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CIRCOLARE NAZIONALE LUGLIO-AGOSTO 2019 – A CURA DELLA COMMISSIONE SEMINARIO
Questa circolare propone alcune riflessioni di Pier Pertino, Marco Zamberlan, Fulvio Gardumi e Giorgio Gallo, componenti della Commissione che ha organizzato il Seminario della Rete “L’informazione ai tempi del web: tra liberazione e controllo”, svoltosi il 18/19 maggio scorso. 1.La scelta del tema del Seminario di Sasso Marconi è stata quanto mai attuale ed opportuna. Stiamo vivendo un cambiamento epocale, quello della rivoluzione digitale. Marc Prensky, l’inventore della metafora dei nativi e degli immigrati digitali, paragona il nostro tempo ad un momento di svolta della storia dell’uomo comparabile a quelli in cui sono comparse scrittura e stampa. Oggi come allora non mancano i detrattori delle nuove tecnologie. Socrate, fermamente contrario alla scrittura, sosteneva che la sua diffusione avrebbe fortemente indebolito la memoria dell’uomo. Analoghi esempi si possono fare con la stampa, con la macchina a vapore e così via … Certo esistono criticità, ma mi pare che come Rete, sia assolutamente necessario cercare di capire e cogliere le novità del nostro tempo, soprattutto se questi nuovi aspetti hanno la connotazione di una vera e propria rivoluzione. Per noi oggi, stare collocati nel “Vento della Storia” presuppone provare a capire gli strumenti digitali del nostro tempo, analizzandoli senza pregiudiziali ma considerandoli, in quanto strumenti appunto, neutri. Non è facile da immigrati digitali. Le neuroscienze sostengono che l’utilizzo di tali strumenti abbia mutato e stia mutando la fisiologia del cervello umano. Organo estremamente duttile e plastico il nostro encefalo si sta adattando al fiume di continue stimolazioni che costantemente riceve. Già oggi il cervello di un nativo digitale è strutturalmente diverso da quello di un immigrato digitale e tali differenze sono destinate ad accentuarsi sempre di più. Forse la profezia passa oggi dall’analisi e dal tentativo di capire queste nuove forme comunicative con relativi aspetti negativi e positivi. Al seminario, alcuni gruppi di lavoro hanno provato ad incarnare il tema delle “nuove tecnologie comunicative” nel vivere quotidiano della nostra associazione. Ci si è interrogati su come i social abbiano cambiato la relazione con i nostri amici / testimoni / referenti locali delle operazioni che abbiamo sparse nel mondo. Legato a ciò è anche emerso il problema del controllo e quindi della sicurezza delle persone che vengono profilate dentro quella relazione. Soprattutto nel “là” dove la persona può arrivare a rischiare l’incolumità fisica. E’ poi emersa l’assoluta necessità di informare e sensibilizzare i giovani, categoria più esposta, ai rischi nell’uso delle nuove tecnologie digitali. Si è auspicata la formazione di una equipe capace di produrre materiali e comunicazioni adeguate per “renderli consapevoli del proprio percorso nel loro tempo ” magari con la realizzazione di un Seminario giovani. 2. Quanto è stato stimolante e provocatorio il tema del Seminario per noi sarà il tempo a dirlo: sicuramente ci ha aperto gli occhi di fronte al potente utilizzo che le nuove tecnologie e le piattaforme social fanno dei nostri dati, delle nostre abitudini, dei nostri interessi. Questo è il nuovo petrolio delle mutinazionali. La profilazione (cioè la raccolta dei nostri dati personali) che avviene in molti modi diversi è sempre di più lo strumento principe per rendere più efficaci le proposte pubblicitarie, politiche, economiche e sotto molti aspetti siamo noi stessi a provocarle attraverso le nostre ricerche su internet. Di fronte al disorientamento di un sistema legislativo quasi assente ed impotente contro le società transnazionali ed un sistema politico impreparato ad educare ma pronto a sfruttare le potenzialità dei social a fini propagandistici, si rimane quasi impauriti e spesso si cerca di rimanerne fuori. Mantenere però un atteggiamento di rifiuto e di esclusione ci espone ad un “luddismo” che ci emargina e non ci permette di cogliere anche gli aspetti positivi delle nuove tecnologie. Un primo aspetto è la possibilità di mantenere i contatti con persone anche molto lontane in tempo reale, di poterle vedere, oltre che sentire, attraverso un telefono. Questo ci permette di cogliere anche quelle dimensioni del reale che sovente ci sfuggono. Disporre di notizie immediate, quasi in contemporanea all’accaduto è ormai un’abitudine per tutti, e questo ci rende partecipi dell’accaduto in prima persona. Certo manca tutto l’aspetto necessario della riflessione, dell’analisi, del confronto, ma la velocità delle notizie è parte fondamentale di questa epoca. Utilizzare infine un canale comunicativo come i social è trasversale tra generazioni diverse, permette contatti altrimenti difficili, la circolazione di notizie ed idee su contesti molto ampi, la diffusione di opinioni su molti aspetti (anche se spesso, purtroppo, a scapito dell’esperienza e della professionalità). E’ però fondamentale – ce lo ricordava Orlowski – essere presenti nelle piattaforme social, far sentire la nostra opinione prediligendo la qualità e rinunciare al tranello della provocazione. Solo così si evita di lasciare tutto lo spazio a poche persone, facendo credere che questo sia ormai l’unico pensiero collettivo. Occorre uno sforzo di presenza attiva con le nuove tecnologie e sui social per dare voce, ancora una volta, al pensiero solidale e umano per non permettere al populismo qualunquista di renderci tutti omologati ed impotenti spettatori, ma vivaci interlocutori per la democrazia. 3. I vantaggi delle nuove tecnologie li conosciamo tutti, tanto è vero che ognuno di noi le utilizza. Il Seminario è servito a renderci consapevoli di aspetti meno noti, in qualche caso preoccupanti. In particolare le nuove tecnologie sono concentrate in pochissime mani: Google, Facebook, Apple, Amazon…, aziende che hanno costruito una ricchezza mai vista, in grado di comprare tutto. E in grado di conoscere tutto di noi (i nostri dati) e di poterci manipolare anche politicamente: se internet è gratis, quello che stanno vendendo siamo noi. Inoltre, la gratuità di internet, lungi dall’essere segno di uguaglianza, ha creato nuove povertà e svilito la dignità del lavoro: distribuendo contenuti gratis, chi guadagna non è chi produce ma chi distribuisce. 4. Una delle caratteristiche proprie del nostro essere Rete è stato sin dall’inizio lo sforzo di analizzare criticamente le dinamiche a livello globale del mondo in cui viviamo. Da questo punto di vista il libro di Soshana Zuboff sul “Capitalismo della sorveglianza” presentato al nostro Seminario fornisce strumenti preziosi per comprendere i profondi cambiamenti strutturali che la rivoluzione digitale ha provocato nell’economia globale. Noi tutti frequentando i social o navigando in rete, spesso senza rendercene conto, lasciamo una enorme quantità di dati, che permette di conoscere noi, i nostri gusti e orientamenti, e soprattutto, grazie alle sempre più sofisticate tecniche dell’intelligenza artificiale, di prevedere i nostri comportamenti. Si tratta di una nuova “merce” capace di generare profitti immensi. Il capitalismo ha sin dall’inizio funzionato prendendo beni e realtà esistenti e portandole dentro il mercato, rendendole “merci”. La natura è diventata ad esempio terra che produce beni per il mercato, la stessa vita umana è diventata “forza lavoro” e le relazioni di scambio hanno prodotto il “denaro” come bene a sé stante. Oggi sono le nostre molteplici attività sulla rete che producono la nuova merce, cioè i nostri comportamenti. È una nuova fase del capitalismo, in cui si generano ricchezze (capitalizzazione e profitti) che il capitalismo del passato non aveva mai conosciuto. E chi ha in mano la conoscenza dettagliata dei nostri comportamenti può esercitare una sorveglianza così estesa ed efficace che nessun regime poliziesco era mai riuscito a eguagliare nella storia dell’umanità. “Loro” sanno tutto di noi, ma noi non sappiamo chi essi siano e cosa davvero sappiano. Sono però in grado di inviarci stimoli e sollecitazioni che ci spingono a modificare i nostri comportamenti nel senso da loro voluto. Il vecchio capitalismo era caratterizzato da una sorta di “reciprocità” derivante dal fatto che i lavoratori erano anche consumatori, cioè destinatari dei beni prodotti. Nel 1914 Ford raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e così contribuisce a rendere possibile la produzione di massa del suo “modello T”. Oggi nel nuovo capitalismo la reciprocità scompare. L’indipendenza del “capitalismo della sorveglianza” dalle persone produce una fortissima asimmetria e genera esclusione. La conseguenza è anche un disinteresse di questo capitalismo per la democrazia e per l’informazione libera. Contro queste nuove realtà, che causano disuguaglianze economiche e sociali di proporzioni mai viste, non esistono al momento tutele legali efficaci: gli Stati e la stessa Ue balbettano. Le conclusioni di Soshana Zuboff sono un invito a reagire: “La democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue numerose ferite ci allontanino dalla fedeltà alla sua promessa … Il muro di Berlino è caduto per molte ragioni, ma soprattutto perché la gente di Berlino Est ha detto: “Basta!””.

L’INFORMAZIONE AI TEMPI DEL WEB – TRA LIBERTA’ E CONTROLLO

STEFANO DRAGHI

1. GLI SVILUPPI DELLE NUOVE TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

Da 70 anni è in corso una rivoluzione microelettronica che ha miniaturizzato i circuiti elettronici e moltiplicato la velocità di elaborazione dei computer. Secondo la celebre legge di Moore, negli ultimi 50 anni la velocità dei microprocessori è raddoppiata ogni 18 mesi. Un tasso di sviluppo formidabile che negli ultimi anni si è avvalso anche del calcolo parallelo. Una tecnologia fino a poco tempo fa riservata ai grandi computer per uso scientifico e militare, oggi disponibile in tutti gli smartphone.

Anche nel campo delle reti di comunicazione, la crescita è stata spettacolare soprattutto con l’introduzione delle reti digitali a pacchetto che hanno sostituto le reti (analogiche) a commutazione di circuito. Internet, la rete delle reti, è basata su questa tecnologia. Fibra ottica e reti mobili digitali hanno coperto l’intero globo con una trama connettiva con velocità e affidabilità impensabili fino a poco tempo fa.

