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Tiziana Bonora

Il risveglio delle coscienze

Nuntio vobis gaudium magnum! Con gioia ed emozione oggi scrivo una Buona Notizia! Spero condividerete. Da circa dieci anni non seguo più la TV e ho deciso di rottamare il televisore: è stato un salto fondamentale per la mia crescita personale, per la mia vita, il gesto più mistico e rivoluzionario che potessi  immaginare e fare. Tutti noi, l’intero nostro mondo moderno, consumista, “occidentale”, siamo prigionieri di sofferenze alle quali siamo ormai assuefatti. Non ci rendiamo conto che i mass – media e la quasi totalità della conseguente cultura che viviamo e respiriamo vogliono tenerci schiavi, ad un livello di coscienza basico e istintuale, corrispondente alla parte del cervello più antica e primitiva: paure, competizione, violenza, stress, desiderio di dominio, insicurezza, manipolazione, mercificazione, avidità e ricerca del piacere fine a se stesso. Ne è chiara manifestazione l’uso sfrenato della dimensione sessuale delle persone,  pur di vendere loro qualunque cosa. Abbiamo perso ogni libertà, ogni possibilità di libera scelta e siamo diventati altamente manipolabili. Noteremo che, per contro, non sono mai incentivati, nutriti o stimolati nessun nostro desiderio o nostalgia di libertà, di verità, di giustizia, nessun desiderio di bene, di pace e di tenerezza. E’ un caso? Ma c’è dell’altro. Già qualche tempo fa Carl Jung affermava: “La vostra visione si chiarirà soltanto quando andrete a guardare nel vostro cuore… chi guarda all’esterno sogna, chi guarda all’interno, si risveglia”. E’ in atto una rivoluzione molecolare, quantica. So e sento che agisce perché sta agendo in me, vive ed è presente in me, in tanti di noi, in ogni spazio e luogo. Dal 2 al 5 novembre  i delegati e rappresentanti dei Movimenti Popolari Mondiali si sono incontrati a Roma in udienza dal Papa. Persone che hanno una coscienza umana e politica matura, una percezione alta del mondo e della realtà, sono capaci di leggere “i segni dei tempi”, persone che definirei evolute, lievito e sale della terra. Il profetico Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, attivista delle minoranze indigene, incarcerato per le sue idee, ha affermato in quella sede una cosa potentissima, che penso da diverso tempo: come movimenti abbiamo fallito perché non siamo partiti dal di dentro, dal profondo di noi stessi. Mi batte forte il cuore pensando ad una preghiera di Giovanni Vannucci, che era una supplica: “ Se in noi non è pace, non daremo pace. Se in noi non è ordine, non creeremo ordine”. Se l’evoluzione dell’uomo e della donna è quella della sua coscienza,  allora è tempo di chiamata al grande salto,  siamo in presenza di una svolta epocale. Il livello di coscienza è intimamente legato alla chiarezza e all’ampiezza della percezione della realtà: essere coscienti di qualcosa significa essere capaci di percepirlo chiaramente. “Dopotutto facciamo esperienza del mondo non direttamente, ma attraverso il punto di vista della nostra coscienza”. (Ervin  Laszlo) Cominciamo a sentire di essere tutti collegati fra di noi, di appartenere ad un’unica famiglia umana, iniziamo a riflettere sul fatto che ci salviamo solo se insieme. Lo diciamo nei movimenti da oltre vent’anni… Ce lo dice questo papa che è per l’unità umana, ce lo dice perfino la globalizzazione, ce lo dice la fisica quantistica, ce lo dicono da sempre i grandi maestri spirituali, ce lo dice la natura… Raniero La Valle in uno dei suoi ultimi libri: “Occorre  una nuova partenza. Rinnovati nell’intelligenza e nel cuore, occorre tornare alla politica, tornare a formulare programmi di azione, mettere all’ordine del giorno i problemi più urgenti. Un solo Anno della Misericordia non basta: occorre passare ad un’epoca nuova, all’età della Misericordia, dove il divino e l’umano si incontrano nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere dell’universo” . Noi credenti sappiamo che Dio agisce attraverso le nostre mani e il nostro cuore, e ci ha donato la dignità di essere causa delle cose; se vogliamo seguire e incarnare il Gesù storico, iniziare il nostro cammino sulla terra con consapevolezza, percezione e coscienza piena. Una cara amica della Rete,  sabato scorso mi stupì con una riflessione: “Iniziamo ogni mattina facendo come Gesù, la parte migliore di noi,  vivendo davvero le parole di Isaia 61, che Lui pronunciò quando, adulto e consapevole di sé e del suo tempo, iniziò del suo periodo pubblico e la predicazione”: “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, per consolare tutti gli afflitti, per allietare i sofferenti,  per dare loro una corona invece della cenere, olio di gioia, canto di lode, invece di lutto e di dolore [… ]”. Oggi, in me,  si adempie questa parola. Un bel programma politico, di evangelizzazione e di umanizzazione per il papa, per tutti i movimenti, gli uomini e le donne di buona volontà… sale, lievito e luce del mondo!

