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Circolare nazionale Febbraio 2021

CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2021
PANDEMIA E SOLIDARIETA’
In questi giorni, la pandemia da COVID-19 “compie un anno”: i primi allarmi sulla diffusione del
virus in Europa risalgono, infatti, a fine gennaio 2020. Solo molto più tardi, avremmo appreso che il
virus era già tra noi, almeno dall’autunno precedente.
Dell’impatto sanitario, economico e sociale della pandemia in Europa, sappiamo pressoché tutto.
Molto meno, di cosa sia accaduto nel sud del mondo.
Un’interessante chiave di lettura può essere fornita dai contatti telefonici che la Rete di Varese ha
avuto, durante tutta la pandemia, con Darìa Tacachiri, infermiera laureata, referente locale del pro-
getto socio-sanitario in corso a Cochabamba (Bolivia). Sede dell’operazione è il Barrio I° de Mayo,
un quartiere periferico di 15.000 – 20.000 abitanti, nato spontaneamente alcuni anni fa, a causa del-
l’inurbamento di famiglie di campesinos e minatori e formato da baracche in lamiera e mattoni crudi,
spesso con pavimento in terra battuta, sparse sulle pendici della montagna che sovrasta la città.
Il progetto si struttura in gruppi organizzati di donne, che si incontrano regolarmente in 2-3 piccole
sedi, prese in affitto. Nelle riunioni, si affrontano i temi dell’igiene domestica e della prevenzione
delle malattie infettive, dell’igiene sessuale, del ruolo sociale della donna, dell’educazione dei figli.
Sono attivi percorsi di alfabetizzazione, una scuola di cucito ed una di cucina.
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In Bolivia non esiste una sanità pubblica, per cui i dati forniti sulla diffusione del contagio e sul nume-
ro delle vittime nel Paese, non possono considerarsi attendibili. Infatti, solo i ricchi hanno avuto ac-
cesso alle cure, sia domiciliari che ospedaliere, e sono stati censiti. La popolazione del Barrio, invece,
si è ammalata, si è curata e, in alcuni casi, è morta nelle proprie case, senza ricevere alcuna assistenza.
Nessuno sa, quindi, esattamente quanti siano stati i contagiati e quanti i decessi. Quando, ad aprile, a
Cochabamba si contavano ufficialmente 50 nuovi casi al giorno, avrebbero potuto tranquillamente
essere 500 o 5.000.
E’ quasi ovvio, perciò, osservare che uno dei principali effetti della pandemia nel sud del mondo sia
stato quello di acuire le disparità sociali. Anche in Paesi, come la Bolivia, in cui il Governo non ha
negato l’evidenza del contagio, a pagarne principalmente il prezzo sono state le fasce più deboli della
popolazione.
Ci si potrebbe, forse, spingere oltre, affermando che tale situazione ha inciso sulla stessa visibilità dei
ceti disagiati. Come, in passato, essi non erano neppure censiti dall’anagrafe, oggi non entrano nem-
meno a far parte delle statistiche. Dato – questo – particolarmente preoccupante nel Paese andino, in
cui uno dei tratti più significativi della presidenza di Evo Morales (comunque la si voglia giudicare)
è stato proprio quello di risvegliare la consapevolezza e l’autostima nelle popolazioni indigene.
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Verso la metà dello scorso mese di gennaio, Darìa ci ha riferito di essere in isolamento domiciliare,
perché forse contagiata: aveva manifestato sintomi piuttosto lievi, per cui non si era sottoposta a tam-
pone, a causa del costo. A distanza di una settimana, ci ha “tranquillizzato”: non si trattava di COVID
ma, probabilmente, di dengue.