La digitalizzazione delle informazioni, prima numeri e testi, poi suono e immagini, ha riunito nella tecnologia informatica settori industriali prima separati, come editoria, musica, fotografia, cinema e televisione. E ha indotto forti cambiamenti di tipo organizzativo in tutti i settori economici. Questo processo, noto come convergenza digitale, ha cambiato in profondità gli equilibri economici, anche internazionali, e determinato una forte concentrazione di potere nelle nuove grandi aziende high-tech.

Lo smartphone è il simbolo perfetto di questo sviluppo. E’, come ha detto A. Greenfield, “un impressionante capolavoro tecnico racchiuso in un involucro di appena qualche millimetro di spessore”. In virtù di ciò che è in grado di fare e degli oggetti che è in grado di sostituire e rendere superflui, non può che essere considerato come qualcosa di assolutamente stupefacente. Non solo, nella misura in cui – in linea di principio – può connettere tra loro miliardi di persone e tutta l’intelligenza collettiva del genere umano, esso incarna qualcosa che è dell’ordine dell’utopia.

La società della conoscenza, che questi sviluppi hanno contribuito a far crescere, reclama lavoratori e cittadini che quelle tecnologie sappiano utilizzare e manipolare. È sotto gli occhi di tutti il ritardo del nostro sistema scolastico, con conseguenze pesanti sul futuro dei giovani e dell’intero sistema Paese.

Sviluppi ancor più recenti hanno ulteriormente arricchito e reso più complesso lo scenario delle tecnologie disponibili.

a) I Big Data, o il “nuovo petrolio”, come sono stati chiamati. Ognuno di noi, usando un qualsiasi apparato elettronico, produce ogni giorno una grande quantità di informazioni. Tutto ciò che facciamo viene registrato e monitorato e alimenta il software che ci profila come utenti, consumatori e cittadini. Questo enorme patrimonio di dati è la risorsa di base del nuovo “capitalismo di sorveglianza” i cui protagonisti sono i giganti del web.

b) L’intelligenza artificiale (IA). L’informatica tradizionale è in grado di risolvere problemi anche molto complessi di cui però deve essere noto l’algoritmo risolutivo. L’IA va oltre e cerca soluzioni a problemi non traducibili in procedure predeterminate e ha sviluppato metodologie per trovare soluzioni anche non “programmate”. L’apprendimento automatico è una delle tecniche di IA che hanno fatto più progressi in questi ultimi anni. Alimentato dalla grande quantità di dati disponibili, il machine learning addestra la macchina a risolvere problemi di cui non esiste una soluzione algoritmica. Famosi sono gli esempi di Watson, il sistema IBM che ha battuto tutti i più grandi maestri di scacchi, e di AlphaGo, il programma di DeepMind (Alphabet) anch’esso diventato campione assoluto e incontrastato nel gioco del Go. L’IA è dunque in grado di riprodurre in maniera sempre più affidabile e verosimile molti dei comportamenti tipicamente umani, non solo in ambiti governati dalla logica e dalla razionalità, ma anche in settori in cui creatività, cultura e esperienza dell’uomo sembravano al riparo da ogni tentativo di riproducibilità. La robotica, umanoide e non, è il campo in cui più visibili sono gli sviluppi dell’IA, e maggiori le preoccupazioni per le conseguenze nel mondo del lavoro. E i progressi sono stati e saranno assai rapidi proprio perché le macchine sono in grado di imparare molto più velocemente dell’uomo.

c) Internet delle cose (IoT). Le nuove connessioni di rete (ad es. il 5G) permetteranno di far dialogare tra loro gli oggetti. Molti oggetti che abbiamo in casa saranno dotati di microchip, parleranno fra di loro e governeranno gran parte delle nostre azioni quotidiane. Dovremo abituarci a pensare agli oggetti come computer. E già ora possiamo pensare a un’auto come a un computer con delle ruote, che parla con tutti i suoi “simili” che incontra per strada. O a un frigorifero come a un computer che tiene in fresco il cibo. Con l’IoT non solo gli oggetticomunicheranno tra loro, ma invieranno informazioni alle grandi centrali di raccolta, alimentando e facendo crescere ancor più i big-data. Così la colonizzazione della nostra vita quotidiana sarà pressoché completa. Anche per questo è urgente che ai nostri ragazzi sia fornita una adeguata capacità critica sulle nostre azioni quotidiane.

d) Le tecnologie immersive (realtà virtuale) che permettono di avere esperienze quasi dirette indossando opportuni visori che isolano l’utente dal resto del mondo e la realtà aumentata (come i Google Glass) che arricchisce ciò che ci circonda con tutte le informazioni disponibili in rete. Ma chi garantisce che quello che vedo attraverso la visione virtuale sia una visione realistica di ciò voglio vedere?

e) La blockchain: una tecnologia informatica che sostituisce i registri centralizzati con registri distribuiti per garantire la sicurezza dei dati. Un solo registro è molto più vulnerabile. Moltiplicando i registri, a migliaia, si rende praticamente impossibile manipolare i dati.

f) La stampa 3D, ovvero la possibilità di ognuno di fabbricare da sé gli oggetti che desidera, confezionandoli in modo originale o personalizzando modelli già disponibili. Sarebbe davvero una grande rivoluzione, sia nel mondo della produzione che in quello della distribuzione. Un processo che però diversi fattori (tra cui in primo luogo i costi) hanno contribuito a frenare, nonostante un vivace movimento di “makers” e la disponibilità online di molti già in forma digitale e pronti per la stampa 3D.

2. SPERANZE E PROMESSE

Come altre tecnologie anche quelle digitali hanno fatto promesse e creato speranze.

  1. Il mito della tele-democrazia. Nasce negli USA negli anni ‘50 con la TV via cavo, prima tecnologia interattiva che permetteva il dialogo tra emittente e ricevente e apriva dunque le porte con lo sviluppo delle reti digitali alla partecipazione dei cittadini alla vita della comunità. Prometteva la riduzione della distanza tra governati e governanti, un’amministrazione più trasparente, meno intermediazioni e un governo più collaborativo. Qui ha le sue radici il mito della partecipazione diretta individuale e poi della democrazia diretta, mito denominato scherzosamente di “Lochness” per ricordare che di democrazia diretta tutti ne parlano da tempo, ma nessuno l’ha mai vista. Molti ancora ci credono, ma la sua realizzazione appare assai problematica, anche con le moderne piattaforme software per la partecipazione.

3. L’utopia della Silicon Valley. Nasce negli anni ‘60 con le prime contestazioni studentesche in California, per superare il vecchio sistema accademico e quello delle relazioni interpersonali. Gli studenti e il Free Speech Movement (FSM) rivendicavano il diritto alla libertà di espressione e alla libertà accademica e c’era tra loro chi pensava che le nuove tecnologie dovessero essere messe a disposizione di tutti come fonte di libertà e di benessere per tutti. Sulle sue orme il Free Software Movement ha fatto una grande battaglia per il software aperto e gratuito (open source) che ha avuto grandi meriti e successi, ma non è riuscito a ostacolare la concentrazione in poche grandi imprese monopolistiche del mercato delle tecnologie e della comunicazione digitale.

4. La comunicazione globale. Come ha detto uno dei fondatori di Twitter (cito a memoria), “pensavamo che permettere a tutti di parlare con tutti facesse superare le barriere tra culture, etnie e religioni … la gente si confronterà e si capirà e il mondo sarà migliore. Non è andata così”.

5. La Rete ha però avuto un ruolo molto importante: è stata la rete dell’indignazione (come diceva Manuel Castel, un importante sociologo spagnolo), della protesta e della speranza. Ricordiamo tutti le primavere arabe, nel 2010-2011, quando, grazie alle nuove tecnologie da poco introdotte in quei paesi, i giovani si riunivano nelle piazze per chiedere la fine dei regimi, del dispotismo, della corruzione, più libertà, più democrazia, ecc. E’ stata la prova del contributo che le nuove tecnologie della comunicazione avrebbero potuto dare ai processi democratici. La storia non è andata come quei giovani speravano, in Siria, in Libia, in Tunisia, nello Yemen, in Algeria, in Egitto. Se pensiamo a quante promesse quelle nuove tecnologie portavano con sé e alle attuali condizioni di quei paesi, il raffronto è impietoso.

3. GLI EFFETTI POLITICI

C’è una vasta letteratura sugli effetti perversi delle nuove tecnologie. Gli effetti positivi li conosciamo tutti, i vantaggi della rapidità delle comunicazioni sono ad esempio straordinari. Ma vorrei soffermarmi qui sugli effetti negativi soprattutto di tipo politico, che negli ultimi anni hanno creato grande preoccupazione.

Come già visto in precedenza, le tecnologie interattive non hanno affatto aumentato la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Cerchiamo di capire perché. Innanzitutto perché le reti ed i mezzi di comunicazione hanno aggravato il fenomeno preesistente della delegittimazione della classe politica, un processo che va avanti da molti decenni perché anche prima dell’avvento delle nuove tecnologie, il livello di prestigio della classe politica andava lentamente scemando. I sessantottini sono stati la prima grande generazione che non andava a votare perché rifiutava già la casta che faceva i suoi interessi e non quelli dei cittadini.

La democrazia rappresentativa si è indebolita perché c’è stato un forte processo di disintermediazione. I cittadini pensavano che, grazie a queste nuove tecnologie potessero direttamente decidere sulle grandi questioni del paese. Il mito della democrazia diretta in cui ogni cittadino dice cosa vuole fare (la TAV, i vaccini…) perché ormai autorizzato a pensare quello che vuole e fare come crede, senza intermediazioni, dunque senza l’autorità e la mediazione del pensiero competente. Pensiamo al caso recente del medico ucciso perché il marito della paziente deceduta aveva letto su internet che la terapia decisa dal medico era sbagliata.

La democrazia diretta è anche alla base del populismo e questo mito porta la gente a pensare di poter decidere anche su questioni molto complicate pur non avendo alcuna competenza. Alcune forze politiche si avvantaggiano del populismo grazie all’uso spregiudicato dei mezzi di informazione. I social network non hanno dunque incrementato le occasioni di dialogo informato, piuttosto hanno diviso e segmentato le opinioni pubbliche in tanti piccoli sottogruppi, divisi uno dall’altro, ognuno diviso nella sua bubble, in cui ognuno incontra e parla solo con coloro che la pensano come lui, ed hanno disimparato a confrontarsi con i fatti ed in marniera informata sulle grandi questioni.

