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Convegno nazionale 2018

La solidarietà non è reato: reSIstiamo umani

INTERVENTO DI GHERARDO COLOMBO

Chissà quanto ci sarebbe da dire sul tema della solidarietà! Secondo me è un tema che o si risolve in due parole o c’è bisogno di un trattato. Cominciamo dalla definizione. Sappiamo di cosa parliamo quando parliamo di solidarietà? Intendo proprio la definizione della parola. Che cos’è la solidarietà?

Pubblico: Aiutare il prossimo.

E qui si pone subito il problema: chi è il prossimo?

P: E’ l’umanità.

E chi ci sta nell’umanità?

P: Io non sono d’accordo sulla parola “aiutare”.

Perché?

P: Io sono d’accordo con la parola ”condivisione”, con la parola “scambio”. La parola “aiuto” mi fa pensare a qualcuno che dà e qualcuno che riceve; sono d’accordo con “condivisione”, “scambio” di quello che ciascuno ha da dare all’altro.

Condivisione, solidarietà: sì, certo, ci sta! Andiamo un pochino oltre. Solidali con chi? Secondo me questo è il problema. Per riuscire a capirci: solidarietà è reato; può esistere un reato di solidarietà? Il nostro codice penale, per esempio, prevede un reato di solidarietà. Il favoreggiamento personale unisce chi è solidale nei confronti di chi ha commesso un reato. Chi aiuta chi ha commesso un reato è solidale o no? Compie un gesto di solidarietà o no?

P: No!

Perché no? Attenzione, le parole sono importanti!

P: La solidarietà con gli ebrei!

Dopo le leggi razziali del 1938 chi ha aiutato gli ebrei commetteva reato o no?

P: Era la legge del tempo!

La legge del tempo, la legge di oggi… Attenzione! Se Lei fosse oggi negli Stati Uniti d’America e si trovasse a decidere se consegnare alla giustizia una persona già condannata alla pena di morte, la consegnerebbe perché venga eseguita o avrebbe dei problemi a farlo? Eppure è una legge di oggi. Il fatto è che noi dobbiamo stare un pochino attenti a distinguere la legalità dalla giustizia.

P: In Italia c’è il reato di omessa solidarietà. Ad esempio, in caso di una persona travolta per strada…

Si chiama omissione di soccorso. E attenzione, non ci è chiesto di soccorrere solo chi è vittima, siamo tenuti a soccorrere chiunque, anche chi ha provocato l’incidente, anche chi ha torto. O pensiamo che la solidarietà sia un dovere soltanto nei confronti di chi ha un comportamento che condividiamo? Per parlare del reato di solidarietà in realtà bastano due parole: solidarietà e riconoscimento. Se io sono solidale solo con chi riconosco, be’ allora… io sono solidale col mio prossimo, ma chi è il mio prossimo lo decido io! Basta, non c’è più niente da dire, tutti hanno ragione: hanno ragione quelli che dicono: “Ma guarda quello lì che dà da mangiare a chiunque viene qua!”, così come ha ragione quello che dice che si deve dare da mangiare a tutti. Si tratta appunto della dimensione del riconoscimento. Quanto più riconosco, tanto più si allarga lo spettro della solidarietà, nel senso della misura della solidarietà. Quanto meno riconosco, tanto più si riduce la misura della solidarietà. Attenzione perché è una cosa nuova, nuovissima quella che è scritta nell’articolo 2 della nostra Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo“), perché il mondo è andato avanti sempre a solidarietà estremamente ristretta. Pensiamo ad esempio alla solidarietà tra maschio e femmina, ancora adesso! Allora, io penso che questo tema “la solidarietà non è reato” sia un tema che non riguardi tanto gli altri, ma che riguardi noi, ciascuno di noi. Siamo abituati a dire: “Guarda quelli come sono disgraziati, non sanno essere solidali!”, ma guardiamo piuttosto in quale misura noi stessi siamo disposti ad essere accoglienti, altrimenti non facciamo nemmeno mezzo passo avanti. Usiamo il paradigma del nemico: io posso essere solidale nei confronti del mio amico, ma non sono solidale, anzi sono aggressivo e respingente nei confronti del mio nemico. E’ esattamente la logica di chi dice: “Ma perché dai da mangiare a quello lì?”. E’ dentro di noi la questione della solidarietà: quanto più riconosciamo, tanto più siamo solidali. Ma facciamo fatica! Riconosciamo il migrante, sì, certo, ma riconosciamo un po’ meno il migrante che per sopravvivere fa dei piccoli furti. Se poi per sopravvivere entra per rubare in casa nostra, comincia a essere diverso. Non abbiamo tutti quanti una scala di solidarietà? Questo sì, questo un po’ meno, questo ancora meno. Non è con l’essere umano che siamo solidali, ma con quell’essere umano, e va a finire che lo decidiamo noi con quale essere solidali. Più che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la nostra Costituzione che se ne è curata, chi l’ha scritta, magari con qualche incertezza, con qualche titubanza, ma ha pensato a questo. E che l’ha pensato lo capiamo proprio se guardiamo alla Costituzione come sistema. Comincia dall’articolo 1, ma sotto il profilo del contenuto comincia dall’articolo 3, e precisamente da quella parte dell’articolo 3 che noi generalmente dimentichiamo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, cioè tutte le persone, per il fatto che sono persone, sono degne. Attenzione, tutte sono degne, tutte. Qui c’è già tutta la Costituzione, o no? Sarebbe interessante andare a vedere la 12^ disposizione di attuazione della Costituzione: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48 sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”. Ciò significa che oggi questi limiti al diritto di voto e alla eleggibilità non ci sono più perché tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Capite a cosa arriva? Questa è una rivoluzione, assolutamente pacifica, ma è una rivoluzione rispetto a ciò che esisteva prima. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Le discriminazioni ci sono ancora oggi. Pensiamo alla discriminazione di genere, a quella religiosa. Pensiamo alla discriminazione politica: chi ha scritto la Costituzione alla 12^ disposizione dice “5 anni”, poi basta. E chi è in prigione? Quante persone sono convinte che chi ha commesso un reato debba essere degradato! Perché obbligare alla sofferenza vuol dire degradare. La Costituzione rovescia il modo di stare insieme. Ma la Costituzione ha 70 anni, li ha compiuti l’1 gennaio, e 70 anni rispetto alla storia dell’umanità che cosa sono? Niente! E allora fa di più la storia di millenni rispetto a quello che fa la storia degli ultimi 70 anni! Ma attenzione, fa di più anche per noi, che per autodefinizione facciamo parte dei buoni. E’ da questo punto di partenza che deriva tutto il resto, reato di solidarietà, la solidarietà è bene o è male: tutto deriva dalla considerazione che abbiamo per chi non è d’accordo, dalla considerazione dell’altro inteso proprio come colui che non ha la stessa appartenenza, sotto tutti i profili, genere, etnia, religione. E lì è dove si fa fatica. Siamo un pochino tutti colpevoli di reato di solidarietà nel momento in cui non accettiamo le persone con le quali non siamo d’accordo. E allora facciamo a meno di scandalizzarci che altri commettano reati di solidarietà perché la differenza sta nello stare da questa parte piuttosto che dall’altra. Quanta solidarietà esiste con coloro che escludono l’altro? Pensiamo alla nostra storia, noi siamo diventati stato in questo modo, al prezzo dell’esclusione dell’altro. E allora bisogna riuscire a capirla questa Costituzione, perché se riusciamo a capirla entriamo in un’ottica che ci mette sulla strada del lavorare su noi stessi per riuscire a testimoniarla: è una cosa difficile per ciascuno di noi, perché la cultura è cultura, quello che abbiamo dentro ci è stato tramandato praticamente da sempre. Non si tratta di genomi, non si tratta di DNA, si tratta proprio di educazione. Pensiamo com’era l’Italia 40, 50 anni fa, e vediamo come la solidarietà e la Costituzione c’entravano poco con la mentalità corrente. Pensiamo ai disabili: non erano “visibili”, andavano tenuti “nascosti” perché diversi, e c’era collegato a questo un qualche calvinistico senso di colpa, erano il segno della lontananza da Dio.

P: La legge sull’integrazione scolastica dei disabili è del 1977.

Solo negli anni ‘70 sono state fatte la riforma del diritto di famiglia, la riforma dell’ordinamento penitenziario. E si è arrivati fino ad un certo punto, poi è prevalsa la cultura e si è tornati un po’ indietro. La legge può esistere, ma poi può essere applicata o può non essere applicata. Esistono delle leggi che sono applicate ed esistono delle leggi che non sono applicate. E abbiamo proprio l’esempio clamoroso della nostra Costituzione, che esiste e non è applicata, dal cittadino molto spesso, però a volte anche dalla magistratura. Perché tutte le volte che esiste conflitto fra la cultura e la legge, a perdere è la legge. Non c’è niente da fare, tutte le volte che il sentire comune dei cittadini non coincide con la legge, la legge non trova applicazione. Hai voglia a dire che tutti hanno uguali dignità, e poi scopri che una donna che svolge le stesse mansioni lavorative di un uomo guadagna anche il 30% in meno. Fino al 1975 il Codice Civile sotto la rubrica “autorità maritale”, e il titolo già la dice lunga, diceva che il marito è il capo della famiglia: altro che articolo 3 della Costituzione!

P: Don Rito cosa faceva di fronte alle ordinanze del sindaco che vietavano di dar cibo e ospitalità ai migranti a Ventimiglia? Non le osservava.

Di fronte ad un conflitto si hanno due possibilità: o si obbedisce alla legge mettendo da parte il proprio senso di giustizia oppure si obbedisce al proprio senso di giustizia e ci si assume la responsabilità di non osservare la legge. Come si è giunti in Italia all’abrogazione del servizio di leva obbligatorio? Ha cominciato qualcuno a dire che si rifiutava di fare il servizio militare perché per lui ammazzare una persona sarebbe stata la cosa peggiore che potesse succedergli e fare il servizio militare senza imparare ad ammazzare le persone è impossibile. Ma non fare il servizio militare era reato, perciò quella persona andava in prigione. E quando usciva dopo un paio d’anni, siccome la chiamata alla leva era valida, mi pare, fino ai 45 anni d’età, quella persona subiva un altro processo e andava in prigione un’altra volta. Questo fintanto che non si sono decisi e accanto al servizio militare hanno introdotto il servizio civile. Per introdurre il servizio civile è stato necessario che cambiasse la finalità del servizio. Pensate a don Milani, pochi anni prima soltanto era stato processato per la sua lettera ai cappellani militari.

P: Abbiamo sempre bisogno di martiri?

Abbiamo bisogno di testimoni, e i martiri sono i testimoni. Siamo noi che cambiamo le cose; nella vita, se vogliamo andare avanti, le cose dobbiamo farle. Ma perché possiamo fare le cose è necessario anche che abbiamo le idee chiare. E non si dica che la solidarietà è una bella cosa, però con chi sono solidale, chi riconosco, lo decido io! E il nostro paese, poveretto, è in difficoltà sotto questo punto di vista, basta vedere il numero dei partiti politici che abbiamo, ci si distingue anche solo per una virgola: ciò dimostra l’esistenza di un’estrema difficoltà a riconoscersi. Nonostante la Costituzione, anzi, direi a dispetto della Costituzione, siamo molto più disponibili a non riconoscerci piuttosto che a riconoscerci. La Costituzione dà l’idea del riconoscimento universale, mi chiede di riconoscere che tutti i cittadini hanno pari dignità, e tutti i cittadini vuol dire tutte le persone, e poi vi riferisco il meccanismo attraverso il quale io posso sostenere che qui cittadini vuol dire persone.

P: Ma ci sono limiti rispetto a chi devo riconoscere dignità? Quando la dignità umana può essere ridotta?

Mai, mai! Quella persona che in Norvegia ha sterminato più di 70 giovani sta in carcere, non per tutta la vita, e sta in un carcere nel quale la sua dignità è rispettata. Mai! Questo è un principio che non può essere messo in discussione. Per la verità la Costituzione in un articolo, il 22, lo mette in discussione quando dice che “nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. Questo implica che nome e cittadinanza per motivi non politici possono essere persi, cancellati. E’ una particolarità non in linea con tutto il resto della Costituzione, però c’è.

