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CIRCOLARE NAZIONALE OTTOBRE 2016 – RETE di SARONNO

CANCELLAZIONE E CONVERSIONE DEL DEBITO:
PERCHÉ SONO PRATICHE GIUSTE E NON ATTI DI “
BUONISMO

BREVE STORIA DELLA CONVERSIONE DEL DEBITO ESTERO

Tra il 2015 ed il 2016 ho vissuto nove mesi a Lima, la capitale del Perù, al fine di scrivere la tesi di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali sulla valutazione ed il monitoraggio dei progetti finanziati dal Fondo Italo Peruviano (FIP). Obiettivo della ricerca era verificare se il FIP utilizzasse in maniera conscia o inconscia l’Approccio delle Capacità del filosofo ed economista indiano Amartya Sen, ideatore dell’Indice di Sviluppo Umano. Ma non è di questo che vorrei parlarvi in queste righe. Le riflessioni che vorrei condividere con voi, e che la mia esperienza in Perù mi ha spronato ad approfondire, sono riferite al debito dei Paesi economicamente più poveri. Ma procediamo un passo per volta. Immagino che molti di voi si staranno chiedendo: “Che cos’è il Fondo Italo Peruviano?”, ed iniziamo dunque con una breve risposta a questa più che giustificata domanda.

Che cos’è Il Fondo Italo Peruviano?

Il Fondo Italo Peruviano è uno dei numerosi Fondi di Conversione del Debito esistenti al mondo. Nel 2001 i Governi Italiano e Peruviano firmarono il Primo Accordo di Conversione del Debito, con il quale si decideva che i 116 milioni di dollari che il Perù doveva all’Italia come debito estero, venissero convertiti in progetti di sviluppo sostenibile sul territorio italiano, sotto il controllo di alcuni lavoratori dell’Agenzia Italiana della Cooperazione allo Sviluppo (DGCS), appartenente al Ministero degli Affari Esteri. Il Fondo Italo Peruviano ha così lavorato per 17 anni (a fine 2016 il Fondo dovrebbe chiudere in quando sono stati convertiti tutti i soldi), finanziando 300 progetti in 21 delle 25 regioni del Paese, riconvertendo quasi 200 milioni di dollari (fu infatti firmato un Secondo Accordo di Conversione del Debito del valore di 75 milioni di dollari)

Ma perché il Perù è indebitato con l’Italia? O, per allargare il punto di vista, perché molti paesi Africani, Asiatici, Medio Orientali e Sudamericani si sono indebitati?

Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un salto nel passato, precisamente nel 1971, quando gli Stati Uniti, sotto la guida di Richard Nixon, dichiararono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro, a causa delle ingenti spese che avevano avuto durante la Guerra in Vietnam. La convertibilità del dollaro in oro era stata accordata nel 1944 a Bretton Woods, per garantire stabilità all’economia mondiale. Le conseguenze della decisione di Nixon furono pesanti e si ripercossero, come prevedibile, in tutto il mondo, con un peggioramento delle condizioni economiche dei paesi più poveri.
È difficile non entrare in termini economici specifici quando si parla di questi temi, ma per farla più semplice possibile possiamo dire che l’inconvertibilità del dollaro generò una svalutazione (ovvero una perdita di valore) del dollaro, avviando un periodo di intensa instabilità dei mercati finanziari e un sensibile rialzo dei prezzi delle materie prime, tra le quali rientra ovviamente il petrolio.

La domanda di petrolio nel mondo era piuttosto stabile, dunque, alzandosi i prezzi del petrolio, i paesi produttori di petrolio ricevettero un’ingente quantità di dollari, che venivano chiamati “petrodollari”. Trovandosi dunque i paesi produttori di petrolio con una grandissima quantità di “petrodollari” nelle loro banche, decisero di prestarli con un tasso di interesse molto basso ai Paesi più bisognosi di prestiti, che si trovavano soprattutto in Africa ed in America Latina. A questi paesi, in quel momento storico, le condizioni dell’indebitamento sembravano più che favorevoli, dato che i tassi di interesse (ovvero la somma da pagare ai creditori per il prestito che stavano concedendo) erano molto bassi e le materie prime che loro producevano venivano vendute a un prezzo moto alto, a causa dell’inflazione internazionale. Perché, dunque, non indebitarsi?

Indebitarsi pareva infatti al tempo una scelta saggia e razionale, ma arrivarono presto i problemi. Nel 1973 si verificò un primo shock petrolifero, e nel 1979 un secondo, ancora più pesante, durante il quale i prezzi del greggio aumentarono di oltre venti volte rispetto al valore originario del 1973. La reazione di Gran Bretagna e Stati Uniti fu di aumentare … i tassi di interesse.

Come possiamo immaginare, per i paesi indebitati esplose il costo del servizio del debito, e allo stesso tempo, a causa della crisi petrolifera, si trovavano a pagare un prezzo altissimo per le importazioni di prodotti esteri; la vendita delle loro materie prime non era assolutamente sufficiente per pagare le spese per l’acquisto di questi prodotti. Per darvi un’idea della pesantezza di questa situazione, basti dire che tra il 1973 (prima crisi petrolifera) ed il 1982 (tra poche righe scopriremo quale evento segna questa data), il debito dei paesi indebitati non produttori di petrolio aumentò di circa 500 miliardi di dollari. Come se questo non bastasse, con il passare degli anni il dollaro riacquistò valore: il debito dei paesi indebitati continuò dunque ad aumentare in forma esponenziale, dato che… era stato contratto proprio in dollari.

Che fare?

Di fronte ad una situazione di questo tipo, occorreva qualcosa di nuovo, qualcosa che consentisse ai debitori di onorare i debiti contratti ed ai creditori di essere pagati. La risposta dei paesi creditori fu, invece …. la concessione di ulteriori prestiti. Il debito dei paesi più poveri stava cominciando a diventare verosimilmente impagabile.

Effetto domino

Il primo paese a “cadere” fu il Messico nel 1982, il quale dichiarò l’impossibilitò di pagare il servizio del debito. A ruota gli altri debitori, in un inatteso effetto domino diffuso soprattutto in America Latina, si dichiararono insolventi (ovvero l’impossibilità di ripagare il debito) e scoppiò la crisi del debito internazionale.

La risposta dei paesi creditori

I governi del Nord del Mondo e le istituzioni finanziarie internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale), intervennero per dare indicazioni “super partes” ai paesi debitori e creditori.

Vennero così definiti gli accordi di riscadenzamento del debito: nuovi prestiti, nuove scadenze e, soprattutto, provvedimenti di politica economica di ispirazione liberista che il governo del paese debitore si impegnava a mettere in atto. In cosa consistevano questi provvedimenti? Liberalizzazione completa del mercato interno ed eliminazione di tutte le eventuali forme di protezione, liberalizzazione del tasso di cambio e riduzione ai minimi termini della spesa pubblica.

L’ inizio della restituzione del debito

Dal 1982 i prestiti ai paesi debitori si contrassero bruscamente ed iniziò la lunga fase di trasferimento massiccio di risorse finanziarie dai paesi debitori ai creditori. Tra il 1982 ed il 1990 i paesi poveri indebitati hanno ricevuto 927 miliardi di dollari; nello stesso periodo, hanno pagato ai paesi creditori 1345 miliardi di dollari solo per il servizio del debito (e non dunque per il debito in sé!).

