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Seminario di Sasso Marconi 18/05/2019

L’INFORMAZIONE AI TEMPI DEL WEB – TRA LIBERTA’ E CONTROLLO

STEFANO DRAGHI

1. GLI SVILUPPI DELLE NUOVE TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE

Da 70 anni è in corso una rivoluzione microelettronica che ha miniaturizzato i circuiti elettronici e moltiplicato la velocità di elaborazione dei computer. Secondo la celebre legge di Moore, negli ultimi 50 anni la velocità dei microprocessori è raddoppiata ogni 18 mesi. Un tasso di sviluppo formidabile che negli ultimi anni si è avvalso anche del calcolo parallelo. Una tecnologia fino a poco tempo fa riservata ai grandi computer per uso scientifico e militare, oggi disponibile in tutti gli smartphone.

Anche nel campo delle reti di comunicazione, la crescita è stata spettacolare soprattutto con l’introduzione delle reti digitali a pacchetto che hanno sostituto le reti (analogiche) a commutazione di circuito. Internet, la rete delle reti, è basata su questa tecnologia. Fibra ottica e reti mobili digitali hanno coperto l’intero globo con una trama connettiva con velocità e affidabilità impensabili fino a poco tempo fa.

La digitalizzazione delle informazioni, prima numeri e testi, poi suono e immagini, ha riunito nella tecnologia informatica settori industriali prima separati, come editoria, musica, fotografia, cinema e televisione. E ha indotto forti cambiamenti di tipo organizzativo in tutti i settori economici. Questo processo, noto come convergenza digitale, ha cambiato in profondità gli equilibri economici, anche internazionali, e determinato una forte concentrazione di potere nelle nuove grandi aziende high-tech.

Lo smartphone è il simbolo perfetto di questo sviluppo. E’, come ha detto A. Greenfield, “un impressionante capolavoro tecnico racchiuso in un involucro di appena qualche millimetro di spessore”. In virtù di ciò che è in grado di fare e degli oggetti che è in grado di sostituire e rendere superflui, non può che essere considerato come qualcosa di assolutamente stupefacente. Non solo, nella misura in cui – in linea di principio – può connettere tra loro miliardi di persone e tutta l’intelligenza collettiva del genere umano, esso incarna qualcosa che è dell’ordine dell’utopia.

La società della conoscenza, che questi sviluppi hanno contribuito a far crescere, reclama lavoratori e cittadini che quelle tecnologie sappiano utilizzare e manipolare. È sotto gli occhi di tutti il ritardo del nostro sistema scolastico, con conseguenze pesanti sul futuro dei giovani e dell’intero sistema Paese.

Sviluppi ancor più recenti hanno ulteriormente arricchito e reso più complesso lo scenario delle tecnologie disponibili.

a) I Big Data, o il “nuovo petrolio”, come sono stati chiamati. Ognuno di noi, usando un qualsiasi apparato elettronico, produce ogni giorno una grande quantità di informazioni. Tutto ciò che facciamo viene registrato e monitorato e alimenta il software che ci profila come utenti, consumatori e cittadini. Questo enorme patrimonio di dati è la risorsa di base del nuovo “capitalismo di sorveglianza” i cui protagonisti sono i giganti del web.

b) L’intelligenza artificiale (IA). L’informatica tradizionale è in grado di risolvere problemi anche molto complessi di cui però deve essere noto l’algoritmo risolutivo. L’IA va oltre e cerca soluzioni a problemi non traducibili in procedure predeterminate e ha sviluppato metodologie per trovare soluzioni anche non “programmate”. L’apprendimento automatico è una delle tecniche di IA che hanno fatto più progressi in questi ultimi anni. Alimentato dalla grande quantità di dati disponibili, il machine learning addestra la macchina a risolvere problemi di cui non esiste una soluzione algoritmica. Famosi sono gli esempi di Watson, il sistema IBM che ha battuto tutti i più grandi maestri di scacchi, e di AlphaGo, il programma di DeepMind (Alphabet) anch’esso diventato campione assoluto e incontrastato nel gioco del Go. L’IA è dunque in grado di riprodurre in maniera sempre più affidabile e verosimile molti dei comportamenti tipicamente umani, non solo in ambiti governati dalla logica e dalla razionalità, ma anche in settori in cui creatività, cultura e esperienza dell’uomo sembravano al riparo da ogni tentativo di riproducibilità. La robotica, umanoide e non, è il campo in cui più visibili sono gli sviluppi dell’IA, e maggiori le preoccupazioni per le conseguenze nel mondo del lavoro. E i progressi sono stati e saranno assai rapidi proprio perché le macchine sono in grado di imparare molto più velocemente dell’uomo.

c) Internet delle cose (IoT). Le nuove connessioni di rete (ad es. il 5G) permetteranno di far dialogare tra loro gli oggetti. Molti oggetti che abbiamo in casa saranno dotati di microchip, parleranno fra di loro e governeranno gran parte delle nostre azioni quotidiane. Dovremo abituarci a pensare agli oggetti come computer. E già ora possiamo pensare a un’auto come a un computer con delle ruote, che parla con tutti i suoi “simili” che incontra per strada. O a un frigorifero come a un computer che tiene in fresco il cibo. Con l’IoT non solo gli oggetticomunicheranno tra loro, ma invieranno informazioni alle grandi centrali di raccolta, alimentando e facendo crescere ancor più i big-data. Così la colonizzazione della nostra vita quotidiana sarà pressoché completa. Anche per questo è urgente che ai nostri ragazzi sia fornita una adeguata capacità critica sulle nostre azioni quotidiane.

