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Se voi avete il diritto di dividere il mondo
In italiani e stranieri
allora io reclamo il diritto di dividere
il mondo in diseredati e oppressi da un lato,
privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.
Don Lorenzo Milani

Ciao, ci sono tanti modi di iniziare una lettera, con i saluti, con il richiedere come va la salute ecc. ma in questa nostra di Novembre è un caloroso, solidale e amichevole invito. … Non siamo una struttura organizzata e, quindi, non proponiamo mai per la serata un o.d.g. ma un invito caloroso sì. Haiti sta vivendo un drammatico e difficile momento, le tante notizie che le precedenti lettere vi hanno comunicato, hanno bisogno di approfondimenti e di attenzione. Motivo importante per sollecitare la presenza di tutti. Il prossimo anno si svolgerà il Convegno Nazionale (la località non stata ancora decisa), qui di seguito trovate alcune (molte) idee, alle quali, come gruppo dobbiamo integrare e suggerirne altre. Per il Convegno, proponiamo di invitare, i nostri amici haitiani. C’è quindi la necessità di capire, ed eventualmente organizzare, la loro presenza in mezzo a noi. Come vedete, anche senza il sindacalese-politichese-governativo o.d.g., i motivi per essere presenti sono tanti e importanti, quindi… non mancate e passate parola. Vi aspettiamo. Pensiamo di scambiarci anche gli auguri per le vicine festività con un brindisi e qualche cosa da mettere sotto i denti. In fondo alla circolare trovate anche un messaggio dal Cile.

Rete di Macerata – M. Cristina Angeletti

“Siate pastori con l’odore delle pecore” papa Francesco

Care amiche e cari amici, il Sinodo sull’Amazzonia si è concluso con la parola: conversione. Questa, infatti, può intendersi la parola chiave che riassume il clima del Sinodo aperto a tutti dai religiosi ai laici, dai vescovi ai missionari e missionarie, fino ai rappresentanti delle popolazioni autoctone dell’Amazzonia, terra violentata che grida aiuto e ascolto. Perché solo una vera conversione può farci capire come curare le ferite dei poveri, degli invisibili, dell’ambiente che stiamo distruggendo a causa dei nostri progetti che guardano solo all’oggi: dalla deforestazione all’uso indiscriminato delle risorse, dalla globalizzazione alla violazione dei diritti umani. Mi hanno colpito le parole del Papa che cito a memoria: “ Dobbiamo fare alleanza con questi popoli indigeni che difendono la loro terra, l’acqua, la foresta, la vita. Stanno chiedendo alleanza, invece sono criticati, offesi, perseguitati e minacciati di morte (solo in Brasile si parla di una media di quattro morti alla settimana). Sarebbe opportuno lasciare da parte il personale protagonismo che contraddistingue la nostra società e lasciarsi arricchire dalla loro semplicità, ingenuità, umiltà con le quali testimoniano la tragica situazione in cui vivono, situazione che ci riguarda tutti; non è umano guardare da un’altra parte.” Mi ha ulteriormente colpita la richiesta di perdono rivolta dal Papa alle “persone che sono state offese” dalla presenza in Chiesa delle statuette indigene Pachamama, ( la Madre Terra) raffiguranti donne indigene incinte, esposte senza intenti idolatrici; per la cronaca le statuette sono state prelevate dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina, a pochi passi da piazza San Pietro, dove erano esposte con altri oggetti amazzonici e gettate nel Tevere riprendendo il gesto con un video, pubblicato su Youtube. Mi sembra che chi ha concepito questo gesto di chiara matrice cattolico-tradizionalista, manchi di apertura e comunione verso altre culture anch’esse imbevute di cristianità; avrebbe preferito che gli indios rimanessero in Amazzonia a ricevere i soldi che “generosamente” inviamo loro con l’intenzione di tacitarci la coscienza e non vedere situazioni che potrebbero urtare la nostra “sensibilità”? Ricordo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restituiva.

