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Cosa sanno gli italiani del Treno Alta Velocità Torino-Lione? Ah no, scusate, del “treno trasporto ad alta intensità di merci” Torino–Lione?

Come, non lo sapevate che è questa in realtà la natura del progetto. L’alta velocità (di trasporto passeggeri) è servita a eccitare la fantasia di quegli italiani, tanti sia destra che a sinistra, ammaliati dal mito del Progresso e dello Sviluppo. Alta intensità di trasporto merci che richiede binari diversi, atti a sopportare grandi carichi, rispetto a quelli per l’alta velocità dei treni passeggeri. Due cose fra loro incompatibili sullo stesso binario.

Ho scritto “progetto” e non “realizzazione in corso”. Anche qui l’informazione corrente ha confuso le idee. Sospendere un “progetto” è ben diverso, dal punto di vista finanziario, che sospendere dei lavori in corso, specie se già avanzati. A parte una serie di lavori accessori, fra i quali il tunnel geognostico di Chiomonte (6 mt di diametro e 7 km di lunghezza; sul significato di questa parola oscura tornerò), nessuna opera di scavo del tunnel è stata fino ad oggi appaltata (sta per esserlo, però) e quindi in caso di cancellazione non c’è nessuna penale da pagare, a nessuno, né alle imprese, né alla controparte francese, solo 500 milioni di euri all’Unione Europea, nulla rispetto ai tanti miliardi per la realizzazione di un progetto inutile, che verrebbero gettati al vento (o meglio, in conti correnti bancari ben precisi).

Inutile trasportare le merci? Ma lo sviluppo, il PIL? Allora iniziamo a vedere meglio le cose.

L’idea di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione nacque all’inizio degli anni ’90 del secolo passato nei salotti di casa Agnelli, i grandi patron di Torino. Cioè quasi trent’anni or sono. Coi tempi che corrono 30 anni sono un’eternità. Si prevedeva un ingente aumento di traffico merci con la Francia per cui la linea ferroviaria esistente sarebbe stata presto saturata (ma nessuno ha mai visto le carte su cui era basata la previsione: solo discorsi, non studi circostanziati).

E in 30 anni succedono molte cose: il traffico merci totale con la Francia è rimasto praticamente costante, e quello sulla linea ferroviaria è diminuito, anche perché nel frattempo è stata costruita una nuova autostrada che percorre la Val di Susa, sfregiandola ulteriormente. Ma di questo parlerò nella seconda parte di questo excursus.

Il voto del Consiglio comunale di Torino che il 29 ottobre scorso ha bocciato il TAV Torino-Lione, decidendo il ritiro del Comune dall’Osservatorio ufficiale sul TAV, opera “non importante”, è stato il detonatore che ha innescato uno scontro politico di alto livello che, per essere ben compreso, è bene venga affrontato sapendo un po’ di cose che i media non raccontano (o raccontano male, salvo lodevoli eccezioni).

Dopo la manifestazione pubblica SI TAV del 10 novembre a Torino, città epicentro dello scontro, organizzata dalla locale Confindustria, alla quale si dice abbiano presenziato 25mila persone, ora scende in campo la Confindustria nazionale che ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria lunedì 3 dicembre in questa città alla presenza di tutti i presidenti delle associazioni e delle categorie che ne fanno parte.

Confindustria ha così deciso di schierare il suo ingente potenziale di fuoco contro la sindaca Appendino e sui suoi sostenitori e di conseguenza anche contro il Movimento 5 Stelle e lo stesso governo giallo-verde, sperando di ottenere la dissociazione della componente leghista da quella stellata per farlo quindi affondare. Questo perché la posta in gioco è altissima e non è limitata al famigerato TAV ma all’ideologia stessa delle Grandi Opere. E alla grossa “torta” di 280 miliardi che è in gioco nel complesso delle Grandi Opere previste, prima di sbloccare o rifinanziare le quali il governo ha meritoriamente costituito un comitato di esperti per valutare per ciascuna di esse il ropporto costi/benefici.

Non mi illudo che la Commissione possa lavorare senza forti ingerenze politiche. E comunque la relazione dei tecnici non sarà decisiva perché la decisione finale spetterà ai politici. E in realtà possono essere ragioni di forte valore sociale che in casi eccezionali possono mettere in secondo piano l’analisi costi/benefici. Ma questo, per essere giustificato, richiederebbe una classe politica lucida e preparata, cosa che non è evidente al momento.

Torniamo all’Assemblea di Confindustria. Il Sole – 24 Ore del 19 novembre scrive che questa È, infatti, il segnale della compattezza della confederazione e di tutto il mondo produttivo a difesa di un’opera, la Tav Torino-Lione, la cui utilità strategica non riguarda solo il Piemonte, ma il Paese intero.

Per l’ennesima volta le elite scambiano il tutto con la parte, la loro, che è l’unica a trarre vantaggio da questa opera innecessaria ed anzi deleteria finanziariamente e ambientalmente, come ormai è stato chiaramente dimostrato in varie sedi, tanto che il governo francese, pressato dal parere ripetutamente negativo dell’equivalente d’oltralpe della Corte dei Conti italiana, ha rinviato la costruzione della tratta francese agli anni ’30 del presente secolo. Cioè probabilmente mai. Ma su questo tornerò poi.

L’organo confindustriale prosegue: la prossima assemblea si collega idealmente, come ci fanno notare alcuni imprenditori, alla manifestazione torinese del 10 novembre, con i quasi 40mila (ma non erano 25mila?) cittadini in piazza a sostegno delle stesse ragioni. I due appuntamenti – al di là di qualsiasi coloritura politica […] esprimono chiaramente la reazione della società civile nei confronti di una certa politica all’insegna della “decrescita felice”.

Di nuovo, parlando di “reazione della società civile”, si confonde il tutto con la parte, perché il Consiglio comunale torinese che ha emesso il fatidico verdetto contro il TAV è quella che ha vinto le elezioni comunali, fino a prova contraria. Ma per le elite del potere fattico i rappresentanti eletti dal popolo rappresentano gli elettori quando decidono cose a loro gradite e rappresentano solo se stessi quando invece queste sono sgradite.

Il voto del 29 ottobre ha fatto venire allo scoperto il partito latente del PIL, come rileva il servizio di uno dei principali cronisti de Il Corriere della Sera, Dario Di Vico, nell’edizione del giorno successivo al voto, avente per titolo appunto Segnali dal partito del PIL. Stralciamo alcune frasi:<<… il partito del PIL si è fatto sentire in maniera compatta per contrastare decisioni prese dal governo o dalle amministrazioni comunali …… i presidenti di una dozzina di associazioni imprenditoriali da una parte e un presidio sindacale della Fim.Cisl dall’altra hanno marcato la loro presenza (…) e hanno mostrato come la pensino le imprese e il lavoro. …… Il partito del Pil comincia ad averne abbastanza>> (dopo il no del Consiglio alle Olimpiadi Invernali del 2024 e alla riunione a Torino del G8. Personalmente applaudo!).

“Partito del Pil”, quindi, contro partito della “decrescita felice”. Un nuovo partito politico, quello del PIL, o solo una coincidenza temporanea di interessi (alcuni veri, quelli dell’elite, e altri presunti erroneamente tali)? E chi lo compone? Ce lo dice un giornale più ‘sbarazzino’ rispetto ai due serissimi giornali prima citati, cioè Il Fatto Quotidiano che scrive: … si rivedono insieme Pd e centrodestra, associazioni imprenditoriali (soprattutto industriali, costruttori e artigiani) e sindacati dei lavoratori edili (Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil).

Ma, mi perdonino quelli de Il Fatto, c’è qualche dimenticanza ed una è particolarmente grave, la ‘ndrangheta, presente in tutte le Grandi Opere e specializzata in particolare nei movimenti di terra (e dalla tratta italiana del tunnel lungo complessivamente 57 km, di terra da trasportare ne uscirebbe tanta!). Essa è ben presente in zona grazie al lontano confinamento in Val di Susa di un suo affiliato (Rocco Lo Presti, 1963). Le cronache giudiziarie ci danno ampie notizie di questa oscura presenza in Val di Susa (oltre 50 morti di ‘ndrangheta nelle ultime decadi dello scorso secolo) e ci ricordano che quello di Bardonecchia è stato il primo consiglio comunale del centro-nord sciolto per ‘mafia’ (1995).

Come si vede, lo schieramento è complesso, e anche innaturale. E naturalmente comprende, come già detto, gli inconsapevoli ammiratori dell’equazione Grandi Opere = Progresso e Sviluppo. Ma mi fermo qui rimandando l’approfondimento del tema TAV Torino-Lione alla prossima seconda parte, importante perché se apparirà chiara la non strategicità dell’opera e se si evidenzieranno le diseconomie e il malaffare ad essa legate, può essere legittimo il dubbio che tutto il marchingegno disinformativo qui impiegato probabilmente è all’opera anche per glorificare alcune delle altre grandi opere oggi in ballo.

Qual è lo stato di salute della Grandi Opere nel mondo?

Prima di chiudere, un cenno allo stato di salute delle Grandi Opere nel mondo, perché è utile sapere che non è eccellente. Una sintesi non esaustiva è reperibile in un articolo a firma Ketty Schneider e chiosato da una valente scienziata italiana, Elena Camino, collaboratrice del Centro Studi Sereno Regis di Torino. Il titolo è: I progetti infrastrutturali di grandi dimensioni stanno fallendo a ritmi crescenti e lo potete trovare cliccando qui: serenoregis.org/…/i-progetti-infrastrutturali-di-grandi-dimensioni-stanno-fallendo-a-rit .

Apprendiamo così che negli ultimi 10 anni gigantesche Grandi Opere di varia natura e in vari paesi hanno fatto flop: o per le opposizioni delle popolazioni coinvolte, o per errore di progettazione ( ad es. errata valutazione dello stato del terreno o del riempimento dei detriti depositati nel caso di dighe, sottovalutazione di rischi di terremoti o alluvioni etc), abnorme lievitazione dei costi, superamento tecnologico nel corso dei lunghi anni spesi fra progettazione e realizzazione etc. E’ di ieri la notizia che il governo neoliberista canadese ha cancellato la realizzazione di un grande oleodotto data la strenua opposizione delle popolazioni dei territori attraversati. Le opere che hanno ‘floppato’ riguardano dighe, miniere a cielo aperto, oleodotti, gasdotti, deviazione di corsi d’acqua, autostrade, linee ferroviarie, aeroporti…….

Grandi Opere che falliscono sempre più spesso trascinano nel baratro anche i relativi costruttori. E’ accaduto per due dei più famosi costruttori di impianti nucleari, la Westhinghouse (USA) e la Toshiba (J), rimaste impigliate nel gorgo della lievitazione dei costi per rendere “più sicuri” gli impianti in costruzione, dopo lo sfortunato e tuttora irrisolto incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, le cui acque radioattive continuano a fuoriuscire allegramente nel Pacifico fino a giungere sulle coste statunitensi. E’ di queste settimane la richiesta di ammissione al concordato preventivo della Astaldi, la terza grande impresa italiana di costruzione di Grandi Opere, che però non ha dismesso la propria natura predatoria fino alla fine, complici altre consorelle. Da Il Fatto Quotidiano di oggi (24 nov., pag. 15): “Delitto perfetto. I bond emessi dal costruttore, che ha chiesto il concordato, erano destinati a grandi costruttori. Che però li hanno rivenduti per 250 milioni ai piccoli: ora perdono fino all’80%.

Ecco perché la prova di forza della Confindustria del prossimo 3 dicembre trascende il caso singolo del TAV in Val di Susa ed è in difesa, senza sé e senza ma, di un sistema gigantesco di interessi spesso illegittimi. Cancellare il TAV significa aprirvi, anche in Italia, una prima significativa crepa. Da che parte stare?

Il 3 dicembre i poteri forti riuniti nella Confindustria nazionale, spalleggiati da ben precise forze politiche e da quella parte di società civile purtroppo favorevole al partito del PIL, hanno messo in campo tutti i loro argomenti a favore del TAV.

“Sarà la marcia dei centomila” (P.Griseri – La Repubblica del 30.10)

L’8 dicembre saranno i NO TAV a portare in piazza i loro. Non sbagliamoci, non è uno scontro “localistico” bensì il confronto, indiretto, di due diverse concezioni della politica, due visioni della democrazia e della vita sociale. Le due immagini che seguono sono eloquenti: la gente da un lato, i salotti ovattati del potere dall’altro (un consiglio a Fassino: cambi il suo consulente di immagine su face book). In realtà quello qui illustrato è il salotto dei feudatari del vero potere, che ama meno mostrarsi in forme così banali e che a Torino ha un nome ben preciso, la sempre più cosmopolita famiglia (fu) Agnelli.

Sui motivi per cui la tratta Torino-Lione del Corridoio europeo n.5 non è sostenibile già abbiamo detto e comunque il documento che potete vedere sul documento è esemplare per sinteticità e chiarezza. Se la Francia non riprenderà il discorso fino al 2038 (dico duemilatrentotto!), perché affrettarsi tanto per scavare un tunnel che sboccherebbe nel nulla? L’unica opera accessoria ad oggi realizzata è la galleria geognosticoa di Chiomonte[1]), e i lavori di scavo del tunnel ferroviario non sono ancora stati appaltati. Del resto, come leggerete in fondo, quello che interessa ormai è scavare il tunnel, non il TAV.

La testimonianza di un cittadino della valle, che ho letto in questi giorni sul web, mi pare apportare nuovi elementi per una narrativa più aggiornata. Forse anche voi comprate sul web oggetti che vengono consegnati in 24 o 48 ore da trafelati conduttori di furgoni.

C’è anche un’altra questione, ancora sottovalutata nei suoi effetti dirompenti sul sistema trasportistico italiano, che dimostra come la Torino Lyon sia ormai fuori tempo massimo rispetto all’evoluzione del trasporto delle merci: le due statali valsusine, così come altre direttrici di traffico, sono sempre più percorse, sette giorni su sette, da decine di camioncini con targa polacca o rumena con una capacità di carico compresa tra i 15/18 quintali che guadagnano quote di traffico a danno dei TIR ed anche del trasporto ferroviario che, in Italia, manca di una logistica efficiente.[2] E’ un modello di trasporto, su scala internazionale, che risponde alle nuove e ormai consolidate esigenze produttive delle aziende, che hanno abolito o comunque ridotto il deposito nei magazzini e che hanno quindi necessità di un continuo e flessibile rifornimento ad hoc (che il trasporto ferroviario non può garantire) dei pezzi o materiali per le necessità produttive, e anche per il rifornimento delle attività commerciali di media o grande dimensione.

E c’è un altro motivo dietro l’irreversibile affermazione di questo modello di trasporto: i bassi costi per le retribuzioni degli autisti calcolate su parametri dei Paesi dell’Est, pernottamento degli stessi sul mezzo e pasti consumati lungo la strada, la non percorrenza delle autostrade a pagamento, la possibilità di circolare nei giorni festivi quando sono invece fermi i mezzi più pesanti, il non uso del cronotaghigrafo e quindi, a discapito della sicurezza, la possibilità di guidare anche 14/18 ore giornaliere.[3]

Ed ora inoltriamoci lungo le utopistiche vie del potere: il Corridoio ferroviario europeo n.5.

 

Il corridoio ferroviario europeo n.5

Un progetto ambizioso di trasporto merci e persone quello dell’Unione Europea denominato “corridoio ferroviario europeo n.5”: da Lisbona, in Portogallo, a Kiev, in Ucraina, lungo 3335 Km. Sulle ragioni di questo corridoio ferroviario, in un numero de Il Sole – 24 ore del 2007, certamente memorizzato da Fassino come vedremo, si legge:

Corridoio 5, arteria a rete multimodale, appartiene ad uno dei grandi assi ferroviari ed autostradali che l’Unione Europea si è impegnata a realizzare e collegherà Lisbona a Kiev, assegnando all’Italia un ruolo strategico rispetto al processo di integrazione verso quei Paesi che dal 1° maggio 2004 sono entrati a far parte dell’Unione Europea. […] Il “Corridoio 5”, partendo da Venezia (ma allora Lisbona, Lione e Torino? nds) raggiunge Trieste, prosegue per Lubiana, capitale della Slovenia, avanza fino a Budapest, per poi valicare il confine dell’Ucraina attraverso L’vov; l’ultima fermata rappresentata da Kiev. Il suo sviluppo è di 1.600 km (da Venezia o da Trieste?, ma è un dettaglio insignificante) […]. Il corridoio 5 porterà alla formazione di un vasto spazio economico di 500 milioni di persone. Inoltre, coi mercati dell’Est in piena espansione, gli scambi tra est e ovest acquisteranno pari se non superiore rilevanza rispetto a quelli nord-sud. Consapevole di ciò, l’Ue ha individuato nove corridoi stradali e ferroviari che protendono verso l’Est la rete transeuropea di trasporto. […] All’urgente necessità per l’Italia di un collegamento rapido, per merci e passeggeri, coi Paesi dell’Europa centro-orientale, risponde appunto il Corridoio 5, che partendo da Trieste arriva sino a Kiev in Ucraina.

