diamo forza all’amore per spingere il carro del mondo. I muri creano separazione non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non nella geografia ma nella storia; soprattutto il muro non solo estromette il forestiero, l’emarginato, il muro chiude dentro il privilegiato e lo condanna all’asfissia. Da pochi giorni sono rientrato dal Brasile dove il tempo non solo sembra essersi fermato ma addirittura si profila un ritorno lontano nel tempo e nello spazio. Si respira un’aria di blocco dove ogni parola che non è funzionale al nuovo sistema Sergio Moro*-Jair “Messias”** Bolsonaro*** è guardata con sospetto e forte giudizio. I Movimenti popolari sono ancora scioccati e spaesati di fronte a tanta protervia del nuovo potere. Una mattina insieme a Emerson, educatore del centro San Martino de Porres di San Paolo, decidiamo di fare una passeggiata nella periferia est, dove la povertà si è moltiplicata in questi ultimi due anni, dopo il golpe istituzionale contro la presidente eletta Dilma che ha causato la chiusura dell’80% dei progetti sociali del governo. Lungo i muri della ferrovia sono nati interminabili accampamenti di legno, cartone e plastica di due metri per uno, quanto è largo il marciapiede, dove il vecchio e il nuovo popolo della strada si ripara la notte. Incontriamo José, nato nel nordest 69 anni fa. A 21 anni si è trasferito a San Paolo dopo essersi spaccato la schiena fin da piccolo lavorando da schiavo in una grande fattoria. Racconta che è arrivato senza saper ne leggere ne scrivere, riconosceva solo i soldi, pur avendone maneggiati pochi, attraverso i quali aveva imparato un po’ a contare. Iniziò a lavorare il giorno e a studiare la notte, fino alla terza media. Da 12 anni vive per strada, la notte si ritirava in un dormitorio pubblico ma 20 mesi fa è stato chiuso per mancanza di fondi. Grazie alle pratiche che l’assistente sociale del Centro gli ha aiutato a fare è riuscito ad avere una pensione sociale, insufficiente per pagare l’affitto di una stanza e bagno. Afferma con orgoglio che non è un mendicante, che è cosciente della sua condizione, evidenziando che tutti nel Brasile dovrebbero avere una vita degna, un alloggio, il diritto al cibo e alla salute, perché il Brasile è un Paese ricco. Si è abituato alla vita della strada, racconta che nel tempo che passa al Centro oltre a vedere la Tv giocare a biliardino, fare piccoli lavori con la carta, parla con i suoi compagni della carenza dei servizi sociali,denunciando che il comune e lo stato non hanno nessun interesse e nessuna iniziativa in relazione alla loro condizione. Dalla strada ci spostiamo nel Centro dove Emerson lavora (che come Rete di Quarrata sosteniamo attraverso un progetto). Gli addetti stanno distribuendo il pranzo principale del giorno, ci sono circa 500 persone, alcune decine di donne con bambini, tutti ordinatamente in fila: le donne con bambini usufruiscono di una via preferenziale. Ognuno è chinato sul proprio piatto, il silenzio la fa da padrone, solo rumori di spostamento di stoviglie e pentole enormi. Incontro Roberto seduto al tavolo, ha terminato di mangiare da poco, dopo qualche sbadiglio mi chiede di sedermi, inizia subito a parlare raccontando la sua vita. L’abbandono della madre in un collegio quando era piccolo, fino a 18 anni, quando il giudice intimò alla madre di andare a prenderlo perché maggiorenne, ma non lo portò a casa, non lo volle, lo lasciò da una parente con la quale si era accordata. “In quella casa non stavo bene, per me erano estranei, mi sentivo escluso, così decisi di andarmene e vivere in strada” racconta, dove continua a vivere. “Questo abbandono ha condizionato e rovinato la mia vita. Non ho ricevuto nessun aiuto psicologico, questa è una ferita che mi porterò sempre dentro. Qui incontro persone come me, che hanno sofferto, che hanno perso il lavoro, conversiamo, mangiamo e ci raccontiamo ciò che viviamo e vediamo ogni giorno”. Roberto si alza e mi saluta inserendosi raggiungendo pochi metri più in là un piccolo gruppo di amici. Si avvicina a noi Gustavo avendo notato che siamo stranieri, a domanda gli rispondo: italiani. Con il dito indica subito un gruppo di persone: “quelli sono tutti di origine italiana, vado a chiamarne qualcuno”. Lo fermo dicendogli che preferivo conoscere la sua storia. Mi guarda sorpreso ma felice. Ha 26 anni, apparentemente è forte, racconta che è un raccoglitore di carta (catadores), uno dei tanti che la notte pulisce la città dai cartoni che i commercianti lasciano sui marciapiedi. “Sono felice di pulire la città ma, il nostro lavoro non è riconosciuto. Siamo mal visti, giudicati, esclusi, la maggioranza delle persone pensano che siamo dei vagabondi. Non si domandano al mattino quando escono da casa perché è tutto pulito. Vorrei che chi ci giudica per una notte si mettesse al nostro posto: “un carretto da tirare su e giù per la città, fermarsi, caricare, legare, fino a riempirlo, spesso con un carico più alto di me anche di un metro”. Improvvisamente si alza, penso che se ne vada, invece mi invita fuori del centro per farmi vedere il suo carretto. “Vedi questi pezzi di copertoni di macchine messi uno sopra l’altro e legati a due assi di legno, servono per frenare nella discesa quando siamo carichi, altrimenti non avrei forza sufficiente per tenere il carico e ne sarei travolto, devo cambiare i pezzi di gomma almeno una volta la settimana. Non siamo vagabondi!.” Mentre lo afferma con severa autorità guarda alcuni suoi compagni e dice: “ognuno di loro ha il suo carretto, li vedi come sono ben parcheggiati lungo la strada, siamo una bella squadra”. Rientriamo è arrivato il suo turno (sono 6 i turni del pranzo… 500 persone) ci invita a mangiare con lui, accettiamo. Vado a comunicarlo a Francisco, l’educatore si unisce a noi. Riso, fagioli, pollo e insalata, piatto unico. Ottimo per noi, figuriamoci per Gustavo, un piatto che sembra un monte, il mangiare va in salita. Dopo averlo terminato si alza e ne chiede ancora, torna con metà piatto pieno. Infine un budino. Dopo qualche risata ci salutiamo, Gustavo va a riposare, sorridente ci dice: “questa notte sarà lunga e faticosa”. L’attenzione per i poveri non può essere un fatto occasionale, sporadico, deve essere una priorità politica. Ad ognuno la propria riflessione.

