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Rubrica Giovani Oggi

Ciao Giulio

Ciao Giulio, noi non ci conosciamo, non ci siamo mai conosciuti, forse non lo avremmo fatto mai. Eppure, tuo malgrado, è ormai un anno che vediamo la tua faccia, è ormai un anno che la tua storia è entrata nelle case di tutti, che la tua vita ci è stata raccontata per filo e per segno. Conosciamo tutti bene la tua vita eppure sappiamo ancora troppo poco sulla tua morte. È un anno che non ci sei più, Giulio, è un anno che sei scomparso, è un anno che il tuo corpo è stato ritrovato martoriato sul ciglio di una strada. È un anno che solo tu sai quello che hai passato in quei giorni, è un anno che il solo provare a immaginarlo ci mette i brividi. È da un anno che voglio scrivere, provare a buttare fuori tutto quello che il tuo nome mi provoca dentro, un misto di rabbia, di stima, quasi di orgoglio, di impotenza, di tristezza. Avremmo dovuto conoscerti Giulio, saresti dovuto essere sulla bocca di tutti prima di quel maledetto 25 gennaio, perché non è da tutti avere 28 anni, essere dottorando presso l’Università di Cambridge e star facendo ricerche sul campo, direttamente in Egitto. Se avere un sogno può essere facile, trovare il coraggio e la determinazione di portarlo avanti è molto difficile. Quando poi il sogno è cambiare il mondo, aiutare le persone, migliorare le vite, realizzarlo dovrebbe essere impegno di tutti. Ecco perché avremmo dovuto conoscerti prima, Giulio. In questo paese dove non esiste la meritocrazia, dove se vuoi studiare per davvero, se vuoi conoscere il mondo per poter provare a incidere almeno un po’, a fare la tua parte, devi andartene, avremmo dovuto conoscerti. Col tuo lavoro, saresti dovuto essere esempio e stimolo, sprono per tanti che i propri sogni, le proprie aspirazioni, li lasciano chiusi in un cassetto, spaventati da quanta fatica occorre per tirarli fuori. Saresti dovuto essere l’orgoglio di una nazione per quello che stavi facendo e non la nostra vergogna per quello che in un anno non siamo riusciti a fare, per la verità che non siamo riusciti a conquistare e non ti abbiamo potuto restituire. Quando sentivo i nostri giovani rappresentanti in Parlamento riempirsi la bocca col tuo nome, per poi farne uscire retorica, nella migliore delle ipotesi, e becero populismo, la stragrande maggioranza delle volte, mi saliva una rabbia incredibile. Perché se c’era qualcuno che meritava di rappresentare la nostra generazione quello eri tu, un italiano con un grande cervello e un grande cuore. Perché se è vero che i confini non sono che linee e convenzioni, se è vero che siamo e dobbiamo essere cittadini del mondo, è qui che siamo nati e cresciuti, è qui che ci siamo formati, è questa Italia che ci dovrebbe premiare e difendere. Ero appena arrivata in Portogallo per il mio Erasmus quando ho letto su internet la notizia della tua scomparsa e, poi, quella del tuo ritrovamento. Avevo ancora fresco nelle vene tutto l’entusiasmo che salire su un aereo ti può dare quando sai di star realizzando un sogno, di star costruendo un futuro a tua immagine e somiglianza. Il mio piccolo sogno di una formazione internazionale era realtà e non riuscivo a non pensare a quante volte più grande potesse essere l’entusiasmo per il tuo immensamente più grande sogno, quel sogno che ti aveva portato prima in Inghilterra e poi a Il Cairo. Non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine del tuo sorriso straripante, non smettevo, e non smetto, di immaginare la gioia e la passione dei tuoi giorni egiziani. Non ti abbiamo conosciuto in tempo, Giulio, non abbiamo potuto apprezzarti e ringraziarti di persona, ma non possiamo non farlo comunque. Quell’entusiasmo enorme, quella passione, non possiamo lasciarli imprigionati in quell’inferno in cui ti hanno portato, Giulio. Abbiamo il dovere di recuperarli, di non perderli, di non sprecarli. Scoprire tutta la verità sembra così assurdamente difficile che non possiamo permetterci di abbassare la guardia, non possiamo smettere di chiederla a gran voce. Ancora di più però dobbiamo imparare da te la forza e il coraggio di afferrare la nostra vita e i nostri sogni, di lottare per loro fino allo stremo. Ancora di più dobbiamo convincerci che questo mondo è nelle nostre mani e sta a noi impegnarci a cambiarlo per tutte le cose che ancora non vanno. Dobbiamo farlo per noi stessi e dobbiamo farlo per te, che sei stato disposto a pagare il prezzo più caro. Dobbiamo sommare alla nostra passione la tua passione, al nostro coraggio il tuo coraggio. Scommetto che solo questo oggi ti farebbe davvero piacere. Ciao Giulio e grazie, grazie davvero.