Il percorso del corridoio 5 è un ibrido: certe tratte sono progettate per trasporto ad alta intensità di merci (ad es. la Lione-Torino), altre per alta velocità passeggeri. A parte che il giornalista non ha ben chiaro se il Corridoio 5 inizia a Lisbona, Venezia o Trieste, una prima cosa è certa da tempo: il Portogallo nel 2012 ha (ragionevolmente) rinunciato alla tratta sul suo territorio per motivi economici. Quindi la linea partirebbe dalla Spagna (Algeciras). Sorvoliamo sugli scandali per corruzione che si sono verificati in questo paese nella costruzione delle linee TAV e sui problemi, non risolti, dell’attraversamento dei Pirenei. Un’altra cosa è certa: anche la Slovenia ha rinunciato alla sua tratta. Anzi, per alcuni anni, aveva sospeso addirittura ogni transito ferroviario dall’Italia. Addio sbocco nel mercato favoloso dei paesi dell’Est!

In Italia, oltre il traforo, abbiamo altri due problemi, che sul piano progettuale non sono chiariti: l’attraversamento con gallerie sotterranee di Torino e di Vicenza, zone densamente abitate. Queste gallerie fra l’altro interferirebbero necessariamente con le falde acquifere: problema assai delicato. L’attraversamento appenninico fra Firenze e Bologna ha già fatto i suoi danni alle relative falde acquifere, portando un extralavoro ai tribunali, ed altrettanti ne minaccia il futuro attraversamento in sotterranea di Firenze. L’esperienza non insegna. Ma torniamo al Corridoio 5.

 

Binario morto” e “Dove sono le ragioni del sì”

Due solerti giornalisti, Andrea de Benedetti e Luca Rastello, nel marzo 2012 hanno deciso di percorrere in treno il tragitto da Lisbona a Kiev per vedere lo stato di avanzamento dei lavori. Ne è uscito un libro il cui titolo è significativo: Binario Morto. Un piacevole libro di avventure di viaggio oltre che una verifica sul campo. Un’altra lettura raccomandabile (facile e veloce, ed anche economica: 96 pagg. e 10 E ben spesi), ci informa in modo chiaro quale sia lo stato di asservimento e vacuità del giornalismo italiano ed anche della classe politica italiana. Il libro ha per titolo Dove sono le ragioni del sí. La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza. E’ il sobrio resoconto di Antonio G. Calafati, docente di Analisi delle politiche pubbliche (http://calafati,univpm.it), di un’esercitazione condotta coi suoi studenti universitari alla ricerca sui media delle “ragioni del sì”, esposte da grandi firme del giornalismo nostrano.

Dopo due mesi di lettura in aula dei tre “giornaloni” nostrani (“Il Corriere della Sera”, “La Repubblica” ,“La Stampa” ) la situazione è disarmante: sotto i titoli roboanti, introvabili le ragioni del sì!

Commenta Calafati:

«L’ho scritto, nel modo più semplice che ho potuto, anche per dare un sostegno morale a quei lettori che si sentono sopraffatti dall’autorevolezza dei giornalisti, da editoriali e corsivi ai quali non sanno dare un significato, che non capiscono, che cercano di capire. Spero di rincuorarli, mostrando che in molti casi non c’è nulla, proprio nulla da capire. […] … cercavamo delle ragioni razionali, dei ragionamenti con un contenuto empirico, ipotesi chiare e falsificabili, qualche dato per corroborarle. Abbiamo invece trovato i primi, abbozzati elementi di una “mistica” delle infrastrutture».

 

La resistenza di una valle contro il TAV

E’ riassumibile in poche parole: “Due statali, un’autostrada, una ferrovia, due elettrodotti: che cosa ci vogliamo ancora mettere?” risponde un valligiano al sociologo Marco Augé (Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella Val di Susa). “Di base si vuole salvaguardare il territorio, perché la valle è ormai considerata un tubo di passaggio” ribadisce un parroco. Un tubo di passaggio in una valle che in alcuni tratti è larga appena 2 km!

Da non dimenticare: nella roccia da scavare, come è stato appurato, ci sono asbesto (ovvero amianto: vi dice nulla la parola mesotelioma?), e uranio. Dal punto di vista tecnico nessun problema. Neppure da quello etico.

Questo brano del dialogo telefonico registrato fra due imprenditori impegnati nello scavo del Terzo valico sulla direttrice Torino-Genova è significativo sugli effetti dell’amianto:

Imprenditore A, riferendosi agli operai che lavorano ogni giorno nelle zone più esposte: «Il primo che si ammala è un casino».

Imprenditore B: «Tanto la malattia arriva fra trent’anni…»[4].

Scavare il tunnel ha come conseguenza, almeno per la parte italiana, un traffico attraverso alcuni paesi della valle per alcuni anni di centinaia di camion al giorno trasportanti la terra di scavo, che oltre a tracce di queste sostanze lasceranno sulle strade anche una scia delle pericolose polveri M 5 e M 25.

Ma che tipo di resistenza hanno manifestato i valligiani che, non tutti certo, sono contrari al TAV? La risposta è intrigante, degna appunto di una riflessione sociologica come quella di Augé. Una resistenza che, nonostante i resoconti dei media, è stata esemplare e raramente è trascesa in violenza. Violenza in risposta ad altra violenza. In ricordo di Genova (2001), dove i micidiali gas lacrimogeni mi eccitarono al punto che se avessi avuto un bastone fra le mani lo avrei usato senza autocontrollo, ho comprato in valle una maglietta con una scritta significativa: “Isolare i violenti! … ci abbiamo provato, abbiamo anche fatto delle barricate, ma loro hanno lacrimogeni, manganelli, idranti … Non è facile”.

Un inciso: la nuova legge sulla sicurezza, ora in discussione al Parlamento, se non subirà modifiche prevede nel caso di partecipazione a blocchi stradali fino a 12 anni di carcere … Inaccettabile! Sicurezza per chi?

Nella valle la cultura della resistenza ha una lunga storia alle spalle, che risale nei secoli. Di qui passarono gli ‘eretici’ valdesi fuggendo le persecuzioni, e di qui tornarono. Una cosa mi ha colpito il 25 aprile del 2013 ad Avigliana, dove assistevo alla locale celebrazione della Resistenza: non ebbi la sensazione di un rito formale bensì di un sentire tuttora vivo, forse rinnovato dalla lotta contro il TAV. Scrive Augé: “… la memoria collettiva della Resistenza, in Val di Susa trova un parziale ricambio generazionale, che ne tiene vivo il ricordo, perché funzionale al contesto del presente”.

Ma non solo, credo. C’è altro in valle, dove mi hanno parlato ad es. di Achille Croce, un valligiano innamorato dal pensiero di Gandhi, la cui azione ha lasciato tracce perduranti. Fu dovuto alla sua influenza quanto accaduto nelle Officine Moncenisio di Condove: <>. (Augé, pag. 26).

Una valle quindi ricca di fermenti culturali che aiutarono la resistenza NO TAV a evitare la fisionomia “localistica”, del tipo Nimby (“non nel mio cortile”), ma a trasformarsi in una seria riflessione sul modello di civiltà che ha una delle sue espressioni più significanti nelle Grandi Opere.

«Ciò che sta accadendo in Val di Susa va al di là della semplice opposizione al tunnel ferroviario. Da un lato colpisce la notevole competenza su temi ambientali, acquisita e condivisa da gran parte degli abitanti della valle e in particolare della bassa valle. Competenza dovuta appunto non solo a manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto a assemblee e conferenze tematiche e a informazioni ottenute dalla rete». (pag.208).

Un esempio che ha trovato un riflesso in varie resistenze più recenti in altre zone d’Italia: No Tap in Salento, No Muos in Sicilia. No Triv in Basilicata e altre ancora, accompagnate tutte, in modo più o meno elaborato, da molti Sì alternativi.

Usciamo dalla Valle e scendiamo a Torino.

 

Un oltraggio al futuro di Torino ?

«Un oltraggio al futuro di Torino, delle imprese, dei lavoratori. È un colpo basso per il territorio e per le sue speranze di ripresa. È la dimostrazione della ottusità di chi sta governando questa città e questo Paese. Non possiamo stare a guardare la distruzione del nostro futuro e ogni iniziativa sarà messa in campo per impedirlo».(dal blog di Piero Fassino)

La oltraggiante principale è ovviamente la sindaca Appendino, autrice di ben tre NO: alle Olimpiadi del 2024, al G 8, al TAV.

Vediamo meglio. E’ ben noto come il duo Ellkan (Agnelli)/Marchionne abbia trasferito all’estero la capitale della Fiat, oggi FCA. Riprendiamo dal puntuale documento citato sopra che ci ha informato dei camioncini con targa esteuropea in valle:

all’oggi dove la FIAT non ha più il centro produttivo a Torino ma negli USA, le autovetture sono principalmente costruite all’estero, FCA paga le tasse in Inghilterra ed ha la sede legale in Olanda e il nuovo manager Manley concluderà, con minori problemi d’immagine di Marchionne, l’operazione di rendere sempre più periferico il comparto auto italiano a cui, malgrado i forti utili (divisi tra gli azionisti) rimangono da anni e in particolare a Mirafiori cassa integrazione (a carico dell’INPS), contratti di solidarietà e nessun concreto progetto produttivo.

E’ degli scorsi giorni la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi per 6,2 miliardi di euro e già si parla di cessione anche della COMAU, la fabbrica di robotica industriale, centrale per le catene automatizzate di produzione. Un impero in smobilitazione dunque.

Di questo si tace e si urlano invece i 3 NO dell’Appendino che “hanno oltraggiato Torino!”. Vediamoli da vicino:

– primo NO a Torino come sede delle olimpiadi del 2026. Molte le città che stanno rifiutando di ospitare le Olimpiadi: Amburgo, Boston, Toronto, Budapest …. Ci sarà un perché? L’immane debito che si lasciano dietro, con i consuntivi tripli, quadrupli o più rispetto ai preventivi. Torino è la città col più alto debito pro-capite (3.500 E), al quale pare abbiano contribuito le olimpiadi invernali del 2006. Debiti che sono pubblici, mentre i guadagni (hotel, ristoranti etc) sono privati.

– Secondo NO (veniale) a Torino come sede del G 8 2017 in città (dirottato a Venaria). Sabato e domenica prossimi ci sarà il G 20 a Buenos Aires: trasferiti nella capitale 20mila poliziotti … e la ministra degli interni ha raccomandato agli abitanti di passare il week-end fuori città. Ricordate Genova 2001?

– Terzo NO : al tunnel e al TAV

Termino il riferimento ai personaggi della vicenda con il tris d’assi del mazzo PD Fassino-Chiamparino-Bresso, che negli anni passati si era alternato al vertice di amministrazione comunale e regionale. Fassino aveva fatto suo il sogno dell’Oriente:

«La comunicazione con l’est europeo è strategica e Trieste è la porta di ingresso in Oriente […] L’Europa dell’est sarà il nostro Eldorado, e un sistema di trasporti verso quell’area è indispensabile […] L’alternativa sarebbe quella di chiudere la vocazione industriale di Torino in una logica industriale senza sbocchi».

Un malevolo sito riporta scrupolosamente tutte le previsioni sbagliate di questo che è stato anche segretario nazionale del suo partito. Non infierisco.

A cancellare la vocazione industriale della città però ci aveva già pensato Marchionne buonanima, fra una partita di scopone e l’altra con Chiamparino (riferisco soltanto) il quale, dimentico di appartenere al partito che aveva ignorato il risultato del referendum nazionale sull’acqua, ora reclama a gran voce il referendum sul TAV. Per chi vuol sapere di più sulle parole a ruota libera del tris d’assi rimando al libro già citato di Calafati.

Un’ultima nota su Paolo Foietta, commissario straordinario per la TAV, il quale sparge disinformazione a piene mani. Leggo su Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre:

«I costi di uno stop per il paese saranno di oltre 4 miliardi contro i 2,9 previsti per realizzare l’opera».

I 4 sarebbero per le penali, invece inesistenti. E i costi preventivati per l’opera, solo 2,9? Strano il silenzio della commissione anti- fakenews che si diceva operante presso la Presidenza del Consiglio?

Evidentemente Foietta sta parlando del solo scavo del tunnel. E barando sui numeri.

Per i costi dell’intera opera, le cifre sono veramente ballerine. Fra i vari conteggi, per chiarezza complessiva dell’esposizione, faccio riferimento all’intervista fatta da Chiara Carovani per Altraeconomia all’ing Alberto Poggio:

CC – Oltre al tunnel esplorativo che cosa abbiamo della tratta dopo 27 anni di progetti e oltre 1 miliardo euro già speso?

AP – Nemmeno un metro. Dovrebbe essere lunga 270 chilometri da Torino a Lione, e costituita da tre tronconi: la sezione italiana, quella transfrontaliera e quella francese. […] Se, come sembra dagli ultimi orientamenti politici, le tratte nazionali non saranno realizzate, il tunnel sarà collegato alle ferrovie già esistenti. Pertanto sarebbe un’opera sostanzialmente inutile perché non si avrebbe incremento della capacità di trasporto lungo il percorso ferroviario Torino Lione, che rimarrebbe pari a quelle delle linee attuali.

CC Come sono ripartite le spese?

AP Dunque, quelle previste ammontano a 8,6 miliardi per il Tunnel di Base, più le tratte nazionali che possiamo stimare a 4,4 per l’Italia, più 2 miliardi, causati da una variazione al progetto che ha fatto ricadere sulla tratta nazionale italiana un pezzo di quella frontaliera. La Corte dei Conti francese ha stimato, nel 2012, un costo totale dell’opera pari a 26,1 miliardi di euro, quindi con una spesa per la Francia di 11 miliardi. Ma è importante dire che dei 57,5 chilometri solo 12,5 sono in Italia e il resto ricade sul territorio francese, ma le spese sono ripartite al 58% all’Italia e 42% alla Francia. Perché nei primi accordi nel 2004 la Francia si lasciò convincere solo a fronte della promessa italiana di sostenere la quota maggiore delle spese.

CC L’Europa come partecipa?

AP La partecipazione definitiva alle spese da parte dell’Europa non è ancora stata deliberata. Sarà oggetto di discussione dopo il 2020 e potrà arrivare al massimo a coprire il 40% sul costo del solo Tunnel di Base, meno del 13% sull’intera Torino-Lione. […]

Un’avvertenza. Anni addietro un amico, responsabile progetti di una grande industria chimica italiana, mi disse fra il serio e il faceto: quando l’opera che mi danno da valutare è particolarmente complessa e la realizzazione è lunga nel tempo, per sicurezza io moltiplico i dati presentatimi per π (pi greco=3,14).

ALDO ZANCHETTA – SOLLEVAZIONE (La crisi, il conflitto, l’alternativa)


NOTE
[1] Il tunnel geognostico di Chiomonte, lungo 7 km, è oggi ultimato. Esso è servito per conoscere la struttura del Moncenisio nel cui ventre dovrebbe essere scavata la nuova galleria di passaggio del TAV (che, ripetiamo, TAV non è) Torino-Lione. Esso servirebbe anche come accesso al cantiere del tunnel di base e, successivamente, come condotto di ventilazione, manutenzione e via di sicurezza. L’investimento è du 173 milioni di euro. Sull’affidamento dei lavori di scavo sembra ci sia stata qualche manfrina. I lavori hanno avuto come capofila la Cooperativa Muratori e Cementieri di Ravenna, di cui all’epoca era presidente Pierluigi Bersani (riferisco, non affermo).
[2] Per inciso, l’argomentazione, a prima vista razionale, che la nuova ferrovia avrebbe ridotto il traffico merci su TIR nella valle, si è dimostrata errata. Infatti sulla attuale linea viaggiano carri attrezzati per ricevere i TIR, ma come già detto, essa è largamente sotto-utilizzata anche dai TIR, per motivi che sarebbe lungo esporre qui.
[3] https://emergenzacultura.org/…/giovanni-vighetti-tav-quello-che-i-media-non-dicono
[4] Inchiesta Terzo valico, intercettazione choc: “C’è l’amianto? Tanto la malattia arriva fra trent’anni – chocwww.lastampa.it/2017/…/inchiesta-terzo-valico-intercettazione-choc

 

Convegno nazionale 2018

La solidarietà non è reato: reSIstiamo umani

INTERVENTO DI GHERARDO COLOMBO

Chissà quanto ci sarebbe da dire sul tema della solidarietà! Secondo me è un tema che o si risolve in due parole o c’è bisogno di un trattato. Cominciamo dalla definizione. Sappiamo di cosa parliamo quando parliamo di solidarietà? Intendo proprio la definizione della parola. Che cos’è la solidarietà?

Pubblico: Aiutare il prossimo.

E qui si pone subito il problema: chi è il prossimo?

P: E’ l’umanità.

E chi ci sta nell’umanità?

P: Io non sono d’accordo sulla parola “aiutare”.

Perché?

P: Io sono d’accordo con la parola ”condivisione”, con la parola “scambio”. La parola “aiuto” mi fa pensare a qualcuno che dà e qualcuno che riceve; sono d’accordo con “condivisione”, “scambio” di quello che ciascuno ha da dare all’altro.

Condivisione, solidarietà: sì, certo, ci sta! Andiamo un pochino oltre. Solidali con chi? Secondo me questo è il problema. Per riuscire a capirci: solidarietà è reato; può esistere un reato di solidarietà? Il nostro codice penale, per esempio, prevede un reato di solidarietà. Il favoreggiamento personale unisce chi è solidale nei confronti di chi ha commesso un reato. Chi aiuta chi ha commesso un reato è solidale o no? Compie un gesto di solidarietà o no?

P: No!

Perché no? Attenzione, le parole sono importanti!

P: La solidarietà con gli ebrei!

Dopo le leggi razziali del 1938 chi ha aiutato gli ebrei commetteva reato o no?