Buon tutto, Antonio

 

Circolare nazionale di dicembre 2018 – Clotilde Buraggi

27 novembre 2018
Carissimi amici della Rete, sono molto lieta di essere rientrata nella Rete e di essere stata accolta con tanto affetto. E’ stato giusto che Ettore abbia allontanato la sua presenza di fondatore per lasciare che la Rete si espandesse in modo più libero e comunitario, e i fatti hanno dimostrato che aveva ragione, sono poche infatti in Italia le associazioni che durano da tanti anni. Ma voi sapete che nonostante la nostra scelta voi siete rimasti sempre i nostri fratelli, se non di carne, di elezione e quando ci siamo allontanati abbiamo sofferto molto. Nel coordinamento Piemontese mi è stato affidato l’incarico di scrivere la circolare di dicembre, non l’ho mai fatto e mi sento abbastanza imbarazzata. Non essendo in grado di parlare delle operazioni, su cui non sono più aggiornata, ho pensato di riflettere con voi su un argomento che mi è venuto in mente proprio nel momento in cui lasciavo la Rete. Quale è il collante che ha tenuto insieme per tanti anni questa strana organizzazione senza capi e senza tessere? Sicuramente l’adesione a valori comuni che abbiamo cercato di incarnare. Ne elencherò solo alcuni non in modo esaustivo. La ricerca della giustizia e della verità anche in paesi lontani che presuppongono la conoscenza di realtà a noi sconosciute nel nostro ambito locale; la considerazione della profonda uguaglianza di tutti gli esseri umani anche diversi da noi e il rispetto per il loro ambiente. La consapevolezza come europei di dover risarcire quei popoli che con il nostro colonialismo abbiamo danneggiato. La particolare considerazione per i poveri e per gli impoveriti del pianeta a causa di sciagurate scelte politiche di cui magari siamo stati anche noi responsabili. L’attenzione al vicino, oltre che al lontano, una attenzione magari meno gratificante ecc. E’ ovvio che tutti questi sono valori umani, però la caratteristica peculiare e direi straordinaria della Rete è che convergono su questi valori persone che vi hanno aderito per motivazioni diverse, religiose e non religiose e stando tanti anni nella rete non mi è mai interessato sapere da quale motivazione derivasse il loro impegno e il loro generoso operare per gli altri. E ho osservato anche come tra gli uni e gli altri vi sia sempre stato un reciproco rispetto. I valori umani proprio perché sono valori sussistono come tali e quindi non hanno bisogno di altre spiegazioni, sono valori laici. Però si può arrivare alla scelta di questi valori per una motivazione religiosa e vorrei esplicitare che a questo riguardo la dottrina postconciliare si contrappone meno di quella preconciliare alla posizione laica e crea quindi meno divergenze tra le diverse motivazioni. Cerco di spiegarmi. Nella Chiesa preconciliare era prevalente l’opinione che non si potesse essere dei giusti, ossia vivere secondo certi valori, se non si apparteneva alla Chiesa. Infatti si riteneva che solo attraverso persone che avevano ricevuto gli ordini sacri potessero essere trasmessi i doni dello Spirito: ricevere cioè la grazia della giustificazione che dava l’accesso alla vita eterna. I membri ordinati della Chiesa avevano il compito di annunciare la buona novella della salvezza ma soprattutto il Pontefice aveva anche il grande potere di governare e di discernere quali valori fossero buoni o cattivi. Come sappiamo in alcuni momenti particolarmente oscuri nella vita della Chiesa vi fu l’uso della scomunica e della vendita delle indulgenze con cui si poteva barattare la grazia. Il Concilio Vaticano II non ha eliminato la sostanza di questa dottrina, (pur condannando le aberrazioni) però si sono aperte le porte della Chiesa. Durante il Concilio si sono infatti coniate le espressioni” Chiesa ad intra e ad extra”, ed è chiaro che l’espressione ad extra significava l’apertura della Chiesa a soggetti che non erano stati presi in considerazione in epoche precedenti. Se si volesse ricordare il Vaticano II per uno solo dei suoi pronunciamenti, e forse il più importante, si dovrebbe nominare il riconoscimento della libertà di coscienza, che ha dato anche a soggetti non credenti la piena responsabilità delle proprie convinzioni e del proprio operato. Nella Lumen Gentium (la costituzione dogmatica sulla Chiesa votata da tutti i Padri conciliari e dal Papa) è scritto: “Coloro che si sforzano di compiere fattivamente la volontà di Dio conosciuta attraverso il dettame della coscienza, costoro possono raggiungere la salvezza”. (LG pag.305, cap.327). Ma vi sono altri pronunciamenti che vale la pena di ricordare e che in qualche modo ribaltano una certa ottica ecclesiastica, perché invece di partire dalla grazia di Dio, che permette di fare il bene, partono dalla base, ossia che sono coloro che fanno il bene, sono coloro che mettono in pratica certi valori che ottengono la grazia di Dio e quindi la vita eterna. Nelle scritture ci sono entrambi questi punti di vista ma sappiamo che la Chiesa è anche un organismo terrestre e qualche volta ha privilegiato una dottrina che le dava più potere e cioè che la grazia per ottenere la salvezza poteva passare solo attraverso i suoi ministri. Nella Lumen Gentium è scritto: “Chiunque pratica la giustizia è gradito a Dio. (Atti 10,35) LG pag.309, cap.308. Ma forse il passo più forte è il seguente: “Ma lo Spirito Santo non si limita a santificare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri… ma distribuisce pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali §dispensando a ciascuno i propri doni come piace a lui§ (1 Cor. 12, 11)…§ la manifestazione dello Spirito viene data per l’utilità comune§ (1 Cor. 12,7) LG pag. 491, cap.317”. Lo Spirito Santo soffia dove e come vuole, non è un dato acquisito riservato ai membri della Chiesa, non può essere imbrigliato, e può anche abbandonare chi parla solo di certi valori ma non cerca di metterli in pratica.

