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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Giugno 2016

DOVE ANDARE? A VENTIMIGLIA?

Cosa dite, confermiamo il prossimo coordinamento in sede Sezano/Verona o stravolgiamo il programma e partiamo tutti per Ventimiglia a dare supporto a coloro che provano ad affrontare i fatti di cronaca che riguardano i Migranti? A guardare in faccia la storia, la nostra storia? Cosa dite, passando da Savona facciamo carovana con Ba – presente per una bellissima tre giorni di animazione sensibilizzazione – e lo coinvolgiamo, certi del suo potere mediatico? La tentazione per me sarebbe grande. A Ventimiglia mentre la polizia sgomberava, il Prete accoglieva, ed in molti cercavano tende e pasti, sull’autostrada passava un pulmino colorato, pieno di atleti che andavano a Barcellona per un meeting internazionale: uno era salito – simbolicamente – dal greto del Roja al cavalcavia, con documenti regolari e libero transito alla frontiera. A rendere questo possibile è stata una Rete: un progetto CARITAS, la Rete Radiè Resch, una famiglia accogliente, una società di Atletica. Ogni passaggio ha richiesto un preciso assetto giuridico, una filosofia, una disponibilità, una visione utopica: c’erano ONLUS, associazioni, società. La Rete di Castelfranco ha bisogno di essere ONLUS, le Reti che lavorano con i Mapuche hanno bisogno di fondi straordinari, la Rete di Salerno ha bisogno di diventare ASSOCIAZIONE e quanti altri esempi e scusate per quelli sbagliati. Siamo sicuri di avere il tempo la voglia la capacità di trovare una linea comune? E’ così necessario? Forse potremmo soffermarci su quello che è il nostro patrimonio:

-Autotassazione vuol dire che ogni mese ognuno investe qualcosa di proprio, sempre meno saranno soldi sempre più sarà tempo (per un futuro possibile: CREIAMO LA NOSTRA BANCA DEL TEMPO!)

-Non abbiamo sedi, dipendenti, strutture che costano.

-Vantiamo criteri di adozione delle operazioni meditati e condivisi.

-Investiamo sulla “ricerca”, sull’azione politica dal basso.

Questo è il nostro patrimonio e dobbiamo farcene garanti e custodi.

Per il resto fidiamoci, nella diversità le Reti agiscono ed agiranno sicuramente bene. E’ una proposta di federalismo? No Amiche ed Amici davvero cari e stimati, è dare valore al tempo ed ai soldi che costano i coordinamenti e farne uso oculato; dirci che forse dovrebbero diminuire da 5 a 3 poiché nessun lavoratore può sostenere un appuntamento Rete ogni due mesi; renderci conto che sempre più dovrebbero tendere al concreto con autocensura sugli interventi e le polemiche. Chiederci se sono ancora un “parlamento” riconosciuto o un’entità che sostanzialmente organizza seminari e convegni e rivede operazioni con malcontento diffuso. Coraggio! E perdonate la franchezza. Noi siamo convinti che possiamo lasciare uscire il nostro meglio per questo investiremo euro ed ore per venire a Sezano perché se lavoreremo bene le “Ventimiglia” diminuiranno e la ragione di essere Rete è questa. Sarà bello abbracciarvi, questo è, resta e non è in discussione. Come sarebbe bello tornare – ci siamo già stati – ad abbracciare i Profughi a Ventimiglia. Questo è, sarà sempre di più ed è in discussione.

Riflessioni sparse della rete di Quiliano

Tiziana Bonora

Sorella umiltà

Il Vangelo ci dice: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Quando penso alla parola umiltà, penso a San Francesco di Assisi. Non lo immagino come uomo sottomesso, abnegato, prostrato… Al contrario, lo percepisco interiormente forte, sapiente, limpido, consapevole dei propri limiti, confini oltre i quali si affida agli altri, alla vita, a Dio. Francesco è costantemente in contatto con sé stesso, quotidianamente innestato nel ceppo dell’amore, che riceve linfa dalla terra (humus) e luce dal cielo. Conosce le sue fragilità, sa cosa lo fa stare bene e ciò che lo fa soffrire, esprime le sue esigenze, va all’essenziale, sogna! È proprio questo suo essere ancorato alle radici e al suolo che gli permette di alzarsi verso l’alto ed è questa umiltà poetica e potente che alimenta in noi sogni di santità: mette insieme povertà e dolcezza, compone il cantico delle creature, permette un dialogo vero con la natura, con la bellezza, con l’umanità, con sé stesso. L’umiltà è l’inizio di ogni cammino onesto, senza di lei non è pensabile neppure muovere un passo. L’umiltà è concreta se la porto dentro, se oso fare gesti delicati, autentici. Oggi, per me, umiltà significa:

1- occuparmi della mia vita, cercare il mio Nome, il mio posto.

2- Parlare di meno, ascoltare di più, farmi le domande giuste.

3- Fare silenzio per non coprire le piccole voci.

4- Domare il mio orgoglio, rimanere nella mia energia (Etica).

5- Non essere invadente, servire gli altri, addolcirmi.

6- Accettarmi come sono, avere una visione onesta del tutto, estirpare l’invidia e la competizione dal mio cuore.

7- Accogliere le mie e altrui imperfezioni, smettere di pensare che è sempre colpa degli altri. Sorridere. Attendere e non pretendere.

8- Rispondere con tono mite al fracasso del male, abbondare di pazienza, comprensione, benedizioni.

9- Non giudicare, non giudicarmi.

10- Eliminare le paure, le rigidità e mettermi a servizio di Qualcuno più grande.

11- Lasciare fare alla vita: è lei la maestra migliore, specialmente quando mi tocca nell’orgoglio, nei fallimenti e negli insuccessi, nelle cadute… “Ci vogliono molte piccole umiliazioni per acquistare un granellino di umiltà”, diceva Maria di Campello. E aggiungeva ancora: “La piccola chiave dell’umiltà apre il cielo e i cuori”.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Macerata – Giugno 2016

