Home2017giugno

IERI FU ASSASSINATO LUIS MARILEO, MA LA PALLOTTOLA CHE LO UCCISE FU SPARATA MOLTO TEMPO FA

La prima volta che arrestarono Luis Marileo, studiava ancora nel Liceo Tecnico Professionale di Pailahueque, oggi trasformato in base della polizia. Correva l’anno 2010 e Luis, ancora minorenne, era accusato sulla base della Legge contro il terrorismo. Mentre trascorreva cinque mesi nel Centro Penitenziario di Chol Chol, scriveva: “denuncio la violazione dei nostri diritti, come ragazzi e giovani, da parte dello Stato Cileno e del Sistema Giudiziario, che ci privano della nostra libertà di studiare, di stare con le nostre famiglie, vittime per anni di assedio da parte di questo Stato, che ha già incarcerato i nostri parenti, maltrattato le nostre madri, sorelle e fratelli minori”. Prima di compiere diciotto anni, Luis era già stato vittima di molte violenze.

Stando in carcere, assieme ad altri giovani Mapuche, Luis iniziò uno sciopero della fame, chiedendo che il Sename [Servizio Nazionale per i Minori] facesse il proprio lavoro. Vale a dire che, di fronte della sottoposizione a giudizio di un minorenne, l’istituzione manifestasse interesse ad accelerare i processi e che, inoltre, intervenisse per proteggere l’incolumità dei giovani Mapuche incarcerati, tutte le volte che il trattamento di polizia fosse stato violento. Luis, dopo 41 giorni di sciopero della fame, sospese la protesta, a fronte dell’impegno del Sename di intervenire sul caso.

Quel primo arresto, privò Luis della libertà per quasi un anno, anche se il processo non terminò prima del 2014. In quella occasione, era accusato di Associazione Terroristica, per il caso chiamato “Peaje Quino”, dal quale fu completamente assolto. Di più: in quella occasione, i nove Mapuche tra cui Luis, che dovettero passare mesi o anni in custodia cautelare e arresti domiciliari, risultarono vittime di una montatura, che terminò portando alla luce la partecipazione di agenti dei Carabineros negli attentati, con lo scopo di incolpare dirigenti Mapuche.

Questo primo processo, che Luis Marileo dovette affrontare essendo, quando tutto cominciò, ancora minorenne, dà conto del rapporto che le istituzioni statali hanno stabilito con i bambini ed i giovani Mapuche. Lo Stato arriva nelle comunità quasi solo come repressione e condanna. Senza andare lontano, il Liceo dove Luis studiava, oggi è stato trasformato in una grande base della polizia, da dove si coordina la militarizzazione del territorio Mapuche. Lo Stato ha preferito investire in repressione e controllo politico, invece di fare progressi nel riconoscimento dei diritti collettivi, sociali e politici.

Ieri Luis Marileo fu assassinato, ma la pallottola che lo uccise fu sparata molto tempo fa, fu sparata nel momento in cui i governi della Concertacion [Concertacion de Partidos por la Democracia: coalizione di centro-sinistra](oggi Nuova Maggioranza) e della Destra, optarono per la criminalizzazione del movimento, decisero di segnare con il fuoco le vite dei bambini e dei giovani della comunità. La violenza dello Stato fu un elemento permanente nella vita di Luis. Di sicuro, la sua vita si collega anche con le storie di discriminazione e maltrattamenti che la società Mapuche ha dovuto sopportare dall’occupazione [da parte dello Stato Cileno], a partire dalla metà del diciannovesimo secolo.

Ancora, non è possibile leggere la vita e la morte di Luis, solo sulla base di ciò che la stampa ha definito come “i suoi precedenti penali”. Sicuramente se ne parlerà molto sulla stampa, durante questa settimana, altrettanto sicuro che il tema entrerà nella compagna elettorale, però la situazione sarà sempre molto più complessa e dolorosa. Per ora, ci resta solo la tristezza e la memoria.