L’opinione pubblica tende a radicalizzarsi, come mostrano ad esempio le ricerche americane sulle opinioni politiche dei democratici e dei repubblicani. Nel 1994 lo spazio comune, d’intesa, tra elettori democratici e repubblicani era ancora piuttosto esteso, con un’area di sovrapposizione che rappresentava la base delle possibilità di dialogo e di confronto pacato. Vent’anni dopo, nel 2014, quell’area si è fortemente ristretta ed i due elettorati ora sono quasi completamente divisi. Questo effetto di radicalizzazione è in gran parte dovuto al fenomeno della chiusura nella bolla individuale propria dei social network, dove ognuno continua a parlare solo con chi la pensa nello stesso modo. Meno capacità di compromesso e di sintesi: gli individui non sono più in grado di fare sintesi ma solo di più contrapposizioni, più odio. Questo è un elemento che mina alla base la democrazia perché senza una sintesi tra opinioni diverse non c’è più governo, ma c’è un litigio perenne tra le forze politiche.

Uno dei pilastri della democrazia, l’opinione pubblica, viene progressivamente demolita e i cosiddetti watch dog (cani da guardia), cioè gli organi che avrebbero dovuto controllare ed essere portavoce delle opinioni dei cittadini (la stampa, le agenzie indipendenti, i centri di ricerca, le commissioni di garanzia), tutti coloro che avrebbero dovuto svolgere una funzione di controllo del potere, sono diventati dei lap dog, cioè dei cani da grembo, da compagnia, e soggiacciono docilmente ai grandi poteri economici e politici.

L’infiltrazione del processo fondamentale delle democrazie, la campagna elettorale. I social media violano continuamente le regole delle campagne elettorali e costituiscono una delle più grandi “entità criminali” che agiscono senza controllo per determinare l’esito delle elezioni. Lo ha dimostrato in modo impeccabile Carole Cadwalladr, la bravissima giornalista inglese, che ha spiegato come Facebook abbia influito sulla vittoria del sì alla Brexit. E non è difficile ipotizzare che operazioni simili siano state condotte in Italia in occasione del referendum del 2016, delle elezioni politiche del 2018 e forse in altre occasioni. Le infiltrazioni russe nella campagna per le presidenziali americane o il caso Cambridge Analytica sono altri due esempi molto noti di contaminazione della campagna elettorale.

3. COSA SI PUO’ FARE

Si può fare qualcosa, ma le soluzioni non possono essere solo tecniche. Non si può combattere la dittatura dell’algoritmo e dei social network solo con piattaforme e algoritmi più sofisticati, in base a una sorta di feticismo tecnologico secondo cui “se c’è un problema ci sarà un’app capace di risolverlo”. Vediamo in breve cosa si potrebbe fare.

1. E’ una stupidaggine pensare di risolvere tutto semplicemente chiudendo internet. Non si eliminano le automobili perché inquinano, si usa meno l’auto e si producono auto ecologiche. Bisogna cambiare regole e qualcosa sta già cambiando nella comunità europea. Per esempio il nuovo regolamento di recente entrato in vigore (GDPR) va in questa direzione. Altro che sovranismo. Per fortuna che c’è l’Europa.

  1. Combattere il falso con la verità. Quando le cose non sono vere è necessario che anche i protagonisti dell’informazione dicano che non sono vere. L’imparzialità è la prima condizione per sventare la falsità. E poi partire dalla realtà. Come è stato ben detto e ricordato più volte, se qualcuno sostiene che sta piovendo e altri dicono che non è vero, c’è un solo modo per un giornalista di appurare la verità: aprire la finestra e vedere se fuori piove. Oppure pensate ai titoli dei giornali e dei Tg il giorno dopo una manifestazione di piazza. Il numero di partecipanti varia clamorosamente a seconda dei promotori e dei loro sostenitori politici, dei loro oppositori, delle forze dell’ordine e così via. Eppure stimare con buona precisione il numero di partecipanti è molto facile con le foto e con Google Maps.

In democrazia la verità è un diritto, perché la democrazia, come dicevano gli antichi, è verità al potere. E dunque l’eclissi della verità è eclissi della democrazia (ma sappiamo anche che in politica, da Machiavelli in poi, la menzogna può far parte dei mezzi per arrivare ad un fine utile). Lo ribadisce la ricerca, come quella condotta due colleghi dell’Università di Milano, Franca D’Agostini e Maurizio Ferrera, che sono arrivati a definire sei “diritti aletici” (dal greco aletheia=verità), di cui ognuno di noi è titolare solo perché fa parte di una società democratica. Questa battaglia per la verità è il cuore della guerra contro la destra populista e pre-fascista, che della menzogna fa un uso massiccio e spregiudicato.

  1. I diritti della rete sono veri e propri diritti. C’è una carta dei diritti (Stefano Rodotà) preparata dal nostro Parlamento e c’è un arcobaleno dei diritti che spettano ad ogni cittadino per il fatto di essere in rete. All’università di Milano il corso di Tecnocivismo (tenuto da Fiorella De Cindio e Andrea Trentini) insegna a comprendere e esercitare questi diritti: 1. Diritto all’accesso; 2. Diritto al servizio universale; 3. Diritto ad un’educazione consapevole su come si usa la rete; 4. Diritto ad usufruire di servizi pubblici e privati; 5. Diritto alla trasparenza 6. Diritto ad essere informati; 7. Diritto ad essere ascoltati e consultati in tutte le decisioni che ci riguardano; 8. Diritto alla partecipazione e ad un coinvolgimento attivo nelle scelte politiche e amministrative.

L’inventore del Web, Tim Berners Lee, uno scienziato inglese del CERN di Ginevra, ha capito che la sua creatura svolge ben altre funzioni rispetto a quella originaria per la quale l’aveva progettata, cioè permettere a tutti i computer del mondo di collegarsi fra di loro. E’ nata così l’idea di sviluppare un progetto che si chiama SOLID, l’idea di una rete nuova che restituirà a tutti i singoli cittadini la proprietà dei loro dati e riconoscerà a ad ognuno i diritti che gli spettano in quanto cittadino di una rete democratica. Spetta a noi il compito di sostenere la battaglia che l’inventore del web sta conducendo per limitare i guasti che il modello di business che domina la rete sta producendo.

4. Bisogna superare il dogma della gratuità dei dati: gran parte della comunicazione è inutile ed odiosa ed è necessario tornare a pagare l’uso del web (l’e-mail, le ricerche su google ecc.) ed i soldi ricavati da chi può permettersi di pagare, potrebbero essere utilizzati per sostenere progetti come quello di Tim Berners Lee che permettono agli utenti di riappropriarsi, con la proprietà dei dati, delle loro stesse identità.

5.Difendersi dagli algoritmi e rompere i monopoli dei giganti digitali. Non significa chiudere Facebook, ma dividerlo in tanti pezzi in modo che non sia più un monopolio. Bisogna che i grandi player del mondo digitale siano semplicemente responsabili, cosa che oggi non sono o sono solo in parte, come dimostra la storia di Facebook. E’ necessario che le funzioni pubbliche tornino sotto il controllo di soggetti pubblici. E non come avviene adesso che la censura, ad esempio, su ciò che può essere o non essere pubblicato su Facebook venga deciso dal team di Facebook, secondo regole e criteri stabiliti di volta in volta da un’azienda privata.

6. Va dunque cambiato il modello di business dei social network, l’uso dei dati va retribuito, va combattuto l’anonimato, internet va regolamentata, il web decentralizzato, vanno separate Facebook, Google e tutte le loro controllate, così come a suo tempo sono stati divisi i monopoli telefonici negli USA. Roosevelt dichiarò illegali 146 monopoli ed eravamo nell’America democratica. Così come sono state divise le più grandi compagnie petrolifere, con grande scandalo della destra. Le radio e televisioni oggi vivono di concessioni governative e dunque sono obbligate, in qualche modo, a rispettare regole stabilite dall’autorità pubblica e svolgere anche una funzione di tipo pubblico. Perché i social network non sono soggetti ad alcuna concessione governativa, pur occupando uno spazio pubblico enorme?

La sinistra e tutte le forze progressiste non hanno trovato ancora una loro modalità di stare in rete. La destra invece ha messo in campo una grande quantità di attori digitali e di troll che creano disinformazione, aizzano i progressisti gli uni contro gli altri, generano conflitti, ostacolano il dialogo alimentando quella guerra di cui Putin è il comandante in capo, e il suo cavallo di battaglia lo smembramento dell’Europa. Solo nella campagna americana del 2016 sono stati creati 10 milioni di tweet finti, 1000 video su youtube, 100 mila foto su instagram, 60 mila foto su facebook, creati ad arte da troll russi. Ecco come ha vinto Trump, il candidato anti-europeista che serviva a Putin.

Non è chiaro perché non abbiamo saputo reagire per tempo a tutto questo. Mentre nessuno, in Italia, ha pensato di organizzare il nuovo partito digitale della sinistra. La sinistra ha con la rete un rapporto molto particolare e cioè, come si dice, “usa la coda lunga”: sta in rete per sopravvivere, non per diventare l’esercito che combatte la battaglia per la democrazia, la libertà, la giustizia. La sinistra si accontenta di sopravvivere, vendendo le sue idee ad una nicchia del mercato politico digitale, mentre il suo avversario ha un esercito, molto ben organizzato e dotato di armi potenti, capace di parlare a vaste platee popolari.