P: Era la legge del tempo!

La legge del tempo, la legge di oggi… Attenzione! Se Lei fosse oggi negli Stati Uniti d’America e si trovasse a decidere se consegnare alla giustizia una persona già condannata alla pena di morte, la consegnerebbe perché venga eseguita o avrebbe dei problemi a farlo? Eppure è una legge di oggi. Il fatto è che noi dobbiamo stare un pochino attenti a distinguere la legalità dalla giustizia.

P: In Italia c’è il reato di omessa solidarietà. Ad esempio, in caso di una persona travolta per strada…

Si chiama omissione di soccorso. E attenzione, non ci è chiesto di soccorrere solo chi è vittima, siamo tenuti a soccorrere chiunque, anche chi ha provocato l’incidente, anche chi ha torto. O pensiamo che la solidarietà sia un dovere soltanto nei confronti di chi ha un comportamento che condividiamo? Per parlare del reato di solidarietà in realtà bastano due parole: solidarietà e riconoscimento. Se io sono solidale solo con chi riconosco, be’ allora… io sono solidale col mio prossimo, ma chi è il mio prossimo lo decido io! Basta, non c’è più niente da dire, tutti hanno ragione: hanno ragione quelli che dicono: “Ma guarda quello lì che dà da mangiare a chiunque viene qua!”, così come ha ragione quello che dice che si deve dare da mangiare a tutti. Si tratta appunto della dimensione del riconoscimento. Quanto più riconosco, tanto più si allarga lo spettro della solidarietà, nel senso della misura della solidarietà. Quanto meno riconosco, tanto più si riduce la misura della solidarietà. Attenzione perché è una cosa nuova, nuovissima quella che è scritta nell’articolo 2 della nostra Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo“), perché il mondo è andato avanti sempre a solidarietà estremamente ristretta. Pensiamo ad esempio alla solidarietà tra maschio e femmina, ancora adesso! Allora, io penso che questo tema “la solidarietà non è reato” sia un tema che non riguardi tanto gli altri, ma che riguardi noi, ciascuno di noi. Siamo abituati a dire: “Guarda quelli come sono disgraziati, non sanno essere solidali!”, ma guardiamo piuttosto in quale misura noi stessi siamo disposti ad essere accoglienti, altrimenti non facciamo nemmeno mezzo passo avanti. Usiamo il paradigma del nemico: io posso essere solidale nei confronti del mio amico, ma non sono solidale, anzi sono aggressivo e respingente nei confronti del mio nemico. E’ esattamente la logica di chi dice: “Ma perché dai da mangiare a quello lì?”. E’ dentro di noi la questione della solidarietà: quanto più riconosciamo, tanto più siamo solidali. Ma facciamo fatica! Riconosciamo il migrante, sì, certo, ma riconosciamo un po’ meno il migrante che per sopravvivere fa dei piccoli furti. Se poi per sopravvivere entra per rubare in casa nostra, comincia a essere diverso. Non abbiamo tutti quanti una scala di solidarietà? Questo sì, questo un po’ meno, questo ancora meno. Non è con l’essere umano che siamo solidali, ma con quell’essere umano, e va a finire che lo decidiamo noi con quale essere solidali. Più che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la nostra Costituzione che se ne è curata, chi l’ha scritta, magari con qualche incertezza, con qualche titubanza, ma ha pensato a questo. E che l’ha pensato lo capiamo proprio se guardiamo alla Costituzione come sistema. Comincia dall’articolo 1, ma sotto il profilo del contenuto comincia dall’articolo 3, e precisamente da quella parte dell’articolo 3 che noi generalmente dimentichiamo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, cioè tutte le persone, per il fatto che sono persone, sono degne. Attenzione, tutte sono degne, tutte. Qui c’è già tutta la Costituzione, o no? Sarebbe interessante andare a vedere la 12^ disposizione di attuazione della Costituzione: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48 sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”. Ciò significa che oggi questi limiti al diritto di voto e alla eleggibilità non ci sono più perché tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Capite a cosa arriva? Questa è una rivoluzione, assolutamente pacifica, ma è una rivoluzione rispetto a ciò che esisteva prima. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Le discriminazioni ci sono ancora oggi. Pensiamo alla discriminazione di genere, a quella religiosa. Pensiamo alla discriminazione politica: chi ha scritto la Costituzione alla 12^ disposizione dice “5 anni”, poi basta. E chi è in prigione? Quante persone sono convinte che chi ha commesso un reato debba essere degradato! Perché obbligare alla sofferenza vuol dire degradare. La Costituzione rovescia il modo di stare insieme. Ma la Costituzione ha 70 anni, li ha compiuti l’1 gennaio, e 70 anni rispetto alla storia dell’umanità che cosa sono? Niente! E allora fa di più la storia di millenni rispetto a quello che fa la storia degli ultimi 70 anni! Ma attenzione, fa di più anche per noi, che per autodefinizione facciamo parte dei buoni. E’ da questo punto di partenza che deriva tutto il resto, reato di solidarietà, la solidarietà è bene o è male: tutto deriva dalla considerazione che abbiamo per chi non è d’accordo, dalla considerazione dell’altro inteso proprio come colui che non ha la stessa appartenenza, sotto tutti i profili, genere, etnia, religione. E lì è dove si fa fatica. Siamo un pochino tutti colpevoli di reato di solidarietà nel momento in cui non accettiamo le persone con le quali non siamo d’accordo. E allora facciamo a meno di scandalizzarci che altri commettano reati di solidarietà perché la differenza sta nello stare da questa parte piuttosto che dall’altra. Quanta solidarietà esiste con coloro che escludono l’altro? Pensiamo alla nostra storia, noi siamo diventati stato in questo modo, al prezzo dell’esclusione dell’altro. E allora bisogna riuscire a capirla questa Costituzione, perché se riusciamo a capirla entriamo in un’ottica che ci mette sulla strada del lavorare su noi stessi per riuscire a testimoniarla: è una cosa difficile per ciascuno di noi, perché la cultura è cultura, quello che abbiamo dentro ci è stato tramandato praticamente da sempre. Non si tratta di genomi, non si tratta di DNA, si tratta proprio di educazione. Pensiamo com’era l’Italia 40, 50 anni fa, e vediamo come la solidarietà e la Costituzione c’entravano poco con la mentalità corrente. Pensiamo ai disabili: non erano “visibili”, andavano tenuti “nascosti” perché diversi, e c’era collegato a questo un qualche calvinistico senso di colpa, erano il segno della lontananza da Dio.

P: La legge sull’integrazione scolastica dei disabili è del 1977.

Solo negli anni ‘70 sono state fatte la riforma del diritto di famiglia, la riforma dell’ordinamento penitenziario. E si è arrivati fino ad un certo punto, poi è prevalsa la cultura e si è tornati un po’ indietro. La legge può esistere, ma poi può essere applicata o può non essere applicata. Esistono delle leggi che sono applicate ed esistono delle leggi che non sono applicate. E abbiamo proprio l’esempio clamoroso della nostra Costituzione, che esiste e non è applicata, dal cittadino molto spesso, però a volte anche dalla magistratura. Perché tutte le volte che esiste conflitto fra la cultura e la legge, a perdere è la legge. Non c’è niente da fare, tutte le volte che il sentire comune dei cittadini non coincide con la legge, la legge non trova applicazione. Hai voglia a dire che tutti hanno uguali dignità, e poi scopri che una donna che svolge le stesse mansioni lavorative di un uomo guadagna anche il 30% in meno. Fino al 1975 il Codice Civile sotto la rubrica “autorità maritale”, e il titolo già la dice lunga, diceva che il marito è il capo della famiglia: altro che articolo 3 della Costituzione!

P: Don Rito cosa faceva di fronte alle ordinanze del sindaco che vietavano di dar cibo e ospitalità ai migranti a Ventimiglia? Non le osservava.

Di fronte ad un conflitto si hanno due possibilità: o si obbedisce alla legge mettendo da parte il proprio senso di giustizia oppure si obbedisce al proprio senso di giustizia e ci si assume la responsabilità di non osservare la legge. Come si è giunti in Italia all’abrogazione del servizio di leva obbligatorio? Ha cominciato qualcuno a dire che si rifiutava di fare il servizio militare perché per lui ammazzare una persona sarebbe stata la cosa peggiore che potesse succedergli e fare il servizio militare senza imparare ad ammazzare le persone è impossibile. Ma non fare il servizio militare era reato, perciò quella persona andava in prigione. E quando usciva dopo un paio d’anni, siccome la chiamata alla leva era valida, mi pare, fino ai 45 anni d’età, quella persona subiva un altro processo e andava in prigione un’altra volta. Questo fintanto che non si sono decisi e accanto al servizio militare hanno introdotto il servizio civile. Per introdurre il servizio civile è stato necessario che cambiasse la finalità del servizio. Pensate a don Milani, pochi anni prima soltanto era stato processato per la sua lettera ai cappellani militari.

P: Abbiamo sempre bisogno di martiri?

Abbiamo bisogno di testimoni, e i martiri sono i testimoni. Siamo noi che cambiamo le cose; nella vita, se vogliamo andare avanti, le cose dobbiamo farle. Ma perché possiamo fare le cose è necessario anche che abbiamo le idee chiare. E non si dica che la solidarietà è una bella cosa, però con chi sono solidale, chi riconosco, lo decido io! E il nostro paese, poveretto, è in difficoltà sotto questo punto di vista, basta vedere il numero dei partiti politici che abbiamo, ci si distingue anche solo per una virgola: ciò dimostra l’esistenza di un’estrema difficoltà a riconoscersi. Nonostante la Costituzione, anzi, direi a dispetto della Costituzione, siamo molto più disponibili a non riconoscerci piuttosto che a riconoscerci. La Costituzione dà l’idea del riconoscimento universale, mi chiede di riconoscere che tutti i cittadini hanno pari dignità, e tutti i cittadini vuol dire tutte le persone, e poi vi riferisco il meccanismo attraverso il quale io posso sostenere che qui cittadini vuol dire persone.

P: Ma ci sono limiti rispetto a chi devo riconoscere dignità? Quando la dignità umana può essere ridotta?

Mai, mai! Quella persona che in Norvegia ha sterminato più di 70 giovani sta in carcere, non per tutta la vita, e sta in un carcere nel quale la sua dignità è rispettata. Mai! Questo è un principio che non può essere messo in discussione. Per la verità la Costituzione in un articolo, il 22, lo mette in discussione quando dice che “nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. Questo implica che nome e cittadinanza per motivi non politici possono essere persi, cancellati. E’ una particolarità non in linea con tutto il resto della Costituzione, però c’è.

P: Nel caso dell’articolo 2, secondo il quale la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, possiamo certamente dire che la legge è più avanti della cultura. Come dobbiamo comportarci nei confronti di coloro che non rispettano l’articolo 2? Noi sappiamo che stanno per essere elette persone che non rispettano l’articolo 2, abbiamo il diritto di opporci?

Abbiamo il diritto di opporci, abbiamo tutta una serie di diritti, ma questi diritti vanno esercitati tenendo conto che chiunque va rispettato.

P: Come si fa a perdere il nome?

Fino alla riforma del 1975 i detenuti erano chiamati per numero; credo che negli Stati Uniti d’America succeda ancora così. E pensiamo ai malati in ospedale, o peggio ai campi di sterminio. In Italia ci sono diversi pensieri sul tema dei diritti: provate a pensare qui dentro, tra di voi, che pure costituite un’assemblea di persone solidali perché appartenete tutti alla Rete, quanti opinioni diverse ci possono essere sul tema della fine vita. C’è sicuramente tra voi chi pensa che è giusto che uno decida sulla propria fine vita, e c’è sicuramente anche chi invece pensa che sia da vietare che uno decida in ordine alla propria vita. Sono cose serie. Torniamo alla dignità. Dignità vuol dire riconoscibilità, vuol dire identificazione dell’altro nella stessa natura di sé. Siccome noi in genere ci consideriamo degni, ci piace essere rispettati, ci sentiamo importanti, banalizzando possiamo dire che tutti i cittadini sono importanti tanto quanto me.

P: Per quanto riguarda il diritto al lavoro ci sono vari modi di interpretare la legge. C’è chi si permette di licenziare, chi nella stessa situazione riammette al lavoro…

La Costituzione è un sistema, tutto è legato naturalmente, perciò andiamo all’articolo 4 che dice che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Cosa vuol dire? Che il diritto al lavoro non si ha naturalmente, è complesso, ha bisogno che esistano le condizioni grazie alle quali la gente trovi da lavorare, è necessario che ci si attivi per fare in modo che esista il lavoro. Problema non semplice, in nessun paese al mondo credo ci sia l’occupazione piena, 0% di disoccupazione. La Costituzione si preoccupa anche di non essere eccessivamente teorica, tiene conto delle situazioni concrete. Torniamo infatti all’articolo 3, che afferma che tutti hanno pari dignità e le loro peculiarità (genere, lingua, religione…) non possono essere causa di discriminazione: poiché esiste tutta una serie di ostacoli che si oppongono a rendere vero ciò che è detto nella prima parte dell’articolo, si aggiunge che è compito della repubblica, cioè di tutti noi, di ciascuno di noi, rimuovere quegli ostacoli. E’ importante che giungiamo a condividere la Costituzione, perché in realtà la condividiamo fino ad un certo punto: siamo disposti ad essere solidali sì, ma solo con chi ci piace, non con tutti, cioè non riconosciamo tutti come degni allo stesso modo. Ad esempio fatichiamo a riconoscere la dignità di chi commette reati odiosi, di chi ha idee sociali estremamente diverse dalle nostre, e così via. Dunque, dicevo, per condividere la Costituzione chiediamoci perché l’hanno scritta ancor prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, perché a chi l’ha scritta è venuto in mente di rovesciare una direzione millenaria, ultramillenaria, che aveva avuto peraltro delle affermazioni di una pesantezza eccezionale. Pensiamo alle leggi razziali, che in Italia sono state scritte nel 1938: neanche 8 anni dopo hanno cominciato a scrivere la Costituzione. Non tutti si erano indignati per le leggi razziali, tanti ne hanno tratto vantaggi, anche qualche padre della patria, della democrazia era stato contento di guadagnarci una cattedra universitaria prima occupata da un ebreo.

P: Solidarietà verso chi? L’articolo 3 parla di tutti i cittadini. E i non cittadini? Nella percezione comune cittadino è solo chi ha la cittadinanza.

La percezione comune va resa meno superficiale. Per la Costituzione cittadini sono tutte le persone. Andiamo coi piedi di piombo: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, dice l’articolo 3, ma subito prima l’articolo 2 aveva detto che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, non del cittadino, dell’uomo.

P: Non la donna!

Di questa precisazione linguistica allora ancora non ci si curava. 11 mesi dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, scritta in inglese, parla di essere umano. Se noi scrivessimo la Costituzione oggi al posto di “tutti i cittadini” metteremmo “tutti gli esseri umani” o “tutte le persone”. Nella Costituzione stessa, comunque, ci sono altri passi che confermano che il senso da dare alla parola “cittadini” è quello di “persone”. All’articolo 13 si dice che la libertà personale è inviolabile, non la libertà dei cittadini; al 14 che il domicilio è inviolabile, non il domicilio dei cittadini; al 15 che la corrispondenza è inviolabile, e poi al 32 che la tutela della salute è fondamentale diritto dell’individuo, e al 43 che la scuola è aperta a tutti. Le differenze riguardano pochissime cose, la più evidente riguarda il voto. Facendo un bilancio complessivo vediamo che “cittadino” corrisponde a “persona”. Nell’articolo 10 è scritto che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Capite come non esiste differenza: se lo straniero a casa sua ha tutti gli stessi diritti che abbiamo qui, è uguale al cittadino; se per caso a casa sua non ha gli stessi diritti, lo accogliamo, ha il diritto di essere accolto. Tutto questo conferma che per cittadino si intende persona, essere umano.

Torniamo indietro: ci stavamo chiedendo perché chi ha scritto la Costituzione si è permesso di rovesciare il sistema che ha sempre retto il mondo, compreso quando hanno fatto la rivoluzione francese. E’ stato un guardare al passato e insieme un guardare al futuro. Nel giro degli ultimi 20, 30 anni c’erano state due guerre mondiali, quanti milioni di morti, e quanti invalidi, quanti senza lavoro, quante case distrutte, e che fame! Certo, anche la Shoah, ma io credo che ad impressionare maggiormente le persone che vivevano a quel tempo sia stata la bomba atomica. A quasi tutti noi la bomba atomica non ha cambiato la vita, quando sono nato la bomba atomica c’ era già. Noi sentiamo di tante morti terribili dovute a siccità, maremoti, vulcani, carestie, e la bomba atomica è una disgrazia come ce ne sono molte altre. Alle persone di quel tempo invece la bomba atomica ha cambiato il futuro: prima non c’era, all’improvviso invece si scopre che esiste un’arma talmente potente da fare quello che nessun’arma fino ad allora aveva saputo fare. Per quanto impegno ci abbiano messo gli Alleati a lanciare bombe su Berlino, se andate ora a Berlino trovate edifici costruiti prima della guerra ancora in piedi, e quanti berlinesi si sono salvati! A Hiroshima e Nagasaki invece… Nel Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si dice che essa è stata scritta anche considerando che “il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”. Essa poi inizia con una specie di parafrasi dell’articolo 3 della Costituzione Italiana. La nostra Costituzione, a parte quel dettaglio che vi ho citato dell’articolo 22, ha una coerenza estrema al suo interno. Per esempio, l’articolo 27, a proposito del riconoscimento della dignità di tutti, dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Alla luce di questo articolo io personalmente ho qualche perplessità sul regime carcerario 41 bis, ma certamente altri hanno perplessità contrarie e adducono esigenze di sicurezza; io però dico che queste esigenze di sicurezza devono essere contemperate. L’articolo 13, che esordisce dicendo che “la libertà personale è inviolabile”, aggiunge che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”: violenza fisica e psicologica, la parola violenza viene usata qui per la prima e unica volta in tutto il testo della Costituzione. Allora capite come sia importante, quando si parla di solidarietà, uscire da degli schemi limitati, altrimenti continuiamo ad opporci e non riusciamo a trovare una soluzione. La soluzione secondo me si trova attraverso un cammino necessariamente di mediazione, ed è lì il problema, quello di essere capaci di uscire dalla logica secondo cui solidarietà va insieme con la parola “parte”. Solidarietà non ha limiti, però i limiti glieli mettiamo noi. Pensiamo a Gesù che va in casa di Zaccheo, il più odiato da tutti. Ancora noi ci misuriamo coi lavoratori dell’ultima ora…

P: Come faccio ad essere solidale con una persona che ha commesso crimini odiosi ed è stata condannata? Come faccio a essere solidale con Riina?

