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Sempre più profughi condannati a morire nel deserto

 

di Emilio Drudi

Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.

Tratto da: Tempi Moderni

Pubblicato da Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo 21:51 

 

APPELLO AI GIORNALISTI/E

ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),

ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da 30 anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, con uno dei regimi più oppressivi al mondo e centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica, dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. E’ inaccettabile il silenzio su 30 milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU. E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti coi governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa 50 milioni di profughi climatici dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa. Alex Zanotelli Napoli, 17 luglio 2017

ANSA

Addio ad Ettore Masina, una vita nel segno dell’impegno

L’amicizia con Paolo VI, gli anni in Rai, l’impegno in politica con il Pci

(ANSA) – ROMA, 28 GIU – E’ morto  a Roma il giornalista, scrittore e politico Ettore Masina, 88 anni, amico di Paolo VI e fondatore, con Paul Gauthier, della “Rete Radié Resch” di solidarietà internazionale. Nato a Breno in Val Camonica nel settembre 1928, inizialmente inviato e vaticanista de Il Giorno, Masina viveva dal 1964 nella capitale, dove era arrivato per seguire le cronache vaticane dopo l’elezione a papa di Montini che lui aveva conosciuto come arcivescovo di Milano. E proprio con un viaggio in Palestina al seguito di Paolo VI aveva conosciuto Gauthier, il sacerdote francese con il quale fondò poi, occupandosene a lungo, la rete di solidarietà intitolata ad una bimba palestinese morta di stenti e attiva anche in sudamerica. In Rai dal 1969 e dal 1976 conduttore del Tg2, lavorò con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nell’83 il salto in politica, eletto parlamentare nelle fila della Sinistra indipendente e poi con il Pci per più mandati fino al ’92, svolgendo tra gli altri il ruolo di segretario della Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Dopo lo scioglimento del Pci è stato membro della direzione del Pds. Chiusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprese l’attività giornalistica e di scrittura, sempre nel segno dell’impegno osservatore attento e profondo di temi politici ed ecclesiali. Fecondo autore di saggi religiosi ( “Il vangelo secondo gli anonimi”, “Il Dio in ginocchio”, “Il Califfo ci manda a dire”) e di tante belle biografie (Tra queste, più volte ristampata, la storia dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, “L’arcivescovo deve morire”, ma anche “Diario di un cattolico errante. 1992-1997 In viaggio fra santi, burocrati e guerriglieri”, e “L’Airone di Orbetello. Storia e storie di un cattocomunista”) è stato apprezzato scrittore di romanzi e racconti, tra cui Il Vincere, pubblicato nel 1994. Lascia la moglie Clotilde Buraggi, i tre figli Emilio, Lucia e Pietro, e sei nipoti molto amate. I funerali venerdì alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.(ANSA).

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Il Fatto Quotidiano

Addio a Ettore Masina, una vita fra il giornalismo e l’impegno sociale

di F. Q.

Il giornalista Ettore Masina è morto martedì 27 giugno all’età di88 anni. Quasi quindici anni in Rai, esperto vaticanista, parlamentare in commissione per il diritti umani e filantropo: con padre Paul Gauthier è stato il fondatore della rete di solidarietà internazionale “Radié Resch“.

Nato a Breno, in Val Camonica, nel settembre 1928, nel 1952 lascia gli studi di Medicina per dedicarsi al giornalismo, inizialmente come inviato e vaticanista per Il Giorno. Nel 1964 si trasferisce a Roma, per seguire le cronache vaticane dopo l’elezione di Montini come Paolo VI, che lui aveva conosciuto nell’arcidiocesi di Milano. Durante un viaggio in Palestina al seguito del Papa conosce Gauthier, il sacerdote francese con cui fonda la rete di solidarietà Radiè Resch, chiamata come una bambina palestinese morta di polmonite.

La sua carriera giornalistica prosegue in Rai: nel 1976 diventa conduttore del Tg2, lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nel 1983 decide di dedicarsi alla politica: viene eletto deputato nelle fila della Sinistra Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, per più mandati fino al 1992. Come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo scioglimento del Pci, è stato membro della direzione del Pds.

Negli anni ’90 Masina riprende l’attività di scrittura, dedicandosi principalmente a temi politici ed ecclesiali. Nel 1994 pubblica Il Vincere, romanzo storico ambientato nell’Italia fascista. Autore di saggi religiosi come “Il vangelo secondo gli anonimi”, “Il Dio in ginocchio”, “Il Califfo ci manda a dire”. Nella sua produzione letteraria anche diverse biografie, come la storia dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero.

Ettore Masina lascia la moglie Clotilde Buraggi, i figli Emilio, Lucia e Pietro, e sei nipoti. I funerali sono previsti per venerdì 30 giugno nella chiesa di San Frumenzio a Roma.

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L’ANTIDIPLOMATICO

Ricordo di Ettore Masina, amico e sostenitore del popolo palestinese.

di Patrizia Cecconi

Dopo Stefano Rodotà, nobile difensore dei principi costituzionali adottati e indicati come “via maestra”, ieri ci ha lasciato anche Ettore Masina, fondatore di RETE RADIE’ RESH. Con lui il popolo palestinese perde un grande amico.

Aveva quasi novant’anni ed era sposato con Clotilde, della quale diceva sempre di essere profondamente innamorato. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Masina iniziò a 24 anni a fare il giornalista per il quotidiano milanese “Il Giorno” e fu incaricato di seguire  il Concilio Vaticano II realizzando delle cronache così apprezzate da farlo conoscere e chiamare alla Rai. Ma lui, il vaticanista de “Il Giorno” era  un “fastidioso catto-comunista”, così fastidioso che due dei direttori del TG con cui lavorò lo detestarono stroncandogli la carriera per le sue posizioni di parte. Questo Masina lo diceva a voce alta ed andava fiero di essere di parte, cioè, come diceva lui stesso “dalla parte dei poveri e dalla parte degli onesti e tanto comunista che cattolico convinto”.

Il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che aveva scelto di risiedere in Palestina, lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse vivere sotto il tallone israeliano. Masina non  sapeva molto di Palestina, e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI che, detto per inciso, fu il primo papa ad andare in Palestina e a NON pronunciare mai la parola Israele, non per caso ma per precisa scelta. Scelse anche di entrare da Amman invece che da Tel Aviv e questo, nel linguaggio della diplomazia, rappresentava una dura condanna allo stato di Israele.

Del resto Paolo VI fu anche colui che riuscì a far liberare dalle galere israeliane monsignor Capucci, altro grande vecchio che ci ha lasciato a gennaio. 

Il viaggio in Palestina lo sconvolse, fu lì che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e questo segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite per la mancanza di un tetto per ripararsi dal freddo. Chi conosce la Palestina in inverno sa cosa significa quel freddo terribile anche dentro le mura di una casa ed è facile immaginare cosa possano significare quei terribili tre mesi invernali tra gli stracci e i cartoni!

La piccola Radié Resh ormai, quando lui la conobbe, aveva la febbre altissima e delirava.

Nel delirio immaginava di pulire i vetri della nuova casa che le istituzioni internazionali le avevano promesso. Sognava una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina mentre raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in Palestina  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i parlamentari, compresi i meno simpatizzanti per i palestinesi, erano rimasti così scossi da ritenere opportuno, all’unanimità, convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma si sa, quando si parla di Palestina non c’è aspetto umanitario che non abbia connotazione politica, ed è normale che sia così. E questo lo sa bene anche Israele e lo sanno bene i suoi sostenitori .

Masina proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono la metà, ma neanche un quarto, e neanche un ottavo: non se  ne presentò nemmeno uno! La longa manus israeliana sapeva bene come muoversi: davanti al crimine che non sarebbe cessato in quanto seguiva una precisa strategia, era meglio il silenzio, poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Questo successe allora. Questo ancora succede.

Masina, uomo mite per eccellenza, era molto duro su questo fatto e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Pensò allora che si dovesse creare un’organizzazione libera che potesse portare la voce dell’oppresso a far conoscere la realtà, ché tanto i media avrebbero seguitato a portare la voce dell’oppressore. Così fondò, insieme a sua moglie e al prete operaio Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina che morì sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze alla moglie, ai figli, ai suoi amatissimi nipoti e a tutta quella parte di mondo rimasta orfana di un uomo che aveva saputo coniugare comunismo e cristianesimo, impegno politico e sensibilità umana e che forse non troverà facilmente degni successori.

Patrizia Cecconi
Milano 28 giugno 2017
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VARESE NEWS

ROMA

L’ultimo dono di Ettore Masina

I funerali si sono svolti nella parrocchia San Frumenzio ai Prati. Tanti parenti, amici e conoscenti si sono stretti alla moglie e ai tre figli

Qualche volta Ettore ha preferito i suoi ideali ai suoi figli, a sua moglie.Io però ho avuto il privilegio di stare vicino a questo uomo così pieno di speranza e di fede. Lui voleva e credeva che il mondo cambiasse, che fosse fatto di persone con pari opportunità”.

È Clotilde, la ragazza che a 19 anni ha iniziato a frequentare il giovane giornalista Ettore Masina per sposarlo poco dopo, a chiudere le testimonianze alla fine del funerale.