Tiziana Bonora

Il risveglio delle coscienze

Nuntio vobis gaudium magnum! Con gioia ed emozione oggi scrivo una Buona Notizia! Spero condividerete. Da circa dieci anni non seguo più la TV e ho deciso di rottamare il televisore: è stato un salto fondamentale per la mia crescita personale, per la mia vita, il gesto più mistico e rivoluzionario che potessi  immaginare e fare. Tutti noi, l’intero nostro mondo moderno, consumista, “occidentale”, siamo prigionieri di sofferenze alle quali siamo ormai assuefatti. Non ci rendiamo conto che i mass – media e la quasi totalità della conseguente cultura che viviamo e respiriamo vogliono tenerci schiavi, ad un livello di coscienza basico e istintuale, corrispondente alla parte del cervello più antica e primitiva: paure, competizione, violenza, stress, desiderio di dominio, insicurezza, manipolazione, mercificazione, avidità e ricerca del piacere fine a se stesso. Ne è chiara manifestazione l’uso sfrenato della dimensione sessuale delle persone,  pur di vendere loro qualunque cosa. Abbiamo perso ogni libertà, ogni possibilità di libera scelta e siamo diventati altamente manipolabili. Noteremo che, per contro, non sono mai incentivati, nutriti o stimolati nessun nostro desiderio o nostalgia di libertà, di verità, di giustizia, nessun desiderio di bene, di pace e di tenerezza. E’ un caso? Ma c’è dell’altro. Già qualche tempo fa Carl Jung affermava: “La vostra visione si chiarirà soltanto quando andrete a guardare nel vostro cuore… chi guarda all’esterno sogna, chi guarda all’interno, si risveglia”. E’ in atto una rivoluzione molecolare, quantica. So e sento che agisce perché sta agendo in me, vive ed è presente in me, in tanti di noi, in ogni spazio e luogo. Dal 2 al 5 novembre  i delegati e rappresentanti dei Movimenti Popolari Mondiali si sono incontrati a Roma in udienza dal Papa. Persone che hanno una coscienza umana e politica matura, una percezione alta del mondo e della realtà, sono capaci di leggere “i segni dei tempi”, persone che definirei evolute, lievito e sale della terra. Il profetico Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, attivista delle minoranze indigene, incarcerato per le sue idee, ha affermato in quella sede una cosa potentissima, che penso da diverso tempo: come movimenti abbiamo fallito perché non siamo partiti dal di dentro, dal profondo di noi stessi. Mi batte forte il cuore pensando ad una preghiera di Giovanni Vannucci, che era una supplica: “ Se in noi non è pace, non daremo pace. Se in noi non è ordine, non creeremo ordine”. Se l’evoluzione dell’uomo e della donna è quella della sua coscienza,  allora è tempo di chiamata al grande salto,  siamo in presenza di una svolta epocale. Il livello di coscienza è intimamente legato alla chiarezza e all’ampiezza della percezione della realtà: essere coscienti di qualcosa significa essere capaci di percepirlo chiaramente. “Dopotutto facciamo esperienza del mondo non direttamente, ma attraverso il punto di vista della nostra coscienza”. (Ervin  Laszlo) Cominciamo a sentire di essere tutti collegati fra di noi, di appartenere ad un’unica famiglia umana, iniziamo a riflettere sul fatto che ci salviamo solo se insieme. Lo diciamo nei movimenti da oltre vent’anni… Ce lo dice questo papa che è per l’unità umana, ce lo dice perfino la globalizzazione, ce lo dice la fisica quantistica, ce lo dicono da sempre i grandi maestri spirituali, ce lo dice la natura… Raniero La Valle in uno dei suoi ultimi libri: “Occorre  una nuova partenza. Rinnovati nell’intelligenza e nel cuore, occorre tornare alla politica, tornare a formulare programmi di azione, mettere all’ordine del giorno i problemi più urgenti. Un solo Anno della Misericordia non basta: occorre passare ad un’epoca nuova, all’età della Misericordia, dove il divino e l’umano si incontrano nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere dell’universo” . Noi credenti sappiamo che Dio agisce attraverso le nostre mani e il nostro cuore, e ci ha donato la dignità di essere causa delle cose; se vogliamo seguire e incarnare il Gesù storico, iniziare il nostro cammino sulla terra con consapevolezza, percezione e coscienza piena. Una cara amica della Rete,  sabato scorso mi stupì con una riflessione: “Iniziamo ogni mattina facendo come Gesù, la parte migliore di noi,  vivendo davvero le parole di Isaia 61, che Lui pronunciò quando, adulto e consapevole di sé e del suo tempo, iniziò del suo periodo pubblico e la predicazione”: “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, per consolare tutti gli afflitti, per allietare i sofferenti,  per dare loro una corona invece della cenere, olio di gioia, canto di lode, invece di lutto e di dolore [… ]”. Oggi, in me,  si adempie questa parola. Un bel programma politico, di evangelizzazione e di umanizzazione per il papa, per tutti i movimenti, gli uomini e le donne di buona volontà… sale, lievito e luce del mondo!

Pio Campo

Quando l’amore si risveglia

Manca circa un’ora prima che l’incontro inizi e ho il cuore in tumulto. Mi trovo in un luogo splendido, la “Chapada dos veaderos”, a tre ore da Brasilia, in un Ashram che ospita il Festival “Ilumina”. Si tratta di un evento il cui intuito è promuovere laboratori e spettacoli che abbiano il potere di contribuire al risveglio della coscienza umana. Sono stato invitato a proporre la danza di Maria Fux e, come tutti gli altri collaboratori, avrò sessanta minuti a disposizione. Il Festival inizia alle otto del mattino e prosegue fino a mezzanotte. In un ventaglio meraviglioso di proposte, centinaia di persone si alternano in attività, tuffi nelle cascate cristalline, canti, meditazione. L’inverno brasiliano ha dipinto il cielo di un azzurro intenso da cui le nuvole, svenendo, sono evaporate. Il sole è assolutamente sovrano e guarda dall’alto questa terra su cui da mesi non cade una goccia di pioggia. I prati hanno cambiato colore e, ad ogni passo, sospiri di polvere si alzano per impregnare l’aria di un sapore di deserto. Ma, nulla lotta contro l’armonia di questa giornata che fluisce in equilibrio. Il mio intervento è alle sedici e sento la responsabilità di condividere la danza con queste persone che cercano, sorridono, si aprono. Sono veramente tante e ho bisogno di trovare un luogo in me in cui riposare, affidarmi, respirare. Percepisco che l’attività precedente alla mia produce un senso di euforia esterno e… preferisco non preoccuparmi nonostante alcuni pensieri insistano nel mostrarmi che evocare un movimento più intimo potrebbe non essere esattamente qualcosa di immediato. Mi avvicino, mancano pochi minuti, il gruppo è immenso. Sono tutti accaldati, colorati. Ascolto qualcuno che dal palco mi presenta e come in una apnea silenziosa e repentina, mi tuffo. Devo strapparmi di dosso il microfono che mi hanno messo in testa perchè non riconosco la mia voce e voglio stare con loro, semplicemente. Non ho nulla da insegnare, solo la mia nudità e la mia fede nella danza che mi ricorda incessantemente chi sono. Sono circa duecento persone. Percepisco che nel giro di pochi minuti la voce che abita nel mio cuore, la voce del mio Maestro, chiama i loro Maestri. Non esiste resistenza, distanza, paura, solo un intimo fluire e respirare. Non esistono nomi o storie sconosciute di ciascuno di noi, non prevalgono le differenze di età, di sesso, nulla. Siamo “Uno” nel miracolo che si ripete. I minuti passano senza che me ne accorga mentre i loro occhi si accendono, si sciolgono in lacrime di emozione e i nostri cuori danzano trascinando il corpo che si trasforma continuamente in onde, vibrazioni, immersioni. Arriviamo alla fine, che è un nuovo inizio, storditi da quanto si è presentato, una magia che noi stessi abbiamo evocato e reso presente. Ci guardiamo da questa nuova coscienza e per un po’ il mondo si riassesta nonostante le tragedie, le incoerenze, la politica squallida e la crisi. Li guardo e penso che quasi non so contenere questo Amore così forte e chiaro che sento per ciascuno. Gli abbracci non finiscono mai e fino al momento di partire si ripetono, si moltiplicano, si ricreano. E’ notte già e con Gabriel sono in un piccolo ristorante in città, lontano dal festival. Abbiamo fame. Mentre aspettiamo che il cibo venga servito si avvicina un signore anziano che sembra essere uscito da un film sugli Hobbit. Mi dice: “La danza risiede nel cuore. E tu, tu non fermarti mai… È quello che sei venuto a fare. Non fermarti mai” Non credo di averlo mai visto e neanche Gabriel lo ricorda. Forse non esiste, forse viene da un racconto. Non importa. Lo riconosco per il messaggio che porta e nella fede che mi abita. Ed è così che ringrazio di esserci, di essere vivo e di sentire che sono parte di un miracolo, di una magia. Goccia d’acqua e vento, occhi e cuore.