La sinistra dovrebbe imparare a parlare ai milioni di “pollicini”, come li ha definiti Michel Serres in un delizioso libretto. Sono i tanti ragazzi e i tantissimi adulti che hanno sotto i loro pollici – che sfiorano il touchscreen dello smartphone – il più grande patrimonio di informazioni che mai l’umanità abbia avuto. Sono loro, ma soprattutto le pollicine, i soggetti della terza grande rivoluzione pacifica, quella, dopo la scrittura e la stampa, del digitale. Il compito della sinistra è insieme semplice e gigantesco: trasformare quella infinita palude di informazioni in dati e conoscenza utile per cambiare il mondo.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 1 (COORDINATO DA FULVIO GARDUMI)

Come introduzione al lavoro di gruppo viene letta una pagina del libro di Alessandro Baricco “The Game” (Einaudi, 2018), in cui l’autore sintetizza in 8 punti le criticità del “sistema” nato dalle tecnologie digitali unite all’intelligenza artificiale, alla robotica e alla telefonia cellulare e satellitare, quello che lui appunto chiama “Game” (videogioco). Baricco elenca queste criticità per poi contestarle, ma la sintesi è ritenuta molto buona e centrata:

  1. Nato come un campo aperto capace di redistribuire il potere, il Game è diventato preda di pochissimi “giocatori”, che praticamente ingoiano tutto, sovente alleandosi (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, Apple…)
  2. Più diventano ricchi, più questi “giocatori” sono in grado di comprarsi tutto, in un circolo vizioso che è destinato a farne delle potenze smisurate. La cosa più rischiosa è che si stanno comprando tutta l’innovazione, cioè il futuro: fanno incetta di brevetti e sono gli unici che hanno le risorse finanziarie enormi che servono per investire sull’intelligenza artificiale
  3. Parte di questi profitti sono originati da un uso disinvolto e forse astutamente consapevole dei dati che noi lasciamo in rete: la violazione della privacy pare sistematica, e sembra essere il prezzo da pagare per i servizi che quei “giocatori” ci mettono a disposizione gratuitamente. A quanto pare la regola è questa: quando è gratis, quello che stanno vendendo sei tu
  4. Un’altra parte di questi profitti è data da un semplicissimo meccanismo: quelli non pagano le tasse. O almeno: non tutte quelle che dovrebbero
  5. C’è un traffico di idee, di notizie e di verità che è diventato un mercato vero e proprio e che nel Game patisce il monopolio di pochi “giocatori” particolari: il sospetto è che se volessero orientare le nostre convinzioni non avrebbero poi così tanti problemi. Probabilmente già lo fanno
  6. Qualunque fosse l’intenzione originaria, quel che poi il Game ha prodotto è un’immensa frattura tra adatti e meno adatti, ricchi e poveri, forti e deboli. Forse nemmeno il capitalismo classico, nella sua epoca d’oro, aveva distribuito ricchezza in modo così asimmetrico, ingiusto e insostenibile
  7. A furia di distribuire contenuti a prezzi irrisori, se non gratuitamente, il Game finisce per realizzare un genocidio degli autori, dei talenti, perfino delle professioni: il lavoro di un giornalista, di un musicista, di uno scrittore, diventa merce che vaga nel Game producendo profitti che però non tornano indietro all’autore, ma spariscono per strada. Chi guadagna non è chi crea, ma chi distribuisce. Fallo per un bel po’ di anni, e per trovare un creativo dovrai andare a cercarlo in capo al mondo
  8. A furia di perfezionarsi nel confezionare giochi che risolvono problemi, c’è da chiedersi se non si sia generato un vago effetto narcotico, con cui il Game tiene buoni soprattutto i più deboli, instupidendoli quel tanto che basta per non fargli registrare la loro condizione sostanzialmente servile.

Gli interventi dei partecipanti al gruppo sono numerosi (tutti intervengono) e toccano diversi aspetti del tema del Seminario, in base alle relazioni ascoltate nei due giorni di lavori.

A. Considerazioni sul tema in relazione alla nostra attività di Solidarietà internazionale

Occasioni come questo Seminario ci fanno riscoprire la solidarietà internazionale tramite il web. Quando abbiamo incontrato Freire che ci ha presentato la pedagogia degli oppressi, o Zanotelli che ci parlava di Korogocho, abbiamo messo in pratica i loro insegnamenti con la controinformazione, i boicottaggi, le raccolte di firme, gli incontri, i convegni. E abbiamo avuto dei risultati. Dobbiamo continuare a farlo, utilizzando i “loro” strumenti, come dice la Zuboff. Lo abbiamo sempre fatto ma a partire da oggi lo possiamo fare in modo forse più competente.

Dobbiamo re-imparare a essere umani dalle popolazioni che lottano per la loro liberazione, con metodi che possono insegnare molto anche a noi.

Anche molte reti locali, se non avessero ad esempio Whatsapp, non potrebbero avere contatti con i referenti dei vari progetti in paesi con cui è difficile comunicare. Spesso questo è l’unico modo per mantenersi in relazione.

C’è però un grosso problema con i referenti di progetti in corso in paesi dominati da dittature, perché possiamo metterli a rischio. E’ necessario proteggere anche loro. E’ successo anche con un progetto (in Congo): sono stati rubati i cellulari dei referenti e chi li ha rubati ha potuto avere accesso a tutto quello che avevano scritto, ai contatti, agli incontri, alle informazioni.

B. Considerazioni sulla relazione di Giorgio Gallo “Capitalismo della sorveglianza”

Il “Basta” invocato da Soshana Zuboff alle degenerazioni del sistema come lo diciamo? Con quali strumenti, in che modo? Uno dei modi possibili per reagire a certe derive del controllo sarebbe forse quello di introdurre forme di pagamento dei contenuti attualmente veicolati gratis. Se è tutto gratis, vengono usati i nostri dati come pagamento. Ma chi può costringere questi colossi del web a far pagare i contenuti? Il vero problema è che manca il controllo di qualsiasi autorità in grado di intervenire. E poi è difficile far pagare i contenuti: chi li pagherebbe? La gente è contenta che sia tutto gratis.

In realtà un tentativo è stato fatto a livello europeo con l’approvazione recente (26 marzo 2019) da parte del parlamento europeo e poi del Consiglio dell’Ue (15 aprile 2019) di una “Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale”, che prevede, tra l’altro, la possibilità per gli editori di chiedere il pagamento per l’uso di brevi frammenti di testo che i siti web a scopo di lucro utilizzano. La Direttiva è stata molto controversa: 145 organizzazioni nei settori dei diritti umani e digitali, della libertà dei media, dell’editoria, delle biblioteche, delle istituzioni educative, degli sviluppatori di software e dei fornitori di servizi internet hanno firmato una lettera di opposizione a questa proposta, ritenendola lesiva della libertà di parola online. Una petizione su Change.org ha raccolto 5 milioni di firme. Invece favorevoli alla Direttiva erano: editori e case discografiche, società degli autori, creatori ed artisti. Le multinazionali del web, in particolare Google, hanno speso milioni di dollari in attività di lobbying in Europa contro questa legge. Gli eurodeputati sono stati sommersi da maree di mail. Qualcuno ha anche denunciato minacce esplicite. In Italia, favorevoli alla legge sono stati anche i sindacati Cgil-Cisl e Uil e il sindacato dei giornalisti Fnsi, contrari allo sfruttamento economico dei lavori creativi operato dalle piattaforme multinazionali. Tra i partiti italiani, favorevoli alla legge il Pd e Forza Italia, contrari il M5S. Ora il problema principale sarà la conversione in legge di tale direttiva da parte dei vari governi dei Paesi membri dell’Ue.

Molti interventi si richiamano all’invito della Zuboff a recuperare le relazioni umane. Nei nostri rapporti con gli altri, occorre rivalutare la dimensione umana, il riconoscimento dell’altro, le relazioni interpersonali, che spesso non coltiviamo più, neanche tra amici, parenti, vicini. Oggi si tende a scontrarsi spesso sul poco che ci divide anziché valorizzare quello che ci unisce.

Questo sistema, questa “rete”, non la possiamo battere sul suo terreno. Dobbiamo lavorare su un altro terreno, quello delle relazioni umane. E’ importante usarli questi strumenti: ci sono campi in cui non ci possono controllare. C’è un candidato alle Europee nel Veneto che si presenta con un unico slogan: “per una Europa umana”. Dobbiamo recuperare i rapporti tra le persone, anche se sembra che si stia tentando di chiudere le stalle quando i buoi sono ormai scappati. Con queste nuove tecnologie il rapporto umano sparisce. Fa piacere che la Rete abbia deciso di approfondire questo tema.

Una nota positiva: un gruppo parrocchiale sta cercando di “ricostruire comunità”, non solo tra i parrocchiani, ma con tutti. E’ stata chiamata una docente dell’Università di Firenze a parlare di come i ragazzi utilizzano i nuovi strumenti tecnologici. Lo smartphone è la loro terza mano: il compromesso è utilizzare bene questa terza mano. Questi incontri che puntano a ricostruire comunità attraverso i rapporti umani diretti e a superare la comunicazione fatta solo attraverso i social è l’unica strada per tentare di reagire all’omologazione.

E’ importante incontrarsi fisicamente, di persona, ma anche saper usare la rete. Bisogna ricucire, ad esempio, le lacerazioni che ci sono state in passato con altri gruppi con cui collaboravamo. Non può essere fatto tutto attraverso il web. E poi occorre vincere le paure, che ci rendono più manipolabili. Anche nella nostra Rete ci sono tante persone che un tempo erano molto attive mentre oggi tendono a isolarsi. Dobbiamo sforzarci di tornare agli incontri. E’ vero che spesso c’è poco tempo, soprattutto per chi lavora. Ma è importante trovare il tempo per cercare la verità.

B. Considerazioni generali sul tema da parte del gruppo

Questo Seminario è stato molto utile per aiutarci a capire. Le soluzioni non sono né facili né a portata di mano. Si possono creare gruppi di persone competenti che aiutino gli utenti a diventare critici.

Dobbiamo auto-educarci continuamente sul discorso della critica al sistema, come abbiamo fatto negli anni ’70. Questo passaggio epocale è un’altra occasione per togliere libertà e democrazia ai cittadini, solo che questo avviene con strumenti nuovi e molto potenti. Il problema è come reagire. Occorre acquisire consapevolezza. E poi lavorare, fare controinformazione con gli strumenti che abbiamo, creare gruppi critici.

Questo lavoro di controinformazione e di critica lo possiamo fare assieme ad altri gruppi con cui come Rete collaboriamo.