Come sappiamo, oggi il debito continua a pesare in modo grave su questi paesi.

Perché è giusto cancellare il debito? Quattro motivazioni.

Una questione di giustizia

Sinora abbiamo cercato di fornire una descrizione delle dinamiche che hanno favorito la creazione e l’aumento del debito dei paesi più poveri. Abbiamo visto che ciò che si verificò fu un fenomeno, provocato dalle scelte politiche dei creditori, che penalizzò i paesi debitori e avvantaggiò i creditori. E’ interessante vedere che, se si ricalcolano le somme dovute e le somme restituite utilizzando come unità di misura non il dollaro, ma un paniere di monete che tenga conto delle variazioni di valore di tutte le monete, comprese quelle locali, si ottiene che per quasi tutti i paesi il debito è già stato restituito completamente, e in qualche caso anche più volte, dunque nulla è più dovuto.

Una ragione storica

Nel periodo del colonialismo, Asia, Africa e America Latina sono state defraudate delle proprie ricchezze naturali: minerarie, agricole e, soprattutto, umane. Nel celebre libro “Le vene aperte dell’America Latina”, Eduardo Galeano ci ricorda che la stima di morti delle popolazioni indigene sudamericane (ovvero degli abitanti che vivevano in America Latina prima – e solo parzialmente dopo – l’arrivo degli Spagnoli e dei Portoghesi) tra il 1492 (anno di sbarco di Cristoforo Colombo a San Salvador) e il 1650 è stimato tra i 60 e i 90 milioni di morti. Le popolazioni del “Nord” del mondo sono debitrici a quelle del “Sud” di valori letteralmente non restituibili.

Una ragione di convenienza

I Paesi indebitati partecipano in forma scarsissima al commercio internazionale. Solo per fare un esempio, oggi l’Africa, nonostante la sua popolazione superi i 700 milioni di abitanti, partecipa solo per il 4% al commercio mondiale. Liberare i paesi dal peso del debito consentirebbe loro di destinare a investimenti produttivi le risorse oggi usate per la restituzione de capitale e il pagamento degli interessi.

Rinunciando al pagamento degli interessi e del debito, i paesi creditori otterrebbero in cambio la possibilità di avere nuovi clienti per i loro prodotti, quindi maggiori entrate.

Una ragione di solidarietà

Le condizioni di povertà in cui versano molti paesi indebitati è scandalosa. I creditori ricchi non possono rimanere indifferenti vedendo il tipo di vita condotta dai debitori e continuare a ricevere da questi il pagamento degli interessi sul debito, il quale supera in media quattro volte la spesa sanitaria annuale.

Il debito odioso

È doveroso accennare infine al cosiddetto “debito odioso”, ovvero il debito accumulato da governi non democratici che è stato utilizzato per salvaguardare, contro la popolazione, la stabilità del governo e che oggi, mutate le situazioni politiche, continua a gravare sulla finanza pubblica e cioè… sui cittadini, i quali hanno subito la violenza ed i soprusi di quelle dittature.

Alla luce di tutte queste ragioni, a partire dalla fine degli anni Ottanta vennero proposte, da parte dei paesi creditori, iniziative ed accordi internazionali che puntavano alla riduzione parziale o cancellazione del debito, alcune delle quali diedero vita ai diversi Fondi di Conversione del Debito.

Cancellare il debito o convertirlo è giusto, non è un atto di buonismo filantropico.

Giulia Rete di Saronno

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Ottobre 2016
www.reterr.it

Chi lotta e soffre su una zolla di terra
lotta e soffre per tutta la terra.
Siro Politi, prete operaio

Care amiche, cari amici,
questa nostra lettera ci porta purtroppo notizie molto preoccupanti da Haiti. Cominciamo con le parole di Dadoue Printemps nel suo intervento al Convegno nazionale della Rete Radié Resch del 2008; riferendosi alla situazione socio politica del suo paese, colpito periodicamente da uragani devastanti, così diceva: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme, lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia”. Più volte ci ha scritto della desolazione delle campagne inondate, le case scoperchiate, le persone senza riparo… Poi c’è stato il terremoto del 2010: “Il grande terremoto che ci ha sconvolto… – scriveva il 6 aprile del 2010 – noi che eravamo già talmente poveri: questo disastro ha moltiplicato la grandezza della nostra miseria”.E’ l’eterno ricominciare di Haiti: le ferite del terremoto sono ancora aperte, la situazione politica estremamente instabile, quella economica in crisi crescente ed ecco l’uragano Mathieu a mettere in ginocchio un paese che lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza.
Poche le notizie sui nostri media su questa ennesima catastrofe: di Haiti si parla solo quando l’uragano minaccia gli Stati Uniti.Noi però siamo stati raggiunti tempestivamente dai messaggi di Martine e Jean. Il 4 ottobre Martine ha scritto: “E’ tutto un disastro, a Cabaret pioggia e vento ma niente in confronto a quanto accade al sud del paese. Siamo preoccupati per la gente del Nord Ovest che presto dovrà affrontare questo uragano devastatore. Per ora cerchiamo di restare in contatto con le persone di FDDPA”.
Due giorni dopo Jean è riuscito a raccogliere informazioni più precise inviandoci i primi dati che descrivono un panorama desolante: l’uragano Mathieu ha colpito soprattutto il Sud del paese, molte località sono isolate e difficilmente raggiungibili, il numero delle vittime continua a salire. Per quanto riguarda le zone dove FDDPA è presente, quella più colpita è il Nord Ovest dove la scuola, che da poco era stata ristrutturata, ha subito gravi danni, molti contadini hanno le case scoperchiate e le coltivazioni distrutte. Anche a Katyen l’uragano ha fatto volare i tetti, compreso quello della scuola dell’infanzia; perdite di coltivazioni e capi di bestiame si registrano anche a Dofiné e a Fondol dove alcune casupole sono state distrutte dall’uragano. “Ma siamo fortunati – aggiunge Jean – perché nessuno ha perso la vita”.
Ma quello che ora più preoccupa i nostri amici, è la ripresa del colera in questa situazione critica. Stanno cercando di contattare chi possa a livello sanitario dare un sostegno per prevenire la diffusione della malattia.
Abbiamo ricevuto notizie anche da Alessia Maso che da anni sostiene in Haiti un’esperienza di scuola per bambini disabili. Ecco cosa scrive:
“Molti di voi avranno forse visto le terribili immagini di questi due ultimi giorni ad Haiti. L’uragano Matthew ha causato tantissimi danni, molti alberi sono caduti, intere aree inondate, e purtroppo ancora non sappiamo che effetti avrà sul problema del colera, ma si presume che ci sarà un aumento importante dei casi. Il costo dell’acqua potabile è già aumentato, molti non potranno permettersela.
Molte famiglie sono rimaste senza casa (…) la scuola stessa ha il tetto danneggiato, banchi e sedie sono andati perduti. Le strade sono impraticabili. Il ministero ha stabilito la chiusura di tutte le scuole del paese fino al 10 ottobre. Poi non è chiaro che cosa succederà. …
Condivido queste informazioni con voi che ci aiutate a supportare i progetti, perché mi sento così impotente che mi sembra che l’unica cosa che possiamo fare è quella di non lasciar soli i nostri amici haitiani.
Continuiamo il nostro supporto, continuiamo a credere in loro e nelle loro capacità di risollevarsi in tutte le situazioni e speriamo che il peggio sia passato. La pioggia ormai è debole, il vento non soffia più e l’uragano, che ha perso la sua forza, se n’è andato.
Ora tocca ricostruire!! E ricominciare da dove si è interrotto… “.Anche noi crediamo che in questo difficile momento sia necessario essere a fianco dei nostri amici haitiani e sostenere FDDPA. I nostri amici non ci hanno chiesto niente, ma crediamo sia importante che le varie attività (scuole, centri di salute, casse popolari, cooperative delle donne, banca sementi…) non subiscano interruzioni ma possano andare avanti.
Per questo cercheremo di inviare un contributo straordinario.
Chi vuole partecipare può versare il suo contributo su:
– C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
oppure
– Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN:  IT 26 U050 1812 1010 0000 0134 828 intestato a: Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova
Causale: Uragano HaitiAlleghiamo anche un articolo apparso su Avvenire dell’8 ottobre, scritto da Lucia Capuzzi che da anni segue le vicende haitiane.

