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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2014

A cura della rete di Quiliano

La parola a due persone che hanno lasciato volontariamente il loro paese per andare ad incontrare altre persone ad a cercare insieme di diventare migliori.

“Io sono veramente grato per le persone che ho incontrato nella mia vita. Sono le persone che ho incontrato che mi hanno fatto la persona che sono. La mia ricchezza è la ricchezza umana di tanti uomini e donne che mi hanno toccato, soprattutto poveri.

Questo “toccarsi” sulla strada … uno più misterioso dell’altro. Questo essere “toccato” dai poveri, dagli ultimi, dai malati di AIDS.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………

La vita è stata un camminare, e camminando “lasciarsi toccare” dai fratelli pellegrini, vicini o lontani non ha importanza. L’importante è questo sentirsi abitati, amati …e amare, abitare altri … E’ ciò che poi rimane.” Alex Zanotelli da: “Korogocho” -alla scuola dei poveri-

“Mi penso a camminare per mano nei viottoli che hanno in Brasile il nome di favelas,e ritorna alla mente un pensiero che finora stenta ad essere accolto perchè, nella nostra cultura occidental-cristiana prima si pensa e poi si fa e spesso si pensa credendo di fare solo pensando. Non si crede da noi quanto la realtà modifichi il nostro pensiero “Arturo Paoli postfazione a “Korogocho”

Ottobre tradizionalmente mese “missionario”, ottobre che si apre con il primo coordinamento della Rete dedicato ai “migranti”, l’idea che unisce le due parole è quella di movimento da un luogo verso un altro.

Perchè le persone si spostano?

Per non venire uccise si rifugiano, per cercare una vita migliore migrano, per cercare di diventare migliori migrano.

La segreteria per l’ordine del giorno ha scelto la parola“migranti”, la Rete è nata da una “migrazione”: quella di Paul Gauthier.

Per dirla con Alex è andato a “lasciarsi toccare” e per dirla con Arturo ha visto “quanto la realtà modifichi il nostro pensiero”.

Questo ci portano in dono le migliaia di persone che cercano di arrivare tra noi, sia che si rifugino sia che si spostino per andare a stare-essere meglio, quello che offrono è REALTA’, quello che chiedono è TOCCO.

Non è possibile che dalla loro REALTA’ non si modifichi il nostro pensiero economico, finanziario, politico, non è possibile che dal “LASCIARSI TOCCARE” da loro non si sprigioni un’onda di tenerezza irresistibile.

Dovremmo provare a partire per un viaggio che ogni giorno ricominicia, muoversi stando fermi ad accoglierli,progettare con la testa vuota semplicemente ascoltando i loro progetti, dare un senso diverso ai nostri soldi guardando quanto valgono nella loro moneta e RESISTERE alle bugie della politica europea e nazionale.

Noi come Rete e come società civile tutta possiamo promuovere un percorso di approfondimento giuridico:

– cosa vuol dire che due nazioni hanno rapporti di reciprocità diplomatica?

– che diritto effettivo hanno le ambasciate di negare i visiti o imporre condizioni impossibili per averli?

-non c’è davvero nessuno imputabile di omissione per questa strage quotidiana di morti annegati?

Sono domande che mi abitano dai tempi in cui abbiamo iniziato a lottare per invitare Centrafricani in Italia toccando con mano quanto il “muoversi” legalmente non potesse essere di tutti ed intravedendo che le strade sarebbero state cercate e trovate dai popoli a costo della morte o per sfuggirne ma comunque cercate.

Sono domande a cui nemmeno l’onorevole Touadì, Congolese, provò a rispondere quando lo interpellammo.

Eccoci al dunque.

La procura di Roma indaga sulle connessioni tra scafisti e trafficanti di organi, ognuno paga il “migrare” con quello che ha.

Molti iscritti a questa lista conoscono il giovane Adama, il regalo ricevuto dalla nostra famiglia arrivato via Costa d’Avorio-deserto in camion-Libia-mare in barcone-Lampedusa.

Lasciamo a lui le conclusioni.

“gli americani quando tolgono un capo devono pensare che capo mettere dopo, hanno tolto Saddam, Kadaffi,Bin Laden e hai visto dopo? Solo un gran casino.

Bisogna capire bene bene dove vanno i soldi di quel capoche togli, dove va la sua famiglia.

Con i soldi di Saddam i suoi si sono preparati, hanno pensato e ora sono tornati, guarda cosa fanno, riprendono tutto.

Non c’è questione tra bianchi e neri la questione è tra ricchi e poveri, quando un nero diventa ricco va con i neri ricchi oppure con i bianchi se ne frega dei neri poveri fa il bastardo.

O vieni qui perché da te c’è la guerra o vieni a lavorare.

Se vieni a lavorare devi contare bene i soldi e devi sapere se vuoi vivere qui o tornare a casa dopo un po’. Io sono scappato, qui è bello ma io voglio tornare a casa.

Ci andiamo tutti in Costa d’Avorio!”

Questa la sua REALTA’.

“PAPA’ ho “prezzo” la patente!“

SMS inviato a Franco: questo il suo TOCCO.

per la Rete di Quiliano

Caterina

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Ottobre 2014

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona,

l’incontro del nostro gruppo a casa Pettenella, del 19.9, ha permesso di riflettere realmente su come fare associazione ed essere solidali in questo tempo, ed ha rilanciato il nostro impegno, sia dal punto di vista dell’approfondimento dei fatti, che rappresenta l’aspetto più politico, sia dal punto di vista pratico ed operativo, del che fare e di come contribuire ad una maggior giustizia in questo mondo così diviso e pervaso da ingiustizie. Gli incontri successivi, il Coordinamento Nazionale a Sezano ed il primo martedì di Nigrizia, hanno confermato questa necessità di ripensare il nostro impegno di solidarietà internazionale, per capire insieme cosa succede e impegnarsi concretamente come singoli e come gruppo per una maggior giustizia.

In casa Pettenella si è parlato soprattutto del nostro programma annuale, di quando e come ritrovarsi, con quale regolarità e su quali temi. Si è parlato di Palestina, della guerra a Gaza e delle le sue conseguenze disastrose, della paura di Israele delle conseguenze del boicottaggio dei suoi prodotti, che sta continuando soprattutto per i prodotti farmaceutici Teva e su Soda Stream; si è parlato delle notizie vere, difficili da reperire, perché i media sono condizionati da USA e da Israele, ed ora sono tutti focalizzati sulle notizie dello stato islamico ISIS e della relativa guerra, con violenze davvero inumane. L’ultimo numero di Bocche scucite ha citato il discorso di accusa di Abu Mazen all’ONU sulle distruzioni a Ghaza, ma di esso i giornali italiani non hanno proprio parlato. Chi volesse saperne di più, mi contatti che gli farò avere i riferimenti diretti.

Uno dei nostri prossimi incontri potrebbe essere proprio sulla Palestina, sul Medio Oriente e sulle nostre operazioni, cioè le operazioni che seguiamo noi della Rete di Verona, che sono le borse di studio a Joao Pessoa, gestite dall’Opera Mazziana, l’operazione Marco Picotti; e le operazioni in Guatemala, che ormai da una ventina d’anni guidiamo noi di Verona, con stretti rapporti anche personali con i referenti locali guatemaltechi, mentre invece la parte finanziaria di questa è curata dalla Rete Nazionale.

Si è parlato di come suddividere le collette veronesi, che ora confluiscono sul nuovo conto di Banca Etica, perché le indicazioni di chi versa sono sempre molto generiche, rimandano ad una discrezione collegiale: già negli scorsi anni si era discusso se chiudere l’operazione di Joao Pessoa, intitolata a Marco Picotti, perché il Brasile è profondamente cambiato rispetto all’inizio di questa operazione, che la Rete di Verona cura interamente, cioè raccoglie e manda tutti i denari necessari, mentre per quasi tutte le altre operazioni è la Rete nazionale a raccogliere genericamente il denaro delle collette ed a distribuirlo tra le varie operazioni. Si è deciso di mantenere l’operazione, ma per interpretare la “discrezione” si è deciso di destinare non più di 8.000 € l’anno (se ci si arriva), e non più del 50% di ogni raccolta mensile; gli altri vanno alla Rete nazionale, per tutte le altre operazioni. Si è così privilegiata la collegialità del gruppo/associazione, che raccoglie e interpreta la volontà espressa dai singoli con la loro intenzione del versamento nella colletta di restituzione.

Uno dei prossimi incontri sarà certamente sulla Finanza Internazionale, seguendo ciò che la Rete Nazionale vuol fare con una apposita Commissione, per capire meglio cosa succede e boicottare la finanza criminale, che non è solo quella legata alla mafia del Sud Italia. Stiamo pensando ad un relatore autorevole da far venire a Verona (Andrea Baranes ?), per avere da lui informazioni approfondite; poi ci sarà lo specifico Seminario nazionale: il Convegno Nazionale per la Rete è negli anni pari, negli anni dispari si fanno dei seminari di studio su argomenti di interesse, solitamente divisi per territorio, due anni or sono –ricorderete- ci siamo trovati ad Isola Vicentina ed abbiamo ascoltato Michele Nardelli sull’Osservatorio Balcani, e poi abbiamo chiamato lo stesso Nardelli anche a Verona, data la sua preparazione e la sua capacità di dare adeguate informazioni, superando ciò che ci danno i media. Occorre oggi molta controinformazione, come quando noi, ancora giovani, si parlava di guerra in Vietnam o di strategia della tensione, piazza Fontana anarchici eccetera.

Il Coordinamento Nazionale ha iniziato i suoi lavori a Sezano focalizzando l’attenzione sui migranti (già usare questo nome invece di extra-comunitari mi sembra un grande passo avanti per l’accoglienza); i problemi nel merito sono gravi oltre che difficili). Si sta studiando uno specifico progetto sui migranti, partendo da quelli che sono già qui (meglio allora chiamarli migrati o immigrati) per arrivare a quelli che stanno per partire, per migrare, per scappare da guerre, da carestie, da situazioni disastrose. Olivia è un’immigrata ghanese, è a Verona da 20 anni, ci ha parlato di come i villaggi non possono più coltivare la terra intorno, perché è occupata per estrarre l’oro, o i diamanti, o il petrolio, e le scuole non funzionano. È una classica situazione che la Rete affronta e sostiene con le sue operazioni, quando qualcuno là si assume l’onere del Progetto e ci chiede aiuto. Il problema c’è e continua ad aumentare, in ogni luogo della terra, come ci hanno denunciato anche i mapuche cileni che non riescono ad avere le terre che hanno sempre abitato, non hanno i “documenti di proprietà”!