Tiziana Bonora

Sorella umiltà

Il Vangelo ci dice: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Quando penso alla parola umiltà, penso a San Francesco di Assisi. Non lo immagino come uomo sottomesso, abnegato, prostrato… Al contrario, lo percepisco interiormente forte, sapiente, limpido, consapevole dei propri limiti, confini oltre i quali si affida agli altri, alla vita, a Dio. Francesco è costantemente in contatto con sé stesso, quotidianamente innestato nel ceppo dell’amore, che riceve linfa dalla terra (humus) e luce dal cielo. Conosce le sue fragilità, sa cosa lo fa stare bene e ciò che lo fa soffrire, esprime le sue esigenze, va all’essenziale, sogna! È proprio questo suo essere ancorato alle radici e al suolo che gli permette di alzarsi verso l’alto ed è questa umiltà poetica e potente che alimenta in noi sogni di santità: mette insieme povertà e dolcezza, compone il cantico delle creature, permette un dialogo vero con la natura, con la bellezza, con l’umanità, con sé stesso. L’umiltà è l’inizio di ogni cammino onesto, senza di lei non è pensabile neppure muovere un passo. L’umiltà è concreta se la porto dentro, se oso fare gesti delicati, autentici. Oggi, per me, umiltà significa:

1- occuparmi della mia vita, cercare il mio Nome, il mio posto.

2- Parlare di meno, ascoltare di più, farmi le domande giuste.

3- Fare silenzio per non coprire le piccole voci.

4- Domare il mio orgoglio, rimanere nella mia energia (Etica).

5- Non essere invadente, servire gli altri, addolcirmi.

6- Accettarmi come sono, avere una visione onesta del tutto, estirpare l’invidia e la competizione dal mio cuore.

7- Accogliere le mie e altrui imperfezioni, smettere di pensare che è sempre colpa degli altri. Sorridere. Attendere e non pretendere.

8- Rispondere con tono mite al fracasso del male, abbondare di pazienza, comprensione, benedizioni.

9- Non giudicare, non giudicarmi.

10- Eliminare le paure, le rigidità e mettermi a servizio di Qualcuno più grande.

11- Lasciare fare alla vita: è lei la maestra migliore, specialmente quando mi tocca nell’orgoglio, nei fallimenti e negli insuccessi, nelle cadute… “Ci vogliono molte piccole umiliazioni per acquistare un granellino di umiltà”, diceva Maria di Campello. E aggiungeva ancora: “La piccola chiave dell’umiltà apre il cielo e i cuori”.

Andrea Baranes

L’economia delle diseguaglianze

Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%. I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia […] Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan “siamo il 99%” probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l’1% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni. Sempre secondo il rapporto “An economy for the 1%”, non solo le diseguaglianze stanno aumentando, ma stanno addirittura accelerando. Nel 2010 bisognava prendere i 388 miliardari più ricchi per arrivare al patrimonio della metà più povera del pianeta. Nel 2014 bastava fermarsi all’ottantesimo. Oggi sono 62. Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani. Sessantadue persone che in cinque anni hanno visto la propria ricchezza crescere del 44%, oltre 500miliardi, mentre la metà più povera del pianeta si impoveriva del 41%. Ancora, dall’inizio del secolo alla metà più povera del mondo è andato l’1% dell’aumento di ricchezza, mentre l’1% più ricco se ne accaparrava la metà. È un fenomeno particolarmente drammatico nei Paesi più poveri, ma che accomuna tutto il mondo. Nel Sud, il 10% più povero ha visto il proprio salario aumentare di meno di 3$ l’anno nell’ultimo quarto di secolo. Se le diseguaglianze non fossero cresciute durante questo periodo, 200 milioni di persone sarebbero uscite dalla povertà estrema. Nello stesso arco di tempo, negli USA lo stipendio medio è cresciuto del 10,9%, quello di un amministratore delegato del 997%. In questo quadro, di quale ripresa, di quale crescita, di quale economia parliamo? Tralasciamo l’insostenibilità ambientale e persino l’ingiustizia sociale. Guardiamo unicamente le conseguenze economiche. In uno studio recente l’OCSE ricorda che le diseguaglianze hanno causato una perdita di oltre 8 punti di PIL in vent’anni. Un’enormità. Il motivo è semplice: se famiglie e lavoratori sono sempre più poveri, calano i consumi e quindi la domanda aggregata. Una “soluzione” è indebitare famiglie e imprese per drogare la crescita del PIL. È il modello subprime, un’economia del debito che può funzionare per qualche anno, finché inevitabilmente la bolla non scoppia. L’altra soluzione è scaricare il problema sul vicino, puntando tutto sulle esportazioni. Tagliamo stipendi e diritti di lavoratrici e lavoratori, tagliamo le tasse alle imprese e il welfare. Ovviamente aumenteranno le diseguaglianze e crollerà la domanda interna, ma saremo più competitivi e quindi esporteremo di più. È l’attuale modello italiano ed europeo, riassunto nel documento “dei cinque presidenti”, promosso da tutte le istituzioni europee per tracciare la linea dei prossimi anni. Nel capitolo dedicato alla “convergenza, prosperità e coesione sociale” si riesce nell’impresa di non menzionare mai parole quali “diritti”, “reddito” o “diseguaglianze”, mentre viene utilizzata per diciassette volte la parola “competitività” (17!). Un modello in cui la crescita delle diseguaglianze non è quindi un fastidioso effetto collaterale, ma la base stessa di un gioco pensato e tagliato su misura per l’1%. Una gara verso il fondo in ambito sociale, ambientale, fiscale, monetario, per vincere la competizione internazionale. La semplice domanda è: se le diseguaglianze aumentano ovunque e la gara è globale, è possibile che tutti esportino più di tutti? In attesa che la NASA scopra che c’è vita su Marte per potere esportare anche li, questa economia dell’1% non sembra particolarmente lungimirante, come mostrano le cronache di questi giorni. A chi deve esportare una UE che nel suo insieme ha già oggi il maggior surplus commerciale del pianeta? Si guarda all’Asia e alle economie emergenti come mercato di sbocco, ma ecco che un calo della Borsa di Shanghai rischia di diventare una tragedia per l’economia italiana. Siamo arrivati al paradosso che pur importando petrolio dobbiamo sperare che il prezzo del greggio non continui a scendere, altrimenti i Paesi esportatori non potranno acquistare il nostro made in Italy. I dati divulgati da Oxfam sono un affronto e una vergogna dal punto di vista della giustizia sociale, ma sono disastrosi anche da quello meramente economico. Una ricetta per una nuova crisi. Il problema è che l’aumento delle diseguaglianze dal 2008 a oggi è anche un segnale fin troppo evidente di chi rimane con il cerino in mano quando questa crisi scoppia. Ed è allora difficile che il messaggio venga recepito a Davos, all’incontro annuale di quell’1% -anzi, di quel zero virgola- che continua a guardare dall’alto, sempre più dall’alto, oltre il 99% dell’umanità.