Il Laboratorio della decrescita a Macerata

Il gruppo della Decrescita Felice a Macerata è nato grazie all’ interesse di alcuni partecipanti del gruppo di acquisto locale e di altre persone interessate che hanno iniziato a riunirsi regolarmente dal marzo 2011. Ma cos’è il movimento della Decrescita? La parola, a un primo impatto, suona in maniera strana. Innanzitutto non siamo abituati ad usarla, tantomeno a vederla accostata ossimoricamente all’ aggettivo “felice”. Vediamo brevemente come nasce il movimento in Italia e lasciamo poi la parola ai protagonisti di questa associazione. Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) è un movimento italiano nato e cresciuto informalmente nel 2000 sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso, e successivamente sfociato in un’associazione fondata da Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico. Il movimento, chiaramente ispirato alla decrescita teorizzata da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, ed in linea con il pensiero di Serge Latouche, parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita.(Wikipedia) Concetti ripresi anche da moderni economisti quali, ad esempio Angus Deaton, premio Nobel 2015 per l’Economia di cui ho già scritto. Macerata accetta la sfida e si costituisce “Il Laboratorio della Decrescita”. Allora per capire meglio quali sono i loro ideali, come vivono la decrescita nella vita di ogni giorno e quanto tengono al concetto del “Saper Fare”, ho deciso di far parlare proprio loro! Una famiglia decresciuta: “Più che altro siamo una famiglia che ha intrapreso questo percorso e ancora tanto c’è da fare. All’inizio ci siamo chiesti come potevamo evitare gli sprechi con la limitazione del vivere in città, in una casa in affitto (no indipendenza energetica, pannelli solari ecc. no orto per un autosufficienza alimentare). Eppure le cose che si possono fare sono tante. Per primo abbiamo eliminato la macchina a benzina e ne abbiamo presa una usata a metano, ma il grosso dello spreco in una famiglia è l’alimentazione. Abbiamo puntato sull’autoproduzione e sulla qualità dei prodotti. Siamo iscritti al Gas di Macerata (Gruppo d’ acquisto solidale) e acquistiamo quindi prodotti biologici direttamente da produttori locali, la famosa filiera corta. Io ho cominciato a fare in casa tutto quello che potevo autoprodurre: pane, pasta, pizza, rustici, torte, marmellate (ogni volta che gli amici mi portavano della frutta). Tra le autoproduzioni non alimentari abbiamo fatto anche il sapone, con buoni risultati. Insomma tra gas e autoproduzioni al supermercato ci vado pochissimo. Per i detersivi ne ho ridotto l’uso (detersivi piatti e lavatrice che sono biologici eco-sostenibili e concorrenziali a livello economico con quelli dei supermercati). Ho abolito l’uso dell’ammorbidente e per il resto uso aceto e sapone di marsiglia. E’ chiaro che questo è avvenuto nel tempo, è un percorso anche personale che va fatto gradualmente e senza stress. Vorrei spendere due parole sull’alimentazione dei bambini partendo dalla mia esperienza personale. Oggi le mie figlie non mi chiedono quasi più merendine, patatine ecc. (che io non ho mai negato, ancora oggi se me le chiedono io le compro), preferiscono fare merenda con torte o pane e marmellata, pomodoro, miele o, come la piccola, con pane e olio. Ho sempre cucinato, un po’ per eredità ricevuta un po’ per passione e anche perché è “buono”, in tutti i sensi! Insomma loro hanno mangiato da subito verdure, legumi, zuppe; sono state educate al gusto semplice degli alimenti. Penso che se da piccoli si comincia con gli alimenti industriali il bambino si adegua ad un gusto artefatto e diventa quasi impossibile fargli apprezzare il sapore semplice di una verdura con l’olio o di un minestrone. Va fatta sin da piccoli un’educazione al gusto. Per quanto riguarda gli elettrodomestici (in particolare lavatrice e forno) mi sono organizzata per utilizzarli nelle fasce orarie più economiche. Sabato e domenica, la sera dopo le 19.00 e la mattina fino alle 8.00. La bolletta è diminuita sensibilmente! Tornando agli sprechi altre parole chiave sono state SCAMBIO e DONO. Dall’abbigliamento al computer. RICICLO-RIUSO (scatole di cartone e cassette della frutta decorate e utilizzate come contenitori per giocattoli, porta vasi, porta tutto). Abbiamo provato quest’estate, con molta partecipazione ed entusiasmo, a fare l’orto sul balcone con buoni risultati. C’è stata poi l’esperienza della costruzione e uso di forni solari che per tutta l’estate ci ha deliziato con ottimi pranzetti a costo energetico zero. La nostra vita non solo è migliorata qualitativamente ma abbiamo più tempo e più soldi per noi che in parte abbiamo investito per le cose che ci piacciono. Abbiamo pensato di nutrire anche il nostro ”spirito”, perché la decrescita non vuol dire “privazione” ma la ricerca di una migliore qualità della vita. Una paesaggista e tenace, avversaria del consumismo, appassionata di Eco-Design e prodotti naturali (è stata lei a tenere il workshop sul sapone fatto in casa), lavora anche in un agriturismo a conduzione familiare. Quando nasce la tua passione per il verde? Guardandoti all’ interno della cornice del tuo meraviglioso agriturismo sembra quasi sia stato un imprinting naturale. Qual è un sogno che vorresti realizzare? “La mia non può essere definita una “passione”, piuttosto direi che mi sento parte integrante della nostra casa, della Terra, e della Natura. Fino a poco tempo fa questa era soltanto una mia sensazione, ma l’incontro con la Decrescita e poi con le Transition Town mi hanno spinto verso un desiderio di divulgazione. Ho capito che la consapevolezza è la chiave di lettura della nostra presenza, per un vivere basato sul rispetto. Siamo tutti vettori, come il vento per la riproduzione delle piante. Sta a noi decidere cosa trasportare. Quindi se vogliamo parlare di sogni mi viene in