Ma il primo problema dei migranti qui è essere accolti; i Comuni e le associazioni non riescono a gestire decentemente il problema, e l’Europa ancora non ha affrontato seriamente il problema. Sarà l’argomento per un possibile nuovo incontro anche a Verona, anche perché Olivia, la bella signora nera ghanese (minuta, umile e semplice, ma elegantissima in viola e nero) abita proprio a Verona e vorrebbe attivare un progetto concreto sui migranti. Olivia va a casa dei genitori in Ghana in marzo aprile 2015, invita possibili accompagnatori a viaggiare con lei.

Un ultimo argomento è l’ISIS, di cui s’è parlato anche nel nostro incontro veronese, ma soprattutto nel martedì di Nigrizia, dove ha parlato un grande esperto, giornalista e di origini arabe, Moustafà El Ajoubi. Il titolo era “Chi sostiene il califfato?”, nella sala Africa c’erano più di 200 persone, non si riusciva ad entrare; nel pomeriggio del 7.10 Mustafà aveva parlato in interviste ai giornali locali, ed il suo discorso è stato registrato e messo in youtube, disponibile a questo indirizzo: http://www.nigrizia.it/notizia/chi-sostiene-il-califfato/notizie . Moustafa ha cercato di chiarire un tema complesso e articolato, indicando le responsabilità Usa nel far sorgere Al-Qaida contro i russi in Afganistan 20 anni fa, poi nelle campagne contro l’Iran, contro Saddam Hussein in Iraq, ora anche contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina; ha indicato anche le responsabilità dell’Arabia Saudita e del Qatar nel sostenere un movimento sciita contro i sunniti, perché tutto il Medio Oriente diventi a stretta obbedienza religiosa, la sharìa, togliendo di mezzo gli stati laici, come erano Egitto, Libia, Siria. L’Europa non riesce a prendere una sua posizione, ci sono delle forti tensioni internazionali nel merito, che corrispondono poi ai movimenti dei capitali nelle borse internazionali, e come sempre succede sono i deboli a farne le spese, in questo caso ad esempio i cristiani siriani e di altre regioni.

Anche l’informazione ne risente, perché tutti i nostri media parlano solo di ISIS e del punto di vista USA. L’ONU e i governi occidentali di solito difendono le minoranze, ma stavolta non hanno preso posizione ed hanno lasciato ammazzare; ora la Turchia a sua volta assiste tranquillamente alle stragi operate dall’ISIS a pochi chilometri dai suoi confini, tanto muoiono i curdi. I curdi per loro sono un’organizzazione terrorista, perché vuole costruire un suo territorio indipendente prendendo un grande territorio in Turchia. Il prossimo paese coinvolto in questo assalto ISIS sarà probabilmente la Libia, in questo momento nel caos più totale; la Libia è molto più vicina a noi del Medioriente, non solo ai siciliani, anche a noi veronesi, perché la base militare dell’Africa Command statunitense è stata spostata dalla Germania all’aeroporto di Vicenza, praticamente a casa nostra. E l’Italia non ha detto niente: doveva far eleggere la Mogherini Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza.

Argomenti complessi e da me mal riassunti, in fretta e troppo schematicamente. Vi consiglio di vedere la registrazione o di leggere il prossimo numero di Nigrizia che ne parlerà diffusamente: Mustafà cura da anni una sua rubrica su Nigrizia. Il prossimo Martedì Del Mondo di Nigrizia è il 4 novembre, arrivederci là numerosi.

I dati della colletta nel prossimo mese, bimensili come s’è stabilito.

Un carissimo saluto da

Dino e Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale 

Radiè Resch di Quiliano – Ottobre 2014

La parola a due persone che hanno lasciato volontariamente il loro paese per andare ad incontrare altre persone ad a cercare insieme di diventare migliori.

“Io sono veramente grato per le persone che ho incontrato nella mia vita. Sono le persone che ho incontrato che mi hanno fatto la persona che sono. La mia ricchezza è la ricchezza umana di tanti uomini e donne che mi hanno toccato, soprattutto poveri.

Questo “toccarsi” sulla strada … uno più misterioso dell’altro. Questo essere “toccato” dai poveri, dagli ultimi, dai malati di AIDS.

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La vita è stata un camminare, e camminando “lasciarsi toccare” dai fratelli pellegrini, vicini o lontani non ha importanza. L’importante è questo sentirsi abitati, amati …e amare, abitare altri … E’ ciò che poi rimane.” Alex Zanotelli da: “Korogocho” -alla scuola dei poveri-

“Mi penso a camminare per mano nei viottoli che hanno in Brasile il nome di favelas,e ritorna alla mente un pensiero che finora stenta ad essere accolto perchè, nella nostra cultura occidental-cristiana prima si pensa e poi si fa e spesso si pensa credendo di fare solo pensando. Non si crede da noi quanto la realtà modifichi il nostro pensiero “Arturo Paoli postfazione a “Korogocho”

Ottobre tradizionalmente mese “missionario”, ottobre che si apre con il primo coordinamento della Rete dedicato ai “migranti”, l’idea che unisce le due parole è quella di movimento da un luogo verso un altro.

Perchè le persone si spostano?

Per non venire uccise si rifugiano, per cercare una vita migliore migrano, per cercare di diventare migliori migrano.

La segreteria per l’ordine del giorno ha scelto la parola“migranti”, la Rete è nata da una “migrazione”: quella di Paul Gauthier.

Per dirla con Alex è andato a “lasciarsi toccare” e per dirla con Arturo ha visto “quanto la realtà modifichi il nostro pensiero”.

Questo ci portano in dono le migliaia di persone che cercano di arrivare tra noi, sia che si rifugino sia che si spostino per andare a stare-essere meglio, quello che offrono è REALTA’, quello che chiedono è TOCCO.

Non è possibile che dalla loro REALTA’ non si modifichi il nostro pensiero economico, finanziario, politico, non è possibile che dal “LASCIARSI TOCCARE” da loro non si sprigioni un’onda di tenerezza irresistibile.

Dovremmo provare a partire per un viaggio che ogni giorno ricominicia, muoversi stando fermi ad accoglierli,progettare con la testa vuota semplicemente ascoltando i loro progetti, dare un senso diverso ai nostri soldi guardando quanto valgono nella loro moneta e RESISTERE alle bugie della politica europea e nazionale.

Noi come Rete e come società civile tutta possiamo promuovere un percorso di approfondimento giuridico:

– cosa vuol dire che due nazioni hanno rapporti di reciprocità diplomatica?

– che diritto effettivo hanno le ambasciate di negare i visiti o imporre condizioni impossibili per averli?

-non c’è davvero nessuno imputabile di omissione per questa strage quotidiana di morti annegati?

Sono domande che mi abitano dai tempi in cui abbiamo iniziato a lottare per invitare Centrafricani in Italia toccando con mano quanto il “muoversi” legalmente non potesse essere di tutti ed intravedendo che le strade sarebbero state cercate e trovate dai popoli a costo della morte o per sfuggirne ma comunque cercate.

Sono domande a cui nemmeno l’onorevole Touadì, Congolese, provò a rispondere quando lo interpellammo.

Eccoci al dunque.

La procura di Roma indaga sulle connessioni tra scafisti e trafficanti di organi, ognuno paga il “migrare” con quello che ha.

Molti iscritti a questa lista conoscono il giovane Adama, il regalo ricevuto dalla nostra famiglia arrivato via Costa d’Avorio-deserto in camion-Libia-mare in barcone-Lampedusa.

Lasciamo a lui le conclusioni.

“gli americani quando tolgono un capo devono pensare che capo mettere dopo, hanno tolto Saddam, Kadaffi,Bin Laden e hai visto dopo? Solo un gran casino.

Bisogna capire bene bene dove vanno i soldi di quel capoche togli, dove va la sua famiglia.

Con i soldi di Saddam i suoi si sono preparati, hanno pensato e ora sono tornati, guarda cosa fanno, riprendono tutto.

Non c’è questione tra bianchi e neri la questione è tra ricchi e poveri, quando un nero diventa ricco va con i neri ricchi oppure con i bianchi se ne frega dei neri poveri fa il bastardo.

O vieni qui perché da te c’è la guerra o vieni a lavorare.

Se vieni a lavorare devi contare bene i soldi e devi sapere se vuoi vivere qui o tornare a casa dopo un po’. Io sono scappato, qui è bello ma io voglio tornare a casa.

Ci andiamo tutti in Costa d’Avorio!”

Questa la sua REALTA’.

“PAPA’ ho “prezzo” la patente!“

SMS inviato a Franco: questo il suo TOCCO.

Per la Rete di Quiliano

Caterina

Waldemar Boff

La Rete nei cambiamenti sociali del Brasile e non solo

Somiglianze tra SEOP e RRR

La Rete sta compiendo 50 anni di solidarietà, cercando di creare più giustizia sociale. Da 25 anni, con il Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare -SEOP e negli ultimi dodici anni anche con Acqua Dolce- Servizi popolari, abbiamo ricevuto un aiuto costante e fedele dalla Rete per fare la stessa cosa. Devono esserci molti altri elementi comuni in questa collaborazione, visto che è durata tanti anni.

Mi pare che Rete e Seop lavorino in modo informale e cerchino di costruire gruppi legati dai comuni interessi e dall’affetto. Sia noi del Seop che la Rete tentiamo di mantenere in alto le nostre bandiere nonostante i venti contrari e la debolezza delle gambe di coloro che le sventolano. Conserviamo la stessa attenzione per le realtà locali e per gli intrecci globali, la stessa mistica dell’amore alla persona, dell’internazionalismo e della libertà.