d) Le tecnologie immersive (realtà virtuale) che permettono di avere esperienze quasi dirette indossando opportuni visori che isolano l’utente dal resto del mondo e la realtà aumentata (come i Google Glass) che arricchisce ciò che ci circonda con tutte le informazioni disponibili in rete. Ma chi garantisce che quello che vedo attraverso la visione virtuale sia una visione realistica di ciò voglio vedere?

e) La blockchain: una tecnologia informatica che sostituisce i registri centralizzati con registri distribuiti per garantire la sicurezza dei dati. Un solo registro è molto più vulnerabile. Moltiplicando i registri, a migliaia, si rende praticamente impossibile manipolare i dati.

f) La stampa 3D, ovvero la possibilità di ognuno di fabbricare da sé gli oggetti che desidera, confezionandoli in modo originale o personalizzando modelli già disponibili. Sarebbe davvero una grande rivoluzione, sia nel mondo della produzione che in quello della distribuzione. Un processo che però diversi fattori (tra cui in primo luogo i costi) hanno contribuito a frenare, nonostante un vivace movimento di “makers” e la disponibilità online di molti già in forma digitale e pronti per la stampa 3D.

2. SPERANZE E PROMESSE

Come altre tecnologie anche quelle digitali hanno fatto promesse e creato speranze.

  1. Il mito della tele-democrazia. Nasce negli USA negli anni ‘50 con la TV via cavo, prima tecnologia interattiva che permetteva il dialogo tra emittente e ricevente e apriva dunque le porte con lo sviluppo delle reti digitali alla partecipazione dei cittadini alla vita della comunità. Prometteva la riduzione della distanza tra governati e governanti, un’amministrazione più trasparente, meno intermediazioni e un governo più collaborativo. Qui ha le sue radici il mito della partecipazione diretta individuale e poi della democrazia diretta, mito denominato scherzosamente di “Lochness” per ricordare che di democrazia diretta tutti ne parlano da tempo, ma nessuno l’ha mai vista. Molti ancora ci credono, ma la sua realizzazione appare assai problematica, anche con le moderne piattaforme software per la partecipazione.

3. L’utopia della Silicon Valley. Nasce negli anni ‘60 con le prime contestazioni studentesche in California, per superare il vecchio sistema accademico e quello delle relazioni interpersonali. Gli studenti e il Free Speech Movement (FSM) rivendicavano il diritto alla libertà di espressione e alla libertà accademica e c’era tra loro chi pensava che le nuove tecnologie dovessero essere messe a disposizione di tutti come fonte di libertà e di benessere per tutti. Sulle sue orme il Free Software Movement ha fatto una grande battaglia per il software aperto e gratuito (open source) che ha avuto grandi meriti e successi, ma non è riuscito a ostacolare la concentrazione in poche grandi imprese monopolistiche del mercato delle tecnologie e della comunicazione digitale.

4. La comunicazione globale. Come ha detto uno dei fondatori di Twitter (cito a memoria), “pensavamo che permettere a tutti di parlare con tutti facesse superare le barriere tra culture, etnie e religioni … la gente si confronterà e si capirà e il mondo sarà migliore. Non è andata così”.

5. La Rete ha però avuto un ruolo molto importante: è stata la rete dell’indignazione (come diceva Manuel Castel, un importante sociologo spagnolo), della protesta e della speranza. Ricordiamo tutti le primavere arabe, nel 2010-2011, quando, grazie alle nuove tecnologie da poco introdotte in quei paesi, i giovani si riunivano nelle piazze per chiedere la fine dei regimi, del dispotismo, della corruzione, più libertà, più democrazia, ecc. E’ stata la prova del contributo che le nuove tecnologie della comunicazione avrebbero potuto dare ai processi democratici. La storia non è andata come quei giovani speravano, in Siria, in Libia, in Tunisia, nello Yemen, in Algeria, in Egitto. Se pensiamo a quante promesse quelle nuove tecnologie portavano con sé e alle attuali condizioni di quei paesi, il raffronto è impietoso.

3. GLI EFFETTI POLITICI

C’è una vasta letteratura sugli effetti perversi delle nuove tecnologie. Gli effetti positivi li conosciamo tutti, i vantaggi della rapidità delle comunicazioni sono ad esempio straordinari. Ma vorrei soffermarmi qui sugli effetti negativi soprattutto di tipo politico, che negli ultimi anni hanno creato grande preoccupazione.

Come già visto in precedenza, le tecnologie interattive non hanno affatto aumentato la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Cerchiamo di capire perché. Innanzitutto perché le reti ed i mezzi di comunicazione hanno aggravato il fenomeno preesistente della delegittimazione della classe politica, un processo che va avanti da molti decenni perché anche prima dell’avvento delle nuove tecnologie, il livello di prestigio della classe politica andava lentamente scemando. I sessantottini sono stati la prima grande generazione che non andava a votare perché rifiutava già la casta che faceva i suoi interessi e non quelli dei cittadini.

La democrazia rappresentativa si è indebolita perché c’è stato un forte processo di disintermediazione. I cittadini pensavano che, grazie a queste nuove tecnologie potessero direttamente decidere sulle grandi questioni del paese. Il mito della democrazia diretta in cui ogni cittadino dice cosa vuole fare (la TAV, i vaccini…) perché ormai autorizzato a pensare quello che vuole e fare come crede, senza intermediazioni, dunque senza l’autorità e la mediazione del pensiero competente. Pensiamo al caso recente del medico ucciso perché il marito della paziente deceduta aveva letto su internet che la terapia decisa dal medico era sbagliata.