P: Nel caso dell’articolo 2, secondo il quale la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, possiamo certamente dire che la legge è più avanti della cultura. Come dobbiamo comportarci nei confronti di coloro che non rispettano l’articolo 2? Noi sappiamo che stanno per essere elette persone che non rispettano l’articolo 2, abbiamo il diritto di opporci?

Abbiamo il diritto di opporci, abbiamo tutta una serie di diritti, ma questi diritti vanno esercitati tenendo conto che chiunque va rispettato.

P: Come si fa a perdere il nome?

Fino alla riforma del 1975 i detenuti erano chiamati per numero; credo che negli Stati Uniti d’America succeda ancora così. E pensiamo ai malati in ospedale, o peggio ai campi di sterminio. In Italia ci sono diversi pensieri sul tema dei diritti: provate a pensare qui dentro, tra di voi, che pure costituite un’assemblea di persone solidali perché appartenete tutti alla Rete, quanti opinioni diverse ci possono essere sul tema della fine vita. C’è sicuramente tra voi chi pensa che è giusto che uno decida sulla propria fine vita, e c’è sicuramente anche chi invece pensa che sia da vietare che uno decida in ordine alla propria vita. Sono cose serie. Torniamo alla dignità. Dignità vuol dire riconoscibilità, vuol dire identificazione dell’altro nella stessa natura di sé. Siccome noi in genere ci consideriamo degni, ci piace essere rispettati, ci sentiamo importanti, banalizzando possiamo dire che tutti i cittadini sono importanti tanto quanto me.

P: Per quanto riguarda il diritto al lavoro ci sono vari modi di interpretare la legge. C’è chi si permette di licenziare, chi nella stessa situazione riammette al lavoro…

La Costituzione è un sistema, tutto è legato naturalmente, perciò andiamo all’articolo 4 che dice che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Cosa vuol dire? Che il diritto al lavoro non si ha naturalmente, è complesso, ha bisogno che esistano le condizioni grazie alle quali la gente trovi da lavorare, è necessario che ci si attivi per fare in modo che esista il lavoro. Problema non semplice, in nessun paese al mondo credo ci sia l’occupazione piena, 0% di disoccupazione. La Costituzione si preoccupa anche di non essere eccessivamente teorica, tiene conto delle situazioni concrete. Torniamo infatti all’articolo 3, che afferma che tutti hanno pari dignità e le loro peculiarità (genere, lingua, religione…) non possono essere causa di discriminazione: poiché esiste tutta una serie di ostacoli che si oppongono a rendere vero ciò che è detto nella prima parte dell’articolo, si aggiunge che è compito della repubblica, cioè di tutti noi, di ciascuno di noi, rimuovere quegli ostacoli. E’ importante che giungiamo a condividere la Costituzione, perché in realtà la condividiamo fino ad un certo punto: siamo disposti ad essere solidali sì, ma solo con chi ci piace, non con tutti, cioè non riconosciamo tutti come degni allo stesso modo. Ad esempio fatichiamo a riconoscere la dignità di chi commette reati odiosi, di chi ha idee sociali estremamente diverse dalle nostre, e così via. Dunque, dicevo, per condividere la Costituzione chiediamoci perché l’hanno scritta ancor prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, perché a chi l’ha scritta è venuto in mente di rovesciare una direzione millenaria, ultramillenaria, che aveva avuto peraltro delle affermazioni di una pesantezza eccezionale. Pensiamo alle leggi razziali, che in Italia sono state scritte nel 1938: neanche 8 anni dopo hanno cominciato a scrivere la Costituzione. Non tutti si erano indignati per le leggi razziali, tanti ne hanno tratto vantaggi, anche qualche padre della patria, della democrazia era stato contento di guadagnarci una cattedra universitaria prima occupata da un ebreo.

P: Solidarietà verso chi? L’articolo 3 parla di tutti i cittadini. E i non cittadini? Nella percezione comune cittadino è solo chi ha la cittadinanza.

La percezione comune va resa meno superficiale. Per la Costituzione cittadini sono tutte le persone. Andiamo coi piedi di piombo: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, dice l’articolo 3, ma subito prima l’articolo 2 aveva detto che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, non del cittadino, dell’uomo.

P: Non la donna!

Di questa precisazione linguistica allora ancora non ci si curava. 11 mesi dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, scritta in inglese, parla di essere umano. Se noi scrivessimo la Costituzione oggi al posto di “tutti i cittadini” metteremmo “tutti gli esseri umani” o “tutte le persone”. Nella Costituzione stessa, comunque, ci sono altri passi che confermano che il senso da dare alla parola “cittadini” è quello di “persone”. All’articolo 13 si dice che la libertà personale è inviolabile, non la libertà dei cittadini; al 14 che il domicilio è inviolabile, non il domicilio dei cittadini; al 15 che la corrispondenza è inviolabile, e poi al 32 che la tutela della salute è fondamentale diritto dell’individuo, e al 43 che la scuola è aperta a tutti. Le differenze riguardano pochissime cose, la più evidente riguarda il voto. Facendo un bilancio complessivo vediamo che “cittadino” corrisponde a “persona”. Nell’articolo 10 è scritto che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Capite come non esiste differenza: se lo straniero a casa sua ha tutti gli stessi diritti che abbiamo qui, è uguale al cittadino; se per caso a casa sua non ha gli stessi diritti, lo accogliamo, ha il diritto di essere accolto. Tutto questo conferma che per cittadino si intende persona, essere umano.

Torniamo indietro: ci stavamo chiedendo perché chi ha scritto la Costituzione si è permesso di rovesciare il sistema che ha sempre retto il mondo, compreso quando hanno fatto la rivoluzione francese. E’ stato un guardare al passato e insieme un guardare al futuro. Nel giro degli ultimi 20, 30 anni c’erano state due guerre mondiali, quanti milioni di morti, e quanti invalidi, quanti senza lavoro, quante case distrutte, e che fame! Certo, anche la Shoah, ma io credo che ad impressionare maggiormente le persone che vivevano a quel tempo sia stata la bomba atomica. A quasi tutti noi la bomba atomica non ha cambiato la vita, quando sono nato la bomba atomica c’ era già. Noi sentiamo di tante morti terribili dovute a siccità, maremoti, vulcani, carestie, e la bomba atomica è una disgrazia come ce ne sono molte altre. Alle persone di quel tempo invece la bomba atomica ha cambiato il futuro: prima non c’era, all’improvviso invece si scopre che esiste un’arma talmente potente da fare quello che nessun’arma fino ad allora aveva saputo fare. Per quanto impegno ci abbiano messo gli Alleati a lanciare bombe su Berlino, se andate ora a Berlino trovate edifici costruiti prima della guerra ancora in piedi, e quanti berlinesi si sono salvati! A Hiroshima e Nagasaki invece… Nel Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si dice che essa è stata scritta anche considerando che “il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”. Essa poi inizia con una specie di parafrasi dell’articolo 3 della Costituzione Italiana. La nostra Costituzione, a parte quel dettaglio che vi ho citato dell’articolo 22, ha una coerenza estrema al suo interno. Per esempio, l’articolo 27, a proposito del riconoscimento della dignità di tutti, dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Alla luce di questo articolo io personalmente ho qualche perplessità sul regime carcerario 41 bis, ma certamente altri hanno perplessità contrarie e adducono esigenze di sicurezza; io però dico che queste esigenze di sicurezza devono essere contemperate. L’articolo 13, che esordisce dicendo che “la libertà personale è inviolabile”, aggiunge che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”: violenza fisica e psicologica, la parola violenza viene usata qui per la prima e unica volta in tutto il testo della Costituzione. Allora capite come sia importante, quando si parla di solidarietà, uscire da degli schemi limitati, altrimenti continuiamo ad opporci e non riusciamo a trovare una soluzione. La soluzione secondo me si trova attraverso un cammino necessariamente di mediazione, ed è lì il problema, quello di essere capaci di uscire dalla logica secondo cui solidarietà va insieme con la parola “parte”. Solidarietà non ha limiti, però i limiti glieli mettiamo noi. Pensiamo a Gesù che va in casa di Zaccheo, il più odiato da tutti. Ancora noi ci misuriamo coi lavoratori dell’ultima ora…

P: Come faccio ad essere solidale con una persona che ha commesso crimini odiosi ed è stata condannata? Come faccio a essere solidale con Riina?

Io sono di quest’idea anche nei confronti di Riina, ma lei può pensare quello che vuole, io non la giudico, ho passato la mia vita ad emettere sentenze. Se la logica è quella di cui abbiamo parlato, io non posso dire che siccome Riina nella sua vita ha commesso le più grandi nefandezze lui in carcere ci muore. Nel momento in cui le sue condizioni di salute sono tali per cui non è più pericoloso, devo rispettare la sua dignità. Ci sono due articoli del codice penale che prevedono la sospensione obbligatoria e la sospensione facoltativa della detenzione.

P: Concordo su ciò che ci siamo detti, che legalità e giustizia sono due concetti che non sempre vanno d’accordo, che la solidarietà non deve avere limiti, ma io vorrei che non si uscisse da questa stanza senza dire che il fascismo non è un’opinione, e quindi lì un limite lo poniamo.

Una cosa secondo me essenziale è separare i fatti dalle persone: il fascismo è una cosa terribile, però le persone che sono state fasciste continuano ad essere persone. Martin Buber, ebreo, si è battuto chissà quanto perché Ben Gurion commutasse la pena di morte inflitta ad Eichmann in ergastolo. Questo significa distinguere il fatto da chi l’ha commesso, indipendentemente dalla circostanza che chi ha commesso il fatto si sia ravveduto. Ma Eichmann è stato condannato a morte. Io, Gherardo Colombo, non posso dire: “Sono contrario alla pena di morte, ma…”, dico: “Sono contrario alla pena di morte” e basta! Perché la dignità della persona sta qui.

Don Rito Alvarez

Per chi a Ventimiglia si occupa un po’ anche di dare una mano a passare una persona che ti chiede, tu diventi davvero uno che fa un reato.

E’ bello il titolo del convegno, ma vi dico una piccola cosa: se io andassi nella comunità?????? indigena in Colombia e dicessi: “Il reato di solidarietà…”, mi direbbero: ” Ci spieghi cosa vuol dire! Ma la solidarietà é una cosa buona! Come é possibile che diventi un reato una cosa buona che tu fai perché tu sei un umano? Perché tu hai una coscienza e perché tu ti rendi conto quando fai una cosa per l’altro, quando quell’altro é tuo fratello, chiunque esso sia… ma mi spieghi questo concetto!”

Badate che noi in questo momento dobbiamo elaborare nuovi concetti, perché se avessimo detto, a mio nonno, a mia nonna, “il reato di solidarietà…”; a casa mia, dove le porte erano sempre aperte a chiunque passasse, e siccome noi abbiamo sempre vissuto in prima persona proprio questa situazione, noi a casa nostra abbiamo aiutato chiunque; a chiunque passava davamo da mangiare a dei guerriglieri, da bere, se necessitava davamo un angolo dove dormire. Una volta é arrivato l’esercito regolare ed ha portato via mio padre, perché avevamo dato da mangiare a dei guerriglieri, ma noi non sapevamo che erano guerriglieri! L’hanno portato via tre giorni e volevano metterlo in galera. Perciò già da un po’ di tempo comincio a capire. In questo mondo in cui viviamo, dove i grandi poteri e la mancanza di buon senso, perché oggi io davvero vorrei parlarvi di coscienza, di umanità e di buon senso. ma quando noi parliamo di reato subito pensiamo che stiamo andando contro la legge e che stiamo facendo una cosa gravissima.