mente la prima scena del film “Il pianeta verde”, un incontro, un’umanità cosciente, unita da un solo obiettivo: l’amore. Andrea e Alice partecipano al Laboratorio delle Decrescita fin dalla sua nascita, sempre presenti e attivi anche nei vari laboratori che si organizzano per incrementare il cosiddetto “Saper Fare”, concetto molto caro ai decresciuti; Andrea ti va di parlarci del laboratorio sulla carta che si è svolto poco tempo fa? “I vari laboratori organizzati nei mesi scorsi sono stati ispirati alla facilità di utilizzo di un materiale come il cartone, per poter realizzare qualcosa che oltre alla spirito dell’autoproduzione, ha appagato una nuova forma di cooperazione che rispecchia alcuni principi della decrescita. Si potrebbe sintetizzare dicendo che abbiamo usato il cartone per fare insieme quello che abbiamo perso … la capacità di poter creare qualcosa con le nostre mani. Soddisfatti di aver creato forni solari, sedie, sgabelli e tavoli, è sembrato naturale il passaggio ad un approfondimento sul materiale “carta”. Nella splendida cornice dei monti vicino Amandola, N. K. e la sua splenda famiglia, hanno ospitato il nostro gruppo all’interno del loro laboratorio. La trasformazione della materia prima, ricavata da scarti vegetali o carta riciclata è l’inizio di un processo che ci ha permesso di capire l’origine di un materiale che grazie alla chimica ed un pizzico di “magia” può dar origine a piccole opere che appagano la voglia di creare. Abbiamo creato “carta”, la stessa che ogni giorno ignoriamo e releghiamo nei cassetti delle nostre stampanti.” G. R.– artista, strenua coltivatrice e molto altro – è una veterana delle Decrescita, da anni è in prima linea per la difesa dell’idea di sostenibilità. Ha collaborato fin da subito alla creazione del Laboratorio della Decrescita a Macerata. Quali sono le linee guida che ti portano a vivere una vita consapevole nella Decrescita? “Rilocalizzare le attività e conseguentemente l’economia è uno dei primi passi da fare. Una situazione complessa necessita di risposte creative, articolate e comuni. Dobbiamo riapprendere a lavorare in gruppi e comunità allargate, a partire dagli stessi luoghi nei quali viviamo, per giungere a soluzioni per la produzione di beni e servizi nei settori energia, salute, educazione, economia e agricoltura. Produco quello che non guadagno. L’autoproduzione di cibo, cosmetici, oggetti di uso quotidiano mi rifornisce di beni eco-sostenibili nella completa padronanza della filiera, dalla materia prima al bene d’uso. Quello che ottengo economicamente da collaborazioni e prestazioni lavorative esterne nei settori educativo/agricolo/artistico/culturale sono di certo di minor valore economico di quello che auto produco e scambio. Inoltre questa dimensione fattiva e pratica va a riequilibrare la mia indole/formazione altrimenti tendente a speculazioni astratte, alla ricerca del bello (se pur non decorativo) e dell’espressione. Scambio e autoproduzione alimentare. Preparo a casa latte da legumi e cereali, formaggio vegan, estrazione del glutine dal grano (seitan), conserve, composte, succhi di verdure e frutta, torte. Raccolgo molto da prati/cespugli/alberi/boschi, e scambio eccedenze di verdura e frutta in una rete informale che si è creata tra amici e vicini. Scopro sempre più il valore di coltivare le piante, per vivere in diretta lo scambio energetico con il sistema naturale, nella programmazione e gestione di un orto giardino si attivano risorse speculative-astratte, fisiche, creative.” R. B. – ingegnere e padre di una numerosa prole – è un antesignano della Decrescita. Quando ancora non si parlava di forni solari, ne aveva già costruito uno di notevole efficacia, tuttora funzionante; ma Roberto è un vero e proprio appassionato dell’invenzione e dell’arte, nonché propulsore di numerose attività. “Quello della Decrescita è per me un modo di agire quotidiano, delle piccole azioni che portano poi a un risultato vistoso. Usare una strategia non è facile, nel tempo ho capito che la linea guida più importante è quella di evitare lo Spreco. Una domanda che spesso mi pongo è “Perché la gente guarda a questa attitudine come a un obbligo? Perché non lo si fa a priori? Perché lo si vede come un peso?”. Una cosa che noto molto oggi è che si ha una gran paura del concetto di “povertà”, ovvero si ha paura di essere privi dei beni che la società giudica necessari… Io credo che un valore molto più importante e di gran lunga maggiore sia quello della dignità. Parlo un po’ di me: ho vissuto tutti gli anni ’80 e parte dei ’90 in Messico, ho quindi “saltato” la grande ricerca al benessere europea di quegli anni, vivendo invece a contatto con gente che, pur avendo poco o niente, viveva alla grande e soprattutto era felice. Nei miei rari viaggi in Italia notavo questo grande abisso: il benessere provocava malessere. Sono tornato definitivamente nel settembre del 1996 e mi sono installato a Macerata. L’esperienza in Messico mi ha portato ad apprezzare le tecnologie semplici ed utili, nel vero senso del termine. Alcuni degli accessori che ho elaborato e costruito in questi anni sono: Una pompa a pedali (costruita con materiali di riciclo del luogo) per irrigare piccoli appezzamenti (in Messico); Pannelli solari termici, per il riscaldamento dell’ acqua sanitaria (a bassissimo costo); Idraulica applicata alla permacultura, mi sono costruito un piccolo orto in balcone (consigliato a chi non ama zappare); Un sistema solare di riciclaggio della plastica e tanti altri strumenti che ora non sto qui ad elencare. Diciamo che in Italia mi sono trovato avvantaggiato perché in realtà non ero mai “cresciuto”, venivo da posti in cui la Crescita Economica non c’era mai stata. Vorrei ricordare che il risultato di questo agire non è solo materiale, ma anche interiore, perché si imparano ad apprezzare le persone per quello che sono e non per quello che hanno.”

