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Rete di Quarrata – Lettera Novembre 2020

Carissima, carissimo, ciò che sta accadendo nelle piazze e nella società italiana ha qualcosa di inedito. Che fosse in arrivo la collera sociale lo si sapeva. Che fosse pericolosamente ampio lo iato temporale che separa la promessa di un piano di ricostruzione dal suo finanziamento e dalla sua esecuzione era noto. Che le organizzazioni criminali si godessero la ingenuità con cui tutti continuano a pensarle nella loro dimensione folclorico-geografica tradizionale era evidente. Il disastro che la pandemia causa alla ristorazione in questi giorni che preludono ad un lockdown europeo su vasta scala, non è abbastanza per spiegare la capacità di manovra e di azione dei gruppi che hanno dimostrato di poter mettere a ferro e fuoco il centro delle grandi città: Roma, Napoli e Torino in una geografia che dovrebbe far riflettere. Come ha spiegato il procuratore antimafia Cafiero De Raho, si sono infiltrate e saldate nella protesta i gruppi antagonisti, gli ultras della destra “calcistica” delle tifoserie violente e la mano invisibile della criminalità. Quest’ultima è in grado di fornire un “ristoro” tramite il prestito usuraio. Una saldatura inedita e di rara pericolosità, perché nell’immaginario del cittadino pensoso quelle tre minacce all’ordine e alle istituzione stanno in zone diverse. Le società occidentali usciranno cambiate dal Covid ormai lo dice anche chi non ha una laurea in sociologia ma, la peculiarità italiana, evidenzia che il nostro domani dovrà misurarsi con: diseguaglianze, revisione dell’economia e il pagamento dei debiti di questa fase. A causa della pandemia, si rischia un grande aumento del numero di persone che soffrono gravemente la fame. Si tratta potenzialmente di 270 milioni di persone entro la fine di questo anno. La pandemia si inserisce in un momento in cui i numeri globali della fame e della malnutrizione erano già drammatici e in ascesa. Il virus ha esacerbato le difficoltà, agisce come un moltiplicatore di criticità, poiché aumenta in maniera esponenziale la vulnerabilità delle comunità più povere e fragili del mondo. Aggrava le esistenti minacce alla sicurezza alimentare con un impatto di lungo termine su centinaia di milioni di bambini e adulti. Il silenzio diviene, in questo momento, strumento di quell’azione catartica che tende a liberare il mondo da se stesso, dallo stato d’inganno di cui è prigioniero. Il silenzio invita alla solitudine, all’introspezione, a un profondo rapporto con se stessi. La pandemia può essere l’occasione propizia per affrontare percorsi interiori. Il segno che chiama al cambiamento, che favorisce il risveglio delle coscienze. Guardato a nudo dal silenzio, il mondo senza più paraventi, sembra correre una corsa vertiginosa che allerta. Qualcosa doveva fermarlo e, ad un certo punto, è bastato un minuscolo corpuscolo a dare la frenata d’arresto. Il silenzio più distacca, più rende capaci di penetrare a fondo la realtà, di aderire al qui ed ora, di leggere gli eventi da un altro punto di vista, di scorgere altre prospettive. Non è il bisogno spasmodico di controllare, di programmare, che può portarci fuori dalla crisi in corso ma, la fiducia in un ordine universale che c’è, che è impresso nel profondo di ogni essere umano. Il silenzio ci consente di riconoscere che ci siamo completamente sradicati da noi stessi per inseguire false illusioni di onnipotenza. Questa la verità celata che il silenzio subito porta alla luce. Il senso di smarrimento trova nel silenzio un contenitore capace di sostenere la paura, di accompagnare l’attraversamento del vuoto. E’ inutile cercare facili soluzioni, il vecchio sta crollando ma, il nuovo è ancora in gestazione e ancora molto sotterraneo. Per far emergere il nuovo è necessario sostare per ritrovare il giusto orientamento e radicarsi, fino a penetrarsi in noi. Questa sosta qualcuno la deve pur fare e più saremo a farla più si apriranno canali di luce nell’oscurità di questo tempo. Il silenzio mette in comunicazione con i principi universali di bene, di bellezza, di pace, di amore. Porta quindi anche la comunicazione fra esseri umani su altri piani, la purifica dalla logica del bieco utilitarismo, del calcolo, del profitto, dell’immediata convenienza. Il silenzio attiva processi di liberazione interiore che favoriscono lo scioglimento di incrostazioni egoistiche e lo smascheramento da false identificazioni ideologiche. Il silenzio purifica, conduce il nostro pensiero verso il suo fondo fino a trovare la nostra identità nascosta e renderla disponibile e aperta, più penetra, più scioglie le nostre incrostazioni. Questo, a sua volta, si riverbera nelle relazioni umane che si pacificano e si armonizzano divenendo capaci di promuovere amicizia, solidarietà e amore fra le persone. Il silenzio costituisce l’antidoto all’interno del nostro mondo rumoroso e distratto, oggi è sempre più necessario. Il silenzio, oggi così messo ai margini, è proprio l’antidoto capace di arginare in qualche modo l’eccessivo rumore che non riguarda solo il piano acustico ma l’insieme di un malessere e di un disordine sociale che sembra degenerare verso pericolose derive, il vociare politico di oggi tra le forze politiche, ce ne da una eloquente testimonianza . “Ci si salva tutti o nessuno“, insegna papa Francesco. Dalla crisi si esce ascoltando gli “ultimi”. Superare la pandemia, secondo il Papa, non significa dare una pennellata di vernice alle situazioni attuali affinché sembrino più giuste. Uscire dalla crisi significa cambiare. E il vero cambiamento va fatto “tutti insieme“. La teologia degli ultimi esorta pastori e fedeli a rafforzare il modo di testimoniare e comunicare il Vangelo. A dare parole di speranza, ad essere attenti ai poveri e a chi non ha voce e a curare sempre la formazione. “Leggendo” i problemi della gente con la prospettiva antropologica cristiana tramite la presenza capillare nelle periferie geografiche ed esistenziali. Alcuni esempi sono la scelta preferenziale per i poveri, che Francesco sempre ricorda, oppure una lettura incarnata nella storia, soprattutto il senso di una Chiesa come popolo.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Trento, 28 ottobre 2020