Pensa che noi con la Caritas il 31 Maggio 2016, vedendo centinaia di persone che erano centoottanta quella sera, che abbiamo aperto la Chiesa. Non avevano dormire e dove mangiare, la polizia li stava perseguitando, perché erano sotto un ponte, però il sindaco aveva fatto un’ordinanza di sgombero e quindi in un primo momento un sacerdote aveva aperto il salone parrocchiale ma poi non li poteva tenere lì e così la popolazione ha cominciato proprio a ribellarsi. Andavano a nascondersi di quà e di là come i topi e la polizia li inseguiva. A un certo punto si sono rifugiati anche nel cortile della caritas, dove abbiamo uno spazio molto piccolo. Mi chiama Maurizio, il responsabile della Caritas: ” Don, cosa facciamo?” Io gli ho risposto, guarda a pochi metro dal ?????? c’é la chiesa di San Bertoldo, ho degli spazi, ho due tre bagni e una cucina: accogliamoli. Quella sera del 31 Maggio abbiamo aperto le porte, ma con questo gesto di solidarietà io sono diventato un criminale per tanti della popolazione, anzi, per tanto dei miei parrocchiani, che venivano a Messa, io non sono stato più il loro parroco, ma uno che stava facendo delle cose brutte e che meritava di essere cacciato via da Ventimiglia, perché… E io non dovevo comportarmi in questo modo, anzi altri mi dicevano che avevo fatto un sacrilegio, perché mai avevo pensato di aprire gli spazi della Chiesa anche per dei musulmani. Pensate che da quel giorno che abbiamo aperto questa chiesa cominciano dei problemi seri. La prima settimana di giugno pioveva tutti i giorni, non avevano dove dormire, dormivano sul campo, nei saloni, sul sagrato, però a un certo punto ho detto.- facciamo una cosa un po’ fuori dal diritto; io tolgo il Santissimo, lo metto da parte, offro la Chiesa e faccio dormire in Chiesa almeno i bambini, le donne, i minori. Tra questi c’era anche una signora incinta che ha partorito dopo tre giorni ed un bambino di 3 anni e così via dicendo… Apriti cielo! me ne hanno detto di tutti i colori. Pensate che un giorno passava di lì una signora che di solito veniva a cantare nel coro e che veniva spesso con sua figlia e me ne ha detto di tutti i colori: -Don Rito, io spero che ti venga qualche malanno o che il Vescovo ti mandi da qualche parte, perché hai rovinato la nostra parrocchia ed hai consegnato la Chiesa ai musulmani. Ed hanno messo le voci cattive che io avevo tolto tutti i segni sacri dalla chiesa. Ed allora ho detto:- Ma perché nessuno é venuto a chiedermi chi erano quelle persone? Presentavo ???????, che aveva 3 anni, la sorella che era incinta ed ha partorito dopo tre giorni, l’altra bambina e l’altra donna, gli altri… perché per noi l’esperienza che abbiamo vissuto a Ventimiglia é stata quella; perché io pensavo: – i migranti, che a volte tu ti fermi a guardare i social, ti fermi, guardi quello che la gente scrive e cominci a pensare davvero ci sono situazioni cattive, che qualcuno sta per invaderti, che magari qualcuno uccide, qualcuno ti toglierà???????????

Quando invece ho cominciato a conoscere le persone per me non erano più migranti , erano i nomi, quando cominci a conoscere queste persone, la storia di queste persone, ti rendi conto che non é un problema, che non siamo più umani, che non abbiamo più una coscienza e allora ho cominciato ad accoglier tutti, in un momento in cui le istituzioni erano completamente assenti, quindi i migranti non avevano nessuna assistenza. Abbiamo iniziato e sono arrivate tante persone volontarie, sono arrivate tantissime persone che sono venute ad aiutarci, a chiederci di cosa avete bisogno?????????, per cominciare a raccogliere viveri. Dopo un po’ di tempo, il 15 Luglio la Prefettura ha deciso di aprire un luogo dove accogliere questi migranti, un campo, anche se ci sono dei passaggi molto particolari. A un certo punto io non ce la facevo più, é arrivata l’ASL che ha fatto un verbale che non finiva più, dicendo che io non ero in regola, che quelle aule del catechismo non erano adatte per accogliere queste persone, che c’erano pochi bagni, ecc.. Io ho detto, ci vuole proprio l’ASL per capire che nello spazio della parrocchia non possono stare mille persone e che stiamo facendo veramente i miracoli. Dopo il verbale dell’ASL mi arriva anche il verbale del comune, dicendo che io ero veramente fuori regola, che stavo violando le regole e che mi stavo comportando davvero come un cattivo cittadino. E allora tutto questo ha portato all’apertura del campo della Croce Rossa, una cosa molto bella , però per andarci occorreva fare 4 km a piedi, attraversano una superstrada senza passaggio a livello, dove dopo un po’ purtroppo alcuni sono finiti sotto le macchine, ci sono stati 3 morti. Noi abbiamo protestato. Io nella chiesa, a seguito di accordi con la Prefettura potevo accogliere le donne, i bambini, i minori non accompagnati ed i malati Tutti gli altri dovevano andare nel campo. però alcuni non volevano andare, perché vicino alla chiesa c’era la stazione ed anche l’inizio dei sentieri. Perché capite che uno che poi deve farsi 4 km per trovare qualcuno che lo passa o qualcuno che gli indica la strada. Ed allora la gente si é organizzata ed hanno detto:- Siccome ci sono alcune persone che stanno fuori, qui ci sono alcuni solidali noi andiamo a dargli da mangiare a queste persone, fuori, gli diamo dell’acqua, qualcosa da mangiare. Un giorno hanno fatto delle foto a questi che mangiavano, li hanno cariato su facebook dicendo:- guardate come i migranti hanno distrutto la nostra città. Pochi giorni dopo l’ordinanza del Sindaco: ” Reato dar da mangiare a chiunque per strada e dare da bere a chiunque”. Mi viene da piangere. Una volta sono arrivati i solidali, é arrivata la polizia ed ha fatto il verbale a tutti quanti, tutti quanti avevano violato la legge, perché avevano dato da mangiare a delle persone che avevano fame. Guardate che certe cose dovremo cercare di distinguerle e capirle bene. Tu rimani là pensare:- ma da quanto é reato dar da mangiare al povero?

Ed il Vangelo dice “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere…”

Ma la cosa più triste é vedere le persone, anche quelle che venivano a messa , dalle finestre e dai balconi gioire, oppure chiamare la polizia “Guardate che là, in quell’angolo ci sono due che stanno dando da mangiare. Ragazzi, non abbiamo coscienza, ma c’é qualcosa che non funziona, c’é qualcosa che non va nel nostro cuore, nella nostra mente e nella nostra società. Noi dobbiamo muoverci, fare qualcosa, ma questo non é normale, questo é un mondo inumano, un mondo dove non possiamo assolutamente capire!

Pensiamo che vicino alla chiesa a un certo punto io potevo accogliere quelle persone, ma dovevo dare da mangiare a quelli oltre il cancello, ma non potevo dare neanche una bottiglia d’acqua. Pensate che più di una volta ho fatto la spedizione, la polizia, perché avevano scoperto che noi, alcuni dei miei volontari avevano dato delle coperte o una bottiglia d’acqua o avevano passato un pacchettino da mangiare o magari la signora lì o però il fratello e qualcun altro era fuori, per cui di nascosto dal cancello e consegnava un pacchettino…; però il giorno dopo il comitato di quartiere : ” Don Rito, ti dobbiamo parlare. – Cosa é successo? Ieri sera guarda che i tuoi volontari hanno dato delle bottiglie d’acqua, hanno dato da mangiare ai migranti quà e là. Oh ragazzi! io dicevo.-sì. é vero, era una cosa grave? ma non sai dell’ordinanza del sindaco? Ed alla fine, cosa vuoi rispondere a queste persone? Non c’é niente da rispondere, c’é solo da metterti a piangere. E allora i solidali hanno organizzato , c’era un tubo, vi hanno piazzato un rubinetto vicino a questo posto di fortuna che hanno organizzato i solidali, dove dormivano sotto i tunnel, ferrovia e così via dicendo, noi di nascosto sempre violando la legge, davamo i sacchi a pelo, qualche materassino, ma sempre di nascosto, in sacchi neri, facendo finta che era della spazzatura, e poi loro venivano, la prendevano e potevano dormire. Pensate, se qualcuno ci sentisse e non sanno di cosa parliamo…..

E allora ecco che in tutto questo ti rendi conto che davvero la situazione é complessa. Io poi nei prossimi giorni avrò l’occasione di condividere con voi la mia esperienza, vi potrei raccontare mille cose. Ma quando tu sei dentro e cominci a conoscere le persone a conoscere queste situazioni, in italiano si direbbe “mi piange il cuore”, di rendermi conto di in quale mondo si vive. Io come sacerdote per me é una sofferenza, poi come alcune delle persone fedelissime, che venivano a messa non mi hanno parlato più perché avevo fatto una cosa grave ed ancora oggi io devo essere mandato via da Ventimiglia perché sono una persona che causa tanti danni a Ventimiglia perché incentivo la popolazione ad aiutare i migranti.

Solidarity Watch

[Chiara Pettenella]

Buongiorno a tutte e a tutti. È vero, il sito alla fine non è ancora online, ma non tarderemo. Vorremmo ringraziarvi non solo per averci invitato questo fine settimana, ma anche per la fiducia che si è espressa nei nostri scambi di questi mesi via mail, e del vostro sostegno non solo spirituale…ma anche economico.

Ci presentiamo un po’. Solidarity Watch è una squadra di quattro persone, ci manca la quarta collega, che è rimasta a Marsiglia, che è il nostro campo-base. [Solidarity watch nasce] lì, nell’estate del 2017. Siamo tutte ricercatrici, le [colleghe] francesi, e io, che sono il lato italiano. Stiamo facendo tutte un dottorato di scienze politiche all’università di Aix-en Provence, che si trova appunto vicino a Marsiglia. Il lavoro che proponiamo con Solidarity watch è un lavoro di riflessione. Perché? Perché è un lavoro in cui mettiamo in gioco le competenze che ci vengono dalla ricerca, e il fatto di essere delle persone mobili. Contrariamente a molte e molti di voi che sono attive e attivi in modo molto concreto su dei territori – locali o internazionali, non importa -, noi ci troviamo ad essere per forza di cose poco legate a un territorio in particolare. Ci spostiamo attraverso il territorio, e questa è la nostra dimensione. Queste sono le competenze che mettiamo in gioco nella costituzione di questo progetto di Solidarity watch.

Partiamo dall’inizio, dal momento in cui ci siamo ritrovate a lavorare insieme. Era il novembre del 2016. Eravamo, tanto per cambiare, una in Turchia, una a Bruxelles, le altre in Francia…quindi cominciamo a lavorare insieme via skype e via mail. Succede che un collega, ricercatore dell’università di Nizza, Pierre-Alain Mannoni, viene incriminato per aver trasportato nella sua macchina delle persone migranti, senza documenti, alla frontiera franco-italiana. Circola questa voce nelle mailing-list universitarie, e ci ritroviamo ad agire, di fronte a questa cosa: scriviamo una lettera aperta che raccoglie, nel giro di pochi giorni, più di settecentocinquanta firme, mandiamo questa lettera alla presidenza della repubblica francese, al primo ministro e al ministro degli interni francesi, per denunciare la criminalizzazione di questa persona. Per la cronaca, Pierre-Alain Mannoni è stato assolto in primo grado, poi condannato in appello a due mesi con condizionale ed è attualmente in attesa del giudizio in cassazione.

Quello che capiamo immediatamente nel novembre del 2016 è che non si tratta di un caso non è isolato, e che questa storia che si svolge alla frontiera franco-italiana ricorda storie simili che si stanno svolgendo nel nord della Francia, a Calais, in Italia, e a molte altre frontiere dell’Europa. E la moltiplicazione di questi casi ci spinge a porci due domande: la prima, molto semplicemente, quanti ne stanno succedendo di questi casi; e la seconda, che cosa questi casi di criminalizzazione di persone che hanno fatto degli atti di solidarietà nei confronti dei migranti, che cosa questi casi ci dicono della società in cui viviamo. E nasce Solidarity watch per cercare di dare una risposta a queste domande. E quello che osserviamo quasi subito è che quello che questi casi di criminalizzazione ci dicono va molto al di là della “semplice” criminalizzazione di atti di solidarietà nei confronti dei migranti, perché fanno vedere che l’attacco dei diritti delle persone, la criminalizzazione di pratiche solidali, si producono in spazi molto diversi e colpisce pratiche molto diverse: dai militanti ecologisti [mobilitati] per la difesa di certe regioni, di certe zone, al lavoro di informazione – c’è un fotografo che, poco dopo il caso del nostro collega ricercatore, è stato anche lui messo sotto processo mentre stava documentando quello che succedeva alla frontiera; [le manifestazioni in opposizione alle] violenze della polizia, agli abusi di potere… A partire da questa prima osservazione, la necessità che diventa centrale nel nostro progetto di pensare in modo desettorizzato. Se non fossimo arrivate a questa prima conclusione…il rischio era quello di riprodurre e rinforzare il discorso pro- o anti-migranti, cioè, avremmo fatto il gruppo pro-migranti, riproducendo il discorso che fa molto comodo alle destre xenofobe.