Racconti di luna – Il patto delle catacombe

(16.11.1965)

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli delle nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:-Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. -Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. -Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. -Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. -Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). -Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. -Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. -Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. -Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. -Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale due terzi dell’umanità ci impegniamo: 1- a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; 2- a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria. -Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: -ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro; -formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo; -cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; -saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli, la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Aiutaci Dio ad essere fedeli.

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Per l’anniversario, il cinquantesimo, del Patto delle Catacombe, abbiamo scritto una preghiera che risponde a quanto un gruppo di vescovi avevano scritto per essere fedeli allo spirito del Concilio e alla profezia di Papa Giovanni. Ora questo patto, con Papa Francesco sembra venire alla luce e chiedere l’adesione di tutti e tutte noi per rinnovare la Chiesa e renderla spazio ospitale, casa dei poveri, albero di pace

Per mille anni vedova, Madonna Povertà, ha trovato uno sposo, in Francesco  ( cfr. Dante “Divina Commedia”)

“Vai e ricostruisci la mia casa che come vedi va in rovina”

Preghiera

Signore, donaci  una casa semplice, non una reggia, non un palazzo, perché il più povero non abbia vergogna di sedere alla nostra mensa Signore, donaci vestiti semplici fatti di fiori e di foglie, per avere la dolce dignità degli alberi, e gli uccelli non abbiano paura di farsi un nido sui nostri rami Signore donaci la sedia dei poveri, quella che sta sulla porta di casa, sulla strada dove passa la vita. Il trono di Costantino ci ha resi servi del potere. I poveri arrossiscono per noi Signore donaci nomi semplici, stacca da noi i titoli come i quadri da una parete ammuffita Apri la finestra: che entri il sole della giustizia Signore, fa che non siamo in compagnia dei ricchi, dei potenti, per essere ricchi e potenti come loro ma compagni di strada dei poveri per diventare con la tua grazia poveri anche noi Signore aiutaci a non difendere la dottrina se questa garantisce solo i nostri privilegi i nostri pregiudizi sacri, le nostre piccole invidie quotidiane ma di ridire, raccontare ogni giorno il Vangelo, nello stupore, nella pace, nell’amore Signore che non siamo mai più complici della economia che uccide, della politica dell’esclusione ma rendici invece banchetto conviviale, casa di amicizia, spazio della danza Donaci la laicità del tuo figlio perché non facciamo della religione un potere che esclude ed umilia Non più nelle catacombe, ma al sole, nelle strade, sulle piazze, in mezzo al mare, come migranti a dire a tutti, a raccontare, a cantare l’amore che non muore Donaci Signore il vestito della gioia semplice come la veste di Dom Helder Camara, e due occhi grandi come i suoi, e le sue mani come rami protesi verso il sole Che riconoscano che siamo tuoi, da come ci ameremo, da come andremo per via, da come difenderemo la vedova, l’orfano, lo straniero Che il nostro volto sia simile a quello del tuo figlio risorto dove si specchia senza vergogna la luna insieme a volto di una donna, di un povero, di un bambino…