Il povero come soggetto del suo processo di emancipazione

Lungo il nostro cammino, abbiamo continuato a fare adattamenti pratici dei principi teorici che hanno sempre guidato e guidano le nostre azioni. Uno di questi è il ruolo dell’assistito nella relazione di aiuto.

Teoricamente, il bisognoso svolge il ruolo principale nella relazione. Ma dobbiamo seguire varie mediazioni per arrivare a questo, cioè misure graduali per espellere, con dolcezza e persuasione, l’oppressore che abita dentro di lui, trasformare il sentimento di inferiorità che coinvolge la sua anima, valorizzare il suo sapere, frutto dell’esperienza e della sofferenza consolidata.

Questo processo non si esaurisce in un progetto di tre o cinque anni. Può richiedere molti anni o generazioni. I risultati attesi -quelli scritti nei progetti in corso- non sono, in genere, veritieri perché devono soddisfare le condizioni del finanziatore.

Guardo con curiosità alle pratiche pastorali della Chiesa Cattolica e mi domando se i suoi comportamenti non si basino su un’esperienza secolare. Ma noi ci proponiamo, come ente di diritto privato, di produrre un servizio pubblico senza connotazioni religiose, con personale pagato, che non opera quindi gratuitamente. Tuttavia (quello alla chiesa cattolica) è un punto di riferimento a cui guardare con attenzione, mantenuto il dovuto spirito critico.

Lo Stato ha la possibilità di dedicare attenzione agli ultimi?

Teoricamente, si. Ma dobbiamo vedere le possibilità reali e analizzare che tipo di Stato abbiamo oggi. In Brasile, lo Stato è storicamente patrimonio delle elite che se ne approfittano per garantire e accrescere i propri privilegi. È stato in passato e continua ad essere oligarchico, nonostante lo sforzo storico del movimento popolare. Anche nella recente democrazia restano forti tracce di autoritarismo, di accomodamenti e di conciliazione con gli interessi delle elite.

La nostra esperienza indica che -quando passiamo al Comune una struttura sociale costruita da noi nelle periferie più povere (centro di educazione infantile, ambulatorio, casa comunitaria) – la tendenza è a elitizzarla, cioè, a occuparsi delle persone socialmente meno problematiche, lasciando fuori quelle meno facilmente gestibili. La maggioranza dei funzionari pubblici, soprattutto quelli che entrano per concorso, tendono ad adattarsi e ad imitare l’esempio che viene dalle elite che guadagnano molto per lavorare poco.

Dico sempre che la qualità dei servizi dello Stato dipende dalla qualità della cittadinanza. Per questo, dopo aver costruito delle strutture sociali e averle passate allo stato -che non le costruirebbe in queste aree povere-, dovremmo investire tempo e pazienza nell’educazione e organizzazione dei cittadini. Ma è molto difficile trovare qualcuno che finanzi questo tipo di programma.

Si noti anche che quando non riusciamo a passare la struttura sociale al Municipio, il terreno continua ad essere a disposizione della comunità. Questo è fondamentale, perché nelle occupazioni irregolari prevale normalmente la logica della appropriazione privata della terra e di rado restano spazi pubblici. Con il nostro intervento questo spazio resta garantito, indipendentemente dalla qualità e dal destino che avrà la struttura costruita.

Come ci ha aiutato la Chiesa Cattolica

Segmenti delle confessioni tradizionali, soprattutto della Chiesa Cattolica, ci hanno molto aiutato. Per anni, abbiamo mantenuto rapporti con l’organizzazione tedesca Misereor ha finanziato le nostre attività di assistenza ai vecchi abbandonati. L’infrastruttura del Centro Comunitario che si occupa dei portatori di necessità speciali è mantenuta dalla Parrocchia di Santa Cruz di Duque de Caxias, Baixada Fluminense.

Quel che abbiamo sperimentato è che, come tutte le grandi organizzazioni, la Chiesa Cattolica tende a rispettare diligentemente le leggi vigenti e mantenere la proprietà privata dei beni, anche se li usa come un servizio pubblico ai più bisognosi. È qui che risiede la sua forza e allo stesso tempo la sua debolezza. Il carisma è offuscato dal voler mantenere nel corso del tempo l’efficacia operativa.

Come dovremmo andare avanti?

Come abbiamo fatto fin dall’inizio. Semplici, in piccoli gruppi, fedeli gli uni agli altri, avendo fiducia nel futuro e nella crescita della coscienza umana. Non sarà il denaro, né il potere che ci renderà forti, ma la nostra umiltà, la nostra debolezza e la nostra indistruttibile fede nella vittoria del bene sul male, della verità sulla falsità, della solidarietà sull’egoismo.

Inoltre, la nostra azione di collaborazione dovrà rafforzare ancora la responsabilità nei confronti del pianeta, tenendo conto degli impatti dei cambiamenti climatici e della perdita della biodiversità. Dovremo anche tentare di consolidare un’etica e una cittadinanza globali. Iniziative come la pubblicizzazione dell’acqua, l’educazione alla pace, il movimento slow food sono possibili solo perché in molte persone e gruppi si è già svegliata la coscienza planetaria a diversi livelli.

E soprattutto l’affetto, l’attenzione, la cura degli uni nei confronti degli altri. Quando 20 anni fa fu stabilita la collabolazione di cittadini di Bonn con cittadini di Petrópolis, dicevamo che si sarebbe mantenuta se ci fosse stato un orizzonte comune di costruzione della famiglia umana, di preservazione del pianeta e se ci fosse stato un profondo legame di amicizia tra le persone. Oggi la collaborazione continua viva e forte grazie a questi valori che vanno molto al di là dei soldi e che possono sussistere anche senza quelli.

Solidarietà come valore politico globale

Storicamente si è sempre fatta solidarietà per motivi religiosi o umanitari. Apparentemente, la solidarietà non si inserisce tra i valori politici. Tuttavia le tasse sono in realtà forme obbligatorie di solidarietà. E le tasse sono negoziate politicamente. Sono rari quelli che pensano che le tasse abbiamo una destinazione universale, beneficiando in primo luogo i più bisognosi. Oggi, dello Stato si sono appropriati gli interessi dominanti del capitale e dell’informazione e le tasse servono prima di tutto a questi interessi.

La burocrazia pubblica può essere una delle forme per appropriarsi privatamente di quello che appartiene a tutti.

Noi che da tempo combattiamo in campo civile e non in quello dello Stato siamo impegnati a dimostrare che anche le imposte nazionali hanno una destinazione universale e dovrebbero essere indirizzate prima di tutto verso i paesi più deboli all’interno di una visione della famiglia delle nazioni.

É urgente riaffermare il valore del bene comune, che non si riduce ai beni naturali come la terra, il sole, l’acqua, l’atmosfera, anche se le nazioni più povere finiranno per subire gli impatti maggiori dei cambiamenti climatici, fenomeni non creati da loro. Il pubblico comprende anche i beni culturali prodotti collettivamente dall’umanità, che dovrebbero essere equanimamente ripartiti tra tutti. In linea di principio le conquiste di scienza e tecnologia, i musei del Vaticano e le riserve delle banche dovrebbero appartenere a tutti.

Pensare la solidarietà come un valore politico è pensare la giustizia globale. L’attenzione per la sorte dell’altro, oltre ad essere un valore religioso e/o umanitario, è anche un dovere di ogni membro della famiglia umana e di ogni popolo dell’insieme delle nazioni e un diritto di tutti coloro che non hanno il sufficiente per mantenere il proprio splendore di figlio/a del cielo e della terra.

Attenzione alla cultura colonialista

Non è facile espellere il colonizzatore/colonizzato che è dentro di noi per uscire e costruire un portico comune, dove poterci sedere al crepuscolo per raccontare i fatti del passato, esporre la nostra intimità e pensare al nostro futuro comune.

Per i paesi colonizzatori questo compito è così difficile quanto per i paesi colonizzati. Negli uni e negli altri si è generata una cultura con radici tanto profonde che sembrano appartenere alla natura e non alla creazione dell’uomo.

Nelle nostre relazioni di aiuto e solidarietà, atteggiamenti inconsci e dissimulati si manifestano fuori dal nostro controllo. Il colonizzatore storico può vedersi come quello che possiede, che sa, che può dare e insegnare. E il colonizzato storico può vedersi come quello che è da meno, che ancora non è arrivato a quel punto e quindi ha bisogno di aiuto da chi può darglielo.

Andare oltre questa cultura radicata dentro di noi è un esercizio spirituale che richiede discernimento, vigilanza e soprattutto comprensione. Non tutti sono allo stesso livello nel cammino di auto-liberazione. Ma se osserveremo l’altro e lo aiuteremo sarà già il primo passo in un percorso di 10.000 km. Possiamo fermarci nel mezzo del cammino per riposare e riflettere, ma mai scoraggiarci e interrompere la camminata della solidarietà.

Il debole resta

Per quanto una comunità o un paese siano sviluppati, ci saranno sempre persone che non stanno al passo della camminata. Che restano indietro, restano ai bordi della strada o semplicemente si perdono.

Solidarietà non è soltanto pensare a quelli che sono lontani, in un paese povero e sconosciuto in cui siamo tentati di andare per dare una mano. Il bisognoso, il debole, l’escluso c’è anche vicino a noi, all’interno della nostra famiglia, nell’ambito della comunità che frequentiamo. Non abbiamo bisogno di uscire dal luogo in cui stiamo per metterci al servizio, essere solidali, aiutare nello sviluppo. Al mio fianco, c’è qualcuno che subisce discriminazioni, che si sente non considerato, che soffre per la depressione, che muore in profonda solitudine in mezzo alla agitazione della moltitudine e al vocio delle masse.

Ci sono anche milioni di bambini che non ottengono condizioni per sviluppare le loro potenzialità e usufruire delle proprie dimensioni interiori. È una terribile tragedia, non senza colpevoli, che rivela una cultura genocida, che si nega come comunità e come futuro.