Quindi, il nostro lavoro è di ripensare la solidarietà come parola, come valore sociale, come pratica di resistenza. Ed è un lavoro che richiede una dimensione politica, che si fa in una dimensione politica. Ed è un lavoro indispensabile. Quello che diciamo noi è che una società solidale è un pleonasmo. Che cosa vuol dire? Dire “società solidale” è usare un’espressione sovrabbondante, che si forma con l’aggiunta di una parola o di un concetto che è già presente: la società è solidale, la società è legame. Diceva il sociologo francese Durkheim che la solidarietà corrisponde “a quei legami invisibili che legano tra di loro gli individui e che fanno in modo che la società resti unita”. Diceva che la solidarietà è il “cemento della società”.

Quindi parleremo, nel tempo che ci è dato, di solidarietà cercando di ricontestualizzare questa parola in modo storico; della solidarietà come pratica – quindi facendo una riflessione sull’organizzazione della solidarietà: che cosa vuol dire concretamente essere solidali nel 2018, nel mondo, nella società in cui viviamo; e poi avremo ovviamente il tempo di raccontarvi qualcosa in più proprio sulle tappe molto concrete del progetto di Solidarity watch che stiamo costruendo.

Il primo punto, dicevo, è un tentativo di ricontestualizzare la nozione, la parola solidarietà, in una prospettiva un po’ più storica, un po’ più lunga, per capire che cosa vuol dire oggi, nel 2018. Facciamo una premessa. Dicevo prima, siamo quattro ricercatrici, e stiamo facendo un dottorato in scienze politiche su temi diversi, però, ognuna di noi in realtà sta studiando – a partire da punti di vista lontani – i processi di costruzione di categorie di popolazione che dividono, creano delle frontiere all’accesso di questo o quell’altro gruppo di popolazione a determinati diritti, e sul ruolo che i governi e le istituzioni svolgano nella produzione e nella messa in atto, nella concretizzazione di queste frontiere giuridiche e amministrative. Dico questa cosa perché, per presentare la nostra riflessione, il nostro lavoro sulla solidarietà, dobbiamo per forza mostrare il legame tra queste due nozioni: “categoria” e “solidarietà”.

Allora, un pochino di storia, veramente una goccia. Guardiamo la questione dal punto di vista dello stato: la solidarietà dello stato, la solidarietà istituzionale. Lo stato sociale, nella sua costruzione, nasce come strumento che ha per obiettivo di mantenere lo status quo ed evitare le manifestazioni più estreme di disuguaglianza sociale. Il concetto di “assurance universelle” in francese – di garanzia universale – mira proprio a mantenere sotto un certo livello di rischio le disuguaglianze sociali, ridistribuendo determinate risorse. Questo ha funzionato, più o meno, finché c’è stata un’idea di stato sociale. E poi, poi arrivano le cosiddette crisi economiche, lo stato sociale si ripiega, e questa nozione di garanzia universale viene sostituita dall’idea, dalla nozione di assistenza selettiva. Perché? Perché in questo contesto, in particolare a partire dagli anni novanta, di ripiegamento dello stato sociale e di crisi economica – cioè del potere che si giustifica attraverso il discorso della crisi economica – è il modello del cosiddetto new public management che si impone nella gestione dello stato. Che cosa vuol dire? I teorici di questa teoria del new public management dicono che lo stato deve comportarsi come un’impresa privata, deve fare profitto. E quindi si comincia a selezionare sempre di più quei gruppi di persone che avranno un diritto. E si diffonde sempre di più, in parallelo – dinamica fondamentale per capire quello che diremo dopo -, si diffonde sempre di più un sistema fondato sul sospetto che queste popolazioni a cui accordiamo un certo diritto siano degli approfittatori. Visto che il new public management dice che lo stato deve fare profitto, bisogna stare attenti a distribuire il budget, queste risorse, solo a chi ne ha veramente bisogno, e quindi si va a selezionare sempre di più, sempre di più, sempre di più, delle parti sempre più fini e sottili di popolazione a cui attribuiremo queste risorse. E quindi si sospetta che i richiedenti asilo siano dei falsi richiedenti asilo – per no parlare di migranti, che in realtà sono sempre migranti economici che ne approfittano -, ma si sospetta anche che i disoccupati siano dei finti disoccupati, che chi chiede un aiuto per pagare la casa sia in realtà un approfittatore, eccetera eccetera.

Io ho detto prima che stiamo facendo di tutto, nel nostro progetto di Solidarity watch, per non restare ancorate a questa divisione pro/anti migranti. Adesso mi ritrovo a parlare di migranti: dicevo, i falsi e veri richiedenti asilo, eccetera. C’è un senso, se si parte da qui. C’è un senso perché c’è una specificità dei migranti, o meglio, c’è una specificità delle politiche migratorie. Qual è questa specificità? Le politiche migratorie sono un laboratorio, molto semplicemente, delle politiche neoliberali, delle politiche di sicurezza, delle politiche di restrizione o di negazione di diritti fondamentali, sociali, politici. Perché? Perché i migranti, come categorie che non ha voce, per definizione – pensate semplicemente al diritto di voto – sono la categoria di popolazione più facilmente attaccabile, la categoria sulla quale si possono testare delle pratiche liberticide, delle politiche liberticide. Quindi attenzione, quando si parla di politiche liberticide nei confronti dei migranti, questa cosa è uno specchio di quello che succede nelle nostre società a un livello molto più generale. La cosiddetta “crisi dei migranti” – questo non lo diciamo noi, lo dicono in tanti e in tante – è chiaramente una crisi delle nostre società.

L’ultimo punto, prima di dare la parola a Sarah. Parliamo di criminalizzazione di persone solidali, giusto? Quello che succede è che, se si pensa che delle persone assistite, che hanno – avrebbero – diritto, che hanno bisogno dell’aiuto dello stato, se si pensa che queste persone, secondo la logica del sospetto, approfittano del sistema, per forza di cosa, chi si mostra solidale con queste persone, cerca di aiutarle ad avere accesso a questi diritti è considerato come qualcuno che contribuisce a approfittare di queste poche risorse che lo stato dichiara di avere. E quindi c’è un legame molto chiaro e diretto tra la delegittimazione delle persone che chiedono l’aiuto dello stato – ancora una volta, non solo i migranti, i richiedenti asilo [, ma anche] i disoccupati, le persone che hanno bisogno di aiuto per la casa, eccetera – e la delegittimazione delle persone che si muovono, con gesti solidali di vario tipo per aiutare chi è delegittimato, chi [dovrebbe essere] aiutato dallo stato. E su questa nozione di delegittimazione e di criminalizzazione è Sarah che continua.

[Sarah Sajn]

Buongiorno. Il mio italiano non è buono, devo leggere un testo che abbimo scritto.

La questione della criminalizzazione della solidarietà, e quindi della delegittimazione di certe forme di solidarietà, solleva la questione della definizione e della forma dominante dell’organizzazione della solidarietà nei nostri paesi europei. Questa questione è profondamente politica. Ma spesso viene trattata in termini umanitari, e in modo molto settorizzato, in particolare perché ci sono delle figure professionali, dei ministeri, delle linee budgetarie, degli strumenti particolari…in funzione dei settori d’intervento dello Stato e delle categorie: migrazioni, sicurezza, ambiente, questioni sociali…

Ma è il funzionamento stesso della nostra società che è rimesso in questione, come diceva Chiara prima. Non è una questione di aspetti marginali, di settori particolari, o delle categorie di persone, perché la criminalizzazione della solidarietà tocca direttamente le regole e i criteri del nostro vivere insieme.

Per rispondere a questa sfida è quindi necessario uscire dalle categorie imposte.

È in particolar modo situandosi ai margini di ciò che è legittimo per lo stato che possiamo trovare delle forme di solidarietà che sono in rottura con le categorie imposte [e] che tendono a escludere le forme primarie di solidarietà, piuttosto che a includerle.

Alcune forme di solidarietà resistono, esistendo ai margini del riconoscimento da parte dello stato e costituiscono il terreno dove possiamo ripensare il nostro sistema di vita in comune. Ma attenzione perché si tende a pensare che delle forme individuali, auto-gestite, di solidarietà [pre-esistono] ai margini della solidarietà legittima definita dallo stato. In realtà, lo stato resta la forma più importante di organizzazione politica in Europa e continua ad avere il monopolio della violenza legittima. Questo è un punto importante della riflessione, perché lo stato controlla queste forme di solidarietà, di fatto, e ha il potere di distruggerle usando la violenza. Quello che vediamo in Francia in questi giorni è un uso disproporzionato della forza per reprimere dei movimenti sociali che tendono a convergere e a rimettere in causa le categorie [d’azione e di selezione delleapopolazione] usate dallo stato. Abbiamo studenti, degli operai; abbiamo la questione di questo aeroporto – non so se conoscete – Notre Dame de Landes [comune a 30 km dalla città di Nantes che vede una forte mobilitazione contro la costruzione di un nuovo aeroporto e in difesa della regione e dell’ambiente, violentemente repressa da parte forze dell’ordine.] Abbiamo molte forme di solidarietà che convergono e questo sembra essere un problema per lo stato.

Riprendendo le parole e la definizione di Gherardo Colombo che abbiamo ascoltato all’inizio di questo congresso: lui diceva che la solidarietà funziona su una comunità ristretta, e [attraverso l’identificazione di] un nemico; un Noi e un Loro. Dunque ci sono dei criteri per includere e escludere le persone, per definire chi merita di essere [incluso nei legami di] solidarietà. Ora, se torniamo alla questione degli “assistés” – delle persone assistite – dobbiamo chiederci chi abusa di questi legami [sociali]. Chi prende senza dare? Chi si serve delle risorse comuni per il suo proprio interesse? Chi approfitta delle risorse comuni per arricchirsi personalmente? E se guardiamo bene, non sono i più poveri, loro beneficiano – in proporzione, in volume, in euro, diciamo – poco della solidarietà. Quelli che sono i veri assistiti sono in realtà gli evasori fiscali e le multinazionali che beneficiano di tanto aiuto da parte dello stato e quindi della comunità. Ecco perché dobbiamo riappropriarci la solidarietà come nozione, come valore; ma anche riappropriarci i criteri che la definiscono. Non posso sviluppare, ma c’è sicuramente [in gioco] una questione di democrazia, alla fine. Chi decide di questi criteri?

Il nostro progetto richiede ambizione ma anche modestia. Evidentemente non pensiamo di essere le prime a pensare queste questioni, di essere più rivoluzionarie, di partire da zero. Abbiamo molti strumenti sviluppati dalla sociologia, dai partiti, sindacati, organizzazioni come la Rete…Sono in molti ad aver riflettuto sulla questione della solidarietà.

Oggi, quello che constatiamo non è facile[, ma deve farci reagire]. Le idee fasciste e le forme di solidarietà che queste idee propongono guadagnano terreno. Lo stiamo vedendo in tante elezioni in giro per l’Europa: le idee fasciste stanno ridefinendo la solidarietà, la sua organizzazione politica, i criteri identitari sui quali si fonda, cioè l’identità di gruppo. Per esempio, a marzo a Marsiglia ha aperto un centro che si chiama Bastione sociale, che si ispira all’esperienza italiana di Casapound e che propone un’azione di solidarietà nei confronti delle persone francesi, solo francesi, di cui lo stato non si occupa, in nome di quella che in francese viene chiamata la “priorità nazionale”. Usano il linguaggio umanitario che sentiamo usare dalle ONG e se non si fa attenzione, se non siamo vigilanti, sembrerebbe un discorso semplicemente umanitario.