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, riprendiamo le nostre riflessioni dopo la pausa di aprile e dopo il Convegno Nazionale di Trevi. La situazione internazionale è sempre più complicata e difficile, dopo il blocco europeo dei migranti e con le varie crisi politiche internazionali che sembrano non avere modifiche, in Siria, in Turchia, in Libia, e naturalmente in Palestina, e in Africa. L’Europa sembra sulla via dello scioglimento, ogni stato fa quello che vuole e i temi della solidarietà sembrano quelli meno importanti, e si affermano invece sempre di più i movimenti fascisti e populisti, chiusi e negativi verso ogni apertura. In Brasile e in Argentina le cose volgono decisamente al brutto, con la chiusura di ogni stagione liberale o socialista, non si sa nemmeno quale parola usare. In Italia c’è una grande battaglia contro il governo Renzi, da destra e da sinistra, e il lavoro rimane sempre un aspetto molto delicato e difficile; ora con le prossime amministrative continueranno le battaglie mediatiche per portare gli elettori verso le posizioni volute. E il referendum di aprile (delle trivelle) ancora una volta ha evidenziato la volontà di tanti elettori di non voler votare, che non sembra un rifiuto del diritto al voto quanto una protesta intenzionale voluta. Da chi ricevere parole di speranza? Il Convegno ancora una volta ha evidenziato come i nostri testimoni dall’Africa e da altri luoghi hanno una visione diversa del mondo e delle sue dinamiche e leggono la realtà con un altro punto di vista, e danno possibili vie di speranza. E le testimonianze sono state il centro del Convegno. Padre Mussie Zerai sacerdote eritreo ha raccontato le difficoltà di ogni genere che devono affrontare quelli che fuggono da situazioni di vero disastro nei loro paesi, dove è dichiarato lo stato di guerra, dove arrivano rifiuti tossici di ogni tipo, e tutti i giovani devono essere in servizio militare da 18 a 60 anni, salvo carcere e violenze di ogni tipo (66 carceri in Eritrea), e quindi scappano, con viaggi allucinanti, centri di detenzione, confini blindati, un mare da passare con imbarcazioni ridicole, con soldi continuamente richiesti o rubati, o con la donazione forzata di organi. La kurda Ozlem, rifugiata politica in Italia, ha raccontato delle continue e pesanti persecuzioni della Turchia di Erdogan sui kurdi, che cercano l’autonomia kurda o almeno l’autodeterminazione in paesi con dittature, con detenzioni in carceri di massimo isolamento da decenni, con la proibizione di usare la lingua e i nomi kurdi, anche i nomi devono essere tradotti in turco, e le donne combattenti sono sottoposte al massimo della pena. Wafà palestinese di Ghaza ha raccontato della difficoltà di gestire un’azione di resistenza nel conflitto eterno con Israele, del fallimento dell’idea di 2 stati, datata agli accordi di Oslo più di 20 anni fa, e dell’unica speranza nel boicottaggio dei prodotti di Israele, BDS, la sola azione che sta unendo i popoli solidali e dà speranza di cambiare qualcosa; bisogna quindi leggere le etichette e rifiutare i prodotti israeliani, non ospitare scienziati e artisti israeliani e forse allora, dopo tante sofferenze, la giustizia vincerà. Altri africani presenti a Trevi hanno presentato i loro prodotti agricoli realizzati in Italia, tramite cooperative, realtà sempre più positive e veri modelli di speranza. Il senegalese Mohamed Ba ha raccontato la sua storia coloniale, con grande ironia con una lingua italiana e una cultura ad altissimo livello, con l’aspirazione di integrare al Nord la cultura africana ed i giovani scrittori africani, e lui stesso è autore di testi teatrali in Italia di grande successo. Il prof. Vassallo Paleologo ha ricordato la grande azione di alcuni giuristi italiani contro la discriminazione dei migranti, contro la clandestinità, contro la tortura, contro i continui tentativi di chiudere le possibili buone esperienze di accoglienza e di integrazione, attivando e sostenendo azioni legali complesse e continue, con un’attenzione tenace e impegnata contro qualsiasi chiusura e blocco che si verifica in Italia. Si è provata nel Convegno di Trevi anche la divisione in gruppi, per limitare il numero di chi partecipa e favorire di più la discussione e l’approfondimento, con schemi simili in ognuno dei 3 gruppi e con animatori giovani, che poi hanno relazionato. Abbiamo ascoltato nel 3° gruppo la testimonianza dell’ostetrica di nave, che ha aiutato il parto di tante giovani donne migranti, raccolte sulle navi appoggio della Marina italiana; la testimonianza di cooperative miste con stranieri, per coltivazione e commercio; le esperienze di istituzioni accoglienti, poche a fronte di tanti respingenti, evidenziando quanto sia più facile respingere con atteggiamenti molto superficiali, piuttosto che tentare accoglienze, col rischio di perdere risorse non capendo che si possono acquistare relazioni e speranze e moltiplicare così le risorse. E’ stato quindi un buon convegno, un segno di speranza in questo momento storico così difficile e chiuso. Ora cureremo la trascrizione su carta delle più importanti relazioni, ma ci sono anche dei documenti filmati già disponibili, messi già in rete e su You Tube: la relazione di Mussie Zerai si può trovare su Youtube, chiamandone il nome. Il film è stato realizzato da Aldo Corradi, di San Zeno di Colognola, della Rete di Verona. Al Convegno c’era anche padre Clemente, che ha portato la sua testimonianza di prete ed educatore in Guatemala, e noi a Verona lo conosciamo bene. Ha portato un nuovo progetto per una biblioteca e una sala Internet per i suoi giovani nella sua nuova parrocchia, chiedendo un contributo molto limitato, progetto che pensiamo di sostenere nei prossimi Coordinamenti e di assumere come azione della Rete di Verona, continuando ciò che si è fatto per anni, e che ora si pone accanto all’azione ormai più che ventennale in Brasile, con l’Opera mazziana a João Pessoa (cosa succederà in Brasile nei prossimi mesi, con il golpe contro il PT e Djilma Roussef ?), e con il nuovo Progetto ad Adjumako, perché le ragazze ghanesi possano continuare gli studi. In una delle prossime lettere presenteremo il nuovo Progetto in Guatemala, pensato prima per una durata annuale ed ora esteso a 3 anni, dopo la discussione con Clemente a Trevi. Pensiamo di incontrarci in maggio, come gruppo di Verona, per parlare di tutte queste cose e scambiarci le nostre idee e le nostre aspirazioni. Poi ci sarà il Coordinamento nazionale a Sezano, in giugno, e pensiamo di proseguire la nostra buona tradizione di un incontro conviviale a inizio estate, nei giardini Pettenella Picotti, dove ricorderemo la presenza di don Giulio Battistella, per tanti anni nostro profeta e riferimento per tutto ciò che ha significato spiritualità e solidarietà internazionale, da quando era tornato dall’Argentina, raccontandoci di America Latina e delle lotte di liberazione che là si erano svolte, e poi ancora missionario a Cuba con una grinta eccezionale. Il nostro prossimo incontro sarà martedì 10 maggio, martedì prossimo, alle ore 21 nella sede dell’Istituto don Mazza, in via San Carlo 5, zona Santo Stefano, con parcheggio interno, nel cortile. Per i Giardini PP ancora non s’è fissata una data, lo fisseremo nel nostro incontro del 10 maggio. Il Coordinamento Nazionale sarà a Sezano sabato e domenica 18 e 19 giugno, con le solite modalità dei Coordinamenti. Questo è un mese dispari e non si comunicano i dati della colletta. Un cordiale saluto, a presto rivederci per confrontarci in amicizia. Ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Maggio 2016 (bis-2)