Fermarsi per guardare e per ascoltare l’altro, rallentare il passo perché lo zoppo e il vecchio possano mantenerlo, cambiare il ritmo del gioco perché il debole possa partecipare, instaurare un’altra dinamica di gruppo tenendo contro della lentezza di alcuni nel comprendere, cambiare musica perché tutti possano cantare allegramente, tutto questo è solidarietà reale che cerca di mantenere l’unità della comunità come valore al quale si devono sacrificare i nostri gusti individuali.

Fede, speranza, carità

Si sono virtù teologali nella tradizione cristiana. Ma sono anche virtù umane e politiche. Fede è credere che nel profondo di ogni persona e di ogni nazione crepita la fiamma della bontà radicale. È credere che la nostra avventura personale e collettiva si concluderà positivamente nonostante gli apparenti elementi negativi della realtà.

Sperare è quella volontà di aspettare con pazienza e ostinazione che il bene prevalga sul male, che la virtù risplenda sulla falsità, che la bellezza trasfiguri la bruttezza quotidiana. La speranza è una fonte cristallina che continua a gorgogliare in mezzo al fango e al putridume.

Carità è quell’amore generoso, disinteressato che si estende non solo a tutti gli esseri umani ma anche a tutti gli esseri viventi. Questo amore prova piacere nel creare unione, mettersi al servizio e condividere. Ma è anche un amore ribelle che trasgredisce le leggi ingiuste e insorge contro ogni tirannia. Questo amore angelico è allo stesso tempo profondamente carnale, è l’anello dorato e fiammeggiante che fortifica la nostra fede e mantiene viva la nostra speranza.

Sono queste tre virtù che nutrono la nostra umanità, la nostra gioia di metterci al servizio e soprattutto che danno forza alle nostre gambe, danno sapore alla nostra bocca e riempiono il nostro petto di voglia di cantare anche se fa notte.

Pio Campo

Rowan, la danza e la magia

Rowan è arrivata in Brasile dall’Australia dopo tre giorni di viaggio. Ha portato il suo sguardo chiaro, la stanchezza di infinite ore in aereo, la gioia dell’incontro, l’attesa della danza. Ci siamo conosciuti in India alcuni anni fa e facciamo parte della stessa famiglia che nel mondo crede al risveglio della coscienza umana, stirpe sacra dei Sacha, filo infinito d’Amore.

La danza è entrata nella sua vita a Rishikesh durante gli incontri che offro giornalmente in gennaio nell’Ashram, la nostra radice comune. Da allora qualcosa si è mosso nel suo cuore fino a condurla qui oggi, per comprendere e procedere…

Oltre a lei arriveranno dalla Nuova Zelanda altri compagni dell’esperienza indiana, alunni italiani e il gruppo brasiliano che segue la danzaterapia come una proposta di vita.

Staremo insieme per una settimana, immersi in un tuffo comune nel movimento che ci vedrà uniti nell’alternarsi delle ore, dei pasti, del sonno.

Realizziamo il sesto incontro intensivo di danzaterapia ad Estrema, al confine fra lo stato di Minas Gerais e Sao Paulo, un luogo nuovo anche per me, una nuova sfida.

E in tutto questo osservo il mistero che chiama chi arriva, me stesso nell’attesa, il gioco di una vita che costantemente pronuncia i nostri nomi.

Riconosco nel coraggio di ciascuno che lascia la propria casa, il proprio paese, le sicurezze, la mia scelta di alcuni fa quando per la prima volta incontrai Maria Fux, la mia maestra. Fra le sue mani danzava ciò che da sempre avevo cercato, qualcosa che non aveva nome né odore, né forma, né colore ma che fra le sue dita brillava con una chiarezza assoluta. Il mio “sì” non è costato alcun sforzo, è stato il cuore a pronunciarlo e da allora si moltiplica in infiniti cammini non sempre facili ma tutti ugualmente e assolutamente meravigliosi.

Il silenzio e il vuoto sono la culla che ci accoglierà, contemplazione in danza di sapienza ancestrale, conoscenza innata, identità d’ Amore.

Siamo maghi, incantatori di serpenti intelligenti e astuti, trasformatori e creatori.

Tutti, indistintamente.

Ci distingue la memoria della nostra origine, nella sua chiarezza o nell’oblio più o meno denso che le società, le illusioni, le false certezze alimentano di cibi fantasmi. Ma nulla separa o altera ciò che naturalmente siamo nella nostra facoltà infinita di produrre incanto.

Il movimento che chiamo danza si snoda fluido nelle trasformazione della pelle, nello sguardo radicato, nei capelli arruffati, nelle mani sapienti.

È il vuoto a chiamare, lo spazio d’attesa di ciò che è e che si manifesta.

Vedo l’ombra degli alberi stagliarsi in un cielo arancione, anticipazione della notte, gli ultimi voli improvvisi fra le frasche e un senso di quiete che attende il buio. La magia si rinnova costantemente e sono solo i nostri occhi e il cuore a percepirla, linguaggio segreto di stregoni e sciamani, fratelli, amori.

Mi alzo a volte di notte e vedo e sento e mi pare, questo, un miracolo.

Tutto parla e sussurra, tutto si muove e guarda, La danza avviene intorno e infinitamente dentro, confonde i pensieri e semplicemente è.

Mercoledì scorso ho incontrato un gruppo di donne sole, menti annebbiate, torpori da troppi sedativi. La stanza invasa dal caso, un orecchio che sanguina, il divano con una macchia e grumi… sangue.

Dov’è la bellezza, l’equilibrio, il corpo magico?

La musica inizia, i piedi si muovono e nell’atto semplice di ripulire a suon di danza il volto che accenna disgusto e malattia tutto cambia e gli occhi si animano, il respiro si acquieta, la bellezza rimbalza fra le pareti e invade il pavimento e lo sguardo. Maghi siamo.

Maghi.

Non abbiamo età, il gesto ricrea, cancella o evoca, semina o dissolve. È l’intenzione ad abitarlo, il desiderio e la fede.

Così avviene il cambiamento, così si aprono porte e si scioglie la rigidità.

Guardo Rowan disegnare davanti a me. Partiremo fra qualche giorno e nell’attesa viviamo silenzi complici, ci accomodiamo nello scorrere lento e tranquillo delle giornate. Al mattino spesso ci emozioniamo nel sentire come il mondo cambia perché noi stiamo cambiando.

Incredibile ritornare ad abitare il proprio sguardo, il respiro e la pelle. Potere apprezzare un volo e un colore, l’aria che si raffredda di sera e il tepore invernale di queste giornate brasiliane.

Tutto c’è sempre stato, nuvole e strade, forme e possibilità. Siamo noi che adesso ce ne accorgiamo.

Amo i nostri passi silenziosi, la complicità magica che fiorisce in casa e sfiora me, Gabriel, Rowan.

Sfiora l’umanità e la cambia, per strada, nei negozi, nei treni.

Maghi siamo, tutti.

È la magia a salvarci e la magia danza.

Martina Romanello

Se lo stato non c’è

Non sono appassionata di calcio. Ne capisco poco. La partita domenicale è un rito che mio padre celebra in solitudine. Ma la morte di Ciro Esposito non riguarda solo il mondo del calcio, la morte di Ciro Esposito deve tenerci svegli tutti. Sono contenta che questo articolo verrà pubblicato a settembre quando probabilmente i riflettori su questa vicenda saranno spenti, perché non si può smettere di parlarne, non si deve. ? “Anche ciò che ci è molto vicino ci appare lontano se non ci tocca”.

Ricordo bene la sera del 3 maggio, la sera di Napoli-Fiorentina, la sera della finale di Coppa Italia. Ero con mia madre e andammo a prendere mio padre a lavoro: “Dei tifosi romanisti e laziali hanno fatto un agguato a quelli del Napoli”, ci dice, “Hanno anche sparato. Ci sono andati appositamente perché non sono loro che devono giocare. Pare sia ferito anche un poliziotto”.

Poche notizie, frammentarie, inesatte, quelle che cominciavano ad arrivare dalla capitale.

Mi feci accompagnare a casa di un mio amico. Lì avremmo visto la partita tutti insieme. Accendiamo la tv e cominciamo a vedere le immagini, l’assoluta confusione: fumogeni, lanci di oggetti, giocatori che si guardano intorno, telecronisti spiazzati.

Non si capisce cosa sia successo e cosa stia succedendo allo stadio: hanno sospeso la partita? Sono i tifosi che ne impediscono l’inizio? Ma quelli del Napoli o quelli della Fiorentina? Non è chiaro, si sa solo che c’è un ragazzo in ospedale e quella partita, per me, non si può giocare, non si deve giocare.

Sapevamo tutti che la finale di Coppa Italia si sarebbe svolta lo stesso, il dio denaro avrebbe vinto anche questa volta. Certo era impossibile pensare di rimandare tutta quella gente a casa anche per questioni di ordine pubblico. Quell’ordine pubblico rimesso dallo Stato, come successo in altri casi, in altre partite e con altre squadre, nelle mani di un grasso capo ultras arrampicato sulle transenne, che sarebbe diventato il protagonista delle settimane seguenti, ma non ne voglio parlare, non ancora.

A proposito di Stato invece, vedevo Matteo Renzi e Pietro Grasso sugli spalti e mi ripetevo: “Andate via, andate via vi prego. Dimostrate lo sdegno dinanzi a tutto questo. Dimostrate che non si può far finta di niente quando qualcuno spara e qualcun altro finisce in ospedale in fin di vita, non si può andare oltre, mai.”

Non aveva senso giocare quella partita. Non ha avuto senso la vittoria del Napoli. Nessuno ha festeggiato.

Dopo la partita, il telegiornale. Ci aspettavamo di capire qualcosa in più ma il titolo di apertura riguarda il tentativo dei tifosi napoletani di non far giocare la partita. Mi arrabbiai, tanto. Com’era possibile che dopo tutto quello che era successo, la cosa più grave, secondo il telegiornale, era che la partita stava per saltare per colpa dei tifosi del Napoli? Tifosi del Napoli dipinti, come sempre, come la peggior tifoseria d’Italia.