Allora abbiamo un problema: qualcosa non ha funzionato [nelle idee] di sinistra.

Come diceva il filosofo Walter Benjamin, “dietro ogni fascismo, c’è una rivoluzione fallita”. Il fascismo si avvicina, stiamo attenti a non mancare il tempo della rivoluzione!

[Chiara Pettenella]

Concludo con due informazioni sull’evoluzione del nostro progetto.

L’idea è molto semplice. Sarebbe quella di legare le emozioni , il sentimento di ingiustizia quotidiano che tante persone vivono, a una riflessione politica [collettiva]. Questo è quello che vogliamo fare sul nostro sito di Soidarity watch che sarà ben presto online.

Come vogliamo farlo? Il fatto di cominciare dall’idea della criminalizzazione della solidarietà nei confronti migranti – anche se abbiamo detto che vogliamo uscire da questa logica di [opposizione tra] aiutare i migranti/non aiutare i migranti -, il fatto di cominciare da questo fatto, ci permetti di rimettere al centro delle cose un po’ essenziali come il diritto a mangiare, dormire, non avere freddo; poter partorire in un luogo normale anziché in mezzo alla neve attraversando le montagne; mangiare del cibo sano, bere dell’acqua pulita senza aver paura di ammalarci… I principi di base della vita! Ed è da lì che bisogna ripartire, chiaramente, per ricostruire i legami che uniscono tra di loro gli esseri umani che vivono su uno stesso territorio, che è la nostra definizione di società, indipendentemente da dove vengono. Quindi per rispondere alle domande che sollevava Sarah sull’organizzazione della solidarietà.

Sul sito, concretamente: partire dalla criminalizzazione della solidarietà significa, prima di tutto contare le persone che sono confrontate a questa delegittimazione, renderle visibili, anche per prendere coscienza del nostro potenziale di cambiamento rispetto a questi fenomeni di criminalizzazione della solidarietà – lo diceva Sarah -[, ristabilendo] dei criteri di solidarietà che non sono necessariamente quelli imposti dallo stato e che funzionano per categorie sempre più strette, sempre più sottili. Quindi ci sono tre cose che facciamo sul sito: la prima, è la costruzione di un database in cui raccogliamo nel modo più ampio possibile su scala europea i casi di criminalizzazione delle solidarietà; seconda cosa, raccogliamo testimonianze, cioè facciamo in modo di ricordare che questi fenomeni sono le storie di persone – dare dei volti e delle voci: quindi video, audio, racconti, immagini…; terza e ultima cosa, vogliamo proporre su questo sito delle analisi più concettuali, o più globali, con contributi di ricercatori, esperti, militanti, associazioni…che possono avere una visione più astratte e politica di queste problematiche.

E su questo ultimo punto concludo dicendo che vi ringraziamo tantissimo del vostro sostegno e del vostro aiuto anche economico, e che vorremmo chiedervi di partecipare. Cioè, questo lavoro che stiamo lanciando è un lavoro fatto collettivamente, [che si costruisce ]attraverso contributi – a partire da tanti punti di vista: militanti, politici, eccetera – che devono incontrarsi sul nostro sito per ridefinire la solidarietà come parola, coma valore sociale e come pratica. Abbiamo degli obiettivi grandissimi, l’utopia è la nostra parola d’ordine, e abbiamo tante piccole cose da fare. Per esempio, permettere a tante persone di tanti paesi europei di poter utilizzare la nostra piattaforma, e quindi un lavoro di traduzione di testi, di ricerca di testi in altre lingue – tutte le lingue dell’Europa… [Questo] spazio di scambio che esiterà solo se arriveranno contributi dalle persone più varie, compresi voi, quindi sentitevi assolutamente chiamati in causa.

Saremo molto felici di avere le vostre domande e commenti e vi ringraziamo molto.

SABATO 24 NOVEMBRE – POMERIGGIO

Partecipanti al coordinamento:

SEGRETERIA: Maria Angela Abbadessa, Maria Cristina Angeletti, Fulvio Gardumi.

ALESSANDRIA: Maria Teresa Gavazza, Gigi Bolognini; BRESCIA: Gabriella Giometti, Piergiorgio Todeschini; CASALE MONFERRATO: Beppe Ghilardi; CASTELFRANCO VENETO: Marta Bergamin, Fabio Corletto, Erman-no De Biasio; CELLE/VARAZZE: Pier Pertino; GENOVA: Sergio Ferrera; MACERATA: Gianni Baldassarri; MOGLIANO VENETO: Beniamino Favaro, Annarosa Liotto; PADOVA: Elvio Beraldin; PESCARA: Silvestro Profico; PISA-LUCCA-VIAREGGIO: Giorgio Gallo, Angela Vannucchi, Claudio Sodini; QUARRATA: Mariella Borelli, Sergio Lomi, Annalia Noci, Teresa Bertoldi, Tereza Sargsyan; QUILIANO: Caterina Perata, Monica Ruffa; ROMA: Angelo Ciprari, SALERNO: Lucia Capriglione; TORINO: Monica Armetta; TRENTO: Gabriella Farina; VARESE: Marco Lacchin; VERONA: Gianni Pettenella, Maria Picotti.

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Il Coordinamento affida la Presidenza della riunione a Maria Angela Abbadessa.

Ore 14.50 : Inizio lavori.

Mariella Borelli: Dà il benvenuto ai partecipanti e illustra la storia di Villa Rospigliosi ove si svolge il coordinamento.

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  1. Riassunto decisioni precedente coordinamento.

Maria Angela Abbadessa: riassume le decisioni assunte al coordinamento di Candriai.

Beppe Ghilardi: riferisce che Fernando De Brito si trova in una casa di cura dei Domenicani in Brasile, per cui non è più necessario il nostro contributo economico e quindi il versamento potrà essere interrotto.

Il Coordinamento stabilisce di chiudere l’operazione relativa al vitalizio a favore di Fernando De Brito

Fulvio Gardumi: riferisce di avere ricevuto una mail da Lia Rontani della Rete di Udine in cui si conferma che i 3.000 €. destinati a finanziare un viaggio giovani nel progetto di Giovanni Baroni possono essere messi a disposizione della Commissione Giovani che può anche utilizzarli per altri viaggi giovani.

Il Coordinamento decide di mettere a disposizione della Commissione Giovani 3.000 € del progetto Baroni, allo scopo di finanziare viaggi di giovani.

Caterina Perata: chiede se non sia possibile finanziare il Convegno in memoria di Ettore Masina con una raccolta fondi a parte, per non fare gravare i costi sulla Rete Nazionale.

Il Coordinamento decide che se dovessero arrivare fondi raccolti dalle Reti locali a favore del Convegno, saranno utilizzati a copertura della somma già stanziata pari a 1.000€

Il Coordinamento conferma le decisioni assunte a Candriai.

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  1. Seminari regionali.

Maria Angela Abbadessa: Dobbiamo decidere se fare un seminario unico o seminari per aree, decidere il tema e la data.

Gianni Pettenella: Siamo in grado di organizzare di nuovo i seminari?

Angelo Ciprari: Un tema che gli interessa è quello sulla pace, la non violenza, le spese militari. Il seminario dovrebbe vertere su quel tema.

Sergio Ferrera: Quello che facciamo dovrebbe essere valorizzato anche nel periodo successivo. Altrimenti rischiamo di impiegare molto tempo per organizzare un seminario e poi la cosa non crea un seguito.

Maria Teresa Gavazza: Propone di esaminare il tema della controinformazione, perché oggi vengono fatte circolare in modo strategico notizie false, per ottenere risultati simili ai colpi di Stato.

Beniamino Favaro: Già a Candriai era stato individuato il tema della comunicazione, indicando, forse, anche il nominativo di un possibile relatore. La RRR ha organizzato, negli anni ’90, un convegno riuscitissimo sul tema. Oggi occorre analizzare i nuovi mezzi di comunicazione, che orientano masse enormi di persone. In questa prospettiva, sarebbe preferibile un unico seminario nazionale.

Silvestro Profico: D’accordo con Angelo. “Politica, movimenti, pace” – Sottotitolo sull’informazione.

Maria Picotti: Già a Candriai si è parlato molto del tema dell’informazione. Anche il tema della pace è coinvolto dal tipo di comunicazione che si fa. E’ possibile mantenere le aree regionali, con una conclusione unitaria, come la scorsa volta.

Caterina Perata: Più tardi darà un invito simbolico ad un’iniziativa a Savona sul Centrafrica. Il Centrafrica è spesso una vittima delle armi e della cattiva informazione. Propone che ogni Rete si guardi attorno per vede-re se in zona ci sia qualcuno che sta lavorando sull’argomento, per portare questo lavoro di interazione in un seminario nazionale. A Savona è nata recentemente un’Università Popolare: la Rete potrebbe partecipare, pubblicizzarla e restituire a livello nazionale.

Lucia Capriglione: A Candriai si è parlato di un seminario sulla comunicazione ed è d’accordo. Conferma l’idea di fare qualcosa sul territorio, aperta all’esterno. La Rete di Salerno sente l’esigenza di approfondire la modalità della comunicazione all’interno delle nostre comunità, anche nella logica di analizzare la violenza verbale che circola. Per cui è utile parlare anche di nonviolenza a partire dai nostri luoghi di provenienza.

Marco Lacchin: Sarebbe utile collegare il tema del seminario a quello del Convegno. Bene il tema dell’in-formazione, in relazione alle nuove tecnologie. Importante avere relatori giovani

Fulvio Gardumi: l’11 dicembre parteciperà ad un corso di formazione su “Giornalismo, hacking e politica”: Se il relatore fosse bravo, potrebbe segnalarcelo

Angela Vannucchi: vorrebbe che non cadesse l’idea di Silvio Profico sul discorso della politica. Noi abbiamo lottato in questo ambito a sarebbe utile trasmettere qualcosa e capire che scelte facciamo e dove stiamo andando. Nel titolo proposto da Silvio sostituirebbe “Movimenti” con “Mondi”. Sarebbe importante creare una nuova cultura politica

Giorgio Gallo: Sulla informazione sarebbe meglio un seminario/corso su come fornire strumenti critici per capire e filtrare l’informazione, invitando soprattutto giovani. Si pone il problema di un discorso più politi-co: viviamo la marea montante del populismo che va indagata per capire come cambiare la situazione. Si sta costruendo una narrazione unica, eliminando le narrazioni alternative.

Piergiorgio Todeschini: Quando si parla di informazione, pensa a tecniche, modi, modalità. Se si fa il discor-so sull’informazione, lo si deve fare in relazione al populismo ed alla violenza. Si deve fare un corso per avere strumenti da usare per un determinato contenuto.

Maria Teresa Gavazza: Non le interessa un corso per imparare ad usare i social. L’informazione non è neutra: è politica. Occorre ricollegarsi al discorso dei movimenti: non possiamo fare dei seminari solo come RRR. Occorre partire dalle realtà locali.

Maria Cristina Angeletti: E’ necessario soprattutto informare i giovani, perché molti di loro sono confusi. A Macerata le ultime elezioni sono state vinte dalla Lega. Resta interdetta di fronte alla società che ci circonda. Dobbiamo capire perché questo sta accadendo.

Fulvio Gardumi: dobbiamo decidere se fare un unico seminario nazionale o più seminari macroregionali

Angelo Ciprari: nella RRR gli unici giornalisti sono Antonio Vermigli e Fulvio Gardumi. Noi dobbiamo operare nei confronti del 36% della popolazione che alle prossime elezioni voterà Lega. Non dobbiamo rivolgerci ai movimenti, che già sono convinti di certe cose. Noi dobbiamo rivolgerci alla gente che la pensa diversamente. Per i seminari, vorrebbe fare incontri interregionali, con altri gruppi che già affrontano il tema che vogliamo portare avanti, con un incontro finale, conclusivo, nazionale.