Con tanto affetto la vostra Clotilde

Salete Ferro, brasiliana del Sud, vive ormai da più di 18 anni nello Stato di Roraima, situato nell’estremo Nord del Brasile dove, insieme con donne migranti, ha dato vita a Rorainopolis, un municipio di 40.000 abitanti posto sulla strada che collega Manaus a Boa Vista, a un progetto di produzione di sapone, costituitosi in Cooperativa nel 2014.

Questo progetto è di estrema importanza sociale perché, oltre a generare reddito, recupera le antiche tradizioni culturali e valorizza l’immenso patrimonio di biodiversità dell’Amazzonia, nel rispetto dell’ambiente. Oltre a lei tre donne della Cooperativa presentano il loro grado di soddisfazione per far parte di un progetto che genera reddito per le loro famiglie, che prevede momenti di formazione anche tecnica e rafforza la loro autostima. E, infine, il sapone prodotto è di qualità, come il sapone di andiroba (frutto dell’omonima pianta dell’ Amazzonia). Guarda il:

 Video

 

MESSAGGIO DELL’ASSEMBLEA PLENARIA STRAORDINARIA DEL CENCO

DAL 20 AL 22 NOVEMBRE 2018

ELEZIONI CREDIBILI PER UNA REALE ALTERNANZA DEMOCRATICA

Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi”. (Lc 19:42)

1.Un mese prima delle elezioni, noi cardinali, Arcivescovi e Vescovi, membri della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), ci siamo riuniti in via straordinaria in assemblea plenaria a Kinshasa dal 20-22 Novembre 2018 per gli una valutazione del processo elettorale .

2.Fedeli alla nostra missione profetica, noi, come Pastori e Congolesi, vogliamo dare il nostro contributo allo svolgimento di elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche.

3.Popolo congolese, abbiamo camminato insieme dall’accordo di Capodanno del 2016 per organizzare elezioni libere che aiuteranno il nostro paese a uscire dalla crisi. Valutiamo insieme questo processo elettorale. Dove siamo? Cosa dobbiamo fare per realizzare una reale alternanza democratica per il nostro paese?

RISULTATI

4.Prendiamo atto della crescente determinazione del governo e della CENI a tenere le elezioni il 23 dicembre 2018, in conformità con il calendario elettorale. Nonostante le divergenze di opinione su alcuni punti importanti del processo, tutti i partiti e i gruppi politici sembrano determinati a recarsi alle urne.

5.Mentre la campagna elettorale è iniziata, persiste la mancanza di consenso, compreso l’uso o meno della macchina per il voto e l’affidabilità della scheda elettorale. Inoltre, altri compatrioti dubitano ancora della possibilità di organizzare delle buone elezione nella data indicata.

6.L’accordo di capodanno ha posto fine alla distensione del clima politico sul quale siamo spesso tornati. Come potete vedere, finora alcuni oppositori politici sono ancora in prigione o in esilio.

7.La libertà di manifestazione non è ancora un risultato per tutti. La recente violenta repressione della dimostrazione degli studenti dell’Università di Kinshasa che ha causato tre morti è un esempio di ciò. Va anche sottolineato che l’accesso ai media pubblici non è equo.

8.Osserviamo anche che, contrariamente alle disposizioni di legge, gli agenti territoriali e amministrativi, dai ministri ai capi dei villaggi, sono costretti a battersi per una singola tendenza politica; e i mezzi dello stato sono requisiti e resi disponibili per un’unica piattaforma politica. Questo consacra l’ineguaglianza di opportunità, il che è inaccettabile nella competizione democratica (vedi Legge sulle elezioni, Articolo 36).

9.In diverse occasioni abbiamo chiesto di garantire la sicurezza in certe regioni determinate e ben definite afflitte da violenze ricorrenti, tra cui Kivu settentrionale e meridionale, Ituri e Tanganica. Purtroppo, i massacri continuano a Djugu (Ituri), come nella Città e del Territorio di Beni, dove ora ci sono almeno 2.000 morti e molti sfollati dall’ottobre 2013. L’insicurezza persiste in queste aree, nonostante l’arsenale militare schierato. Questa insicurezza, apparentemente pianificata, proietta sul nostro paese lo spettro della balcanizzazione.

10.A questo si aggiunge, da un lato, l’epidemia di Ebola nel territorio già danneggiato Beni e dall’altro, l’arrivo massiccio di nostri connazionali espulsi violentemente da Angola a dispetto del diritto internazionale , nelle province di Congo Central, Kasai, Kasai Central, Kwango e Lualaba.

11.Popolo congolese, ti consideriamo testimone. Questo tavolo ci consente di andare alle elezioni senza che i risultati vengano contestati? L’attuale clima socio-politico potrebbe condurci a “elezioni inclusive in cui tutte le parti interessate godono di pari opportunità e i cui risultati sono in realtà espressione della volontà della gente”? In queste condizioni, il nostro paese vivrà un’alternanza democratica che garantirà la legittimità di coloro che saranno chiamati a governarci? Pensiamo che non tutto sia ancora perduto, se abbiamo uno spirito patriottico e una volontà politica.

L’ALTERNANZA CHE VOGLIAMO

12.Ragazze e figli della Repubblica Democratica del Congo, le elezioni non sono un fine a se stesse. Saranno utili solo se siamo consapevoli di ciò che deve essere cambiato per l’avvento di un Congo più bello di prima. Ciò che è in gioco oggi è l’unità del nostro paese, l’integrità del nostro territorio nazionale, la giustizia, la pace e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

13.Come abbiamo sottolineato nel nostro messaggio del giugno 2017, il Paese sta andando molto male. La posizione congolese: “La corruzione, l’evasione fiscale, l’appropriazione indebita di fondi pubblici hanno raggiunto proporzioni preoccupanti a tutti i livelli. Un gruppo di compatrioti, chiaramente abusando del loro potere, ottiene enormi benefici economici a scapito del benessere collettivo “. La situazione socio-economica è peggiorata.