“Ma perché? Non è vero?” mi dicevano i miei amici. “Non fanno sempre figure di merda?” Sì, sarà stata indubbiamente una figura di merda, ma non si può aprire il telegiornale in questo modo, non si può far passare sempre e solo questo messaggio. La cosa più importante e sconvolgente era il fatto che un ragazzo era in ospedale colpito da un’arma da fuoco nei pressi dello stadio senza che si sapesse il perché.

Qualcosa non andava, si sentiva nell’aria e le notizie circolate il giorno dopo, quelle vere, stavolta lo dimostravano.

Due cose si erano dette quella sera, smentite poi ai primi telegiornali del mattino seguente.

Qualcuno durante la telecronaca aveva suggerito che la sparatoria nascondeva un regolamento di conti. Si tratta di un ragazzo di Napoli, ferito, di Scampia, è chiaro che si parla di camorra. Lo sanno tutti, ormai ce ne siamo convinti anche noi napoletani e quasi non ci meravigliamo più. Anche se tanti, troppi morti con la camorra non c’entrano niente; anche se tanti, troppi ragazzi erano solo lontani parenti di qualcuno; anche se tante, troppe lapidi appartengono a chi si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato ed è stato scambiato per qualcun altro.? E anche stavolta non è vero. Ciro non è morto per un regolamento di conti, non è morto perché lontano parente di chissà chi, non è morto perché al posto sbagliato al momento sbagliato.? Ciro è morto perché al posto giusto al momento giusto, Ciro è morto perché era chi doveva essere lì. Ciro è morto perché era un napoletano andato a vedere la finale di Coppa Italia.

Finale che comincia, con quasi un’ora di ritardo, quando si dice che Ciro è fuori pericolo, perché questa era la condizione posta dagli ultras. Non è vero ma non lo avremmo saputo fino alla domenica.

Da quel giorno 53 giorni di agonia.

Ma non si parla di Ciro, è quel grasso capo ultras, Genny a carogna, a diventare il protagonista, lo specchio per le allodole, l’emblema di un calcio malato e di una napoletanità delinquente per cui qualche responsabilità Ciro ce le aveva, ce le doveva avere, in fondo si dice che abbia reagito a una provocazione. Come se il reagire alle provocazione fosse più importante del fatto che è finito in fin di vita in ospedale, come se una pistola con la matricola abrasa e delle pallottole potessero passare in secondo piano.

E che Ciro abbia risposto a una provocazione, oggi non sembra neanche certo. Ciro si scaglia senza armi contro un gruppo di tifosi romanisti che stava attaccando un pullman di famiglie napoletane con lanci di bombe carta si becca una pallottola. A chiarire la dinamica ci sta pensando la Magistratura, ma da quel 3 maggio fiumi di parole sul capo ultras napoletano e la sua maglietta, sulle infiltrazioni camorristiche nelle tifoserie napoletane, senza interrogarsi sul perché la mentalità mafiosa sia connaturata a quasi tutti le curve d’Italia e come debellarla. Anche la campagna elettorale per le Europee a Napoli, si colora di calcio, ma le notizie sulle condizioni di Ciro non si sanno, quelle te le devi andare a cercare.

Almeno fino al 24 giugno quando comincia a circolare la notizia della morte di Ciro e si versano di nuovo fiumi di parole, senza rispetto per il dolore.

Poi però arriva la smentita. È il 24 giugno gioca l’Italia e, anche chi si era messo a urlare conto lo schifo di questo sport, si fa di nuovo prendere dal girone, com’è giusto che sia. Perché è estate, perché nonostante tutto quanto successo in Brasile per preparare questi mondiali, nonostante quanto sia malato e poco sportivo il mondo del calcio, un paio d’ore di distrazione ce le prendiamo tutti, perché il calcio è un collante sociale, col calcio si sta insieme, col calcio ci si diverte, col calcio si muore.

È alle 6 del mattino del 25 giugno che il cuore di Ciro si ferma. E con lui una città. Un giovane di Scampia di 29 anni, toglie i riflettori anche alla Napoli bene che sta festeggiando i 100 anni delle cravatte di Marinella.

Ma la morte di Ciro non basta affinché il Paese e i giornali restituiscano il rispetto che lui e la sua famiglia meritano.

Addirittura, il giorno dei funerali, qualcuno ha osato, senza pudore, scrivere articoli su chi era o non era presente alla camera ardente, da Genny a Carogna a Nino d’Angelo passando per il patron e i giocatori del Napoli.

Ciro è morto e attorno a lui si raccoglie la migliore Scampia, quella lavoratrice e con la faccia pulita che ancora una volta è lasciata sola da parte di uno Stato incomprensibilmente assente.

Tante sono le responsabilità da definire: perizie balistiche discordanti, falle nel piano di sicurezza pre-partita, infiltrazioni nelle tifoserie romane, ritardi nei soccorsi. Tanto, troppo fumo attorno a questa vicenda.

Ma sia lo Stato che lo sport guardano altrove.

Giancarlo Abete, presidente della FIGC, si dimette dopo che l’Italia esce dal mondiale ma nessuna reazione per i fatti del 3 maggio. La politica nazionale chiusa in un assordante silenzio.

Lo Stato che era presente a quella maledetta partita, gira la faccia dinanzi al dramma della famiglia di Ciro, alla lezione di dignità che sua madre ha dato all’intero Paese ogni volta che ha rilasciato dichiarazioni ai giornali e alla televisione.

“Nessuna violenza in nome di Ciro” ha continuato a ripetere, sforzando un sorriso sulle labbra e con gli occhi pieni di dolore che mettono i brividi solo a guardarli.

Ciro era un ragazzo, aveva 29 anni, era di Scampia e lavorava. Sognava di sposarsi, tifava Napoli, non c’è più.

Non serve farne un eroe. Fin quando non sarà fatta chiarezza e la madre non riceverà verità e giustizia, non Ciro, ma nessuno di noi potrà riposare in pace.

Giorgio Gallo

La vera minaccia per Israele

Mentre scrivo è in corso a Gaza l’operazione Protective Edge. Si ripete la tragedia a cui abbiamo assistito già alla fine del 2008 con l’operazione Cast Lead, e nel 2012 con la Pillar of Defence. Si parla in questo momento in questo momento di oltre 250 morti palestinesi, in grande maggioranza civili -fra loro 59 bambini- e di due israeliani uccisi. Quando questa nota andrà in stampa presumibilmente l’attacco sarà finito e, in attesa di nuove violenze, in Israele-Palestina sarà tornata la “normalità”, ammesso che parlare di normalità abbia in quel contesto un qualche senso.

Normalità nei territori occupati è la continua espansione degli insediamenti. Proprio lo scorso giugno il governo ha annunciato la costruzione di circa 1500 nuove abitazioni. È, dice il ministro delle costruzioni Uri Ariel, “l’adeguata risposta sionista alla formazione di un governo palestinese del terrore”. Il riferimento è al governo di unità fra Fatah e Hamas. Ma, anche prima del nuovo governo palestinese, la crescita degli insediamenti era sempre stata costante. (1) Normalità è per i palestinesi essere sempre a rischio di avere occupata o demolita la propria abitazione. I motivi sono i più vari, dalla punizione collettiva nel caso di famiglie un cui componente sia stato sospettato di atti violenti contro l’occupazione, fino all’esigenza di creare spazio per l’espansione degli insediamenti. Secondo l’OCHA (L’ufficio dell’ONU per gli affari umanitari nei territori occupati), nella sola valle del Giordano nel 2013 ci sono state 390 demolizioni di strutture palestinesi e 590 persone sono state espulse dalle proprie abitazioni. Nel 2012 queste cifre sono state rispettivamente 172 e 279. (2) Normalità è passare ore in attesa a un posto di blocco per potere andare al lavoro, all’ospedale, o semplicemente a trovare dei familiari. Ciò a causa del muro di separazione, dei checkpoint stabili (99 nel febbraio 2014), di quelli volanti (256 nel dicembre 2013), e della proibizione per i palestinesi di accedere a una rilevante parte della rete stradale (oltre 65 km della rete stradale della Cisgiordania sono riservati esclusivamente ai coloni). (3) Infine, normalità per i palestinesi è rischiare continuamente di essere uccisi o feriti solo per il fatto di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, o essere svegliati la notte dall’irruzione violenta delle forze di sicurezza israeliane che terrorizzano i bambini e mettono a soqquadro la casa.

Questa ennesima crisi, che rompe la “normalità” dei territori occupati, è originata dal rapimento, il 12 giugno scorso, e dalla successiva uccisione di tre giovani studenti di una scuola religiosa di un insediamento dell’area di Hebron. Dopo il rapimento Israele ha accusato Hamas e lanciato l’operazione Brothers’ Keeper su tutta la Cisgiordania. Hamas ha respinto l’accusa, ma non ha condannato il rapimento, che considera una legittima azione di resistenza. In realtà gli autori sembra siano stati alcuni elementi del clan dei Qawasmeh. Si tratta di un clan familiare di circa 10.000 componenti che ha avuto storicamente un ruolo rilevante a Hebron. Negli anni ’70, suoi membri facevano parte della dirigenza palestinese più disponibile ad un accordo con Israele. Fahd Qawasmeh fu sindaco di Hebron dal 1976 al 1980, e insieme ad altri sindaci sostenne la soluzione basata dei due stati, prima che questa divenisse la posizione ufficiale dell’Olp. Esiliato in Libano nel 1980, divenne membro del comitato esecutivo dell’OLP. Dopo la nascita di Hamas nel 1988, un gruppo all’interno del clan acquistò rilevanza aderendo ad Hamas, ma in modo molto indipendente. Già nel passato, in due occasioni, membri del clan, contravvenendo agli ordini di Hamas con attacchi suicidi ad autobus (a Gerusalemme nell’agosto 2003 e a Beer Sheva nell’agosto 2005), avevano fatto fallire degli accordi di tregua fra Hamas e Israele. Nel primo caso agli attentati Israele rispose con una serie di assassini mirati che portarono alla decapitazione della leadership politica di Hamas a Gaza.