Monica Ruffo: Quando viene, ascolta sempre cose interessanti. Apprezza il connubio tra giovani e meno giovani. D’accordo sul discorso dei giovani, che recepiscono un’informazione sbagliata, perché condizionati dai media.

Pier Pertino: Spesso pensiamo che una platea giovane che usa i social conosca effettivamente i meccanismi con cui il web condiziona il consenso. I giovani sono solo dei fruitori, che vengono condizionati. E’ impor-tante mettere in luce questi meccanismi, per fornire strumenti critici. Il seminario non deve essere sull’uso del social ma sulle conseguenze di un recepimento acritico di quello che il social porta.

Monica Armetta: E’ d’accordo sul fare seminari regionali che convergano in un momento nazionale. Il pe-riodo corretto è quello di aprile/maggio, con il momento nazionale a settembre. Opportuno lavorare sul tema in vista del prossimo Convegno nazionale. Sul contenuto, il tema della decodifica dell’informazione attraverso i social e l’attuale linguaggio populistico, è importante. Non sarebbe male coinvolgere qualche universitario. La comunicazione è il veicolo attraverso cui far passare in maniera corretta molti temi. Il linguaggio praticato dai giovani è spesso un linguaggio violento. Importante anche coinvolgere nei seminari le realtà locali.

Giorgio Gallo: Non metterebbe l’argomento pace, perché vi è il rischio di un discorso troppo astratto. Pier Pertino ha colto bene il problema: la nostra esigenza è quella di dare strumenti critici per interpretare l’in-formazione. Ritiene, invece, che i seminari ed il convegno siano strumenti diversi, per cui non devono essere necessariamente collegati. Anche noi, a volte, non abbiamo strumenti critici: dobbiamo rimetterci in discussione. Maglio fare 4 seminari con taglio diverso, da mettere insieme in un momento nazionale.

Sivestro Profico: Il tema della capacità critica è fondamentale. A Pescara insegna Bagnai, uno dei principali consiglieri di Salvini, che è emblematico per la totale incapacità di dare ascolto alle ragioni degli altri. C’è una bella vignetta di Altan sul tema.

Caterina Perata: Chiediamo ai giovani di parlare agli altri giovani: se vogliamo organizzare seminari pensati per giovani, dobbiamo trovare giovani che possano offrire strumenti critici. Poi tutti insieme unifichiamo le esperienze in un contesto nazionale, portando il nostro contributo come RRR. Un rischio è quello di non avere persone esterne neppure nei seminari macroregionali.

Maria Angela Abbadessa: La modalità dei seminari macroregionali è ancora valida, per consentire la partecipazione di più persone. Poi i risultati potrebbero confluire in un momento nazionale ed eventualmente proseguire fino al Convegno. Il tema è importantissimo, perché l’informazione molto raramente parte dal fatto. Dobbiamo chiederci se sia ancora importante la conoscenza del fatto.

Monica Armetta: Il fatto di concentrarci sugli strumenti e sulla capacità critica impone di inserire anche una parte relativa ai contenuti. Come individuare le fonti a cui fare riferimento? Come conoscere per poter valutare? Ormai l’informazione utilizza il linguaggio della fiction.

Gigi Bolognini: Alcune cose che sono state dette gli fanno pensare che la storia della RRR è stata sempre centrata sulla solidarietà internazionale, perché ci muovevamo in un contesto dove questo discorso era con-diviso. Oggi non è più così. La RRR deve diventare di più un gruppo che fa un’azione squisitamente politica, coinvolgendo altre persone e al limite, facendo proselitismo. In questo senso, i seminari dovrebbero porsi il problema di come coinvolgere altre persone esterne alla RRR.

Fulvio Gardumi: Molti di noi parlano dell’informazione pensando ancora a quella “classica”: oggi siamo in un’altra era, in cui quasi più nessuno legge i giornali. Oggi è l’informazione che viene a cercarci, anche per mezzo dei processi di “profilazione” degli utenti del web, che elaborano i nostri dati e ci suddividono in base alle nostre preferenze, idee, orientamenti. Il web ci conosce meglio di noi stessi. Frei Betto ha detto che tra le cause hanno fatto vincere Bolsonaro in Brasile (e Trump in Usa) ci sono queste tecnologie di informazione mirate, che spostano milioni di voti e che, essendo costosissime, sono appannaggio solo dei partiti ricchi di destra.

Gianni Pettenella: Se dobbiamo essere concreti, siamo un po’ lontani. Ci siamo detti quello che ci piacerebbe ascoltare da un relatore? Le nostre forze sono poche, per cui dovremmo essere sempre più semplici. L’informazione richiede una lettura critica: cosa possiamo concretamente fare l’anno prossimo? Il Triveneto potrebbe organizzarsi a Sezano.

Fulvio Gardumi: Sarebbe opportuno che Nord-Ovest, Centro e Sud dicessero le loro intenzioni in merito all’organizzazione dei seminari e alle possibili sedi ed iniziassero a lavorarci sopra.

Pier Pertino: Almeno il periodo di riferimento va definito: Aprile/Maggio? Va anche chiarito se questo deve convergere in un seminario nazionale.

Il Coordinamento decide che i seminari macroregionali si terranno ad aprile/maggio, compatibilmente con le elezioni europee. I risultati andranno a confluire in un successivo seminario nazionale a settembre. Il tema generale sarà l’analisi critica dell’informazione.

Monica Armetta: per il Nord-Ovest possibili sedi potrebbero essere Cavagnolo, Villanova d’Asti, l’Università Popolare di Savona

Mariella Borelli: Per il Centro-Sud un’ipotesi potrebbe essere Quarrata, con qualche problema per l’ospitalità.

Maria Cristina Angeletti: Anche Macerata potrebbe essere una sede opportuna.

Lucia Capriglione: Si potrebbe pensare di fare una cosa al sud: magari un’iniziativa territoriale che porti un contributo al seminario macroregionale.

Si stabilisce che, al prossimo coordinamento, le Reti Locali forniranno sede e data dei seminari macroregionali. Il tema generale è stato abbozzato e dovrà essere approfondito prima del prossimo coordinamento.

Elvio Beraldin: Ha difficoltà a capire il tema dell’informazione Oggi nessuno legge un giornale. Si chiede se dobbiamo affrontare anche l’argomento della diffusione della nostra informazione.

Sergio Ferrera: Negli ultimi anni la situazione italiana è peggiorata. Se vogliamo essere incisivi dovremmo provare a concordare una strategia comune ed a collaborare con le associazioni sul territorio. Occorre cerca-re di diventare massa critica.

Marta Bergamin: Il tema è interessante. La sfida sarà quella di allargare il seminario, contaminandoci con altre persone. L’idea di fare un pre-seminario locale, sarebbe una bella sfida

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  1. Comunicazioni.

Gianni Pettenella: a Riace è andato Giovanni Esposito, portando lo striscione della RRR ad una manifestazione di sostegno. Cosimina, che lavora nell’Associazione Città Futura, con cui ha avuto un contatto telefonico, ci ha ringraziati per la nostra solidarietà. Mimmo Lucano vive fuori da Riace, l’Associazione è attualmente impegnata a sistemare gli stranieri che sono costretti a partire. Il primo uso delle donazioni ricevute è quello di dare agli stranieri un minimo di pocket money. In conclusione: resistono, ma in una fase di dismissione. L’ospitalità di un gruppo a Riace per qualche giorno non è così semplice e comporta spese. Resta a disposizione della commissione giovani

Lucia Capriglione. Un’amica della RRR va a Riace sabato e domenica prossima. Farà anche un giro in tutte le esperienze SPRAR dei dintorni. Riferirà nella prospettiva di un viaggio giovani. A quanto le risulta, le case lasciate dagli stranieri sono messe a disposizione per l’accoglienza.

Monica Armetta: Ha contattato Recosol, Rete di comuni solidali. E’ stata prevista la possibilità per le associazione di aderire al loro progetto. Non possono entrare come soci a tutti gli effetti, ma è possibile aderire sottoscrivendo un modulo. Così saremo informati delle prossime iniziative, in primavera. Sono in corso anche iniziative di giovani sul territorio, tra cui una mostra di vignette, per sensibilizzare.

Giorgio Gallo: Una persona che se ne è andata via da Riace dopo avere vissuto per qualche giorno l’esperienza di un altro SPRAR, ha deciso di tornare, anche senza soldi. Le case utilizzate dal progetto sono state lasciate vuote da emigranti riacesi, e sono utilizzate in comodato o con piccoli affitti, a condizione che vengano mantenute e sistemate. Andando via i migranti, le case potrebbero tornare disponibili per l’ospitalità. Anche l’Associazione Città Futura è sotto sfratto.

Vari interventi di commento sulla situazione di Riace.

Pier Pertino: una delle iniziative possibili sarebbe quella di far aderire il proprio comune a Recosol (riferimento Roberta Ferruti). In Liguria ce ne sono solo due. Nel percorso dei giovani per andare a Riace, si potrebbe proporre il cortometraggio di Wenders sull’esperienza di Riace portato in giro dal produttore esecutivo Claudio Gabriele.

Il coordinamento decide di aderire a Recosol come socio sostenitore, inviando il modulo di adesione. Referente per i contatti è designata Monica Armetta

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  1. Verifica dello Statuto della RRR e responsabilità dei suoi organi.

Maria Angela Abbadessa: dà lettura del testo -già inviato via e-mail a tutti -in cui la Segreteria propone una traccia di considerazioni che possano guidare la riflessione sull’argomento (lo si allega al presente verbale).

Ad esito di ampia discussione il Coordinamento delibera quanto segue:

  1. La RRR non si iscriverà negli albi nazionali degli enti del terzo settore (ETS).

  2. La sede sarà collocata presso lo studio legale di Marco Lacchin (Studio Legale Associato Lacchin-Bettiati, in Varese, via Magatti 2) che, per necessaria terzietà, non risulterà nel registro dei soci.

  3. Si creerà un registro dei soci, aggiornando quello attualmente esistente, indicando le persone che frequentano abitualmente i coordinamenti, oppure quelle designate dalle singole Reti lo-cali;

  4. Si apporteranno allo statuto le modifiche strettamente necessarie per rispettare la normativa di natura fiscale. Il nuovo statuto sarà presentato per l’approvazione all’assemblea (coordina-mento) di gennaio 2019.

  5. Fulvio GARDUMI assume la carica di Portavoce: se ne daranno le necessarie comunicazioni;

Silvestro Profico: Maria Picotti risulta solo registrata all’Agenzia delle Entrate. Ora è necessario confermare la nomina della segreteria e designare il portavoce. Suggerisce di non apportare le modifiche allo statuto prima dell’approvazione della normativa del terzo settore.

Angelo Ciprari: Suggerisce che venga predisposto subito uno statuto sulla base della normativa attuale. Se poi fosse necessario, si apporteranno ulteriori modifiche.

Pier Pertino: Abbiamo deciso che non ci registriamo, per cui qualsiasi decreto attuativo non ci riguarda, mentre ci riguarda la modifica dello statuto.

Monica Armetta: se non ci iscriviamo, esiste una normativa a cui dobbiamo attenerci?

Fulvio Gardumi: propone di pensare alla possibilità di trovare un commercialista amico della RRR che ci tenga la contabilità

Gigi Bolognini: conosce una commercialista che segue le associazioni di volontariato.

Elvio Beraldin: Chiede che rimanga l’autonomia delle Reti Locali.

Pier Pertino: Sul discorso dell’autonomia occorre verificare che cosa accade se una Rete Locale decida di registrarsi.

Il Coordinamento conferma la nomina della segreteria nelle persone di:

  • Fulvio Gardumi, che viene nominato portavoce;

  • Maria Angela Abbadessa;

  • Maria Cristina Angeletti;

Conferma la nomina di Marta Bergamin come tesoriera

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SABATO 24 NOVEMBRE – SERA

Angelo Ciprari: Mauro Gentilini lo ha chiamato e si preoccupava della propria lettera circolare sui medici contro la tortura. Invita ognuno di noi ad esaminarla con attenzione. Propone che la segreteria abbia un in-dirizzo di e-mail dedicato, inserito anche sul sito, che potrà essere di volta in volta utilizzato dalle segreterie che si susseguiranno.