Care amiche e cari amici della Rete trentina,

come vi avevamo promesso nella scorsa circolare, vi proponiamo alcuni spunti emersi dall’assemblea di FaRete, la rete delle organizzazioni di cooperazione e solidarietà internazionale del Trentino che riunisce più di 50 associazioni, tra cui la Rete Radié Resch, che è tra i soci fondatori. La sintesi che vi presentiamo è stata curata da Luigi Moser, che ha partecipato all’assemblea in rappresentanza della Rete, con l’aggiunta di alcune riflessioni tratte dalla relazione di Michele Nardelli sul tema “La cooperazione del cambiamento”.

L’assemblea, alla quale erano presenti 38 delle associazioni aderenti, si è svolta il 18 settembre scorso presso l’ex Convento degli Agostiniani, sede del Centro per la Cooperazione Internazionale (CCI), ed è stata introdotta da Pierino Martinelli, presidente di FaRete, il quale ha ricordato la ricorrenza del primo anno di vita dell’organismo (è stata costituita il 15 giugno 2019).

Chiara Sighele, direttrice del CCI, ha sottolineato le criticità relative ai rapporti con le istituzioni provinciali, soprattutto dopo la drastica riduzione dei fondi destinati alla cooperazione internazionale: criticità che hanno portato alle dimissioni del presidente del Centro, Mario Raffaelli, e che hanno fatto temere per la sopravvivenza del Centro stesso. Tra notevoli difficoltà si è deciso comunque di andare avanti, con fondi ridimensionati, con riduzione dell’attività e riassetto dell’organigramma.

La situazione è difficile – ha concluso la direttrice – ma continueremo a fare opera di sensibilizzazione nei confronti della nostra comunità e cercheremo di ragionare su quali siano prioritariamente i servizi da valorizzare”.