La chiesa di San Frumenzio ai Prati si è riempita di familiari, amici e conoscenti, ben prima che iniziasse la celebrazione eucaristica. Nei banchi in prima fila, stretti vicini alla loro mamma,i figli Emilio, Lucia e Pietro. Subito dietro a loro i nipoti di ogni età fino alle più piccole gemelline di tre anni. Loro hanno portato la vitalità che caratterizza l’infanzia, ma che era anche un tratto tipico del loro nonno sempre attivo in tante direzioni. Un uomo che ha amato la vita e le persone che incontrava.

La vita di Ettore Masina si era intrecciata con la Lombardia e Varese. La sorella Marisa (scomparsa nel 2015) sposò Luigi Campiotti: proprio dal Varesotto sono arrivate a Roma tre delle quattro sorelle Campiotti, Marta, Maria e Veronica: mancava solo Chiara, ma erano presenti suo marito e sua figlia, tutti vicini a Giacomo.

Sull’altare otto sacerdoti per una cerimonia semplice, come richiesto dalla famiglia. È il Vangelo di Matteo, al capitolo XXV, dove si parla del giorno del giudizio, il centro delle riflessioni. Masina amava quel passaggio della sacra scrittura.

Quello è stato sempre il punto di riferimento della sua vita. Un’attenzione agli ultimi, ai più deboli. Un cammino fatto con loro e non per loro. Da qui si capisce la scelta di fondare la Rete Radiè Resch nel 1964, rientrando da un viaggio in Palestina al seguito di Papa Paolo VI. L’incontro con Paul Gauthier, dopo aver visto i bambini che vivevano nelle grotte come si racconta della nascita di Gesù, lo avrebbe profondamente cambiato non solo nel suo lavoro di giornalista, seguendo con sempre maggiore attenzione il Concilio Vaticano Secondo, ma in modo più profondo dando vita a un’esperienza che coinvolse migliaia di persone disponibili a condividere un percorso di solidarietà con le persone più povere”.

I figli hanno portato testimonianze diverse del loro papà, della sua tenerezza, dell’ironia e del profondo affetto. “Della morte, scherzando in un momento di lucidità che nell’ultimo anno purtroppo lo aveva abbandonato, ci ha detto che gli pareva un passo non necessario”.

Intorno a Ettore Masina ci sono state sempre tante persone e anche nel momento più duro, più delicato, è stato assistito con profondo affetto e anche i professionisti si sono legati a lui e alla famiglia.

La ricchezza e la varietà degli interventi ha permesso a tutti i presenti di ricordare quante esperienze diverse abbia vissuto Masina. Dal giornalismo alla politica, dalla solidarietà alla scrittura. È stato un vero testimone di un’epoca. Un Cristiano tutto di un pezzo come ha ben scritto Carlo Galeotti . “La migliore biografia di monsignor Romero è la sua perché “L’arcivescovo deve morire” non fa calcoli, non ci sono sconti o compromessi. Tutti quelli che vogliono conoscere la storia del Salvador devono leggerlo”.

Masina è stato anche un profondo Cristiano attento alla dimensione ecumenica. “Papà nell’ultimo periodo – ha raccontato il primogenito Emilio – soffriva il non poter scrivere. Come ogni scrittore però coltivava il sogno di portare a compimento un racconto per farne un romanzo. Così mi raccontava i pensieri che lo animavano per farne un nuovo libro. L’ultimo riguardava un gruppo di angeli che si erano ritrovati disoccupati a causa della perdita della speranza da parte degli uomini. Mi chiedeva come si potesse proseguire una storia così. Ecco io credo che ora sta a noi continuare a testimoniare le cose per cui si è tanto battuto”.

Nel corso della sua carriera Masina ha incontrato il mondo intero. Qualche volta non trovava la giusta attenzione proprio come scrittore e ben lo testimonia uno scritto che gli aveva dedicato il suo grande amico Davide Maria Turoldo. “Di Ettore Masina si dovrebbe parlare di più per il suo modo di parteciparci la realtà che vive. Anche come poeta: almeno parlare di quel suo particolare stile di comunicare che è fatto di gridi a voce trattenuta, e di silenzi; di aggressioni e di dolcezza; e di tenerezze che si aprono all’improvviso come fiori anche fuori stagione. Perché il giardino è sempre coltivato e custodito, sempre sarchiato con amore. E questo giardino è l’anima del mio amico, dove nessun sentimento manca, neppure quello dell’umorismo su di sé; umorismo che è sempre segno di intelligenza specie quando è intorno a se stessi”.

In diversi passaggi della propria vita e della propria produzione scritta Ettore ha guardato con serenità al tema della morte. Sua nipote per salutarlo ha scelto una poesia pubblicata nel suo ultimo lavoro pubblicato, Il bufalo e il bambino, Giuliano Ladolfi editore.  Una scelta che il suo nonno Ettore avrebbe apprezzato. Magari l’avrebbe rimproverata per qualcosa, “perché diciamolo pure -racconta un suo amico – lui aveva un caratteraccio”, però poi l’avrebbe stretta a se dimostrandole con il sorriso contagioso, quanto fosse felice che gli piacesse la sua ironia e quanto fosse cresciuta e bella.

Ettore Masina era rigoroso, ma al tempo stesso passionale e grande amante dei giochi con le parole. La sua testimonianza resterà per sempre anche grazie alla maestria del saperle trattare.

di Marco Giovannelli

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ALTO ADIGE

Il mondo cattolico piange la scomparsa di Ettore Masina

BOLZANO. Anche in Alto Adige il mondo cattolico piange la scomparsa di Ettore Masina. Scrive Francesco Comina: «È in un formidabile incrocio fra profezia e testimonianza che Ettore Masina ha fatto tutto quello che ha fatto: il giornalista, lo scrittore, il fondatore di un movimento di solidarietà internazionale (Rete Radié Resch), il politico (deputato alla Camera per due legislature), il conferenziere, il romanziere, il poeta, il marito, il padre di famiglia e il nonno. La sua penna annotava la storia. Riusciva ad entrarci dalle zone più esposte, scandagliando la terra più profonda dove vagano, come in un labirinto di spettri, gli anonimi che non contano, i respinti, i sospinti, i dannati. Fu con papa Giovanni che i problemi assoluti della politica e della fede cominciarono a diventare materia di dibattito culturale e di rinnovamento ecclesiale. Fu uno dei primi in Italiam insieme a Paolo Giuntella e a Pietro Scoppola, a capire l’ importanza di una tale testimonianza. Scrisse un testo commovente che contribuì alla diffusione della figura di Mayr-Nusser a livello italiano: “Una testimonianza – scrisse – da proporre ai giovani delle scuole medie e superiori che sono sono stufi di lezioni «buonistiche» non sostenute da testimonianze coraggiose. Da porre al centro di dibattiti culturali e religiosi, molti dei quali, oggi, sembrano troppo spesso ridotti a chiacchiericci campanilistici. Una testimonianza da contrapporre al revisionismo storico di marca cattolica o (molto peggio!) cattolicheggiante: Un santo finalmente finalmente, non tratto a forza dai secoli scorsi ma raccolto dalla storia di molti di noi”».

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ll Manifesto

L’ultimo addio a Ettore Masina

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PUBBLICATO29.6.2017, 22:32

È morto mercoledì sera a 88 anni il giornalista e scrittore Ettore Masina. Era stato a lungo inviato de Il Giorno e poi del Tg2. Durante il Concilio e il post-Concilio ha partecipato al dibattito della Chiesa coinvolgendosi sulle sorti del Terzo mondo in rivolta. Dopo aver seguito Paolo VI nello storico viaggio in Terra Santa, sconvolto dalla miseria dei palestinesi e incoraggiato dal sacerdote francese Paul Gauthier, nel 1964 fondò e coordinò per 30 anni, l’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch (dal nome di una bimba palestinese di Nazareth morta di polmonite).

Dal 1983 al 1992 è stato deputato per la Sinistra Indipendente. Fu anche eletto all’unanimità presidente della Commissione Diritti Umani. Con il suo impegno, fortemente terzomondista, ha guidato delegazioni italiane nei campi profughi palestinesi e in diversi Paesi africani; è stato osservatore nelle elezioni cilene del 1989. Poi presidente dell’Associazione Italia-Vietnam (quando tutti si sono dimenticati del Vietnam), collaborando in quel periodo anche con il manifesto, e dell’Associazione Italia-Sudafrica.

Ha pubblicato decine di saggi, romanzi, biografie, tra cui quella di padre Oscar Romero. E tre volumi autobiografici (Diario di un cattolico errante, Gamberetti, 1997; Il prevalente passato, Rubbettino, 2000; L’airone di Orbetello, Storia e storie di un cattocomunista, Rubbettino, 2005).

Nel ’98 gli è stato attribuita dall’Archivio Disarmo la «Colomba d’oro per la pace».

Alla moglie Clotilde Buraggi e ai i tre figli Emilio, Lucia e Pietro l’abbraccio de il manifesto.

L’ultimo saluto oggi (venerdì 30), alle 12 nella chiesa di San Frumenzio a Roma.

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MOSAICO DI PACE

In ricordo di Ettore Masina

29 giugno 2017 – La redazione

Mentre andiamo in stampa con il numero di luglio di Mosaico di pace, nel quale ospitiamo una profonda riflessione di Domenico Gallo in ricordo del “grande giurista da parte dell’umanità”, Stefano Rodotà, abbiamo appreso della morte di un altro grande maestro per tutti noi: Ettore Masina.Preghiamo per lui e vogliamo ricordarlo ripubblicando un suo articolo scritto per Mosaico di pace nel numero di marzo 2005, riservandoci di raccontare la sua grande umanità e il suo pensiero nel numero di settembre di Mosaico di pace.