La democrazia diretta è anche alla base del populismo e questo mito porta la gente a pensare di poter decidere anche su questioni molto complicate pur non avendo alcuna competenza. Alcune forze politiche si avvantaggiano del populismo grazie all’uso spregiudicato dei mezzi di informazione. I social network non hanno dunque incrementato le occasioni di dialogo informato, piuttosto hanno diviso e segmentato le opinioni pubbliche in tanti piccoli sottogruppi, divisi uno dall’altro, ognuno diviso nella sua bubble, in cui ognuno incontra e parla solo con coloro che la pensano come lui, ed hanno disimparato a confrontarsi con i fatti ed in marniera informata sulle grandi questioni.

L’opinione pubblica tende a radicalizzarsi, come mostrano ad esempio le ricerche americane sulle opinioni politiche dei democratici e dei repubblicani. Nel 1994 lo spazio comune, d’intesa, tra elettori democratici e repubblicani era ancora piuttosto esteso, con un’area di sovrapposizione che rappresentava la base delle possibilità di dialogo e di confronto pacato. Vent’anni dopo, nel 2014, quell’area si è fortemente ristretta ed i due elettorati ora sono quasi completamente divisi. Questo effetto di radicalizzazione è in gran parte dovuto al fenomeno della chiusura nella bolla individuale propria dei social network, dove ognuno continua a parlare solo con chi la pensa nello stesso modo. Meno capacità di compromesso e di sintesi: gli individui non sono più in grado di fare sintesi ma solo di più contrapposizioni, più odio. Questo è un elemento che mina alla base la democrazia perché senza una sintesi tra opinioni diverse non c’è più governo, ma c’è un litigio perenne tra le forze politiche.

Uno dei pilastri della democrazia, l’opinione pubblica, viene progressivamente demolita e i cosiddetti watch dog (cani da guardia), cioè gli organi che avrebbero dovuto controllare ed essere portavoce delle opinioni dei cittadini (la stampa, le agenzie indipendenti, i centri di ricerca, le commissioni di garanzia), tutti coloro che avrebbero dovuto svolgere una funzione di controllo del potere, sono diventati dei lap dog, cioè dei cani da grembo, da compagnia, e soggiacciono docilmente ai grandi poteri economici e politici.

L’infiltrazione del processo fondamentale delle democrazie, la campagna elettorale. I social media violano continuamente le regole delle campagne elettorali e costituiscono una delle più grandi “entità criminali” che agiscono senza controllo per determinare l’esito delle elezioni. Lo ha dimostrato in modo impeccabile Carole Cadwalladr, la bravissima giornalista inglese, che ha spiegato come Facebook abbia influito sulla vittoria del sì alla Brexit. E non è difficile ipotizzare che operazioni simili siano state condotte in Italia in occasione del referendum del 2016, delle elezioni politiche del 2018 e forse in altre occasioni. Le infiltrazioni russe nella campagna per le presidenziali americane o il caso Cambridge Analytica sono altri due esempi molto noti di contaminazione della campagna elettorale.

3. COSA SI PUO’ FARE

Si può fare qualcosa, ma le soluzioni non possono essere solo tecniche. Non si può combattere la dittatura dell’algoritmo e dei social network solo con piattaforme e algoritmi più sofisticati, in base a una sorta di feticismo tecnologico secondo cui “se c’è un problema ci sarà un’app capace di risolverlo”. Vediamo in breve cosa si potrebbe fare.

1. E’ una stupidaggine pensare di risolvere tutto semplicemente chiudendo internet. Non si eliminano le automobili perché inquinano, si usa meno l’auto e si producono auto ecologiche. Bisogna cambiare regole e qualcosa sta già cambiando nella comunità europea. Per esempio il nuovo regolamento di recente entrato in vigore (GDPR) va in questa direzione. Altro che sovranismo. Per fortuna che c’è l’Europa.

  1. Combattere il falso con la verità. Quando le cose non sono vere è necessario che anche i protagonisti dell’informazione dicano che non sono vere. L’imparzialità è la prima condizione per sventare la falsità. E poi partire dalla realtà. Come è stato ben detto e ricordato più volte, se qualcuno sostiene che sta piovendo e altri dicono che non è vero, c’è un solo modo per un giornalista di appurare la verità: aprire la finestra e vedere se fuori piove. Oppure pensate ai titoli dei giornali e dei Tg il giorno dopo una manifestazione di piazza. Il numero di partecipanti varia clamorosamente a seconda dei promotori e dei loro sostenitori politici, dei loro oppositori, delle forze dell’ordine e così via. Eppure stimare con buona precisione il numero di partecipanti è molto facile con le foto e con Google Maps.

In democrazia la verità è un diritto, perché la democrazia, come dicevano gli antichi, è verità al potere. E dunque l’eclissi della verità è eclissi della democrazia (ma sappiamo anche che in politica, da Machiavelli in poi, la menzogna può far parte dei mezzi per arrivare ad un fine utile). Lo ribadisce la ricerca, come quella condotta due colleghi dell’Università di Milano, Franca D’Agostini e Maurizio Ferrera, che sono arrivati a definire sei “diritti aletici” (dal greco aletheia=verità), di cui ognuno di noi è titolare solo perché fa parte di una società democratica. Questa battaglia per la verità è il cuore della guerra contro la destra populista e pre-fascista, che della menzogna fa un uso massiccio e spregiudicato.