Al termine di questi due giorni di Seminario da una parte ci sentiamo un po’ sollevati perché abbiamo avuto più informazioni, dall’altra è aumentata la preoccupazione per la consapevolezza delle manipolazioni cui siamo sottoposti. E’ importante informare su quello che sta accadendo per compiere un primo passo sulla via della consapevolezza e della ripresa di potere. La democrazia sembra compromessa. Come si può ricostruire? Ci sono cose da fare subito, altre da proseguire nel tempo, con costanza. La prima è la denuncia di quello che succede, facendo informazione, educazione, con particolare attenzione ai giovani, che passano da un social all’altro con grande velocità ma con poca capacità di riflessione. Fa piacere vedere i giovani attivi per il clima, ma sarebbe bene se si attivassero anche su questi temi. Dobbiamo costruire anche reti web di informazioni attendibili per far loro capire la differenza tra reti credibili e no. Dobbiamo allargarci e costruire reti a livello nazionale e internazionale.

Bisogna cercare di recuperare informazioni in rete, ad esempio su Pandora Tv, che però non è sempre affidabile, per cui è importante trovare fonti serie alternative. Nella sua relazione Orlowski ci ha detto che può aiutare la nostra Rete ad avere informazioni corrette, ad esempio utilizzando #facciamorete.

Bisogna ricostruire reti di “lillipuziani”, di tanti piccoli utenti della rete che messi insieme possono fare la differenza. Ad esempio, anche Banca Etica ti indirizza alle casse automatiche, che sono la negazione dei rapporti umani interpersonali. Si deve allargare l’opposizione a questa schiavitù delle macchine, che sembrano fatte per semplificarti la vita, mentre invece alla fine ti controllano e inaridiscono le relazioni umane. Le nostre Reti hanno rapporti diretti con i propri referenti: è una cosa fondamentale.

Non tutti hanno il cellulare e questo rischia di isolarti. Ad un recente incontro con il presidente del Commercio Equo internazionale erano presenti solo 15 persone, invitate attraverso i canali classici. Invece alla presentazione del libro di una scrittrice palestinese c’erano 200 persone, perché la libraia aveva diffuso l’invito attraverso Facebook. Demonizzare questi strumenti non serve, dobbiamo utilizzarli, come è stato fatto nelle “primavere arabe”, che senza questi mezzi non ci sarebbero state. Durante il fascismo e il nazismo non c’erano questi strumenti, ma c’erano altre forme di propaganda, molto efficaci, come ad esempio il cinema.

Anche la politica ormai fa le campagne elettorali attraverso i telefonini: per questo chi non ha il telefonino non riceve alcuna informazione.

Infine è stata avanzata la richiesta di una sintesi di quanto emerso in questo Seminario da diffondere a tutta la Rete, in modo da poterci lavorare sopra ed arrivare al prossimo Coordinamento con qualcosa di propositivo.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 2 (COORDINATO DA PIERPAOLO PERTINO)

La generale sensazione è uno “sconforto e smarrimento diffuso” ma il tema del Seminario è risultato essere assolutamente centrato e fondamentale per la consapevolezza e conoscenza della comunicazione con strumenti digitali.

La profilazione non è una novità del nostro tempo. Tutti i “non allineati al sistema” sono stati da sempre, in qualche modo, segnalati e schedati.

Siamo in un sistema comunque totalitario ma, rispetto al passato, oggi è difficile dare un volto al dittatore. E’ tutto molto meno delineato e tutto più sfuggente.

Il nome, senza volto, del dittatore dei nostri tempi è il “Mercato”, un nemico subdolo difficile da combattere [ne nasce una discussione sulla attuale efficacia di mercato equo – solidale, consumo critico e boicottaggi mirati].

Considerazioni sul tema in relazione alla nostra attività di Solidarietà Internazionale :

  1. Miglioramento della comunicazione con i nostri referenti locali.
    Con le nuove tecnologie digitali è possibile far circolare informazioni, praticamente, in tempo reale. Oltre al tema della sensibilizzazione e della informazione reale con la frequentemente quotidiana ne guadagna anche condivisione e relazione con referenti locali e tutti coloro che lottano per la realizzazione di un loro progetto.

  2. Il problema della sicurezza di dati e informazioni e della sicurezza della persona in relazione ai nostri referenti locali.

Sulla base delle profilazioni e di quanto ascoltato in questo seminario ci si pone il problema della sicurezza fisica delle persone che svolgono un certo tipo di attività. Alle nostre latitudini il problema non è considerata a rischio la nostra incolumità fisica quanto piuttosto “credibilità e reputazione “. Attraverso l’uso di fake news e false informazioni è letteralmente possibile fare a pezzi una persona. Es. la campagna di discredito mirata su Padre Mussie Zerai, ns testimone al Convegno 2016 della Rete ma in generale ciò che sta avvenendo oggi nei confronti del mondo del volontariato e delle ONG.
Per i nostri testimoni e referenti locali (almeno in certi luoghi ad es. l’Africa) c’è invece un concreto rischio di sicurezza fisico della persona.

Considerazioni generali sul tema da parte del gruppo :

1. Strumenti possibili di contro – informazione per opporsi alla circolazione di eventuali false informazioni e fake news
Nessuno del gruppo è in grado di dare una risposta ma viene comunque auspicata la realizzazione di giornate come questa che formino e coscientizzino su ciò che sta accadendo. Altra possibile via è la cura della qualità della relazione interpersonale. La conoscenza diretta difficilmente può essere incrinata da fake news generiche circolanti.

2. Come identificare le fake news e come reperire informazioni certe dal web. Esigenza emersa in varie fasi del confronto. Da tenersi in considerazione come argomento per eventuali altri incontri.


3. I contenuti di questo Seminario devono arrivare ai giovani.
I giovani sono la categoria che maggiormente usa strumenti digitali perciò quella che andrebbe maggiormente sensibilizzata agli effetti collaterali degli stessi. In questo senso il lavoro nelle scuole e nelle università è fondamentale. Si auspica la formazione di una equipe, formata e competente che possa veicolare con maggiore facilità contenuti di questo tipo. E’ fondamentale sostenere le nuove generazioni e fargli respirare un clima di fiducia e collaborazione in contro tendenza ai cupi scenari di paura e puro individualismo sostenuti in questo periodo. Il miglior servizio che possiamo render loro è:

Renderli consapevoli del proprio percorso nel loro tempo

4. Come mai le destre stanno maggiormente usando per comunicare l’uso degli strumenti digitali”.
Difficile rispondere a questa domanda. Vengono riportate alcune impressioni di Draghi, ascoltate ad un Seminario a Milano, in cui veniva ribadito che la sinistra non ha riconosciuta la priorità del tema della comunicazione digitale ed è abissalmente indietro rispetto all’utilizzo che ne fanno le estreme destre. Quella digitale è considerata una vera e propria battaglia in cui ogni spazio concesso risulta esser una sconfitta. Discredito e fake news sono uso comune. Non è facile combatterle ed orientare l’opinione pubblica con sistemi legali e metodi etici.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 3 (COORDINATO DA GIORGIO GALLO)

Il gruppo era formato da persone provenienti da diverse reti locali, età media abbastanza alta ma con qualche presenza (relativamente) giovane. La valutazione del Seminario da parte di tutti i componenti del gruppo, anche se con qualche distinguo, è stata molto positiva: argomento interessante e stimolante che ci ha messi di fronte a una realtà di cui non si aveva tutti consapevolezza.

Sono emersi diversi temi che riportiamo sinteticamente.

Riprendendo anche le parole del libro di S. Zuboff, che sono state molto apprezzate, si è detto che bisogna impegnarsi a livello locale per creare reti di vera amicizia e vere comunità; questo vale soprattutto con riferimento ai giovani. Sempre su questa linea si è insistito sul fatto che il lavoro nelle scuole deve essere prioritario per la Rete. In questo si inseriscono i seminari giovani che andrebbero ripresi. Si è parlato anche della necessità di lavorare con le famiglie: le reti familiari possono aiutare i giovani sempre più inseriti nel mondo dei social. C’è il rischio, è stato detto, di essere trasformati antropologicamente.

E’ importante non lasciare cadere il discorso affrontato nel Seminario, riprendendo e approfondendo ulteriormente le ricadute politiche di quanto abbiamo visto, e in particolare, qualcuno ha aggiunto, i rapporti tra internet, democrazia e pace.

E’ stata molto sostenuta la necessità di contribuire a diffondere e sviluppare lo spirito critico: informarsi bene, ma anche leggere i messaggi e le notizie fino alla fine, non fermandosi alle prime righe, e sviluppare l’autonomia di pensiero.

E’ stato detto che è importante partecipare a iniziative che non organizziamo noi, collaborando con altri gruppi. Va accettato il fatto che non sarà necessariamente possibile avere un ricambio generazionale.

Arrivano troppe informazioni si è detto: come fare? Ricordare sempre che troppa informazione equivale a nessuna informazione; da qui l’importanza di imparare a usare in modo sobrio le diverse chat alle quali partecipiamo.

Il più giovane del gruppo ha detto che questa era la sua prima esperienza con la Rete e l’ha trovata molto interessante. Ha invitato a far emergere una generazione di attivisti digitali che combattano le fake news e a stare molto attenti a chi controlla i nostri dati.

Ad esempio ha ricordato che l’INPS ha affidato, con regolare appalto, a un privato come l’IBM la gestione di tutti i nostri dati. Altri hanno parlato dell’importanza di lottare contro la privatizzazione della rete promovendo sistemi/piattaforme pubbliche per accedere al web e raccogliere dati.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 4 (COORDINATO DA MARCO ZAMBERLAN E MARIA MINNITI)

Per rompere il ghiaccio abbiamo fatto prima un giro di presentazioni con prime impressioni a caldo.

Stella di Associazione Sportiva e Cultura di Vicenza ci ha riportato una sua esperienza di un viaggio recente a Roraima in Brasile, raccontandoci di quanto i giovani indios fossero influenzati dalle politiche di Bolsonaro veicolate attraverso il cellulare che è presente anche in quelle realtà ai margini della foresta, e di quanto credessero a quelle politiche ancorché a loro sfavorevoli.

Ci si è soffermati cosi sul senso di impotenza e depressione di fronte allo strapotere delle notizie non controllabili alle fonti, ribadendo quanto sia importante la conoscenza, non ritirarsi ma approfondire. Stupisce questa inesistenza del peso della Politica alta, anche delle politiche di sinistra che non riescono a dare risposte serie ed unitarie alla manipolazione economica e sociale in atto. Ci si interroga anche sulla possibilità di conoscere più approfonditamente la legislazione italiana in merito, anche se purtroppo i movimenti e le notizie dei social sono transnazionale e non rispondono in maniera diretta alle leggi nazionali.