Ciò marca un’altra notevole differenza, rispetto alla situazione europea: qui il Coronavirus è “il”
problema sanitario, che ha polarizzato l’attenzione di medici, politici e mass-media; là, per quanto
grave, solo uno dei tanti, assieme alla dengue, alla malaria, alla febbre gialla, alla malnutrizione …
Anche le conseguenze sociali delle misure di contenimento hanno avuto risvolti per noi difficilmente
immaginabili. Nel Barrio, infatti, quasi nessuno ha un impiego regolare: tutti gli abitanti, quando la-                                                                                                vorano, svolgono lavori saltuari, a cadenza giornaliera; con quello che giornalmente guadagnano, ac-
quistano cibo ed altri beni di prima necessità. La quarantena ha, perciò, interrotto tale circuito econo-
mico portando, in poche settimane, le famiglie alla fame.
Dopo avere vissuto mesi di angoscia per la tenuta del “nostro” sistema economico, dobbiamo, quindi,
prendere atto che la fragilità del “loro”, non ha saputo (e forse neppure voluto) reggere l’urto della
pandemia, con conseguenti drammatici costi per la popolazione.
Inutile dire che in Bolivia non esistono ammortizzatori sociali.
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Di fronte a tale situazione, anche la nostra solidarietà (la Rete è l’unica associazione ad operare nel
Barrio) si è dovuta adattare. Le scuole di cucito e di cucina hanno sospeso la propria attività e gli
incontri settimanali delle donne sono stati interrotti, per evitare che gli assembramenti in locali angusti
fossero veicolo di diffusione del virus.
Darìa ha, quindi, chiesto il permesso di utilizzare gran parte del contributo ricevuto nel 2020 per l’ac-
quisto di derrate alimentari, che sono state messe a disposizione delle donne del Barrio, per la prepa-
razione di pane ed altri alimenti, destinati sia al consumo domestico, che alla piccola vendita. Ciò ha
contributo a riavviare un piccolo circuito di economia di sussistenza.
L’emergenza sanitaria ha, quindi, segnato un arretramento negli obbiettivi dell’operazione, che ha
dovuto abbandonare le attività di promozione sociale, a favore di quelle di mera assistenza. Arretra-
mento, probabilmente, inevitabile: è oggettivamente difficile svolgere attività di formazione e co-
scientizzazione, dove manca il cibo.
Unica eccezione, l’alfabetizzazione: non potendo più organizzare riunioni o incontri, essa è stata pro-
seguita casa per casa, fornendo alle madri le conoscenze di base necessarie per consentire ai figli di
connettersi ai programmi scolastici di didattica a distanza, attivi anche in Bolivia. E’, perciò, inte-
ressante notare come, anche in una situazione drammatica, di crisi alimentare, la domanda di istru-
zione non si sia affatto esaurita e siano stati sperimentati nuovi percorsi per soddisfarla.
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Difficile, infine, fornire il quadro, speculare, della situazione nel nostro Paese.
L’alta incidenza del contagio in Lombardia e, dall’autunno, nella Provincia di Varese, permette forse
di prendere a campione la nostra realtà locale, per qualche considerazione.
In una prima fase, hanno sicuramente prevalso il ritorno al privato e la paura dell’altro, come poten-
ziale untore. Tensione, sospetto e la tentazione di “mettersi al sicuro”, anche a discapito dei vicini,
hanno caratterizzato i rapporti interpersonali. Nulla di diverso, in fondo, da quanto sta ora accaden-
do, su altra scala, ad esempio nel mercato dei vaccini.
Tutto ciò non ha, però, fermato tutti i percorsi di solidarietà. Da un lato, infatti, domande e bisogni si
sono moltiplicati; dall’altro, molte persone, di varia estrazione, hanno tentato di farvi fronte.
Nel lungo periodo, invece, si è verificato un rimbalzo: prendendo ad esempio la realtà parrocchiale
che, da tempo, collabora con la Rete di Varese (lo scorso luglio era stato organizzato un viaggio per
giovani in Bolivia, purtroppo saltato), si è assistito ad una ventata di generosità, sia in termini di of-
ferte economiche o di beni materiali, sia in termini di disponibilità la lasciarsi coinvolgere personal-
mente in iniziative concrete.
Solo la fine della pandemia dirà se tutto ciò sia dovuto alla semplice mancanza di alternative sul piano
relazionale o possa sfociare in nuove forme di impegno e solidarietà.
Rete di Varese

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