In questo caso, al di là degli obiettivi particolari dei rapitori -presumibilmente ottenere la liberazione di membri del clan attualmente nelle prigioni israeliane- il rapimento si colloca in un contesto particolare, quello del recente accordo fra Fatah e Hamas. Un accordo che aveva mandato in fibrillazione il governo israeliano, soprattutto in considerazione dell’atteggiamento possibilista degli USA e dell’Europa. Netanyahu ha subito colto l’occasione per l’operazione Brother’s Keeper, che, con l’obiettivo dichiarato della liberazione dei rapiti, è stata l’occasione per cercare di smantellare le strutture di Hamas in tutta la Cisgiordania. L’esercito ha effettuato irruzioni in migliaia di abitazioni, ha arrestato oltre 500 attivisti di Hamas, fra cui dei parlamentari, e ucciso 5 palestinesi.

In questo contesto nasce l’attuale crisi, con il lancio di razzi, rudimentali e quasi del tutto inefficaci, da una parte, e con i ben più letali bombardamenti dall’altra, con in più un attacco terrestre che sta iniziando proprio in queste ore. L’obiettivo di Israele non è quello di eliminare Hamas, o almeno non è questo l’obiettivo di Netanyahu che sa bene che la scomparsa di Hamas aprirebbe scenari ben più preoccupanti. La striscia di Gaza rischierebbe di diventare una nuova Somalia con la proliferazione di gruppi islamici radicali del tutto incontrollabili. In una recente intervista (4) Efraim Halevy, ex capo del Mossad, ha affermato che i gruppi islamici in Iraq e Siria sono ben più pericolosi di Hamas, e che alcuni di loro hanno già dei collegamenti a Gaza, dove stanno reclutando militanti così come fanno in Europa.

L’obiettivo è piuttosto un altro, anzi sono due. Sul piano interno c’è l’esigenza di garantire la compattezza dell’opinione pubblica. Come scrive Uri Misgav nel suo blog su Haaretz (11/7/2014):

“Iron Dome è l’arma finale del governo israeliano. Gli permette di lanciare una “operazione limitata” ogni due anni, in modo da ricaricare le riserve di odio e di demonizzazione e rinnovare la fiducia dei suoi obbedienti sudditi, i quali solo uno o due giorni fa cominciavano a capire che il governo li stava ingannando. In un attimo il governo ha fatto scomparire le notizie sulla recessione, sul budget della difesa, sui compensi degli alti funzionari, sulla corruzione della polizia.” Sul piano esterno c’è l’esigenza di mantenere la divisione politica dei palestinesi: da una parte un Hamas molto debole (soprattutto dopo la caduta di Morsi in Egitto), e dall’altra un’ANP ben cosciente che la collaborazione con Israele è fondamentale per la sua stessa sopravvivenza. L’ANP garantisce a Israele quella che diversi commentatori hanno definito una “occupazione deluxe”. Israele non deve sopportare i costi dell’amministrazione dei palestinesi, può contare sulla collaborazione (definita recentemente “sacra” da Abu Mazen) delle forze di sicurezza palestinesi, addestrate e equipaggiate dagli USA e dall’Europa, ma si riserva il diritto di intervenire militarmente dove e quando vuole in Cisgiordania. Come scrive Amira Hass (Haaretz, 18/07/2014) “L’Autorità Palestinese e le sue agenzie hanno un comportamento confuso e schizofrenico: da un lato discorsi e denunce contro l’occupazione e, dall’altro, accettazione dei suoi dettati. In questi giorni di conflitto militare, la radio ufficiale dell’ANP manda in onda musica militante su martiri e liberazione, mentre i servizi di sicurezza continuano a reprimere gli attivisti di Hamas”.

Questo è all’origine di una mancanza di fiducia che fa sì che, malgrado il massacro in corso a Gaza, la popolazione in Cisgiordania non si sollevi. Le manifestazioni ci sono state, ma limitate e molto frammentate, e spesso disperse dalla stessa polizia palestinese.

Se dalla parte palestinese la crisi di questi giorni ha ancora una volta messo in evidenza la sua sostanziale debolezza, da quella israeliana ha evidenziato la radicalizzazione e il clima di odio e intolleranza che cresce nel paese. Non si tratta solo della brutale uccisione di un ragazzo palestinese come vendetta per l’uccisione dei tre giovani israeliani. C’è anche la violenta aggressione subita da dimostranti pacifisti israeliani, la violenza, al limite dell’aggressione fisica, con cui il giornalista Gideon Levy è stato accolto ad Ashkelon, nel sud di Israele e le aggressioni subite da cittadini arabi nelle strade delle città israeliane. Tutto questo è alimentato dalle infiammate parole di esponenti del partito di estrema destra Habayit Hayehudi, del ministro dell’economia Naftali Bennett, e dell’ala più radicale dello stesso Likud del premier Netanyahu. La destra messianica e ultranazionalista israeliana ha trovato ulteriore alimento e visibilità da questa crisi. È questa, osserva l’analista politico Barak Mendelshon sula rivista americana Foreign Affairs (14/7/2014), e non Gaza, la vera minaccia per Israele.

1- Per gli insediamenti rimandiamo ai rapporti di Peace Now (http://www.peacenow.org.il/eng/content/reports).

2- http://www.ochaopt.org/documents/OCHA_Jordan_Valley_Demolitions_2013.pdf

3- Il sito di Btselem fornisce dati aggiornati sulla restrizione agli spostamenti dei palestinesi: http://www.btselem.org/freedom_of_movement/checkpoints_and_forbidden_roads.

4- http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.605376

Ercole Ongaro

Solidarietà per la liberazione

Un grande storico francese, Marc Bloch, fucilato dai nazisti nel 1944, ha scritto che il mestiere dello storico deve essere animato da una sola passione, quella di “comprendere” e aggiunge che “comprendere è una parola “gravida di difficoltà, ma soprattutto carica di amicizia”. In pratica, sembra dire Bloch, si comprende soltanto ciò con cui si è in empatia, ciò che si ama. Il “comprendere” specifico dello storico viene costruito a partire da domande che noi, nel presente, poniamo al passato. Un libro di storia risulta quindi essere la risposta alle domande che noi rivolgiamo al passato, domande che sentiamo importanti, urgenti, per avere indicazioni sulle scelte che dobbiamo compiere.

Le domande che sono all’origine di questo libro sono state espresse quando, nel settembre dell’anno scorso al Coordinamento tenuto nel monastero di Sezano, ci siamo interrogati su “quale memoria” era più fertile per la Rete che si accingeva a compiere 50 anni. In quella circostanza è emersa come urgente un’interrogazione sulla solidarietà, su quale evoluzione ha avuto nella Rete l’ideale della solidarietà, nella prospettiva di capire quale solidarietà è necessaria oggi e domani: Solidarietà perché? Solidarietà con quali obiettivi? Solidarietà con chi? Solidarietà come? Quali rischi evitare? Nel cammino di solidarietà della Rete qual è il nucleo originario, utopico, che va salvaguardato? A quali cambiamenti si deve preparare?

Queste domande hanno orientato la mia indagine storica sulle vicende di questi 50 anni di Rete. Indagine che si è sviluppata attraverso le fonti documentarie prodotte fisiologicamente nella Rete: le Circolari mensili nazionali (senza dimenticare del tutto le Circolari locali), i verbali del Coordinamento, gli atti dei Convegni nazionali e dei Seminari, gli articoli della rivista trimestrale della Rete (il “Notiziario”, oggi “In dialogo”), lettere scambiate tra gli aderenti.

Su questo aspetto della documentazione trovo sorprendente che un’associazione come la Rete Radié Resch, che vive da 50 anni senza una sede, senza una struttura istituzionalizzata, senza personale amministrativo, sia riuscita a conservare una tale ricchezza di documentazione. Conosco associazioni culturali, solidaristiche, perfino sindacali, che non si curano di conservare documenti, ossia memoria del loro percorso. È grazie a questa ricchezza di documentazione sedimentata prima nei cassetti o negli armadi poi nei computer di molti di noi che è stato possibile, nelle cadenze dei nostri anniversari, progettare testi che elaborassero la memoria del cammino compiuto: è stato così con la monografia di Carla Grandi (“Radié Resch. Una storia di solidarietà”, 1992), poi con il mio testo “Nel vento della storia. 30 anni della Rete Radié Resch” in occasione del 30°, poi con il volume di lettere scambiate all’interno della Rete con i referenti delle nostre operazioni in occasione del 40°. E ora questo “Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014”, che è strutturato con un primo capitolo di reinterpretazione sintetica, evocativa, dei primi 30 anni e con un secondo capitolo di ricostruzione analitica degli ultimi 20 anni.

Ripercorrendo storicamente questo cammino ho cercato di mettere in luce avvenimenti fecondi, carichi di significato: la Rete nasce dall’incontro di Paul Gauthier e Ettore Masina, che si snoda tra Roma e Nazareth tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964, nel tempo di quel risveglio delle coscienze che è stato il Concilio Ecumenico: un contesto straordinariamente propizio per incontri speciali, per lo scaturire di nuove sorgenti. Paul assume la veste di profeta/“provocatore” (“chiamare davanti/oltre”) e ispiratore: non gli basta l’offerta in denaro di Ettore, pur generosa, gli propone di coinvolgersi con continuità e di coinvolgere altri. Ettore ha accanto Clotilde che gli dissolve ogni dubbio se accettare la sfida e intuisce in questo coinvolgimento una scelta di giustizia che risponde al sentimento profondo di entrambi. Ettore e Clotilde diventano così fondatori della Rete italiana di solidarietà con famiglie di poveri palestinesi che lottano per la propria dignità, che significa innanzitutto abitare una casa, non una grotta.

La storia della Rete racconta che ogni nuovo sviluppo è stato determinato da un incontro, da un ascolto che si fa relazione; non è Ettore che programma l’espandersi della Rete dalla Palestina all’America Latina, da un Paese a un altro: ci sono invece incontri con persone, c’è l’ascolto di grida di aiuto, c’è lo stare nel vento della storia con la volontà di prendere la parte di chi non ha voce, di chi lotta, di chi resiste all’oppressione, allo sfruttamento, all’esclusione.