Pio Campo

Quando l’amore si risveglia

Manca circa un’ora prima che l’incontro inizi e ho il cuore in tumulto. Mi trovo in un luogo splendido, la “Chapada dos veaderos”, a tre ore da Brasilia, in un Ashram che ospita il Festival “Ilumina”. Si tratta di un evento il cui intuito è promuovere laboratori e spettacoli che abbiano il potere di contribuire al risveglio della coscienza umana. Sono stato invitato a proporre la danza di Maria Fux e, come tutti gli altri collaboratori, avrò sessanta minuti a disposizione. Il Festival inizia alle otto del mattino e prosegue fino a mezzanotte. In un ventaglio meraviglioso di proposte, centinaia di persone si alternano in attività, tuffi nelle cascate cristalline, canti, meditazione. L’inverno brasiliano ha dipinto il cielo di un azzurro intenso da cui le nuvole, svenendo, sono evaporate. Il sole è assolutamente sovrano e guarda dall’alto questa terra su cui da mesi non cade una goccia di pioggia. I prati hanno cambiato colore e, ad ogni passo, sospiri di polvere si alzano per impregnare l’aria di un sapore di deserto. Ma, nulla lotta contro l’armonia di questa giornata che fluisce in equilibrio. Il mio intervento è alle sedici e sento la responsabilità di condividere la danza con queste persone che cercano, sorridono, si aprono. Sono veramente tante e ho bisogno di trovare un luogo in me in cui riposare, affidarmi, respirare. Percepisco che l’attività precedente alla mia produce un senso di euforia esterno e… preferisco non preoccuparmi nonostante alcuni pensieri insistano nel mostrarmi che evocare un movimento più intimo potrebbe non essere esattamente qualcosa di immediato. Mi avvicino, mancano pochi minuti, il gruppo è immenso. Sono tutti accaldati, colorati. Ascolto qualcuno che dal palco mi presenta e come in una apnea silenziosa e repentina, mi tuffo. Devo strapparmi di dosso il microfono che mi hanno messo in testa perchè non riconosco la mia voce e voglio stare con loro, semplicemente. Non ho nulla da insegnare, solo la mia nudità e la mia fede nella danza che mi ricorda incessantemente chi sono. Sono circa duecento persone. Percepisco che nel giro di pochi minuti la voce che abita nel mio cuore, la voce del mio Maestro, chiama i loro Maestri. Non esiste resistenza, distanza, paura, solo un intimo fluire e respirare. Non esistono nomi o storie sconosciute di ciascuno di noi, non prevalgono le differenze di età, di sesso, nulla. Siamo “Uno” nel miracolo che si ripete. I minuti passano senza che me ne accorga mentre i loro occhi si accendono, si sciolgono in lacrime di emozione e i nostri cuori danzano trascinando il corpo che si trasforma continuamente in onde, vibrazioni, immersioni. Arriviamo alla fine, che è un nuovo inizio, storditi da quanto si è presentato, una magia che noi stessi abbiamo evocato e reso presente. Ci guardiamo da questa nuova coscienza e per un po’ il mondo si riassesta nonostante le tragedie, le incoerenze, la politica squallida e la crisi. Li guardo e penso che quasi non so contenere questo Amore così forte e chiaro che sento per ciascuno. Gli abbracci non finiscono mai e fino al momento di partire si ripetono, si moltiplicano, si ricreano. E’ notte già e con Gabriel sono in un piccolo ristorante in città, lontano dal festival. Abbiamo fame. Mentre aspettiamo che il cibo venga servito si avvicina un signore anziano che sembra essere uscito da un film sugli Hobbit. Mi dice: “La danza risiede nel cuore. E tu, tu non fermarti mai… È quello che sei venuto a fare. Non fermarti mai” Non credo di averlo mai visto e neanche Gabriel lo ricorda. Forse non esiste, forse viene da un racconto. Non importa. Lo riconosco per il messaggio che porta e nella fede che mi abita. Ed è così che ringrazio di esserci, di essere vivo e di sentire che sono parte di un miracolo, di una magia. Goccia d’acqua e vento, occhi e cuore.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Gennaio 2017