Gigi Bolognini: Provvederà alla creazione dell’account della Segreteria

  1. Relazione tesoreria sullo stato del bilancio.

Marta Bergamin: Riferisce della situazione di bilancio, come da prospetto che viene allegato al verbale. Alla data odierna, rispetto alla stessa data dello scorso anno sono entrati 33.000 €. in meno.

Per arrivare alle stesse entrate dello scorso anno, dovrebbero entrare entro fine anno 87.327 € (168.600,50 – 81.273,50). Per coprire gli impegni nelle operazioni in corso dovrebbero entrare 60.568,50 € (141.860,00 – 81.273,50). Spera che si confermino almeno le entrare dello scorso anno in dicembre.

La maggior parte delle quote 2018 dei vari progetti sono già state versate. Mancano solo le donne palestinesi, i Sem Terra brasiliani, i Migranti di Trento, il progetto Case Verdi, il sostegno alla Repubblica Centrafricana, l’operazione in Guatemala, l’operazione Eduposan e Mwamai.

Quest’anno dobbiamo ancora erogare 46.500 €. In più ci sono i soldi accantonati per i viaggi.

Le entrate diminuiscono e stiamo utilizzando il “tesoretto” che avevamo e che va a calare.

Per quest’anno non dovremmo avere problemi a pagare i progetti, perché in dicembre di solito arrivano contributi importanti (la segreteria potrebbe fare un sollecito).

Finora sono stati versati con causale “Riace” circa 830 €.

Se tutto andrà bene, dovremmo arrivare a fine anno con una cassa di circa 23.000 € rispetto ai 45.000 €. dello scorso anno. Teniamo conto che abbiamo avuto anche la spesa per il Convegno nazionale.

Da ricordare che non dovremo più versare i 3.000 €. del progetto Clara Mattei (vitalizio a De Brito).

Angelo Ciprari: Suggerisce di attendere a versare la quota annuale a favore dei Sem Terra, anche perché, dopo la morte di Serena Romagnoli, ci manca un contatto con il movimento.

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  1. Data e luogo prossimi coordinamenti.

Roma – 26/27 gennaio 2019 (il 25 gennaio si terrà il convegno in memoria di Ettore Masina presso Sala del Consiglio del Dipartimento Studi Umanistici Università Roma 3, via Ostiense 236 – Metro B fermata Mar-coni);

Angelo Ciprari: Il convegno in memoria di Ettore sarà un convegno universitario e non una commemorazione. A Candriai si era proposto che Matteo Mennini, curatore del convegno, contattasse Giancarla Codrignani o Raniero La Valle, che avevano condiviso con Masina alcuni incarichi istituzionali nella Commissione Esteri e nel Comitato Diritti Umani. La RRR non dovrebbe avere parte attiva nel convegno, se non con l’intervento di Ercole Ongaro, in qualità di storico (oltre a quello iniziale di Clotilde Buraggi). Il Convegno inizierà alle 11.00 e terminerà alle 17.00.

Coordinamenti successivi:

  • Sezano 23/24 marzo

  • Pistoia 8/9 giugno

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  1. Circolari nazionali.

Dicembre – Roma (Clotilde)

Gennaio – Varese

Febbraio – Celle/Varazze

Marzo – Segreteria (lancio seminario)

Aprile – Verona

Maggio – Macerata

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DOMENICA 30 SETTEMBRE

  1. Esame e discussione progetti in scadenza.

Angela Vannucchi: Riferisce sul progetto di cofinanziamento scuole di pace (2.500 €. annui per 3 anni). Nella relazione circolata nella mailing-list c’è un excursus sul progetto. Chiede il rinnovo del progetto per un importo aumentato a 4.000 €. annui per 3 anni, essendo venute meno le altre fonti di cofinanziamento. La situazione del mondo giovanile è tale per cui il progetto di gestione dei conflitti è di assoluta necessità e deve essere ampliato.

Marco Lacchin: Riferisce sul progetto di assistenza socio-sanitaria a Cochabamba. La relazione con la re-ferente è buona, il progetto prosegue e si è esteso ad un secondo quartiere ancora più periferico. Le relazioni già inviate via internet sono complete anche in relazione al resoconto economico. Darìa Tacachiri chiede aiuto per acquistare una sede ma, al momento, il progetto è fuori dalla portata della RRR. Si propone il rinnovo del progetto alle stesse condizioni (9.000 €. annui per 3 anni)

Piergiorgio Todeschini: Riferisce sul progetto di sostegno al popolo mapuche, con l’ausilio di immagini, che vengono proiettate.

  • Progetto nocciole: durato 2 anni e 6 mesi per complessivi 26.500 €.; questo progetto è chiuso perché ha raggiunto l’autonomia. Altre comunità Mapuche hanno chiesto informazioni per replicare il pro-getto. Al momento la produzione non è in quantità tale da accedere al circuito del mercato equo, a causa dell’incidenza delle spese di trasporto, per cui i prodotti sono venduti in Cile.

  • Nuovo progetto destinato a sostituirlo: riguarda i diritti umani con riferimento specifico ai diritti politici. C’è la necessità di aiutare le famiglie a sostenere i prigionieri (viaggi per le visite, difesa le-gale). Da notare che l’attività di polizia colpisce soprattutto i soggetti che sono stati attivi nella rivendicazione delle terre. Entità complessiva del progetto: 9.000 €. annui per tre anni.

  • C’è una novità molto significativa, in attesa del coordinamento di Roma: gli amici di Sergio Escudero hanno intenzione di sostenere un progetto presso i Mapuche, organizzato al modo della borsa di studio creata da Francesco di Udine. L’idea sarebbe quella di farlo divenire un progetto della RRR, facendo transitare i fondi dalla tesoreria nazionale.

  • Nell’ultimo mese, come sappiamo, sono avvenuti fatti molto gravi nelle comunità Mapuche: per il resoconto ci si richiama al materiale fatto circolare nella mailing-list. L’assassinio di un militante mapuche ha suscitato una mobilitazione di nuovo stampo a fronte di una repressione insostenibile. Dal Governo cileno sono giunte un sacco di bugie, che sono poi state smentite, anche dai media. Come conseguenza è stato destituito l’intendente dell’Araucania (chi lo ha sostituito è peggio di lui). Come si diceva, tutto ciò ha creato grandi manifestazioni di sostegno al popolo Mapuche sia in Cile che in molti stati europei. Josè e Margot, in quanto leader, sono sotto controllo della polizia.

  • Su richiesta di Josè e Margot, è stata preparata una lettera di protesta da inviare all’Ambasciata Cilena di Roma, al Consolato Cileno di Milano e ad Amnesty International, che sarà firmata dalla segreteria.

  • Le ultime notizie mandate da Margot riguardano la visita del presidente Piñera all’Araucania. Ciò non ha avuto alcun senso politico né ha portato proposte di soluzione per il conflitto. E’ venuto solo per far da spalla al nuovo intendente regionale. Il Presidente ha negato l’esistenza del commando Jungla, attribuendolo ad un’invenzione della stampa.

Maria Teresa Gavazza: Il caso dell’uccisione dei Mapuche dovrebbe essere oggetto di studio nel nostro seminario. Tra l’altro, dovrebbe indurci a riflettere sulle nostre prospettive future.

Beppe Ghilardi: Riferisce del progetto di produzione di sapone di Salete Ferro a Rorianopolis. Nel 2014 è partita la cooperativa di donne. Il progetto è di 2.000 €. annui per 3 anni. Si propone il rinnovo.

L’altro progetto è Alli Causai, in Ecuador. Il progetto è stato più volte rinnovato. Adesso le energie della gente del posto sono calate, per cui vi è la necessità di modificare il progetto, che riguarda ora soprattutto le scuole, dove si manifesta un disagio molto forte dei bambini, che va gestito con psicologi ed educatori. L’importo è di 4.000 €. annui per tre anni.

Tereza Sargsyan, per la rete di Quarrata, riferisce del progetto in Armenia. Gyumri è la seconda città dell’Armenia (antico centro culturale del Paese). Nel 1988 c’è stato un grande terremoto che l’ha rasa al suolo, dimezzandone la popolazione. Dopo il terremoto, la città non si è più ripresa: soprattutto non si è risollevata l’industria. L’unica fonte di reddito è stata il commercio. Ancora oggi 3.400 famiglie sono senza casa e vivono in baracche di fortuna. Molte persone vanno in Russia per lavorare e spesso non tornano.

Lo Stato è quasi assente. A Gyumri c’è anche una base militare russa, che ha grande valore strategico verso la Turchia. Si pensa che Gyumri sia stata tenuta in questa situazione, per fare gli interessi della base.

Il carico sociale è sulle spalle della chiesa (armena e cattolica). Queste iniziative vanno sostenute. E’ possibile anche che qualcuno della Rete ci vada come volontario.

Il progetto consiste nell’allestimento (5 postazioni di lavoro) di un locale per corsi di parrucchiera, estetista ecc. E’ anche possibile che in quel locale si lavori per contribuire alle spese del centro sociale. Importo 3.263 € per un anno.

Beniamino Favaro: Riferisce del progetto Lualaba in Congo. La costruzione della scuola primaria è una necessità individuata nel 2013 dalle persone del posto. Oggi c’è la difficoltà di creare una relazione ma anche se mancano notizie recenti sugli sviluppi del progetto stesso, invita i presenti ad una riflessione che, ancor prima dei costi e dei tempi di attuazione, permetta di valutare la sua valenza simbolica ed emblematica per la comunità locale di Lualaba e per l’intero Paese che, secondo le informazioni fornite da p. Richard Kitengie, ha subito tra i nove e i dieci milioni di morti in questi oltre 20 anni di guerra di rapina non ancora conclusasi (se questo non è un genocidio!?). Se finora è mancata una vera e propria relazione con i referenti locali, ciò soprattutto a casa delle difficoltà di comunicazione, abbiamo però avuto in padre Richard un “mediatore culturale-umano” straordinario che ci ha portati dentro alle problematiche, non solo della R.D.C. ma dell’intero Continente Africano, svelandoci le logiche di un’economia di rapina e di fomentazione di guerre condotte dai Paesi ricchi e dalle grandi multinazionali che stanno alle loro spalle. Padre Richard ci ha altresì parlato con grande passione umana della sofferenza e del travaglio del suo Popolo e di quanto la Chiesa Congolese si stia esponendo, schierandosi apertamente a fianco della popolazione (vedasi a questo proposito la relazione di p. Richard svolta nell’incontro del 26 settembre scorso a Mogliano, dal titolo “Rompiamo il silenzio sull’Africa” e il documento recente della Conferenza Episcopale Congolese sulle elezioni nella R.D.C., entrambi pubblicati nel sito della Rete). Perciò il gruppo di Mogliano V., pur nella difficoltà delle comunicazioni, ha il fermo proposito di proseguire il proprio impegno in questo progetto anche oltre la realizzazione della scuola, per continuare a camminare a fianco di questo Popolo martire che sta lottando per la propria indipendenza ed emancipazione, per la vita e per la pace. La scuola diventa, quindi, anche un simbolo della nostra partecipazione alla loro resistenza. La Rete di Mogliano si augura di poter ricevere per il prossimo coordinamento di gennaio 2019 a Roma le notizie relative all’aspetto economico, valutando una previsione intorno ai 5.000 euro annui, come peraltro è stato fatto finora con i 15.000 euro suddivisi in tre anni.

Monica Armetta: Al prossimo coordinamento di Roma si spera di portare più giovani. Potrebbe essere un momento di incontro tra i giovani, su temi che stanno maturando oggi in Italia. Ci hanno chiesto aiuto per far nascere qualcosa. Il fatto di esserci per proporre spazi di incontro potrebbe essere interessante

Maria Teresa Gavazza: Propone un progetto a costo “0”. E’ un progetto di coscientizzazione nella scuola, a cui i membri della Rete di Alessandria dedicano il proprio tempo. Da 6 anni è inserita nel progetto anche la RRR. Si tratta di lezioni di storia, a partire dalla Resistenza sino ad oggi. Il motto è “Senza memoria non c’è futuro”.