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, nell’ultimo recente incontro veronese del 10.5 al Mazza, pochi giorni fa, abbiamo discusso anche della segnalazione della Segreteria dei gravi problemi finanziari che mettono in dubbio la colletta nazionale e la prosecuzione di molte operazioni ad essa legate. Poiché quella segnalazione è pervenuta quando già avevo compilato e mandato la nostra circolare veronese, in cui avevo inserito come comunicazione nazionale la bella lettera di Antonio, si è così deciso di inviare una circolare supplementare, la presente, chiamata maggio bis, aggiungendo alcune notizie importanti. Come tutti riconosciamo ogni volta che ci troviamo, il nostro impegno della colletta è fondamentale in una solidarietà concreta, e quindi l’appello è importante e fondato. Alcune reti locali hanno già deciso e indicato una colletta supplementare, noi ne abbiamo solo parlato, ma ne discuteremo certamente in giugno. Nel nostro incontro all’Istituto Mazza si è parlato della nostra colletta di Verona … .

Un cordiale saluto. Ciao

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Maggio 2016 (bis)

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, è sempre più difficile proporvi una discussione regolare sulla solidarietà, gli argomenti sembrano tutti fuori luogo, vecchi, inadatti a cercare possibili soluzioni anche parziali ai problemi che quotidianamente ci affliggono. Il primo argomento di interesse è sempre quello dei migranti. Tutti vogliono venire in Europa dall’Africa e dal Medio Oriente, ed è lo stesso dal Centro America verso gli Stati Uniti, ed anche là c’è chi pensa che l’unica soluzione consista nel costruire muri, nell’impedire l’accesso di chi cerca fortuna, quasi per tenerci noi soli la fortuna che abbiamo, i soldi che ci siamo trovati in casa per non si sa quale occasione, forse per un lavoro che abbiamo saputo far fruttare, per il nostro genio, o non si sa bene come, o con che manovre più o meno criminali o protezionistiche ci hanno fruttato i nostri capitali. Quindi nel fenomeno dei migranti ci sono problemi di chi viene, per il fatto che vuol venire, e problemi di chi resta, perché i soldi sono mal spartiti, e la crisi è in tutto il mondo. Per noi basta pensare alla crisi delle banche, e soprattutto delle banche venete, che sono fallite buttando sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori, ma privilegiando e arricchendo pochi altri dirigenti che hanno approfittato della loro posizione. Nel recente Convegno abbiamo ascoltato sui migranti le parole di padre Mussie Zerai, un sacerdote eritreo molto competente, che ci ha raccontato cosa gira in Somalia, perché tanti giovani fuggono da quel povero paese dove c’è una guerra strana e un servizio militare senza fine e senza soldi. Se volete vedere ciò che ha detto al Convegno di Trevi, battete il suo nome su You tube e vedrete il suo intervento, l’abbiamo registrato e pubblicato. Più che mai il problema con i migranti rimane il cosa si può fare, ma in una associazione di solidarietà come la nostra in questo momento va in crisi qualsiasi impostazione, specialmente se è vecchia, molto vecchia. Sì, da 50 anni destiniamo una parte del nostro stipendio a progetti internazionali di piccolo riequilibrio, ma molti nostri amici, molti nostri figli non hanno questa disponibilità, non sono ricchi come quelli di noi che possono risparmiare una parte del reddito e lo destinano a progetti di liberazione, piccoli e limitati, ma pur sempre un piccolo superfluo. Sì, è circa lo stesso che diamo ai nostri figli disoccupati, ad altre iniziative italiane, in aggiunta a quelle internazionali della Rete, ma noi possiamo permettercelo, e anzi dobbiamo essere trasparenti per il nostro fisco, come se fossero queste poche migliaia di euro a porre problemi al bilancio dello Stato. Tant’è, è giusto che tutti quelli che usano soldi e banche lo facciano in modo onesto e coerente. La Rete è partita con la Palestina, a tutela dei diritti calpestati dei palestinesi, ma da allora in quel posto le cose sono solo peggiorate, e l’unica reazione possibile sembra solo quella degli estremisti islamici. Abbiamo proseguito con il Brasile, seguendo Arturo Paoli e i compagnons batisseurs, sull’onda della liberazione dell’America Latina, coi prigionieri delle carceri brasiliane, e poi del Cile, e dell’Argentina, del Salvador; ed ora sono in crisi politica il Brasile, è in crisi il Venezuela, l’Argentina, l’Uruguay, il Cile. Molte cose in America Latina sono decisamente migliorate, non hanno più bisogno di noi come un tempo, scuole e ospedali sono sostenuti dallo stato e sono pubblici o quasi, ma ci sono altre crisi, sulle quali non possiamo incidere noi, con i nostri piccoli progetti. Abbiamo poi seguito il progetto Rete Santo Domingo (ricordate Miguel e Ida, il Centro Valpiana a el Abanico), anch’esso è poi divenuto autonomo ed è seguito dallo Stato, un grande successo quindi. Seguiamo da 20 anni il Guatemala, ed ancora lo stiamo seguendo, in mezzo a molte difficoltà. E in ognuno di questi paesi abbiamo conosciuto gente impegnata, che con poche risorse hanno saputo dare speranza a tanta gente, e la speranza l’hanno data anche a noi lontani, che li abbiamo conosciuto quasi solo perché abbiamo voluto riservare alcuni dei nostri risparmi per contribuire ad iniziative di liberazione, ed abbiamo così partecipato alla loro lotta. Ora stiamo iniziando con il Ghana, per sostenere alcune ragazze a continuare i loro studi, per cambiare attraverso loro la loro civiltà e il loro paese, e avremo molto da imparare anche da loro. Ma la Colletta nazionale della Rete cala, il numero di aderenti alla rete e di attivi nella colletta si riduce, perché cambia la società, ed alcuni progetti della Rete vanno a rischio. Invece a Verona i numeri della colletta non sono cambiati significativamente. Il gruppo Verona è rimasto abbastanza numeroso e attivo, ci incontriamo, ci parliamo, ci confrontiamo, ma il contesto per tutti è ormai diverso, sta cambiando tutto, in Italia, in Europa, nel mondo. Cambia perfino il clima, questi violenti temporali in giugno sono nuovi, si pensava solo all’aumento del calore estivo, e invece … E allora, come mantenere le nostre relazioni personali? Le nostre motivazioni? La Rete ha saputo mantenere il suo impegno concreto attraverso le collette, la restituzione, non solo con discussioni e motivazioni politiche, se no credo che anche fra noi prevarrebbero liti, divisioni, ideologie, confronti di principio. Le collette sono un impegno concreto, reale, di poca discussione, e sotto c’è sempre il tentativo di restituire, riequilibrare, dare chances a chi forse non le ha avute. E l’altro grande impegno della Rete sono le relazioni interpersonali, ascoltarsi, valorizzare l’altro, l’altro vicino e l’altro lontano, soprattutto quando viene da luoghi diversi, da storie lingue diverse, lontani, in situazioni difficili. Da essi si impara molto, si impara anche a stare insieme. E il nostro prossimo incontro del gruppo veronese è proprio per stare insieme: l’appuntamento prossimo in cui stare insieme è per sabato 11 giugno, come ricorderete. Come ogni anno a fine stagione, all’inizio dell’estate, ci troviamo nel giardino di Maria e Gianni, in Pettenella Gardens, in via Marsala 12 A, dopo le 20. Ognuno porta qualcosa da bere o da mangiare, e aspettiamo anche chi non è venuto spesso e ritiene di non avere abbastanza amicizia con la gente. Le amicizie si fanno incontrandosi, e nell’incontro ci si scopre, ci si osserva, si cerca una solidarietà reale, si parla delle conoscenze trovate nella Rete, e di tante altre cose. Nell’incontro conviviale faremo anche qualche discussione sul nostro gruppo: sarebbe bene ricominciare a assegnare in giro la redazione delle circolari mensili, a dare la parola a tanti cari e stimati amici, a distribuire l’incarico della riflessione, perché vanno sentiti tanti punti di vista, anche copiando articoli di altri o riportando i pensieri di amici o maestri. Ne parleremo. Un caro saluto a tutti, a sabato 11, ciao.

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Quarrata – Maggio/Giugno 2016

Cara Europa, che cosa ti è successo? Tu umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo Europa, terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo Europa, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei tuoi fratelli? Proprio adesso in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che ti vide risorgere da due guerre. Devi ritrovare entusiasmo e creatività per mantenerti giovane e attenta ai cambiamenti; devi sentire ancora con forza dentro di te la possibilità di essere madre; una madre che accoglie la vita e offre speranze; che si prende cura del bambino; che soccorra come un fratello il povero che arriva in cerca d’accoglienza perché non ha più niente e chiede riparo; in cui essere migrante non sia un delitto bensì un invito ad un maggior impegno per la dignità di ogni essere umano. Un’Europa che lavori per alimentare il movimento dell’interazione per vivere ed apprezzare la diversità, educando al multiculturalismo. Forma o Europa, i tuoi giovani affinché siano attori, agenti di cambiamento, svolgendo il ruolo di connessione tra le diverse culture, perché loro credono più di noi anziani, che non importi la provenienza, il colore della pelle o la religione, perché siamo tutti esseri umani. Tutto questo servirà principalmente ai nostri giovani i quali crescendo nel dialogo e nell’incontro, diventino sempre meno consumatori e più cittadini. Solo loro sapranno scuotere le coscienze dei politici della comunità internazionale che erigono barriere e prosperano sul commercio delle armi e su interessi politici spesso inconfessabili, alimentando guerre e povertà estreme che generano la migrazione di tanti esseri umani verso porti più sicuri.

Carissime, Carissimi,

“Il benessere di una volta ormai lo possiamo solo sognare” sento questa riflessione sulla bocca di molti. Lo ascolto anche da quelli che scommettevano su un capitalismo dal volto umano. Esso avrebbe corretto dall’interno delle logiche del mercato, le proprie storture, per favorire una crescita democratica ed eliminato le grandi ingiustizie fra paesi sviluppati e paesi ancora marcati dal sottosviluppo, dalla fame e dalle guerre. La trovo una contraddizione in termini che la somma e l’accumulo dei beni materiali e finanziari abbia finito col definire queste nostre collettività come società del benessere. Non dipende infatti dalla quantità di beni che si hanno, lo stare bene. Un modo di essere qualitativamente valido implica attenzione ad altre esigenze che vanno ben oltre i beni da godere, da accumulare, da consumare. Noi privilegiati di una volta non siamo ancora abituati a vivere in modo più sobrio e questa necessità ci angoscia fino al punto di temere che la possibile catastrofe economica segni davvero la fine, se non per l’umanità, nel nostro progetto di vita e di civiltà. Nello stesso tempo ci sono segnali che, proprio in vista del peggio dal punto di vista materiale, riescono a immaginare una riproposizione di un concetto di economia che restituisca a questo termine il significato più ampio che aveva una volta, più attento alla globalità della persona, agli interessi generali, ai valori comunitari, all’esigenza di una solidarietà allargata.