L’assemblea è proseguita con l’approvazione del bilancio, che presenta un avanzo di gestione di circa 10.000 euro, accantonato come fondo in vista prossime operazioni/progetti.

Il momento centrale dell’incontro è stata la relazione di Michele Nardelli, che ha invitato gli operatori della cooperazione internazionale ad interrogarsi continuamente per capire il contesto in continua evoluzione in cui operano e il senso profondo della propria azione. In sintesi il pensiero di Nardelli è che la cooperazione internazionale deve essere costruzione di relazioni e non aiuto allo sviluppo. L’idea stessa di sviluppo e sottosviluppo che molti di noi hanno è infatti ampiamente superata. La convinzione che il mondo sia diviso tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati è sempre meno rispondente alla realtà. Questo non significa che non ci siano paesi impoveriti, ma in qualsiasi parte del mondo sviluppo e sottosviluppo si intrecciano. Dobbiamo chiederci, ha commentato Nardelli, se la nostra azione stimola dinamiche di cambiamento. Spesso abbiamo agito pensando di far diventare gli altri come noi, ritenendo che il nostro fosse il migliore dei mondi possibili. Senza pensare che le cause della povertà nascono proprio dal nostro mondo ricco e dalla pretesa che il nostro tenore di vita sia non negoziabile. Dobbiamo capire le dinamiche di potere che generano le povertà. Non è possibile gestire gli aiuti senza consapevolezza dei conflitti. Le crisi con cui abbiamo a che fare a livello planetario – sanitaria, demografica, migratoria, ambientale, economica, sociale, politica … – non sono emergenze, sono crisi strutturali. Prima di fare, di agire occorre studiare, capire. Ci sono tanti segnali che avrebbero potuto farci capire dove stavamo andando. Siamo in un mondo in cui le istituzioni non decidono più niente: sono altri i poteri reali, tra cui la criminalità organizzata e l’alta finanza, spesso intrecciate fra loro.

Nardelli ha citato l’affermazione di papa Francesco secondo cui “siamo dentro una terza guerra mondiale a pezzi”. Secondo il relatore il riferimento non era alle guerre in corso, o almeno non solo, ma piuttosto al conflitto tra inclusi ed esclusi. O cambiamo sistema e facciamo posto a tutti, in modo che nessuno sia escluso – ha commentato Nardelli – o continuiamo ad escludere strati sempre più ampi dell’umanità, fino a mettere in discussione la sopravvivenza stessa dell’umanità. È una guerra più subdola di quelle tradizionali, perché ci coinvolge tutti e ci chiede da che parte stiamo. Una parte dell’umanità sta consumando più di quanto il pianeta è in grado di produrre: viviamo in modo insostenibile e questo significa l’esclusione di qualcuno. Già oggi in Italia a metà maggio abbiamo consumato le risorse naturali dell’intero anno, per cui avremmo bisogno di 3 o 4 Italie per continuare con questo livello di consumo: è questa la terza guerra mondiale di cui parla Francesco, ha concluso Nardelli. Ecco perché non possiamo più guardare la realtà con gli occhiali di prima: dobbiamo riconsiderare il nostro modo di stare al mondo e di relazionarci con gli altri. E’ necessaria una cultura del limite. Il nostro compito non è essere cooperanti ma animatori di comunità. Dobbiamo cambiare rotta. E per farlo non dobbiamo cercare di adattarci alla realtà, ma cambiarla.

La relazione di Michele Nardelli ha suscitato notevole interesse. Per chi fa parte della Rete Radié Resch, in realtà, molti dei concetti espressi dal relatore sono tutt’altro che nuovi. Fin dalla sua nascita la Rete ha posto l’accento sull’importanza delle relazioni più che sulla ricerca del risultato, consapevole che le strutture che generano povertà e ingiustizia nascono dal nostro modello di sviluppo. Per questo la Rete ha sempre privilegiato il sostegno a comunità piccole e significative che si pongono in modo alternativo al modello economico dominante. Questa consapevolezza è stata fin dall’inizio la peculiarità della Rete rispetto a tante altre realtà impegnate negli “aiuti” internazionali. Ne è una prova proprio la Circolare nazionale di questo mese, scritta dalla Rete di Cagliari e allegata alla presente, in cui si esplicitano i valori e le sensibilità della Rete Radié Resch fin dalle sue origini.