14.Sarete d’accordo con noi sul fatto che solo attraverso elezioni trasparenti saremo in grado di scegliere leader responsabili che possano garantire un nuovo modo di governare il nostro paese e aiutarci a costruire lo stato di diritto.

15.È in vista di questa alternanza che noi, i vostri Pastori, formuliamo le seguenti raccomandazioni per migliorare le condizioni delle elezioni che ci aspettiamo il 23 dicembre 2018.

RACCOMANDAZIONI

PER LE PERSONE CONGOLESI

16.Ricordiamoci che abbiamo pagato un prezzo pesante durante questo processo elettorale. Possa lo spargimento di sangue dei nostri compatrioti essere un fermento per un’alternanza salutare nel nostro paese. Dobbiamo onorare la loro memoria.

17.Questo è il momento di esercitare il nostro diritto di sovranità primaria per una nuova leadership in grado di porre al centro delle sue preoccupazioni il benessere del popolo congolese. È giunto il momento per un voto responsabile, cioè per scegliere uomini e donne che vogliono difendere il nostro paese; promuovere il bene comune; garantire le libertà fondamentali; per difendere i diritti umani. Abbiamo bisogno di leader che rispettino la legge fondamentale e la parola data; persone oneste e di buon carattere che non si appropriano delle risorse del paese. Fate attenzione ai corrotti e ai corruttori (confronta Salmo 94,20)

18.Vi mettiamo in guardia contro gli abili oratori e i venditori di illusioni che fanno promesse seducenti che non possono mantenere. Fate attenzione soprattutto a coloro che distribuiscono denaro e altri molteplici doni per acquistare i vostri voti.

19.CENCO non supporta alcun candidato, non ha un preferito da proporre. Libero da ogni vincolo, nell’anima e nella coscienza, che ognuno dia la sua voce alla persona ritenuta affidabile per il benessere di tutti. Rimanete vigili per non farvi rubare il nostro voto. Non cedete al tribalismo, al regionalismo, al favoritismo, a qualsiasi forma di clientelismo. Evitate la violenza per risolvere possibili dispute elettorali (vedi Mt 5,9). Il nostro paese ha sofferto più che mai di violenze di ogni tipo, ha bisogno di una pace duratura per la sua ricostruzione.

20.Se comprendiamo da dove viene la pace (vedi Lc 19,42), allora affrontiamo responsabilmente questo incontro della nostra storia.

21.A voi studenti e giovani compatrioti, la Nazione ha bisogno del vostro entusiasmo e del vostro coinvolgimento. Non siete solo il futuro del paese, siete presente. Un futuro brillante per la Repubblica Democratica del Congo non accadrà senza di voi (vedi 1Tm 4, 12).

 

ALLA CENI

22.Poiché è responsabile dell’organizzazione delle elezioni, le chiediamo di non stancarsi di lavorare per cercare il consenso sui punti di differenza; cercare di convincere piuttosto che vincere.

23.Riteniamo che sia ancora possibile trovare un consenso sull’uso o meno della macchina per il voto. Se l’uso di questa macchina è inevitabile, chiediamo alla CENI di rassicurare il popolo congolese che la macchina sarà utilizzata esclusivamente per l’identificazione dei candidati e la stampa di schede elettorali; per eseguire solo il conteggio manuale dei voti e per pubblicare i processi verbali in tutte le stazioni di spoglio e di conteggio nello stesso giorno. Altrimenti, screditerebbe i risultati dei sondaggi.

24.Per la credibilità delle elezioni, le spetta il compito di facilitare l’accreditamento e l’opera di testimoni, giornalisti e osservatori nazionali e internazionali nei seggi elettorali e centri di spoglio. Questo potrebbe aggiudicarsi la fiducia degli elettori e dei candidati.

AL GOVERNO

25.Non ci stancheremo di chiedere il completamento delle misure di contenimento politico come previsto nell’Accordo di Capodanno.

26.Per le elezioni pacifiche, spetta a quest’ultimo rafforzare ulteriormente il Kivu settentrionale e meridionale, l’Ituri, il Tanganyika e tutte le aree in cui infuriano i gruppi armati affinché la popolazione possa partecipare alle elezioni in pace.

27.Chiediamo di non utilizzare gli agenti e i mezzi dello Stato per la campagna di un candidato, un partito o una piattaforma politica.

28.È imperativo garantire la libertà di espressione e revocare il divieto di manifestazioni pubbliche. Questo è un fattore importante Per la credibilità delle elezioni.

29.Chiediamo la cura dignitosa ed efficace degli espulsi dall’Angola, dagli sfollati interni e dalle vittime dell’epidemia di Ebola, assicurando che la loro presenza non abbia un impatto negativo sulle urne.

 

AI CORPI GIUDIZIARI

30.Poiché hanno la nobile funzione di risolvere le controversie elettorali, chiediamo che considerino i migliori interessi della nazione e si lascino guidare unicamente dalla verità oggettiva e dalla fedeltà alle norme.

AI PARTITI E GRUPPI POLITICI

31.Li esortiamo a dimostrare un senso di responsabilità facilitando il consenso su punti di differenza; prendere sul serio la registrazione, la formazione e la cura dei testimoni.

32. Raccomandiamo di andare oltre lo spirito del posizionamento personale e privilegiando i migliori interessi della nazione e vietando l’incitamento alla violenza.

AI CANDIDATI

33.Raccomandiamo di condurre la campagna elettorale secondo le regole stabilite, in particolare quella degli oppositori politici che non devono essere considerati nemici, ma piuttosto compatrioti; convincere gli elettori della rilevanza dei programmi politici e non dei doni (vedi Ap 11: 18).

ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

34.Chiediamo di accompagnarci in questo processo dando priorità agli interessi del popolo congolese e prendendo in considerazione solo quei risultati che sono in linea con la verità delle urne.