Maria Angela Abbadessa: Il progetto Armenia era già stato presentato a Pescia a novembre 2017. In quella sede la decisione era stata rimandata, in attesa di conoscere se ci fossero risorse disponibili.

Monica Armetta: In quell’occasione, si era deciso di aspettare il rinnovo di tutti i progetti già in corso. Il momento dell’eventuale approvazione è questo.

Il coordinamento decide di approvare da subito il nuovo progetto in Armenia, per l’importo di 3.263 €. per un anno.

Lucia Capriglione: Sul progetto Case Verdi era già stata decisa la sospensione. Patrizia Cecconi ci ha riferito che si sta ripartendo con gli orti sui tetti. E’ stato risposto che stiamo riflettendo sul rinnovo dei progetti perché i fondi mancano e, vista la mancanza di relazione, è tutto sospeso sino ad un viaggio nella Striscia di Gaza della Rete di Salerno.

Ci è stata chiesta l’adesione alla Piattaforma Mediterranea: si tratta di un’attività di monitoraggio del movimento dei migranti nel Mediterraneo ad opera di un cartello di associazioni, finanziate da Banca Etica. Per maggiori informazioni vedere le News sul sito della RRR. Cosa facciamo? Non si chiede al momento denaro, ma appoggio politico, per effettuare raccolte a livello locale.

Gigi Bolognini: Piattaforma Mediterranea usa un vecchio rimorchiatore riadattato, con cui “pattuglia” il Mediterraneo. I viaggi costano molto (carburante), per cui è un atto un’attività di crowdfunding. Sul loro si-to, linkato in quello della RRR, c’è l’elenco delle associazioni coinvolte.

Maria Teresa Gavazza: A livello locale è possibile fare delle raccolte. La cosa interessante è che loro non raccolgono i profughi, ma denunciano il mancato aiuto ai barconi che stanno affondando

Il Coordinamento decide di aderire anche a livello nazionale alla Piattaforma Mediterranea

Angelo Ciprari: Ha partecipato alle riunioni di Medici contro la Tortura (Progetto Dario Canale), con buona accoglienza. Loro insistono sul fatto che riescono a dare una consulenza molto più forte con un numero maggiore di colloqui rispetto al passato. Gli utenti hanno le provenienze più varie: la violenza è generalizzata nel mondo. Il progetto non è in scadenza, il rapporto è molto forte.

Se ci fossero giovani che volessero avvicinarsi al lavoro di Medici contro la Tortura, potrebbero fare un breve percorso di conoscenza.

Per quanto riguarda le borsine di tela del convegno sono terminate. Ci sarebbe la possibilità di ordinarne la ristampa.

Maria Picotti: insieme agli atti del Convegno possono portare un piccolo messaggio: sono molto carine ed è facile venderle per 5 €.

Pier Pertino: bisogna stamparne almeno 200. Bisogna vedere se sia possibile stamparle allo stesso prezzo.

Il coordinamento decide di stamparne 200. Saranno distribuite al coordinamento di Roma.

Durante la discussione per il rinnovo dei progetti in scadenza, emerge da più parti la preoccupazione sulla possibilità di sostenere, da un punto di vista finanziario, tutti gli impegni per i prossimi 3 anni, vista l’evi-dente riduzione dell’autotassazione. Si stabilisce, perciò, come linea guida, di rinnovare o approvare i progetti per tre anni, garantendo, però, al momento, il finanziamento solo per i primi due anni. Di tale fatto dovranno essere puntualmente informati i referenti locali.

Si apre la discussione sul rinnovo del progetto “Scuola della Pace” proposto dalla Rete di Pisa/Lucca/Viareggio.

Il coordinamento decide di approvare il progetto per l’importo di €. 4.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul rinnovo del progetto “Assistenza socio-sanitaria a Cochabamba”.

Il coordinamento decide di approvare il progetto per l’importo di €. 9.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul progetto Mapuche (assistenza alle famiglie delle persone detenute).

Il coordinamento decide di approvare il nuovo progetto per l’importo di €. 9.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul progetto di produzione di sapone a Rorainopolis di Salete Ferro.

Il coordinamento decide di approvare il nuovo progetto per l’importo di €. 2.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Si apre la discussione sul progetto Alli Causai-Ecuador (assistenza integrale agli scolari della zona sud-est del Cantone Ambato)

Il coordinamento decide di approvare il nuovo progetto per l’importo di €. 4.000 per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

Per quanto riguarda i progetti Lualaba (per mancanza di notizie aggiornate) ed Eduposan (per as-senza della Rete referente – Rete di Noto Avola e Pozzallo), la decisione definitiva sarà assunta a gennaio.

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  1. Aggiornamenti, varie ed eventuali.

Piergiorgio Todeschini: Fernanda Bredariol ci ha inviato un aggiornamento sulla situazione in Araucania, scrivendo che i Carabineros fermano le persone per strada e le rimandano indietro, dicendo che bande di Mapuche armati bloccano le vie di comunicazione. Alcune persone sono andate a controllare, ma non hanno trovato nessuno.

Inoltre, una parte molto consistente della popolazione del Cile ha iniziato ad appoggiare la popolazione Mapuche contro il Governo.

Gigi Bolognini: Il sito è stato rinnovato con un certo sforzo. Invita tutti a sfruttarlo di più. Ci sono progetti della RRR che non hanno una scheda sul sito, perché non è stata mandata. Ci sono altri progetti che sono stati modificati: occorre mandare una scheda aggiornata. Ancora: la mailing list è abbastanza oberata, per cui può accadere che qualche volta dei messaggi non passino. Chi ha allegati consistenti, potrebbe sfruttare meglio il sito, inviando i materiali via mail a Gigi Bolognini (natluigi@teletu.it)

Elvio Beraldin. Ricordiamoci che il sistema sta rendendo i paesi poveri sempre più poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Ad Haiti attualmente nei panifici non si trova neppure il pane, le bande sono ritornate, al punto che in alcuni luoghi le scuole sono state chiuse. Tutto è nato dall’aumento improvviso del prezzo del carburante. Oggi, a nome della Rete di Padova, ha portato al coordinamento un documento sul “Diritto alla scuola-diritto all’uguaglianza”, per due borse di studio e la costruzione di un’aula per la sezione dell’infanzia “Gianna-bambini” a Fondol.

Angelo Ciprari: Nel momento in cui le cose vengono inserite sul sito, ogni 15 giorni Gigi potrebbe inviare una e-mail nella mailing-list, comunicando le notizie inserite

Silvestro Profico: Don Rino Ramaccioni ha problemi di salute seri. Luigi Rocchi è ancora venerabile, perché il processo di canonizzazione è fermo in attesa del miracolo. La sua tomba è in una chiesa di Tolentino, ancora danneggiata dal terremoto. La sorella di Luigi ha, a sua volta, avuto la casa danneggiata: sarà abbattuta.

Maria Picotti: Aggiorna sul progetto Binario 1 di Bolzano, che è stato presentato al coordinamento di Candriai. Nell’ultimo anno, si è lavorato sulla prima accoglienza. Il lavoro è stato fatto anche con lo scopo politico di sollecitare le istituzioni. Altra cosa interessante è che avranno in comodato una ex casa di riposo fino al 30 marzo. Poi la casa sarà restituita ai proprietari. Sono arrivati alla conclusione che troveranno un’altra via, anche accettando di fare un passo indietro e ridurre le dimensioni della loro attività. Pensano di prendere un piccolo appartamento, ma di continuare a dare un segno alla città.

A Verona si è tenuta la giornata “Welcome communities”, in cui sono state presentate alcune esperienze di accoglienza in famiglia dei migranti.

Maria Teresa Gavazza: Ha presentato il proprio libro a Pistoia. Continuerà a farlo anche nel 2019.

Pier Pertino: Ha avuto conferma che le borsine si possono fare.

E’ paradigmatico il fatto che con i Mapuche siamo passati dall’appoggiare un progetto di promozione socia-le ad appoggiare un progetto di resistenza. Si tratta di un passo indietro nella loro condizione. Questa è una cosa preoccupante, che dovrebbe farci riflettere.

Quando era in segreteria era stato contattato da Soconas e Naila Clerici, interessati a fare una sensibilizzazione sul discorso dei Mapuche.

Sul territorio di Savona, sarà proiettato anche il cortometraggio di Wenders su Riace. Il produttore gira con il film ma non lo consegna. Chi fosse interessato potrà contrattarlo tramite la Rete di Celle/Varazze.

Gianni Pettenella: L’operazione di resistenza sui Mapuche e di sostegno ai detenuti politici e alle loro famiglie è molto simile a quelle che si facevano moltissimi anni fa con i prigionieri politici brasiliani o con quelli peruviani seguiti amorevolmente da Giuliana Cioccoli.

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SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO

  • Chiusura dell’operazione relativa al vitalizio a favore di Ferdinando De Brito.

  • Destinazione di eventuali fondi raccolti dalle Reti locali per il Convegno in memoria di Ettore Masina a sostituire la somma già stanziata dal Coordinamento.

  • I seminari macroregionali si terranno ad aprile/maggio, compatibilmente con le elezioni europee. I risultati andranno a confluire in un successivo seminario nazionale a settembre. Il tema generale sarà l’analisi critica dell’informazione. Al prossimo coordinamento, le Reti Locali forniranno sede e data dei seminari macroregionali. Il tema generale è stato abbozzato e dovrà essere approfondito prima del prossimo coordinamento.

  • Adesione a Recosol come socio sostenitore, inviando il relativo modulo. Referente per i contatti è designata Monica Armetta

  • In relazione alle modifiche statutarie richiesta dalla nuova normativa sul terzo settore:

  1. La RRR non si iscriverà negli albi nazionali degli enti del terzo settore (ETS).

  2. La sede sarà collocata presso lo studio legale di Marco Lacchin (Studio Legale Associato Lacchin-Bettiati, in Varese, via Magatti 2) che, per necessaria terzietà, non risulterà nel registro dei soci.

  3. Si aggiornerà il registro dei soci attualmente esistente, indicando le persone che frequentano abitualmente i coordinamenti, oppure quelle designate dalle singole Reti locali;

  4. Si apporteranno allo statuto le modifiche strettamente necessarie per rispettare la normativa di natura fiscale. Il nuovo statuto sarà presentato per l’approvazione all’assemblea (coordinamento) di gennaio 2019.

  5. Fulvio GARDUMI assume la carica di portavoce: se ne daranno le necessarie comunicazioni;

  • Conferma della nomina della segreteria nelle persone di:

  1. Fulvio Gardumi, che viene nominato portavoce;

  2. Maria Angela Abbadessa;

  3. Maria Cristina Angeletti;

Conferma della nomina di Marta Bergamin come tesoriera

  • Adesione della RRR, a livello nazionale, alla Piattaforma Mediterranea.

  • Nuova stampa di 200 borsine ideate per lo scorso Convegno, da vendere al prezzo di €. 5 l’una. Saranno distribuite al coordinamento di Roma.

  • Approvazione progetti:

  1. Approvazione del nuovo progetto in Armenia (referente Rete di Quarrata), per l’importo di 3.263 €. per un anno.

  2. Rinnovo progetto “Scuola di Pace” (referente Rete di Pisa/Lucca/Viareggio) per l’importo di 4.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  3. Rinnovo progetto “Assistenza socio-sanitaria a Cochabamba” (referente Rete di Varese) per l’importo di 9.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  4. Approvazione nuovo progetto “Assistenza alle famiglie dei detenuti Mapuche” (referente Rete di Brescia) per l’importo di 9.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  5. Rinnovo progetto “produzione di sapone a Rorainopolis” (referente Rete di Casale Monferrato) per l’importo di 2.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  6. Rinnovo progetto “Alli Causai-Ecuador” (referente Rete di Casale Monferrato) per l’importo di 4.000 € annui per tre anni, garantendo, al momento, la copertura per i prossimi 2 anni.

  7. Per quanto riguarda i progetti Lualaba (per mancanza di notizie aggiornate) ed Eduposan (per assenza del referente – Rete di Noto Avola e Pozzallo), la decisione definitiva sarà assunta a gennaio.