Io sono di quest’idea anche nei confronti di Riina, ma lei può pensare quello che vuole, io non la giudico, ho passato la mia vita ad emettere sentenze. Se la logica è quella di cui abbiamo parlato, io non posso dire che siccome Riina nella sua vita ha commesso le più grandi nefandezze lui in carcere ci muore. Nel momento in cui le sue condizioni di salute sono tali per cui non è più pericoloso, devo rispettare la sua dignità. Ci sono due articoli del codice penale che prevedono la sospensione obbligatoria e la sospensione facoltativa della detenzione.

P: Concordo su ciò che ci siamo detti, che legalità e giustizia sono due concetti che non sempre vanno d’accordo, che la solidarietà non deve avere limiti, ma io vorrei che non si uscisse da questa stanza senza dire che il fascismo non è un’opinione, e quindi lì un limite lo poniamo.

Una cosa secondo me essenziale è separare i fatti dalle persone: il fascismo è una cosa terribile, però le persone che sono state fasciste continuano ad essere persone. Martin Buber, ebreo, si è battuto chissà quanto perché Ben Gurion commutasse la pena di morte inflitta ad Eichmann in ergastolo. Questo significa distinguere il fatto da chi l’ha commesso, indipendentemente dalla circostanza che chi ha commesso il fatto si sia ravveduto. Ma Eichmann è stato condannato a morte. Io, Gherardo Colombo, non posso dire: “Sono contrario alla pena di morte, ma…”, dico: “Sono contrario alla pena di morte” e basta! Perché la dignità della persona sta qui.

Don Rito Alvarez

Per chi a Ventimiglia si occupa un po’ anche di dare una mano a passare una persona che ti chiede, tu diventi davvero uno che fa un reato.

E’ bello il titolo del convegno, ma vi dico una piccola cosa: se io andassi nella comunità?????? indigena in Colombia e dicessi: “Il reato di solidarietà…”, mi direbbero: ” Ci spieghi cosa vuol dire! Ma la solidarietà é una cosa buona! Come é possibile che diventi un reato una cosa buona che tu fai perché tu sei un umano? Perché tu hai una coscienza e perché tu ti rendi conto quando fai una cosa per l’altro, quando quell’altro é tuo fratello, chiunque esso sia… ma mi spieghi questo concetto!”

Badate che noi in questo momento dobbiamo elaborare nuovi concetti, perché se avessimo detto, a mio nonno, a mia nonna, “il reato di solidarietà…”; a casa mia, dove le porte erano sempre aperte a chiunque passasse, e siccome noi abbiamo sempre vissuto in prima persona proprio questa situazione, noi a casa nostra abbiamo aiutato chiunque; a chiunque passava davamo da mangiare a dei guerriglieri, da bere, se necessitava davamo un angolo dove dormire. Una volta é arrivato l’esercito regolare ed ha portato via mio padre, perché avevamo dato da mangiare a dei guerriglieri, ma noi non sapevamo che erano guerriglieri! L’hanno portato via tre giorni e volevano metterlo in galera. Perciò già da un po’ di tempo comincio a capire. In questo mondo in cui viviamo, dove i grandi poteri e la mancanza di buon senso, perché oggi io davvero vorrei parlarvi di coscienza, di umanità e di buon senso. ma quando noi parliamo di reato subito pensiamo che stiamo andando contro la legge e che stiamo facendo una cosa gravissima.

Pensa che noi con la Caritas il 31 Maggio 2016, vedendo centinaia di persone che erano centoottanta quella sera, che abbiamo aperto la Chiesa. Non avevano dormire e dove mangiare, la polizia li stava perseguitando, perché erano sotto un ponte, però il sindaco aveva fatto un’ordinanza di sgombero e quindi in un primo momento un sacerdote aveva aperto il salone parrocchiale ma poi non li poteva tenere lì e così la popolazione ha cominciato proprio a ribellarsi. Andavano a nascondersi di quà e di là come i topi e la polizia li inseguiva. A un certo punto si sono rifugiati anche nel cortile della caritas, dove abbiamo uno spazio molto piccolo. Mi chiama Maurizio, il responsabile della Caritas: ” Don, cosa facciamo?” Io gli ho risposto, guarda a pochi metro dal ?????? c’é la chiesa di San Bertoldo, ho degli spazi, ho due tre bagni e una cucina: accogliamoli. Quella sera del 31 Maggio abbiamo aperto le porte, ma con questo gesto di solidarietà io sono diventato un criminale per tanti della popolazione, anzi, per tanto dei miei parrocchiani, che venivano a Messa, io non sono stato più il loro parroco, ma uno che stava facendo delle cose brutte e che meritava di essere cacciato via da Ventimiglia, perché… E io non dovevo comportarmi in questo modo, anzi altri mi dicevano che avevo fatto un sacrilegio, perché mai avevo pensato di aprire gli spazi della Chiesa anche per dei musulmani. Pensate che da quel giorno che abbiamo aperto questa chiesa cominciano dei problemi seri. La prima settimana di giugno pioveva tutti i giorni, non avevano dove dormire, dormivano sul campo, nei saloni, sul sagrato, però a un certo punto ho detto.- facciamo una cosa un po’ fuori dal diritto; io tolgo il Santissimo, lo metto da parte, offro la Chiesa e faccio dormire in Chiesa almeno i bambini, le donne, i minori. Tra questi c’era anche una signora incinta che ha partorito dopo tre giorni ed un bambino di 3 anni e così via dicendo… Apriti cielo! me ne hanno detto di tutti i colori. Pensate che un giorno passava di lì una signora che di solito veniva a cantare nel coro e che veniva spesso con sua figlia e me ne ha detto di tutti i colori: -Don Rito, io spero che ti venga qualche malanno o che il Vescovo ti mandi da qualche parte, perché hai rovinato la nostra parrocchia ed hai consegnato la Chiesa ai musulmani. Ed hanno messo le voci cattive che io avevo tolto tutti i segni sacri dalla chiesa. Ed allora ho detto:- Ma perché nessuno é venuto a chiedermi chi erano quelle persone? Presentavo ???????, che aveva 3 anni, la sorella che era incinta ed ha partorito dopo tre giorni, l’altra bambina e l’altra donna, gli altri… perché per noi l’esperienza che abbiamo vissuto a Ventimiglia é stata quella; perché io pensavo: – i migranti, che a volte tu ti fermi a guardare i social, ti fermi, guardi quello che la gente scrive e cominci a pensare davvero ci sono situazioni cattive, che qualcuno sta per invaderti, che magari qualcuno uccide, qualcuno ti toglierà???????????

Quando invece ho cominciato a conoscere le persone per me non erano più migranti , erano i nomi, quando cominci a conoscere queste persone, la storia di queste persone, ti rendi conto che non é un problema, che non siamo più umani, che non abbiamo più una coscienza e allora ho cominciato ad accoglier tutti, in un momento in cui le istituzioni erano completamente assenti, quindi i migranti non avevano nessuna assistenza. Abbiamo iniziato e sono arrivate tante persone volontarie, sono arrivate tantissime persone che sono venute ad aiutarci, a chiederci di cosa avete bisogno?????????, per cominciare a raccogliere viveri. Dopo un po’ di tempo, il 15 Luglio la Prefettura ha deciso di aprire un luogo dove accogliere questi migranti, un campo, anche se ci sono dei passaggi molto particolari. A un certo punto io non ce la facevo più, é arrivata l’ASL che ha fatto un verbale che non finiva più, dicendo che io non ero in regola, che quelle aule del catechismo non erano adatte per accogliere queste persone, che c’erano pochi bagni, ecc.. Io ho detto, ci vuole proprio l’ASL per capire che nello spazio della parrocchia non possono stare mille persone e che stiamo facendo veramente i miracoli. Dopo il verbale dell’ASL mi arriva anche il verbale del comune, dicendo che io ero veramente fuori regola, che stavo violando le regole e che mi stavo comportando davvero come un cattivo cittadino. E allora tutto questo ha portato all’apertura del campo della Croce Rossa, una cosa molto bella , però per andarci occorreva fare 4 km a piedi, attraversano una superstrada senza passaggio a livello, dove dopo un po’ purtroppo alcuni sono finiti sotto le macchine, ci sono stati 3 morti. Noi abbiamo protestato. Io nella chiesa, a seguito di accordi con la Prefettura potevo accogliere le donne, i bambini, i minori non accompagnati ed i malati Tutti gli altri dovevano andare nel campo. però alcuni non volevano andare, perché vicino alla chiesa c’era la stazione ed anche l’inizio dei sentieri. Perché capite che uno che poi deve farsi 4 km per trovare qualcuno che lo passa o qualcuno che gli indica la strada. Ed allora la gente si é organizzata ed hanno detto:- Siccome ci sono alcune persone che stanno fuori, qui ci sono alcuni solidali noi andiamo a dargli da mangiare a queste persone, fuori, gli diamo dell’acqua, qualcosa da mangiare. Un giorno hanno fatto delle foto a questi che mangiavano, li hanno cariato su facebook dicendo:- guardate come i migranti hanno distrutto la nostra città. Pochi giorni dopo l’ordinanza del Sindaco: ” Reato dar da mangiare a chiunque per strada e dare da bere a chiunque”. Mi viene da piangere. Una volta sono arrivati i solidali, é arrivata la polizia ed ha fatto il verbale a tutti quanti, tutti quanti avevano violato la legge, perché avevano dato da mangiare a delle persone che avevano fame. Guardate che certe cose dovremo cercare di distinguerle e capirle bene. Tu rimani là pensare:- ma da quanto é reato dar da mangiare al povero?

Ed il Vangelo dice “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere…”

Ma la cosa più triste é vedere le persone, anche quelle che venivano a messa , dalle finestre e dai balconi gioire, oppure chiamare la polizia “Guardate che là, in quell’angolo ci sono due che stanno dando da mangiare. Ragazzi, non abbiamo coscienza, ma c’é qualcosa che non funziona, c’é qualcosa che non va nel nostro cuore, nella nostra mente e nella nostra società. Noi dobbiamo muoverci, fare qualcosa, ma questo non é normale, questo é un mondo inumano, un mondo dove non possiamo assolutamente capire!

Pensiamo che vicino alla chiesa a un certo punto io potevo accogliere quelle persone, ma dovevo dare da mangiare a quelli oltre il cancello, ma non potevo dare neanche una bottiglia d’acqua. Pensate che più di una volta ho fatto la spedizione, la polizia, perché avevano scoperto che noi, alcuni dei miei volontari avevano dato delle coperte o una bottiglia d’acqua o avevano passato un pacchettino da mangiare o magari la signora lì o però il fratello e qualcun altro era fuori, per cui di nascosto dal cancello e consegnava un pacchettino…; però il giorno dopo il comitato di quartiere : ” Don Rito, ti dobbiamo parlare. – Cosa é successo? Ieri sera guarda che i tuoi volontari hanno dato delle bottiglie d’acqua, hanno dato da mangiare ai migranti quà e là. Oh ragazzi! io dicevo.-sì. é vero, era una cosa grave? ma non sai dell’ordinanza del sindaco? Ed alla fine, cosa vuoi rispondere a queste persone? Non c’é niente da rispondere, c’é solo da metterti a piangere. E allora i solidali hanno organizzato , c’era un tubo, vi hanno piazzato un rubinetto vicino a questo posto di fortuna che hanno organizzato i solidali, dove dormivano sotto i tunnel, ferrovia e così via dicendo, noi di nascosto sempre violando la legge, davamo i sacchi a pelo, qualche materassino, ma sempre di nascosto, in sacchi neri, facendo finta che era della spazzatura, e poi loro venivano, la prendevano e potevano dormire. Pensate, se qualcuno ci sentisse e non sanno di cosa parliamo…..

E allora ecco che in tutto questo ti rendi conto che davvero la situazione é complessa. Io poi nei prossimi giorni avrò l’occasione di condividere con voi la mia esperienza, vi potrei raccontare mille cose. Ma quando tu sei dentro e cominci a conoscere le persone a conoscere queste situazioni, in italiano si direbbe “mi piange il cuore”, di rendermi conto di in quale mondo si vive. Io come sacerdote per me é una sofferenza, poi come alcune delle persone fedelissime, che venivano a messa non mi hanno parlato più perché avevo fatto una cosa grave ed ancora oggi io devo essere mandato via da Ventimiglia perché sono una persona che causa tanti danni a Ventimiglia perché incentivo la popolazione ad aiutare i migranti.

Solidarity Watch

[Chiara Pettenella]

Buongiorno a tutte e a tutti. È vero, il sito alla fine non è ancora online, ma non tarderemo. Vorremmo ringraziarvi non solo per averci invitato questo fine settimana, ma anche per la fiducia che si è espressa nei nostri scambi di questi mesi via mail, e del vostro sostegno non solo spirituale…ma anche economico.

Ci presentiamo un po’. Solidarity Watch è una squadra di quattro persone, ci manca la quarta collega, che è rimasta a Marsiglia, che è il nostro campo-base. [Solidarity watch nasce] lì, nell’estate del 2017. Siamo tutte ricercatrici, le [colleghe] francesi, e io, che sono il lato italiano. Stiamo facendo tutte un dottorato di scienze politiche all’università di Aix-en Provence, che si trova appunto vicino a Marsiglia. Il lavoro che proponiamo con Solidarity watch è un lavoro di riflessione. Perché? Perché è un lavoro in cui mettiamo in gioco le competenze che ci vengono dalla ricerca, e il fatto di essere delle persone mobili. Contrariamente a molte e molti di voi che sono attive e attivi in modo molto concreto su dei territori – locali o internazionali, non importa -, noi ci troviamo ad essere per forza di cose poco legate a un territorio in particolare. Ci spostiamo attraverso il territorio, e questa è la nostra dimensione. Queste sono le competenze che mettiamo in gioco nella costituzione di questo progetto di Solidarity watch.

Partiamo dall’inizio, dal momento in cui ci siamo ritrovate a lavorare insieme. Era il novembre del 2016. Eravamo, tanto per cambiare, una in Turchia, una a Bruxelles, le altre in Francia…quindi cominciamo a lavorare insieme via skype e via mail. Succede che un collega, ricercatore dell’università di Nizza, Pierre-Alain Mannoni, viene incriminato per aver trasportato nella sua macchina delle persone migranti, senza documenti, alla frontiera franco-italiana. Circola questa voce nelle mailing-list universitarie, e ci ritroviamo ad agire, di fronte a questa cosa: scriviamo una lettera aperta che raccoglie, nel giro di pochi giorni, più di settecentocinquanta firme, mandiamo questa lettera alla presidenza della repubblica francese, al primo ministro e al ministro degli interni francesi, per denunciare la criminalizzazione di questa persona. Per la cronaca, Pierre-Alain Mannoni è stato assolto in primo grado, poi condannato in appello a due mesi con condizionale ed è attualmente in attesa del giudizio in cassazione.

Quello che capiamo immediatamente nel novembre del 2016 è che non si tratta di un caso non è isolato, e che questa storia che si svolge alla frontiera franco-italiana ricorda storie simili che si stanno svolgendo nel nord della Francia, a Calais, in Italia, e a molte altre frontiere dell’Europa. E la moltiplicazione di questi casi ci spinge a porci due domande: la prima, molto semplicemente, quanti ne stanno succedendo di questi casi; e la seconda, che cosa questi casi di criminalizzazione di persone che hanno fatto degli atti di solidarietà nei confronti dei migranti, che cosa questi casi ci dicono della società in cui viviamo. E nasce Solidarity watch per cercare di dare una risposta a queste domande. E quello che osserviamo quasi subito è che quello che questi casi di criminalizzazione ci dicono va molto al di là della “semplice” criminalizzazione di atti di solidarietà nei confronti dei migranti, perché fanno vedere che l’attacco dei diritti delle persone, la criminalizzazione di pratiche solidali, si producono in spazi molto diversi e colpisce pratiche molto diverse: dai militanti ecologisti [mobilitati] per la difesa di certe regioni, di certe zone, al lavoro di informazione – c’è un fotografo che, poco dopo il caso del nostro collega ricercatore, è stato anche lui messo sotto processo mentre stava documentando quello che succedeva alla frontiera; [le manifestazioni in opposizione alle] violenze della polizia, agli abusi di potere… A partire da questa prima osservazione, la necessità che diventa centrale nel nostro progetto di pensare in modo desettorizzato. Se non fossimo arrivate a questa prima conclusione…il rischio era quello di riprodurre e rinforzare il discorso pro- o anti-migranti, cioè, avremmo fatto il gruppo pro-migranti, riproducendo il discorso che fa molto comodo alle destre xenofobe.