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, il 2016 se n’è andato con le notizie dei fatti di Berlino ed Istanbul ad alimentare il fuoco del crescente clima di paura, intolleranza e razzismo nella nostra bella Italia e in tutto il mondo occidentale. Certamente nessuno di noi può presumere di avere la ricetta giusta per fronteggiare questi fenomeni. Possiamo solo constatare che siamo probabilmente arrivati alla resa dei conti di un sistema di potere che ha generato lo squilibrio progressivo fra un “nord” sempre più ricco e un “sud” sempre più povero. Osserviamo, purtroppo, come gli stessi meccanismi si riproducano all’interno stesso dei singoli paesi occidentali, con l’aumento progressivo del numero di persone che vivono sotto la cosiddetta soglia di povertà, e con la disoccupazione, la precarietà e il malcontento che accompagnano anche qui da noi la progressiva erosione di diritti fondamentali (lavoro, sanità, educazione) che parevano un patrimonio acquisito per la maggior parte degli abitanti del primo mondo. Il divario fra Nord e Sud resta tuttavia talmente grande che non è difficile comprendere i motivi che, anche al di là delle situazioni di guerra e di privazione della libertà, inducono milioni di persone ad abbandonare i luoghi dove sono nati e vissuti, insieme ai loro affetti. Una parte rilevante delle persone che sbarcano (vive) sulle nostre coste, dopo viaggi avventurosi e periodi anche molto prolungati di sofferenze indescrivibili, sono migranti cosiddetti “economici”, uomini, donne e bambini spinti ad emigrare alla ricerca di condizioni di vita migliori, spesso abbagliati dal miraggio dei nostri mondi ricchi e felici, quali appaiono loro sui mezzi di comunicazione.  D’altra parte quali sono stati i motivi che hanno indotto milioni di italiani ad emigrare nel secolo scorso? Quali quelli che ancora inducono migliaia di giovani italiani a cercare all’estero il lavoro che non trovano più qui?  Ci risulta che per questo motivo anche molti Africani “Italiani” scelgano ultimamente (Brexit o non Brexit) di emigrare in Inghilterra… Non c’è quindi nulla di cui stupirsi. La filosofia della Rete Radié Resch  è sempre stata  quella di intrecciare relazioni  con  realtà più o meno lontane del pianeta, il che non solo ci  aiutato e ci aiuta a toccare con mano situazioni di  miseria, di fame, di violenza e di  privazione dei  beni primari che abitano il terzo e il quarto mondo, ma soprattutto a cercare di approfondirne la cause per cambiare  “là ma anche qui”,  con l’ entusiasmo, la dignità e la speranza che le persone che abbiamo la fortuna di incontrare nelle nostre “operazioni” ci restituiscono. La Rete di Verona, pur mantenendo forte il legame con la Palestina, terra in cui la Rete è nata e dalla quale prende il nome, ha tradizionalmente sostenuto percorsi di educazione e di formazione, dapprima nell’America Latina (Brasile, Guatemala) ed ora anche in Africa, nel Ghana che ci ha fatto conoscere l’amica Olivia. Il progetto di sostegno all’educazione delle ragazze del piccolo villaggio di Adjumako ha per noi un grande valore simbolico. Siamo infatti convinti che il mondo potrà cambiare solo quando la metà femminile che lo abita potrà acquisire i diritti che le sono stati e le sono tuttora preclusi, primo fra tutti proprio quello all’autodeterminazione, che è la diretta conseguenza della capacità di prendere decisioni autonome e consapevoli. E per questo è fondamentale l’educazione. Non dimenticheremo certo il Brasile, né Santo Domingo, con cui siamo stati collegati per anni con una salda amicizia. Ma l’impegno concreto della colletta e degli scambi di contatti importanti resteranno più centrati sul Ghana e sugli amici di là, che conosceremo sempre meglio, e con il Guatemala, con cui collaboriamo da tempo. Padre Clemente, nel suo girovagare nel Guatemala, nelle varie parrocchie della regione maya del Quiché, ci ha ora proposto un progetto triennale nella sua nuova parrocchia, San Antonio Ilotenango, a qualche decina di km dal lago Atitlan, in una zona poverissima dove anche la strada è ancora in terra battuta, perché San Antonio non è un paese importante come collegamento. Il padre vuole che i ragazzi vadano a scuola e imparino ciò che serve per essere buoni cittadini, offrendo un buon insegnamento generale, teorico e pratico (con Laboratori di esercitazioni), ma anche critico, che cioè non ignori le lotte per i diritti dei popoli indigeni, perché i giovani maya possano così mantenere la loro identità e la loro cultura e sappiano difendere le loro risorse, di cui vogliono depredarli. E’ un progetto piccolo e poco impegnativo, per l’esigua cifra richiesta (2.500 euro l’anno, per 3 anni), ma vogliamo portarlo a termine come si è fatto negli anni scorsi. Vengono riportati qui sotto i dati della colletta 2016, che segnano una leggera flessione rispetto a quanto raccolto nel 2015, il che non ci ha impedito di onorare tutti i nostri impegni. Chiudiamo così con il 2016 il progetto a João Pessoa, in Brasile, come si era concordato con l’Opera mazziana negli incontri dell’anno 2015 e poi dello scorso anno. In Brasile non va tutto bene, gli impegni del governo non saranno più mantenuti, come nelle promesse dei precedenti governi, e la situazione è molto delicata e complessa. Ma il legame con l’Istituto don Mazza di Verona è diverso, ora sono i brasiliani che gestiscono la situazione, e forse fra qualche anno saranno i brasiliani ad aiutare l’Opera don Mazza a Verona e in Italia, tanto che già il superiore è brasiliano. Ora vogliamo proporre i nostri 2 progetti, Ghana e Guatemala, Africa ed America Latina, alla Segreteria nazionale della Rete, perché queste operazioni le seguiremo noi ma sono operazioni di tutta la rete. Ne riparleremo presto. Vogliamo ricordare una bella esperienza che ha salvando chi fugge da guerre ed altre situazioni tragiche, riportata da Protestantesimo (la trasmissione televisiva in onda alle 1 di notte!) e vissuta da alcuni amici della Rete di Salerno, legati all’Operazione Colomba. Parliamo del Corridoio umanitario attivato dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Comunità Valdese e dall’Operazione Colomba: hanno fatto arrivare in Italia dal Libano alcune famiglie di rifugiati siriani, dopo 4 anni di campo profughi, preparando per loro un’accoglienza in case e famiglie, evitando fughe a forte rischio, come le traversate, rischio della vita e rischio di criminalità, evitando reazioni razziste e accoglienze finte o inesistenti. S’è evitato l’impatto ostile che i media stanno creando, s’è sperimentata la solidarietà che si allarga e che spera di costruire insieme altro, di andare oltre l’accoglienza. A Salerno è ora ospitata una famiglia, con un grande lavoro preparatorio qui e là, burocrazie, visite, vaccinazioni, scuola per i bambini, e un convento vuoto che si è aperto. Vi segnaliamo infine un’iniziativa fra pochi giorni, di cui s’è parlato nei nostri ultimi incontri. Ci troviamo venerdì 20 prossimo nella sala di Combonifem, alle 20.45, per sentire le opinioni sulla pace (Quale pace oggi?) di 2 veronesi molto impegnati e rappresentativi in questo ambito, proseguendo così il dibattito aperto con la recente Marcia della Pace Perugia Assisi, di settembre scorso, ma non solo per la Marcia. Ascolteremo Mao Valpiana, presidente di Azione Nonviolenta, sulla storia del Movimento e della parola Nonviolenza, ripresa ora con energia dal Papa, inventata da Gandhi circa 100 anni fa (Satiagraha). E ascolteremo Sergio Paronetto, vice presidente nazionale di Pax Christi, sul dibattito con la Tavola della Pace, con cui Pax Christi è spesso molto critica. Ci sarà anche Marco Lacchin, della Rete di Varese, molto impegnato sulle informazioni e sulla contestazione sulle armi ed il commercio relativo, in cui l’Italia riveste un ruolo molto importante, anche per la cifra che arriva alla industrie italiane per tale commercio. Contiamo di registrare gli interventi, che poi saranno visibili nel web.

Ancora un augurio di Buon Anno, un caro saluto a tutti, a presto.