Circolare nazionale di Novembre 2019 dalla Rete di Castelfranco Veneto

L’Africa in positivo

Guerre, povertà, migrazioni, siccità, terrorismo, parole chiave che abitano il senso comune quando pensiamo al continente africano, spesso intrappolati nel pregiudizio piuttosto che ancorati nella realtà. Secondo una ricerca condotta dalla DOXA, con riferimento alle previsioni future, alle aspettative e alle speranze dei cittadini, l’Africa è il continente più OTTIMISTA di tutto il mondo … e non potrebbe essere diversamente avendo la popolazione più giovane in assoluto. Nell’ultimo incontro della Rete di Castelfranco Veneto l’abbé Richard, referente del progetto e scrupoloso testimone, per la prima volta, dopo tanti anni, ci ha portato notizie positive dalla REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, segni concreti di speranza nel nuovo corso avviato dal nuovo Presidente Felix Tshiesekedi: liberazione dei prigionieri politici e rientro degli esiliati con chiusura delle carceri segrete; lotta alla corruzione, istruzione primaria gratuita, significativo aumento degli stipendi degli insegnanti, miglioramento delle strutture ospedaliere (in proposito, è stato assegnato un medico permanente al centro di sanità di Mwamwayi, sostenuto dalla Rete). Avviata pure la ricostruzione dell’esercito nazionale, con abolizione dell’esercito presidenziale e degli eserciti privati; ricerca di risoluzione dei conflitti minerari nel Nord Est, revisione delle concessioni estrattive predatorie alle multinazionali. In politica estera, promozione della pace con i paesi confinanti soprattutto Rwanda e Uganda. Il popolo appoggia e sostiene con speranza questo rinnovamento politico, pur con la presenza ingombrante dell’ex presidente Kabila che, tuttora, controlla il 70% dei parlamentari. In generale, sul versante ambientale, l’Africa è la prima vittima del cambiamento climatico, ma anche qui emergono segnali importanti. Nella lotta ai rifiuti in plastica, l’Africa si è mossa in anticipo rispetto al mondo industrializzato, adottando misure rigorose in 34 paesi; il RWANDA ha introdotto una legge per bandire i sacchetti di plastica fin dal 2008 e punta a diventare il primo paese plastic-free. In KENYA, un giovane studente, TOM OSBORN, preoccupato per l’uso della carbonella nelle necessità domestiche, con conseguente deforestazione, ha fondato una società, la Green Char per produrre combustibile ecologico a partire dagli scarti della canna da zucchero. Piccolo risultato che però si sta moltiplicando in altre esperienze simili. Il Nobel alternativo 2018 è stato assegnato ad un anziano contadino YA COUBA SAWA DOGO per la sua lotta alla desertificazione nel nord del BURKINA FASO. Recuperando tecniche agricole tradizionali ha rigenerato la fertilità del terreno, nel villaggio di Gourga, trasformando zone desertificate in foresta. “Questa terra mi ha dato la vita e volevo farla rinascere a tutti i costi”. Il movimento ambientalista in KENYA è riuscito a bloccare la costruzione di una centrale a carbone vicino a LAMU (insediamento swahili patrimonio dell’umanità). Energia geotermica e idroelettrica forniscono già i 2/3 della produzione del paese a cui si stanno affiancando le nuove tecnologie del sole e del vento. Rispetto ai numerosi conflitti armati, va segnalata la rivoluzione politica virtuosa in atto in ETIOPIA che ha portato alla Presidenza della Repubblica Shale-Work Zewde (in Africa attualmente unico capo di Stato donna) e al riconoscimento del premio Nobel per la pace 2019 al più giovane leader africano, il primo ministro Abyi Ahmed Ali, protagonista nella risoluzione dello storico conflitto con la vicina Eritrea. Anche se le violenze etnico-religiose non sono cessate e forte è l’opposizione all’agenda riformatrice di Abyi Ahmed. Così come nell’agosto di quest’anno, è stato siglato l’accordo di pace definitivo tra il presidente del MOZAMBICO Felipe Nyusi e il leader della RENAMO Ossufo Momade. L’Africa di oggi è ricca di una grande varietà di movimenti nati tra società civile, contadini, studenti, donne, sindacati. Dal MOZAMBICO una straordinaria storia di resistenza da parte di piccoli agricoltori per contrastare il progetto statale “Pro Savana”, basato sulla privatizzazione delle terre a favore di grandi aziende di esportazione della soia. Con un capillare lavoro di informazione nei villaggi e con l’ aiuto di organizzazioni locali e internazionali, la mobilitazione sociale in 19 distretti è riuscita a bloccare la cessione dei terreni. La scrittrice e analista keniana Nanjala Nyabola lo chiama “pan-africanismo dell’era digitale”. Il riferimento è alla circolazione sempre più diffusa, attraverso i social network, di idee e riflessioni tra i giovani di diversi paesi, coalizzati attorno a campagne comuni per la rivendicazione dei diritti sociali e politici, persone sparse in tutto il continente. “Negli ultimi anni – ha spiegato l’analista – giovani attivisti in Togo, Zimbabwe, Repubblica Democratica del Congo, Camerun, Tanzania e Uganda hanno manifestato sui social media. Un movimento nato in rete che si è concretizzato in iniziative pubbliche attraverso proteste e petizioni a sostegno di tante piccole grandi cause più o meno locali che attraversano l’Africa ed a sostegno della causa pan africana”. Ed intanto nel vecchio Occidente, c’è chi pretende di liquidare la questione Africa e immigrati con la chiusura dei porti e con lo slogan ipocrita AIUTIAMOLI A CASA LORO. Per mettere in chiaro il bilancio economico tra i due continenti (chi deve dare e chi deve avere) torna utile lo studio condotto da Maurizio Marchi ed altri esperti «QUANTO L’EUROPA DEVE RESTITUIRE ALL’AFRICA» (ed. Gedi), così presentato nel Blog di Daniele Barbieri: Gli autori e le autrici, dopo aver tracciato un quadro aggiornato e particolareggiato, da un punto di vista economico, storico e culturale dell’Africa nel colonialismo, nel neo-colonialismo e nei rapporti attuali con l’Europa, abbozzano una sorta di «Processo di Norimberga» dei misfatti europei nei secoli, arrivando a “tirare le somme” di quanto l’Europa deve restituire al continente nero. Una cifra enorme, ma realistica, fondata e perfino prudente, quantificata in oltre 70.000 miliardi di euro: se gli africani ottenessero questo risarcimento (è questa la parola chiave del libro) avrebbero diritto almeno a 70.000 euro ognuno, uomo, donna, bambino, vecchio. La vita cambierebbe per tutti, per gli africani ma anche per gli europei e per un mondo che ha fatto finora dell’ingiustizia e della sopraffazione la sua linea guida. La tratta degli schiavi, la colonizzazione storica, lo scambio ineguale di merci a prezzi fissati dagli europei, i genocidi di interi popoli inermi o resistenti, fino all’emigrazione forzata, un vero espianto degli organismi migliori (più giovani e forti) dal tessuto sociale africano: sono questi i principali crimini che vanno risarciti all’Africa, un continente ricchissimo di risorse umane e naturali che è stato ridotto nell’estrema povertà dall’aggressione europea e dal neoliberismo, recentemente dall’indebitamento e dalla militarizzazione.