La redazione

 

Mosaico di pace/marzo 2005

La differenza fondamentale

Si identificò con i poveri. Fino a chiamarli per nome. Fino a condividere le loro ingiustizie. Mons. Romero fu ammazzato per questa scelta. Breve storia di una Chiesa incarnata. Come poche altre.

Ettore Masina

 

Se rivisito i miei ricordi più emozionanti, subito torno a un pomeriggio di sole a San Salvador. È il 4 febbraio 1992. Accanto alla cattedrale, la grande Piazza Civica, luogo, sino all’altro giorno, di orrendi massacri, oggi è piena di gente che sorride. Stamattina è stato firmato l’armistizio fra governo e guerriglia. Dopo tanti anni di guerra civile (e 75 mila morti in un Paese di 5 milioni di abitanti, grande come la Toscana) le famiglie lacerate da un conflitto che sembrava insanabile vanno ricomponendosi, le divise mimetiche dei soldati e i fazzoletti rossi dei guerriglieri punteggiano la folla, gli sguardi non sono più di odio. Al tramonto, un’orchestrina comincia a suonare, coppie di giovani e meno giovani si allacciano nel ballo. Su un fianco della cattedrale è stata appesa una gigantografia dell’arcivescovo Romero, assassinato dodici anni prima, il 24 marzo 1980. Molti, anche fra i ballerini, guardano quell’immagine, sorridendo; qualcuno, passandole accanto, si fa il segno della croce. Sulla gigantografia, una scritta: “Monsignore, sei risorto nel tuo popolo”. È il compimento di una profezia, lui lo aveva detto: “Se mi uccidono, risorgerò nel popolo”.

 

I poveri e i martiri

Ho pubblicato da più di dieci anni L’arcivescovo deve morire: Monsignor Romero e il suo popolo, un lavoro che talvolta mi obbligava a mettermi in ginocchio per la luminosità della fede che dovevo descrivere, e poi ho continuato a raccogliere con amore documenti e testimonianze sulla vicenda; ma quelle parole sulla gigantografia mi sembrano il documento che meglio racchiude in sé una semplice ma straordinaria verità. I poveri non dimenticano i loro martiri. E Romero fu soprattutto “loro”, dei poveri.

Questa unione dei vescovi con poveri che Dio gli ha affidato rimane spesso un’ideale quasi irraggiungibile. Il passato che grava sulle spalle della Chiesa (e che neppure il Concilio è riuscito a rimuovere completamente) ha reso difficile questa possibilità: è difficile per un teologo parlare la stessa lingua degli analfabeti, è difficile per un povero entrare in un palazzo vescovile e superare gli sbarramenti dei segretari; e poi, dopo i concordati, le “autorità” profane finiscono per cooptare i vescovi e lo stesso fanno i ricchi, magari proponendosi come benefattori. Dopo la sua conversione ai poveri Romero fece del suo pulpito un luogo sacro in cui venivano proclamate ogni domenica le storie e i nomi dei poveri, vittime della violenza dei potenti.

 

Alle radici della conversione

Che vuol dire “conversione ai poveri”?

Perché dire che Romero fu convertito dai poveri? Perché egli cominciò a leggere sine glossa, cioè senza mediazioni e senza attenuazioni, il Vangelo di Marco (XXV, 31-46) in cui Gesù annunzia la propria identificazione con i poveri (“Quello che avete fatto loro è a me che lo avete fatto”) e ammonisce che la condizione dei poveri è testimonianza, o meno, della nostra fedeltà a Lui. Ed essere fedeli a Lui significa non andare spavaldamente incontro a grandi pericoli, che sarebbe sciocco, ma neppure cedere alla prudenza mondana. Come fu convertito Romero, in questo senso? Era già un sacerdote molto pio, ma dominato da molte paure per se stesso e per la Chiesa. Diventato arcivescovo di San Salvador, una sera, venti giorni dopo il suo ingresso nella diocesi, riceve una chiamata: i fascisti al servizio dei grandi fazenderos gli hanno ucciso un prete, un gesuita di nome Rutilio Grande, che annunziava con forza il Vangelo di giustizia. Lo hanno ammazzato con due campesinos, un vecchio e un ragazzo, quasi emblemi di tre generazioni. Romero accorre nella chiesetta di campagna in cui sono stati portati i tre cadaveri. La folla trabocca dal tempio, ci sono contadini giunti da tutti i villaggi vicini. Ha scritto poi un testimone, padre Jon Sobrino: “Quel vescovo, di cui sapevo appena che era stato molto conservatore e psicologicamente debole, adesso sentiva che quelle centinaia di campesinos, inermi davanti alla repressione – quella che già subivano e quella che prevedevano – gli stavano chiedendo che li difendesse. E la risposta di Romero fu quella di diventare il loro difensore, essere la voce dei senza voce”. Da allora l’arcivescovo vedrà assassinare, spesso dopo orribili torture, sacerdoti, catechisti, suore, cari amici. Sarà tentato dalla paura, umiliato e offeso da chi avrebbe dovuto essergli vicino, calunniato a Roma, presentato come un candido sciocco “strumentalizzato dai comunisti”, accusato di complicità con la guerriglia, isolato da tanti “cristiani d’ordine e di buonsenso”. Risponderà: “La Chiesa, popolo di Dio nella storia, non si installa in alcun sistema sociale, in nessuna organizzazione politica, in nessun partito. La Chiesa non si lascia incasellare da nessuna di queste forze perché essa è l’eterna pellegrina della storia (…). I cristiani devono lavorare anche nei progetti della storia, ma non devono mai essere giocattoli nelle mani dei potenti.

 

Non vi è lecito

A 59 anni, l’età in cui normalmente negli uomini cominciano a indurirsi le vene e le idee, Romero riceve dai poveri la forza dell’inermità e della speranza. È stato definito uno “zelante pastore” ed è così: in buona parte della sua vita pastorale somiglia a certi vescovi delle “zone bianche” italiane, quelle in cui il benessere è legato alla tradizione cattolica: presiede novene, va a inaugurare corsi di cucito, assiste a rappresentazioni teatrali di bambini, ma si muove su scarpe le cui suole sono bagnate di sangue. Dovunque c’è un assassinio o addirittura un eccidio, Romero arriva a ricomporre corpi spezzati, consolare famiglie, additare responsabilità; e la domenica, in cattedrale denunzia soprusi, e grida ai governanti e ai ricchi che li esprimono un “Non ti è lecito” che ha risonanze profetiche. Condanna le violenze, tutte le violenze, ma non tace che quella dei militari e degli squadroni della morte è intenzionalmente diretta anche verso persone del tutto inermi. Arriva il momento in cui vede con certezza che lo uccideranno. Racconta nella sua ultima omelia: “Durante la settimana, mentre vado raccogliendo il grido del popolo, il dolore per così grandi delitti, l’ignominia di tanta violenza, chiedo al Signore che mi dia la parola opportuna per consolare, denunziare, chiamare a pentimento”. Una folla enorme lo ascolta e molte radio lo trasmettono. È il 23 marzo 1980 e l’arcivescovo, questa volta non eleva la sua voce soltanto contro il governo militare, si rivolge direttamente ai soldati: “Fratelli, siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: ‘Non uccidere’. Nessun soldato è tenuto a obbedire a un ordine che è contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno deve adempierla. È tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può tacere davanti a tanto orrore (…). In nome di Dio, allora, di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione”. Il giorno dopo, mentre celebra la messa nella piccola chiesa di un ospedale, un sicario dell’estrema destra gli spacca il cuore con un colpo di fucile.

 

La santità di monsignore

Sono passati 25 anni e l’arcivescovo non è stato dichiarato santo, cosa che risulta incomprensibile a chi abbia indagato con amoroso rispetto la sua vita e le ragioni del suo martirio. Nel Salvador la speranza di vita è assai bassa e la maggior parte dei contemporanei di monsignor Romero se n’è andata.

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VITA TRENTINA

Giornalismo in lutto per la morte di Ettore Masina

Vaticanista e fondatore dell’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch. Il ritratto di Ettore Masina nelle parole di Fulvio Gardumi

Il mondo del giornalismo piange la scomparsa di Ettore Masina, giornalista, scrittore e politico italiano, deceduto martedì a Roma all’età di 88 anni. Nato nel 1928, è stato uno dei vaticanisti più conosciuti. Masina ha fondato La Rete, associazione di solidarietà internazionale attiva in numerose città italiane, tra cui anche Trento e Rovereto.

“Grande personalità del mondo giornalistico e del cattolicesimo democratico italiano”. Il ritratto di Ettore Masina nel servizio del giornalista Fulvio Gardumi. (ascolta qui sotto)

Fondò la Rete Radié Resch

ADDIO A ETTORE MASINA,

GIORNALISTA DALLA PARTE

DEGLI OPPRESSI

E’ morto martedì sera a Roma il giornalista, scrittore e politico italiano Ettore Masina. Aveva 88 anni, essendo nato a Breno, in Valcamonica, nel 1928. La sua attività di giornalista era cominciata al “Giorno”, per il quale ha seguito i lavori del Concilio Vaticano II, diventando uno dei “vaticanisti” più conosciuti ed attenti. Masina lavorò poi alla Rai, come conduttore del TG2 e curatore di rubriche molto seguite. Fu amico personale di Paolo VI, che aveva conosciuto come vescovo di Milano. E proprio seguendo come inviato il primo viaggio all’estero di Paolo VI, in Terra Santa nel 1964, conobbe il prete operaio francese Paul Gauthier, che lavorava a Nazareth con i suoi “Compagni di Gesù Carpentiere” nella costruzione di case a riscatto per i palestinesi più poveri, che vivevano ancora in grotte come quella in cui era nato Gesù duemila anni prima.