Claudio Alvarado Lincopi

 

La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

di Rashid Khalidi
The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.
Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.
Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.
Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.
Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.
Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.
La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”
Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.
Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.
La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.
Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.
Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”
Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.
Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.
Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

Traduzione di Donato Cioli
A cura di Assopace Palestina

Carissima, carissimo,
niente è più umanitario, sociale, politico, etico e spirituale che soddisfare la fame dei poveri della Terra. Dom Helder Camara, brasiliano, vescovo dei poveri diceva: “Se tu fossi in estasi davanti a Dio e un affamato bussasse alla tua porta, lascia il Dio dell’estasi e vai a servire l’affamato. Il Dio che hai lasciato nell’estasi è meno sicuro del Dio che troverai nell’affamato”. Gesù stesso era pieno di compassione e ha soddisfatto con pane e pesci centinaia di persone affamate che lo seguivano. Al centro del suo messaggio c’è il Padre Nostro e il Pane Nostro quotidiano. È erede di Gesù solamente chi tiene sempre insieme il Padre Nostro con il Pane Nostro. Solo questa persona può dire Amen=Si a Dio!.
I livelli di povertà globali sono scioccanti. Secondo Oxfam, che misura ogni anno i livelli di disuguaglianza nel mondo, nel gennaio 2017 si accertò che 8 persone da sole hanno un reddito equivalente a quello di 3,6 miliardi di persone, vale a dire circa la metà dell’umanità. Questo fatto è più significativo della semplice parola “disuguaglianza”. Eticamente e politicamente questo fatto si traduce in una spaventosa ingiustizia sociale e, nell’ambito della fede giudaico-cristiana, questa ingiustizia sociale è un peccato sociale e strutturale. La povertà è sistemica, perché è il risultato di un tipo di società che si propone di accumulare sempre più beni materiali senza alcuna considerazione umanitaria (giustizia sociale) o ambientale (giustizia ecologica) papa Francesco con la sua Laudato si, le ha accorpate in “ecologia integrale”. Questa società presuppone persone crudeli, ciniche e senza alcun senso di solidarietà, quindi, un contesto di elevata disumanizzazione e di barbarie. In Brasile, anche se molto è stato fatto per fare uscire il paese dallo spettro della fame, dopo il grande progetto Fame Zero di Lula, che ha tolto dalla fame 40 milioni di impoveriti, ci sono ancora 20 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Con il suo programma “Brasile amorevole” la legittima presidenta Dilma Rousseff si era prefissa lo scopo di portare tutte queste persone fuori da questa situazione disumana.
La Teologia della Liberazione e la chiesa che sta alle sue spalle, nascono da un attento studio della povertà. La povertà si legge come oppressione. Il suo opposto non è la ricchezza, ma la giustizia sociale e la liberazione. L’opzione per i poveri contro la povertà è il marchio di fabbrica della Teologia della Liberazione. Ha distinto tre tipi di povertà. La prima è quella di chi non ha accesso al paniere alimentare di base né ai minimi servizi sanitari. L’approccio tradizionale è stato: quelli che hanno aiutino a quelli che non hanno. Così è nata una vasta rete di assistenzialismo e di paternalismo che aiuta puntualmente i poveri, ma li tiene dipendenti da altri. La seconda lettura del povero sosteneva che i poveri hanno qualcosa; possiedono infatti l’intelligenza e la capacità di professionalizzarsi. Così possono entrare nel mercato del lavoro e organizzare la propria vita. Questa strategia è corretta, ma politicamente non prende conoscenza del carattere conflittuale del rapporto sociale, mantenendo chi esce dalla povertà all’interno del sistema che continua a produrre poveri. Lo rafforza inconsciamente. La terza interpretazione del povero parte da quello che il povero ha e, quando viene a conoscenza dei meccanismi che rendono poveri (sono impoveriti e oppressi), si organizzano, pianificano un nuovo sogno di una società più giusta ed egualitaria, diventano una forza storica in grado, insieme ad altri, di dare nuova direzione alla società. Da questo punto di vista sono nati i principali movimenti sociali, sindacali e altri gruppi coscientizzati della società e delle chiese. Da loro si aspettano trasformazioni sociali.
Brasile e politica. Dopo la destituzione della presidente Dilma Rousseff con un “golpe di Stato”, un altro impeachment si avvicina al vertice del potere politico brasiliano, stavolta per il presidente Temer, espressione della più alta borghesia, che ha allungato la giornata lavorativa a 12 ore, aumentato l’età pensionabile, tagliato le spese sociali dell’80%, tolto il ministero dello Sviluppo Agrario ecc…
Temer sta avendo il grande pregio di ricompattare i Movimenti Sociali e i partiti di opposizione i quali stanno occupando piazze e strade nelle più importanti città, chiedendo con forza elezioni anticipate.
Migranti e accoglienza. Non servono le polemiche strumentali in merito ai salvataggi dei migranti da parte delle ONG ma fare chiarezza se ci sono dubbi. Questo è l’invito da fare a chi mette in dubbio l’operato delle stesse. Perché chi protesta non si imbarca sulle navi per verificare direttamente il loro operato? Altrimenti si fa solo una polemica sterile e senza prove. Credo che le ONG sarebbero predisposte ad accoglierli. La polemica è portata avanti da chi non prospetta alcuna soluzione per salvare vite in mare.