Gianco e Dino

Rete di Quarrata – Gennaio 2017
 
Carissima, carissimo,
i dati sono evidenti, e non si può fare le facce sconvolte ogni volta che ne escono di nuovi, il rapporto di Oxfam ci riporta il vero problema della povertà mondiale, rappresentata da quei ricchi sempre più ricchi  che, ad esempio, posseggono in otto 426 miliardi di dollari: cioè la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, ossia  3,6 miliardi di persone.  Secondo Forbes gli 8 Paperoni sono in ordine di ricchezza  Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffet, Carlos Slim, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Michael Bloomberg. Poi ovvio, non ci sono solo loro, ci sono anche gli altri 35 milioni che posseggono il 45 per cento della ricchezza mondiale. Alcuni hanno fatto i soldi con intelligenza o per intuito affaristico, altri invece, ed è  la schiacciante maggioranza di quei 35 milioni, si sono arricchiti con l’inganno (se va bene) o con la truffa, il ladrocinio. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione. Mentre 750 mlioni di persone, 1 su 8 non hanno accesso all’acqua potabile, 2,5 miliardi sono prive di servizi igenico-sanitari e più di un miliardo vive con meno di due dollari al giorno.
E i soloni, che sostengono che è tutta invidia sociale, non hanno capito niente di come vadano realmente le cose in questa società turbo-liberista e criminale. Oppure, il che è peggio, fanno finta di non capire. Il loro  è semplicemente un distorto spirito di emulazione che li porta ancora a credere nelle favole del sogno americano. Che fu. Altro che debito pubblico o amenità varie, quindi. Si tratta solo di avida ricchezza: nient’altro. Per spiegarmi meglio. I campioni strapagati del calcio, a quanto si sa, guadagnano onestamente i loro milioni di euro, seppur dando calci ad un pallone, cosa che la moltitudine degli italiani fa gratis o pagando addirittura il campo di calcetto. Resta comunque  il fatto che pur essendo un talento indiscusso e straordinario  della palla, i suoi guadagni stratosferici siano semplicemente folli e basterebbe smettere di andare allo stadio e non abbonarsi più alle pay tv per ridurre drasticamente i loro compensi. Ma molti altri siamo sicuri che siano diventati ricchi per proprie capacità? Dubito.
Prendiamo poi ad esempio la Grecia. Il reale stato di default della culla della democrazia dipende si dalla corruzione politica dei decenni passati ma è stata costruita ad arte per privatizzare e rendere la massimizzazione del profitto la regola. E come sempre a menare le danze ci sono le multinazionali, il mondo delle banche, imprenditori senza scrupoli. Quel famoso un per cento che l’onestà non sa nemmeno dove sia di casa. Hai voglia a dire che grazie al loro lavoro, a cascata, guadagnano anche tante altre persone. Ne siamo sicuri? E quale economia reale sviluppano, secondo voi? Carta straccia finanziaria, semmai. E inoltre: se la loro ricchezza finisce nei paradisi fiscali, senza reinvestirla, di cosa stiamo parlando? Avidità ed egoismo. Sono le uniche cose che costoro si porteranno nella tomba, tranquilli.
La verità è che l’attuale sistema economico favorisce solo  l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri. Il tutto grazie ad utili idioti  che sono stati messi a guardia dei loro averi: dirigenti dalle teste vuote e manager chiamati a far fallire le aziende e che in cambio ricevono liquidazioni milionarie. Come riporta il dossier della Onlus inglese, in occasione  della consueta e stucchevole parata del  World Economic Forum  di Davos, esclusiva località delle alpi svizzere. “Multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza  facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica”. Comprimere verso il basso i salari, sottolinea Oxfam. Le migrazioni di questi anni, i migranti dei barconi per i quali  è logico e cristianamente scontato offrire accoglienza e rifugio, servono in fondo esattamente a questo: ad alimentare una guerra tra  poveri in cui l’ultimo venuto, pur di lavorare, è disposto a decurtarsi la paga della metà e oltre. Non è un caso che nel ricco nord est di una volta i lavoratori italiani siano stati per anni sostituiti da maghrebini o rumeni. Il che va benissimo, per carità. Ma allo stesso salario degli altri, non un euro di meno. Invece, imparata la strada, gli imprenditori veneti o lombardi sono stati ben felici  di ‘assumere’ chi veniva da fuori: si chiama anche in questo caso massimizzazione del profitto. Poi, arrivata la crisi, sono tornati ad essere razzisti della prima ora: prima gli italiani e idiozie varie.
Secondo Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia “è osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini e che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui una persona su dieci sopravvive con meno di 2 dollari al giorno. I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco”. E’ insomma leggenda metropolitana che i miliardari si siano fatti  da sé: Oxfam ha calcolato ancora  che un terzo della ricchezza dei miliardari è dovuta ad eredità, mentre il 43% è dovuta a relazioni clientelari.
Tutto giusto. Ed è allarmante che la forbice tra ricchi e poveri si allarghi ogni anno di più. Del resto negli anni migliori della nostra vita, questa  sana distribuzione del reddito e della ricchezza aveva portato ad un benessere sociale talmente generalizzato da trascinare l’economia in un lungo periodo di espansione. Non ci vuole in fondo una laurea in economia per capire che la diffusione del benessere, la meritocrazia, l’uguaglianza sociale regalino il sorriso alle popolazioni di tutto il mondo, come nel trentennio 50 – 80 è stato, storture a parte. E in quel periodo che si è offerta la possibilità a tutti di studiare, curarsi, lavorare ricevendo  stipendi dignitosi e sicuri. Leggenda vuole che un giorno Henry Ford dichiarasse: “Perché strapago i miei operai? Perché devono essere in grado di acquistare le auto che producono”. Altro che Jobs Act.  Aveva capito tutto, il magnate dell’industria automobilistica. Va da se  infatti che, di questo passo, tempo dieci anni nessuno avrà i soldi per comprare più nulla e l’economia reale si bloccherà. Senza tanti giri di parole: si acquisterà solo gratis. Ma credete che alle élite finanziarie interessi?
Una cosa è certa: se non fermeremo subito l’abominevole malattia chiamata liberismo di questi ultimi trent’anni, le cose saranno destinate a peggiorare e il mondo pullulerà di schiavi. Attenzione: qui non si fa un encomio al socialismo o al comunismo. Qui si sta elogiando la  giustizia sociale secondo  cui un ricercatore capace magari di scoprire un vaccino contro i tumori è giusto che guadagni molto bene e senza esagerare, perché merita, ha studiato e salva vite umane.
La pancia della gente non è ancora vuota. Ma quando, purtroppo a breve lo sarà, a parere di molti, analisti, aspettiamoci una rivolta popolare in cui le classi dominanti verranno sopraffatte dalla moltitudine. Classi dominanti che  proveranno a reagire soffocando con la repressione la ribellione. Come andrà a finire lo scopriremo solo vivendo. Ho idea che faranno la fine di Maria Antonietta, la regina delle brioches. Ricordate: “perché il popolo si ribella?”. Le fu risposto: “chiede pane, ha fame”. Risposta: “Se non hanno più pane, che mangino brioches”.
Siamo nel pieno di un terremoto umano che viene dal nostro dentro, costruito nella nostra società, la “fabbrica dell’esclusione”, dove i ricchi sono sempre più straricchi e i poveri diventano sempre più masse in cammino, dove l’urgenza è proteggere le persone che sono sole, abbandonate, scartate da questo nostro sistema. Manifestiamo il nostro no a questo tipo di società, amplifichiamo le continue denunzie di papa Francesco, raro punto di riferimento rimasto, contro gli egoismi, le guerre e le ingiustizie che si compiono quotidianamente. Tanti, troppi, forse tutti ci sciacquiamo la bocca con parole come: solidarietà, fraternità, giustizia, dialogo, incontro, accoglienza, amore. Tutte queste parole sono mature unicamente e solamente nella misura in cui siamo capaci di “donare”. Ai super ricchi, ai signori della guerra, a chi volge lo sguardo dall’altra parte e agli indifferenti ricordo che questa volta la forbice potrebbe stringersi davvero  proprio intorno a loro. Fino a soffocarli.
Antonio
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CIRCOLARE DELLA RETE ROMANA – GENNAIO 2017