Quell’incontro segnò una svolta nella vita di Masina. Si sentì interpellato da Gauthier, che all’epoca guidava un movimento di padri conciliari denominato “Chiesa dei Poveri”, e decise, su suo suggerimento, di fondare una rete di solidarietà basata sull’autotassazione, come segno di restituzione ai poveri di quanto il Nord del mondo rapisce al Sud. La Rete fu intitolata a una bambina palestinese, Radié Resch, morta di polmonite in una grotta in cui la sua famiglia viveva, in attesa di ottenere una casa costruita da Gauthier con i finanziamenti della Rete. Nell’agonia Radié – nome che in arabo significa ‘grazie a Dio’ – aveva continuato a ripetere “Io laverò i vetri della nostra casa”. Perciò Gauthier aveva commentato: “Radié è andata in una città migliore e di lassù ci aiuterà a lavare gli occhi di chi non vede la necessità di dividere i suoi beni con i poveri”.

In seguito Gauthier si trasferì in Brasile e da allora la Rete allargò la sua attività anche all’America Latina, che dagli anni ’60 in poi fu insanguinata da spaventose dittature. La Rete, presente tuttora in numerose città italiane, è attiva anche a Trento e Rovereto.

Masina ebbe anche un impegno diretto in politica: eletto nel 1983 come parlamentare della Sinistra Indipendente, fu rieletto nel 1988 e rimase in Parlamento fino al 1992. Numerosi anche i libri scritti da Masina. Tra i più noti la biografia del vescovo martire Oscar Romero, pubblicata dalla casa editrice trentina Il Margine. Anche il recente libro di Francesco Comina dedicato a Josef Mayr-Nusser ha una pregnante prefazione di Ettore Masina.

Fulvio Gardumi

Vita Trentina, 2 luglio 2017

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ECONOMIA ITALIANA

È morto Ettore Masina: giornalista, parlamentare, scrittore, ma soprattutto un grande testimone del Novecento

La sua attività intellettuale ha sempre corso in parallelo con l’impegno civile. Il ricordo di Marco Giovannelli


29/06/2017

Si è spento un grande uomo. Tra poco Ettore Masina avrebbe compiuto 89 anni. Giornalista, parlamentare, scrittore, ma soprattutto un grande testimone del Novecento. La sua attività intellettuale ha sempre corso in parallelo con l’impegno civile. Masina è stato promotore di molte iniziative di solidarietà internazionale volte a realizzare progetti concreti.
Come quello che nel 1964 aveva firmato con il prete francese Paul Gauthier, che viveva in Palestina dove, come carpentiere, aveva avviato una singolare esperienza di solidarietà con i poveri, scegliendo dapprima 
Nazaret e poi allargando la presenza della sua comunità di religiosi e operai anche all’America Latina. Da quella esperienza nacque la Rete Radié Resch.
Cattolico praticante, è stato a lungo uno dei vaticanisti più accreditati. La sua attività professionale lo aveva però portato presto in contatto con i più poveri, con gli ultimi, i perseguitati. Era così passato dallo scrivere il suo primo libro nel 1972, 
Il Vangelo secondo gli anonimi, a L’arcivescovo deve morire, la biografia più letta su Monsignor Romero ucciso a San Salvador dagli squadroni della morte mentre celebrava messa nel 1980.
Nato a Breno, in Valcamonica, il 4 settembre del 1928, si trasferì a Varese iniziando presto la carriera giornalistica a 
Il Giorno.
Ettore Masina è morto nella sua abitazione a Roma. Da tempo era malato, ma aveva affrontato la sua condizione con grande serenità assistito dai suo cari. A Varese ha ancora molti affetti, come il fratello Ernesto, per tanti anni dirigente e anche lui scrittore, suo cognato (la sorella Marisa è scomparsa da poco) e numerosi nipoti.
A questo punto riprendiamo la bella biografia pubblicata su Wikipedia. Chi l’ha scritta ha conosciuto una parte importante della vita pubblica di Ettore Masina.
Seguendo la professione del padre, la sua famiglia si trasferisce in diverse città, stabilendosi poi a Varese. Masina inizia l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver lasciato gli studi di medicina; lavora a 
Il Giorno, come inviato speciale e informatore religioso. Si trasferisce nel 1964 a Roma, da dove allora risiede; come vaticanista, segue il Concilio Vaticano II pubblicando delle cronache rimaste celebri, che gli procurano una grande notorietà nell’ambiente dell’informazione. Sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, si trasferisce nel 1969 alla RAI; il suo rapporto, non solo professionale, con Paolo VI è un segnale della professionalità che Masina ha acquisito nell’informazione religiosa.
Proseguiva intanto l’attività giornalistica, che aveva assunto sempre più un taglio “impegnato”; nel 1976 iniziò a condurre il TG2, e condivise il lavoro con alcuni celebri giornalisti come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Venne comunque osteggiato per il suo impegno dichiaratamente “di parte”.
Nel 1983 lasciò l’attività giornalistica per quella politica. Fu eletto deputato nella Sinistra Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, per più mandati fino al 1992; come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo scioglimento del PCI, è stato membro della direzione del PDS.
Dopo la chiusura della sua attività politica, sarebbe proseguita la sua opera di giornalista (
Segno del MondoJesusLatinoamerica etc.), attento osservatore di temi politici ed ecclesiali, e fecondo animatore di dibattiti culturali in giro per l’Italia.

(riproduzione riservata)

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LA STAMPA

L’addio del vaticanista Masina

Dal Giorno alla Rai. Le cronache dal Concilio. Ma anche quella Rete di solidarietà fondata con Paul Gauthier, dopo il viaggio al seguito di Paolo VI in Terrasanta

MARCO RONCALLI

ROMA

Assistito dall’affetto della sua famiglia, Ettore Masina si è spento ieri- 28 giugno – a Roma, a pochi mesi dagli 89 anni che avrebbe compiuto il prossimo 4 settembre. Giornalista vaticanista di lungo corso, parlamentare, Masina è stato anche impegnato – per decenni – in programmi di solidarietà e di difesa dei diritti in diversi paesi del mondo. Era nato a Breno, provincia di Brescia, in Val Camonica, nel 1928, ma seguendo i trasferimenti del padre per lavoro, aveva abitato successivamente in diverse città: da Bengasi a Varese, da Brescia a Milano. Aveva iniziato l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver abbandonato la facoltà di medicina.  

È Italo Pietra, direttore del Giorno (dal 1960 al 1972), a mandarlo a Roma nel ’64 a seguire come vaticanista i lavori del Concilio: l’eredità giovannea raccolta da Paolo VI. E le cronache che ne fa Masina (noto a Giovanni Battista Montini che quand’era arcivescovo di Milano l’aveva più volte consultato) gli procurano notorietà: a tutti gli effetti è il primo vaticanista del quotidiano dell’Eni che, dopo la svolta del Vaticano II, capisce l’ importanza dell’informazione religiosa, e vuole dilatarla.  

Non solo. La casa di Masina nella Capitale, ben presto diventa un luogo di incontri informali fra vescovi, giornalisti, teologi, in particolare provenienti dall’America Latina, ma non solo. Masina segue Paolo VI (del quale secondo Le Monde è «il giornalista più vicino al pensiero se non alla persona»), anche nel famoso viaggio in Terrasanta, e al suo rientro, dopo aver conosciuto il prete-operaio francese Paul Gauthier (carpentiere a Nazareth tra i poveri) fonda con lui «Rete Radié Resch» (intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una baracca). È l’inizio di una lunga avventura costellata di aspirazioni ideali, ma pure di concrete iniziative, di aiuti ai più bisognosi nelle periferie del mondo, che trova forte sostegno anche da parte della moglie di Masina, Clotilde. È il momento in cui a Masina si fissano in mente parole dette una volta da Paolo VI: «Vi sono tempi in cui l’unico vero realismo è quello delle utopie».  

In seguito lascia Il Giorno (dove il suo posto viene preso da Giancarlo Zizola) e, sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, passa alla Rai. È il ’69. Vi lavorerà sino all’ ’83 con l’etichetta di «cattocomunista», anche accanto a Peppino Fiori e Andrea Barbato.  

Poi eccolo compiere il salto diretto in politica, venendo eletto parlamentare per più mandati nella Sinistra indipendente e nella X legislatura assumendo la carica di presidente del comitato permanente per i diritti umani. Conclusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprende ad animare dibattiti culturali in giro per l’Italia, a parlare del «suo» terzo mondo, di umanità oppressa dall’ingiustizia e dalla miseria.  

Spesso intransigente, garbato, ma con toni durissimi (che non rinunciano per esempio ad attaccare il presidente della Repubblica Ciampi per un premio ad Oriana Fallaci, ritirato da monsignor Rino Fisichella), Masina non ha mai rallentato, sinché gli è stato possibile, il suo confronto costante con l’attualità. Lo ha fatto attraverso conferenze ovunque: scuole e parrocchie, sedi di associazioni e circoli culturali. 