Persino in carcere dove i social non sono presenti perché i cellulari non sono ammessi, e la televisione è l’unico canale di informazione transitano le false notizie.

Francesca ci sollecita però a diffondere il bello. Soprattutto come RRR a tenere vivo il nostro sito, aggiornarlo, magari a rendere partecipi altre persone attraverso il canale Youtube…Ci ricorda che i giovani vivono con senso di passività tutta la vita politica, che il singolo non ha la sensazione di incidere nel mondo, si sente depotenziato dalla rete anche se collegato all’universo intero.

Ma come incidere e dare continuità in questo mondo social? Spesso usato solo per recuperare vecchie amicizie o crearne di nuove, sembra non avere alcun appoggio nella vita politica reale, anzi c’è anche la possibilità che veniamo tracciati, registrati e schedati per ogni opinione espressa. È preoccupante. Soprattutto perché i luoghi di incontro tra persone diminuiscono, le stesse biblioteche un tempo teatro di scambio di cultura sono ormai in dismissione, la ricerca di un argomento non è più un percorso personale tra i libri ma digitale e pilotato dai grandi gruppi di informazione, spesso attraverso algoritmi di interesse.

Tutto è legato alla velocità di fruizione, tutto è accelerato. Cosi anche la fiducia è stata esasperata e distorta, perché tutto è pubblico, il senso di intimità e di privato tende a scomparire, così come la libertà di scegliere. Le informazioni su di noi, sul nostro modo di vivere, diventano il nuovo petrolio, venduto alle multinazionali per pubblicità spesso non richieste ed invasive. Quindi è importante mantenere un atteggiamento diffidente ed una formazione critica sulle fonti, perché il rischio è l’omologazione.

Ecco quindi la necessità di creare degli anticorpi capaci di resistere con il pensiero e la rielaborazione alla facile manipolazione mediatica, cambiare l’atteggiamento verso il modo di apprendere, perché la realtà è dispersiva. C’è bisogno di mantenere le relazioni tra persone e la capacità di dialogo perché questa modalità possa rimanere e diventare di nuovo voce e stimolo per una nuova politica.

Carissima, carissimo, nelle elezioni europee, l’effetto moltiplicatore più devastante per la democrazia l’ ha esercitata il M5S. Esso ha pagato l’aver fornito la manovalanza per l’erezione al trono di Salvini e aver offerto lo sgabello ai suoi piedi, e averlo fatto senza calcolo, il che è ancora più grave che farlo per un calcolo sbagliato. Sventatezza politicamente imperdonabile; ma essa aveva una causa che la rendeva inevitabile: il disprezzo della politica come arte, come cultura, come professione, con la conseguenza di una incapacità dei giovani del M5S di capire la politica, di riconoscerla, proprio nel momento in cui dovevano farla. La democrazia non perdona gli errori, gli sgarri, li fa pagare ad usura. Essa ha un effetto moltiplicatore, e come moltiplica straordinariamente i rapporti positivi immessi nel corpo sociale, così moltiplica il negativo della cattiva politica e del maldestro pensiero. Non è politica stabilire di farla a termine per non contaminarsi. Non è politica chiudere occhi, orecchi e cuore a tutto il resto, purché passi il reddito di cittadinanza. Non è politica non cambiare politica dopo la scudisciata del voto. E ora, se si può, si torni alla politica, cioè ai problemi veri su cui non si è votato, perché taciuti in una campagna elettorale dedita a tutt’altro, sono i veri nodi della situazione presente: il clima, il commercio selvaggio, il denaro sul trono, le armi messe sopra a tutto, l’epidemia della povertà, l’esclusione, il diritto a migrare, i profughi in fuga da guerre, da fame e dal degrado ambientale, le donne negate, il diritto perduto, la Costituzione stracciata, il furto di futuro, l’uomo digitale, potenziato è programmato dalla tecnica, perché oggi si sta affermandola rete digitale, che erroneamente, strategicamente e furbescamente ci viene chiamata da chi la gestisce con potere: rete sociale. Sociale è comunicazione tra persone, pensare e confrontarsi insieme, dialogando a partire dalla ricchezza delle differenze.
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La lobby del petrolio contro Greta. Il rapporto di InfluenceMap denuncia l’ipocrisia dei giganti del petrolio che dal 2015, ogni anno hanno investito 200 milioni di $ per frenare le politiche ambientali e ostacolare la legislazione internazionale in materia di difesa del clima. Queste compagnie si chiamano BP, Schell, ExxonMobil, Chevron e Mobil. BP è quella che ha investito di più, 53 milioni di $ all’anno. Seguono le americane Shell (49 milioni di $), Exxon-Mobil (41 milioni di $), Chevron (29 milioni di $), e la francese Total 29 milioni di $). Dal 2015 per promuovere la loro falsa immagine “verde” hanno speso 197 milioni di $. Queste 5 compagnie hanno realizzato nel 2018 un fatturato di 55 miliardi di dollari, anno record in materia di emissioni di gas serra, ma che candidamente sostengono di abbracciare i principi sul clima di Parigi del 2015. Penso che dovremmo boicottare queste cinque compagnie petrolifere. Pochi giorni fa, il Brasile è stato attraversato da una delle maggiori manifestazioni pubbliche degli anni più recenti. In più di 240 città brasiliane, studenti, professori, funzionari pubblici e la popolazione in generale, son stati in strada ed in piazza per manifestare il loro disappunto per le misure proposte dall’attuale governo contro l’educazione e nell’irrispettosa non autonomia delle Università pubbliche. I vescovi brasiliani, riunitisi ad Aparecida, nel loro “messaggio al popolo brasiliano” hanno denunciato “l’opzione per un liberalismo esacerbato e perverso che va contro le politiche sociali e favorisce ancor di più le diseguaglianze”. Denunciando che le riforme proposte dal governo e già in andamento, come quella del lavoro e della previdenza, hanno aumentato la disoccupazione, (13 milioni di disoccupati e 29 milioni di lavoratori precari). Hanno denunciato le minacce che pesano sopra il popolo indigeno e l’aggravamento della crisi etica, politica ed economica. Come anche la grave crisi ecologica e i programmi di esplorazione del governo sull’Amazzonia. Davanti a questa situazione, è incredibile constatare come i poveri resistono e insistono nella lotta per la Vita. Le organizzazioni sociali, indipendentemente dall’essere perseguite, si rafforzano ed uniscono nella lotta. Dal 12 al 14 luglio prossimo, a Natal si riuniranno 5.000 giovani, rappresentanti del Movimento Fé e Politica di tutto il Paese per elaborare una piattaforma su cui contrastare le azioni e le leggi che il governo Bolsonaro sta mettendo in atto per creare sempre più disuguaglianza tra ricchi e poveri, per realizzare una società subalterna al potere economico e finanziario. Da alcune decadi, il cammino per la liberazione si è rafforzato con la testimonianza di donne e uomini che hanno dato la loro vita nella lotta. Molti di questi e queste martiri, erano cristiani e cristiane, e morirono per la loro consacrazione nella missione condividendo con i più poveri la fedeltà al Vangelo, vissuta in situazioni di conflitto. Diedero la loro vita per i loro fratelli che soffrivano. Altri di questi uomini e donne, assassinati nella lotta per la giustizia, sebbene non fossero stati legati a nessuna chiesa o religione, sono martiri, come testimoni del progetto di giustizia e liberazione. Come affermò Gesù nel vangelo: siano benedetti/e perché furono perseguitati/e per causa della giustizia (Mt 5, 1- 12). Celebriamo in queste settimane la memoria di vari fratelli e sorelle che diedero la loro vita per la causa della giustizia. Fra altri che diedero la vita per la giustizia, ne voglio ricordare uno, la cui memoria è molto cara a tutti noi. Nel giorno 10 di maggio 1986 a Imperatriz (MA), fu assassinato padre Josimo Tavares davanti alla porta del vescovato, era fortemente impegnato con la lotta dei lavoratori. Ricordo ancora quando alla fine degli anni ‘80 la invitammo a Quarrata sua madre, una donna esilissima, dolce, mite che parlava di Josimo come se fosse ancora in vita. In Brasile ed in vari paesi del continente, al di là dei e delle martiri della lotta per la terra, la lotta degli indios per la loro liberazione, della difesa della natura e dei diritti umani, le comunità hanno convissuto diariamente con gli assassinii dei giovani delle periferie, con il traffico di droga che ne porta tanta sofferenza, rischi, violenza… Ogni volta di più, i martiri non sono più questa o quella persona, ma popoli interi crocifissi. Questo significa concretamente appoggiare progetti politici impegnati con la gente più povera e con più criticità in relazione al capitalismo dominante che, come dice Papa Francesco, “questo sistema uccide”.
Credere insieme a chi soffre ed agli oppressi, da senso e forza per vivere insieme e lottare .