A conclusione dell’assemblea, il presidente di FaRete, Martinelli, ha ricordato ancora la difficoltà di rapportarsi con l’amministrazione provinciale. Ci siamo adoperati per evitare lo scontro – ha detto – e abbiamo continuato a tessere relazioni, a volte con senso di frustrazione, ma senza mai perdere la speranza.

E con l’invito a non perdere mai la speranza porgiamo i più cari saluti a tutte e tutti

Fulvio Gardumi e Luigi Moser

 

Rete di Quarrata – Lettera ottobre 2020

Carissima, carissimo
è davvero strano sentire quanto ciò che stiamo vivendo, all’improvviso, non coincide più con qualcosa di conosciuto. Questo insinua in noi una sottile angoscia che tentiamo di esorcizzare muovendoci, inventando,
sperimentando ma, senza fermarci per conoscerla questa paura, schiavi come siamo del nostro pensiero.
La speranza che potessimo trarre un insegnamento dall’esperienza nella tragedia di questa epidemia, sembra ormai svanita. Niente è più come prima  però,  il cambiamento continuerà, indipendentemente da noi. Se lo subiremo soltanto, non potrà essere di nessuna utilità.
Sarà un’altra delusione che daremo a noi stessi. L’umanità sarà in grado di provarlo quel salto che ci aspetta da tanto tempo?
Purtroppo sono coinvolte, in questo, forze sbagliate: la mente al posto del cuore.
Ora, da un autunno inconsueto, stiamo andando verso il silenzio di un inverno nel quale ci si può ritrovare per rivedere e comprendere dinamiche a noi immanenti che potrebbero portare a un profondo risveglio.
Se volgiamo  lo sguardo alla realtà socio-politica nella quale siamo immersi quotidianamente, posso dire  che l’Italia ha raggiunto una china pericolosa che peggiora ogni giorno di più, in particolare nel corso degli  ultimi anni,  di cui non capisco l’esito finale, ma temo non sarà positivo.

Accanto ai problemi che affliggono l’umanità intera, come ad esempio la diffusione di notizie false sui social,  la violenza online, che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri aumentano a dismisura, l’insensibilità a eludere le tasse ecc… ce ne è uno particolarmente  inaccettabile: una parte di coloro che si occupano di “cosa” pubblica, non lo fanno per “servire” [il prossimo], come dovrebbe essere ma,  per potere, per arricchirsi personalmente, appropriandosi di risorse pubbliche  e causando un aumento esponenziale del debito pubblico, a danno dell’intera collettività ma, soprattutto a danno dei nostri figli e nipoti, insomma di chi sarà chiamato a ripianarlo.
Purtroppo non possiamo negare che oggi siamo in crisi, si è rotto il cosiddetto “patto educativo”; il patto educativo che si crea tra la famiglia, la scuola, il mondo, la cultura e le culture. Si è rotto e rotto davvero; non si può incollare o ricomporre. Non si può rammendare, se non attraverso un rinnovato sforzo di generosità e di accordo universale.
Una tale gestione del potere in uno degli Stati più potenti e armati della Terra, tanto più all’ora del suo declino, ha ricadute di indubbia gravità sul resto del mondo. Si ripropone il rischio già sperimentato all’inizio del secolo quando la destra al governo impostò il programma della militarizzazione dello spazio per meglio dominare la Terra e annunciò di voler instaurare il “nuovo secolo americano”, ovvero un’obbedienza planetaria,  che causò la devastazione del Medio Oriente, nell’incentivo all’estremismo islamico e nel terrorismo generalizzato.
Le ricadute negative delle pretese di dominio globale e del contrasto al diritto internazionale possono  essere molto gravi anche oggi.
Basti pensare a quanto accade in Brasile dove è in corso, col patrocinio di Trump, una catastrofe politica, sanitaria, economica e sociale. “La crisi peggiore di tutta la storia del Brasile” ha detto il leader dei contadini Joào Pedro Sedile che partecipò agli incontri  dei movimenti popolari col papa; oggi in Brasile si sta realizzando  l’attacco del neo-liberismo più sfrenato e Bolsonaro (un  altro negazionista colpito dal virus) sta “privatizzando-svendendo tutto”: dalla Petrobras alla Caixa economica federal, dall’Embraer al Banco do Brasil, all’Acqua, alle Foreste, alle Risorse minerarie, all’Amazzonia ecc.