Ettore e Clotilde iniziano il loro esodo che li porta dal lasciarsi coinvolgere per sentimentalismo al coinvolgersi per giustizia. Il loro esodo prefigura quello di tanti altri amici che parteciperanno in quei primi anni al sorgere di gruppi-reti locali. In quel cammino di esodo vengono deposti semi di una fecondità non prevedibile: uno di questi semi è il discorso di Paul Gauthier, ancora in veste di profeta/provocatore, al primo convegno nazionale della Rete nell’ottobre 1965 (poche settimane prima del “Patto delle catacombe” del gruppo di vescovi della “Chiesa dei poveri”): “Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. […] Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri, […] le cause della povertà”.

Questo è il seme che tutto contiene: nel seme è già contenuto l’albero e i suoi frutti. Questo è il nucleo originario, utopico, della Rete, da non dimenticare, da non smarrire lungo i tornanti del cammino: fare solidarietà proponendosi di sconfiggere le cause della povertà, perciò fare solidarietà con i poveri che lottano per la propria liberazione dalla povertà. Ho evidenziato nel testo la novità dei discorsi che circolavano nella Rete, richiamando che il movimento di solidarietà internazionale “Mani Tese”, sorto nello stesso anno della Radié Resch, ancora alla fine degli anni Sessanta vedeva prevalere al suo interno la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza più dell’arretratezza delle culture locali che delle politiche del colonialismo.

L’altro prezioso seme regalatoci da Paul nel primo Convegno della Rete è il suo percepire – anche questo veramente profetico se consideriamo che siamo a metà anni Sessanta – che il sistema economico del Nord, il suo disegno politico di dominio egemonico è causa dell’impoverimento del Sud: il “qui” e il “là” sono in correlazione, interdipendenti. La categoria del “qui”-”là” viene assunta a categoria interpretativa della realtà sociale nel percorso della Rete. Allora la liberazione dalla povertà che impegna i poveri del Sud del mondo è in correlazione con la nostra lotta per liberarci dal nostro sistema economico che genera ingiustizia e impoverimento: “Nord e Sud. Un solo futuro” era il titolo-programma della Convenzione tra grandi associazioni di solidarietà che la Rete – su ispirazione e insistenza di Masina – lanciò nel 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino; “Nord e Sud cambiare insieme” ho intitolato il volume di lettere per il 40° della Rete. Cambiare insieme, liberarsi insieme, presuppone lottare insieme, resistere insieme.

Riscrivere la storia della Rete ha portato a riscoprire anche il significato del nostro chiamarci Rete, quando questo termine era del tutto inconsueto per indicare un’associazione e non esisteva ancora la rete di internet. Il significato del termine Rete va cercato nel contesto della seconda guerra mondiale, nella Francia sotto occupazione nazista: “reseau”, che significa appunto rete, era la struttura di Resistenza nonviolenta e anche la struttura di appoggio alla Resistenza armata antinazista. Gauthier aveva collaborato con le reti di Resistenza. Questo è veramente straordinario, perché ci rivela quanto profetico sia stato anche il nome di Rete, in quanto – come viene evidenziato in questo libro – l’essenza della storia della Rete Radié Resch consiste nell’avere dato sostegno alla resistenza di comunità del Sud e nell’aver contribuito a forme di resistenza “qui” nel Nord contro un’economia di dominio sulle persone e di distruzione della natura, contro una cultura che isola e fa intrattenimento, contro un sistema informativo che si propone la distrazione e l’alienazione di massa. I termini “resistere” e “resistenza” sono tra i più ricorrenti in questo libro della Rete Radié Resch. Anche questo è frutto della prospettiva con cui interpretiamo oggi la storia della Rete: nei primi decenni della Rete la resistenza era soprattutto quella del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana e dei popoli latinoamericani contro le dittature militari; invece nell’ultimo ventennio la resistenza riguarda anche noi, è diventata il nostro modo di essere cittadini consapevoli, responsabili, di fronte all’ingiustizia di un’economia che non è più tanto interessata a produrre sfruttamento, bensì è interessata soprattutto a produrre esclusione e annientamento.

Nella ricostruzione dell’ultimo ventennio mi ha interessato in particolare focalizzare l’originale processo vissuto dalla Rete nel passare da una conduzione carismatica che ruotava attorno alla coppia fondatrice di Ettore-Clotilde – pur essendo già attivo il Coordinamento – a una conduzione denominata fin dall’inizio del “carisma diffuso”. L’innesco di questo processo era stato voluto da Masina, anche per la insostenibilità del continuare a coordinare una quarantina di reti locali: una decisione, quella di Masina, coraggiosa e lungimirante, ispirata da Clotilde. Per una decina d’anni accanto al Coordinamento ha avuto un suo peso significativo la presenza della Segreteria e soprattutto di un “portavoce”, figura che doveva salvaguardare dallo smarrimento per l’assenza del leader carismatico. Ma il modo in cui i due “portavoce” succeduti a Masina dal 1994 al 2002 (Giorgio Gallo e Toni Peratoner) hanno voluto interpretare il loro ruolo è stato quello di dare sempre più peso al ruolo di autogoverno del Coordinamento, al punto da lasciare la sola Segreteria a supporto del Coordinamento.

Un altro processo mi è sembrato significativo evidenziare nella storia della Rete: la difficoltà a gestire il conflitto. In associazioni a motivazione ideale con al loro interno un elevato tasso di autostima, l’insorgere del conflitto coglie sempre un po’ impreparati, costituisce un momento di disorientamento, di disagio. Sarebbe stata una miope autocensura scegliere di non affrontare la questione. Per il primo trentennio ho rievocato il conflitto tra Ettore e Paul per la scelta di Paul e Marie-Thérèse di presa di distanza dalla Chiesa istituzionale, i conflitti tra alcune reti e Ettore per le scelte di campo man mano attuate, il conflitto tra Ettore e le reti lombarde del 1988. Nell’ultimo ventennio il conflitto insorto a seguito dell’analisi dello “stato della Rete” svolta nel 1999 da Giorgio Montagnoli e da me: non riconoscere il conflitto induce a gestirlo in maniera non adeguata, non riuscire a farne occasione di crescita. Ciò che è importante è però che in quella occasione non sia stato compromesso il reciproco rapporto di amicizia, sentito come fondante l’azione di solidarietà. Con saggezza i “portavoce”, prima Gallo poi Peratoner, ripresero la questione: Giorgio segnalando che era necessario “confrontarci con il conflitto come una componente essenziale ed inevitabile nella dinamica dei rapporti umani e quindi anche nella vita di una organizzazione complessa e ricca come la nostra”; Toni invitando a guardare i momenti difficili, conflittuali, “come una misura della nostra fragilità, di cui non bisogna vergognarsi né serbare rancore”.

Nel ricostruire il percorso storico della Rete un’importanza particolare ho riservato ai Convegni, che hanno ritmato con la loro regolarità il nostro cammino e lo hanno alimentato con una ricchezza di contributi straordinaria: sul tema della solidarietà e del senso dell’essere Rete, ad esempio, gli interventi di Linda Bimbi costituiscono tuttora un apporto prezioso con cui è importante confrontarsi.

Lo spunto per la chiusura della mia ricerca storica mi è stato offerto dalla discussione sorta nella mailing list della Rete all’indomani del Coordinamento di Quarrata del giugno 2013: un dibattito sul tema di “quale memoria” della Rete coltivare e sulla necessità di riscoprire sempre l’intuizione profetica che ha dato origine alla Rete: ossia la scelta radicale di lottare contro le cause dell’ingiustizia, mentre si mette in campo qualche rimedio alle sue conseguenze. Gli interventi di quel dibattito mi sono sembrati la conferma che “nella Rete non si è persa la voglia di confrontarsi, di rimettersi in discussione, di pensare al cambiamento per avvicinare il “sogno” di chi 50 anni fa ha intuito che combattere le cause dell’ingiustizia è il livello della sfida a cui la storia ci chiama”. Questo libro sulla storia della Rete ci restituisce l’immagine di una Rete che non cessa di porsi in ricerca, che pratica il dubbio e l’autocritica, che è disponibile al cambiamento. Quindi una Rete attrezzata per un cammino ancora lungo: per orientarsi nel quale il confronto con la propria storia si rivelerà vitale e fecondo.

Editoriale del numero 105

È una distruzione senza fine. Continuano i raid israeliani sul cielo di Gaza, dal mare e via terra. Un’altra vera guerra contro un popolo inerme. Le terrificanti fotografie e le scene televisive che si possono osservare, indubbiamente non sono che la spia degli orrori che, quotidianamente, vengono perpetrati. Una grande corrente oggi percorre la nostra storia e porta un nome terrificante: guerra!

Ci siamo abituati a pronunciarlo con disinvoltura. La guerra infuria in Medio Oriente, miete vittime, innesta rancori: da noi però giunge solo da uno schermo o da pagine di giornali.

Troppo poco per coinvolgerci fino in fondo.

Troppo poco perché possa influire sulla mentalità ed esigere un balzo che muti i meccanismi che la generano.

Troppo poco da parte degli organismi internazionali che denunciano orrori ma poi come i bambini molto piccoli si coprono gli occhi convinti di nascondersi.

Troppo poco perché guerra è lacerazione: due lembi divisi, irrimediabilmente divisi. E questa lacerazione si allarga alla Madre Terra con tutto l’inquinamento che comporta una guerra: aria, falde acquifere, raccolti distrutti ecc. …

Penso alla Madre Vita, distrutta, indipendentemente dalla religione che si professa. È il crimine più grave. Crimine non colpito da sanzioni di legge quando si riesca a proclamarsi vincitori. Innocenti o aggrediti? Sangue è sangue.

Penso a quell’ulivo piantato nel Giardino della Pace in Vaticano. Non è stata una mossa diplomatica e ancor meno un ingenuo appello, è stato un grido che deve lacerare la nostra coscienza. Non solo quella civica che domanda ai governanti le soluzioni ma comprendere che la nostra coscienza deve cambiare. Il terreno non è il fronte di guerra ma la relazione quotidiana che intessiamo con i nostri vicini. Se saremo in grado di seminare pace, la pace rimbalzerà in tutto il mondo. Quando saremo consapevoli del potere dei nostri pensieri e delle nostre azioni nel microcosmo del nostro vivere, allora saremo anche consapevoli del rimbalzo che potrà sanare e fermare ogni azione di guerra. Troppi interessi dominano il nostro mondo, Basterebbe chiedere di pubblicare e diffondere i bilanci delle industrie belliche, i guadagni che nascono dietro le guerre altrui. Se questa folle corsa agli armamenti continua, sfocerà in un massacro di cui la storia non ha mai visto l’uguale. A tal punto, che se pur ci sarà un vincitore, la vittoria stessa sarà una morte vivente per la Nazione che uscirà vittoriosa.