CONCLUSIONE

35.Abbiamo un appuntamento con la storia. Le elezioni che ci riguardano oggi sono il nostro diritto e il nostro dovere che non possono essere confiscati dagli attori politici. L’impegno di tutta la nazione ha un ruolo decisivo in un processo elettorale. Far capire a tutti che solo la mobilitazione generale dell’intero popolo può portare il paese a elezioni credibili e trasparenti. Dobbiamo fare del nostro meglio per evitare una parodia di elezioni i cui risultati non sarebbero accettati e che, inoltre, farebbero precipitare il nostro paese nella violenza.

36.Invitiamo i fedeli cristiani e tutte le persone di buona volontà ad intensificare la preghiera per l’unità e la pace nel nostro paese. La preghiera di San Francesco d’Assisi, al termine di ogni celebrazione o incontro di preghiera, è fortemente raccomandata per ottenere la pace.

37. Per intercessione della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Congo, possa il Signore, il Re dell’universo, “darci la lungimiranza di ciò che dobbiamo fare e la forza di farlo” per un’alternanza democratica e pacifica nel nostro paese.

 

Fatto a Kinshasa, il 22 novembre 2018.

 

Rompiamo il silenzio sull’Africa.

I veri problemi del continente africano e le cause dell’emigrazione.

Carissimi amici e amiche, fratelli e sorelle di Mogliano,

prima di tutto vorrei salutarvi con affetto e gratitudine per la vostra presenza in e ringraziare in particolare le amiche e gli amici organizzatori di questo momento di scambio e di condivisione sulla realtà africana.

Partendo dal titolo proposto dagli organizzatori, ho pensato di strutturare il mio intervento in quattro momenti importanti:

  1. Le osservazioni

  2. L’Africa vista da un Africano che vive nel suo cuore

  3. L’emigrazione e le sue cause

  4. Il grido dell’Africa

  1. Le osservazioni

  1. Il titolo del nostro incontro riprende il grido di indignazione lanciato da padre Alex Zanotelli conosciuto da molti per passione e interesse alla sorte del Continente dimenticato. Quella di padre Zanotelli è una protesta vigorosa contro il silenzio dei mass-media sulla sorte di tanti stati africani che vivono una situazione molto preoccupante: il Sud-Sudan, il Sudan, la Somalia, l’Eritrea, il Centro-Africa, il Ciad e il Mali, la Libia, la Repubblica Democratica delCongo, l’Etiopia, il Kenya, laNigeria e tanti altri colpiti da guerre e violenze di ogni tipo.

  1. L’Africa non è un paese, è un continente con 54 stati, una popolazione di circa 1.216.000.000 di abitanti. Questo significa che la realtà africana è molto complessa e plurale come lo è quella di tutti gli altri continenti. Ogni paese ha le sue realtà e ogni regione ha le sue problematiche. Tante persone che parlano dell’Africa, anche coloro che si ritengono specialisti dell’Africa, conoscono forse una città o due di uno dei 54 stati dell’Africa.

 

  1. L’Africa-inferno è una creazione dei mass-media dell’Occidente per sostenere l’ideologia della superiorità dei bianchi con il diritto sacrosanto di dominare e di colonizzare gli Africani inferiori e incapaci di autogestirsi. Così si è creato un modo di guardare e di trattare l’Africa con i suoi abitanti che condiziona molto gli Europei che vanno in Africa partendo con schemi da verificare. Purtroppo anche i missionari di cui molti hanno dato la vita per l’Africa, hanno venduto una immagine troppo negativa dell’Africa: l’Africa è il regno delle malattie (malaria, AIDS, Ebola,lebbra, febbre gialla…), il regno della fame e della miseria (bambini scheletrici e malnutriti, vecchi dimagriti quasi senza vestiti…)

Gli Africani non riescono a svilupparsi perché hanno sempre guerre tribali e inter-etniche e civili…. I Vescovi africani attraverso i vari incontri hanno denunciato questa ideologia che hanno chiamato “afro-pessimismo”.

  1. Quando noi Africani valutiamo l’esperienza della vita in Africa teniamo sempre conto della nostra storia: quattro secoli di schiavitù che hanno causato un’emigrazione forzata di milioni di forze vive dell’Africa, un secolo di colonizzazione e di predazione sistematica delle risorse dell’Africa e più di mezzo secolo di neo-colonizzazione con tutte le sue conseguenze drammatiche per la sopravvivenza degli Africani. Tutte queste pratiche, dal punto di vista antropologico, hanno sempre portato avanti la negazione dell’Africano in quanto essere umano con la stessa dignità e gli stessi diritti degli altri. Noi siamo portati a parlare dell’Occidente terrorista, predatore e ladrone. Questo giustifica la nostra diffidenza nei confronti di certe strutture come la NATO il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Internazionale del Commercio che consideriamo strutture generatrici di esclusione e di disumanizzazione.

Ma riconosciamo sempre che al di là delle strutture e delle istituzioni ci sono le persone che si danno da fare per condividere il destino dell’Africa. A livello delle coscienze individuali, ci sono tante persone che hanno dato tutto, anche la propria vita per mettere fine al processo disumanizzazione e di esclusione dell’Africa e per promuovere un cammino di amicizia, di fraternità e di condivisione senza pregiudizi con gli Africani. Tante suore missionarie, tanti sacerdoti, tanti volontari e impiegati delle Nazioni Unite hanno dato tutto per educare, per curare e per accompagnare gli Africani sul cammino della ricerca di un mondo più umano, di una vita più dignitosa. Ne saremo sempre consapevoli e pieni di gratitudine.

  1. Quando parliamo dell’emigrazione è sempre meglio tenere presente le ultime guerre che hanno generato tante sofferenze e ferito gravemente la coscienza collettiva dell’umanità:

  • La guerra in Iraq finita con l’assassinio di Saddam Hussein. L’intervento degli Americani con gli alleati per distruggere le armi chimiche dell’Iraq la cui esistenza non è mai stata verificata.