Lo ha fatto con articoli (negli ultimi tempi con una rubrica su Jesus) e libri di diverso registro su temi ecclesiali e politici (e ricorrendo a metafore).  

Abbracciando con uno sguardo la sua produzione complessiva si nota che è stato autore di saggi di carattere religioso («Il vangelo secondo gli anonimi» edito da Cittadella nel ’72; «Il Dio in ginocchio» e «Il Califfo ci manda a dire» con i tipi di Rusconi, apparsi nell’ 82 e nell’83) e di biografie (e qui va almeno ricordata quella dedicata a Oscar Romero con il titolo «L’arcivescovo deve morire», pubblicata nel 1995 dal Gruppo Abele di Torino).  

Ma Masina ha scritto parecchio anche di sé e delle sue vicende: per esempio nel «Diario di un cattolico errante. 1992-1997 – In viaggio fra santi, burocrati e guerriglieri» (Gamberetti 1997) e nelle pagine dell’«Airone di Orbetello. Storia e storie di un cattocomunista» (Rubbettino 2005) dove ancora riflette sulla difficoltà di essere cattolici e al contempo comunisti nella società odierna. Ed ha firmato diversi documentari d’autore (consiglio di rivedere i diciotto minuti titolati «L’anno della riconciliazione – Anno Santo 1975»). Ricordo poi che, dopo averlo conosciuto sul campo per aver realizzato con lui un lavoro su Giovanni XXIII dal titolo «Cari figlioli» per San Paolo Film (quando mi erano già noti importanti lavori da lui curati come il «Diario del Concilio» di Henri Fesquet uscito da Mursia nel 1967), più volte ho reincontrato il Masina romanziere sia a Roma, sia nella redazione della San Paolo a Cinisello Balsamo – alle porte di Milano – quando lavorava sulle ultime bozze di titoli – poi di successo – come «Il Vincere» (1994), «Il Volo del Passero» (1997); «I gabbiani di Fringen» (1999): tutti con le edizioni allora dirette dal sacerdote paolino don Antonio Tarzia e dove Masina aveva come interlocutore l’editor per la narrativa Marco Beck giunto da Mondadori. In precedenza nel ’94 aveva già superato brillantemente prove con «Comprare un santo» per i tipi di Camunia (ambientato tra la sua provincia bresciana e la Roma del ’700), e ancor prima con «Il ferro e il miele» uscito da Rusconi nel 1983.  

Testimone di momenti cruciali della storia del nostro ’900 (e non solo) Masina ha tenuto a lungo una sua «Lettera» periodica, lì sovente esprimendo la sua visione critica, talora sferzante, sui fatti più salienti. Una visione comunicata spesso, sulla carta come nei colloqui diretti, con uno stile – è stato scritto «fatto di gridi a voce trattenuta, e di silenzi, di aggressioni: e di dolcezza, e di tenerezze…». Era un po’ tutto questo nel suo modo di scrivere e di agire. Domani 30 giugno alle 12 i funerali nella chiesa romana di San Frumenzio, ai Prati. 

Pubblicato il 29/06/2017

Ultima modifica il 29/06/2017 alle ore 14:20

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TUSCIAWEB

Cultura – E’ morto Ettore Masina, giornalista, politico e scrittore

Un borghese è passato per la cruna di un ago…

di Carlo Galeotti

Viterbo – Un borghese è passato per la cruna di un ago…. E’ morto Ettore Masina un giornalista, ma soprattutto un cristiano. Un cristiano tenace e testardo. Sì avete capito bene: un cristiano. Uno dei pochissimi che mi è capitato di incontrare.

Martedì se ne andato a 89 anni un cristiano che, nel segno del Vangelo di Cristo, s’era schierato dalla parte dei poveri. Dei poveri di tutto il Mondo.

Ho incontrato Ettore, grazie a un altro giornalista viterbese Marco Giovannelli, che ieri mattina mi ha dato la notizia. “E’ morto Ettore”, mi ha scritto. E in un istante la fase più bella e densa della mia vita è tornata con immagini, sapori, suoni, odori…

L’incontro con Ettore, eravamo poco più che liceali, ci mise in contatto con i poveri del Mondo. Erano tempi di potenti ideologie che davano senso alla vita. Già con un prete – contadino, don Franco Magalotti, facevamo attività di liberazione. L’impegno era per i portatori di handicap.

Ettore aprì i nostri occhi al Mondo. Vaticanista, aveva seguito il concilio Vaticano II e soprattutto il viaggio di Paolo VI in Palestina. Un viaggio che svelò al borghese cristiano, Ettore Masina, che, nella terra del Cristo, ancora si moriva nella grotte.

In Palestina c’era un prete del concilio Paul Gauthier. Un prete muratore che costruiva case per i palestinesi. Ettore gli chiese cosa potevamo fare noi in Italia per quei poveri. Paul Gauthier, con la concretezza dei preti, quando sono preti, gli disse più o meno: “Autotassatevi mensilmente, con questi soldi costruiremo le case per i palestinesi. Poi le affitteremo e con il ricavato costruiremo altre case”. Tornato in Italia, Ettore mise in piedi una organizzazione: la Rete Radié Resch, dal nome di una bimba morta in una grotta in Palestina. Chi aderiva si autotassava mensilmente. Prima furono finanziate le case dei Palestinesi, poi ilFrente sandinista de liberación nacional, il Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional in Salvador, i prigionieri politici in Uruguay, i compagni brasiliani, cileni…

E poi ci fu l’incontro con la teologia della liberazione. I fratelli Boff, Gutierrez, Helder Camara, Frei Betto, Cardenal, Oscar Romero… Ma anche figure meno conosciute e forse più carismatiche.

A Ettore debbo l’incontro con un intero universo umano e intellettuale. Dobbiamo una esperienza di vita infinitamente grande e densa di significati. L’incontro con la rivoluzione sandinista. Con Bernardino Formiconi, sacerdote in quel tempo rappresentate del Fronte Sandinista in Italia, protagonista, con la sua parrocchia a Managua, della sollevazione popolare contro il dittatore Somoza. Insieme a don Franco, Bernardino, un angelo in terra, officiò anche il mio matrimonio. Erano tempi in cui il privato esisteva poco. E si intrecciava con la politica in modo indissolubile. Un modo che oggi non riusciamo più neppure a spiegare ai nostri figli.

Ettore era questo, per noi, ma era anche molto altro. In un Italia di “cioccolatai”, l’espressione era spesso usata da Ettore, lui era un borghese che io pensavo tagliato con la roncola. E sì perché Ettore aveva un carattere a tratti tagliente. Duro. D’altra parte non si nasce in Valcamonica per caso. Ricordo l’impressione che mi fecero le sue certezze. A me, che venivo da un quartiere popolare e che, se guardavo indietro nella mia famiglia, trovavo gente straordinaria ma al massimo con la terza elementare, Ettore mi sembrò subito di un’altra razza. Un borghese per di più con tutte le verità di un cristiano. Un altro mondo. Anche sul piano intellettuale e caratteriale.

Ecco, in un’Italia di cioccolatai, è esistito un uomo come Ettore. Impressionante per rigore intellettuale, per coerenza, per forza nell’azione politica e sociale. Beh per uno come me, era incredibile un personaggio di questo tipo. Un personaggio che ha segnato la mia vita e quella di molti miei amici. A iniziare da Marco Giovannelli e tanti altri con cui ho condiviso vita, scelte politiche e religiose.

Ettore era però soprattutto un professionista della parola. Scritta e parlata. I suoi libri e suoi articoli ci hanno insegnato a scrivere. Confesso, ora te lo posso dire caro Ettore, qualche forma retorica te l’ho rubata. Ho clonato delle forme sintattiche.

Ettore dette vita in Rai a trasmissioni come Gulliver. Fatta di parola e immagini.

Venne anche a sostenere la mia candidatura, da indipendente di sinistra, a consigliere comunale a Viterbo. Non chiedetemi che anno era. So che c’era ancora il Pci.

Ebbene Ettore, grande oratore oserei dire, fatte le debite proporzioni, alla Martin Luther King, interviene a un incontro e, con una professionalità incredibile, nel suo discorso ogni tanto sottolineava: “Come ha detto Galeotti…”. Insomma, se uno fa un lavoro, lo deve fare seriamente. Se si sostiene un candidato con un discorso, così si fa.

Ettore mi permise anche, grazie alla Rete Radié Resch, di fare un’altra cosa importante. In quel tempo lavoravo a Varese, partii per Rimini, dove c’era l’incontro nazionale della Rete. Il tutto per intervistare un piccolo uomo brasiliano che era un gigante: Frei Betto. Uno dei più grandi intellettuali del Brasile era infatti ospite della Rete.

Ecco ora mi sembra, caro Ettore, di averti detto cose che nel corso di questa vita infernale non ho avuto il tempo di dirti a voce. Prendilo come un grazie un po’ articolato.

E sappi che sei sempre nella mia mente quando dico Vangelo. Quando dico speranza…

Carlo Galeotti

I funerali di Masina si svolgeranno nella chiesa di San Frumenzio nel quartiere di Prati a Roma venerdì alle 12.