Urge e necessita per fugare ogni dubbio, per salvaguardare il duro lavoro a cui sono sottoposti questi operatori, per la dignità dei richiedenti asilo e rifugiati che tutti sappiamo che fino a quando non si creeranno canali legali di ingresso, l’opinione pubblica farà l’equazione più grave, semplicistica e populistica, cioè che viaggi e tratta delle persone stanno finanziando il terrorismo e la morte in Europa.
Urge e necessita che le indagini vadano avanti per togliere ogni dubbio senza e non per distrarre l’attenzione dal problema vero, che è salvaguardare le vite di tanti richiedenti asilo e rifugiati.
Strumentale è l’ipocrisia e la vergogna di politici chiusi e ottusi, al solo fine di non salvaguardare un diritto fondamentale in democrazia; salvare vite umane, perchè stanno morendo sempre più donne, uomini e bambini, non solo nel Mediterraneo. Non è altro che una polemica strumentale per portare lontano dall’impegno vero che dovrebbe essere di tutti i Paesi europei e i cittadini, di fronte a un dramma che sta continuamente crescendo e chiede più accoglienza.
Urge e necessita più Europa aperta, più capacità di fare un salto di qualità: organizzare canali umanitari sicuri e il ricollocamento dei migranti nel contesto europeo, per dare un reale segno di responsabilità.
Il solo soccorso in mare non può essere la sola risposta e non sarebbe così necessario se l’Europa stabilisse vie legali di accesso, decidendo di gestire in maniera progettuale l’arrivo dei migranti e soprattutto non lasciando morire le persone in mare come di fatto sta facendo da molti anni, lasciando principalmente all’Italia il compito di ruolo umanitario. In questi primi mesi dell’anno fonti ufficiali registrano un forte aumento di migranti rispetto allo stesso periodo del 2106. Fino a questo momento gli accordi con le “autorità” libiche, con la finalità di contenere emigrazioni e contrastare il traffico, non si sono rivelate efficaci. Si tratta, quindi, di un sostanziale nulla di fatto: le persone continuano a morire in mare, le traversate sono sempre più pericolose e l’Europa continua a non affrontare in un modo politico serio e unitario il problema. I Governi devono attivare canali umanitari sicuri per chi fugge, il solo soccorso in mare non può mai essere “la soluzione”. L’Italia con l’operazione Mare Nostrum prima e adesso con il soccorso delle navi di ONG, é da sempre in prima linea nel salvataggio di vite umane. Azione fondamentale che ci fa onore , ma che non sarebbe così necessaria se l’Europa stabilisse vie legali d’accesso, decidendo di gestire in maniera progettuale l’arrivo dei migranti e soprattutto non lasciando morire le persone in mare. Lasciarli morire in mare o direttamente in Libia non fa alcune differenza. L’Europa ha la responsabilità politica di evitare che muoiano innocenti, facendosi promotrice di “veri” tavoli diplomatici che pongano fine alle principali crisi in atto. Fermare l’invio di armi che l’alimentano è il vero imperativo. Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti hanno speso in interventi operativi diretti in Medio Oriente 6.000 miliardi di dollari, una cifra attraverso la quale si può ricreare il mondo.Infine, mi ha fatto molto riflettere una scritta a pennarello su un foglio di carta che ho trovato all’ingresso dello studio nella casa di amici di Brescia che alcune settimane fa mi ha ospitato nella loro casa: “fino  a quando noi venderemo armi, loro ci invieranno rifugiati”.
Il 26 giugno di 50 anni fa moriva don Lorenzo Milani, una malattia trascurata ce lo ha portato via giovanissimo. Un prete incandescente, ma lontano anni luce dallo stereotipo del prete ribelle. Un prete perseguitato da una Chiesa che ha sempre amato e che non ha mai voluto lasciare. Un prete che amava la Chiesa come papa Francesco.
Per la brevità della sua vita, per l’intensità della sua esistenza, don Lorenzo è stato vittima fin da subito e per sempre di un forte riduzionismo. Non aveva la vocazione dell’eroe solitario: voleva essere parte, voce, espressione della Chiesa. Ha sempre rivendicato questo, anche in modo violentissimo. Ha subito dalla sua Chiesa, un trattamento di ferocia inaudita. E’ stato perseguitato, non semplicemente criticato; la stessa scelta di inviarlo da Calenzano a Barbiana è stata presa non per punirlo, ma per ucciderlo, per spezzarlo. E’ stata solo la sua anima profonda che ha fatto si che Barbiana, invece che una prigione, diventasse un trono e una cattedra. La Chiesa cattolica non si può limitare a rendergli onore tardivo; tutto deve essere risarcito non con benevolenza, ma attraverso atti di giustizia, che dica davanti a dio che quella di don Milani è una testimonianza cristiana. Che papa Francesco, incontrando il mondo della scuola, pronunciasse il suo nome in piazza San Pietro, nessuno lo avrebbe immaginato, comevisitarlo a Barbiana, dopo aver reso omaggio a don Primo Mazzolari a Bozzolo. Credo che la figura di don Milani sia utile per conoscere alcuni tratti di Francesco. L’accusa che gli veniva fatta dalla Chiesa era di essere un comunista, un agitatore sociale; espressioni, queste, usate dal fronte opposto come un complimento. La cosa che va compresa è che in don Milani non c’è una militanza politica chiusa dentro un linguaggio politico, ma una forza profetica. I gesti di don Milani sono gesti profetici. Tutto ciò ci aiuta a capire Francesco; la predicazione del Vangelo nelle periferie, in uscita, non vuole dare parole d’ordine o ideologiche alla Chiesa. Per il Papa ha un senso se esprime l’autenticità cristiana del Vangelo, costi quel che costi.
Antonio