  • L’invasione dell’Afghanistan con la guerra contro i Talebani considerati come protettori di Ben Laden;

  • La guerra in Siria che continua a generare tante sofferenze e tanti flussi migratori;

  • La guerra in Libia: ci ricordiamo dell’intervento della NATO con la Francia in testa che ha portato all’assassinio di Gheddafi e che ha fatto scomparire completamente lo Stato libico.

  • Tutte queste guerre hanno generato i vari terrorismi che stanno insanguinando l’umanità in modo tragico e drammatico.

  1. L’Africa vista da un Africano

Per me l’Africa è un continente come tutti gli altri continenti con i suoi alti e i suoi bassi, con le sue povertà e le sue ricchezze.

L’Africa è il continente di cui la popolazione è la più giovane del pianeta.

L’Africa è il continente della famiglia. Oggi tanti Africani riescono a sopravvivere e ad affrontare le difficoltà di ogni genere grazie alle reti famigliari che sostengono una grande solidarietà: La famiglia rimane il punto fermo che permette a tutti di sfidare la precarietà e di andare avanti nonostante tutto.

L’Africa è il continente del calore umano, tutto viene gestito comunitariamente, le passioni forti della vita, la gioia, la tristezza, il dolore e la malattia … e per questo che i casi di depressione e di suicidio sono rarissimi o quasi inesistenti.

Quando guardo i miei giovani del Seminario e dell’Università provo la gioia immensa di stare con loro, di camminare con loro, di analizzare la situazione sociale, politica ed economica con loro. Qualche volta mi è capitato di fermare la lezione per chiedere a tutti gli altri giovani di applaudire uno di loro che usciva dal carcere arrestato a causa di una manifestazione pacifica. Mi sto rendendo sempre conto che stanno prendendo coscienza della necessità di prendere in mano il loro destino e il loro futuro. Sono entusiasti e pronti ad affrontare le forze della morte, le forze della repressione che lavorano per mantenere al potere governanti predatori e ladroni. Stanno vincendo la paura di dare la propria vita per il bene comune. I miei giovani sanno soffrire con dignità, sanno vivere del poco, qualche volta nella sobrietà assoluta. I miei giovani hanno una venerazione per gli anziani e gli chiamano tutti Papà, Mamma.

Con poco, anche con pochissimo i miei giovani sanno fare festa, cantare, ballare, hanno il ritmo nel sangue e così cantano e ballano nella gioia e nel dolore.

Gli anziani africani non hanno pensioni, ma rimangono generalmente inseriti nelle loro famiglie voluti bene e coccolati da figli e nipotini. Non lasciano eredità materiale ed economica agli eredi, ma vegliare sui genitori anziani rimane un dovere sacro,

L’Africa rimane oggi uno dei continenti dove il tasso di mortalità infantile è ancora molto alto per mancanza delle strutture mediche adatte. Si muore facilmente delle malattie come la malaria, il tifo che si potrebbe curare facilmente, l’Ebola è apparsa in certe zone dell’Africa ma si sta sempre cercando delle modalità per dominarla e affrontarla meglio e si può anche meravigliarsi per tante donne e tanti uomini medici e infermieri di ogni provenienza che si danno da fare per impedire una catastrofe umanitaria. Qualche volta c’è anche medici e infermiere che muoiono contagiati. L’AIDS si sta espandendo molto nelle zone di guerra dove tante donne e tante ragazze vengono violentate e contagiate da soldati che usano cinicamente il loro stato virale per seminare la morte e la desolazione.

Tanti paesi africani vivono nella guerra e questo crea instabilità politica e precarietà economica perché la guerra semina solo disastri, sofferenze, miseria e morte.

L’Africa è oggi il continente che possiede le risorse naturali e minerali più importanti del pianeta. In tanti paesi africani troviamo delle risorse importanti come il petrolio, il coltano, il cobalto, l’oro, il diamante, l’uranio, il basalto, il fosfato, il carbone, il legno… In Africa si trova la foresta equatoriale che insieme con l’Amazzonia sono state definite da Papa Francesco come i polmoni che permettono al mondo di continuare a respirare. Dal punto di vista delle risorse si può dire senza ferire la verità, che l’Africa è un continente molto ricco e anche il più ricco dei continenti, ma purtroppo la popolazione dell’Africa dal punto di vista economico e materiale rimane la popolazione più povera del mondo. E questo perché l’Occidente cristiano con le sue bombe e le sue armi lo considera più come riserva delle risorse e non come spazio abitato da donne e uomini con la stessa dignità e gli stessi diritti riconosciuti a tutti.

  1. L’emigrazione e le sue cause

Con il caso della nave Diciotti in cui alcuni Africani sono stati visti sequestrati dentro una nave per più di una settimana, il mondo intero si è reso conto che questi Africani vengono trattati come rifiuti dell’umanità, sarebbe stato meglio per loro morire nel mare e servire di cibo ai pesci.

Gli studiosi del fenomeno migratorio ci dicono che l’emigrazione è una delle forme naturali per ogni essere vivente di affrontare il pericolo di vita. Gli animali, gli uccelli, i pesci, gli insetti, anche gli esseri umani si comportano nello stesso modo quando la loro vita viene minacciata. Gli stessi studiosi della storia generale dell’umanità ci dicono che essa è costruita sui movimenti migratori dei popoli. I lettori della Bibbia sanno che da Abramo agli ultimi postoli, si incrociano storie di movimenti migratori e qui ritroviamo l’Africa non solo continente degli immigrati indesiderati, ma anche come continente protettore accogliente degli immigrati in pericolo di vita. Conosciamo tutti bene la storia di Giuseppe figlio di Giacobbe venduto dai propri fratelli e diventato capo della casa del Faraone in Egitto. Conosciamo anche la storia di Giuseppe e Maria con Gesù Bambino minacciato dal potente Erode e accolto in Africa. La stessa storia ci rivela che tanti degli abitanti attuali dello stato più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, sono immigrati e fra di loro c’è stato l’ultimo presidente Barak Obama figlio di un immigrato Africano. Non credo che abbia fatto una brutta figura perché suo padre veniva dall’Africa. Il Canada, l’Australia, il Sud-America chiamato AmericaLatina e l’Africa del Sud e tanti altri paesi dell’Africa Australe sono pieni di immigrati europei, quelli che hanno purtroppo colonizzato e anche sterminato sistematicamente i popoli indigeni. Altri emigrati europei si contano per milioni attorno all’esperienza drammatica delle due guerre del 1915-18 e del 1940-45. Tutti questi emigrati sono andati in ricerca del benessere, d una prospettiva di futuro, di lavoro e anche del cibo. All’interno del continente europeo stesso ci sono anche oggi flussi migratori dettati dalla ricerca dell’opportunità di lavoro e dello star meglio. Il mio caro amico don Olivo Bolzon della diocesi di Treviso mi raccontava spesso la sua esperienza degli italiani emigrati in Belgio, in Francia, in Germania, in Svizzera e in Inghilterra … Mi raccontava spesso le sue lotte per far rispettare degli immigrati di cui si occupa soprattutto nel mondo del lavoro.