ULTIMISSIME dal Brasile
Il manifesto – Internazionale di Claudia Fanti
La trama dei giudici per escludere Lula dal voto
Brasile. «The Intercept» svela come Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia di Bolsonaro, incalzava i colleghi. Tre reportage per confermare la natura politica dell’ inchiesta «Lava Jato»
Edizione del 11.06.2019
Mancavano quattro giorni alla presentazione della denuncia contro Lula per il caso dell’appartamento di tre piani a Guarujá, il famoso triplex, e il coordinatore della task force della Lava Jato a Curitiba, Deltan Dallagnol, era macerato dai dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio contro l’ex presidente. E non su aspetti marginali, ma proprio sul punto centrale: sul fatto cioè che Lula avesse ricevuto l’appartamento in cambio di favori all’impresa di costruzione Oas relativamente ad alcuni contratti con la Petrobras. «Diranno che lo stiamo accusando in base alla notizia di un giornale e a deboli indizi, scriveva ai colleghi: «Sono preoccupato per il collegamento tra Petrobras e arricchimento e (…) per la storia dell’immobile». C’È QUESTO E MOLTO ALTRO nei tre esplosivi reportage pubblicati domenica dal sito The Intercept a proposito della reale natura dell’operazione Lava Jato – spesso e impropriamente paragonata a Mani Pulite – e dei suoi protagonisti, a cominciare da Dallagnol e dall’ex giudice di prima istanza a Curitiba Sérgio Moro, oggi degno ministro del governo Bolsonaro. E oltretutto i tre servizi, fanno sapere da Intercept, sarebbero solo l’inizio di una inchiesta giornalistica più ampia, basata su un’enorme quantità di materiali inviati da una fonte anonima – messaggi privati, audio, video, foto, documenti giudiziari -, riguardo non solo alla Lava Jato ma a «esponenti dell’oligarchia, dirigenti politici, gli ultimi presidenti e persino leader internazionali accusati di corruzione». Ma già con quanto è stato pubblicato domenica tutto ciò che le forze democratiche hanno denunciato fino a perdere la voce trova inoppugnabili conferme: la supercelebrata Lava Jato non è stata altro che un’operazione politica e ideologica diretta a escludere Lula dalla competizione elettorale che avrebbe di sicuro vinto, aprendo così la strada al governo autoritario dell’attuale presidente. Come dimostra Intercept, i pm della Lava Jato, in pubblico sempre molto decisi a definirsi imparziali e apolitici, esprimevano apertamente il desiderio di scongiurare la vittoria del Pt, concordando misure per raggiungere l’obiettivo. Fino al punto di tramare segretamente per impedire a Lula (come poi puntualmente verificatosi) di rilasciare un’intervista prima delle presidenziali per paura che avvantaggiasse Haddad. E SE, AL MOMENTO dello scambio dei messaggi riportati il 20 settembre del 2018, sembrava che il «Piano A», quello di ribaltare la decisione giudiziaria, avesse «possibilità zero», il pm Januário Paludo suggeriva di limitare perlomeno l’impatto dell’intervista, trasformandola in una conferenza stampa aperta a tutti i giornalisti. Mentre Athayde Ribeiro Costa e Julio Noronha invitavano a premere affinché l’intervista fosse fatta dopo le elezioni: «In tal modo – scriveva Ribeiro Costa – sarebbe possibile evitarla senza disattendere il mandato giudiziario». Nel frattempo, Dallagnol conversava con un’amica e confidente identificata su Telegram come «Carol PGR» a proposito dell’importanza della preghiera: «Sono molto preoccupata – scriveva l’amica – di un possibile ritorno del Pt, ma ho pregato molto perché Dio illumini la nostra popolazione».
MA I REPORTAGE SI SPINGONO anche oltre, mostrando come Sérgio Moro, nel momento stesso in cui offriva di sé l’immagine di imparziale e integerrimo arbitro della partita, collaborasse segretamente con la task force della Lava Jato per allestire l’impianto accusatorio contro Lula. I messaggi tra il magistrato e il coordinatore della task force inviati dalla fonte anonima abbracciano un periodo di due anni (dal 2015 al 2017), durante il quale Moro suggerisce cambiamenti nelle fasi delle operazioni («Forse sarebbe il caso di invertire l’ordine delle due programmate»), indica fonti e offre piste di indagine («la deputada Mara Gabrili mi ha mandato il testo qui sotto, date un’occhiata. È riservato»). A volte persino muovendo rimproveri a Dallagnol, neanche fosse il suo superiore gerarchico. Addirittura, l’8 maggio 2017, due giorni prima che Lula deponesse per la prima volta dinanzi a Moro, il magistrato, dinanzi alla possibilità che l’interrogatorio fosse rimandato, invia un irritatissimo messaggio a Dallagnol: «Che storia è questa che volete rinviare? State scherzando?». Il giorno stesso la richiesta della difesa viene respinta. E tutto questo avviene malgrado i timori interni al pool sull’assenza di un collegamento tra il triplex e gli atti di corruzione relativi alla Petrobras, senza il quale il caso non avrebbe potuto essere giudicato a Curitiba dall’affidabilissimo Moro. Tant’è che, ancora alla vigilia della presentazione della denuncia, Dallagnol commentava: «L’opinione pubblica è decisiva e questo è un caso costruito con prova indiretta e la parola di collaboratori contro un’icona passata indenne per il mensalão» (il primo scandalo esploso sotto il governo Lula). IL GIORNO DOPO, il 14 settembre 2016, in una sala riunioni di un hotel di lusso a Curitiba, Dallagnol avrebbe presentato la denuncia illustrando il caso con un power point su cui si sarebbero riversate ondate di scherno. E pronunciato la sua memorabile frase: «Non abbiamo prove, ma abbiamo convinzioni».