Uragano a Haiti, i camilliani: «Non c’è più niente»
Lucia Capuzzi – Avvenire, 8 ottobre 2016“È un momento difficile. Molto difficile. Il sudovest, già poverissimo, è in ginocchio. Vorrei andare a vedere con i miei occhi ma non posso. La strada è interrotta e noi siamo bloccati a Port-au-Prince, con poche notizie. Tutte catastrofiche. Non riusciamo a contattare padre Massimo: i telefoni non vanno. È isolato, siamo molto preoccupati”. La voce di padre Robert Daudier è carica di tensione, è costretto a seguire dalla capitale le devastazioni prodotte da Matthew.
Crolli e alluvioni hanno isolato la porzione più occidentale dell’isola, flagellata dall’uragano. “Oggi, però, riproverò a rimettermi in viaggio. Andrò con un’ambulanza. Spero di riuscire a raggiungere Jérémie”. La città è stata devastata dal diluvio e dai venti, che si sono abbattuti sull’isola con una velocità intorno ai 230 chilometri orari. Là, oltre l’80% delle case è stata distrutta. Perfino il tetto della Cattedrale è stato strappato dalla furia della tempesta.” (…)
“Acqua dappertutto. Case, giardini, tutto è stato allagato. La gente, già in miseria, ha perso quel poco che aveva. Dovranno ricominciare da capo, senza nulla. Che dolore… “, afferma fra Jeun Jeune Lozama, piccolo fratello di Santa Teresa, residente a Beausejour, minuscolo villaggio sulle montagne intorno a Léogàne, epicentro del tremendo terremoto del 2010. Anche là – a sud-est – ci sono state frane, inondazioni e tantissimi danni. In realtà, non solo la parte meridionale è stata colpita. “Anche dal nord-ovest, in particolare la regione di Port-de-Paix, abbiamo notizie di gravi devastazioni”, dice ad Avvenire Marta Da Costa, operatrice di Caritas Italiana nell’isola. Il principale problema è la strage di animali da allevamento e la razzia dei raccolti compiuta dall’uragano più potente degli ultimi nove anni. “Si tratta della principale fonte di sussistenza della popolazione. In un contesto di povertà generalizzata, rappresenta un danno incalcolabile per il presente e il futuro del Paese», prosegue Da Costa. Gli esperti, inoltre, temono una recrudescenza dell’epidemia di colera che quest’anno ha già colpito oltre 21.000 persone. Già prima di Matthews la gente era costretta a camminare per chilometri per raggiungere una fonte d’acqua. Ora l’uragano le ha distrutte. Mi hanno riferito già di alcuni morti per il colera”.
Non a caso, fra Jean-Hervé François, direttore di Caritas Haiti ha definito la situazione “catastrofica”. Eppure, finora, le autorità non hanno dichiarato lo stato di emergenza, rallentando l’invio di aiuti dall’estero. Un sostegno vitale, in questo momento, per l’isola.

RETE RADIE’ RESCH

Associazione di solidarietà internazionale

circolare della rete di Roma – settembre 2016

Roma, 5 settembre 2016

Carissimi amiche e amici,

questa estate ai consueti sconvolgimenti mondiali si è aggiunto il disastro del terremoto nell’Italia centrale a rendere più tristi le nostre giornate. Con determinazione reagiamo alle sventure con la fede nell’uomo che abbiamo sempre avuto, avvalendoci da un lato delle esortazioni di papa Francesco, dall’altro delle parole contenute nei bellissimi e direi commoventi resoconti dei coniugi Corletto di Castelfranco Veneto in Africa e di Giorgio Gallo e Toni Peratoner in America Latina, scritti corredati dai lodativi commenti di vari amici.

Richiamiamo le parole di Bergoglio nel viaggio in Polonia di fine luglio: “Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?”. Ancora più dolente quanto disse sulla Siria all’Angelus del 7 agosto: “Purtroppo dalla Siria continuano ad arrivare notizie di vittime civili della guerra, in particolare da Aleppo. E’ inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo della chiusura del cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti”. Sono espressioni semplici, convinte, sulle quali non tutti purtroppo riflettono, degne del Giubileo della Misericordia che stiamo percorrendo con attenzione insufficiente, cristiani e agnostici, perché anch’essi dovrebbero porgervi ascolto.

La pace, questo inestimabile bene che preme alla stragrande maggioranza dell’umanità, ma che in una infinità di luoghi viene meno – per lo spirito malvagio di minoranze o singoli individui che conosciamo bene – producendo lutti, rovine e il fenomeno, mai così disperato, delle migrazioni di massa.

Non da oggi ormai si è sviluppato il fenomeno dello stragismo mediante l’impiego dei kamikaze, al quale sempre si attribuisce una finalità religiosa (“morte agli infedeli” è il pazzo scopo proclamato dagli stessi assassini-suicidi). Ci si è appropriati di un termine che all’origine ebbe un altro significato: come si sa, i kamikaze (“vento divino”) erano i piloti suicidi nipponici destinati a colpire le navi nemiche nell’ultima fase della guerra del Pacifico (per Tokyo già perduta), dirigendo i loro aerei carichi di esplosivo sull’obiettivo col sacrificio della propria vita. Si dubita assai che il loro suicidio fosse spontaneo e mosso da amor di patria, anche se qualche esaltato non manca mai; gli ordini dei pazzi criminali militari non si discutevano, pena la morte. Tuttavia, sapendo quanto la mentalità orientale differisca dalla nostra, è notevole apprendere senza stupirsene che i kamikaze che per diversi motivi non poterono compiere il loro gesto suicida furono nel dopoguerra malvisti dalla popolazione, tanto era prevalsa la mentalità guerresca diffusa (inoculata) dal militarismo e dall’imperatore. (Ho potuto servirmi per i particolari esposti di una fonte giapponese attendibile di Tokyo)

Gli attuali cosiddetti “kamikaze” non hanno nulla a che vedere con i giapponesi del 1945. Il loro movente è solo l’odio per lo straniero e i suoi fedeli alleati, quasi sempre ammantato da ragioni religiose, di solito inesistenti o distorte dai loro mandanti. Qui ci soccorrono alcune frasi del famoso regista inglese Ken Loach per andare alla radice della questione. Interrogato sul terrorismo, parla di rabbia estrema. “Se analizziamo a fondo la Storia, ci mettiamo un secondo a ricordare che quanto noi oggi chiamiamo Medio Oriente era parte di un impero europeo, un territorio suddiviso fra il dominio francese e quello britannico e successivamente americano. L’Occidente ha sfruttato, ha imposto decisioni, ha governato quei territori per secoli. La rabbia che hanno maturato ora si esprime in molte forme. Nessuno vuole giustificare gli atti terroristici…, ma per sconfiggerli è necessario andare all’origine, e lì troviamo la responsabilità della nostra Storia…(dal Fatto del 12 agosto). Non è l’uovo di Colombo, ma per quanti?