Caro Toni e amici della rete di Udine,

sono passati quasi tre mesi da quando sono stato colpito da embolia polmonare, nella città di Aracaju dove mi trovavo con Macione per un’attività di formazione di leader popolari (Programma Germinar). Attualmente sto abbastanza bene, non avendo nessuna conseguenza; devo solo prendere un farmaco per evitare la formazione di possibili trombi (Xarelto, prodotto dalla Bayer, quella che ha comprato la Monsanto!!!), e secondo il nostro medico fitoterapico, inghiottire uno spicchio di aglio ogni giorno.

Penso che siate informati di quello che sta succedendo in Brasile. Il modello neoliberale ha trovato spazio per imporre le sue leggi; il gigante Brasile deve ritornare ad essere colonia e servire al grande capitale e, se le forme di schiavitù con la frusta e le catene sono passate di moda, ci sono altre forme di sfruttamento per piegare la schiena di un popolo intero.

Se il PT e Lula non sono riusciti o non hanno riconosciuto come prioritario il cambiamento strutturale della politica e dell’economia in quasi 12 anni di governo, é nostro dovere riprendere con forza le bandiere di lotta che affrontano le strutture del capitale che creano oligarchie e concentrano ricchezze di tutto un popolo. L´altra economia che crediamo possibile non è morta e le organizzazioni popolari, anche se sono state scosse da questa ondata di manifestazioni della destra corrotta, sono pronte a scendere in piazza di nuovo, ad annullare la narrazione neoliberale, che vuole far credere che il mondo é fatto come loro vogliono, con ricchi da una parte e miserabili dall´altra, con una classe media che crede che un giorno fará parte del top della piramide sociale ma che non ci arriverà mai.

Una delle iniziative della nostra cooperativa Grauna ( cooperativa che abbiamo formato ancora due anni fa, mi pare che te ne avevo parlato) e che è già attiva, é la costituzione qui a Gravatá di un Forum per riunire le associazioni che lavorano con la popolazione in vari settori. Questo Forum ha il compito di stabilire strategie per influire nella amministrazione municipale a favore della popolazione di periferia e degli agricoltori della zona rurale. Quello che sentiamo pure come necessario é una coscientizzazione volta all’elezione di politici che si sono impegnati con le attività delle organizzazioni. È un ritorno alle origini, ma ora, dopo tutti questi anni, abbiamo l’esperienza di conquiste, di errori, di mediazioni, di buone pratiche.

Come puoi immaginare l’Associazione Ama Terra é quella che ci prende più tempo. Siamo in rete con altre cinque associazioni che coltivano biologico e poco a poco stiamo costruendo forme nuove di commercializzazione, inserendo un dialogo con i consumatori, creando così una economia circolare…. molte idee stanno nascendo.