Antonio

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2019
A CURA DELLA SEGRETERIA DELLA RETE E DELLA COMMISSIONE SEMINARIO
Il Seminario nazionale della Rete “L’informazione ai tempi del web: tra liberazione e controllo”, svoltosi a Sasso Marconi il 18 e 19 maggio, è stato accolto da tutti i partecipanti con grande interesse. La scottante attualità dell’argomento è emersa in tutta la sua evidenza proprio nella campagna elettorale per le Europee, nella quale per la prima volta, come documenta uno studio, la propaganda tramite i social ha sorpassato in Italia quella tradizionale. E nella quale è evidente che chi maggiormente ha usato i social (la Lega, secondo lo stesso studio, li ha usati in misura tripla rispetto agli altri) ha vinto, ripetendo l’esperienza delle elezioni di Trump e Bolsonaro. Lo stesso coordinatore della macchina propagandistica di Salvini, Luca Morisi, ha dichiarato a Gad Lerner: “Ritengo che la rivoluzione digitale e l’iperaccelerazione nell’informazione che i nuovi media hanno portato con sé, abbiano modellato e determinato l’attuale quadro politico, non solo in Italia. Si tratta di modificazioni profonde della società che hanno riflesso in tutti gli ambiti. La tecnica agisce oggi più che mai come forza profonda della storia” (da Repubblica, 29/5(2019). In attesa di pubblicare sul sito della Rete (www.reterr.it) le relazioni del Seminario, vi diamo in questa circolare una sintesi di quanto emerso. Stefano Draghi, docente di ICT (Information and Communication Tecnology) all’Università IULM di Milano, ha introdotto il Seminario con una relazione su “L’informazione ai tempi del web: internet e i pericoli per la democrazia”. Draghi è partito dagli sviluppi delle tecnologie informatiche negli ultimi decenni per arrivare all’attuale era digitale, in cui suono, voce, testo, immagini e immagini in movimento vengono veicolate attraverso strumenti alla portata di tutti, come gli smartphone, favoriti dalla rete cellulare e satellitare che consente collegamenti immediati in tutto il mondo. Tutto questo ha creato una enorme concentrazione di interessi economici, politici e sociali. Tutti gli aspetti della vita odierna dipendono da queste tecnologie: il lavoro richiede la loro conoscenza e la scuola è rimasta indietro. Il rischio è la marginalità di chi non si adegua. Altro fenomeno collegato è quello dei “Big-data”, il nuovo petrolio dell’epoca digitale. Ognuno di noi produce ogni giorno un’enorme quantità di dati. Tutto ciò che facciamo in rete viene registrato e questo enorme patrimonio di dati è accumulato da poche multinazionali, che hanno così il dominio su miliardi di persone (solo Facebook ha 2 miliardi e 300 milioni di utenti attivi). Ogni smartphone ha da 10 a 15 sensori che mandano in continuazione dati a queste multinazionali. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, cioè di macchina in grado di “imparare”, sta sempre più sostituendo l’uomo. In futuro le reti permetteranno di far dialogare tra loro gli oggetti (si parla già di internet delle cose, IOT) e saranno sempre più sviluppate le tecnologie immersive nella realtà virtuale, che permettono esperienze quasi reali, ma sbiadendo la differenza tra reale e virtuale. Draghi ha parlato delle speranze create dalle nuove tecnologie e degli effetti perversi che hanno provocato. Si sperava in una democrazia diretta, partecipativa, senza intermediazioni: in realtà la partecipazione è ai minimi storici. Si sperava che la facilità di comunicazione con tutti avrebbe permesso di superare le barriere culturali, religiose, etniche, ma non è andata così. Si sperava in un’estensione del diritto alla libertà di espressione allargato a tutti: in realtà solo pochissimi hanno approfittato di queste tecnologie per concentrare un potere smisurato nelle proprie mani. Qualche effetto positivo c’è stato: ad esempio le “primavere arabe” sono state la prova di quello che le nuove tecnologie avrebbero potuto essere. Ma basta guardare che cosa sta accadendo ora in Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Algeria, Yemen… Gli effetti positivi delle nuove tecnologie li conosciamo tutti, ma ci sono due grandi categorie di effetti negativi: gli effetti di natura socio-psicologica, conseguenza del rimanere chiusi in un sistema di social network che finisce per essere una vera e propria gabbia che lentamente ci porta a credere ad una realtà che non è quella vera e che può creare dipendenza; e gli effetti politici. Le tecnologie interattive non hanno aumentato la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica perché hanno aggravato la delegittimazione della classe politica e la democrazia rappresentativa si è indebolita perché c’è stato un processo di disintermediazione. La democrazia diretta si è rivelata un mito, che porta la gente a pensare di poter decidere anche su questioni molto complicate pur non avendo alcuna competenza. Questo ha alimentato il populismo, grazie all’uso spregiudicato dei nuovi mezzi di informazione da parte di certi politici. I social network non hanno incrementato le occasioni di dialogo ma segmentato le opinioni pubbliche in tanti piccoli sottogruppi, ognuno diviso nella sua “bolla”, in cui incontra e parla solo con chi la pensa come lui. Gli individui non sono più in grado di fare sintesi ma sono incentivati a contrapporsi e a odiarsi reciprocamente. Questo è un elemento che mina alla base la democrazia perché senza una sintesi tra opinioni diverse non c’è più governo ma c’è un litigio perenne tra le forze politiche e tra cittadini. Infine, i social media violano continuamente le regole delle campagne elettorali e agiscono senza controllo per determinarne l’esito. Facebook ha avuto influssi determinanti nella Brexit, nell’elezione di Trump negli Usa e di Bolsonaro in Brasile, ma anche nel referendum in Italia del 2016, nelle elezioni politiche del 2018 e sta accadendo ora nelle Europee. Naturalmente la coscienza civile si sta svegliando e sono già cominciati i movimenti per evitare che tutto questo degeneri. Draghi è del parere che le soluzioni non possano essere tecniche ma che serva un’azione politica a livello internazionale per cambiare il modello di business che scambia gratuità con l’impossessamento della nostra vita. Ad esempio i nuovi regolamenti Ue vanno in quella direzione. In secondo luogo i protagonisti dell’informazione devono combattere la falsità con la verità. Infine la battaglia dei diritti della rete: c’è la Carta dei diritti in internet, elaborata da Stefano Rodotà e fatta propria dal nostro Parlamento. All’università di Milano si tiene un corso di “Tecnicivismo” per insegnare ad esercitare questi diritti che sono: diritto all’accesso, al servizio universale, ad un’educazione consapevole su come si usa la rete, ad usufruire di servizi pubblici e privati, alla trasparenza, ad essere informati, ad essere ascoltati e consultati in tutte le decisioni che ci riguardano, ad un coinvolgimento attivo alle scelte politiche, alla partecipazione, e infine diritto alla verità. Come dicevano gli antichi greci: la democrazia altro non è che la verità al potere. Il secondo relatore, Alex Orlowski, è entrato nei retroscena dei social, forte della sua attività di consulente politico e di creatore di campagne elettorali social in Italia e all’estero. Orlowski ha spiegato come la rete può influenzare il voto europeo: le forze sovraniste si sono organizzate e hanno imparato dalle campagne di Trump e di Bolsonaro, il cui “burattinaio” è Steve Bannon. In Italia le sta usando molto bene Salvini. Le varie tecniche puntano a manipolare la comunicazione in rete assecondando la “pancia” della gente, cioè le emozioni e le pulsioni di base. Tra gli esempi citati vi è la cosiddetta “bad information” (cattiva informazione), che partendo da una notizia di una certa importanza, la diffonde in modo confuso, che permette fraintendimenti se non la si legge fino in fondo. Ed è accertato che chi legge notizie sui social non arriva neppure a metà dell’articolo. Non sono fake news, ma lo diventano. Specialisti in questi meccanismi sono due siti russi, Russia Today e Sputnik, molto attivi durante le campagne elettorali, con migliaia di post. Anche in Francia, dietro la protesta dei Gilet Gialli, si è giocata una partita internazionale di disinformazione, in cui si sono buttati a capofitto siti russi, americani, turchi, brasiliani, cinesi … Uno degli scopi di questo attivismo, secondo Orlowski, è quello di verificare la propria potenza di fuoco, oltre che indebolire Macron, nemico dei sovranisti. Altro esempio è il voto recente in Spagna, dove per la prima volta è entrato in Parlamento un partito di estrema destra, Vox, che ha fatto un uso enorme dei social, soprattutto Whatasapp ed è stato sostenuto da Salvini. In queste campagne elettorali grande peso hanno i “Bot” (da robot), cioè profili falsi, chat o programmi che hanno ‘vita propria’ e sono in grado di dialogare sui social con un grande numero di persone: così fanno credere di essere più numerosi e quindi più importanti. Ci sono poi i “Troll”, messaggi provocatori tesi a disturbare la comunicazione in rete. Orlowski guida un team che analizza la propaganda politica in rete: tra le scoperte, mostrate al seminario, quella che gli account di Facebook, Twitter, Instagram ecc. che hanno utilizzato più di altri le fake news seguono come massimo leader Salvini, il quale, tra l’altro, ha speso cifre molto elevate per la sua campagna social. Un altro aspetto inquietante dell’esposizione di Orlowski è il collegamento di tutti questi gruppi con fabbriche di armi di tutto il mondo. La conclusione di Orlowski è che, al momento del voto, le persone poco attente alla politica, che sono la maggior parte, si basano sullo slogan che hanno sentito ripetere migliaia di volte e sono convinte che, essendo condiviso da tantissime persone, rappresenti la scelta giusta. Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’Università di Milano, non ha potuto partecipare al seminario per motivi di salute e quindi ha inviato un breve intervento filmato, nel quale ha sintetizzato la sua relazione, che aveva per titolo “Informazione, hacking, protezione dati, alterazione degli equilibri politici: possibili modalità di difesa”. Ziccardi è partito dal suo recente libro “Tecnologie per il potere” (Raffaello Cortina, 2019), nel quale analizza l’uso dei social in politica. Filo conduttore del libro è l’idea che oggi la tecnologia possa condizionare la politica, cioè alterare gli equilibri democratici, interferendo su principi fondamentali come la libertà di informazione, la libertà del voto, la formazione e l’espressione del consenso. Ziccardi ha ricordato che il primo utilizzo delle nuove tecnologie in politica si può far risalire ad Obama, ma è con Trump che si assiste ad un uso massiccio e spregiudicato, che poi è stato esportato in altri paesi e in Europa. Alcuni studiosi di Oxford e Cambridge hanno analizzato i tweet di Trump, suddividendoli in categorie: i tweet lanciati al mattino presto per aprire il dibattito del giorno e dettare l’agenda; i tweet per aggredire gli avversari; i tweet per veicolare notizie false (fake news); i tweet per distrarre l’attenzione dai veri problemi o dalle proprie difficoltà. Questo metodo è stato usato anche in Italia nelle recenti campagne elettorali. Altro aspetto analizzato da Ziccardi è quello della “profilazione”, cioè la possibilità, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare ad anticipare le intenzioni di voto e di orientarle, attraverso l’analisi dell’attività dei singoli utenti su Facebook. Ciò significa che tutto quello che facciamo ogni giorno online non solo viene osservato, ma può generare ulteriore informazione. Attraverso la profilazione degli utenti dei social vengono veicolate le fake news, inviate a ciascuno in base alla propria predisposizione ad accoglierle. Questo limita la libertà di valutare le informazioni e condiziona la libertà del voto. Altro tema toccato da Ziccardi è quello della sicurezza delle campagne elettorali. L’agenzia di cibersecurity dell’UE ha lanciato l’allarme in vista delle elezioni europee, mettendo in guardia dal rischio di attacchi informatici. Ci si sta rendendo conto che anche la politica va protetta come si fa con i sistemi bancari o le infrastrutture più delicate. Non c’è solo il rischio di brogli (quasi tutti i Paesi stanno rinunciando ormai al voto elettronico, proprio per i rischi che comporta) ma anche di disinformazione programmata da parte di paesi stranieri. E anche la sicurezza degli strumenti usati dai politici è un problema: la violazione delle password di Hilary Clinton ha permesso di trafugare tutte le sue mail e i suoi dati riservati, creando le premesse per la sua sconfitta elettorale. Anche in Italia un recente processo ha condannato i fratelli Occhionero, che erano riusciti a impadronirsi di decine di migliaia di password, tra cui quelle di Renzi, di Draghi, del governatore della Banca d’Italia, della Camera e del Senato. L’ultima relazione del Seminario è stata tenuta da Giorgio Gallo della Rete di Pisa-Viareggio che ha parlato del recente libro della studiosa americana Soshana Zuboff, “L’età del Capitalismo della sorveglianza”. All’inizio del nuovo millennio, con Google inizia un nuovo paradigma. Fornendo servizi di ricerca su internet, Google dispone di enormi basi di dati relativi alle nostre ricerche: sono dati che all’inizio servono per rendere più efficace e mirata la ricerca stessa. Più tardi anche i social media come Facebook e altri hanno cominciato a ricavare una quantità enorme di dati dalle diverse attività che svolgiamo sui social. Ci si rende presto conto che questa enorme quantità di dati, che permette di conoscere noi, i nostri gusti e orientamenti, e soprattutto, grazie alle sempre più sofisticate tecniche dell’intelligenza artificiale, di prevedere i nostri comportamenti, costituisce una nuova “merce” capace di generare profitti immensi. Il capitalismo ha sin dall’inizio funzionato prendendo beni e realtà esistenti e portandole dentro il mercato, rendendole “merci”. La natura è diventata ad esempio terra che produce beni per il mercato, la stessa vita umana è diventata “forza lavoro” e le relazioni di scambio hanno prodotto il “denaro” come bene a sé stante. Oggi sono le nostre molteplici attività sulla rete che producono la nuova merce, cioè i nostri comportamenti. È una nuova fase del capitalismo, che Zuboff definisce “della sorveglianza”, perché gli enormi archivi di dati sui nostri “comportamenti” stanno diventando il materiale più prezioso oggi sul mercato, tanto è vero che le multinazionali del web, da Google a Facebook, da Apple a Amazon, possiedono ricchezze (capitalizzazione e profitti) che il capitalismo del passato non aveva mai conosciuto. E chi ha in mano la conoscenza dettagliata dei nostri comportamenti può esercitare una sorveglianza così estesa ed efficace che nessun regime poliziesco era mai riuscito a eguagliare nella storia dell’umanità. “Loro” sanno tutto di noi, ma noi non sappiamo chi essi siano e cosa davvero sappiano. Sono però in grado di inviarci stimoli e sollecitazioni che ci spingono a modificare i nostri comportamenti nel senso da loro voluto. Il vecchio capitalismo era caratterizzato da una sorta di “reciprocità” derivante dal fatto che i lavoratori erano anche consumatori, cioè destinatari dei beni prodotti. Nel 1914 Ford raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e così contribuisce a rendere possibile la produzione di massa del suo “modello T”. Oggi la reciprocità scompare. L’indipendenza del capitalismo della sorveglianza dalle persone produce una fortissima asimmetria e genera l’esclusione. Parafrasando Polanyi, che a proposito delle appropriazioni dei terreni comuni (le enclosures) essenziali per la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, aveva parlato di “rivoluzione dei ricchi contro i poveri”, Zuboff dice che oggi stiamo assistendo non a un coup d’état ma piuttosto a un coup de gens: è il popolo a essere dispossessato e rovesciato. La conseguenza è anche un disinteresse di questo capitalismo per la democrazia e per l’informazione libera: Google e Facebook si sono sovrapposti al giornalismo professionale, inondando la rete di notizie senza alcuna garanzia di serietà delle fonti, senza mediazione e senza distinzione di importanza. Contro queste nuove realtà, che causano disuguaglianze economiche e sociali di proporzioni mai viste, non esistono al momento tutele legali efficaci: gli Stati e la stessa Ue balbettano. Le conclusioni di Zuboff sono un invito a reagire: “La democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue numerose ferite ci allontanino dalla fedeltà alla sua promessa … Il muro di Berlino è caduto per molte ragioni, ma soprattutto perché la gente di Berlino Est ha detto: “Basta!””