Quindi, il nostro lavoro è di ripensare la solidarietà come parola, come valore sociale, come pratica di resistenza. Ed è un lavoro che richiede una dimensione politica, che si fa in una dimensione politica. Ed è un lavoro indispensabile. Quello che diciamo noi è che una società solidale è un pleonasmo. Che cosa vuol dire? Dire “società solidale” è usare un’espressione sovrabbondante, che si forma con l’aggiunta di una parola o di un concetto che è già presente: la società è solidale, la società è legame. Diceva il sociologo francese Durkheim che la solidarietà corrisponde “a quei legami invisibili che legano tra di loro gli individui e che fanno in modo che la società resti unita”. Diceva che la solidarietà è il “cemento della società”.

Quindi parleremo, nel tempo che ci è dato, di solidarietà cercando di ricontestualizzare questa parola in modo storico; della solidarietà come pratica – quindi facendo una riflessione sull’organizzazione della solidarietà: che cosa vuol dire concretamente essere solidali nel 2018, nel mondo, nella società in cui viviamo; e poi avremo ovviamente il tempo di raccontarvi qualcosa in più proprio sulle tappe molto concrete del progetto di Solidarity watch che stiamo costruendo.

Il primo punto, dicevo, è un tentativo di ricontestualizzare la nozione, la parola solidarietà, in una prospettiva un po’ più storica, un po’ più lunga, per capire che cosa vuol dire oggi, nel 2018. Facciamo una premessa. Dicevo prima, siamo quattro ricercatrici, e stiamo facendo un dottorato in scienze politiche su temi diversi, però, ognuna di noi in realtà sta studiando – a partire da punti di vista lontani – i processi di costruzione di categorie di popolazione che dividono, creano delle frontiere all’accesso di questo o quell’altro gruppo di popolazione a determinati diritti, e sul ruolo che i governi e le istituzioni svolgano nella produzione e nella messa in atto, nella concretizzazione di queste frontiere giuridiche e amministrative. Dico questa cosa perché, per presentare la nostra riflessione, il nostro lavoro sulla solidarietà, dobbiamo per forza mostrare il legame tra queste due nozioni: “categoria” e “solidarietà”.

Allora, un pochino di storia, veramente una goccia. Guardiamo la questione dal punto di vista dello stato: la solidarietà dello stato, la solidarietà istituzionale. Lo stato sociale, nella sua costruzione, nasce come strumento che ha per obiettivo di mantenere lo status quo ed evitare le manifestazioni più estreme di disuguaglianza sociale. Il concetto di “assurance universelle” in francese – di garanzia universale – mira proprio a mantenere sotto un certo livello di rischio le disuguaglianze sociali, ridistribuendo determinate risorse. Questo ha funzionato, più o meno, finché c’è stata un’idea di stato sociale. E poi, poi arrivano le cosiddette crisi economiche, lo stato sociale si ripiega, e questa nozione di garanzia universale viene sostituita dall’idea, dalla nozione di assistenza selettiva. Perché? Perché in questo contesto, in particolare a partire dagli anni novanta, di ripiegamento dello stato sociale e di crisi economica – cioè del potere che si giustifica attraverso il discorso della crisi economica – è il modello del cosiddetto new public management che si impone nella gestione dello stato. Che cosa vuol dire? I teorici di questa teoria del new public management dicono che lo stato deve comportarsi come un’impresa privata, deve fare profitto. E quindi si comincia a selezionare sempre di più quei gruppi di persone che avranno un diritto. E si diffonde sempre di più, in parallelo – dinamica fondamentale per capire quello che diremo dopo -, si diffonde sempre di più un sistema fondato sul sospetto che queste popolazioni a cui accordiamo un certo diritto siano degli approfittatori. Visto che il new public management dice che lo stato deve fare profitto, bisogna stare attenti a distribuire il budget, queste risorse, solo a chi ne ha veramente bisogno, e quindi si va a selezionare sempre di più, sempre di più, sempre di più, delle parti sempre più fini e sottili di popolazione a cui attribuiremo queste risorse. E quindi si sospetta che i richiedenti asilo siano dei falsi richiedenti asilo – per no parlare di migranti, che in realtà sono sempre migranti economici che ne approfittano -, ma si sospetta anche che i disoccupati siano dei finti disoccupati, che chi chiede un aiuto per pagare la casa sia in realtà un approfittatore, eccetera eccetera.

Io ho detto prima che stiamo facendo di tutto, nel nostro progetto di Solidarity watch, per non restare ancorate a questa divisione pro/anti migranti. Adesso mi ritrovo a parlare di migranti: dicevo, i falsi e veri richiedenti asilo, eccetera. C’è un senso, se si parte da qui. C’è un senso perché c’è una specificità dei migranti, o meglio, c’è una specificità delle politiche migratorie. Qual è questa specificità? Le politiche migratorie sono un laboratorio, molto semplicemente, delle politiche neoliberali, delle politiche di sicurezza, delle politiche di restrizione o di negazione di diritti fondamentali, sociali, politici. Perché? Perché i migranti, come categorie che non ha voce, per definizione – pensate semplicemente al diritto di voto – sono la categoria di popolazione più facilmente attaccabile, la categoria sulla quale si possono testare delle pratiche liberticide, delle politiche liberticide. Quindi attenzione, quando si parla di politiche liberticide nei confronti dei migranti, questa cosa è uno specchio di quello che succede nelle nostre società a un livello molto più generale. La cosiddetta “crisi dei migranti” – questo non lo diciamo noi, lo dicono in tanti e in tante – è chiaramente una crisi delle nostre società.

L’ultimo punto, prima di dare la parola a Sarah. Parliamo di criminalizzazione di persone solidali, giusto? Quello che succede è che, se si pensa che delle persone assistite, che hanno – avrebbero – diritto, che hanno bisogno dell’aiuto dello stato, se si pensa che queste persone, secondo la logica del sospetto, approfittano del sistema, per forza di cosa, chi si mostra solidale con queste persone, cerca di aiutarle ad avere accesso a questi diritti è considerato come qualcuno che contribuisce a approfittare di queste poche risorse che lo stato dichiara di avere. E quindi c’è un legame molto chiaro e diretto tra la delegittimazione delle persone che chiedono l’aiuto dello stato – ancora una volta, non solo i migranti, i richiedenti asilo [, ma anche] i disoccupati, le persone che hanno bisogno di aiuto per la casa, eccetera – e la delegittimazione delle persone che si muovono, con gesti solidali di vario tipo per aiutare chi è delegittimato, chi [dovrebbe essere] aiutato dallo stato. E su questa nozione di delegittimazione e di criminalizzazione è Sarah che continua.

[Sarah Sajn]

Buongiorno. Il mio italiano non è buono, devo leggere un testo che abbimo scritto.

La questione della criminalizzazione della solidarietà, e quindi della delegittimazione di certe forme di solidarietà, solleva la questione della definizione e della forma dominante dell’organizzazione della solidarietà nei nostri paesi europei. Questa questione è profondamente politica. Ma spesso viene trattata in termini umanitari, e in modo molto settorizzato, in particolare perché ci sono delle figure professionali, dei ministeri, delle linee budgetarie, degli strumenti particolari…in funzione dei settori d’intervento dello Stato e delle categorie: migrazioni, sicurezza, ambiente, questioni sociali…

Ma è il funzionamento stesso della nostra società che è rimesso in questione, come diceva Chiara prima. Non è una questione di aspetti marginali, di settori particolari, o delle categorie di persone, perché la criminalizzazione della solidarietà tocca direttamente le regole e i criteri del nostro vivere insieme.

Per rispondere a questa sfida è quindi necessario uscire dalle categorie imposte.

È in particolar modo situandosi ai margini di ciò che è legittimo per lo stato che possiamo trovare delle forme di solidarietà che sono in rottura con le categorie imposte [e] che tendono a escludere le forme primarie di solidarietà, piuttosto che a includerle.

Alcune forme di solidarietà resistono, esistendo ai margini del riconoscimento da parte dello stato e costituiscono il terreno dove possiamo ripensare il nostro sistema di vita in comune. Ma attenzione perché si tende a pensare che delle forme individuali, auto-gestite, di solidarietà [pre-esistono] ai margini della solidarietà legittima definita dallo stato. In realtà, lo stato resta la forma più importante di organizzazione politica in Europa e continua ad avere il monopolio della violenza legittima. Questo è un punto importante della riflessione, perché lo stato controlla queste forme di solidarietà, di fatto, e ha il potere di distruggerle usando la violenza. Quello che vediamo in Francia in questi giorni è un uso disproporzionato della forza per reprimere dei movimenti sociali che tendono a convergere e a rimettere in causa le categorie [d’azione e di selezione delleapopolazione] usate dallo stato. Abbiamo studenti, degli operai; abbiamo la questione di questo aeroporto – non so se conoscete – Notre Dame de Landes [comune a 30 km dalla città di Nantes che vede una forte mobilitazione contro la costruzione di un nuovo aeroporto e in difesa della regione e dell’ambiente, violentemente repressa da parte forze dell’ordine.] Abbiamo molte forme di solidarietà che convergono e questo sembra essere un problema per lo stato.

Riprendendo le parole e la definizione di Gherardo Colombo che abbiamo ascoltato all’inizio di questo congresso: lui diceva che la solidarietà funziona su una comunità ristretta, e [attraverso l’identificazione di] un nemico; un Noi e un Loro. Dunque ci sono dei criteri per includere e escludere le persone, per definire chi merita di essere [incluso nei legami di] solidarietà. Ora, se torniamo alla questione degli “assistés” – delle persone assistite – dobbiamo chiederci chi abusa di questi legami [sociali]. Chi prende senza dare? Chi si serve delle risorse comuni per il suo proprio interesse? Chi approfitta delle risorse comuni per arricchirsi personalmente? E se guardiamo bene, non sono i più poveri, loro beneficiano – in proporzione, in volume, in euro, diciamo – poco della solidarietà. Quelli che sono i veri assistiti sono in realtà gli evasori fiscali e le multinazionali che beneficiano di tanto aiuto da parte dello stato e quindi della comunità. Ecco perché dobbiamo riappropriarci la solidarietà come nozione, come valore; ma anche riappropriarci i criteri che la definiscono. Non posso sviluppare, ma c’è sicuramente [in gioco] una questione di democrazia, alla fine. Chi decide di questi criteri?

Il nostro progetto richiede ambizione ma anche modestia. Evidentemente non pensiamo di essere le prime a pensare queste questioni, di essere più rivoluzionarie, di partire da zero. Abbiamo molti strumenti sviluppati dalla sociologia, dai partiti, sindacati, organizzazioni come la Rete…Sono in molti ad aver riflettuto sulla questione della solidarietà.

Oggi, quello che constatiamo non è facile[, ma deve farci reagire]. Le idee fasciste e le forme di solidarietà che queste idee propongono guadagnano terreno. Lo stiamo vedendo in tante elezioni in giro per l’Europa: le idee fasciste stanno ridefinendo la solidarietà, la sua organizzazione politica, i criteri identitari sui quali si fonda, cioè l’identità di gruppo. Per esempio, a marzo a Marsiglia ha aperto un centro che si chiama Bastione sociale, che si ispira all’esperienza italiana di Casapound e che propone un’azione di solidarietà nei confronti delle persone francesi, solo francesi, di cui lo stato non si occupa, in nome di quella che in francese viene chiamata la “priorità nazionale”. Usano il linguaggio umanitario che sentiamo usare dalle ONG e se non si fa attenzione, se non siamo vigilanti, sembrerebbe un discorso semplicemente umanitario.

Allora abbiamo un problema: qualcosa non ha funzionato [nelle idee] di sinistra.

Come diceva il filosofo Walter Benjamin, “dietro ogni fascismo, c’è una rivoluzione fallita”. Il fascismo si avvicina, stiamo attenti a non mancare il tempo della rivoluzione!

[Chiara Pettenella]

Concludo con due informazioni sull’evoluzione del nostro progetto.

L’idea è molto semplice. Sarebbe quella di legare le emozioni , il sentimento di ingiustizia quotidiano che tante persone vivono, a una riflessione politica [collettiva]. Questo è quello che vogliamo fare sul nostro sito di Soidarity watch che sarà ben presto online.

Come vogliamo farlo? Il fatto di cominciare dall’idea della criminalizzazione della solidarietà nei confronti migranti – anche se abbiamo detto che vogliamo uscire da questa logica di [opposizione tra] aiutare i migranti/non aiutare i migranti -, il fatto di cominciare da questo fatto, ci permetti di rimettere al centro delle cose un po’ essenziali come il diritto a mangiare, dormire, non avere freddo; poter partorire in un luogo normale anziché in mezzo alla neve attraversando le montagne; mangiare del cibo sano, bere dell’acqua pulita senza aver paura di ammalarci… I principi di base della vita! Ed è da lì che bisogna ripartire, chiaramente, per ricostruire i legami che uniscono tra di loro gli esseri umani che vivono su uno stesso territorio, che è la nostra definizione di società, indipendentemente da dove vengono. Quindi per rispondere alle domande che sollevava Sarah sull’organizzazione della solidarietà.

Sul sito, concretamente: partire dalla criminalizzazione della solidarietà significa, prima di tutto contare le persone che sono confrontate a questa delegittimazione, renderle visibili, anche per prendere coscienza del nostro potenziale di cambiamento rispetto a questi fenomeni di criminalizzazione della solidarietà – lo diceva Sarah -[, ristabilendo] dei criteri di solidarietà che non sono necessariamente quelli imposti dallo stato e che funzionano per categorie sempre più strette, sempre più sottili. Quindi ci sono tre cose che facciamo sul sito: la prima, è la costruzione di un database in cui raccogliamo nel modo più ampio possibile su scala europea i casi di criminalizzazione delle solidarietà; seconda cosa, raccogliamo testimonianze, cioè facciamo in modo di ricordare che questi fenomeni sono le storie di persone – dare dei volti e delle voci: quindi video, audio, racconti, immagini…; terza e ultima cosa, vogliamo proporre su questo sito delle analisi più concettuali, o più globali, con contributi di ricercatori, esperti, militanti, associazioni…che possono avere una visione più astratte e politica di queste problematiche.

E su questo ultimo punto concludo dicendo che vi ringraziamo tantissimo del vostro sostegno e del vostro aiuto anche economico, e che vorremmo chiedervi di partecipare. Cioè, questo lavoro che stiamo lanciando è un lavoro fatto collettivamente, [che si costruisce ]attraverso contributi – a partire da tanti punti di vista: militanti, politici, eccetera – che devono incontrarsi sul nostro sito per ridefinire la solidarietà come parola, coma valore sociale e come pratica. Abbiamo degli obiettivi grandissimi, l’utopia è la nostra parola d’ordine, e abbiamo tante piccole cose da fare. Per esempio, permettere a tante persone di tanti paesi europei di poter utilizzare la nostra piattaforma, e quindi un lavoro di traduzione di testi, di ricerca di testi in altre lingue – tutte le lingue dell’Europa… [Questo] spazio di scambio che esiterà solo se arriveranno contributi dalle persone più varie, compresi voi, quindi sentitevi assolutamente chiamati in causa.

Saremo molto felici di avere le vostre domande e commenti e vi ringraziamo molto.

Intervista a Cedric Herrou VIDEO

Cimitero di Mentone VIDEO

SABATO 24 NOVEMBRE – POMERIGGIO

Partecipanti al coordinamento:

SEGRETERIA: Maria Angela Abbadessa, Maria Cristina Angeletti, Fulvio Gardumi.

ALESSANDRIA: Maria Teresa Gavazza, Gigi Bolognini; BRESCIA: Gabriella Giometti, Piergiorgio Todeschini; CASALE MONFERRATO: Beppe Ghilardi; CASTELFRANCO VENETO: Marta Bergamin, Fabio Corletto, Erman-no De Biasio; CELLE/VARAZZE: Pier Pertino; GENOVA: Sergio Ferrera; MACERATA: Gianni Baldassarri; MOGLIANO VENETO: Beniamino Favaro, Annarosa Liotto; PADOVA: Elvio Beraldin; PESCARA: Silvestro Profico; PISA-LUCCA-VIAREGGIO: Giorgio Gallo, Angela Vannucchi, Claudio Sodini; QUARRATA: Mariella Borelli, Sergio Lomi, Annalia Noci, Teresa Bertoldi, Tereza Sargsyan; QUILIANO: Caterina Perata, Monica Ruffa; ROMA: Angelo Ciprari, SALERNO: Lucia Capriglione; TORINO: Monica Armetta; TRENTO: Gabriella Farina; VARESE: Marco Lacchin; VERONA: Gianni Pettenella, Maria Picotti.

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Il Coordinamento affida la Presidenza della riunione a Maria Angela Abbadessa.

Ore 14.50 : Inizio lavori.

Mariella Borelli: Dà il benvenuto ai partecipanti e illustra la storia di Villa Rospigliosi ove si svolge il coordinamento.

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  1. Riassunto decisioni precedente coordinamento.

Maria Angela Abbadessa: riassume le decisioni assunte al coordinamento di Candriai.