Il programma Germinar di cui Macione é responsabile qui nel Nordest, prosegue con due gruppi e garantisce la formazione di una cinquantina di leader comunitari. Questa attività é come la tessitura o la semina di un grano che può cambiare il modo di essere in gruppo o di condurre una azione comunitaria.

La cupola geodesica qui nel Sitio Felice sta ospitando gruppi di studio e incontri con agricoltori. Sono molto contento per questo.

Caro Toni, puoi stare tranquillo: sto evitando al massimo periodi lunghi in piedi. Uso pure calze elastiche quando sto fuori tutto il giorno e devo guidare la macchina. Macione mi sta sempre accanto.

Una cosa volevo anche dirti. Nella settimana in cui ho avuto la trombosi, mio cognato Camillo é morto. Mia sorella lo ha trovato morto sul letto la mattina. Avrei voluto starle vicino, ma purtroppo siamo lontani fisicamente. Chissà, un giorno prima della fine dell´anno la incontrerò….. se sarà possibile.

Allora continuiamo a scambiare notizie e sentirci sempre vicini.

Macione ti manda un grande abbraccio così pure a Maria Grazia e a tutti gli amici, a cui puoi passare le notizie.

Ciao Giovanni.

NB.: rinnovo la mia gratitudine alla Rete per avermi fornito i soldi che mi sono serviti per pagare le spese dell´ospedale. Stiamo recuperando la somma poco a poco con il lavoro di Macione, che, mediante un contratto con l´Istituto Moura, utilizza con i ragazzi delle scuole medie di Belo Jardim lo stesso metodo del programma Germinar.

 

Buongiorno a tutte e a tutti,

Dalla nostra ultima mail, la repressione della solidarietà ha continuato a intensificarsi attraverso condanne morali e politiche, ma anche legali. La mobilitazione è sempre in corso, e sempre più necessaria adesso che la lotta dei cittadini solidali non è più nei radar dei media.

L’équipe di Universitaires solidaires continua la sua azione. Ecco i nostri prossimi appuntamenti:

Il 6 giugno a Marsiglia (Aix-Marseille Université, Saint-Charales, Amphithéâtre Lavoisier) si terrà una giornata di studi sul “reato di solidarietà”. Questa giornata è stata pensata per rispondere all’urgenza di informarsi, formarsi e incontrarsi, in un contesto di recrudescenza della repressione contro cittadini, collettivi e associazioni solidali. Si impone infatti la necessità di rileggere nella loro dimensione storica, geografica e giuridica i fenomeni migratori e il trattamento di cui fanno oggetto, con l’obiettivo di aprire un dialogo su queste tematiche che sono al centro del dibattito pubblico. Grazie agli interventi di ricercatori, esperti e di membri di reti associative e militanti, la giornata si articola in tre momenti: l’analisi del contesto storico, geografico e giuridico ; una formazione sui diritti delle persone migranti e delle persone solidali ; il contatto tra diversi attori che già agiscono sul territorio.

Questa giornata si vuole in continuità con la mobilitazione locale e nazionale contro la criminalizzazione della solidarietà (per quanto riguarda la dimensione nazionale francese, potete riferirvi alla rete Délinquants Solidaires che riunisce più di 400 organizzazioni), nell’ottica di sensibilizzare e informare a 15 giorni dai prossimi processi in appello.

Il 19 e il 26 giugno sono infatti le date dei processi in appello rispettivamente di Cédric Herrou et di Pierre-Alain Mannoni. Entrambi si terranno a Aix-en-Provence. Un appello alla mobilitazione è lanciato.

Potete informarvi sui processi in corso nelle Alpi-Marittime (regione di Nizza) sul sito dei Citoyens solidaires 06.

Il 5 giugno a Imperia si tiene invece il processo di 31 cittadini italiani solidali a Imperia. Potete trovare l’appello alla mobilitazione qui.

Per quanto riguarda l’Italia, in occasione della conferenza annuale di Escapes (Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate), un workshop sarà consacrato al tema della criminalizzazione della solidarietà il 9 giugno a Parma.

Solidarity Watch, piattaforma nazionale consacrata alla solidarietà e al “delitto di solidarietà” in Europa attualmente alla quale stiamo lavorando, interverrà sia alla giornata del 6 giugno a Marsiglia, sia al workshop del 9 giugno a Parma. 