  1. I diritti della rete sono veri e propri diritti. C’è una carta dei diritti (Stefano Rodotà) preparata dal nostro Parlamento e c’è un arcobaleno dei diritti che spettano ad ogni cittadino per il fatto di essere in rete. All’università di Milano il corso di Tecnocivismo (tenuto da Fiorella De Cindio e Andrea Trentini) insegna a comprendere e esercitare questi diritti: 1. Diritto all’accesso; 2. Diritto al servizio universale; 3. Diritto ad un’educazione consapevole su come si usa la rete; 4. Diritto ad usufruire di servizi pubblici e privati; 5. Diritto alla trasparenza 6. Diritto ad essere informati; 7. Diritto ad essere ascoltati e consultati in tutte le decisioni che ci riguardano; 8. Diritto alla partecipazione e ad un coinvolgimento attivo nelle scelte politiche e amministrative.

L’inventore del Web, Tim Berners Lee, uno scienziato inglese del CERN di Ginevra, ha capito che la sua creatura svolge ben altre funzioni rispetto a quella originaria per la quale l’aveva progettata, cioè permettere a tutti i computer del mondo di collegarsi fra di loro. E’ nata così l’idea di sviluppare un progetto che si chiama SOLID, l’idea di una rete nuova che restituirà a tutti i singoli cittadini la proprietà dei loro dati e riconoscerà a ad ognuno i diritti che gli spettano in quanto cittadino di una rete democratica. Spetta a noi il compito di sostenere la battaglia che l’inventore del web sta conducendo per limitare i guasti che il modello di business che domina la rete sta producendo.

4. Bisogna superare il dogma della gratuità dei dati: gran parte della comunicazione è inutile ed odiosa ed è necessario tornare a pagare l’uso del web (l’e-mail, le ricerche su google ecc.) ed i soldi ricavati da chi può permettersi di pagare, potrebbero essere utilizzati per sostenere progetti come quello di Tim Berners Lee che permettono agli utenti di riappropriarsi, con la proprietà dei dati, delle loro stesse identità.

5.Difendersi dagli algoritmi e rompere i monopoli dei giganti digitali. Non significa chiudere Facebook, ma dividerlo in tanti pezzi in modo che non sia più un monopolio. Bisogna che i grandi player del mondo digitale siano semplicemente responsabili, cosa che oggi non sono o sono solo in parte, come dimostra la storia di Facebook. E’ necessario che le funzioni pubbliche tornino sotto il controllo di soggetti pubblici. E non come avviene adesso che la censura, ad esempio, su ciò che può essere o non essere pubblicato su Facebook venga deciso dal team di Facebook, secondo regole e criteri stabiliti di volta in volta da un’azienda privata.

6. Va dunque cambiato il modello di business dei social network, l’uso dei dati va retribuito, va combattuto l’anonimato, internet va regolamentata, il web decentralizzato, vanno separate Facebook, Google e tutte le loro controllate, così come a suo tempo sono stati divisi i monopoli telefonici negli USA. Roosevelt dichiarò illegali 146 monopoli ed eravamo nell’America democratica. Così come sono state divise le più grandi compagnie petrolifere, con grande scandalo della destra. Le radio e televisioni oggi vivono di concessioni governative e dunque sono obbligate, in qualche modo, a rispettare regole stabilite dall’autorità pubblica e svolgere anche una funzione di tipo pubblico. Perché i social network non sono soggetti ad alcuna concessione governativa, pur occupando uno spazio pubblico enorme?

La sinistra e tutte le forze progressiste non hanno trovato ancora una loro modalità di stare in rete. La destra invece ha messo in campo una grande quantità di attori digitali e di troll che creano disinformazione, aizzano i progressisti gli uni contro gli altri, generano conflitti, ostacolano il dialogo alimentando quella guerra di cui Putin è il comandante in capo, e il suo cavallo di battaglia lo smembramento dell’Europa. Solo nella campagna americana del 2016 sono stati creati 10 milioni di tweet finti, 1000 video su youtube, 100 mila foto su instagram, 60 mila foto su facebook, creati ad arte da troll russi. Ecco come ha vinto Trump, il candidato anti-europeista che serviva a Putin.

Non è chiaro perché non abbiamo saputo reagire per tempo a tutto questo. Mentre nessuno, in Italia, ha pensato di organizzare il nuovo partito digitale della sinistra. La sinistra ha con la rete un rapporto molto particolare e cioè, come si dice, “usa la coda lunga”: sta in rete per sopravvivere, non per diventare l’esercito che combatte la battaglia per la democrazia, la libertà, la giustizia. La sinistra si accontenta di sopravvivere, vendendo le sue idee ad una nicchia del mercato politico digitale, mentre il suo avversario ha un esercito, molto ben organizzato e dotato di armi potenti, capace di parlare a vaste platee popolari.

La sinistra dovrebbe imparare a parlare ai milioni di “pollicini”, come li ha definiti Michel Serres in un delizioso libretto. Sono i tanti ragazzi e i tantissimi adulti che hanno sotto i loro pollici – che sfiorano il touchscreen dello smartphone – il più grande patrimonio di informazioni che mai l’umanità abbia avuto. Sono loro, ma soprattutto le pollicine, i soggetti della terza grande rivoluzione pacifica, quella, dopo la scrittura e la stampa, del digitale. Il compito della sinistra è insieme semplice e gigantesco: trasformare quella infinita palude di informazioni in dati e conoscenza utile per cambiare il mondo.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 1 (COORDINATO DA FULVIO GARDUMI)

Come introduzione al lavoro di gruppo viene letta una pagina del libro di Alessandro Baricco “The Game” (Einaudi, 2018), in cui l’autore sintetizza in 8 punti le criticità del “sistema” nato dalle tecnologie digitali unite all’intelligenza artificiale, alla robotica e alla telefonia cellulare e satellitare, quello che lui appunto chiama “Game” (videogioco). Baricco elenca queste criticità per poi contestarle, ma la sintesi è ritenuta molto buona e centrata:

  1. Nato come un campo aperto capace di redistribuire il potere, il Game è diventato preda di pochissimi “giocatori”, che praticamente ingoiano tutto, sovente alleandosi (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, Apple…)
  2. Più diventano ricchi, più questi “giocatori” sono in grado di comprarsi tutto, in un circolo vizioso che è destinato a farne delle potenze smisurate. La cosa più rischiosa è che si stanno comprando tutta l’innovazione, cioè il futuro: fanno incetta di brevetti e sono gli unici che hanno le risorse finanziarie enormi che servono per investire sull’intelligenza artificiale
  3. Parte di questi profitti sono originati da un uso disinvolto e forse astutamente consapevole dei dati che noi lasciamo in rete: la violazione della privacy pare sistematica, e sembra essere il prezzo da pagare per i servizi che quei “giocatori” ci mettono a disposizione gratuitamente. A quanto pare la regola è questa: quando è gratis, quello che stanno vendendo sei tu
  4. Un’altra parte di questi profitti è data da un semplicissimo meccanismo: quelli non pagano le tasse. O almeno: non tutte quelle che dovrebbero
  5. C’è un traffico di idee, di notizie e di verità che è diventato un mercato vero e proprio e che nel Game patisce il monopolio di pochi “giocatori” particolari: il sospetto è che se volessero orientare le nostre convinzioni non avrebbero poi così tanti problemi. Probabilmente già lo fanno
  6. Qualunque fosse l’intenzione originaria, quel che poi il Game ha prodotto è un’immensa frattura tra adatti e meno adatti, ricchi e poveri, forti e deboli. Forse nemmeno il capitalismo classico, nella sua epoca d’oro, aveva distribuito ricchezza in modo così asimmetrico, ingiusto e insostenibile
  7. A furia di distribuire contenuti a prezzi irrisori, se non gratuitamente, il Game finisce per realizzare un genocidio degli autori, dei talenti, perfino delle professioni: il lavoro di un giornalista, di un musicista, di uno scrittore, diventa merce che vaga nel Game producendo profitti che però non tornano indietro all’autore, ma spariscono per strada. Chi guadagna non è chi crea, ma chi distribuisce. Fallo per un bel po’ di anni, e per trovare un creativo dovrai andare a cercarlo in capo al mondo
  8. A furia di perfezionarsi nel confezionare giochi che risolvono problemi, c’è da chiedersi se non si sia generato un vago effetto narcotico, con cui il Game tiene buoni soprattutto i più deboli, instupidendoli quel tanto che basta per non fargli registrare la loro condizione sostanzialmente servile.

Gli interventi dei partecipanti al gruppo sono numerosi (tutti intervengono) e toccano diversi aspetti del tema del Seminario, in base alle relazioni ascoltate nei due giorni di lavori.

A. Considerazioni sul tema in relazione alla nostra attività di Solidarietà internazionale

Occasioni come questo Seminario ci fanno riscoprire la solidarietà internazionale tramite il web. Quando abbiamo incontrato Freire che ci ha presentato la pedagogia degli oppressi, o Zanotelli che ci parlava di Korogocho, abbiamo messo in pratica i loro insegnamenti con la controinformazione, i boicottaggi, le raccolte di firme, gli incontri, i convegni. E abbiamo avuto dei risultati. Dobbiamo continuare a farlo, utilizzando i “loro” strumenti, come dice la Zuboff. Lo abbiamo sempre fatto ma a partire da oggi lo possiamo fare in modo forse più competente.

Dobbiamo re-imparare a essere umani dalle popolazioni che lottano per la loro liberazione, con metodi che possono insegnare molto anche a noi.

Anche molte reti locali, se non avessero ad esempio Whatsapp, non potrebbero avere contatti con i referenti dei vari progetti in paesi con cui è difficile comunicare. Spesso questo è l’unico modo per mantenersi in relazione.

C’è però un grosso problema con i referenti di progetti in corso in paesi dominati da dittature, perché possiamo metterli a rischio. E’ necessario proteggere anche loro. E’ successo anche con un progetto (in Congo): sono stati rubati i cellulari dei referenti e chi li ha rubati ha potuto avere accesso a tutto quello che avevano scritto, ai contatti, agli incontri, alle informazioni.

B. Considerazioni sulla relazione di Giorgio Gallo “Capitalismo della sorveglianza”

Il “Basta” invocato da Soshana Zuboff alle degenerazioni del sistema come lo diciamo? Con quali strumenti, in che modo? Uno dei modi possibili per reagire a certe derive del controllo sarebbe forse quello di introdurre forme di pagamento dei contenuti attualmente veicolati gratis. Se è tutto gratis, vengono usati i nostri dati come pagamento. Ma chi può costringere questi colossi del web a far pagare i contenuti? Il vero problema è che manca il controllo di qualsiasi autorità in grado di intervenire. E poi è difficile far pagare i contenuti: chi li pagherebbe? La gente è contenta che sia tutto gratis.