Beppe Ghilardi: riferisce che Fernando De Brito si trova in una casa di cura dei Domenicani in Brasile, per cui non è più necessario il nostro contributo economico e quindi il versamento potrà essere interrotto.

Il Coordinamento stabilisce di chiudere l’operazione relativa al vitalizio a favore di Fernando De Brito

Fulvio Gardumi: riferisce di avere ricevuto una mail da Lia Rontani della Rete di Udine in cui si conferma che i 3.000 €. destinati a finanziare un viaggio giovani nel progetto di Giovanni Baroni possono essere messi a disposizione della Commissione Giovani che può anche utilizzarli per altri viaggi giovani.

Il Coordinamento decide di mettere a disposizione della Commissione Giovani 3.000 € del progetto Baroni, allo scopo di finanziare viaggi di giovani.

Caterina Perata: chiede se non sia possibile finanziare il Convegno in memoria di Ettore Masina con una raccolta fondi a parte, per non fare gravare i costi sulla Rete Nazionale.

Il Coordinamento decide che se dovessero arrivare fondi raccolti dalle Reti locali a favore del Convegno, saranno utilizzati a copertura della somma già stanziata pari a 1.000€

Il Coordinamento conferma le decisioni assunte a Candriai.

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  1. Seminari regionali.

Maria Angela Abbadessa: Dobbiamo decidere se fare un seminario unico o seminari per aree, decidere il tema e la data.

Gianni Pettenella: Siamo in grado di organizzare di nuovo i seminari?

Angelo Ciprari: Un tema che gli interessa è quello sulla pace, la non violenza, le spese militari. Il seminario dovrebbe vertere su quel tema.

Sergio Ferrera: Quello che facciamo dovrebbe essere valorizzato anche nel periodo successivo. Altrimenti rischiamo di impiegare molto tempo per organizzare un seminario e poi la cosa non crea un seguito.

Maria Teresa Gavazza: Propone di esaminare il tema della controinformazione, perché oggi vengono fatte circolare in modo strategico notizie false, per ottenere risultati simili ai colpi di Stato.

Beniamino Favaro: Già a Candriai era stato individuato il tema della comunicazione, indicando, forse, anche il nominativo di un possibile relatore. La RRR ha organizzato, negli anni ’90, un convegno riuscitissimo sul tema. Oggi occorre analizzare i nuovi mezzi di comunicazione, che orientano masse enormi di persone. In questa prospettiva, sarebbe preferibile un unico seminario nazionale.

Silvestro Profico: D’accordo con Angelo. “Politica, movimenti, pace” – Sottotitolo sull’informazione.

Maria Picotti: Già a Candriai si è parlato molto del tema dell’informazione. Anche il tema della pace è coinvolto dal tipo di comunicazione che si fa. E’ possibile mantenere le aree regionali, con una conclusione unitaria, come la scorsa volta.

Caterina Perata: Più tardi darà un invito simbolico ad un’iniziativa a Savona sul Centrafrica. Il Centrafrica è spesso una vittima delle armi e della cattiva informazione. Propone che ogni Rete si guardi attorno per vede-re se in zona ci sia qualcuno che sta lavorando sull’argomento, per portare questo lavoro di interazione in un seminario nazionale. A Savona è nata recentemente un’Università Popolare: la Rete potrebbe partecipare, pubblicizzarla e restituire a livello nazionale.

Lucia Capriglione: A Candriai si è parlato di un seminario sulla comunicazione ed è d’accordo. Conferma l’idea di fare qualcosa sul territorio, aperta all’esterno. La Rete di Salerno sente l’esigenza di approfondire la modalità della comunicazione all’interno delle nostre comunità, anche nella logica di analizzare la violenza verbale che circola. Per cui è utile parlare anche di nonviolenza a partire dai nostri luoghi di provenienza.

Marco Lacchin: Sarebbe utile collegare il tema del seminario a quello del Convegno. Bene il tema dell’in-formazione, in relazione alle nuove tecnologie. Importante avere relatori giovani

Fulvio Gardumi: l’11 dicembre parteciperà ad un corso di formazione su “Giornalismo, hacking e politica”: Se il relatore fosse bravo, potrebbe segnalarcelo

Angela Vannucchi: vorrebbe che non cadesse l’idea di Silvio Profico sul discorso della politica. Noi abbiamo lottato in questo ambito a sarebbe utile trasmettere qualcosa e capire che scelte facciamo e dove stiamo andando. Nel titolo proposto da Silvio sostituirebbe “Movimenti” con “Mondi”. Sarebbe importante creare una nuova cultura politica

Giorgio Gallo: Sulla informazione sarebbe meglio un seminario/corso su come fornire strumenti critici per capire e filtrare l’informazione, invitando soprattutto giovani. Si pone il problema di un discorso più politi-co: viviamo la marea montante del populismo che va indagata per capire come cambiare la situazione. Si sta costruendo una narrazione unica, eliminando le narrazioni alternative.

Piergiorgio Todeschini: Quando si parla di informazione, pensa a tecniche, modi, modalità. Se si fa il discor-so sull’informazione, lo si deve fare in relazione al populismo ed alla violenza. Si deve fare un corso per avere strumenti da usare per un determinato contenuto.

Maria Teresa Gavazza: Non le interessa un corso per imparare ad usare i social. L’informazione non è neutra: è politica. Occorre ricollegarsi al discorso dei movimenti: non possiamo fare dei seminari solo come RRR. Occorre partire dalle realtà locali.

Maria Cristina Angeletti: E’ necessario soprattutto informare i giovani, perché molti di loro sono confusi. A Macerata le ultime elezioni sono state vinte dalla Lega. Resta interdetta di fronte alla società che ci circonda. Dobbiamo capire perché questo sta accadendo.

Fulvio Gardumi: dobbiamo decidere se fare un unico seminario nazionale o più seminari macroregionali

Angelo Ciprari: nella RRR gli unici giornalisti sono Antonio Vermigli e Fulvio Gardumi. Noi dobbiamo operare nei confronti del 36% della popolazione che alle prossime elezioni voterà Lega. Non dobbiamo rivolgerci ai movimenti, che già sono convinti di certe cose. Noi dobbiamo rivolgerci alla gente che la pensa diversamente. Per i seminari, vorrebbe fare incontri interregionali, con altri gruppi che già affrontano il tema che vogliamo portare avanti, con un incontro finale, conclusivo, nazionale.

Monica Ruffo: Quando viene, ascolta sempre cose interessanti. Apprezza il connubio tra giovani e meno giovani. D’accordo sul discorso dei giovani, che recepiscono un’informazione sbagliata, perché condizionati dai media.

Pier Pertino: Spesso pensiamo che una platea giovane che usa i social conosca effettivamente i meccanismi con cui il web condiziona il consenso. I giovani sono solo dei fruitori, che vengono condizionati. E’ impor-tante mettere in luce questi meccanismi, per fornire strumenti critici. Il seminario non deve essere sull’uso del social ma sulle conseguenze di un recepimento acritico di quello che il social porta.

Monica Armetta: E’ d’accordo sul fare seminari regionali che convergano in un momento nazionale. Il pe-riodo corretto è quello di aprile/maggio, con il momento nazionale a settembre. Opportuno lavorare sul tema in vista del prossimo Convegno nazionale. Sul contenuto, il tema della decodifica dell’informazione attraverso i social e l’attuale linguaggio populistico, è importante. Non sarebbe male coinvolgere qualche universitario. La comunicazione è il veicolo attraverso cui far passare in maniera corretta molti temi. Il linguaggio praticato dai giovani è spesso un linguaggio violento. Importante anche coinvolgere nei seminari le realtà locali.

Giorgio Gallo: Non metterebbe l’argomento pace, perché vi è il rischio di un discorso troppo astratto. Pier Pertino ha colto bene il problema: la nostra esigenza è quella di dare strumenti critici per interpretare l’in-formazione. Ritiene, invece, che i seminari ed il convegno siano strumenti diversi, per cui non devono essere necessariamente collegati. Anche noi, a volte, non abbiamo strumenti critici: dobbiamo rimetterci in discussione. Maglio fare 4 seminari con taglio diverso, da mettere insieme in un momento nazionale.

Sivestro Profico: Il tema della capacità critica è fondamentale. A Pescara insegna Bagnai, uno dei principali consiglieri di Salvini, che è emblematico per la totale incapacità di dare ascolto alle ragioni degli altri. C’è una bella vignetta di Altan sul tema.

Caterina Perata: Chiediamo ai giovani di parlare agli altri giovani: se vogliamo organizzare seminari pensati per giovani, dobbiamo trovare giovani che possano offrire strumenti critici. Poi tutti insieme unifichiamo le esperienze in un contesto nazionale, portando il nostro contributo come RRR. Un rischio è quello di non avere persone esterne neppure nei seminari macroregionali.

Maria Angela Abbadessa: La modalità dei seminari macroregionali è ancora valida, per consentire la partecipazione di più persone. Poi i risultati potrebbero confluire in un momento nazionale ed eventualmente proseguire fino al Convegno. Il tema è importantissimo, perché l’informazione molto raramente parte dal fatto. Dobbiamo chiederci se sia ancora importante la conoscenza del fatto.

Monica Armetta: Il fatto di concentrarci sugli strumenti e sulla capacità critica impone di inserire anche una parte relativa ai contenuti. Come individuare le fonti a cui fare riferimento? Come conoscere per poter valutare? Ormai l’informazione utilizza il linguaggio della fiction.

Gigi Bolognini: Alcune cose che sono state dette gli fanno pensare che la storia della RRR è stata sempre centrata sulla solidarietà internazionale, perché ci muovevamo in un contesto dove questo discorso era con-diviso. Oggi non è più così. La RRR deve diventare di più un gruppo che fa un’azione squisitamente politica, coinvolgendo altre persone e al limite, facendo proselitismo. In questo senso, i seminari dovrebbero porsi il problema di come coinvolgere altre persone esterne alla RRR.

Fulvio Gardumi: Molti di noi parlano dell’informazione pensando ancora a quella “classica”: oggi siamo in un’altra era, in cui quasi più nessuno legge i giornali. Oggi è l’informazione che viene a cercarci, anche per mezzo dei processi di “profilazione” degli utenti del web, che elaborano i nostri dati e ci suddividono in base alle nostre preferenze, idee, orientamenti. Il web ci conosce meglio di noi stessi. Frei Betto ha detto che tra le cause hanno fatto vincere Bolsonaro in Brasile (e Trump in Usa) ci sono queste tecnologie di informazione mirate, che spostano milioni di voti e che, essendo costosissime, sono appannaggio solo dei partiti ricchi di destra.

Gianni Pettenella: Se dobbiamo essere concreti, siamo un po’ lontani. Ci siamo detti quello che ci piacerebbe ascoltare da un relatore? Le nostre forze sono poche, per cui dovremmo essere sempre più semplici. L’informazione richiede una lettura critica: cosa possiamo concretamente fare l’anno prossimo? Il Triveneto potrebbe organizzarsi a Sezano.

Fulvio Gardumi: Sarebbe opportuno che Nord-Ovest, Centro e Sud dicessero le loro intenzioni in merito all’organizzazione dei seminari e alle possibili sedi ed iniziassero a lavorarci sopra.

Pier Pertino: Almeno il periodo di riferimento va definito: Aprile/Maggio? Va anche chiarito se questo deve convergere in un seminario nazionale.

Il Coordinamento decide che i seminari macroregionali si terranno ad aprile/maggio, compatibilmente con le elezioni europee. I risultati andranno a confluire in un successivo seminario nazionale a settembre. Il tema generale sarà l’analisi critica dell’informazione.

Monica Armetta: per il Nord-Ovest possibili sedi potrebbero essere Cavagnolo, Villanova d’Asti, l’Università Popolare di Savona

Mariella Borelli: Per il Centro-Sud un’ipotesi potrebbe essere Quarrata, con qualche problema per l’ospitalità.

Maria Cristina Angeletti: Anche Macerata potrebbe essere una sede opportuna.

Lucia Capriglione: Si potrebbe pensare di fare una cosa al sud: magari un’iniziativa territoriale che porti un contributo al seminario macroregionale.

Si stabilisce che, al prossimo coordinamento, le Reti Locali forniranno sede e data dei seminari macroregionali. Il tema generale è stato abbozzato e dovrà essere approfondito prima del prossimo coordinamento.

Elvio Beraldin: Ha difficoltà a capire il tema dell’informazione Oggi nessuno legge un giornale. Si chiede se dobbiamo affrontare anche l’argomento della diffusione della nostra informazione.

Sergio Ferrera: Negli ultimi anni la situazione italiana è peggiorata. Se vogliamo essere incisivi dovremmo provare a concordare una strategia comune ed a collaborare con le associazioni sul territorio. Occorre cerca-re di diventare massa critica.

Marta Bergamin: Il tema è interessante. La sfida sarà quella di allargare il seminario, contaminandoci con altre persone. L’idea di fare un pre-seminario locale, sarebbe una bella sfida

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  1. Comunicazioni.

Gianni Pettenella: a Riace è andato Giovanni Esposito, portando lo striscione della RRR ad una manifestazione di sostegno. Cosimina, che lavora nell’Associazione Città Futura, con cui ha avuto un contatto telefonico, ci ha ringraziati per la nostra solidarietà. Mimmo Lucano vive fuori da Riace, l’Associazione è attualmente impegnata a sistemare gli stranieri che sono costretti a partire. Il primo uso delle donazioni ricevute è quello di dare agli stranieri un minimo di pocket money. In conclusione: resistono, ma in una fase di dismissione. L’ospitalità di un gruppo a Riace per qualche giorno non è così semplice e comporta spese. Resta a disposizione della commissione giovani

Lucia Capriglione. Un’amica della RRR va a Riace sabato e domenica prossima. Farà anche un giro in tutte le esperienze SPRAR dei dintorni. Riferirà nella prospettiva di un viaggio giovani. A quanto le risulta, le case lasciate dagli stranieri sono messe a disposizione per l’accoglienza.

Monica Armetta: Ha contattato Recosol, Rete di comuni solidali. E’ stata prevista la possibilità per le associazione di aderire al loro progetto. Non possono entrare come soci a tutti gli effetti, ma è possibile aderire sottoscrivendo un modulo. Così saremo informati delle prossime iniziative, in primavera. Sono in corso anche iniziative di giovani sul territorio, tra cui una mostra di vignette, per sensibilizzare.

Giorgio Gallo: Una persona che se ne è andata via da Riace dopo avere vissuto per qualche giorno l’esperienza di un altro SPRAR, ha deciso di tornare, anche senza soldi. Le case utilizzate dal progetto sono state lasciate vuote da emigranti riacesi, e sono utilizzate in comodato o con piccoli affitti, a condizione che vengano mantenute e sistemate. Andando via i migranti, le case potrebbero tornare disponibili per l’ospitalità. Anche l’Associazione Città Futura è sotto sfratto.

Vari interventi di commento sulla situazione di Riace.

Pier Pertino: una delle iniziative possibili sarebbe quella di far aderire il proprio comune a Recosol (riferimento Roberta Ferruti). In Liguria ce ne sono solo due. Nel percorso dei giovani per andare a Riace, si potrebbe proporre il cortometraggio di Wenders sull’esperienza di Riace portato in giro dal produttore esecutivo Claudio Gabriele.

Il coordinamento decide di aderire a Recosol come socio sostenitore, inviando il modulo di adesione. Referente per i contatti è designata Monica Armetta

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  1. Verifica dello Statuto della RRR e responsabilità dei suoi organi.

Maria Angela Abbadessa: dà lettura del testo -già inviato via e-mail a tutti -in cui la Segreteria propone una traccia di considerazioni che possano guidare la riflessione sull’argomento (lo si allega al presente verbale).

Ad esito di ampia discussione il Coordinamento delibera quanto segue:

  1. La RRR non si iscriverà negli albi nazionali degli enti del terzo settore (ETS).

  2. La sede sarà collocata presso lo studio legale di Marco Lacchin (Studio Legale Associato Lacchin-Bettiati, in Varese, via Magatti 2) che, per necessaria terzietà, non risulterà nel registro dei soci.

  3. Si creerà un registro dei soci, aggiornando quello attualmente esistente, indicando le persone che frequentano abitualmente i coordinamenti, oppure quelle designate dalle singole Reti lo-cali;

  4. Si apporteranno allo statuto le modifiche strettamente necessarie per rispettare la normativa di natura fiscale. Il nuovo statuto sarà presentato per l’approvazione all’assemblea (coordina-mento) di gennaio 2019.

  5. Fulvio GARDUMI assume la carica di Portavoce: se ne daranno le necessarie comunicazioni;

Silvestro Profico: Maria Picotti risulta solo registrata all’Agenzia delle Entrate. Ora è necessario confermare la nomina della segreteria e designare il portavoce. Suggerisce di non apportare le modifiche allo statuto prima dell’approvazione della normativa del terzo settore.

Angelo Ciprari: Suggerisce che venga predisposto subito uno statuto sulla base della normativa attuale. Se poi fosse necessario, si apporteranno ulteriori modifiche.

Pier Pertino: Abbiamo deciso che non ci registriamo, per cui qualsiasi decreto attuativo non ci riguarda, mentre ci riguarda la modifica dello statuto.

Monica Armetta: se non ci iscriviamo, esiste una normativa a cui dobbiamo attenerci?

Fulvio Gardumi: propone di pensare alla possibilità di trovare un commercialista amico della RRR che ci tenga la contabilità

Gigi Bolognini: conosce una commercialista che segue le associazioni di volontariato.