Chi era Ettore Masina

Seguendo la professione del padre, la sua famiglia si trasferisce in diverse città, stabilendosi poi a Varese. Masina inizia l’attività giornalistica nel 1952, dopo aver lasciato gli studi di medicina; lavora al Giorno, come inviato speciale e informatore religioso. Si trasferisce nel 1964 a Roma, da dove allora risiede; come “vaticanista”, segue il Concilio Vaticano II pubblicando delle cronache rimaste celebri, che gli procurano una grande notorietà nell’ambiente dell’informazione. Sempre come giornalista esperto in tematiche religiose, si trasferisce nel 1969 alla Rai; il suo rapporto, non solo professionale, con Paolo VI è un segnale della professionalità che Masina ha acquisito nell’informazione religiosa.

Conosce nel 1964 il prete francese Paul Gauthier; questi viveva in Palestina, ove, come carpentiere, aveva avviato una singolare esperienza di solidarietà con i poveri, scegliendo dapprima Nazaret, e poi allargando la presenza della sua comunità di religiosi e operai anche all’America Latina.

Il viaggio con Paolo VI in Israele aveva fatto conoscere a Masina l’ambiente di cui Gauthier gli parlava, invitandolo nello stesso tempo a cambiare la sua prospettiva di vita e di impegno come credente. Assieme fondano l’associazione di solidarietà internazionale “Rete Radiè Resch”, prendendo il nome di una bambina palestinese morta di stenti nella sua abitazione fatiscente, mentre attendeva una nuova casa. La rete, strutturata in gruppi locali autonomi, lo vede coordinatore fino al 1994; in questo periodo diventa un’esperienza unica di cooperazione e di solidarietà, ma anche di sensibilizzazione sociale ed ecclesiale sulle povertà e i poveri del mondo.

Proseguiva intanto l’attività giornalistica, che aveva assunto sempre più un taglio “impegnato”; nel 1976 iniziò a condurre il Tg2, e condivide il lavoro con alcuni celebri giornalisti come Andrea Barbato, Giuseppe Fiori, Italo Moretti. Viene comunque osteggiato per il suo impegno dichiaratamente “di parte”.

Nel 1983 lasciò l’attività giornalistica per quella politica. Fu eletto deputato nella Sinistra indipendente nelle liste del Partito comunista italiano, per più mandati fino al 1992; come parlamentare, si è occupato della Commissione Esteri e del Comitato permanente per i diritti umani. Dopo lo sciogliemento del Pci, è stato membro della direzione del Pds.

Dopo la chiusura della sua attività politica, prosegue la sua opera di giornalista (Segno del Mondo, Jesus, Latinoamerica, etc.), attento osservatore di temi politici ed ecclesiali, e fecondo animatore di dibattiti culturali in giro per l’Italia; è anche un apprezzato scrittore.

Tiene contatto con la rete di amici e associazioni che ha costruito in questi anni mediante una “Lettera” periodica, in cui esprime la sua visione critica e nello stesso tempo credente sui fatti più salienti della vita italiana e internazionale.

29 giugno, 2017

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Giornalisti d’Italia

Grande amico di Paolo VI, aveva 88 anni. È stato vaticanista e conduttore del Tg2

Oggi i funerali del giornalista Ettore Masina

Scritto da Redazione il 30/06/2017 in Brutte notizieLazioRaiStampa cattolicaTelevisione |   0 commenti

Ettore Masina

ROMA – Saranno celebrati oggi, venerdì 30 giugno, a Roma, i funerali del giornalista Ettore Masina, 88 anni, apprezzato vaticanista della Rai, soprattutto al seguito di Paolo VI.
Nato a Breno della Val Camonica (Brescia) il 4 settembre 1928, era giornalista professionista iscritto all’Ordine del Lazio dal 20 agosto 1954.
Viveva a Roma dal 1964, dove si era trasferito dopo l’elezione a papa del suo amico Giovanni Battista Montini, che aveva conosciuto come arcivescovo di Milano.
In occasione di un viaggio papale in Palestina, Masina aveva conosciuto  il sacerdote francese Paul Gauthier, con il quale aveva fondato la “Rete Radié Resch”. Rete di solidarietàinternazionale intitolata ad una bambina palestinese morta di stenti.
In Rai dal 1969 e dal 1976, è stato conduttore del Tg2 lavorando con Andrea Barbato, Italo Moretti e Giuseppe Fiori. Nel 1983 il salto in politica, eletto parlamentare nelle fila della Sinistra indipendente e poi con il Pci per più mandati fino al 1992, svolgendo tra gli altri il ruolo di segretario della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Dopo lo scioglimento del Pci è stato membro della direzione del Pds.
Chiusa a metà anni ’90 la stagione politica, Masina riprese l’attività giornalistica e di scrittura, sempre nel segno dell’impegno osservatore attento e profondo di temi politici ed ecclesiali. Fecondo autore di saggi religiosi e di tante biografie, è stato apprezzato scrittore di romanzi e racconti, tra cui Il Vincere, pubblicato nel 1994.
Ettore Masina lascia la moglie Clotilde Buraggi, figli Emilio, Lucia e Pietro e sei nipoti. I funerali saranno celebrati oggi, alle ore 12, nella chiesa di San Frumenzio a Roma. (giornalistitalia.it)

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L’Adige, 29 giugno 2017

Giornalista, scrittore e politico. Illuminanti le sue cronache del Concilio. Fondò Rete Radié Resch

GLI ULTIMI PIANGONO ETTORE MASINA

di Fulvio Gardumi

E’ morto martedì sera a Roma Ettore Masina, giornalista, scrittore e politico italiano. Avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 4 settembre. Nato a Breno, in Valcamonica, ha trascorso gran parte della vita a Roma, dove ha lavorato come inviato speciale del “Giorno” e poi della Rai. In quella veste aveva compiuto numerosi viaggi in varie parti del mondo, coinvolte in guerre e rivoluzioni, avendo come colleghi alcuni dei più bei nomi del giornalismo e della letteratura italiana, da Eugenio Montale a Dino Buzzati, da Giorgio Bocca a Camilla Cederna, solo per citare i più noti. Per il “Giorno” Masina aveva seguito da vicino i lavori del Concilio Vaticano II, pubblicando delle cronache che fecero storia e diventando ben presto uno dei più grandi esperti di dinamiche ecclesiali. La sua amicizia personale con Paolo VI derivava dalla comune provenienza bresciana, ma si rafforzò proprio negli anni del Concilio. Nel 1964, seguendo da inviato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa (il primo viaggio all’estero di un Papa nell’età moderna), Masina conobbe a Nazareth un prete operaio francese, Paul Gauthier, che con alcuni confratelli aveva fondato la Compagnia di Gesù Carpentiere e stava costruendo delle case per i palestinesi più poveri. Per Masina quello era stato il primo impatto con la povertà di massa del Sud della Terra e fu uno choc che gli cambiò la vita. Gauthier, che all’epoca animava un gruppo di padri conciliari provenienti da tutto il mondo, riuniti sotto il nome di “Chiesa dei Poveri”, suggerì a Masina di creare una rete di amici che, autotassandosi come segno di restituzione di quanto il Nord rapina al Sud del mondo, inviasse le somme raccolte a famiglie palestinesi indigenti, che vivevano in grotte, permettendo loro di accedere alla cooperativa per la casa. Nacque così la Rete di solidarietà che Masina propose di chiamare col nome di una bambina di Nazareth, Radié Resch, che era morta di polmonite in un tugurio, in attesa che alla sua famiglia fosse assegnato una casa vera. La Rete fondata da Masina, presente in molte città italiane, tra cui anche Trento e Rovereto, si occupò da allora anche di altri oppressi della Terra, a cominciare da quelli dell’America Latina, continente che in quegli anni era insanguinato da orrende dittature.

Nel 1983 Masina entrò in politica, venendo eletto per più legislature come parlamentare della Sinistra Indipendente. Intensa è stata anche la sua attività di scrittore. Tra i suoi libri più noti una biografia del vescovo salvadoregno Oscar Romero, la cui versione più aggiornata è stata pubblicata qualche anno fa dalla casa editrice trentina Il Margine.

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UNIMONDO.ORG

Si è spento Ettore Masina, un altro vuoto incolmabile

Società civile

Venerdì, 30 Giugno 2017

Ettore Masina – Foto:Varesenews.it

Ettore Masina, giornalista, uomo politico e scrittore, fondatore di Rete Radié Resh, la rete di solidarietà attiva con il popolo palestinese ma anche con popoli dell’Africa e dell’America Latina, ci ha lasciati.  Il popolo palestinese perde un grande amico e il mondo, tutto, perde l’uomo che ha mostrato con coerenza e coraggio la possibilità di fondere comunismo e cristianesimo, impegno politico e sociale, puntando sempre sul rispetto dei diritti umani e della propria dignità professionale. Aveva quasi novant’anni ed ancora, all’occasione, diceva di essere profondamente innamorato di sua moglie, Clotilde. Chi ha conosciuto Clotilde, psicoterapeuta di professione e accompagnatrice per scelta di suo marito, non ha motivo di dubitarne.