In realtà un tentativo è stato fatto a livello europeo con l’approvazione recente (26 marzo 2019) da parte del parlamento europeo e poi del Consiglio dell’Ue (15 aprile 2019) di una “Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale”, che prevede, tra l’altro, la possibilità per gli editori di chiedere il pagamento per l’uso di brevi frammenti di testo che i siti web a scopo di lucro utilizzano. La Direttiva è stata molto controversa: 145 organizzazioni nei settori dei diritti umani e digitali, della libertà dei media, dell’editoria, delle biblioteche, delle istituzioni educative, degli sviluppatori di software e dei fornitori di servizi internet hanno firmato una lettera di opposizione a questa proposta, ritenendola lesiva della libertà di parola online. Una petizione su Change.org ha raccolto 5 milioni di firme. Invece favorevoli alla Direttiva erano: editori e case discografiche, società degli autori, creatori ed artisti. Le multinazionali del web, in particolare Google, hanno speso milioni di dollari in attività di lobbying in Europa contro questa legge. Gli eurodeputati sono stati sommersi da maree di mail. Qualcuno ha anche denunciato minacce esplicite. In Italia, favorevoli alla legge sono stati anche i sindacati Cgil-Cisl e Uil e il sindacato dei giornalisti Fnsi, contrari allo sfruttamento economico dei lavori creativi operato dalle piattaforme multinazionali. Tra i partiti italiani, favorevoli alla legge il Pd e Forza Italia, contrari il M5S. Ora il problema principale sarà la conversione in legge di tale direttiva da parte dei vari governi dei Paesi membri dell’Ue.

Molti interventi si richiamano all’invito della Zuboff a recuperare le relazioni umane. Nei nostri rapporti con gli altri, occorre rivalutare la dimensione umana, il riconoscimento dell’altro, le relazioni interpersonali, che spesso non coltiviamo più, neanche tra amici, parenti, vicini. Oggi si tende a scontrarsi spesso sul poco che ci divide anziché valorizzare quello che ci unisce.

Questo sistema, questa “rete”, non la possiamo battere sul suo terreno. Dobbiamo lavorare su un altro terreno, quello delle relazioni umane. E’ importante usarli questi strumenti: ci sono campi in cui non ci possono controllare. C’è un candidato alle Europee nel Veneto che si presenta con un unico slogan: “per una Europa umana”. Dobbiamo recuperare i rapporti tra le persone, anche se sembra che si stia tentando di chiudere le stalle quando i buoi sono ormai scappati. Con queste nuove tecnologie il rapporto umano sparisce. Fa piacere che la Rete abbia deciso di approfondire questo tema.

Una nota positiva: un gruppo parrocchiale sta cercando di “ricostruire comunità”, non solo tra i parrocchiani, ma con tutti. E’ stata chiamata una docente dell’Università di Firenze a parlare di come i ragazzi utilizzano i nuovi strumenti tecnologici. Lo smartphone è la loro terza mano: il compromesso è utilizzare bene questa terza mano. Questi incontri che puntano a ricostruire comunità attraverso i rapporti umani diretti e a superare la comunicazione fatta solo attraverso i social è l’unica strada per tentare di reagire all’omologazione.

E’ importante incontrarsi fisicamente, di persona, ma anche saper usare la rete. Bisogna ricucire, ad esempio, le lacerazioni che ci sono state in passato con altri gruppi con cui collaboravamo. Non può essere fatto tutto attraverso il web. E poi occorre vincere le paure, che ci rendono più manipolabili. Anche nella nostra Rete ci sono tante persone che un tempo erano molto attive mentre oggi tendono a isolarsi. Dobbiamo sforzarci di tornare agli incontri. E’ vero che spesso c’è poco tempo, soprattutto per chi lavora. Ma è importante trovare il tempo per cercare la verità.

B. Considerazioni generali sul tema da parte del gruppo

Questo Seminario è stato molto utile per aiutarci a capire. Le soluzioni non sono né facili né a portata di mano. Si possono creare gruppi di persone competenti che aiutino gli utenti a diventare critici.

Dobbiamo auto-educarci continuamente sul discorso della critica al sistema, come abbiamo fatto negli anni ’70. Questo passaggio epocale è un’altra occasione per togliere libertà e democrazia ai cittadini, solo che questo avviene con strumenti nuovi e molto potenti. Il problema è come reagire. Occorre acquisire consapevolezza. E poi lavorare, fare controinformazione con gli strumenti che abbiamo, creare gruppi critici.

Questo lavoro di controinformazione e di critica lo possiamo fare assieme ad altri gruppi con cui come Rete collaboriamo.

Al termine di questi due giorni di Seminario da una parte ci sentiamo un po’ sollevati perché abbiamo avuto più informazioni, dall’altra è aumentata la preoccupazione per la consapevolezza delle manipolazioni cui siamo sottoposti. E’ importante informare su quello che sta accadendo per compiere un primo passo sulla via della consapevolezza e della ripresa di potere. La democrazia sembra compromessa. Come si può ricostruire? Ci sono cose da fare subito, altre da proseguire nel tempo, con costanza. La prima è la denuncia di quello che succede, facendo informazione, educazione, con particolare attenzione ai giovani, che passano da un social all’altro con grande velocità ma con poca capacità di riflessione. Fa piacere vedere i giovani attivi per il clima, ma sarebbe bene se si attivassero anche su questi temi. Dobbiamo costruire anche reti web di informazioni attendibili per far loro capire la differenza tra reti credibili e no. Dobbiamo allargarci e costruire reti a livello nazionale e internazionale.

Bisogna cercare di recuperare informazioni in rete, ad esempio su Pandora Tv, che però non è sempre affidabile, per cui è importante trovare fonti serie alternative. Nella sua relazione Orlowski ci ha detto che può aiutare la nostra Rete ad avere informazioni corrette, ad esempio utilizzando #facciamorete.

Bisogna ricostruire reti di “lillipuziani”, di tanti piccoli utenti della rete che messi insieme possono fare la differenza. Ad esempio, anche Banca Etica ti indirizza alle casse automatiche, che sono la negazione dei rapporti umani interpersonali. Si deve allargare l’opposizione a questa schiavitù delle macchine, che sembrano fatte per semplificarti la vita, mentre invece alla fine ti controllano e inaridiscono le relazioni umane. Le nostre Reti hanno rapporti diretti con i propri referenti: è una cosa fondamentale.