Invitata da Mauro e Angelo a scrivere sulla Palestina per la circolare di Gennaio 2017, non posso non ricordare che siamo alle soglie dei 50 anni di occupazione militare di tutta la Palestina da parte di Israele.

Nel giugno del 1967, durante la cosiddetta guerra dei 6 giorni, io ero là tra Amman e Gerusalemme. Le due sponde del Giordano, ad est la Cisgiordania e ad ovest la Giordania, furono unite sotto il nome di Regno Hascemita di Giordania. Israele, sostenuta dagli Stati Uniti e appoggiata da gran parte dell’Europa, conquistò – insieme al Golan in Siria e al Sinai in Egitto – la Cisgiordania e Gaza facendo sua l’intera Palestina. Da allora, la popolazione palestinese viene sottoposta a vessazioni continue, impedita nella sua libertà di movimento, non rispettata nei suoi diritti fondamentali di persone con pari dignità col popolo occupante.

Ben presto i coloni ebrei, provenienti dai vari paesi arabi e da tutto l’Occidente, invasero le proprietà dei palestinesi, costringendo spesso questi ultimi ad abbandonare le proprie case quando non s’intimava loro di distruggerle, dietro mandato militare con pretesti di irregolarità. In molti casi furono gli stessi palestinesi chiamati a ricostruirle per i coloni in cambio di un misero salario. Ho visto palestinesi lavorare alla costruzione del muro di separazione e alla mia domanda sul perché accettassero di far così del male a se stessi, risposero: “ho moglie e figli da sfamare”.

Tornando a quel giugno del 1967, le persone cacciate dalle loro case di Gerusalemme, Betlemme, Ramallah ecc. riempirono gli uffici della Sicurezza di Amman, dove risiedevo. Gli stranieri, in quei giorni, furono sollecitati a lasciare il paese. La Questura mi chiamò per verificare se la mia richiesta di cittadinanza sarebbe da me confermata o meno. Da un breve colloquio, colsero la mia determinazione mi dissero di considerarmi una di loro per cui non avrebbero voluto che fossi costretta a lasciare il paese. Fui così invitata a recarmi in Tribunale, con la Bibbia in mano, per il mio giuramento di fedeltà alla patria. Per volontà del Re mi fu conferita la cittadinanza giordana, come a qualsiasi palestinese residente in quel paese; ciò fu per me la più grande prova di amore e di stima reciproca tra me e quel popolo.

Furono giorni difficilissimi! I Palestinesi, cacciati da Gerusalemme e da tutta la Cisgiordania, affluirono in massa ad Amman, dopo giorni e giorni di cammino attraverso il deserto, incalzati dall’esercito israeliano con i fucili spianati. Alcuni arrivarono feriti, altri persero dei loro cari lungo il viaggio, specie bambini e anziani, per disidratazione e sfinimento. Grazie alla mia cittadinanza giordana mi fu possibile, insieme ai miei colleghi dell’università di Amman che frequentavo come uditrice, fare del volontariato a Wadi Dilayli, uno dei campi allestiti dalle autorità giordane per accogliere i profughi della Cisgiordania. Per quattro mesi, ogni giorno, partivamo la mattina presto per rientrare a sera inoltrata. Alcuni di noi si occupavano di far scuola ai bambini, altri dell’assistenza sanitaria o della distribuzione di acqua e pane. A me, la più grande per età, affidarono la responsabilità di fare la cucina per 16.000 persone, affiancandomi alcuni giovani dell’esercito e un gruppo di scout. Pensai subito di coinvolgere anche alcuni rifugiati e insieme organizzammo il lavoro di preparazione e distribuzione del cibo. La nostra fu come una grande famiglia dove si respirava angoscia e dolore, ma insieme cercammo di dare una mano a tutti. Tornando a casa la sera, molti degli oggetti di cui ci si serve abitualmente: piatti, bicchieri, posate, contenitori vari, sedie ecc. ecc. mi sembrarono superflui dal momento che nel campo bastava un barattolo vuoto per attingere l’acqua da un bidone e dissetarci tutti. Quel campo profughi fu per me una grande scuola di solidarietà e di umanità condivisa!