Ettore Masina lasciò gli studi di medicina e iniziò molto giovane a lavorare per “Il Giorno” che lo incaricò di seguire  il Concilio Vaticano II. Furono i suoi ottimi reportages come vaticanista a farlo assumere in Rai come consulente religioso. Ma Masina era anche  un caparbio “catto-comunista” che per le sue posizioni  essere stato seriamente ostacolato da due dei tre direttori del TG con cui lavorò tanto da averne la carriera stroncata. Ma di questo Masina ne parlava con una certa fierezza: essere ostacolato per le sue posizioni politiche “di parte”, gli permetteva di affermare che in realtà  lui di parte lo era, in quanto stava dalla parte degli oppressi ed era convintamente tanto comunista che cattolico.

Il suo viaggio in Palestina nel 1964 diede una svolta alla sua vita. In Palestina viveva il suo amico Paul Gauthier, prete operaio che lo invitava ad andare lì per capire cosa significasse calarsi in mezzo alla povertà in cui viveva il popolo palestinese.  Masina non  sapeva molto della situazione e andò per la prima volta al seguito di Paolo VI il quale, peraltro, fu il primo papa a visitare la Palestina scegliendo di non  pronunciare mai la parola Israele. Paolo VI decise anche di entrare da Amman piuttosto che da Tel Aviv e questo, nella simbologia diplomatica, rappresentava una chiara condanna verso lo Stato di Israele.

Fu in quell’occasione che Ettore Masina incontrò, insieme alla povertà di massa,  l’ingiustizia e la sopraffazione israeliane mascherate da autodifesa e ciò segnò per sempre il suo impegno contro le falsità della narrazione israeliana; fu lì che incontrò una bambina che si chiamava Radié Resh e che morì di freddo dopo che Israele aveva demolito la sua casa.

Masina raccontava che la bambina si era ammalata di polmonite perché non aveva più un tetto sotto cui ripararsi né cibi e cure adeguate per superare la malattia. Chi conosce la Palestina nei mesi invernali sa cosa significhi quel gelo terribile anche dentro le mura di una casa, figurarsi tra i cartoni e le lamiere di un tugurio come quello in cui morirono (e ancora ogni anno muoiono) di stenti, di malattie e di assideramento tanti palestinesi rimasti senza la protezione di una casa degna di questo nome. Quando Masina la incontrò, la piccola Radié Resh ormai era all’ultimo stadio della sua malattia e, nel delirio dovuto alla febbre altissima, immaginava di essere nella nuova casa promessa dalle istituzioni internazionali e di pulirne i vetri. Il suo ultimo sogno era una casa con le finestre!

Aveva gli occhi lucidi Ettore Masina quando raccontava questa storia, ma poco dopo, seguitando il racconto, il suo viso s’induriva ricordando che dopo il suo ritorno in “Terra santa”  con una delegazione parlamentare rappresentativa di tutto l’arco costituzionale, tutti i delegati, di qualunque partito, tornarono talmente scossi da quanto avevano visto da ritenere opportuno convocare  ufficialmente una conferenza stampa in Parlamento per affrontare il problema, almeno dal punto di vista umanitario.

Ma quando si parla di Palestina anche l’aspetto umanitario assume una connotazione politica, e questo lo sapeva e tuttora lo sa molto bene anche Israele, così come lo sanno i suoi sostenitori. Masina, quindi, proseguiva il suo racconto dicendo che i giornalisti accreditati in Parlamento all’epoca erano 135 e di questi non se ne presentarono né un quarto, né un decimo. Non si presentò nessuno! La longa manus israeliana aveva fatto le sue mosse: davanti al crimine che era semplicemente parte di una precisa strategia, era meglio il silenzio mediatico Poi sarebbe arrivata la narrazione addomesticata e infine l’opinione pubblica si sarebbe conformata a quanto narrato e in qualche anno il progetto israeliano si sarebbe compiuto con la “comprensione” e il consenso della stessa opinione pubblica internazionale “ben diretta”.

I giornalisti televisivi, così come quelli delle testate più significative, volendo far carriera, avrebbero imparato ad autocensurarsi e non ci sarebbe stato bisogno di imporre altre censure. Avrebbero svolto il loro compito di “opinion maker” in senso proprio, come previsto dalla “hasbara”. Questo successe allora. Questo ancora succede. Masina, uomo mite per eccellenza ed aperto al dialogo per formazione e convinzione, aveva delle posizioni molto dure su questo argomento e non accettava ipotesi dubitative circa la latitanza dell’informazione. Lui era un giornalista serio e sapeva di aver pagato per le sue posizioni politiche. Quando raccontava di questa esperienza aggiungeva di aver ben pensato, nel lontano 1964, quando decise di fondare un’organizzazione libera che potesse dar voce alle ragioni degli oppressi affinché si conoscesse la verità, tanto i media  mainstream avrebbero seguitato a dar voce alla narrazione della parte dominante, ovvero dell’oppressore.

Fu così che decise di costituire, con sua moglie e Paul Gauthier, la rete intestata alla bambina morta  sognando di pulire i vetri di una casa promessa e mai avuta.

Le nostre condoglianze a sua moglie, a tutta la sua famiglia e a quella parte di mondo rimasta orfana di un “catto-comunista” coraggioso e sensibile che lascia un ricordo tanto profondo quanto lo è il vuoto dovuto alla sua scomparsa.

Circolare nazionale Luglio-Agosto 2017
A cura della rete di Alessandria

Raccontiamo un’esperienza nella scuola primaria dell’alessandrino: mercoledì 12 aprile 2017 si è tenuta presso le Scuole di Solero (AL) la tradizionale “Giornata della memoria”, voluta e sostenuta dall’Associazione Comunicando, in collaborazione con la Rete Radié Resch, per stimolare negli alunni la riflessione su temi di attualità. Lo spunto di quest’anno è stato offerto dal docu-film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, cui i ragazzi di terza media hanno lavorato, con fatica e buona volontà, per avvicinare un tema delicato quale l’immigrazione.
Parlano i ragazzi: “Onestamente, all’inizio abbiamo fatto un po’ di fatica a seguire il lungometraggio, per la lentezza dell’azione, per la lingua utilizzata – il dialetto siciliano che si mescola alle varie voci dei migranti – e per le immagini spesso buie, che riproducono il cielo cupo della notte e della tempesta.
Fuocoammare ci parla di una delle tante realtà dei nostri giorni – gli sbarchi di migranti che, con crescente frequenza, avvengono lungo le coste italiane – e lo fa attraverso la storia di un’isola che è diventata il simbolo dell’emergenza e dell’accoglienza: Lampedusa”.
Parlano i migranti: “Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c’erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto. Nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c’era l’ISIS e non potevamo rimanere.
Abbiamo pianto in ginocchio: -Cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva, siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri. Solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti. Oggi siamo vivi.
Il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada. Ma oggi siamo vivi. Nella vita è rischioso non rischiare, perché la vita stessa è un rischio… Siamo andati in mare e non siamo morti”.
E’ il sogno di una scuola nuova, attenta al presente. Vorremmo rendere attuale l’insegnamento di d. Milani, un profeta che ci interroga ancora oggi.
“Però chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.” (Lettera ad una professoressa pag. 12).
La scomparsa di Ettore ci induce ad accomunarlo all’azione ed al pensiero del sacerdote di Barbiana: la passione per gli ultimi e gli esclusi sono stati lo scopo della loro vita.
Ognuno di noi nel suo quotidiano può fare la sua parte nella lotta per un mondo più giusto e più uguale.
Anche noi terminiamo con un aneddoto Zen.
Un monaco disse a Joshu: “Sono appena entrato a far parte del monastero. Ti prego, istruiscimi”. Joshu domandò: ”Hai mangiato la tua zuppa di riso?”. Il monaco rispose: “L’ho mangiata”. Joshu disse: ”Allora faresti meglio a lavare la tua ciotola”.