Si approssima la “Perugia – Assisi”, voluta molti anni fa da Aldo Capitini proprio un anno prima che scoppiasse la crisi di Cuba del ‘62, che rischiò di portare il mondo alla guerra nucleare. Da allora si ripete con varie pause, ma sempre con motivazioni indubbiamente valide; e si può dire che oggi manifestare per la pace è oltremodo necessario. Mi piace ricordare qui il pensiero sulla pace di Margherita Hack, una donna che ha significato molto nella vita italiana: “Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”.

Si è parlato anche fra noi di una certa crisi in cui versa la marcia della pace, o meglio la Tavola della Pace che la organizza, di persone interessate a monopolizzarla o altro. E’ stato chiesto ad Alex Zanotelli se l’universo pacifista è in crisi e lui l’ha confermato, perché è passato il messaggio della guerra “venduta”, come normale fatto politico; e poi perché “siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario”.

Che sia ascoltato l’auspicio di Alex. La nostra Rete, con le sue limitate possibilità, è pienamente d’accordo e farà quanto le è possibile per contribuire alla distensione degli animi.

(per la rete di Roma, Mauro Gentilini)

 

PERCHÉ CI ODIANO COSÌ TANTO?

Dopo ogni attentato attribuito al terrorismo islamico, cerchiamo inutilmente risposta a questa domanda nei media mainstream. Invettive, minacce, inviti alla mobilitazione, analisi geopolitiche e militari, ma mai un tentativo serio di risalire alle cause. Eppure, dopo attacchi come quello, tragico, di Nizza, poche cose sono chiare come il fatto che una simile carneficina, minuziosamente pianificata e freddamente eseguita, sia il frutto di un odio antico e profondo, individuale e collettivo, nei confronti di noi occidentali. Odio cieco, come sempre nel terrorismo, che colpisce in egual modo i singoli e la istituzioni che pretendono di rappresentarli. Odio sedimentato nel tempo, al punto da inquinare le coscienze. E non ha grande importanza se gli autori delle stragi siano stabilmente collegati ad un’organizzazione terroristica o semplici “cani sciolti” come, in questo caso, sembra più probabile. Anzi, proprio il fatto che persone isolate, che non fanno parte di nessun gruppo paramilitare, decidano di sacrificare la propria vita per uccidere quanti più francesi (belgi, tedeschi, italiani?) possibile, dà il segno di come questo odio sia ormai cultura. Invece, nessuno si interroga sulle cause profonde. Non quelle – ovvie – dovute alla “guerra a bassa intensità” che, con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione, noi italiani, con i nostri alleati occidentali, stiamo combattendo, dalla Siria alla Libia. Il terrorismo c’era già prima, come ci ri-cordano tristemente l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2011 e decine di episodi prece-denti, che affondano la radici negli anni ’70. L’imperialismo, certo, prima politico e poi economico. Un imperialismo che è andato ben oltre la chiusura dell’epoca coloniale, che è proseguito con la spartizione dell’Africa e del Medio Oriente in “sfere di influenza” dei Paesi occidentali, con la continua creazione di “regimi fantoccio”, totalmente asserviti a quegli stessi Paesi e con lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali ad opera delle grandi multinazionali, anch’esse con base in quei Paesi. Senza dimenticare l’appoggio cieco ed indiscriminato all’occupazione militare della Palestina, da parte di Israele. Tutto ciò ha creato fiumi di sangue e mari di lacrime. Come non pensare ai mille massacri del tardo periodo coloniale, alla frustrazione di qualsiasi istanza di progresso politico ed economi-co nei Paesi africani, alle “guerre per procura” per la sfruttamento delle risorse minerarie del loro territori? A questo punto, non è difficile capire perché nessuno, in occidente, tenti seriamente di indagare le cause del fenomeno terrorismo: lo impedisce la cattiva coscienza. Farlo, imporrebbe una profonda assunzione di responsabilità ed un invito al cambiamento di modelli di sviluppo, di cui nessuno può o vuole farsi carico. Un meccanismo assai simile a quello che vediamo, ogni giorno, di fronte al fenomeno, epocale, dell’immigrazione da quegli stessi Paesi che si ritengono culla del terrorismo islamico. Anche qui alzate di scudi, più o meno razziste, diatribe su chi e come debba dare ospitalità, analisi tecniche, anche ben intenzionate, sulle possibili risposte di assistenza. Poca ricerca delle cause del fenomeno. Eppure, non è difficile capire che chi mette in pericolo la propria vita per entrare in Europa la fa per disperazione, per mancanza di alternative. Si muove chi, nel partire, non ha nulla da lasciare. Quindi, anche da un’analisi superficiale e parziale come questa, emerge chiaramente come i due fenomeni abbiano radici comuni e si influenzino reciprocamente. Basti pensare alle migliaia di uomini e donne che fuggono dallo “Stato Islamico” ed al sospetto, continuamente avanzato, che i flussi nascondano, a loro volta, potenziali terroristi. In tutto ciò, che ruolo può avere la Rete? Quello di sempre, proiettato in una realtà nuova. Basti ricordare che ciascuno di noi, quando vi ha aderito, si è assunto l’impegno di “approfondire le cause della disuguaglianza tra Nord e Sud e divenire fonte di informazione e mezzo di sensibilizzazione per essere “una voce a servizio di chi non ha voce”” (dal nostro sitowww.reterr.it). Anche le iniziative di solidarietà nei confronti dei migranti, in cui molti di noi si impegnano quotidianamente, possono, quindi, assumere veste politica, alla luce di questo più profondo impegno. Crediamo che la realtà attuale, per molti versi triste e dolorosa, contenga in sé un’opportunità: molte persone di buona volontà che sono sensibili alle sofferenze di questa gente, possono oggi aprirsi all’ascolto e sono disponibili a capire quanto, di ciò che sta accadendo, ricada sulle nostre spalle, in termini di responsabilità indiretta. Parlare loro è, forse, nell’epoca storica che attraversiamo, uno dei compiti della Rete. Il 12 settembre 2001, subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York, Tiziano Terzani pubblicava sul Corriere della Sera una lettera (poi edita in “Lettere contro la guerra” – Longanesi – 2002) dal contenuto che, a distanza di quindici anni, si rivela profetico. Scriveva, tra l’altro: “Non dobbiamo farci ora trascinare da visioni parziali della realtà, non dobbiamo diventare ostaggi della retorica a cui oggi ricorre chi è a corto di idee per riempire il silenzio di sbigottimento. Il pericolo è che a causa di questi tragici, orribili dirottamenti, finiamo noi stessi, come esseri umani per essere dirottati da quella che è la nostra missione sulla terra. Gli americano l’hanno descritta nella loro costituzione come «il perseguimento della felicità». Bene: perseguiamo tutti insieme questa felicità, dopo averla magari ridefinita in termini non solo materiali e dopo esserci convinti che noi occidentali non possiamo perseguire una nostra felicità a scapito della felicità degli altri e che, come la libertà, anche la felicità è indivisibile. L’ecatombe di New York ci ha dato l’occasione di ripensare a tutto e ci ha messo dinanzi a nuove scelte. Quella più immediata è di aggiungere o togliere al fondamentalismo islamico le sue ragioni di essere, di trasformare i balli dei palestinesi non in esultazioni macabre di gioia per una tragedia altrui, ma di sollievo per una loro riguadagnata dignità. Altrimenti ogni bomba o missile che cadrà sulle popolazioni del mondo non nostro finirà solo per seminare altri denti di drago e dar vita a nuovi giovani disposti ad urlare «Allah Akbar», «Allah è grande», pilotando un altro aereo carico di innocenti contro un grattacielo …”.