Leonardo Boff

Ci ha lasciato l’uomo che sempre attendeva l’avvento di Dio

Ha fatto di tutto nella sua vita. Da giovane fu ateo e marxista. Ma improvvisamente si convertì. Venne ordinato prete durante la guerra. Poi entrò nella Resistenza contro i nazisti. Nel 1949 diventò vice assistente nazionale della Gioventù cattolica. Ma le sue posizioni non piacquero allo status quo ecclesiastico e così venne incaricato di imbarcarsi come cappellano in una nave di emigranti italiani in Argentina. Durante il viaggio di ritorno incontrò un piccolo fratello di Gesù, seguace di Charles de Foucault, il cui carisma è quello di vivere tra i più poveri. Visse il periodo di noviziato in Algeria, nel deserto, ed entrò nella lotta di liberazione contro la dominazione francese. Venne mandato poi in Argentina dove lavorò per anni con i boscaioli. Andò nel Cile di Pinochet. Ma il suo nome comparve presto nella lista degli obiettivi da eliminare: “chi incontra uno di questi, può ucciderlo”. Trascorse un po’ di tempo in Venezuela, ma finì per insediarsi in Brasile, a Foz do Iguaçu, dove diede vita a varie iniziative a favore dei poveri, tra cui una cooperativa di produzione e commercializzazione di erbe medicinali, un’azienda agricola per giovani emarginati e altri progetti popolari che proseguono anche oggi. Ha ricevuto molti riconoscimenti, quasi sempre rifiutati. Ma il più importante fu quello del 29 novembre del 1999 a Brasilia, quando l’ambasciatore israeliano gli conferì il riconoscimento più importante per i non ebrei, quello di “Giusto tra le Nazioni”. Durante la guerra aveva creato con altri una rete clandestina che aveva salvato 800 ebrei. Si fece monaco senza uscire dal mondo, restando sempre nel mondo di coloro che sono spezzati e umiliati. Tutto il suo tempo libero lo dedicava alla preghiera e alla meditazione. Durante il giorno recitava mantra e invocazioni. È stata una delle figure più impressionanti passate nella mia vita, dotato di una retorica in grado di resuscitare i morti. Eravamo amici-fratelli. Aveva un suo modo singolare di pregare. Fu lui a raccontarmelo. Pensava: se Dio si incarnò in Gesù, allora fu come noi: faceva la pipì e la cacca, piagnucolava per avere il latte, faceva smorfie quando qualcosa lo infastidiva come il pannolino bagnato. All’inizio, pensava, Gesù dovrà aver amato di più Maria, poi dovrà aver amato di più Giuseppe, tutte cose che Freud e Winnicott ci hanno spiegato. Ed è cresciuto come i nostri bambini, giocando con le formiche, correndo dietro i cagnolini e rubando frutta nel cortile del vicino. Questo strano mistico pregava Nostra Signora immaginando come cullava Gesù, come lavava i pannolini sporchi e come cucinava la pappa per il Bambino e i piatti per il marito carpentiere, il buon Giuseppe. E si rallegrava interiormente con tali immagini perché così doveva essere pensata l’incarnazione del Figlio di Dio, nella linea di papa Francesco, non come fredda dottrina, ma come fatto concreto. Sentiva e viveva queste cose con il cuore. E spesso piangeva di gioia spirituale. Dovunque andasse, creava sempre intorno a sé una piccola comunità nella più povera favela della città. Aveva pochi discepoli. Giusto tre, che finivano per andarsene tutti. Ritenevano troppo dura quella vita, e dovevano anche meditare durante il giorno, a lavoro, in strada, in visita alle baracche più fatiscenti. Si unì allora a una parrocchia che faceva lavoro popolare. Lavorava con i senza terra e con i senza tetto. Coraggioso, organizzava manifestazioni pubbliche di fronte al Comune e spingeva ad occupare terre improduttive. E quando i senza terra e i senza tetto riuscivano a insediarsi, preparava belle “mistiche” ecumeniche come fa sempre il MST. Ma tutti i giorni, intorno alle 10 di notte, si nascondeva nella chiesa buia. Solo un lume lanciava tremuli lampi di luce, trasformando le statue morte in fantasmi e le colonne in strane streghe. E là restava fino a tardi. Tutte le notti. Impassibile, gli occhi fissi sul tabernacolo. Un giorno andai a cercarlo in chiesa. Gli domandai a bruciapelo: «Fratel Arturo, tu lo senti Dio, quando, dopo il lavoro, ti metti a pregare qui in chiesa?». Con tutta tranquillità, come chi si sveglia da un sonno profondo, disse solo: «Io non sento niente. È da molto che non ascolto la sua voce. Un giorno la sentivo. Era meraviglioso. Riempiva i miei giorni di musica e di luce. Oggi non sento più niente. Soffro dell’oscurità. Forse Dio non vuole parlarmi mai più». E allora, replicai: «Perché resti tutte le notti lì nella sacra oscurità della chiesa?». «Resto -rispose- perché voglio essere sempre disponibile. Se Egli volesse manifestarsi, uscire dal suo Silenzio e parlare, io sto qui in ascolto. E se volesse parlare e io non stessi qui? Perché, ogni volta, viene solo un’unica volta. Come prima». Tanta disponibilità mi ha meravigliato e fatto riflettere. È grazie a queste persone, questi anonimi mistici, che la Casa Comune, secondo quanto dice papa Francesco, non è distrutta e Dio mantiene la sua misericordia sull’umana malvagità. Queste persone vegliano e attendono, contro ogni speranza, l’avvento di Dio che forse non avverrà mai. Ma sono i parafulmini divini che raccolgono la grazia che, silenziosamente, si diffonde per l’universo e fa sì che Dio continui a donarci il sole e tutte le stelle e penetri a fondo nel cuore di tutti coloro che vivono nella Casa Comune. E se Dio apparirà ci saranno persone disponibili ad ascoltarlo. E piangeranno di gioia. Il suo nome è Arturo Paoli, che a 102 anni è andato a vedere e ad ascoltare Dio il 13 luglio 2015, dove viveva a San Martino in Vignale, nelle colline di Lucca.