50 anni non sono bastati a ristabilire il diritto internazionale in terra di Palestina! Il dramma continua, tra alti e bassi, tra ribellione e resistenza nonviolenta. Ci sarebbe tanto da dire sulle umiliazioni cui è sottoposto il popolo palestinese: le atrocità commesse da militari israeliani e dagli stessi testimoniate, le carcerazioni amministrative di tanti giovani palestinesi e persino di adolescenti e di bambini, le scorribande dei coloni ad Hebron contro i beduini e il loro bestiame, il pestaggio dei palestinesi mentre raccolgono le proprie olive, le barche dei pescatori di Gaza speronate e sequestrate dalla Marina militare israeliana pur trovandosi entro le miglia fissate da Israele e tanto altro: dalla giudeizazione di Gerusalemme Est alle reazioni scomposte di Netanyahu per le decisioni dell’Unesco sui diritti dei palestinesi, ma anche ai traguardi raggiunti dai movimenti dei BDS, sostenuti da un numero crescente di ebrei israeliani, le stesse rivolte interne ad Israele per più giustizia ecc. ma in questo momento credo opportuno dare spazio alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la colonizzazione israeliana della Palestina.

Secondo Barak Ravid su Haaretz del 24 Dic. 2016, gli USA per otto anni hanno messo in guardia Netanyahu da una politica che avrebbe avuto un costo, ma lui ha preferito tenersi buona la lobby delle colonie. Il suo insuccesso al Consiglio di Sicurezza, afferma Barak,“rivela ancora una volta quanto chiaro e netto sia il consenso internazionale contro le colonie”. Non si tratta solo di Obama, ma ha votato a favore della risoluzione il governo inglese di destra, col primo ministro Theresa May e il ministro degli Esteri Boris Johnson, i governi di Spagna, Russia e Cina, forse più interessati alla tecnologia israeliana che ai palestinesi, la Nuova Zelanda, col suo capo di governo di destra, Bill English, che nel 2003 rimproverò il ministro degli Esteri del suo Paese per aver abbracciato Yasser Arafat.

Il prof. Mazin Kumsiyeh, incontrato nel nostro viaggio RRR del 2010 all’Università di Bethlem, attivista per i diritti del suo popolo, nella sua ultima mail riporta che dagli Accordi di Oslo 1994, quando “l’Autorità Palestinesesi fece subappaltatrice dell’occupazione israeliana” i coloni in Cisgiordania, da 150.000 sono diventati 750.000 e i 50 paesi che non avevano riconosciuto Israele lo fecero dopo Oslo.

Molti analisti, a suo dire, considerano la risoluzione ONU una vittoria sebbene manchino i meccanismi di applicazione e la violenza dei coloni sia stata equiparata a quella dei colonizzati, senza mai pronunciare la parola Palestina. Nell’attuale situazione, Kumsiyeh vede due sole opzioni possibili: che l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) non interrompa la collaborare per la sicurezza d’Israele continuando a tarpare le ali ai movimenti di protesta o in alternativa che dica alla comunità internazionale che se entro due settimane Israele non toglie l’assedio a Gaza e non annuncia il congelamento di ogni costruzione sotto la supervisione dell’ONU, l’ANP fermerà ogni azione per la sicurezza di Israele. Opportunità da non perdere in questo passaggio Obama –Trump !

Melman, nel Middle East Eye del 24 Dic.2016, presenta la risoluzione ONU come uno shock per Netanyahu e per il suo governo di destra. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha più volte approvato risoluzioni contro l’occupazione israeliana e la sua politica illegale di colonizzazione del territorio palestinese. Ma in questa occasione la risoluzione sottolinea il ruolo distruttivo delle colonie nel dividere la Cisgiordania per impedire la nascita di uno Stato palestinese con continuità territoriale.

Che dire del neo presidente eletto Trump quando afferma: “Le cose saranno differenti dopo il 20 gennaio” eal New York Times dichiara: “Mi piacerebbe molto essere quello che ha reso possibile la pace tra Israele e Palestina”. Non è chiaro come si muoverà pur affermando che porterà l’ambasciata USA a Gerusalemme. Come mediatore tra Israele e Palestina potrebbe incaricare il generoJared Kushner, marito della figlia Ivanka, di famiglia ebraico-ortodossa.Alcune delle sue nomine, comunque, fanno già discutere.

Di positivo negli ultimi eventi c’è che finalmente sentiamo parlare di nuovo di Palestina! Mi attendo che i cambiamenti più significativi partano dall’interno di Israele, se la sua popolazione saprà reagire alla politica di isolamento internazionale che Nethanyhau la sta spingendo sempre di più.

Un segno di speranza ci viene dalla commovente marcia che nell’ottobre scorso ha visto migliaia di donne ebre, cristiane e musulmane unirsi in un cammino di pace verso Gerusalemme. La loro canzone è frutto di un’alleanza tra artiste folk israeliane e palestinesi. Essa celebra l’ultima iniziativa del movimento delle “donne per la pace”, WomenWage Peace, nato in Israele nel 2014, promotore di unamarcialunga 200 chilometri. Israeliane, palestinesi e africane, vestite di bianco, tra canti, abbracci e invocazioni di pace, hanno ribadito: “Non ci fermeremo finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti un futuro sicuro”.

Concludo ricordando la prossima conferenza multilaterale di Pace che si terrà a Parigi il 15 Gennaio 2017, vista dall’ANP come il vertice dopo la Risoluzione ONU per fermare le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est, e da Lieberman, Ministro della difesa israeliano, come:” un tribunale contro Israele… un incontro di antisemiti”.

La lotta continua…RESISTERE; RESISTERE; RESISTERE!