a cura della Rete di Varese

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Settembre 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, con un certo ritardo invio la circolare di settembre e me ne scuso. Scrivere una circolare ogni mese rappresenta un impegno complesso, perché si rischiano di dire sempre le stesse cose e di essere monotoni. La ricerca di una solidarietà concreta con persone lontane è uno dei nostri impegni di vita, ma le cose stanno cambiando, e molto, in Italia in Europa e nel mondo, e quindi anche il nostro modo particolare di essere solidali come Rete va in crisi, ha bisogno di confrontarsi per ridiscuterlo, e ciò avviene nei nostri incontri locali e nazionali, nei Seminari e nei Convegni, quando ci troviamo con i nostri interlocutori lontani, con cui cerchiamo di essere insieme in fraternità. Nel nostro gruppo di Rete di Verona s’è creato un bel gruppo di amici che vivono insieme questa azione di aiuto, e pensiamo di alternare fra di noi la stesura della circolare, per cercare di vedere le cose del mondo con occhi diversi e diversa sensibilità. La concretezza passa attraverso l’esperienza di ciascuno e la conoscenza, diretta e/o varia, con i nostri interlocutori lontani, che ricevono il nostro aiuto e cercano di utilizzarlo per il bene del loro gruppo e del loro territorio. Quindi avere più redattori della circolare permette di osservare la realtà con occhi diversi, e di proporre orizzonti diversi, dinamiche e problematiche diverse, e quindi solidarietà diverse, oltre a riflettere in modo diverso sulle dinamiche più specificamente politiche dei rapporti internazionali che sottendono sempre ad ogni rapporto di solidarietà. E le politiche internazionali si imparano bene nella Rete, basti pensare a tutte le dinamiche Israele – Palestina, che sono alla base del nostro impegno da quando la Rete è nata, nel 1964 circa, con Ettore Masina, col papa Paolo VI, e con Paul Gauthier e la chiesa dei poveri. Ed a tutti i luoghi dove siamo venuti in contatto con altra gente e con altro sfruttamento, per contatto diretto personale o indiretto tramite amici vicini, di altre reti. Ad esempio per noi di Verona il contatto con l’Opera mazziana a Joao Pessoa, e tutta la storia che è passata per il Nord Est brasiliano, è stata una scuola particolare di cosa ha significato Movimento Sem Terra, Pastorale della Terra, Teologia della Liberazione, e scuola, come l’hanno sempre intesa gli amici del Mazza. O il contatto col Guatemala, con Rigoberta Manchù, con padre Clemente, con la storia degli squadroni della morte, con l’assassinio di mons. Gerardi, 25 anni dopo quello di Romero in Salvador, ma anche con la civiltà Maya e la storia americana, che non è solo quella delle colonie inglesi del Nord America. Ed ora il contatto con il Ghana, con Olivia e le ragazze di Adjumako, che ci fanno capire tante cose prima indistinte e lontane. Questa è la solidarietà della Rete, conoscere amici lontani, entrare in quelle dinamiche e mettere a disposizione un piccolo aiuto economico perché possa cambiare la loro situazione di povertà e dipendenza. Ma la situazione internazionale attuale è diversa da quella degli anni passati, e sta cambiando ancora. Gli analisti mettono in evidenza la contemporaneità di 3 crisi enormi, che scuotono tutto il mondo, e dire 3 crisi è riduttivo, perché se ne possono individuare molte altre. E queste crisi mettono in dubbio ogni impostazione politica, e quindi anche la nostra visione di solidarietà maturata fino ad oggi. Le 3 crisi principali sono queste: quella delle migrazioni, per le guerre e per la povertà, e sono migrazioni di milioni di persone, che cercano strade di sopravvivenza in tutto il mondo, non solo ai confini dei loro paesi in guerra e in miseria assoluta. L’Europa s’è accorta dell’entità di questo fenomeno, ma si è ben presto chiusa ad ogni accoglienza, e sono sorti muri dappertutto, e per noi Muro significa la divisione in Palestina, violenza, sopraffazione, umiliazione, diritti violati eccetera. L’altra crisi è quella della globalizzazione finanziaria, perché le dinamiche della finanza sono completamente cambiate. I poveri certamente continuano a pagare ogni crollo degli indici di borsa, ma la separazione fra ricchi e poveri continua ad aumentare, ed i ricchi, il denaro, continuano a determinare ogni dinamica, ogni guerra, ma anche le politiche degli stati, basti pensare al petrolio, che è calato di prezzo, ma sta sconvolgendo ogni equilibrio mondiale, perché il ricco o l’azienda che vede calare i suoi soldi cerca tutti i modi per mantenerli, ed anzi aumentarli. E tutte le dinamiche finanziarie sono globalizzate, non c’è una zona che non ne risente, perché è lontana. Come ci spiegava Gianfranco Rigoli parlando di Ghana, in Ghana non si coltiva più riso, è meglio acquistare il riso degli Usa, prodotto con forti incentivi ai produttori locali, quasi sempre multinazionali, e poi venduto sottocosto in tutto il mondo. Attenti ai prezzi troppo bassi, stanno distruggendo gli agricoltori locali ed i lavoratori. I soldi governano il mondo, determinano le guerre, spostano gli equilibri, basta uno spostamento di una decina di miliardi di dollari nella borsa (uno sceicco che sposta un po’ di fondi sovrani arabi da un titolo ad un altro) per provocare crolli e guerre sempre più disastrose e catastrofiche, vedi Siria o Crimea. Ma mi fermo ad un semplice cenno di queste logiche, se no diventa un trattato. La terza crisi è la crisi del clima, che cambia rapidamente, scompaiono i ghiacciai, scompaiono isole intere perché il mare si alza, certe coltivazioni non producono più niente, e ci sono nuovi profughi in fuga dalle loro proprietà che non ci sono più, inghiottite dal mare o acquistate da una multinazionale per fare una nuova miniera d’oro o una nuova diga che inonda territori enormi, prima abitati dai nativi, che ora non contano niente, e sono ammazzati tranquillamente dalle polizie che difendono le scelte di stati corrotti e dei potenti di quegli stati. Ed anche il Brasile ora è tornato ad essere come altri stati venduti ai soldi, ai banchieri ed ai latifondisti Di fronte alle dinamiche legate a queste crisi, e al fallimento quasi completo delle politiche dell’ONU cosa contano le poche migliaia di euro della colletta della Rete? E’ una domanda logica, che richiede nuove risposte, riflessioni collettive e nuovi personaggi che le guidino, che diano segnali di speranza. Uno è certamente papa Francesco, che ha cambiato tutte le dinamiche religiose, non solo cristiane, e le dinamiche ambientali. Con il Papa ci sono i missionari, i comboniani anzitutto per noi veronesi, e le suore comboniane (combonifem), che propongono riflessioni molto importanti di grande aiuto per elaborare riflessioni, tenersi informati e cercare forme concrete di solidarietà, mantenendo anche le collette, che non hanno perso la loro importanza concreta, oltre che teorica. Anche il Monastero di Sezano è per noi un grande luogo di riferimento, diventa difficile forse partecipare a tutto quello che vi si svolge, ed occorre ripensare a modalità di partecipazione e diffusione anche a distanza, gli strumenti ci sono e relativamente semplici da attivare, in modo da seguire gli eventi anche quando non è possibile esserci di persona. Altri personaggi importanti per noi sono i nostri testimoni delle operazioni che sosteniamo, anche non solo noi di Verona, basta leggere i resoconto dei viaggi, come quello ultimo di Fabio e Marta in Congo, pervenuto a chi riceve le comunicazioni della lista Rete. I testimoni lontani sono importantissimi per capire come opporsi ai soldi e alle dinamiche corrispondenti, privilegiando i deboli invece dei potenti. Termino con un’indicazione di un incontro lunedì prossimo 19/9 alle 20.45 a San Massimo, al CUM: il monaco Marcelo Barros parlerà di Helder Camara, il vescovo di Recife profeta dei poveri. Marcelo fu suo discepolo, poi monaco benedettino e scrittore, Al CUM presenta un suo libro su Camara, e con Marcelo ci saranno don Felice Tenero, direttore del CUM, e Marco dal Corso.