Economia dunque intesa come norme che garantiscono un buon funzionamento della casa, uno stato di benessere generale, una buona umana convivenza. A me sembra che su questa strada si profili la possibilità di una spiritualità che non sia evasiva, consolatoria e di fuga dalle angosce; ma la possibilità di una spiritualità più attenta al benessere personale e collettivo. Non si tratta più di assicurarsi, come è nella logica mercantile, il miglior vantaggio col minore rischio possibile, ma di scommettere che il futuro lo determiniamo principalmente con la fiducia, con patti duraturi di alleanza. Riusciremmo a costruirlo bello e sereno se valorizzeremo al meglio anche i beni immateriali, il cui obiettivo è la crescita della qualità della vita, se saremmo più attenti anche a coltivare e valorizzare i beni relazionali, che conferiscono il senso della vera esistenza; se lo scambio dei mezzi si qualificherà meglio come scambio fra persone, se daremmo spazio reale al nostro bisogno di interiorità andando ben oltre l’atmosfera asfittica dei calcoli interessati; se ci apriremo alla dimensione del dono sia nei rapporti interpersonali, che in quelli intercontinentali. Alla logica del contratto dovremmo sostituire quella del patto, dell’alleanza. Un termine che ha forti risonanze bibliche e che a prima vista sembra eludere le nostre legittime preoccupazioni economiche, ma che in realtà le inserisce in un contesto più ampio, più creativo, protese al vero e condiviso stato di benessere. Il trucco del gioco dell’oca al quale ci avevano attratto ha funzionato, con il ritorno alla casella di partenza. La cosa triste è che continua a funzionare perché c’è chi si accinge a partecipare di nuovo al gioco. Il neoliberismo non ama che noi crediamo nell’utopia, perché ci vuole incutere l’idea che siamo eterni, che la vita è un miracolo. Che le merci che indossiamo decidono il nostro valore, perché chi non può comprare, per il mercato non esiste, non ha valore. Gesù predicava il Regno di Dio all’interno dell’impero di Cesare, era come parlare di democrazia dentro una dittatura, per questo è stato assassinato. Oggi stanno realizzando la “democrazia virtuale” con l’unico scopo di isolarci, toglierci la capacità di guardare gli altri, i nostri bambini sono affidati all’elettronica. Oggi non si “naviga” su internet, si “naufraga”! Anche nella nostra associazione, la rete Radiè Resch, si sta sentendo il peso della crisi, le nostre autotassazioni economiche a sostegno di progetti-ponti con comunità del Sud del Mondo, stanno diminuendo. Ho la sensazione che anche noi siamo presi da timori e paure future senza comprendere bene che di fronte a queste tragedie tutti abbiamo ancora molto da apprendere e da dare. Possiamo comprendere che i beni non sono la sola contropartita del portafoglio zeppo di soldi o del conto in banca, ma sono essenzialmente strumenti al servizio dell’uomo, “per l’uomo” e non “dell’uomo”. Ritornare ad apprezzare le piccole cose è l’unico modo per recuperare il sorriso e la gioia che si affievolisce. Rinforziamo il nostro tendere la mano verso gli “impoveriti”, perché il donare e il condividere sprigiona felicità e vera gioia di vivere. Questo ci darà la forza per aumentare anche la nostra disponibilità economica a sostenere qua e là tanti nostri confratelli verso la costruzione di un mondo nuovo.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Aprile 2016