Detto questo, possiamo precisare che le cause dell’emigrazione in Africa non sono diverse di quelle che hanno portato tanti altri popoli del mondo ad emigrare, tranne quella di invasione e di sfruttamento perché non hanno né i mezzi né le capacità per farlo.

Mi pare opportuno sottolineare che la gran parte dei flussi migratori africani è assorbita all’interno del continente stesso, ci sono centinaia di migliaia di immigrati in Kenya, in Uganda, in Angola, in Africa del Sud, in Malawi, in Nigeria, in Zambia in Tanzania … Questo significa che la paura dell’invasione degli Africani in Europa e in Italia è fondata su altri motivi, comunque tanti emigrati africani che riescono ad affrontare l’inferno attuale della Libia che era ieri un paese di emigrazione, prendono il coraggio di entrare nei barconi sono generalmente i disperati scappati di situazioni di guerra. Quando parliamo delle guerre in Africa i mass-media europei e tutti quelli controllati dagli Americani non dicono mai la verità. Parlano spesso delle guerre tribali, inter-etniche o civili. In molti casi dicono bugie perché le grandi guerre che hanno insanguinato l’Africa che la stanno insanguinando ancor oggi, sono guerre economiche per sfruttare e controllare senza regole le tante risorse naturali e minerali di cui l’Africa rigurgita. E conviene precisare che ogni guerra permette alle multinazionali europee e americane di aumentare la loro crescita economica e quella dei Paesi che forniscono le armi che uccidono in Africa. I Paesi aumentano anche il loro PIL. I luoghi di guerre sono gli unici spazi per il mercato delle armi, i fabbricanti e i venditori delle armi, fanno di tutto per mantenere tanti stati africani in stato di guerra. Tutte le armi che si usano nei campi di guerra africani, non è un segreto per nessuno, vengono dagli Stati Uniti, dalla Francia dalla Russia, dalla Cina, dalla Germania, dal Regno Unito, dall’Italia, dalla Svizzera per limitarci ai più grandi. E i vari gruppi armati che si affrontano in Africa hanno generalmente padroni che garantiscono armi e altri mezzi per fare la guerra e ricevono in cambio il controllo dello sfruttamento delle risorse del territorio conquistato da alleati.

Gli emigrati africani come gli altri già evocati sopra,sono in ricerca dello spazio dove i diritti umani sono rispettati, dove la dignità umana viene presa in considerazione, sono in comunque del benessere e dello star meglio.

Tanti altri scappano dalla crudeltà dei certi governanti dei Paesi africani che usano metodi repressivi e il terrore come modo di governare. In verità molti di loro funzionano come mercenari che hanno come missione non di promuovere il bene comune del Paese, ma piuttosto di facilitare la predazione a tutti i livelli. Fin che non danno fastidio allo sfruttamento e garantiscono gli interessi dei padroni, possono permettersi anche di cambiare costituzioni per mantenersi al potere. Qualcuno di loro usa sistematicamente le forze dell’ordine come forze di repressione e si permette di sparare sulla popolazione.

Occorre sottolineare che fra gli immigranti ce ne sono tanti che vengono rapiti dai trafficanti di esseri umani e dai terroristi attivi in zona, vengono buttati nelle navi e anche forzati ad affrontare il mare che purtroppo è diventato un cimitero spaventoso.

Tanti altri giovani africani arrivano in Europa o vanno in America in ricerca di rafforzamento delle loro capacità scientifiche e tecnologiche.

Detto questo mi pare importante rilevare che per un Africano cresciuto nelle condizioni normali, lasciare la sua terra e separarsi dalla famiglia rimane sempre un dolore e una sofferenza perché si sta meglio a casa propria.

  1. Il grido dell’Africa

  1. Il primo grido dell’Africa è la richiesta di verità:

Basta presentare l’Africa come un continente povero e miserabile, ma piuttosto come un continente impoverito e saccheggiato vittima dello sfruttamento e del saccheggio sistematico delle sue risorse naturali e minerali da secoli.

Basta dire che le guerre dell’Africa sono solo guerre tribali, inter-etniche o civili si deve avere il coraggio di identificarle come guerre economiche e strategiche orchestrate dai padroni del mondo per operare la predazione;

Basta presentare l’Africa come un inferno un regno della sofferenza e della miseria. Si vive in Africa, ci sono delle donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi, dei bambini pieni di vita che danno speranza per il futuro che combattono perché avvenga un mondo diverso più respirabile e più umano.

  1. L’Africa è un continente che chiede giustizia :

Basta con un ordine economico generatore di esclusione di popoli e di nazioni intere.

Basta con un commercio iniquo dove i potenti hanno il monopolio di fissare i prezzi di tutto: delle materie prime e dei prodotti finiti e anche di fissare unilateralmente i termini dello scambio; l’Africa ricorda che i mezzi di produzione e tutte le tecnologie che permettono di migliorare le condizioni di vita e di lavoro, appartengono al bene comune, sono di tutti e devono essere condivisi con tutti. La madre terra provvede per tutti e dà a tutti la possibilità di usufruire dei suoi prodotti e dei suoi beni.

Basta con un ordine economico prigioniero del liberalismo cieco che permette solo al 20% della popolazione mondiale di controllare e di sprecare l’80% delle risorse disponibili.