Un caro saluto a tutti, ciao

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Settembre/Ottobre 2016

Carissima, carissimo, il piccolo Omran come il piccolo Aylan. Il bimbo di Aleppo ricoperto di polvere e sangue è vivo, il bimbo sulla spiaggia di Bodrum è morto. È amaro il destino dei bambini siriani: che tu scappi o che tu resti, perdere la vita è questione di un attimo. Più di un anno dopo (era il 2 settembre del 2015), la “foto simbolo” del dramma dei profughi che fuggivano dalla guerra cercando di raggiungere la costa della Grecia, si è arricchita di una nuova “foto simbolo” a ricordarci che la guerra c’è ancora e continua a mietere vittime innocenti. Le foto sono immediate, fanno il giro del mondo in un attimo. Non serve spremersi le meningi per trovare parole che raccontino l’orrore, basta un’immagine per comunicare tutto quel che c’è da dire. Come la bambina vietnamita che corre ustionata dal napalm e il bimbo ebreo con le mani in alto nel ghetto di Varsavia. Quello che stona, ancora una volta, è che da un lato serve un’immagine d’impatto per smuovere gli animi, dall’altro, sappiamo per esperienza che, passata la prima ondata di utilizzo mediatico, tutto torna nel medesimo silenzio. Il dolore non basta se tutto resta come prima. La foto di Aylan Kurdi, del suo piccolo corpo disteso sulla sabbia, suscitò molto clamore, prese di posizioni dei leader politici, dibattiti sull’opportunità di pubblicare un’immagine così terribile, dove la violenza era tanto più forte perché se ne mostravano gli esiti. Anche se internet e la televisione ci consentono di accedere in tempi brevissimi a tutte le informazioni che desideriamo su qualsivoglia parte del mondo, in realtà ci si limita a misurare l’importanza dei fatti sulla base del tempo e dello spazio che viene loro dedicato sui nostri media di riferimento. Così, passata l’indignazione generale per Aylan, un volta spente le telecamere sull’esodo dei disperati che premevano alle frontiere o si consumavano nei campi profughi, le notizie sulla guerra che continua a infuriare in Siria appaiono come un rumore di fondo su qualcosa che è lontano e in fondo non ci riguarda troppo. Nonostante gli appelli continui di papa Francesco alla pace e il suo gesto di accoglienza verso alcune famiglie di rifugiati, l’attenzione dell’opinione pubblica è altrove. Come è caduto nel vuoto -se non per rare eccezioni- il suo appello affinché ogni comunità parrocchiale accogliesse un profugo o una famiglia, a seconda della grandezza della stessa. Così, Omran con i suoi 5 anni pieni di polvere e sangue, seduto in autoambulanza con lo sguardo incredulo e impietrito, è uno dei bambini di Nizza, uno dei nostri bambini del terremoto. Oggi il bambino di Aleppo è “virale”. La sua foto, come già quella di Aylan, è stata in prima pagina su tutti i quotidiani europei e del mondo, ed è gara a diffonderla sui social network, magari ritoccata e messa tra i potenti della Terra che discutono. Quanto durerà questa volta la mobilitazione da tastiera? Dopo cinque anni ad Aleppo è stata proclamata una settimana di cessate il fuoco. Tra l’altro più volte violata, per far sì che potessero entrare viveri e medicinali, dopo che migliaia di persone sono morte per fame, per sete, per mancanza di medicinali. Una carità pelosa da parte di chi guerreggia quotidianamente per distruggere l’altro, la società, la relazione. Guerra non significa altro che l’uccisione di civili -rappresentano il 95% delle vittime-, morte e distruzione. L’unica verità della guerra è la tragedia delle vittime, la cancellazione di tutti i diritti umani, il diritto a vivere. Con l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelli, Al Qaeda si rivelò a tutto il mondo. Ogni anno i mass-media lo ricordano con puntualità e continuità, visto la gravità dell’accaduto. L’11 settembre 1973, il generale Pinochet, sostenuto dal Governo americano effettuò il colpo di Stato in Cile, uccidendo Salvador Allende. Furono assassinate, torturate decine e decine di migliaia di uomini, donne e bambini. Migliaia furono gli “scomparsi-desaparecidos”. Televisioni e giornali hanno volutamente “dimenticato” questa tragedia. Oggi, comprendiamo sempre di più come l’informazione deformi la verità e sia solo interessata a non disturbare “il manovratore”. Esiste solo l’11 settembre 2001? Nella nostra 23a Marcia per la Giustizia del 10 settembre scorso, i nostri amici invitati presenti: don Ciotti, Antonietta Potente, Izzedin Elzir e Mohamed Ba, ci hanno ripetuto con forza che non possiamo “mai” cessare di protestare, di dissentire di porci domande. Antonietta ci ha posto di fronte l’interrogativo di come porsi di fronte ai rifugiati, non per integrarli, ma per chiedere loro: chi sei! Ciò significa partire da uguale a uguale, significa superare la nostra insufficienza verso di loro. Significa mettere in discussione i luoghi comuni, i dogmi, l’autorità della politica. Significa non smettere di pensare. Essere fuori dal coro, fino a comprendere che il dissenso è un’arma. Luigi ci ha spronato ad essere sempre informati, verificando i fatti e analizzandoli a fondo, aprendoci alla conoscenza perché oggi più che mai il sapere è un’arma. Sicuramente non cambieremo il mondo ma, avremo contribuito a relazionarci in modo umano considerando l’altro importante, fondamentale per la nostra vita. Mentre Mohamed Ba ci ha esortato a dissentire altrimenti saremo un seme che non crescerà mai. Importante è essere insoddisfatti permanenti, tesi verso l’affrontare i problemi fino ad affermare che siamo incazzati “neri”, mentre lui ha detto che non cesserà mai di essere incazzato “bianco”. Elzir ha detto con forza che la religione è incontro, mai scontro. Non esiste un Dio guerriero ma, Dio è di tutti. Oggi la religione a cui ci prostriamo è il capitalismo, la più feroce, la più implacabile e irrazionale che sia mai esistita, perché non conosce né redenzione né tregua. Nel capitalismo si celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e l’oggetto il denaro, mentre il suo tempio è la banca. Sul dollaro, moneta statunitense c’è scritto: “Noi confidiamo in Dio”. Dio allora non è morto, è stato trasformato in denaro. Alda Merini, immensa poetessa e scrittrice, ci invita a riflettere con delle semplici ma penetranti parole: “Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze… Ho bisogno di poesia, quella che brucia la pesantezza delle parole”. Di fronte a questo suo insegnamento, urge, mettersi sempre di più insieme e continuare a protestare, a pensare, a dissentire, a porci domande, mettendo in discussione autorità, dogmi e luoghi comuni. Dobbiamo comprendere che “dissentire” è la nostra vera arma. Come lo è accompagnare e condividere, qui e nel Sud del mondo, non povero ma, impoverito dal nostro sfruttarlo e calpestarlo, sostenere i progetti di tante piccole comunità in cammino per la loro liberazione.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Luglio/Agosto 2016