Auguro a tutti/e BUON ANNO 2017!

Agnese-Anissa Manca

Lettera nazionale di gennaio 2017  da Maria Cristina Angeletti gruppo di Macerata

Cari amici,
gli Appennini scivolano verso l’Adriatico di 40 centimetri al secolo; ogni anno 20 mila terremoti in Italia,  ma gli studi di sismologia sono i meno finanziati in Europa.
Continua a tremare la terra in Centro Italia. Il 2 gennaio tanta paura nella zona di Perugia per una scossa del quarto grado della scala Richter; dopo gli strumenti hanno registrato ben 40 movimenti tellurici più lievi. Il commissario straordinario annuncia fondi per la ricostruzione ma ci vorrebbero anche tanti finanziamenti in più per la ricerca in un paese sismico come il nostro.
Sono passati 4 mesi dal primo violento terremoto del 24 agosto, ma per fare il punto della situazione “dobbiamo considerare che questi terremoti sono legati al fatto che gli Appennini si stanno estendendo lateralmente (lo dice Carlo Doglioni presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) verso l’Adriatico con un’apertura di circa 4 millimetri l’anno che in un secolo fa quaranta centimetri, in tre secoli 120 centimetri; quindi  elementi separati o blocchi della crosta collassano rilasciando energia”.
I terremoti sono, appunto, la dimostrazione della vitalità della terra e molti di questi sono sotto la soglia della sensibilità umana, ma vengono registrati solo dagli strumenti.
“Nel caso specifico abbiamo appurato che l’Appennino ha delle fette che scendono e collassano e, a seconda della dimensione di questi elementi o prismi della crosta, aumenta la magnitudo; più è grande l’elemento, più è grande il terremoto. Ad esempio il terremoto più grande degli ultimi anni quello dell’Irpinia è stato di magnitudo 6.9, la crosta si ruppe  per una lunghezza di 40/50 chilometri e una profondità di 15 Km, nel caso specifico dell’ultimo terremoto del centro Italia esso è avvenuto a una profondità di 10 Km e per una lunghezza di 30/40 Km”.
La terra, quindi,  dissipa energia attraverso terremoti e vulcani con un grande mistero per noi poiché conosciamo solo i primissimi Km che stanno sotto i nostri piedi; in un paese sismico come il nostro  investire in ricerca sarebbe vitale, eppure l’Istituto Naz. Di Geofisica e Vulcanologia per studiare l’interno della terra ha un finanziamento che  corrisponde a 1/10 di quelli europei.
“Il lavoro da fare è immenso, la carta geologica d’Italia è stata completata solo a metà, tante  sono le ricerche da portare avanti: per esempio, afferma sempre il geologo Carlo Doglioni, una tecnica molto importante per studiare il sottosuolo è quella della “ sismica riflessione”, una tecnica che è stata importata negli ospedali con l’ ecografia, che ci permette di avere una radiografia del sottosuolo e ci illumina su come sono posizionate le faglie. Un altro punto importante è cercare di capire come si distribuisce la sismicità in profondità in funzione della temperatura in quanto più la crosta è calda più  sottile è il livello di crosta che si comporta in maniera fragile e produce  terremoti; se la sismicità si concentra entro i 10 /15 Km che sono la parte fredda della crosta, la parte sottostante rimane in un regime stazionario, essendo la temperatura più alta, di conseguenza non si manifestano terremoti. Quindi studiare lo spessore di questo livello è già molto importante per determinare quali sono i volumi che potranno attivarsi e quindi la magnitudo dei terremoti. I terremoti si realizzano dopo secoli durante i quali la crosta viene dilatata o compressa e sono solo l’ultimo momento in cui si dissipa un gradiente di pressione che può essere o una pressione legata a un gradiente gravitazionale o una  pressione generata da un fenomeno elastico”.
Queste le nozioni che abbiamo appreso in seguito all’ultimo terremoto di agosto seguito dal più potente del 30 ottobre; ma le scosse seguitano tutti i giorni a migliaia; tutti i giornali locali hanno riportato teorie e studi sui terremoti e noi, terremotati, ci siamo resi conto di quanto sia fragile il nostro territorio visti i numerosi eventi sismici che lo hanno coinvolto e i gravi danni ad esso apportato. Ci consola saper che si tratta di energia che si irradia dalla terra; a me viene spontanea una domanda: perché non sfruttiamo questa energia invece di “dissiparla” come dice lo studioso di terremoti? So che esistono impianti geotermici per sfruttare il calore terrestre, ma un terremoto ne sprigiona moltissimo di più!
Ora nelle nostre regioni si parla di ricostruire tutto come prima ma, ho fatto un giro nei dintorni della mia città e devo dire che ci sono dei borghi completamente rasi al suolo come Pievetorina, Pievebovigliana, o  Caldarola, Camerino, Visso, Sanginesio, questi ultimi meno danneggiati, ma con centinaia di persone senza più una casa.
La tavola rotonda su “I centri storici da salvare” svoltasi nei locali del museo “La Tela” in vicolo Vecchio 6 a Macerata, che ha organizzato l’evento insieme all’Associazione “Arti e mestieri”, ha fatto emergere diverse criticità e non ha certo deluso i numerosi presenti desiderosi di ascoltare gli autorevoli interventi dell’onorevole Irene Manzi, Daniele Salvi, capo di Gabinetto della presidenza del consiglio regionale, il rettore dell’università di Camerino, Flavio Corradini, l’architetto della Soprintendenza Pierluigi Salvati, il presidente del Gal Sibilla Sandro Simonetti e il geologo Gilberto Pambianchi. Infatti tutti hanno esplicitato i propri concetti e le proposte più concrete dicendo “pane al pane” e “senza peli sulla lingua”. E’ emerso innanzitutto un concetto fondamentale: “Non si può ricostruire tutto come era prima sullo stesso posto” come erroneamente affermato dalle tante autorità istituzionali che hanno fatto visita ai terremotati. Infatti  spesso non è possibile perché il terreno è in frana e prima di avviare la ricostruzione bisognerà sentire i geologi per fare un sondaggio dell’area su cui poggiare le fondamenta.