Continueremo ad aggiornarvi sulle prossime mobilitazioni e sulle mobilitazioni in corso contro la criminalizzazione della solidarietà. Restiamo a vostra disposizione per scambiare informazioni su casi di criminalizzazione, sulle prossime mobilitazioni, e per eventuali collaborazioni.

Restiamo mobilitati e solidali!

A presto,

Le iniziatrici di Universitaires solidaires

Sarah Sajn, CHERPA, Sciences Po Aix

Morgane Dujmovic, TELEMME, AMU-CNRS

Chiara Pettenella, CHERPA, Sciences Po Aix

Elen Le Chêne, CHERPA, Sciences Po Aix

————————————————–

WORKSHOP DEL 9 GIUGNO DI PARMA

Delitti di Solidarietà. Criminalizzazione delle reti di supporto a migranti e rifugiati

Facilitatori

Elena Fontanari, Escapes, Università di Milano

Martina Tazzioli, Swansea University

Lancio del tema

Giulia Scalettaris, EHESS

Negli anni 2014 e 2015 i riflettori dei media hanno reso visibili i transiti di migranti, richiedenti

asilo e rifugiati che entrando in Europa attraverso le porte-sud – Italia e Grecia – decidevano di

proseguire il loro percorso migratorio verso altri paesi del nord Europa, violando così gli accordi di

Schengen e il Regolamento Dublino. Tali transiti dei rifugiati sono stati supportati da associazioni,

singoli cittadini, attivisti, che localmente si sono attivati in azioni di supporto e logistica al transito,

così come di soccorso umanitario, in risposta ad una quasi totale assenza da parte delle istituzioni

e autorità locali preposte. Fornire cibo, riparo per la notte, coperte contro il freddo, informazioni

sulla richiesta d’asilo, ma anche occupare luoghi abbandonati per scopi abitativi, sono solo alcune

delle diverse pratiche di solidarietà che si sono moltiplicate localmente ai confini dell’Europa e nei

luoghi di transito interni allo spazio Schengen, come ad esempio Ventimiglia, Trieste, Calais,

Como, l’isola di Lesbo, la val Roia in Francia.

Il 2016 è stato segnato dalla risposta istituzionale a quel fenomeno che dopo l’estate del 2015 è

stato definito e costruito come “crisi dei rifugiati”. Gli accordi bilaterali come quello EU-Turchia, la

messa in atto dell’ hotspot approach, e i rinnovati controlli tra le frontiere interne degli stati membri

dell’Unione Europea, sono stati alcuni segnali di risposta delle istituzioni europee e dei governi

nazionali con l’obbiettivo di riorganizzare il sistema di controllo e gestione delle migrazioni in

Europa. Al fianco di queste politiche di rafforzamento dei confini esterni e interni dell’Unione

Europea, si aggiunge un progressivo processo di criminalizzazione della figura del “rifugiato” che

viene associato progressivamente alla figura del terrorista, soprattutto a seguito anche dei diversi

attacchi di Parigi e Bruxelles, ma anche Nizza, Berlino, Londra, e Stoccolma.

In questo clima di rinnovato controllo statale sui movimenti migratori verso e dentro l’Europa, le

reti di supporto e le azioni volontarie di solidarietà sono state considerate d’intralcio ai nuovi

meccanismi di gestione delle mobilità migranti, e dunque si è dato avvio a diffusi processi di

criminalizzazione del supporto al transito e delle azioni di aiuto umanitario e solidale. Le pratiche e

reti di solidarietà da tollerate perché colmavano le lacune istituzionali – negli anni precedenti –

diventano oggi l’oggetto di un processo di criminalizzazione che considera il rifugiato – e chi lo

supporta – pericoloso e indesiderabile. Famosi sono gli esempi dei processi penali fatti

all’agricoltore Cedric Herrou, abitante della Val Roia in Francia che ha ospitato diversi migranti in

transito, e al ricercatore universitario Pierre-Allain Mannoni, che ha dato un passaggio in macchina

a tre giovani donne eritree. In Italia i casi più noti sono stati i fogli di via dati a 15 attivisti nella città

di Como a seguito di una manifestazione di protesta, le indagini e l’apertura di un procedimento

penale nei confronti di 7 volontari/e ed ex-volontari/e della Onlus “Ospiti in Arrivo” di Udine, e fogli

di via ad attivisti della rete “no border” emessi dalla Questura di Imperia con il divieto di mettere

piede a Ventimiglia e nelle zone circostanti.