Il terrorismo è figlio anche della Guerra Fredda

Il libro di Odd Arne Westad, “La guerra fredda globale. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e il mondo. Le relazioni internazionali del XX secolo” che ho appena finito di leggere, si occupa della genesi del mondo odierno, di come le maggiori potenze del tardo Novecento – gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica – sono intervenute a più riprese nei processi di cambiamento di Africa, Asia e America Latina, e di come, attraverso questi interventi, hanno alimentato in molti degli Stati, dei movimenti e delle ideologie che dominano sempre più le questioni internazionali. L’analisi di Westad è effettuata al limite di una lettura della storia del mondo contemporaneo in termini di filosofia della storia. Il volume è, infatti, un’interpretazione, “sovra partes” delle motivazioni e delle decisioni, disgiunte dagli interessi materiali immediati che potevano in qualche modo giustificarle, che hanno orientato le due superpotenza protagoniste della Guerra Fredda nelle loro politiche attuate nei confronti del Terzo mondo. Guerra Fredda e Terzo mondo, sostiene Westad, sono neologismi coniati nella seconda metà del Novecento, essi, per quanto siano stati utilizzati per scopi diversi e in differenti ambiti culturali, sono le categorie storiche in base alle quali può essere interpretata l’evoluzione del mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale ai nostri giorni. Il primo a usare l’espressione Guerra fredda, afferma Westad, è stato Geoge Orwell nel 1945, “per condannare la visione del mondo, le convinzioni e le strutture sociali sia dell’Unione Sovietica che degli Stati Uniti, come pure la guerra non dichiarata che sarebbe scoppiata fra loro”. Benché all’inizio avesse una valenza critica, negli anni Cinquanta l’espressione Guerra Fredda è stata utilizzata per designare il conflitto non dichiarato che opponeva gli USA all’URSS. Anche il concetto di Terzo Mondo è stato formulato pochi anni dopo la fine della guerra, all’inizio degli anni Cinquanta, acquistando rilevanza storica e politica dopo la Conferenza di Bandung che, nel 1955, che ha visto i capi di Stato africani ed asiatici riunirsi per il primo grande vertice post-coloniale. Nel contesto della Guerra Fredda, il concetto di Terzo Mondo ha assunto un significato univoco e preciso: il rifiuto dei paesi ex-coloniali di essere governati dalle superpotenze, e dalle loro ideologie, e la tendenza ad individuare alternative, sia al capitalismo che al socialismo reale di stampo sovietico. Avvalendosi delle due categorie storico-politiche, Westad nel suo libro sostiene che gli USA e l’URSS sono stati indotti ad intervenire “nel Terzo Mondo sulla spinta delle ideologie intrinseche ai loro sistemi politici”; ciò perché le due superpotenze, ritenendosi eredi della modernità europea, hanno perseguito l’obiettivo di “cambiare il mondo al fine di dimostrare la validità universale delle rispettive ideologie”. Contribuendo a favorire la diffusione della sfera della libertà e della giustizia sociale, le due superpotenze agivano nel presupposto di assecondare le tendenze naturali della storia mondiale, dietro il “paravento” giustificatorio di tutelare la sicurezza propria e dei propri alleati; entrambe si sono sentite investite della “mission” specifica a favorire lo sviluppo del paesi del Terzo Mondo, ciascuna di esse ritenendosi indispensabile, nella considerazione che, senza il proprio coinvolgimento, la missione sarebbe stata inesorabilmente “banalizzata” dalle élite locali. Per queste ragioni, le motivazioni dell’azione delle due superpotenze nei confronti del Terzo Mondo sono state diametralmente di segno opposto a quelle del colonialismo dell’inizio dell’era moderna; gli obiettivi di Washington e di Mosca non sono stati tanto lo sfruttamento e l’assoggettamento dei Paesi ex-coloniali, quanto l’esercizio su di essi di un loro “controllo politico”, al fine di favorirne la crescita e lo sviluppo. Benché durante lo svolgersi della Guerra Fredda, questa distinzione potesse essere percepita non veritiera, secondo Westad è divenuta invece importante ai fini della comprensione del significato storico della Guerra Fredda; se ciò non fosse avvenuto, sarebbe sfuggito ad ogni possibile comprensione il fatto che, mentre per l’imperialismo dell’era moderna la coscienza sociale dei paesi colonizzati è stata l’ultima delle preoccupazioni, la sua considerazione è stata invece un tratto distintivo della Guerra Fredda, fin dal suo inizio. Ne è prova il fatto, secondo Westad, che le critiche di USA e URSS per l’imperialismo europeo sono sempre state profondamente sincere, in quanto “intrecciate con le rispettive visioni ideologiche”. Sebbene le due superpotenze siano rimaste contrarie, in linea di principio, ad ogni forma di colonialismo per tutto il tempo della Guerra Fredda, la tragedia di questa sta nel fatto che i metodi da esse utilizzati per imporre la propria visione della modernizzazione ai Paesi del Terzo Mondo sono stati del tutto simili a quelli cui hanno fatto ricorso le vecchie potenze coloniali; la tragedia è espressa, secondo Westad, dal fatto che i due progetti storici, in origine autenticamente anticoloniali, sono divenuti col passare del tempo parte di “modelli di dominio” di antica concezione, a causa dell’intensità del conflitto che ha visto contrapposte le due superpotenze e della “paura quasi apocalittica delle conseguenze di una vittoria dell’avversario”. I costi economici diretti sostenuti da USA e URSS, tuttavia, non sono stati privi di conseguenze, soprattutto per l’Unione Sovietica, la quale, anche in relazione alle condizioni della sua situazione economica interna, (che l’hanno resa progressivamente dipendente dalle fluttuazioni dei prezzi delle sue materie prime esportate), è andata incontro ad una disgregazione; un’evoluzione inevitabile, per effetto dell’inizio del processo di democratizzazione, che ha reso ancora più insostenibile nei confronti dei cittadini la debolezza dello squilibrato apparato produttivo realizzato. Sta di fatto che, con la disgregazione dell’URSS, gli USA sono divenuti l’ipersuperpotenza assoluta a livello mondiale. Ma, ironia della sorte, la “vittoria”, per implosione dell’URSS, ha prodotto effetti che non hanno tardato a ribaltarsi sulla potenza “vittoriosa”. Cavalcando un facile trionfalismo, fondato sull’idea sbagliata che la potenza economico-militare acquisita implicasse il riconoscimento di un’intrinseca moralità alla propria azione, l’iperpotenza ha continuato la sua politica interventista in tutte le aree del Terzo Mondo, incluse molte di quelle un tempo alleate di Mosca, favorendo una trasformazione in senso capitalista dei loro sistemi sociali. Da un lato, tale interventismo ha aperto la strada alla globalizzazione dei mercati degli anni Novanta; dall’altro lato, esso ha reso possibile per tutti gli Stati, inclusa la maggior parte di quelli del Terzo Mondo, la partecipazione al processo di crescita del post Guerra Fredda. Non solo, ma ha anche reso possibile a molti movimenti identitari presenti in alcuni di questi Stati l’aspirazione ad un’indipendenza del loro paese, affrancata dai modelli valoriali loro estranei, attraverso il ricupero dei valori culturali autoctoni. Sono gli insuccessi che i movimenti identitari hanno sperimentato, anche a causa del conservatorismo delle élite locali, ad averli spinti ad individuare nell’Occidente egemonizzato dall’iperpotenza americana il nemico contro cui lottare a qualunque costo, anche mediante il ricorso a strategie di guerra mai sperimentate nel passato. È questo, secondo Westad, l’aspetto più agghiacciante del modo in cui si è conclusa la Guerra Fredda. Questa situazione, che rende precario e molto instabile l’equilibrio delle relazioni internazionali tra gli Stati, potrà essere superata? Secondo Westad, il superamento è molto improbabile, anche se non impossibile; ciò perché l’ascesa dell’iperpotenza americana a leader dell’Occidente tende a conservarsi permanentemente. Per correggere questa posizione conservatrice, il futuro dipenderà dalla capacità dell’intero Occidente, ma soprattutto degli Stati europei, di concepire le proprie azioni tenendo nella debita considerazione ciò che la Guerra Fredda ha insegnato, ovvero che l’interventismo unilaterale non va a vantaggio di nessuno. Senza essere dei pacifisti arrendevoli, occorre riconoscere la necessità che un governo responsabile delle relazioni internazionali in un mondo caratterizzato da un grande varietà di culture, l’unico modo di opporsi al terrore praticato dai movimenti identitari, non è la guerra, ma la ricerca di sempre maggiori forme di interazione nel rispetto della diversità; senza con ciò rinunciare ad agire, quando necessario, secondo modalità multilaterali, per prevenire le minacce originate dall’irrazionalità umana.