Editoriale del numero 109

Editoriale 1

Sono arrivato in Brasile da un paio di giorni, questa mattina ho partecipato al convegno del Movimento nazionale dei Raccoglitori di Materiali riciclabili a San Paolo. Molti di queste donne e uomini, vivono in strada. Ho ascoltato con attenzione la relazione iniziale e i molti e semplici interventi che si sono succeduti. Nell’intervallo del pranzo abbiamo mangiato tutti insieme, ordinatamente in fila – vi partecipavano 600 persone- condividendo un “sano e gustoso” piatto di arroz e feijao preto (riso e fagioli neri). Rifletto su come viviamo in questo momento storico, in cui mai come prima il cibo è al centro dell’interesse generale, non solo per l’Expo, dove si prevede che possano passarvi 20 milioni di persone. In televisione si “spadella” dall’alba al tramonto, in un rincorrersi di programmi, giochi a premi e reality. Sui ripiani dell’edicole e delle librerie si fatica ad orientarsi tra le riviste di cucina e tra quelle che pur, non occupandosi direttamente di fornelli, offrono come gadget contenitori, utensili vari e padelle. Nonostante la crisi economica, nelle nostre città i super e gli ipermercati godono di ottima salute e fioriscono qua e là botteghini e negozietti dedicati a specialità di ogni tipo. I frigoriferi hanno un bel da fare a mantenere intatto tutto quello che stipiamo al loro interno, ma spesso capita pure che molto finisca nella pattumiera… Eppure la nostra è una società affamata. Molto affamata. La stragrande maggioranza dell’umanità non sa neanche che esiste la parola Milano, figuriamoci la città! Noi, quando abbiamo fame, apriamo il frigorifero o gli armadietti della cucina, mentre milioni di persone devono produrselo nel loro campo, se hanno, un pezzo di terra! Abbiamo fame di semplicità. Andiamo alla ricerca di cose elaborate, ma poi ci sciogliamo letteralmente di fronte a quelle più semplici e apparentemente più insignificanti. Abbiamo fame di essenziale. È fondamentale che gli occhi con cui guardi e il cuore con cui senti la vita, e che invece quasi non più, nemmeno se la stazione di Milano dell’Expo del “grande cibo” diventa un accampamento di profughi. Abbiamo fame di fiducia. La fiducia è un ingrediente che scarseggia sempre più sulle tavole della nostra vita. Soffice e leggera come una spezia in polvere, è pronta e vola via al primo vento contrario. Abbiamo fame di verità. Siamo così sazi di false promesse, di letture distorte dalla realtà, da arrivare a pensare di non riuscire quasi più a distinguere il “gusto” dalla verità. Abbiamo fame di silenzio. Tanti, troppi sono i rumori che ci ronzano nelle orecchie e nel cuore e che coprono la lieve e melodiosa voce della serenità, colonna sonora d’altri tempi delle nostre giornate. Abbiamo fame di speranza. Ce l’abbiamo nelle vene l’istinto profondo di trovare quel puntino luminoso, capace di indicarci la direzione e che si nasconde in mezzo alle intricate matasse di cui è intessuto il nostro quotidiano, divenendo -ai nostri occhi- quasi un sogno inafferrabile. Abbiamo fame di relazioni. Siamo alla perenne ricerca di relazioni schiette e sincere, di relazioni che non abbiano come unico scopo un qualche vantaggio personale. Abbiamo fame di relazioni intessute di semplicità, essenzialità, fiducia, verità, silenzio e speranza. Abbiamo fame di relazioni in cui sperare e su cui sperare. Ma viviamo anche in una società che ha paura di riconoscere la propria fame e che per questo si aggrappa ostinatamente a quello che crede sia veramente importante, ma che poi, alla fine, così importante non è. Abbiamo paura di dire e di dirci che abbiamo fame al punto da lasciarci paralizzare da questa paura, che blocca le nostre braccia, svuotando le dispense della nostra umanità di quella semplicità, essenzialità, fiducia, verità, paura e silenzio di cui tanto abbiamo bisogno. Abbiamo paura di dire che abbiamo bisogno di cambiare menù, di ricalibrare la dieta del nostro quotidiano. E questo non tanto per rimetterci in forma in vista dell’estate, ma per ritrovare il gusto delle cose buone che alimentano e fortificano la nostra vita. Ognuno di noi è responsabile dell’altro, della natura, della creazione, di tutti gli esseri viventi, perché è solo insieme che possiamo convivere, armonizzarci. Il grande pensatore ebreo Hans Jonas, parla del principio della responsabilità come del motivo fondamentale e assoluto per ogni generazione di non essere sola egoistica sfruttatrice delle risorse naturali, come se dopo di lei il mondo fosse destinato a finire e non ci fossero altre generazioni destinate ad occupare la terra. Una responsabilità per tutti gli abitanti attuali del mondo, nessuno escluso. Fare attività politica senza “sentire il dolore del mondo” non ha per niente senso. Occorre mobilitarsi sul territorio. Occorre trovare forme nuove di informazione, sensibilizzazione e formazione. Occorre non mollare su un terreno che è decisivo sul piano della civiltà. È morto Arturo Paoli, ci mancherà… molto!

Antonio Vermigli

Editoriale 2

Omelia da una terra dei fuochi

Avete condannato a morte il suolo che vi ha fatto nascere. L’avete venduto per trenta denari. Nessun riscatto è possibile per voi carnefici di terra materna. Nessuna pena risarcisce l’innumerevole agonia degli appestati? Spetta ai vostri figli il debito del vostro delitto. Spetta a loro e ai figli dei figli diventare medici, infermieri, chimici del risanamento, missionari di bonifiche. Spetta ai vostri figli raccogliere dalla spazzatura il vostro stesso nome? Una generazione nuova si mette camice e mascherina, guanti e tute per fare chirurgia nelle viscere guastate della propria terra. Non è solo atto di riparazione ma esigenza di futuro. L’impedimento di qualunque insulto al bene di tutti a beneficio del profitto di alcuni sarà la nuova era industriale: restauro della terra stuprata? Maledette siano le trivelle del petrolio in Basilicata e in Adriatico, maledette le industrie private e le opere pubbliche che spargono veleni di lavorazioni? Abbiamo una patria unica al mondo, imbottita dalla maggioranza del patrimonio culturale dell’umanità, affidato al più misero dei ministeri. Il nostro maggiore prodotto di esportazione è il vino. Esportiamo lavoro della terra più di qualunque prodotto industriale, spesso fabbricato fuori? Terra e Cultura sono le sole doti strategiche d’Italia? Convertirsi non è più solo parola d’ordine religiosa, ma deve coinvolgere l’economia, la spesa dello Stato. Convertire il futuro.

Erri De Luca

Riportiamo qui due brani significativi del “testamento spirituale” di don Arturo Paoli, piccolo fratello del vangelo su cui dovremmo riflettere.

Arturo è mancato il 13 luglio scorso, all’età di 102 anni, sette mesi e tredici giorni.

“Se mi si chiedesse a quale Chiesa appartengo, quella cui aderisco direi, senza esitazioni, è quella del Concilio Vaticano II°, a quella della Lumen Gentium, della Gaudium et Spes e confesso, senza tortuose ipocrisie, che penso che i due pontefici succeduti a Paolo VI sono incorsi nel rimprovero-lamento espresso da Gesù in Mt 16 e in Lc 12, sui segni dei tempi”.

“Ma vorrei dire a tutti coloro che mi ricordano che non dimentichino mai che il nostro luogo di nascita si professa cristiano-cattolico ma presentemente noi facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile”.