Cari amici, il 26° Convegno Nazionale della Rete Radie’ Resch che si è tenuto a Trevi l’8, 9,e 10 aprile con il titolo “Migranti oltre l’Accoglienza” è stato, come sempre, interessante e coinvolgente centrando il tema con relatori e ospiti importanti e competenti; Padre M. Z., profugo eritreo, poi sacerdote e oggi presidente dell’agenzia Habeshia, che assiste rifugiati e richiedenti asilo, nonché candidato al Nobel per la pace, ci ha parlato delle terribili condizioni di vita del popolo eritreo che deve sottostare a un regime ingiusto che limita qualsiasi libertà di movimento e di pensiero; si pensi che tanto gli uomini quanto le donne sono tenuti ad essere al servizio dello Stato come servizio militare, i primi fino a 50 anni di età, e le seconde fino ai 40 anni. E’ questo, oltre alle carestie, alle guerre, ai rapimenti, al traffico di organi, uno dei motivi per cui i giovani scappano anche a costo di perdere la vita. Z. ha concluso il suo intervento asserendo che finché non si troverà una soluzione per tutto il Sud del mondo dove le condizioni di vita sono comunque precarie e non verranno cambiate le politiche dei potenti, le tragedie continueranno. TUTTO QUESTO NEL SILENZIO ASSORDANTE DEL MONDO CIVILE. La seconda testimonianza è stata quella di O. T., membro del Congresso del Kurdistan, che ha parlato dell’apartheid a cui la Turchia condanna i curdi cercando di estrometterli da ogni diritto, fino ad eliminarli fisicamente. O. ci ha parlato di come il popolo curdo stia resistendo all’oppressione, alla mancanza di uno status politico e giuridico ed ha affermato che la lotta per l’autodeterminazione curda non è una lotta fine a   sé stessa, ma per tutta l’umanità, per la convivenza fra diverse etnie, culture e religioni. Ci ha raccontato di come la sua vita sia sempre stata una lotta, di come la sua famiglia sia stata perseguitata dal regime turco, di come lei sia cresciuta in prigione con i genitori, di come sia entrata nel movimento di liberazione curdo, di come si è formato il movimento delle donne curde; il tutto visto con gli occhi di donna. Ha parlato di resistenza alla disumanizzazione, di forza di volontà, di speranza incrollabile. Infine W. A. R., fondatrice della ong palestinese “Filastiniyat” per la partecipazione delle donne e dei giovani alla vita politica della Palestina, ha affermato che si parla sempre meno della questione palestinese, mentre Israele seguita a conquistare territori; 2 milioni di palestinesi sono ghettizzati a Gaza dove la disoccupazione giovanile ha superato il 30%, e negli ultimi 13 mesi l’unico passaggio con l’Egitto utile per rifornire la gente di viveri, medicine e beni di prima necessità, è stato aperto per pochissimi giorni. Di fronte all’indifferenza della comunità internazionale, W. ritiene che sia più utile rivolgersi alle persone per ottenere il consenso dal basso che porti ai due famosi stati per due popoli. Ha fatto, altresì, una serie di proposte per contrastare lo strapotere israeliano: boicottare i prodotti made in Israele; informarsi sulla situazione rivolgendosi a fonti locali o utilizzando facebook o indirizzi internet, evitando i media che distorcono la realtà; firmare le petizioni contro il trattamento disumano del popolo palestinese chiuso a Gaza, e, per finire, ha parlato di speranza, affermando che essa, nonostante tutto, si respira proprio a Gaza, dove si può toccare con mano con quanto coraggio venga affrontata quella situazione dalla popolazione. Un’altra parte interessante del Convegno è stata quella dei lavori di gruppo svoltisi il pomeriggio del 9 aprile; io ho partecipato a quello intitolato “ Terre di confine” a cui sono intervenute: la Caritas di Savona portando la sua esperienza sull’accoglienza ai migranti, fatta sia nelle Parrocchie che in case private; la cooperativa Integra di Quarrata che realizza l’integrazione di donne straniere e italiane in situazione di disagio, impiegandole in un’attività artigianale di produzione di oggetti di bigiotteria, di arredo casa, fabbricazione di bomboniere, accessori personali, la cui vendita è realizzata via internet e grazie al commercio equo-solidale. La responsabile della cooperativa, pur non nascondendo le difficoltà di ordine economico, ha testimoniato la pacifica convivenza di donne diverse per esperienze, nazionalità e religione (marocchine, rumene, ucraine, italiane); la responsabile della cooperativa Askavusa di Lampedusa che si è sempre occupata di accogliere i viaggiatori (è così che preferiscono chiamare i migranti) ha messo l’accento sulla differenza fra l’accoglienza in Sicilia con il progetto Mare Nostrum e quanto accade ora con Frontex. Prima i migranti venivano inseriti nel tessuto urbano di Lampedusa, ora vengono raccolti al largo da grosse navi e poi portati nel centro di raccolta che è completamente militarizzato, è impossibile contattare queste persone o avere una qualunque relazione con loro. L’atteggiamento della cooperativa è molto critico nei confronti dell’oggi, non solo per Frontex, ma anche per i tanti miliardi che l’Europa ha assegnato alla Turchia per respingere buona parte dei profughi, mentre ci sono esperienze molto più positive da prendere come esempio, vedi la Comunità di S.Egidio e la Chiesa Valdese che con molti meno soldi hanno organizzato corridoi umanitari per salvare migliaia di migranti e portarli in Italia in sicurezza, dopo seri controlli dei requisiti di asilo. E’ stato chiarificatore l’incontro con due giovani africani che hanno parlato delle difficoltà incontrate nell’esperienza lavorativa in Italia: appena giunti sono stati occupati, sotto caporalato, a Rosarno per raccogliere mandarini e aranci; dopo i fatti tragici di Rosarno si sono spostati in Lazio dove, con l’aiuto di un centro sociale romano, hanno fondato una cooperativa per la produzione di yogurt a Km zero, distribuendo il prodotto in bici; ora producono anche verdure bio avendo vinto un bando della Regione Lazio per ottenere un appezzamento di terreno; il risultato importante è stato che da due componenti iniziali ora stanno occupando altri 4 immigrati e due italiani. Sono molto riconoscenti anche ai Gruppi di Acquisto Solidale che si impegnano per la promozione del loro yogurt tanto che da 10 litri settimanali sono passati a produrne 150, ma la fatica è stata tanta e anche forte la delusione di vedersi spesso trattare come merce e non come persone. Il nome della loro azienda è BARIKAMA che vuol dire “Resistente”. Da questo gruppo di lavoro sono, alla fine, scaturite idee che sono state riassunte in alcune frasi che abbiamo condiviso con gli altri gruppi: 1) oggi vittime domani vera accoglienza; 2) resilienza e inclusione, piuttosto che integrazione; 3) condivisione, comunità, fiducia; 4) interazione protagonismo. Il 9 aprile, ultimo giorno del Convegno, è stata la volta degli ospiti: C. K., deputata europea ha parlato delle politiche di asilo proposte nel Parlamento Europeo, del principio di solidarietà, dell’ecoripartizione delle responsabilità, della redistribuzione delle persone in tutto il territorio europeo, dei ricongiungimenti familiari, dei minori, dei visti umanitari, dei risultati inefficaci dettati dall’approccio emergenziale, della revisione del regolamento di Dublino, e della più o meno utile collaborazione con i Paesi terzi, concludendo che la sicurezza della persona è alla base dello sviluppo della società europea in quanto l’emigrazione è da considerarsi un fenomeno naturale. Il paleologo F. V. docente di Diritto di asilo e componente del Collegio in Diritti Umani ha sottolineato la mistificazione dei fatti che parlano solo di sicurezza invece di politiche immigratorie e di capacità di capire i problemi e le cause dei problemi.   Infine M. B. scrittore senegalese, autore e interprete di teatro, (vittima in prima persona del razzismo in quanto nel 2009 a Milano, alla fermata di un tram, fu accoltellato da uno sconosciuto solo per il fatto di essere africano), ha incantato l’uditorio con le sue dissertazioni sul razzismo, sui pregiudizi, sulla ricchezza delle differenze, sulle contraddizioni, i sogni, le speranze di una vita migliore, i dolori e le gioie dei migranti, ha parlato di società liquida considerando l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da strutture che si scompongono e ricompongono in modo vacillante e incerto, appunto fluido.” Il consumismo crea rifiuti umani, la globalizzazione è l’industria della paura, la mancanza di sicurezze e la vita sempre più frenetica ci costringe ad adeguarsi al gruppo per non sentirci esclusi, e mercifica l’essere umano”. Infine mi si permettano alcune considerazioni: Cercando risposte scientifiche e non emotive alle dolorose cronache che abbiamo sotto gli occhi, è necessario interpretare questo fenomeno che sta mettendo in crisi la nostra idea di frontiera e di mobilità. Un milione di persone nel 2015 ha tentato di raggiungere l’Europa sopportando viaggi in condizioni disperate che hanno fatto più di 4mila vittime; crescono i campi profughi, si alzano muri per tentare di arginare quella che viene chiamata emergenza umanitaria epocale che per i governi europei è un elemento di instabilità politica cruciale; in realtà quello che da anni interessa l’Europa è parte d un fenomeno globale che conta 240 milioni di migranti dei quali solo il 10% sono rifugiati. La stragrande maggioranza è formata da persone che si muovono in cerca di lavoro, o per ricongiungersi ai familiari e spesso la loro meta non è il “ricco” occidente, ma anche paesi in via di sviluppo. Più di un terzo dei profughi economici, oltre 80 milioni di persone, riporta l’Osservatorio Internazionale sull’ emigrazione (OIM), si è spostato dall’Indonesia alla Malesia da Haiti alla Repubblica Dominicana, dalla Burkina Faso alla Costa d’Avorio, dall’Egitto alla Giordania. La migrazione provoca reazioni irrazionali anche se SPOSTARSI NEL MONDO FA PARTE DELLA NATURA UMANA, fin dall’origine della nostra specie, dicono gli antropologi; l’ultimo esodo di massa avvenne fra il 1850 e il 1910 verso il così detto Nuovo Mondo quando le Americhe accolsero 2 milioni di emigranti all’anno; e mentre gli antropologi spiegano che c’è una diffidenza innata nei confronti del diverso percepito come potenziale portatore di malattie e contagi, per l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo   (che raduna i 34 paesi più ricchi del mondo), i migranti rappresentano una sicura opportunità di crescita, se inquadrati opportunamente nel mondo del lavoro; essi infatti, pagano tasse superiori ai benefici che ricevono, in quanto in genere si tratta di persone giovani che vogliono tornare nei loro paesi prima di aver bisogno di assistenza medica, pensionistica o di servizi sociali. Lo dimostrano alcuni recenti studi fatti in Gran Bretagna dall’Office for Budget Responsibility, osservatorio britannico per le risorse fiscali, che ha calcolato che se nei prossimi 50 anni in Inghilterra il numero degli immigrati raddoppiasse, contribuirebbe , in prospettiva, ad abbattere il debito pubblico britannico di un terzo, mentre se si chiudessero le frontiere il debito potrebbe aumentare fino al 50%.