Sul piano politico gli Africani hanno bisogno di spazi di democrazia autentica che lascia ai popoli in mano la sovranità dei propri Paesi.

Basta con i governanti sotto pressione i presidenti nominati dai potenti che sono in verità i mercenari contro i propri popoli.

Basta con gli accordi economici segreti, con le misure di riaggiustamento strutturali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che impongono una crescita senza prevedere uno sociale.

  1. L’Africa è un continente che chiede la pace, ma non c’è pace senza giustizia e “non c’è giustizia senza verità”.

La pace di cui gli Africani hanno bisogno passa attraverso la fine di ogni forma di guerra perché, come notato sopra, la guerra genera solo disastri, violenze di ogni genere, violazioni dei diritti umani e sofferenze che colpiscono soprattutto i più deboli (i bambini, le donne e le persone anziane). La madre terra è arrabbiatissima perché ha bevuto troppo sangue delle sue figlie e dei suoi figli africani. Il caso della Repubblica Democratica del Congo è scioccante: durante gli ultimi venti anni la guerra del Congo che è stata chiamata la prima guerra mondiale africana, ha causato, secondo le statistiche di molte organizzazioni, più o meno dieci milioni di morti. Perché non ci sono guerre di distruzione delle masse senza il traffico delle armi che Giovanni Paolo II ha qualificato il traffico della morte. L’avvento della pace in Africa esige la fine del traffico delle armi.

Lo sviluppo e il secondo nome della pace, non c’è vera pace senza uno stato di sviluppo autentico universale e integrale, come ha ricordato Paolo VI nella Populorum Progressio. La pace richiede una giusta cooperazione fra i popoli diritti delle persone e dei popoli. La giusta cooperazione implica lo smantellamento di ogni forma di predazione e di sfruttamento creatori di esclusione.

La pace richiede l’avvento di uno stato di diritto con governanti responsabili e non corrotti, non ladri e terroristi, non schiavi delle multinazionali e degli altri stati predatori. La pace richiede una democrazia partecipativa che lascia ai popoli sovrani la libertà di scegliere i propri dirigenti e governanti.

Conclusione

Vorrei concludere questa comunicazione con una convinzione, credo che sia anche la vostra e quella di tutte le persone impegnate per la promozione dell’umano:

un mondo diverso più giusto, più pacifico, più solidale, più fraterno, più accogliente e più umano è possibile. E ciascuno di noi ne può diventare protagonista.

Il teologo latino-americano Leonardo Boff ci indica dei passi da seguire per costruirlo soprattutto nel contesto della globalizzazione:

– il primo passo è l’ospitalità che lui considera come un dovere e un diritto di tutti. Secondo lui l’ospitalità appartiene alla struttura fondamentale della persona umana. Siamo quello che siamo o viviamo perché siamo stati accolti da altri e dalla madre terra che non rifiuta nessuno. Rifiutare di accogliere gli altri e specialmente quelli che stanno in estrema necessità è disumano, chi lo fa si distrugge se stesso e ferisce gravemente l’umanità intera.

– il secondo passo è la convivialità che richiede rispetto e tolleranza

Chi accoglie l’altro si impegna a vivere sempre con gli altri, mai senza e contro gli altri. In questa dinamica le diversità e le differenze diventano una opportunità e un luogo di arricchimento reciproco. Si entra insieme in un cammino di crescita, in un appuntamento del dare e del ricevere e si lotta insieme contro gli schemi e i pregiudizi e si diventa più umani. Nella tolleranza e nel rispetto si costruisce un mondo multiculturale, multi razziale, multietnico sempre aperto allo scontro e alla riconciliazione.

– il terzo passo e la commensalità: il fatto di mangiare e di bere insieme nella pace. A questo livello tutti prendono l’impegno di lottare contro le ingiustizie e i meccanismi di esclusione e di disumanizzazione si lotta insieme contro ogni forma di predazione e di corruzione. Tutti si danno da fare per la promozione del bene comune e la protezione dei più deboli e dei più piccoli.

Ai tre passi proposti dal teologo latino-americano aggiungiamo la non violenza che non significa rassegnarsi o rifiuto di resistere, ma significa piuttosto resistere, difendersi e difendere gli altri con le uniche armi della giustizia e della verità. La non violenza impedisce di attentare all’integrità o alla vita dell’avversario. In un contesto di oppressione essa permette di smantellare l’oppressione senza odiare l’oppressore. A questo livello vorrei dirvi che ai miei ragazzi racconto spesso la storia e l’esperienza di Gandhi nella sua lotta contro l’impero britannico per la liberazione dell’India. Racconto soprattutto l’esperienza dell’afroamericano il pastore Martin Luther King che ha dato la sua vita per l’abolizione delle leggi discriminatorie e razziste nella costituzione degli Stati Uniti d’America. E l’accesso di Obama figlio di un emigrato di origine keniana cinquant’anni dopo l’uccisione di Martin Luther King rimane un gran segno e anche un motivo di speranza. Mi capita anche di raccontargli l’esempio di Nelson Mandela che dopo aver patito in prigione per 27 anni perché voleva un’Africa del Sud diversa senza razzismi e senza esclusione dei neri. Uscito dalla prigione ha dato la mano a Declerc e ha lavorato con lui come vice-presidente e insieme hanno promosso una vera riconciliazione fra i popoli e costruito una vera nazione arcobaleno.

Per finire, quando guardo il lavoro della chiesa in Congo, sempre più decisa di essere a fianco di un popolo che ha tanto sofferto, tanto pianto, che ha sepolto in venti anni più di dieci milioni di suoi figli e figlie, ma mai rassegnato, qualche volta nelle manifestazioni per strada per liberarsi dai governanti terroristi che sparano sulla popolazione. Quando guardo ciascuno di voi mi convinco sempre di più e posso gridare che un mondo più giusto, più pacifico, più fraterno, più solidale, più rispettoso della dignità umana, dei diritti dei popoli e delle libertà fondamentali, un mondo più umano è possibile. Vi ringrazio tutti.

Don Richard Kitengie Muembo

Mogliano Veneto, 26 settembre 2018.