Paolo Latorre

Provocare un nuovo umanesimo

Analizzare e capire il mondo in cui viviamo diventa sempre più difficile. La complessità e la poliedricità del nostro vivere come singoli, comunità, società e popoli, impedisce di avere uno sguardo di insieme, di poter mettere in sintonia e armonia tutto ciò che viviamo. La complessità e la poliedricità nella quale il mondo-della-vita si trova è il frutto di una comunicazione incredibilmente rapida e della libertà che l’uomo si è andato conquistando nelle varie epoche della storia. In questo vi trovo un riflesso di quella grandezza dell’uomo che Dio stesso ha voluto. Nel mentre rifletto su questa grandezza dell’uomo, voluta da Dio stesso, non riesco ad essere indifferente di fronte a drammi umanitari che dilaniano il volto e la dignità dell’umanità; in questi giorni non riesco ad essere indifferente al pensiero di migliaia di persone, miei compagni di viaggio in questa vita, che vogliono fuggire dai loro paesi d’origine. Vogliono dirigersi verso una libertà impressa nel loro immaginario da racconti e squarci di realtà patinata, visti da uno schermo che nel mostrare non rivela che il mondo patinato, fatto di una bella copertina: è un mondo altro, un’ “isola che non c’è”. Si tratta di un mondo tragicamente reso reale dalle menti perverse degli scafisti e dei trafficanti di uomini e donne che, sfruttando il loro desiderio di libertà li condanna a schiantarsi verso il nulla di quell’ “isola immaginaria” ed una libertà che li rende prigionieri. Apprendo con interesse e piacere che l’Unione Europea si stia dando da fare per far sí che i viaggi verso la speranza di molti fratelli e sorelle non si concludano in un naufragio. Ma ci sono due considerazioni che vorrei fare a riguardo. La prima è sulla reale efficacia di una tale iniziativa, ossia: l’Unione Europea non può affrontare e risolvere da sola questo “naufragio provocato”; è necessario infatti il coinvolgimento e il dialogo con i paesi di origine di questi cittadini del mondo. La sovranità nazionale è un diritto per ogni paese, di questo ne sono convinto. Ma una politica guidata da un “briciolo di cuore” non può permettere che in molti paesi del mondo si consumino delle violenze silenziose che fanno soffrire molte persone tanto da farle desiderare di fuggire. Lasciare il proprio paese d’origine non è mai facile, questo me lo assicurano le tante persone con cui mi relaziono nel mio servizio missionario. È infatti ancora vivo in me il ricordo dei racconti di amici congolesi che ho accolto in Italia. Intorno al fenomeno dell’immigrazione c’è un assordante e ormai palese sfruttamento del desiderio di libertà di queste porzioni di popoli in fuga; un desiderio che diventa occasione di profitto economico-finanziario di organizzazioni criminali. La triste realtà del “finché c’è guerra c’è speranza” per i mercanti di armi, ora si allarga a coloro che si ergono a moderni “Caronte” gridando, violentando e mettendo a repentaglio la vita non di “dannati meritevoli dell’inferno”, bensì di uomini e donne desiderosi di pace e “paradisi”. A questi moderni traghettatori verso il naufragio, si aggiungono voci stonate provenienti dalla sponda dei presunti “paradisi” che gettano su questi fratelli e sorelle il colore dello straniero, la puzza dell’intruso, l’infamia dell’essere ladro di lavoro e di possibilità tolte agli autoctoni. Ma, verrebbe da chiedersi: “Chi è autoctono nel suo paese in un mondo globalizzato?” Questo rivela che la globalizzazione è un fenomeno causato, voluto e apprezzato solo quando fa il gioco dell’utilità e del profitto di pochi. Una seconda mia considerazione riguarda l’incapacità di accogliere questi nostri fratelli. Non parlo di accoglienza fisica. Si sta facendo tanto nei centri del sud Italia e a tale accoglienza va dato merito ai tanti volontari, uomini e donne di nobile volontà. L’accoglienza di cui parlo è quella umana, di senso, di com-passione. Mi sembra che una sorta di indifferenza ci porti a non renderci conto che questi nostri fratelli e sorelle, che sbarcano sulle nostre coste, ci portano pezzi delle loro vite in fuga dalla sofferenza. Si tratta di una sofferenza tale che li spinge a mettersi in viaggio anche rischiando il naufragio. Ma il vero e più sofferente naufragio è quello che si consuma negli scanni dei nostri parlamenti, dei parlamenti esistenti o no, dei paesi di origine di questi fratelli e sorelle in fuga. Si tratta dunque del naufragio di una politica che non serve più, in molti sensi. Una politica che si fa servire, divenuta idolatrica e che è lontana dal mondo-della-vita reale. Queste politiche -fatte da parlamenti nominali e di vitalizi reali- sono le cause del naufragio. E noi ci illudiamo di voler salvare chi annega e naufraga senza andare alla causa/radice del fenomeno!!! Sarà possibile? Ce la poniamo tale domanda? Mi sembra che sia importante darsi da fare per far fiorire un nuovo umanesimo; un umanesimo che con il ritmo della com-passione e la sinfonia della convivialità possa realmente riconoscere e ridare quella dignità che è l’elemento fondante di ogni creatura, di ogni essere umano. Un nuovo umanesimo che non si pieghi alle lusinghe del pensiero unico che vuole tutto omologare e che è alla base di ogni fondamentalismo. Un nuovo umanesimo che sorga dal grido di dolore di tante morti innocenti, di tanta violenza e odio che paradossalmente diventano funzionali ad un sistema di morte basato sul minimo sforzo per ottenere il massimo profitto. Le parole scritte da Pico della Mirandola sono per me una poesia in grado di ispirare un nuovo paradigma di umanesimo dal volto umano che come umanità stiamo cercando con molta fatica e tanti ostacoli. […] Stabilì finalmente l’Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me scritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto ne celeste ne terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose che sono divine.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) “De dignitatis Hominis”.

Non ho paura del naufragio al quale come società andiamo incontro; ho più paura dell’esasperato tentativo di non vedere questo naufragio che faccio sia personalmente che come parte del mondo. Quando le lusinghe dell’autoreferenzialità inibiscono il poter riconoscere che “sono perché siamo”, ossia sono perché il mio poter essere e fare trascende il mio stesso esistere, relazionarmi e agire, questo è il vero naufragio della ragione, del cuore, della vita.

Il nuovo paradigma di cui c’è bisogno è quello di pensarsi e agire come umanità non dominatrice della natura e delle relazioni, bensì come custode attento, profondamente coinvolto e capace di dipendere da ciò di cui deve aver cura. Il paradigma di un umanesimo dal volto umano deve poter coinvolgere e dar speranza alla relazione con la natura, con se stessi, con gli altri, senza trascurare l’Altro! Ritengo che questo cambio di paradigma non possa non avvenire senza grandi sacrifici e impegno da parte di tutti. Solo questo impegno e sacrificio possono rendere Sacra la Vita, l’uomo libero della vera libertà, le religioni vie di saggezza e infine le politiche causa di effettiva carità.