Non tutti hanno il cellulare e questo rischia di isolarti. Ad un recente incontro con il presidente del Commercio Equo internazionale erano presenti solo 15 persone, invitate attraverso i canali classici. Invece alla presentazione del libro di una scrittrice palestinese c’erano 200 persone, perché la libraia aveva diffuso l’invito attraverso Facebook. Demonizzare questi strumenti non serve, dobbiamo utilizzarli, come è stato fatto nelle “primavere arabe”, che senza questi mezzi non ci sarebbero state. Durante il fascismo e il nazismo non c’erano questi strumenti, ma c’erano altre forme di propaganda, molto efficaci, come ad esempio il cinema.

Anche la politica ormai fa le campagne elettorali attraverso i telefonini: per questo chi non ha il telefonino non riceve alcuna informazione.

Infine è stata avanzata la richiesta di una sintesi di quanto emerso in questo Seminario da diffondere a tutta la Rete, in modo da poterci lavorare sopra ed arrivare al prossimo Coordinamento con qualcosa di propositivo.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 2 (COORDINATO DA PIERPAOLO PERTINO)

La generale sensazione è uno “sconforto e smarrimento diffuso” ma il tema del Seminario è risultato essere assolutamente centrato e fondamentale per la consapevolezza e conoscenza della comunicazione con strumenti digitali.

La profilazione non è una novità del nostro tempo. Tutti i “non allineati al sistema” sono stati da sempre, in qualche modo, segnalati e schedati.

Siamo in un sistema comunque totalitario ma, rispetto al passato, oggi è difficile dare un volto al dittatore. E’ tutto molto meno delineato e tutto più sfuggente.

Il nome, senza volto, del dittatore dei nostri tempi è il “Mercato”, un nemico subdolo difficile da combattere [ne nasce una discussione sulla attuale efficacia di mercato equo – solidale, consumo critico e boicottaggi mirati].

Considerazioni sul tema in relazione alla nostra attività di Solidarietà Internazionale :

  1. Miglioramento della comunicazione con i nostri referenti locali.
    Con le nuove tecnologie digitali è possibile far circolare informazioni, praticamente, in tempo reale. Oltre al tema della sensibilizzazione e della informazione reale con la frequentemente quotidiana ne guadagna anche condivisione e relazione con referenti locali e tutti coloro che lottano per la realizzazione di un loro progetto.

  2. Il problema della sicurezza di dati e informazioni e della sicurezza della persona in relazione ai nostri referenti locali.

Sulla base delle profilazioni e di quanto ascoltato in questo seminario ci si pone il problema della sicurezza fisica delle persone che svolgono un certo tipo di attività. Alle nostre latitudini il problema non è considerata a rischio la nostra incolumità fisica quanto piuttosto “credibilità e reputazione “. Attraverso l’uso di fake news e false informazioni è letteralmente possibile fare a pezzi una persona. Es. la campagna di discredito mirata su Padre Mussie Zerai, ns testimone al Convegno 2016 della Rete ma in generale ciò che sta avvenendo oggi nei confronti del mondo del volontariato e delle ONG.
Per i nostri testimoni e referenti locali (almeno in certi luoghi ad es. l’Africa) c’è invece un concreto rischio di sicurezza fisico della persona.

Considerazioni generali sul tema da parte del gruppo :

1. Strumenti possibili di contro – informazione per opporsi alla circolazione di eventuali false informazioni e fake news
Nessuno del gruppo è in grado di dare una risposta ma viene comunque auspicata la realizzazione di giornate come questa che formino e coscientizzino su ciò che sta accadendo. Altra possibile via è la cura della qualità della relazione interpersonale. La conoscenza diretta difficilmente può essere incrinata da fake news generiche circolanti.

2. Come identificare le fake news e come reperire informazioni certe dal web. Esigenza emersa in varie fasi del confronto. Da tenersi in considerazione come argomento per eventuali altri incontri.


3. I contenuti di questo Seminario devono arrivare ai giovani.
I giovani sono la categoria che maggiormente usa strumenti digitali perciò quella che andrebbe maggiormente sensibilizzata agli effetti collaterali degli stessi. In questo senso il lavoro nelle scuole e nelle università è fondamentale. Si auspica la formazione di una equipe, formata e competente che possa veicolare con maggiore facilità contenuti di questo tipo. E’ fondamentale sostenere le nuove generazioni e fargli respirare un clima di fiducia e collaborazione in contro tendenza ai cupi scenari di paura e puro individualismo sostenuti in questo periodo. Il miglior servizio che possiamo render loro è:

Renderli consapevoli del proprio percorso nel loro tempo

4. Come mai le destre stanno maggiormente usando per comunicare l’uso degli strumenti digitali”.
Difficile rispondere a questa domanda. Vengono riportate alcune impressioni di Draghi, ascoltate ad un Seminario a Milano, in cui veniva ribadito che la sinistra non ha riconosciuta la priorità del tema della comunicazione digitale ed è abissalmente indietro rispetto all’utilizzo che ne fanno le estreme destre. Quella digitale è considerata una vera e propria battaglia in cui ogni spazio concesso risulta esser una sconfitta. Discredito e fake news sono uso comune. Non è facile combatterle ed orientare l’opinione pubblica con sistemi legali e metodi etici.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 3 (COORDINATO DA GIORGIO GALLO)

Il gruppo era formato da persone provenienti da diverse reti locali, età media abbastanza alta ma con qualche presenza (relativamente) giovane. La valutazione del Seminario da parte di tutti i componenti del gruppo, anche se con qualche distinguo, è stata molto positiva: argomento interessante e stimolante che ci ha messi di fronte a una realtà di cui non si aveva tutti consapevolezza.