Nel 2013 il bilancio totale del commercio delle armi ha raggiunto i 1.750 miliardi di dollari. Queste spese per sofisticate armi di aggressione o di difesa potrebbero, sovrabbondantemente, sconfiggere la fame che ormai serpeggia anche nei nostri paesi del Nord ricco, per le difficoltà in cui versiamo.

Il dolore dovrebbe segnarsi indelebilmente su quelle banconote e impedirne l’uso.

La coscienza di chi progetta armi, di chi ne finanzia la produzione -penso alle nostre banche armate- è mai stata attraversata da un dubbio, da un rimorso? Si può distruggere, ammazzare, per far lievitare i loro conti in banca? Papa Francesco ha proclamato con forza che il denaro è lo sterco del diavolo. Che Gesù non aveva una banca? Allora?

Come, in concreto, ognuna e ognuno di noi può impegnarsi contro ciò? Papa Francesco nel Giardino della Pace in Vaticano ha detto con forza che tutto è consegnato nelle mani dei due leader.

Di conseguenza la pace e nelle mani di ognuno di noi. Usiamole.

il Direttore

Due terzi di questo numero contengono gli atti del 25° Convegno della Rete, svoltosi a Rimini dal 25 al 27 aprile scorso, avente per tema: “50 anni di Rete. Il presente della solidarietà tra memoria e futuro”. Di conseguenza questo numero non contiene le consuete rubriche. Alcune sono state trasformate in articoli, dal momento che sviluppano tematiche concrete di queste settimane. E’ ridotto anche il numero dei consueti articoli. Ci scusiamo con i nostri collaboratori.

Benito Fusco

Il bisogno di felicità, consapevolezza e gratitudine

“Lettera aperta ai gio­­vani che diventano adulti, e poi vecchi”. È una specie di lettera aperta questa: faccio finta che coloro che la leggono siano tutti giovani che iniziano ad essere adulti e sono capitati o saliti improvvisamente su un gradino molto più alto della loro età o dentro una storia, anche quotidiana, difficile da comprendere. Non sono un filosofo, seppur mi sforzi di capire e di porre domande alla vita. Sono un frate e, come tale, mi spingo spesso a pensare al futuro oltre quella quota che almeno legittimamente dovrebbe competermi. D’altra parte ritengo che il futuro sia il punto d’arrivo della speranza, perché un cristiano, se tale, dovrebbe avere lo sguardo immerso anche negli orizzonti più lontani o almeno un bel po’ più in là del tempo in cui vive. Ho visto il mondo cambiare in fretta nel corso del mio abbondante mezzo secolo di vita. Anzi, troppo in fretta, e i tempi lenti di quando ero bambino o adolescente appartengono alla nostalgia, perché quasi improvvisamente, poi, il tempo si è messo a correre producendo innovazioni e tecnologie imposte dai soliti poteri forti, che hanno bruciato libertà e relazioni, e inventato nuovi esodi e ciniche perdite di vincoli di molti popoli con le loro terre d’origine. Non solo, si sono aggiunte le prepotenze nuove dei mezzi d’informazione e di formazione, che hanno sì aperto nuove e universali percezioni e impensabili possibilità, ma hanno anche dilatato la distanza e le differenze tra una generazione e l’altra, impoverendone il dialogo ma anche la trasmissione di quei saperi attraverso i quali, tra conflitti e totalitarismi, nel tempo sono stati issati i valori fondanti delle nostre ultime istituzioni. Di più: si sono introdotte modalità e pratiche differenziate per linguaggio, rapporto col tempo, senso di appartenenza, dimensione e consistenza dei nostri percorsi storici. Tutto questo, converrete, ha comportato, e comporterà ancora, rischi notevolmente imprevedibili, di cui è bene essere tutti consapevoli. Però, per voi giovani, tutto questo, anche se da un gradino più in là della vostra età, è vissuto, o lo state sperimentando, proprio nel momento unico della vostra vita in cui tutto dovrebbe far sorridere e stare ben saldi nel vostro presente, nel subito, o nel “quasi a portata di mano” o immediatamente consumabile, ma escluso da ogni prospettiva futura, anche perché la prospettiva di un futuro qualunque vi è stata sottratta sia come opportunità che come visione, lasciandovene solo le ipotesi più buie o impossibili. D’altronde la spensieratezza proprio alla vostra età, è stata ed è considerata una condizione stessa della felicità della vita. Ed è giusto secondo me che sia così, a meno che non sconfini in una frenesia sterile o in un’euforia fine a se stessa e priva di orientamento: che è come fare il girotondo troppo in fretta, e invece del mondo caschiamo noi. C’è, infatti, un problema di ingorgo degli spazi del vivere che prima o poi rischierà di farvi e di farci prigionieri inconsapevoli, e ci chiuderà tutti dentro recinti piccoli e asfissianti, con tempi brevi ma veloci. Occorre pertanto tenere presente, e questo vale per tutti, anche il concetto di limite, che ha ampliato solo virtualmente i propri confini, e al suo interno è necessario ricostruire una matura consapevolezza, mantenendo l’idea di essere unici, irrepetibili e preziosi, insomma di esserci, direbbe qualche filosofo, pur nella finitudine. Sta accadendo, e ce ne rendiamo tutti conto, che anche le tecnologie più sofisticate, checché se ne dica, non percorrono le orme dell’etica, e che non ci faranno diventare più autonomi con un click. Come fosse un semplice cambio di frequenza musicale, e che qualsiasi accidente tecnologico della virtualità, non darà mai automaticamente il sapere, tutt’al più qualche informazione rapida, anche perché il sapere, per eccellenza, ha bisogno di tempo e di esitazioni umane e di esperienze interiori per sedimentarsi. Un esempio banale: a forza di tenere l’automobile sotto il sedere ci siamo accorti o ci accorgeremo che dopo averci portato dove volevamo, in realtà abbiamo girato a vuoto per portarla da qualche parte e poter finalmente scendere, rivelandoci, se ne saremo consapevoli, che la libertà e mobilità che l’automobile ci concedeva, e tuttora ci concede, si è relativizzata, e che cominciamo a pagarla con la stessa materia che invece sembrava farci risparmiare: cioè il tempo. In altre parole, ci accorgeremo che la felicità non viene solo da un avere/possedere o da un essere sballati e fuori da ogni tempo e senso, ma si avvicina a noi, e sta con noi, attraverso un sentire, un costruire, un cercare e un trovare relazioni. La felicità non è neppure un elisir o un composto chimico o un lifting, ma è anch’essa un percorso, un frutto dell’esperienza, una gestione consapevole di spazi e tempi, di relazioni e passioni autentiche, anche se a volte imprevedibili. Ecco, per questo occorre non fare mondo a parte. E occorre non pensare di poter promuovere azioni senza conoscenze adeguate, né di pervenire alla conoscenza senza il tempo del pensare e dell’essere veri: e questa non è morale, ma sapienza del vivere. Per cui la felicità, per quello che ho potuto capirne, è sì un’ondata di leggerezza, ma viene dal massimo di consapevolezza raggiunta, e ha sapori e saperi diversi, intensi. Consapevolezza che viene, ad esempio, dal saper parlare con un vecchio e anche con un bambino, o dal sapere ascoltare cercando di capire “l’altro” fino ad averne un desiderio impaziente; oppure dall’aver goduto di momenti di solitudine ricchi di pensiero e di tenerezza verso se stessi ed ogni cosa che “vive” nel visibile e nell’invisibile, compreso Dio. Ma anche dall’aver coltivato la memoria dei passi nel nostro Paese: da quello piccolo in cui viviamo a quello grande da cui provengono le storie di tutti gli altri, compresi quelli che attraversano, fino a morirne, nei mari. O anche dall’aver saputo rallentare i passi per capire meglio e rispettare i più lenti, ma soprattutto, ed è qui che volevo giungere, dall’aver goduto il senso di gratitudine della nostra minuscola, ma unica storia, e anche di quella grande storia umana che, per un’identica unicità, raccoglierà anche la nostra. Ancora una cosa, per concludere. Avete certamente fatto caso che si parla di più nei cellulari che con quanti ci sono concretamente vicini, e che con le persone più care spesso non ci si riesce a capire, anzi, ci viene da ridere se il nonno non sa usare il bancomat o rimane inebetito di fronte ai certi nuovi linguaggi. E poi, ci siamo forse anche accorti che sempre più spesso si cede in tentazioni di supponenza o alimentiamo le opinioni per sentito dire perché costa troppo fatica cercare, sapere, ascoltare, trasmettere un pensiero vero, nostro solo nostro. Questo per dirvi che la leggerezza che porta sulle sue ali la felicità è suscettibile assai, fino a far tenere a distanza il prossimo e la verità. Ed è suscettibile assai almeno quanto lo è ciascuno di noi per fatti d’amore e d’amicizia. Vi lascio, allora, una descrizione tratta dalla Ciropedea di Senofonte.

Si racconta che nella capitale persiana, verso sera, nella piazza principale della città, aveva luogo la scuola che interessava tutti i cittadini. Sull’area circolare, come fosse un piccolo stadio, essi venivano divisi a spicchi, per età. Nel primo i bambini, di fianco a loro gli adolescenti. Poi gli uomini maturi. Infine i vecchi che chiudevano il cerchio combaciando proprio con i bambini. Le donne non c’erano, e sappiamo il perché, purtroppo. Durante quelle lezioni ognuno era d’esempio al settore più prossimo: tutti imparavano e, insieme, ricordavano. Ebbene, la materia di base che veniva trasmessa era la gratitudine. Principio etico di conoscenza e riconoscenza che non ci fa smettere mai di imparare.