Elvio Beraldin: Chiede che rimanga l’autonomia delle Reti Locali.

Pier Pertino: Sul discorso dell’autonomia occorre verificare che cosa accade se una Rete Locale decida di registrarsi.

Il Coordinamento conferma la nomina della segreteria nelle persone di:

  • Fulvio Gardumi, che viene nominato portavoce;

  • Maria Angela Abbadessa;

  • Maria Cristina Angeletti;

Conferma la nomina di Marta Bergamin come tesoriera

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SABATO 24 NOVEMBRE – SERA

Angelo Ciprari: Mauro Gentilini lo ha chiamato e si preoccupava della propria lettera circolare sui medici contro la tortura. Invita ognuno di noi ad esaminarla con attenzione. Propone che la segreteria abbia un in-dirizzo di e-mail dedicato, inserito anche sul sito, che potrà essere di volta in volta utilizzato dalle segreterie che si susseguiranno.

Gigi Bolognini: Provvederà alla creazione dell’account della Segreteria

  1. Relazione tesoreria sullo stato del bilancio.

Marta Bergamin: Riferisce della situazione di bilancio, come da prospetto che viene allegato al verbale. Alla data odierna, rispetto alla stessa data dello scorso anno sono entrati 33.000 €. in meno.

Per arrivare alle stesse entrate dello scorso anno, dovrebbero entrare entro fine anno 87.327 € (168.600,50 – 81.273,50). Per coprire gli impegni nelle operazioni in corso dovrebbero entrare 60.568,50 € (141.860,00 – 81.273,50). Spera che si confermino almeno le entrare dello scorso anno in dicembre.

La maggior parte delle quote 2018 dei vari progetti sono già state versate. Mancano solo le donne palestinesi, i Sem Terra brasiliani, i Migranti di Trento, il progetto Case Verdi, il sostegno alla Repubblica Centrafricana, l’operazione in Guatemala, l’operazione Eduposan e Mwamai.

Quest’anno dobbiamo ancora erogare 46.500 €. In più ci sono i soldi accantonati per i viaggi.

Le entrate diminuiscono e stiamo utilizzando il “tesoretto” che avevamo e che va a calare.

Per quest’anno non dovremmo avere problemi a pagare i progetti, perché in dicembre di solito arrivano contributi importanti (la segreteria potrebbe fare un sollecito).

Finora sono stati versati con causale “Riace” circa 830 €.

Se tutto andrà bene, dovremmo arrivare a fine anno con una cassa di circa 23.000 € rispetto ai 45.000 €. dello scorso anno. Teniamo conto che abbiamo avuto anche la spesa per il Convegno nazionale.

Da ricordare che non dovremo più versare i 3.000 €. del progetto Clara Mattei (vitalizio a De Brito).

Angelo Ciprari: Suggerisce di attendere a versare la quota annuale a favore dei Sem Terra, anche perché, dopo la morte di Serena Romagnoli, ci manca un contatto con il movimento.

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  1. Data e luogo prossimi coordinamenti.

Roma – 26/27 gennaio 2019 (il 25 gennaio si terrà il convegno in memoria di Ettore Masina presso Sala del Consiglio del Dipartimento Studi Umanistici Università Roma 3, via Ostiense 236 – Metro B fermata Mar-coni);

Angelo Ciprari: Il convegno in memoria di Ettore sarà un convegno universitario e non una commemorazione. A Candriai si era proposto che Matteo Mennini, curatore del convegno, contattasse Giancarla Codrignani o Raniero La Valle, che avevano condiviso con Masina alcuni incarichi istituzionali nella Commissione Esteri e nel Comitato Diritti Umani. La RRR non dovrebbe avere parte attiva nel convegno, se non con l’intervento di Ercole Ongaro, in qualità di storico (oltre a quello iniziale di Clotilde Buraggi). Il Convegno inizierà alle 11.00 e terminerà alle 17.00.

Coordinamenti successivi:

  • Sezano 23/24 marzo

  • Pistoia 8/9 giugno

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  1. Circolari nazionali.

Dicembre – Roma (Clotilde)

Gennaio – Varese

Febbraio – Celle/Varazze

Marzo – Segreteria (lancio seminario)

Aprile – Verona

Maggio – Macerata

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DOMENICA 30 SETTEMBRE

  1. Esame e discussione progetti in scadenza.

Angela Vannucchi: Riferisce sul progetto di cofinanziamento scuole di pace (2.500 €. annui per 3 anni). Nella relazione circolata nella mailing-list c’è un excursus sul progetto. Chiede il rinnovo del progetto per un importo aumentato a 4.000 €. annui per 3 anni, essendo venute meno le altre fonti di cofinanziamento. La situazione del mondo giovanile è tale per cui il progetto di gestione dei conflitti è di assoluta necessità e deve essere ampliato.

Marco Lacchin: Riferisce sul progetto di assistenza socio-sanitaria a Cochabamba. La relazione con la re-ferente è buona, il progetto prosegue e si è esteso ad un secondo quartiere ancora più periferico. Le relazioni già inviate via internet sono complete anche in relazione al resoconto economico. Darìa Tacachiri chiede aiuto per acquistare una sede ma, al momento, il progetto è fuori dalla portata della RRR. Si propone il rinnovo del progetto alle stesse condizioni (9.000 €. annui per 3 anni)

Piergiorgio Todeschini: Riferisce sul progetto di sostegno al popolo mapuche, con l’ausilio di immagini, che vengono proiettate.

  • Progetto nocciole: durato 2 anni e 6 mesi per complessivi 26.500 €.; questo progetto è chiuso perché ha raggiunto l’autonomia. Altre comunità Mapuche hanno chiesto informazioni per replicare il pro-getto. Al momento la produzione non è in quantità tale da accedere al circuito del mercato equo, a causa dell’incidenza delle spese di trasporto, per cui i prodotti sono venduti in Cile.

  • Nuovo progetto destinato a sostituirlo: riguarda i diritti umani con riferimento specifico ai diritti politici. C’è la necessità di aiutare le famiglie a sostenere i prigionieri (viaggi per le visite, difesa le-gale). Da notare che l’attività di polizia colpisce soprattutto i soggetti che sono stati attivi nella rivendicazione delle terre. Entità complessiva del progetto: 9.000 €. annui per tre anni.

  • C’è una novità molto significativa, in attesa del coordinamento di Roma: gli amici di Sergio Escudero hanno intenzione di sostenere un progetto presso i Mapuche, organizzato al modo della borsa di studio creata da Francesco di Udine. L’idea sarebbe quella di farlo divenire un progetto della RRR, facendo transitare i fondi dalla tesoreria nazionale.

  • Nell’ultimo mese, come sappiamo, sono avvenuti fatti molto gravi nelle comunità Mapuche: per il resoconto ci si richiama al materiale fatto circolare nella mailing-list. L’assassinio di un militante mapuche ha suscitato una mobilitazione di nuovo stampo a fronte di una repressione insostenibile. Dal Governo cileno sono giunte un sacco di bugie, che sono poi state smentite, anche dai media. Come conseguenza è stato destituito l’intendente dell’Araucania (chi lo ha sostituito è peggio di lui). Come si diceva, tutto ciò ha creato grandi manifestazioni di sostegno al popolo Mapuche sia in Cile che in molti stati europei. Josè e Margot, in quanto leader, sono sotto controllo della polizia.

  • Su richiesta di Josè e Margot, è stata preparata una lettera di protesta da inviare all’Ambasciata Cilena di Roma, al Consolato Cileno di Milano e ad Amnesty International, che sarà firmata dalla segreteria.

  • Le ultime notizie mandate da Margot riguardano la visita del presidente Piñera all’Araucania. Ciò non ha avuto alcun senso politico né ha portato proposte di soluzione per il conflitto. E’ venuto solo per far da spalla al nuovo intendente regionale. Il Presidente ha negato l’esistenza del commando Jungla, attribuendolo ad un’invenzione della stampa.

Maria Teresa Gavazza: Il caso dell’uccisione dei Mapuche dovrebbe essere oggetto di studio nel nostro seminario. Tra l’altro, dovrebbe indurci a riflettere sulle nostre prospettive future.

Beppe Ghilardi: Riferisce del progetto di produzione di sapone di Salete Ferro a Rorianopolis. Nel 2014 è partita la cooperativa di donne. Il progetto è di 2.000 €. annui per 3 anni. Si propone il rinnovo.

L’altro progetto è Alli Causai, in Ecuador. Il progetto è stato più volte rinnovato. Adesso le energie della gente del posto sono calate, per cui vi è la necessità di modificare il progetto, che riguarda ora soprattutto le scuole, dove si manifesta un disagio molto forte dei bambini, che va gestito con psicologi ed educatori. L’importo è di 4.000 €. annui per tre anni.

Tereza Sargsyan, per la rete di Quarrata, riferisce del progetto in Armenia. Gyumri è la seconda città dell’Armenia (antico centro culturale del Paese). Nel 1988 c’è stato un grande terremoto che l’ha rasa al suolo, dimezzandone la popolazione. Dopo il terremoto, la città non si è più ripresa: soprattutto non si è risollevata l’industria. L’unica fonte di reddito è stata il commercio. Ancora oggi 3.400 famiglie sono senza casa e vivono in baracche di fortuna. Molte persone vanno in Russia per lavorare e spesso non tornano.

Lo Stato è quasi assente. A Gyumri c’è anche una base militare russa, che ha grande valore strategico verso la Turchia. Si pensa che Gyumri sia stata tenuta in questa situazione, per fare gli interessi della base.

Il carico sociale è sulle spalle della chiesa (armena e cattolica). Queste iniziative vanno sostenute. E’ possibile anche che qualcuno della Rete ci vada come volontario.

Il progetto consiste nell’allestimento (5 postazioni di lavoro) di un locale per corsi di parrucchiera, estetista ecc. E’ anche possibile che in quel locale si lavori per contribuire alle spese del centro sociale. Importo 3.263 € per un anno.

Beniamino Favaro: Riferisce del progetto Lualaba in Congo. La costruzione della scuola primaria è una necessità individuata nel 2013 dalle persone del posto. Oggi c’è la difficoltà di creare una relazione ma anche se mancano notizie recenti sugli sviluppi del progetto stesso, invita i presenti ad una riflessione che, ancor prima dei costi e dei tempi di attuazione, permetta di valutare la sua valenza simbolica ed emblematica per la comunità locale di Lualaba e per l’intero Paese che, secondo le informazioni fornite da p. Richard Kitengie, ha subito tra i nove e i dieci milioni di morti in questi oltre 20 anni di guerra di rapina non ancora conclusasi (se questo non è un genocidio!?). Se finora è mancata una vera e propria relazione con i referenti locali, ciò soprattutto a casa delle difficoltà di comunicazione, abbiamo però avuto in padre Richard un “mediatore culturale-umano” straordinario che ci ha portati dentro alle problematiche, non solo della R.D.C. ma dell’intero Continente Africano, svelandoci le logiche di un’economia di rapina e di fomentazione di guerre condotte dai Paesi ricchi e dalle grandi multinazionali che stanno alle loro spalle. Padre Richard ci ha altresì parlato con grande passione umana della sofferenza e del travaglio del suo Popolo e di quanto la Chiesa Congolese si stia esponendo, schierandosi apertamente a fianco della popolazione (vedasi a questo proposito la relazione di p. Richard svolta nell’incontro del 26 settembre scorso a Mogliano, dal titolo “Rompiamo il silenzio sull’Africa” e il documento recente della Conferenza Episcopale Congolese sulle elezioni nella R.D.C., entrambi pubblicati nel sito della Rete). Perciò il gruppo di Mogliano V., pur nella difficoltà delle comunicazioni, ha il fermo proposito di proseguire il proprio impegno in questo progetto anche oltre la realizzazione della scuola, per continuare a camminare a fianco di questo Popolo martire che sta lottando per la propria indipendenza ed emancipazione, per la vita e per la pace. La scuola diventa, quindi, anche un simbolo della nostra partecipazione alla loro resistenza. La Rete di Mogliano si augura di poter ricevere per il prossimo coordinamento di gennaio 2019 a Roma le notizie relative all’aspetto economico, valutando una previsione intorno ai 5.000 euro annui, come peraltro è stato fatto finora con i 15.000 euro suddivisi in tre anni.

Monica Armetta: Al prossimo coordinamento di Roma si spera di portare più giovani. Potrebbe essere un momento di incontro tra i giovani, su temi che stanno maturando oggi in Italia. Ci hanno chiesto aiuto per far nascere qualcosa. Il fatto di esserci per proporre spazi di incontro potrebbe essere interessante

Maria Teresa Gavazza: Propone un progetto a costo “0”. E’ un progetto di coscientizzazione nella scuola, a cui i membri della Rete di Alessandria dedicano il proprio tempo. Da 6 anni è inserita nel progetto anche la RRR. Si tratta di lezioni di storia, a partire dalla Resistenza sino ad oggi. Il motto è “Senza memoria non c’è futuro”.

Maria Angela Abbadessa: Il progetto Armenia era già stato presentato a Pescia a novembre 2017. In quella sede la decisione era stata rimandata, in attesa di conoscere se ci fossero risorse disponibili.

Monica Armetta: In quell’occasione, si era deciso di aspettare il rinnovo di tutti i progetti già in corso. Il momento dell’eventuale approvazione è questo.

Il coordinamento decide di approvare da subito il nuovo progetto in Armenia, per l’importo di 3.263 €. per un anno.

Lucia Capriglione: Sul progetto Case Verdi era già stata decisa la sospensione. Patrizia Cecconi ci ha riferito che si sta ripartendo con gli orti sui tetti. E’ stato risposto che stiamo riflettendo sul rinnovo dei progetti perché i fondi mancano e, vista la mancanza di relazione, è tutto sospeso sino ad un viaggio nella Striscia di Gaza della Rete di Salerno.

Ci è stata chiesta l’adesione alla Piattaforma Mediterranea: si tratta di un’attività di monitoraggio del movimento dei migranti nel Mediterraneo ad opera di un cartello di associazioni, finanziate da Banca Etica. Per maggiori informazioni vedere le News sul sito della RRR. Cosa facciamo? Non si chiede al momento denaro, ma appoggio politico, per effettuare raccolte a livello locale.

Gigi Bolognini: Piattaforma Mediterranea usa un vecchio rimorchiatore riadattato, con cui “pattuglia” il Mediterraneo. I viaggi costano molto (carburante), per cui è un atto un’attività di crowdfunding. Sul loro si-to, linkato in quello della RRR, c’è l’elenco delle associazioni coinvolte.

Maria Teresa Gavazza: A livello locale è possibile fare delle raccolte. La cosa interessante è che loro non raccolgono i profughi, ma denunciano il mancato aiuto ai barconi che stanno affondando

Il Coordinamento decide di aderire anche a livello nazionale alla Piattaforma Mediterranea

Angelo Ciprari: Ha partecipato alle riunioni di Medici contro la Tortura (Progetto Dario Canale), con buona accoglienza. Loro insistono sul fatto che riescono a dare una consulenza molto più forte con un numero maggiore di colloqui rispetto al passato. Gli utenti hanno le provenienze più varie: la violenza è generalizzata nel mondo. Il progetto non è in scadenza, il rapporto è molto forte.

Se ci fossero giovani che volessero avvicinarsi al lavoro di Medici contro la Tortura, potrebbero fare un breve percorso di conoscenza.

Per quanto riguarda le borsine di tela del convegno sono terminate. Ci sarebbe la possibilità di ordinarne la ristampa.

Maria Picotti: insieme agli atti del Convegno possono portare un piccolo messaggio: sono molto carine ed è facile venderle per 5 €.

Pier Pertino: bisogna stamparne almeno 200. Bisogna vedere se sia possibile stamparle allo stesso prezzo.

Il coordinamento decide di stamparne 200. Saranno distribuite al coordinamento di Roma.

Durante la discussione per il rinnovo dei progetti in scadenza, emerge da più parti la preoccupazione sulla possibilità di sostenere, da un punto di vista finanziario, tutti gli impegni per i prossimi 3 anni, vista l’evi-dente riduzione dell’autotassazione. Si stabilisce, perciò, come linea guida, di rinnovare o approvare i progetti per tre anni, garantendo, però, al momento, il finanziamento solo per i primi due anni. Di tale fatto dovranno essere puntualmente informati i referenti locali.

Si apre la discussione sul rinnovo del progetto “Scuola della Pace” proposto dalla Rete di Pisa/Lucca/Viareggio.

Il coordinamento decide di approvare il progetto per l’importo di €. 4.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul rinnovo del progetto “Assistenza socio-sanitaria a Cochabamba”.

Il coordinamento decide di approvare il progetto per l’importo di €. 9.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul progetto Mapuche (assistenza alle famiglie delle persone detenute).

Il coordinamento decide di approvare il nuovo progetto per l’importo di €. 9.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul progetto di produzione di sapone a Rorainopolis di Salete Ferro.

Il coordinamento decide di approvare il nuovo progetto per l’importo di €. 2.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul progetto Alli Causai-Ecuador (assistenza integrale agli scolari della zona sud-est del Cantone Ambato)

Il coordinamento decide di approvare il nuovo progetto per l’importo di €. 4.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Per quanto riguarda i progetti Lualaba (per mancanza di notizie aggiornate) ed Eduposan (per as-senza della Rete referente – Rete di Noto Avola e Pozzallo), la decisione definitiva sarà assunta a gennaio.

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  1. Aggiornamenti, varie ed eventuali.