Un saluto affettuoso

Cristina

Maggio 2016 (bis-2)

Proponiamo una riflessione particolare: la preoccupata comunicazione della segreteria:

Cari amici e care amiche, in questo mese la circolare nazionale, assegnata alla segreteria, è una vera e propria lettera circolare, un appello di solidarietà, che trova motivazione nella difficile situazione economica della nostra associazione, con cui in ultimamente è stato necessario fare i conti. Già negli ultimi anni il bilancio mostrava chiaramente una costante diminuzione della raccolta, ma senza che questo comportasse, di conseguenza, problemi per il sostegno ai progetti di solidarietà (avendo una certa riserva, dovuta ai lasciti). E’ invece durante la revisione dei progetti con scadenza 2015, che in Coordinamento (a Quarrata in Gennaio, prima, poi a Pescara in Marzo) si è dovuta costatare l’insufficienza delle risorse per la loro riconferma, anche considerando una “naturale” diminuzione per alcuni, in relazione a possibilità interne agli stessi progetti. I progetti di cui stiamo parlando sono: Donne palestinesi (Palestina), Scuola Nazionale del Movimento Sem-Terra (Brasile), Alli Causai (Ecuador), Sembrando amor como el mais (Ecuador), Clara Mattei (Brasile), Assistenza socio-sanitaria a Cochabamba (Bolivia), Produzione sapone a Roranapolis (Brasile), Progetto Nino (Bolivia), I Bambini di Timbuctu (Mali), Cofinanziamento scuole di Pace (Palestina), Appoggio alle donne capofamiglia (Ecuador), Mapuche associazione Folilko (Cile). Non è stato inoltre possibile approvare, neppure per una sua parte, il nuovo progetto “Eduposan” a favore di una popolazione indigena argentina, seppur ritenuto interessante, o a prendere in considerazione la richiesta di Don Panichella per un nuovo sostegno al suo lavoro di strada. Ne è scaturita una vivace e bella discussione sul senso del nostro fare solidarietà, sulla temporaneità del sostegno economico (si diceva “li accompagniamo per un tratto del loro cammino…”), sulle logiche della solidarietà, sulla consapevolezza che i progetti sono i progetti di tutta la Rete e non solo del gruppo locale referente (su questi aspetti vi rimandiamo ai verbali di Quarrata e Pescara). In una logica meramente economica, la situazione delle entrate comporterebbe una drastica riduzione delle somme necessarie al sostegno dei progetti (circa il 26%). Ci siamo invece, infine, ritrovati tutti concordi su una logica ed un’idea diversa dal fare meramente i conti con la realtà e con il bilancio, cioè, con l’idea di richiamare le nostre più profonde motivazioni al fare solidarietà e condivisione della nostra vita con gli ultimi, con gli impoveriti della terra. Eccoci, perciò, a lanciare un appello per un grande sforzo collettivo, per una raccolta straordinaria che arrivi a coprire la somma mancante di euro 7600.

Buon lavoro ed un grande abbraccio a tutti ed a tutte!

la Segreteria

Maria, Gigi, Maria Rita

Maggio 2016 (bis)

Carissima, carissimo,

da pochi giorni siamo rientrati dal Convegno della Rete a Trevi dove abbiamo dato la parola ai nostri amici profughi e migranti, evidenziare che è stato meraviglioso è poca cosa in rapporto a ciò che abbiamo ascoltato, vissuto. Un’umanità nuova in cammino verso ognuno di noi, verso ogni comunità, verso ogni Stato per sentirsi insieme: mondo. Siamo nel pieno dell’anno della Misericordia, al convegno abbiamo compreso che ha mille strade, mille modalità, che la solidarietà si esprime in mille modi, che è un aspetto essenziale della misericordia. Che offrire misericordia non può essere un peso o una noia da cui liberarci in fretta. Il bisognoso, la vedova, lo straniero, l’orfano: Dio vuole che guardiamo a questi nostri fratelli, vuole metterci alla prova se siamo capaci di fermarci a guardare negli occhi la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace? Oggi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi, perché è il volersi bene che fa sentire le persone uguali. Oggi facciamo i conti con il caos, con male, con i disastri della natura, con le violenze, con le guerre, con le ingiustizie, con la sopraffazione di un popolo sull’altro. Oggi il male è così invadente da poter pensare che forse l’uomo, prima ancora di essere colpevole, ne é vittima. Oggi gli errori, l’imperfezione, il limite sono quindi insiti nella storia, ma sono anche la chiave del progresso. I momenti più caotici, e noi probabilmente ne stiamo attraversando uno, sono però spesso anche quelli che danno origine ad una nuova coscienza, ad un salto di qualità, alla capacità di un radicamento più interiore, ad una maggior crescita umana. L’Europa ha chiuso le frontiere sulla rotta dei Balcani percorsa dai profughi, lo ha annunciato come una vittoria. Un volto, quello dell’Europa, senza vergogna. Doveva organizzare la distribuzione dei profughi, siamo ancora al caos, peggio, si ergono muri ovunque, in questi giorni anche l’Austria, governata dalla sinistra, ma presto chiamata al voto, per paura di perdere le prossime elezioni, ha iniziato a costruire un muro al Brennero, e sta pensando di ergerlo anche con la Slovenia. I ventotto paesi hanno siglato l’accordo ma nessuno è interessato a metterlo in pratica. Dove sono l’umanità, la solidarietà, la compassione? Una vittoria dei ciechi egoismi, del cinismo e dell’indifferenza, sbandierata proprio da una istituzione che vanta nel proprio curriculum un “immeritato” Premio Nobel per la Pace nel 2012. Le frontiere chiuse a migliaia di profughi senza documenti regolari in fuga dai conflitti in Siria, in Afghanistan e in Iraq, dal terrorismo nel Pakistan, dalla siccità, dalla fame e dai regimi dittatoriali dell’Africa sub-sahariana. Sono porte sbattute in faccia a famiglie intere, a madri e bambini. Ad Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, sono bloccati 14 mila migranti e rifugiati, in condizioni drammatiche. Ho ricevuto notizie tragiche dagli amici preti di Ambivere (BG) che avevano eretto nel tempo di Quaresima una tenda e vi avevano preso posto, che sono andati ad incontrarli. Ma allo stesso tempo quanta voglia di vita, quanta creatività ci fatto conoscere attraverso l’invio di notizie e grossi murales fatti con i bambini. Ad ogni loro movimento ricevono, contro ogni legge internazionale vigente, lanci di lacrimogeni, proiettili di gomma e acqua gelida con gli idranti. Stiamo assistendo alla crudeltà dell’umanità nel fango! Dove è finita l’Europa della democrazia e dei diritti? Ma soprattutto dove ha smarrito la sua umanità di fronte al genocidio in atto nel Mediterraneo, mare di sangue, che ha falcidiato dal 1988 oltre 28 mila vite? Ma questi non sono numeri! come ci hanno insegnato padre Zanotelli e don Ciotti, questi non sono numeri, sono volti, vite, quante volte dovremmo ancora ripeterlo? Che ne è rimasta della commozione di tutto il mondo davanti alla foto del piccolo Aylan sulla spiaggia turca? 330 bambini inghiottiti solo dall’inizio dell’anno da un mare più nero dell’inferno senza una lacrima versata, se non il dolore eterno, di cui non sapremo mai, delle madri. E se fossero stati bambini italiani, annegati durante una crociera sul Mediterraneo? Solo questo è un orrore impronunciabile, vero? Chi li avrà sulla coscienza quando tra venti o trent’anni si leggerà sui libri di storia di un genocidio mai riconosciuto, mai affrontato con soluzioni possibili e praticabili, come quella dei corridoi umanitari? Continuiamo a voltare tutti gli occhi da un’altra parte, continuiamo a far finta di non vedere. C’è da vergognarsi di essere europei. Punto e basta. Ci domandiamo quali sono i motivi dei conflitti, chi li determina, chi li arma, quali interessi economico e geopolitici ci sono dietro, e a vantaggio di chi? Chiudo ricordando che, seicentomila italiani ricevono la pensione ogni anno grazie ai contributi versati dai lavoratori emigrati, che hanno versato all’Inps contributi per circa 8 miliardi di euro.

Antonio Vermigli,

Rete di Quarrata