Altro concetto fondamentale: “L’area interessata dal sisma da sempre è soggetta al terremoto. Pertanto la ricostruzione deve essere fatta in sicurezza”. Inutile ricostruire senza pensare che tra venti o trenta anni ci sarà un terremoto che forse (anche se speriamo di no) distruggerà di nuovo. Sarebbero soldi buttati via. Bisogna che l’investimento per ricostruire sia un investimento valido e solido e non una “perdita”.
Terzo concetto importante: “Bisogna ricostruire un edificio pubblico (municipio, ospedale, teatro) o un edificio di pubblico interesse (chiesa, museo, casa di riposo ecc.) non solo pensando che debbano avere la massima solidità e sicurezza ma anche che siano funzionali a determinati obiettivi”. Inutile ricostruire un teatro o una chiesa per tenerli chiusi. E’ la comunità che deve farsi carico di scegliere anche la propria vocazione (turistica, artigianale, commerciale ecc.) per far sì che quegli edifici siano vissuti, frequentati, utili per tutti. Questo ad evitare, come successo a Nocera Umbra dopo il sisma del 1997, che nonostante la ricostruzione degli edifici la gente  ha preferto stabilirsi in luoghi più sicuri.
E poi, nel mettere in sicurezza ad esempio una chiesa, non si può pretendere che tutto torni esattamente come prima anche perché sicuramente, anche in passato, per altri terremoti, avrà subito delle manomissioni. Quindi se si vede un cavo, un gancio o una staffa che sono indispensabili per la sicurezza dell’edificio non deve essere questo a farci gridare allo scandalo per una  ricostruzione approssimativa.  A questo proposito è stato fatto l’esempio della torre di piazza S.Marco a Venezia che è stata ricostruita sullo stesso posto ma non proprio come era prima. E’ stato anche riconosciuto che in passato, anche nel sisma del 1997 sono stati fatti degli errori. Innanzitutto perché c’era il concetto che i tetti dovessero essere ricostruiti in calcestruzzo senza pensare che i vecchi muri (vecchi anche più di cento anni) non avrebbero retto. Altro problema, vissuto nel 1997 ma che si ripeterà anche nella ricostruzione di oggi, è costituito dal fatto che non c’è la “storia degli edifici” e quindi non si sa come sono stati costruiti in origine. Si possono fare solo delle supposizioni. Così nel 1997 ci fu molta attenzione nella ricostruzione di edifici nobiliari e di palazzi storici con molte riunioni di tecnici specialisti delle varie materie, per esaminare tutti gli aspetti della ricostruzione. Ma non è stato sufficiente perché il sisma attuale li ha danneggiati come gli altri.
È stato sollevato anche il problema della proposta che sta emergendo da più parti e che non trova sicuramente l’adesione del popolo dei Sibillini. Proposta, avanzata sembra in alto loco (ovviamente per risparmiare), di creare, nella ricostruzione, degli edifici multifunzionali come ad esempio una casa di riposo unica per 4/5 Comuni, oppure un unico grande edificio in cui mettere tutte le opere d’arte. Seguendo questa ipotesi si potrebbe pensare anche ad un teatro unico per tutto l’alto maceratese, una sola chiesa, un solo cimitero e perché no una sola farmacia, un solo ospedale. Ma questo, per fortuna, non è stato ancora deciso, bensì lo spettro di questa soluzione è balenata in non pochi dei presenti alla “tavola rotonda”. Come è evidente i problemi sono tanti e la gente è impaurita e diffidente sulle scelte proposte.
Concludo con la nota positiva del  successo del cenone solidale organizzato a Macerata il 31 dicembre per raccogliere fondi per i terremotati. Collegamento in diretta con le zone terremotate. Buona compagnia, l’enogastronomia del territorio, l’attenzione alle popolazioni terremotate e divertimento semplice, sono stati questi gli ingredienti del capodanno”Ancora in piedi” curato da “Marche moto- Comitato pro scossi” e patrocinato dal comune di  Macerata. L’idea di festeggiare in sobrietà è piaciuta ai maceratesi. Oltre  mille i presenti a cena e altri mille sono arrivati dopo lo scoccare della mezzanotte. A parte il freddo, l’organizzazione ha registrato un successo su tutti i fronti: l’utilizzo in cucina dei prodotti di qualità selezionati tra i migliori messi a disposizione dalle aziende della zona, gli ottimi piatti preparati da cuochi nostrani, il perfetto  servizio di sicurezza e l’area bimbi che ha funzionato benissimo con 25 piccoli che hanno passato la serata tra gonfiabili e giochi, seguiti da volontari;  la presenza di tanti volontari delle zone terremotate e non, sono arrivati giovani da diverse regioni d’Italia e perfino da Hong Kong.
Tra i canti degli stornellatori e l’esibizione del “ Il Riciclato Circo Musicale”,  il cui motto è “Non buttate via mai niente, anzi…SUONATELO!”una band di quattro musicisti i cui strumenti sono fabbricati con materiali di riuso esplorando il mondo dei rifiuti tecnologici e del loro riutilizzo in musica, con nomi immaginari come la Cassettarra, il Bassolardo, lo Stirofon, il Barattolao, non è mancata la manifestazione di vicinanza alle popolazioni terremotate grazie a un collegamento con i vissani che sono voluti rimanere  nel loro comune di origine. I tanti terremotati presenti si sono sentiti a casa. E’ stato un modo per guardarci tutti negli occhi e capire che la solidarietà è importante. Uno degli organizzatori ha affermato: “ Stiamo pensando di organizzare un altro evento, questa volta nelle zone colpite dal sisma”.
BUONA EPIFANIA A TUTTI E…SPERIAMO IN UN ANNO MIGLIORE!!
Cristina