Editoriale del numero 108

Oggi i drammi corrono più veloce delle nostre capacità di registrarli, conoscerli, dare loro una dimensione. Parlo di rifugiati dalle guerre e di migranti dalla fame. Vorrei rammentare a tutti coloro i quali vomitano di tutto e di più nei confronti di chi scappa dalla violenza, dalla paura, dagli stenti, dalla schiavitù e dalla morte, che stiamo parlando di persone. In loro non vedo la spasmodica ambizione di vacanze low cost, ma più semplicemente colgo grida d’aiuto e di solidarietà. Aver attribuito al sostantivo “immigrato”, sin dalla prima ora un significato dispregiativo è l’errore più marchiano che si potesse commettere. Basta con i pregiudizi, cerchiamo di non ragionare in termini di convenienza, cerchiamo di capire. Tra noi e loro c’è una sola, incontrovertibile, differenza, un qualcosa che non ci siamo di certo meritato o conquistato: l’aver vinto alla lotteria biologia, la fortuna di nascere nel posto giusto. Penso a don Tonino Bello, l’umile-grande vescovo che ci ha lasciati 22 anni fa, era il 20 aprile. Lui ha dato tutta la tua vita per lasciarci un mondo migliore, che ha consumato tutto se stesso per renderci migliori. Tu che avevi aperto le porte del tuo vescovado ai migranti ai poveri, 22 anni fa ci lasciasti una terra migliore. Noi eravamo migliori. Infatti, allora quando sbarcarono più di 30.000 albanesi a Bari, ma non ci fecero mica paura. No. Tu ci spronasti a spalancare i nostri cuori prima ancora che l’uscio delle nostre case. Tu ci insegnasti che “davanti a una persona non si discute, la si accoglie”. Oggi non è più così, don Tonino. In questi giorni, centinaia di vite umane sono morte. Dicono affogate. Disperse. Non riescono nemmeno a contarli. Sono tanti. Forse rimarranno senza volto e senza nome. Senza esequie. Migranti in eterno, clandestini anche in paradiso. Fuggivano dalla loro terra, in cerca di una nuova patria che garantisse loro un po’ di libertà, un briciolo di dignità o forse semplicemente un pezzo di pane. In mare hanno trovato solo la morte. E uno scoglio di cinismo. Uccisi due volte. Chi provoca questa situazioni? È troppo comodo parlare di società e nazioni, di organizzazioni e di guerre, e rimanere nell’astratto, bisogna avere il coraggio di indicare i volti di chi, cinico, determina tutto lo sfruttamento. I guadagni quali canali percorrono? I perché rischiano di liberarsi nell’aria ed evaporare: basta lasciar parlare e poi tutto rimane esattamente così come era. Gli schiavisti odierni ripropongono la tratta dei neri tanto deplorata. Non basta scuotere i grandi, i potenti, le comunità internazionali e locali. Non basta neppure dare una mano, è necessario dare il cuore, sprecarsi senza misura. Leggo che nella civilissima, felicissima, multietnica America, una donna di colore venga eletta sindaco e l’intero dipartimento di polizia si dimetta per protesta. È accaduto a Parma (non la città emiliana famosa per il parmigiano, il prosciutto e del culatello), una comunità di 700 anime nello Stato Usa del Missouri, dove Tyrus Byrd è la prima donna sindaco afroamericana. Ciò non sembra esser stato di gradimento agli agenti del dipartimento di polizia e a tre impiegati comunali che si sono dimessi e la nuova rappresentante delle istituzioni, a poche ore dalle elezioni, ha dovuto prender atto di aver a disposizione un solo agente di polizia, l’unico che ha scelto di restare. La vicenda ha destato scalpore e polemiche tra l’opinione pubblica americana. Insomma conservatorismo, ignoranza e razzismo, regnano ovunque anche in quel d’America. A me torna in mente la presentazione della squadra di governo da Letta, quando tra le fila spuntò Cecile Kyenge e esattamente pochi istanti dopo partirono gli attacchi da ogni direzione. La fame e le guerre, vere cause della fuga di milioni di persone. Oggi nel mondo ci sono un milione e mezzo di obesi, mente 850 milioni di persone soffrono la fame, di queste, 40 milioni muoiono ogni anno, mentre gettiamo via una quantità di cibo che basterebbe a sfamare chi non ne ha e ne rimarrebbe… I prodotti che la terra produce ogni anno sono così utilizzati: il 50% per l’alimentazione, l’altro 50% per produrre biocarburanti. La spesa militare del governo italiana per il 2014, dati pubblicati dal SIPRI il 13 aprile scorso, è stata di 29,2miliardi di €.

Mons. Oscar Arnulfo ROMERO. In America Latina ogni tanto capita che per le vie delle città qualche negozio abbia affisso in vetrina un cartello con su scritto: “Cercasi commessi”, oppure -in caso di ristoranti- “Cercasi cuochi”. Come sarebbe bello se anche le chiese appendessero alle loro pareti il messaggio “Cercasi urgentemente profeti”! In effetti questa necessità -in Sudamerica come anche nel resto del mondo- ci sarebbe eccome… Ma risvegliare le vocazioni e attualizzare la figura del profeta non è impresa semplice, perché richiede una forte unione tra Chiesa e popolo. La stessa che lo scorso 24 marzo -in occasione dei trentacinque anni dal martirio dell’arcivescovo Oscar Romero (ucciso nel 1980 da un cecchino legato al partito salvadoregno di estrema destra) – ha animato la comunità cristiana di El Salvador. E ancora, la stessa unione che il prossimo 23 maggio -durante la cerimonia di bea­tificazione di Romero a San Salvador- collegherà il mondo cattolico a ogni latitudine. Credo sia il caso di approfondirne un po’ il significato. Chi era monsignor Oscar Romero? Quali conseguenze ha avuto la sua morte in Sudamerica e nel mondo? Come si può far rivivere il suo insegnamento nella Chiesa e nella società d’oggi? Poche settimane fa, ci ha lasciati don Giorgio Morlin, nostro caro e acuto redattore, incredibile animatore della parrocchia di Mogliano Veneto e della Rete locale. Gli amici di Mogliano, nel darcene notizia, così lo ricordano: “Uno dei suoi tratti caratteristici era l’accoglienza. Pur nella sobrietà della sua canonica, che poi denotava il suo stile di vita, quante persone ha accolto: stranieri, donne in difficoltà, rifugiati, disperati… Potremmo parlare a lungo di quali siano stati l’insegnamento, la testimonianza ed anche la figura profetica di don Giorgio (come non ricordare nelle sue omelie e nei sui scritti, le prese di posizione e le denunce contro la corruzione, la mancanza di etica, il degrado dei valori in politica…).”

Il direttore