La criminalizzazione di queste diverse pratiche di solidarietà e supporto ai migranti e rifugiati si

basa su una direttiva europea del 2002, la “Facilitation Direttive”, che afferma il principio di

violazione della legge nel momento in cui si aiuta un migrante ad entrare in Europa o a muoversi

liberamente nel territorio europeo. Il problema di questa direttiva è l’ambiguità che crea nel

costringere gli stati membri a prevedere sanzioni di tipo penale per una vasta gamma di

comportamenti che vanno dalle azioni di smuggling vere e proprie a quelle di assistenza

umanitaria e supporto. Non tracciando una linea netta che distingue gli smugglers dagli operatori

umanitari e/o cittadini solidali, si forma così una zona grigia di ambiguità legislativa e incertezza giuridica

in cui umanitario e securitario si incontrano, fondono e confondono, lasciando così ampio

spazio alla discrezionalità dell’applicazione delle leggi e delle conseguenti sanzioni penali. In Italia,

la fusione e l’intreccio tra pratiche umanitarie e securitarie viene inoltre sancita da alcuni

emendamenti dei Decreti Minniti, che trasformano di fatto la figura dell’operatore sociale in

controllore” sociale – oltre a svuotare e comprimere ulteriormente il diritto d’asilo eliminando un

grado di giudizio al ricorso contro i dinieghi.

Queste contraddizioni e trasformazioni che stanno velocemente trasformando gli spazi di

migrazione e conflitto che viviamo ogni giorno nei territori, saranno alcuni dei temi che discuteremo

in questo workshop, con l’obbiettivo non solo di capire cosa sta succedendo ma anche di provare a

pensare a delle modalità di reazione collettiva difronte a questi veloci processi di criminalizzazione

e restrizione dei diritti.

Parteciperanno alla discussione:

– ASGI Roma: Lucia Gennari (consulenza legale per See Watch)

– Collettivo Como Senza Frontiere (in attesa di conferma)

– Luca Giliberti e Luca Queirolo Palmas (Università di Genova)

– Osservatorio Solidarity Watch (Giulia Scalettaris e Chiara Pettenella)

– Centro sociale TPO Bologna (Neva Chocchi)

– Welcome to Europe (Davide Carnemolla)

– Msf Italia (Bianca Benvenuti)

– Borderline Sicilia (Lucia Borghi)

– Antenne Migranti (Michela Semprebon)

Salva

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2017 – RETE di CASALE MONF.TO.

Il 20 maggio ci siamo incontrati come reti del nord/ovest per confrontarci sul tema proposto e discusso negli ultimi coordinamenti nazionali. Abbiamo avuto una giornata di sole dopo un periodo con clima incerto e l’accoglienza gradevole nell’ambiente collinare della casa di Beppe e Cristiana a Quarti di Pontestura ha favorito sicuramente la disponibilità all’incontro e alla condivisione.

In questo percorso siamo stati aiutati da Anna Zumbo, che ha messo a disposizione la sua esperienza di facilitatrice dei lavori di gruppo. Il suo contributo è stato prezioso per metterci in sintonia e per attivare le nostre capacità di ascolto.

Iniziando con un gioco di conoscenza tra i partecipanti si è passati ad un lavoro singolare sulla propria cronistoria nella rete riscoprendo le tappe più significative. Si sono alternati momenti assembleari e momenti di confronto tra gruppi più ristretti in modo di dare a tutti la possibilità di esprimersi e di raccontare il perché la rete è conforme rispondendo alle aspettative ed alle storie di ognuno.

Queste storie si riflettono anche nei legami che si hanno con i referenti delle nostre operazioni diventando così un filo che lega i sentimenti e i cuori. Difatti la rete è fondata sulla relazione e la condivisione da attuare anche accanto al tuo compagno di cammino.

Anna ci ha invitato a riflettere a partire da alcuni “giochi” che da una parte hanno consentito a tutti di esprimere le loro idee chiave, dall’altra hanno offerto l’opportunità di fare una sintesi che facesse emergere le parole chiave rispettando le opinioni di ciascun partecipante.

In queste tecniche di approfondimento dei problemi ho ritrovato l’insegnamento di Paolo Freire che avevo conosciuto nelle parole e nell’esperienza vissuta di don Gino Piccio (1920-2014), vissuto negli ultimi 40 anni della sua vita in solitudine in una cascina nelle vicinanze di Ottiglio Monferrato, animatore di una singolare esperienza di condivisione fraterna e di ascolto che ha arricchito la storia personale delle persone che lo hanno incontrato e che ancora si ritrovano nella sua memoria.