Punti di riflessione e discussione approvati dal coordinamento di Casale M.to

STRUMENTI DI COMUNICAZIONE

  • sito della rete radie’ resch e comunicazione tra le reti

  • Dare nuova vita al sito della rete nazionale come strumento di comunicazione all’interno della rete stessa e come strumento di informazione e coinvolgimento di realtà esterne che entrano in contatto con la rete attraverso il sito stesso.

  • Gigi Bolognini si impegna ad individuare una figura professionale che possa lavorare al sito e a comunicare ad Alessandro Cabroni tale decisione

  • Marco Zamberlan si impegna a lavorare al Blog della rete come strumento privilegiato di comunicazione tra le varie reti locali da inserire successivamente nel sito con una password in modo da proteggere le informazioni e lasciarle all’interno della rete

  • La segreteria si impegna ad inserire notizie e aggiornamenti sul sito

  • mail

  • Per evitare l’accumularsi di troppe mail, si invita a rispondere personalmente e non a tutti qualora l’argomentazione riguardi una conversazione a due

  • Si chiede di indicare nelle mail l’oggetto trattato in modo da individuare subito l’argomento

GESTIONE COORDINAMENTI

  • I vari momenti di riflessione e discussione durante i coordinamenti verranno registrati in modo da poter essere messi a disposizione di quanti della rete vogliano ascoltarli o riascoltarli. Ciò permette a chi non può andare ai coordinamenti, di sentirsi comunque partecipe e coinvolto.

  • Naturalmente è garantita la libera scelta da parte dei partecipanti al coordinamento, di fare o meno registrare il proprio intervento

  • All’inizio dei coordinamenti verrà riletta la sintesi del verbale del coordinamento precedente

  • Si invitano i partecipanti ad interventi brevi e non ripetitivi

  • Al termine di ogni argomento trattato, la segreteria fa una sintesi delle decisioni concordate

PROSSIMI COORDINAMENTI

  • Il prossimo coordinamento si svolgerà il 26-27 novembre a Pescia.. seguiranno dettagli

  • Il coordinamento di marzo non potrà svolgersi a Varese. La sede sarà Trento o Rovereto

PRESENTE-PASSATO-FUTURO

  • PRESENTE: Si stabilisce di riproporre un questionario per raccogliere i dati sulle varie reti locali in modo da avere una fotografia della situazione locale e nazionale

  • PASSATO: le serate del sabato sera dei vari coordinamenti saranno dedicati alla “narrazione”: provando a chiedere aiuto ad Ercole Ongaro, la segreteria si propone di individuare un percorso ed alcuni testimoni all’interno della rete perchè possano raccontare, narrare momenti cruciali e significativi della sua Storia secondo il loro sguardo, il loro vissuto.

  • FUTURO: il coinvolgimento dei giovani, delle future generazioni all’interno della rete dovrebbe nascere dall’esperienza vissuta in prima persona attraverso viaggi nei luoghi in cui si realizzano i progetti e attraverso un contatto più stretto con i vari testimoni che visitano le reti locali. In generale i viaggi sono ritenuti strumento fondamentale per la sensibilizzazione. Diversi viaggi vengono compiuti nei vari progetti andrebbe concordato ed organizzato un coinvolgimento sistematico dei giovani. Da decidere quali risorse in termini di costi ed energie è opportuno investire in questo senso.

N.B. All’interno dello spazio dedicato alla narrazione, si può collocare anche la condivisione di esperienze di viaggio da parte dei giovani e degli amici della rete nei luoghi sede di progetti.

TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI

  • Si riconosce la congruenza tra il modo di lavorare del TPP e la RRR e viene ribadita l’importanza di collaborare a progetti comuni. Si tratta di capire in che termini può realizzarsi tale collaborazione. Nell’attesa di ricevere notizie da parte del TPP, rimaniamo aperti a future proposte

PROGETTO “COSTO ZERO”

  • Viene accolta la proposta di lanciare un progetto “costo zero” che metta in rete le iniziative dei vari nodi in modo da valorizzare il tempo e l’impegno dedicato alle tematiche care alla RRR e non solo il contributo economico

  • Compiere azioni significative sul proprio territorio permette di dare un importante valore culturale a tali azioni, di incidere nella politica locale mentre il fatto di condividerle con le altre reti permette di essere da stimolo per altri e di avere una risonanza politica a livello nazionale.

  • La proposta di destinare il 10% dei progetti a favore dell’accoglienza dei migranti non viene ritenuto al momento realizzabile. Ogni rete locale potrà dare il suo contributo sul tema dell’immigrazione sul territorio o sostenendo ulteriori progetti straordinari. Sarà tuttavia importante metterne a conoscenza anche gli altri gruppi alla luce di una solidarietà condivisa.

BILANCIO

  • Marta si rende disponibile a presentare il bilancio dettagliato in occasione del prossimo coordinamento di novembre, tenendo conto di eventuali nuovi progetti e novità a proposito dei progetti già in essere.