Sono emersi diversi temi che riportiamo sinteticamente.

Riprendendo anche le parole del libro di S. Zuboff, che sono state molto apprezzate, si è detto che bisogna impegnarsi a livello locale per creare reti di vera amicizia e vere comunità; questo vale soprattutto con riferimento ai giovani. Sempre su questa linea si è insistito sul fatto che il lavoro nelle scuole deve essere prioritario per la Rete. In questo si inseriscono i seminari giovani che andrebbero ripresi. Si è parlato anche della necessità di lavorare con le famiglie: le reti familiari possono aiutare i giovani sempre più inseriti nel mondo dei social. C’è il rischio, è stato detto, di essere trasformati antropologicamente.

E’ importante non lasciare cadere il discorso affrontato nel Seminario, riprendendo e approfondendo ulteriormente le ricadute politiche di quanto abbiamo visto, e in particolare, qualcuno ha aggiunto, i rapporti tra internet, democrazia e pace.

E’ stata molto sostenuta la necessità di contribuire a diffondere e sviluppare lo spirito critico: informarsi bene, ma anche leggere i messaggi e le notizie fino alla fine, non fermandosi alle prime righe, e sviluppare l’autonomia di pensiero.

E’ stato detto che è importante partecipare a iniziative che non organizziamo noi, collaborando con altri gruppi. Va accettato il fatto che non sarà necessariamente possibile avere un ricambio generazionale.

Arrivano troppe informazioni si è detto: come fare? Ricordare sempre che troppa informazione equivale a nessuna informazione; da qui l’importanza di imparare a usare in modo sobrio le diverse chat alle quali partecipiamo.

Il più giovane del gruppo ha detto che questa era la sua prima esperienza con la Rete e l’ha trovata molto interessante. Ha invitato a far emergere una generazione di attivisti digitali che combattano le fake news e a stare molto attenti a chi controlla i nostri dati.

Ad esempio ha ricordato che l’INPS ha affidato, con regolare appalto, a un privato come l’IBM la gestione di tutti i nostri dati. Altri hanno parlato dell’importanza di lottare contro la privatizzazione della rete promovendo sistemi/piattaforme pubbliche per accedere al web e raccogliere dati.

GRUPPI DI LAVORO – SINTESI GRUPPO 4 (COORDINATO DA MARCO ZAMBERLAN E MARIA MINNITI)

Per rompere il ghiaccio abbiamo fatto prima un giro di presentazioni con prime impressioni a caldo.

Stella di Associazione Sportiva e Cultura di Vicenza ci ha riportato una sua esperienza di un viaggio recente a Roraima in Brasile, raccontandoci di quanto i giovani indios fossero influenzati dalle politiche di Bolsonaro veicolate attraverso il cellulare che è presente anche in quelle realtà ai margini della foresta, e di quanto credessero a quelle politiche ancorché a loro sfavorevoli.

Ci si è soffermati cosi sul senso di impotenza e depressione di fronte allo strapotere delle notizie non controllabili alle fonti, ribadendo quanto sia importante la conoscenza, non ritirarsi ma approfondire. Stupisce questa inesistenza del peso della Politica alta, anche delle politiche di sinistra che non riescono a dare risposte serie ed unitarie alla manipolazione economica e sociale in atto. Ci si interroga anche sulla possibilità di conoscere più approfonditamente la legislazione italiana in merito, anche se purtroppo i movimenti e le notizie dei social sono transnazionale e non rispondono in maniera diretta alle leggi nazionali.

Persino in carcere dove i social non sono presenti perché i cellulari non sono ammessi, e la televisione è l’unico canale di informazione transitano le false notizie.

Francesca ci sollecita però a diffondere il bello. Soprattutto come RRR a tenere vivo il nostro sito, aggiornarlo, magari a rendere partecipi altre persone attraverso il canale Youtube…Ci ricorda che i giovani vivono con senso di passività tutta la vita politica, che il singolo non ha la sensazione di incidere nel mondo, si sente depotenziato dalla rete anche se collegato all’universo intero.

Ma come incidere e dare continuità in questo mondo social? Spesso usato solo per recuperare vecchie amicizie o crearne di nuove, sembra non avere alcun appoggio nella vita politica reale, anzi c’è anche la possibilità che veniamo tracciati, registrati e schedati per ogni opinione espressa. È preoccupante. Soprattutto perché i luoghi di incontro tra persone diminuiscono, le stesse biblioteche un tempo teatro di scambio di cultura sono ormai in dismissione, la ricerca di un argomento non è più un percorso personale tra i libri ma digitale e pilotato dai grandi gruppi di informazione, spesso attraverso algoritmi di interesse.

Tutto è legato alla velocità di fruizione, tutto è accelerato. Cosi anche la fiducia è stata esasperata e distorta, perché tutto è pubblico, il senso di intimità e di privato tende a scomparire, così come la libertà di scegliere. Le informazioni su di noi, sul nostro modo di vivere, diventano il nuovo petrolio, venduto alle multinazionali per pubblicità spesso non richieste ed invasive. Quindi è importante mantenere un atteggiamento diffidente ed una formazione critica sulle fonti, perché il rischio è l’omologazione.

Ecco quindi la necessità di creare degli anticorpi capaci di resistere con il pensiero e la rielaborazione alla facile manipolazione mediatica, cambiare l’atteggiamento verso il modo di apprendere, perché la realtà è dispersiva. C’è bisogno di mantenere le relazioni tra persone e la capacità di dialogo perché questa modalità possa rimanere e diventare di nuovo voce e stimolo per una nuova politica.

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