Piergiorgio Todeschini: Fernanda Bredariol ci ha inviato un aggiornamento sulla situazione in Araucania, scrivendo che i Carabineros fermano le persone per strada e le rimandano indietro, dicendo che bande di Mapuche armati bloccano le vie di comunicazione. Alcune persone sono andate a controllare, ma non hanno trovato nessuno.

Inoltre, una parte molto consistente della popolazione del Cile ha iniziato ad appoggiare la popolazione Mapuche contro il Governo.

Gigi Bolognini: Il sito è stato rinnovato con un certo sforzo. Invita tutti a sfruttarlo di più. Ci sono progetti della RRR che non hanno una scheda sul sito, perché non è stata mandata. Ci sono altri progetti che sono stati modificati: occorre mandare una scheda aggiornata. Ancora: la mailing list è abbastanza oberata, per cui può accadere che qualche volta dei messaggi non passino. Chi ha allegati consistenti, potrebbe sfruttare meglio il sito, inviando i materiali via mail a Gigi Bolognini (natluigi@teletu.it)

Elvio Beraldin. Ricordiamoci che il sistema sta rendendo i paesi poveri sempre più poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Ad Haiti attualmente nei panifici non si trova neppure il pane, le bande sono ritornate, al punto che in alcuni luoghi le scuole sono state chiuse. Tutto è nato dall’aumento improvviso del prezzo del carburante. Oggi, a nome della Rete di Padova, ha portato al coordinamento un documento sul “Diritto alla scuola-diritto all’uguaglianza”, per due borse di studio e la costruzione di un’aula per la sezione dell’infanzia “Gianna-bambini” a Fondol.

Angelo Ciprari: Nel momento in cui le cose vengono inserite sul sito, ogni 15 giorni Gigi potrebbe inviare una e-mail nella mailing-list, comunicando le notizie inserite

Silvestro Profico: Don Rino Ramaccioni ha problemi di salute seri. Luigi Rocchi è ancora venerabile, perché il processo di canonizzazione è fermo in attesa del miracolo. La sua tomba è in una chiesa di Tolentino, ancora danneggiata dal terremoto. La sorella di Luigi ha, a sua volta, avuto la casa danneggiata: sarà abbattuta.

Maria Picotti: Aggiorna sul progetto Binario 1 di Bolzano, che è stato presentato al coordinamento di Candriai. Nell’ultimo anno, si è lavorato sulla prima accoglienza. Il lavoro è stato fatto anche con lo scopo politico di sollecitare le istituzioni. Altra cosa interessante è che avranno in comodato una ex casa di riposo fino al 30 marzo. Poi la casa sarà restituita ai proprietari. Sono arrivati alla conclusione che troveranno un’altra via, anche accettando di fare un passo indietro e ridurre le dimensioni della loro attività. Pensano di prendere un piccolo appartamento, ma di continuare a dare un segno alla città.

A Verona si è tenuta la giornata “Welcome communities”, in cui sono state presentate alcune esperienze di accoglienza in famiglia dei migranti.

Maria Teresa Gavazza: Ha presentato il proprio libro a Pistoia. Continuerà a farlo anche nel 2019.

Pier Pertino: Ha avuto conferma che le borsine si possono fare.

E’ paradigmatico il fatto che con i Mapuche siamo passati dall’appoggiare un progetto di promozione socia-le ad appoggiare un progetto di resistenza. Si tratta di un passo indietro nella loro condizione. Questa è una cosa preoccupante, che dovrebbe farci riflettere.

Quando era in segreteria era stato contattato da Soconas e Naila Clerici, interessati a fare una sensibilizzazione sul discorso dei Mapuche.

Sul territorio di Savona, sarà proiettato anche il cortometraggio di Wenders su Riace. Il produttore gira con il film ma non lo consegna. Chi fosse interessato potrà contrattarlo tramite la Rete di Celle/Varazze.

Gianni Pettenella: L’operazione di resistenza sui Mapuche e di sostegno ai detenuti politici e alle loro famiglie è molto simile a quelle che si facevano moltissimi anni fa con i prigionieri politici brasiliani o con quelli peruviani seguiti amorevolmente da Giuliana Cioccoli.

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SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO

  • Chiusura dell’operazione relativa al vitalizio a favore di Ferdinando De Brito.

  • Destinazione di eventuali fondi raccolti dalle Reti locali per il Convegno in memoria di Ettore Masina a sostituire la somma già stanziata dal Coordinamento.

  • I seminari macroregionali si terranno ad aprile/maggio, compatibilmente con le elezioni europee. I risultati andranno a confluire in un successivo seminario nazionale a settembre. Il tema generale sarà l’analisi critica dell’informazione. Al prossimo coordinamento, le Reti Locali forniranno sede e data dei seminari macroregionali. Il tema generale è stato abbozzato e dovrà essere approfondito prima del prossimo coordinamento.

  • Adesione a Recosol come socio sostenitore, inviando il relativo modulo. Referente per i contatti è designata Monica Armetta

  • In relazione alle modifiche statutarie richiesta dalla nuova normativa sul terzo settore:

  1. La RRR non si iscriverà negli albi nazionali degli enti del terzo settore (ETS).

  2. La sede sarà collocata presso lo studio legale di Marco Lacchin (Studio Legale Associato Lacchin-Bettiati, in Varese, via Magatti 2) che, per necessaria terzietà, non risulterà nel registro dei soci.

  3. Si aggiornerà il registro dei soci attualmente esistente, indicando le persone che frequentano abitualmente i coordinamenti, oppure quelle designate dalle singole Reti locali;

  4. Si apporteranno allo statuto le modifiche strettamente necessarie per rispettare la normativa di natura fiscale. Il nuovo statuto sarà presentato per l’approvazione all’assemblea (coordinamento) di gennaio 2019.

  5. Fulvio GARDUMI assume la carica di portavoce: se ne daranno le necessarie comunicazioni;

  • Conferma della nomina della segreteria nelle persone di:

  1. Fulvio Gardumi, che viene nominato portavoce;

  2. Maria Angela Abbadessa;

  3. Maria Cristina Angeletti;

Conferma della nomina di Marta Bergamin come tesoriera

  • Adesione della RRR, a livello nazionale, alla Piattaforma Mediterranea.

  • Nuova stampa di 200 borsine ideate per lo scorso Convegno, da vendere al prezzo di €. 5 l’una. Saranno distribuite al coordinamento di Roma.

  • Approvazione progetti:

  1. Approvazione del nuovo progetto in Armenia (referente Rete di Quarrata), per l’importo di 3.263 €. per un anno.

  2. Rinnovo progetto “Scuola di Pace” (referente Rete di Pisa/Lucca/Viareggio) per l’importo di 4.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  3. Rinnovo progetto “Assistenza socio-sanitaria a Cochabamba” (referente Rete di Varese) per l’importo di 9.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  4. Approvazione nuovo progetto “Assistenza alle famiglie dei detenuti Mapuche” (referente Rete di Brescia) per l’importo di 9.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  5. Rinnovo progetto “produzione di sapone a Rorainopolis” (referente Rete di Casale Monferrato) per l’importo di 2.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  6. Rinnovo progetto “Alli Causai-Ecuador” (referente Rete di Casale Monferrato) per l’importo di 4.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  7. Per quanto riguarda i progetti Lualaba (per mancanza di notizie aggiornate) ed Eduposan (per assenza del referente – Rete di Noto Avola e Pozzallo), la decisione definitiva sarà assunta a gennaio.

 

“Aiutiamoli a casa loro”: questo slogan riecheggia spesso nella nostra epoca di rigurgiti po-pulisti e xenofobi. L’idea, in sé, non sarebbe neppure sbagliata: gran parte dei nostri simili sta bene a casa propria e, se migra, lo fa per bisogno o disperazione. Migliorare le condizioni di vita nei luoghi di provenienza, potrebbe realmente ridurre il fenomeno migratorio. Sbagliato è l’uso ipocrita che se ne fa: chi pronuncia questa frase, quasi sempre non ha la minima idea di come fare o, avendola, non ha la minima intenzione di farlo. Ecco, dunque, cinque “semplici” consigli, per “aiutarli a casa loro”.

1. Riconvertire la nostra industria bellica.
Secondo lo “Stockholm International Peace Research Institute”, l’Italia è al nono posto nel mondo ed al quinto in Europa tra i paesi esportatori di armi, con circa il 2,5 % del totale . Tra i maggiori acquirenti, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Algeria, Israele, Marocco, Qatar, Taiwan e Singapore. Il nostro Paese ha una lunga tradizione in materia di produzione armiera: gli aerei e gli elicotteri in provincia di Varese, le mine e le pistole in provincia di Bresca, le navi a La Spezia, sono solo alcune delle “eccellenze”. In teoria, la vendita di armi a paesi stranieri è disciplinata dalla Legge 9 luglio 1990 n° 185 che prevede, tra l’altro, il divieto assoluto di vendita ai paesi in stato di conflitto armato o responsabili di violazione dei diritti umani. Divieto sistematicamente ignorato, come dimostrano le recenti forniture ad Arabia Saudita (conflitto in Yemen) e ad Israele (conflitto a Gaza). Per non parlare del-le c.d. “triangolazioni”, ossia vendite a paesi “puliti”, utilizzati come mere stazioni di transito. Inutile dire che i principali acquirenti di armi sono i paesi in guerra o che, a loro volta, arma-no milizie impegnate in guerre civili. Banalmente, le armi alimentano le guerre e le guerre produco-no morti e rifugiati. Vero è che l’industria armiera, come qualsiasi altra, crea ricchezza: ma a quale prezzo? Tra l’altro, molti studi hanno ormai accertato che l’aumento della spesa bellica non produce automatica-mente lavoro. Un programma di riconversione dell’industria bellica in industria civile potrebbe consentire al nostro paese di “chiamarsi fuori” da una delle principali cause di migrazione, senza incidere negativamente sull’occupazione.

2. Porre termine alle nostre “missioni di pace”.
L’art. 11 della nostra Costituzione stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra … come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Infatti, ogni volta che, in ambito NATO, i nostri mili-tari sono impegnati all’estero, si parla di “missioni di pace”. Ma lo sono davvero? Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono terreni in cui abbiamo portato la pace? Con quali criteri sono stati scelti questi terreni? Perché, per esempio, non ci sono state “missioni di pace” per fermare le guerre civili in Repubblica Democratica del Congo o in Repubblica Centrafricana? Gheddafi era certamente un dittatore, ma non era l’unico e, probabilmente, neppure il più sanguinario. E’ evidente che l’impiego dei nostri militari risponde a logiche geopolitiche, più che umanitarie. E queste guerre, comunque si voglia definire la nostra partecipazione, hanno prodotto profughi, immigrati, richiedenti asilo. Basti pensare alla Libia divenuta, da paese accogliente per gli immigrati dell’Africa equatoriale, “porta” per il loro ingresso in Italia, attraverso il Mediterraneo.

3. Lottare concretamente contro i cambiamenti climatici.
Siccità, carestie, riduzione delle terre coltivabili sono la principale causa delle migrazioni c.d. “economiche”. Sempre che vi sia qualche differenza tra chi emigra per non morire in guerra e chi lo fa per non morire di fame. I cambiamenti climatici in atto stanno, del resto, colpendo principalmente i paesi poveri, in cui l’ecosistema è più fragile e l’economia si regge, in gran parte, sull’agricoltura di sussistenza. Con il triste paradosso che chi ne subisce le maggiori conseguenze è responsabile solo in minima parte della produzione dei “gas serra”, ormai quasi unanimemente indicati come causa del riscalda-mento globale. Eppure, il nord del mondo, che ne è invece il principale responsabile, non riesce assolutamente a trovare un accordo per limitare concretamente la loro produzione, malgrado l’esistenza, ormai da decenni, di valide tecnologie per la produzione di energia più pulita: basti pensare al foto-voltaico o ai motori ibridi, per le autovetture. E’ anche chiaro che, in questo ambito, l’iniziativa individuale serve a poco: è del tutto inutile, ad esempio, acquistare un’auto elettrica se, poi, l’energia che si usa è ancora prodotta da fonti fossili. Non solo: manca addirittura il coraggio di pubblicizzare e sostenere iniziative di “restituzione”, quale, ad esempio, la realizzazione, con il contributo di ONU e Banca Mondiale, della “Great green wall”, una muraglia di alberi larga 15 chilometri e lunga 8.000, destinata ad attraversare l’Africa dalla costa atlantica a quella dell’oceano indiano, per fermare l’espansione del deserto .

4. Boicottare le multinazionali agroalimentari e favorire il commercio equo.
Le multinazionali del settore alimentare fanno certamente parte del problema. Occupano il territorio con enormi appezzamenti di monocultura, distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed impoverendo i terreni. Si appropriano delle risorse idriche, spesso scarse e le sfruttano in maniera indiscriminata (i nostri amici Mapuche ne sanno qualcosa). Utilizzano fertilizzanti chimici e pesticidi, senza preoccuparsi delle ricadute sull’ambiente e sulla popolazione. Sfruttano il lavoro dei locali, retribuendoli con paghe da fame. Tutto per portare sui banchi dei nostri supermercati le banane a 2 €. il chilo o il caffè a 2,5 €. la confezione e realizzare enormi profitti. Già molti anni fa, padre Alex Zanotelli diceva che oggi è possibile fare politica anche tra i banchi di un supermercato, semplicemente decidendo cosa comprare. Boicottare le grandi multinazionali e favorire il commercio equo, anche a costo di spendere di più, potrebbe essere un buon modo per “aiutarli a casa loro”.

5. Assumere iniziative internazionali contro il “land grabbing”.
Il “land grabbing” (accaparramento della terra) è un fenomeno geopolitico che consiste nel-l’acquisizione di terreni agricoli su scala globale da parte si soggetti stranieri, spesso con la connivenza del governo locale. Poco importa l’uso che poi se ne faccia: in realtà rurali, ciò causa l’allontanamento delle popolazioni che quella terra coltivavano da generazioni e la loro migrazione, nella migliore delle ipotesi, nelle grandi periferie urbane. Non si creda, poi, che tale modo di procedere sia una prerogativa esclusivamente cinese: basti pensare agli enormi latifondi della famiglia Benetton, in Argentina. E’ evidente che accordi internazionali volti a limitare il “land grabbing”, se concretamente rispettati, potrebbero rimuovere una delle cause del fenomeno migratorio.

Facile, vero? Sarebbe un modo per riconsegnare loro la speranza, l’unico vero motivo per non partire. Mentre ci organizziamo dovremmo, però, tutelare davvero chi, anche per causa nostra, attraversa deserti e mari per cercare, da noi, un mezzo per sopravvivere dignitosamente. Sarebbe un’occasione per restituire almeno una parte di quanto abbiamo loro tolto.
Rete di Varese

“La guerra è solo una fuga codarda dai problemi della pace”
Thomas Mann

Cari e care della nostra Rete, si usa dire: anno nuovo, vita nuova. Ma, la realtà politica, economica e sociale che stiamo vivendo ci obbliga a dire che la vita continua anche peggio dell’anno appena passato. La lettera nazionale “consiglia” alcune iniziative nel tentativo di cambiare.

Incontro di Rete, dicembre 2018
Il mese scorso, ci siamo ritrovati per l’incontro di Rete di fine anno. L’incontro è stato ricco di persone e notizie, la nostra piccola organizzazione può contare sull’impegno concreto di molti e un particolare ringraziamento va agli amici di Chiarano e ai giovani di Operazione Mato Grosso che hanno contribuito molto per il buon esito della campagna di raccolta fondi “dritto alla scuola”; questi giovani, conosciuti ad un incontro estivo, hanno organizzato due giorni di raccolta ferro e metalli il cui ricavato è stato messo a disposizione del progetto della Rete. Grazie e complimenti davvero! La situazione haitiana è sempre molto problematica; Jean e Martine ci scrivono per rassicurarci del buon andamento della vita di Fddpa, mentre il paese è in continua protesta (con morti e feriti) per il caso “Petrocaribe”. Di questo abbiamo informato recentemente come i governi – compreso l’attuale – abbiano nel tempo rubato i fondi destinati ai servizi sociali per circa 3,8 miliardi di dollari, una cifra enorme per Haiti. Le proteste si sono estese a tutto il paese e il governo di destra di Moise è in crisi. FDDPA ha già dato avvio ai lavori di costruzione di un’aula a Fondol di cui si era rilevato una grande urgenza perché la partecipazione alle scuole è aumentata, portandosi ai livelli di un tempo, dopo che il programma di governo “PSUGO” di dotare tutte le comunità di scuole primarie sostenute dallo stato è fallito. Si prospettano aiuti anche per borse di studio specifiche nel campo dell’agricoltura e della salute. Tra le questioni discusse perché in via di attuazione, rileviamo la questione latrine comunitarie. A metà novembre Anna Zumbo di Popoli in Arte con Jean e Martine hanno visitato un paio di esperienze di speciali latrine che separano i liquidi dai solidi, sono permanenti e non impiegano acqua. Si vedrà nel futuro come continuare, l’idea è buona ma è stata poco sperimentata nel paese, anche i costi di costruzione sembrano elevati. Ci siamo scambiati anche notizie della rete nazionale, con l’invito a partecipare al prossimo convegno sulla figura di Ettore Masina presso l’università Roma3 in cui Ercole Ongaro farà un intervento a nome della Rete. L’incontro si è concluso con gli auguri di buon anno e la speranza di continuare a mantenere vivo l’interesse e l’impegno con i nostri amici di Haiti.