Alcuni partecipanti hanno manifestato perplessità sul metodo di articolazione della giornata. Altri invece hanno valorizzato l’opportunità nuova di espressione delle idee, anche al fuori di documenti complessi e la possibilità di ascolto reciproco, con maggiore “leggerezza” rispetto alle discussioni, a volte faticose, dei coordinamenti.

Potrebbe nascere qui una riflessione sul nostro modo di affrontare i problemi come Rete: abbiamo ereditato modalità di espressione e di ascolto che sono ancorate ad una generazione di grandi dibattiti e di pensieri articolati, ma non sempre risultano efficaci in una società in cui tutti parlano e pochi ascoltano e spesso di questo ascolto percepiscono messaggi molto brevi, al limite dello slogan.

L’ascolto è veramente una delle vittime della nostra società mediatica. Il modello televisivo a cui siamo quotidianamente sottoposti è quello di persone che parlano molto e non ascoltano mai. Questo atteggiamento si trasferisce dalla scena della comunicazione pubblica all’ambito delle relazioni quotidiane fra gli individui. Non sappiamo e non vogliamo ascoltare gli altri: non rispondiamo alle domande, interrompiamo solo per prendere la parola e per tenerla il più possibile. Si direbbe che ci limitiamo ad ascoltare noi stessi mentre stiamo parlando, ma non accade neppure questo, perché se davvero ci ascoltassimo, avremmo di tanto in tanto qualche dubbio.

Spiegare una simile paradossale situazione non è così difficile se consideriamo il desiderio prevalente di esercitare con le nostre parole quel potere che oggi è la merce più ricercata e che diventa abitualmente una forma di prepotenza e di prevaricazione. La TV costruisce la sua apparente neutralità offrendoci il riferimento degli “indici di ascolto”.

Ma quale ascolto? Sulla scena televisiva delle molteplici trasmissioni sui migranti (su cui è stato costruito un nuovo soggetto politico!) nessuno sta davvero “ascoltando”: tutti i partecipanti si limitano a parlarsi addosso. Se già loro non si ascoltano, quello che fa il teleutente potremmo definirlo in tanti modi, ma non ha nulla a che vedere con un ascolto vero.

Essenziale è invece capire, restando alla pratica quotidiana di ciascuno di noi, che cosa implica un ascolto, quali trasformazioni di noi stessi richiede. Il campo di prova è il rapporto con l’altro. Questo “altro” può essere chiunque, quello che incontriamo fuori di casa nelle normali relazioni di vita o per caso, o solo chi sentiamo al telefono: può essere un amico, qualcuno che vive accanto a noi, una presenza costante, ma anche uno che non conosciamo affatto, uno sconosciuto in cui ci imbattiamo. Comunque lui non è noi, non diventa mai un alter ego, risulta sempre diverso, è un diverso, ha qualcosa di estraneo. Ascoltare non significa togliere di mezzo questa estraneità, al contrario c’è ascolto solo quando partiamo da essa e ne teniamo conto, solo se riusciamo a far nostra in qualche modo la sua estraneità, il suo essere “straniero”. Solo se attiviamo in noi stessi una zona di estraneità, per così dire parallela e congruente con la sua.

Non c’è neppure bisogno della parola perché una sintonia si realizzi, è sufficiente un atteggiamento di apertura, e spesso il silenzio è più adatto di tante parole a produrlo, come sa bene per esempio chi esercita il mestiere dell’insegnante. Ciò accade del resto in tutte le pratiche in cui l’incontro con gli altri è la posta in gioco della riuscita o dell’insuccesso.

Perché si realizzi un ascolto, occorre dunque mettere in atto una pratica di sé che è molto poco abituale nella società di oggi: bisogna riuscire a scavare una specie di vuoto dentro di noi, procurarsi uno spazio mentale (e anche fisico) attraverso il quale la cosiddetta “ospitalità” diventi la possibilità concreta dell’ascolto dell’altro.

(NDR. alcune di queste ultime frasi sono state riprese da un articolo di Pier Aldo Rovatti, modificando però alcune parti del testo. Spero che l’autore non se ne abbia a male!)

VUOTARE LA PROPRIA TAZZA

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli dichiarò:

Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi“.

Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro.
E incominciò a versare il tè da una teiera.

Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.

Ma che cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza é piena?

Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos’altro ..

Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza ? ”

Beppe, Claudio e Roberto