Si pensi ancora  al tentativo americano di intimidire papa Francesco e bloccare il processo di conciliazione con la Cina. O  si pensi al piano congiunto con Netanyahu per l’annessione a Israele delle terre palestinesi, in base ai diritti storici rivendicati dagli ebrei a partire dalla Bibbia;  “Civiltà cattolica” spiega nel suo ultimo numero che la Bibbia può avere una tutt’altra lettura, e che “le rivendicazioni ebraiche nei confronti della terra vanno viste anche alla luce dell’esilio del popolo palestinese dalla sua patria e dalle sue esperienze di discriminazione e occupazione nelle terre oggi governate da Israele”.
È chiaro peraltro che se la tempesta incombe da Occidente, non certo rassicurazioni vengono da Oriente; e l’Europa stessa che sembrava ravvedersi sotto la spinta del Covid, deve ora fare i conti con i suoi sovranisti dell’Est continuando  a sbarrare i suoi mari ai migranti.
Oggi il mondo intero appare immerso nella tormenta.
Perciò è necessaria una risposta politica. L’instaurazione di un sistema di garanzie a livello mondiale – dalla garanzia della pace a quella della salute, della difesa dell’ambiente, della libertà di migrare.

Oggi pur in questa grave situazione la violenza ha mille facce: da quella di un’economia che uccide, esclude e distrugge a quella che si annida in molte delle nostre case, contro le donne, i bambini, i diversi, i migranti, gli scartati.. Quella della corruzione, delle mafie e delle droghe  ma,  anche quella che tutti i giorni esce dalla televisione,  dal web,  alle parole che uccidono, al bullismo diffuso che ci perseguita. Penso alla guerra che si è riaccesa nel Nagorno-Karabakh, a quelle che da 75 anni insanguinano la Terra Santa e il Medio Oriente e a tutte quelle che non fanno mai notizia. Credo inoltre che  ognuno di noi potrebbe giovarsi di una “regola” di vita per resistere alla deriva che ci sta trascinando verso una chiusura sempre più netta tra chi ha e chi soffre..
Una regola che ci permetta di capire cosa è bene e cosa è male, su quali valori va fondata la vita di una comunità, regole importanti, che ci permetteranno di formarci una visione più ampia di ciò che stiamo vivendo e decidere cosa accogliere a far parte della nostra vita.

Con l’enciclica sociale “Fratelli tutti”, papa Francesco continua a stupirci, a donarci il cuore di un pastore, la cui lettura del mondo parte da lontano, da una visione di ampio respiro e interpretazione, dai più poveri, da chi fa più fatica. L’enciclica è rivolta sia ai credenti sia ai non credenti. Papa Francesco sottolinea la necessità di ripartire da una fratellanza universale, dalla pace, affermando che la politica può fare molto. Ma, ovviamente, il Papa invita anche ognuno di noi a piccole azioni quotidiane, di conversione personale, familiare, dei corpi intermedi della società che possono lavorare sui territori e rendere più umani, vivibili e solidali i nostri quartieri, le nostre città, le nostre nazioni.
Per questo auguro ad ognuno di noi un tempo pieno di creativa volontà, di militanza e di solidarietà.

Antonio

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