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, durante le vacanze estive la circolare mensile rallenta, di solito si ferma in agosto, o comunque quella di luglio serve anche per agosto. E sarà così anche ora. A fine giugno ci ha lasciati Ettore Masina, colui che ha fondato la Rete negli anni 60, giornalista al seguito di Paolo VI in Palestina, dove conobbe il prete francese Paul Gauthier, che costruiva case per i palestinesi e lanciò poi analoghe iniziative in Brasile con i compagnons batisseurs, sostenute dalla nuova organizzazione di supporto chiamata Rete, poi dedicata ad una bamibna palestinese. Le notizie su Ettore sono moltissime, e ne abbiamo parlato spesso; allego una memoria che ci hanno mandato gli amici di Lecco, con una foto. Ma vi invito a procurarvi un libro che parli specificamente di lui, o a raccogliere notizie sulla rete web, in Internet insomma. Ma ci saranno presto nuove iniziative per ricordare Ettore. E ne parleremo spesso: ciao Ettore! Ricordiamo fra le altre cose che Ettore volle lasciare il suo coordinamento personale della Rete, istituendo una segreteria a rotazione, tuttora funzionante, per cui la sua persona potè essere sostituita dal coordinamento, che prima era unitaria. E così le iniziative di solidarietà, le operazioni di aiuto, poterono svilupparsi in grande autonomia, con tante persone e tante sensibilità, in un mondo che cambia. Abbiamo mantenuto l’attenzione alla Palestina, e all’America Latina, ma tutte le iniziative sull’Africa sono partite per la sensibilità di persone dei diversi gruppi, perché sono le amicizie personali che creano legami e solidarietà. Il mondo negli anni 60 era molto diverso da quello di oggi, e sono le persone che si adattano alle diverse realtà, concretizzando la vera solidarietà degli scambi e dela conoscenza. Anche noi di Verona ci siamo avviati in un percorso di solidarietà con un luogo dell’Africa, con Adjumako, nel Ghana. E ci sarà presto un viaggio formale di un gruppo veronese, in ottobre, come si legge dalle parole sotto riportate, come già abbiamo riferito nei nostri incontri. E’ quindi tempo di interessarsi del Ghana e dell’Africa, un continente di cui si parla poco, e anzi ci cerca di rifiutare l’accoglienza e il sostegno, come se fossero i paesi dell’Africa che depredano di risorse i paesi “civili”, dell’Occidente, e per questo gli africani vogliono venire a rubarci il lavoro e le ricchezze. E si parla che è necessario aiutarli a casa loro: ci sono già amici che vivono “a casa loro”, e ci possono dare notizie dirette: basta leggere cosa scrivono su “Combonifem” le amiche suore comboniane, che dicono proprio questo, loro abitano là, come abitano in luoghi dove c’è bisogno di aiuto (pensate alla sorelle nella casa di Betania, in una casa divisa violentemente dal muro di separazione di Gerusalemme, mezza da una parte e mezza dall’altra!). Alex Zanotelli ha inviato un accorato invito ai giornalisti, ed a tutti quelli che si interessano di Africa, per essere più informati su quello che avviene in questo immenso continente, pieno di gente povera ed emarginata, che non conta niente perché non ha capitali, non determina le scelte di chi disponde di denaro e del potere. Ed anzi quelle popolazioni sono proprio depredate delle loro ricchezze. E padre Alex elenca i paesi africani in massima difficoltà, denunciando che è insopportabile il silenzio su questi stati così deboli e martirizzati, dall’interno e dall’esterno Allora il nostro prossimo impegno sarà di interessarci di più dei paesi africani, iniziando proprio dal Ghana, che è stato uno dei primi paesi a togliersi dal dominio coloniale, con Nkruma, alla fine degli anni 50. Ed è uno dei pochi paesi dove i dirigenti politici si alternano, dai vari partiti, interrompendo così la corruzione prevalente in strutture deboli e senza tutele. Mi piacerebbe affrontare come gruppo veronese della Rete uno studio generale dell’Africa, in relazione alla fine del colonialismo. Noi della Rete in ogni incontro con altre persone che si interessano di paesi lontani, quasi sempre poveri, abbiamo sempre fatto bella figura perché siamo trai pochi che conoscono la storia e la politica di quei paesi, perché chi vuol capire le ragioni della povertà deve sempre andare ad investigare su chi li ha dominati, e come. Iniziando dal Congo, che si è chiamato “belga”, guarda caso, perché era proprietà personale del Re del Belgio, e dal Sudafrica con l’oro e i diamanti, ed ora il coltan, dove Mandela sembra ormai quasi dimenticato! Ne parleremo presto anche nei nostri incontri, magari utilizzando le riviste comboniane ed i loro esperti-testimoni, ed ascoltando naturalmente le testimonianze dei viaggiatori che visiteranno il Ghana e gli amici di quel paese così interessante e così a rischio. Il percorso dell’indipendenza e dell’autonomia è sempre difficile e complicato, e non possiamo certo dire nemmeno noi, come italiani ed europei, di averlo percorso tutto e completato, e di aver raggiunto la democrazia! Un caro saluto a tutti, buona estate!
A presto
Dino e Silvana

Carissima, carissimo,
oggi, Apple, Amazon, Facebook, Google, Alibaba, Tercente, Huawei hanno superato singolarmente il prodotto interno lordo di Stati come Svezia, Norvegia o Svizzera, mentre il dolore innocente, la sofferenza dei piccoli, di miliardi di persone ci sta davanti, ci interpella. La risposta non può essere l’impotenza, un pessimismo senza fine o la depressione. Da ogni luogo di dolore può scaturire un altro sentire, un’altra prospettiva, un’altra speranza. Uomini e donne con poco, con gli occhi lucidi di lacrime ma risplendenti di speranza, di voglia di vivere. Di fronte a ciò è in gioco il senso profondo della vita. Le guerre, le sofferenze, l’ingiustizie non vanno in ferie. L’arrivo continuo di profughi in particolare dall’Africa, sono causati da un bisogno primario, scappano dalla fame. Il loro partire non contribuisce per nulla alla soluzione dell’arretratezza economica africana, ma anzi l’aggrava perchè sottrae continuamente forze giovani e adulte, le più importanti per la soluzione del problema. E così impoverisce ulteriormente quei paesi. Urge un impegno politico profondo per imparare a mettere a fuoco gli obiettivi. Individuare un obiettivo e impegnarsi a raggiungerlo, sicuramente comporterà momenti difficili ma possiamo svegliarsi ogni mattina con uno scopo e alla notte andare a dormire sapendo di aver fatto la nostra parte. Credo che questo sia il minimo indispensabile che possiamo fare. Organizzare la resistenza non è una corsa, è una maratona. L’obbligo di impegnarsi giorno dopo giorno. Penso alla “formica” don Milani che ha scommesso tutta la sua vita sulla scuola, avendo di fronte a se l’ignorante, la mancanza di cultura e di istruzione, ha scelta di impegnarsi per questa povertà; a Davide Maria Turoldo, provenendo dal mondo dei poveri, subito ha avuto davanti l’affamato dal mondo dei poveri; a quella dell’ex prete guerrigliero colombiano Camillo Torres, che aveva lasciato la tonaca per imbracciare il mitra, molto amato dal mondo cattolico in quegli anni per la sua visione di un socialismo cristiano… Sulle pareti di Barbiana non a caso era riportata l’esortazione di Che Guevara: “il ragazzo che non studia non è un buon rivoluzionario”.

In Marcia, in cammino, in nome del “NOI”
Dunque anche quest’anno il primo appuntamento di impegno sociale a prendere il via, dopo la pausa estiva, sarà quello della 24a Marcia della Giustizia che sabato 9 settembre si snoderà lungo le strade della provincia di Pistoia in Toscana, fra Agliana verso Quarrata. Ancora una volta, come avviene da ventiquattro anni, si marcerà nel nome dei beni comuni e della cultura delle corresponsabilità. Ancora una volta nel nome dei diritti negati ed in particolare per coloro che ancora non li conoscono. E quest’anno, per rafforzare bene quanto siano fondamentali i richiami, le attenzioni per gli altri, ecco che il tema della 24a Marcia della Giustizia, come rimanda anche lo stesso manifesto, sarà il richiamo al dovere dell’impegno. Andando anche oltre, coinvolgendo fino a comprendere la vera sfida del tempo, fino all’impegno di quel “noi” che troppo spesso piace essere rammentato solo a parole. Così mentre oggi tutto sembra testimoniare come prevalente il rinchiudersi nel proprio “io”, nella propria isola di interessi privati, ecco, come reazione, la necessità di riportare a condivisione quei valori che a lungo, negli ultimi decenni, sembrano essere stati scacciati. Chiusi nei recinti degli egoismi personali e di un mondo pilotato da oligarchie indiscutibili. In pieno contrasto alla cultura dominante, succubi di una informazione che solo all’apparenza sembra aperta ma in realtà si comporta in modo pervasivo ed appiattito. Di quel successo che i nuovi padroni del mondo vogliono far sembrare a portata di mano, ma in realtà irraggiungibile, meta ed inutile feticcio a cui ambire sopra a tutto e tutti. Ecco spiegata la volontà di riportare alla luce, come simbolo della Marcia per quest’anno, quel quadro, di un pittore italiano, Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901, che ispirato, colpito dalla forza, dall’orgoglio delle manifestazione di quel tempo, riuscì ad eseguirne la perfetta trasposizione in quell’opera. Una forza che oggi, con il mutare dei tempi pare difficile da ritrovare nelle realtà. Quel “Quarto stato” che marcia, non procede solo nel segno di una protesta, verso una piazza ideale, verso un luogo di aggregazione. L’avanzare non è violento, qualcuno dice deciso. Gli sguardi, i volti sono fieri. Nessun segno di rabbia, solo la inevitabile sensazione di forza dovuta alla condivisione politica dei valori che li hanno mossi. In questa stessa consapevolezza data dalla forza del marciare insieme con l’ambizione delle “corresponsabilità”, del “noi” portato avanti a tutti gli “io” del nostro tempo, che sabato 9 settembre, in migliaia sfileremo per andare poi ad ascoltare, in piazza Risorgimento, a Quarrata, don Luigi Ciotti, il fondatore, l’anima, di Libera, del Gruppo Abele, Antonietta Potente, teologa domenicana, Gianni Minà, giornalista, Giulietto Chiesa, giornalista, direttore di Pandora Tv ed infine con Mohamed Ba, attore e mediatore culturale. “La sfida del “Noi” impone un impegno di conoscenza, da soli non siamo niente, accogliere, ascoltare, sviluppare un’azione politica insieme è fondamentale per la cresci a personale, sociale”. Dunque un appuntamento a cui non mancare, da cui emergeranno sicuramente nuovi spunti per una stagione complessa. Non fosse altro per quel “noi” che dovrà passare avanti ad ogni “io”. Punto di ritrovo, piazza Gramsci ad Agliana, alle ore 18 con partenza del corteo alle 18,45. Arrivo, dopo poco più di
sette chilometri, a Quarrata, verso le 21, dove appunto parleranno i relatori.

Antonio e Luca