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Carissima, carissimo, oggi il Brasile, vive una crisi generalizzata gravissima, si fa sentire come un barcone alla deriva, abbandonato alla mercé dei venti e delle onde. Il timoniere, il presidente Temer, è accusato di crimini, circondato da marinai-pirati, in maggioranza (con nobili eccezioni) ugualmente corrotti o accusati di altri crimini. E’ incredibile che un presidente detestato dal 96% della popolazione, senza nessuna credibilità, senza carisma, voglia stare al timone di una nave mal governata. Non so se per ostinazione o vanità, elevata a potenza in grado stratosferico. Ma, impavido, continua a stare là nel Palazzo, comprando voti, distribuendo benefici, corrompendo per evitare che risponda allo STF (supremo tribunale federale) a pesanti accuse di cui è imputato. E’ praticamente prigioniero di se stesso. In qualsiasi posto appaia in pubblico, sente subito il grido: “Via, Temer”. E’ una vergogna internazionale essere arrivati a questo punto, dopo aver conosciuto l’ammirazione di tanti altri paesi per e politiche coraggiose fatte a favore delle grandi maggioranze impoverite, grazie ai governi progressisti Lula e Dilma. Può la diffamazione degli oppositori, di tutti i mass media appoggiati da gruppi legati allo establishment internazionale che vuole mettere tutti in linea con le sue strategie, tentare di demonizzare la figura di Lula e smontare il merito dei benefici che lui aveva offerto ai diseredati della terra? Non riescono ad arrivare al cuore della gente. Il popolo sa e testimonia, nonostante errori ed equivoci, è innegabile che Lula ha sempre amato i poveri e stava al nostro fianco. Più che pane, luce, casa, accesso all’educazione tecnica o superiore, ha restituito dignità; sono persone umane e non sono più condannati all’invisibilità sociale. Vogliono distruggere Lula come leader politico e come persona. Non ci riusciranno, perché la menzogna, la distorsione, la volontà rabbiosa e persecutoria di un giudice giustiziere che giudica più con la lotta politica che attraverso il diritto, mai potranno cancellare l’immagine di uno che si è trasformato in un simbolo e in archetipo in Brasile e nel mondo. Lula si è trasformato in un simbolo per la sua vita e per il bene che ha fatto agli altri, diventando indistruttibile agli occhi dei poveri. È diventato il simbolo di un potere politico che per la prima volta ha dato segnali chiari di inclusione ai poveri, agli esclusi, a uomini e donne segnati da profonde ferite. Il simbolo penetra il profondo delle persone. Rende superflue le parole. Parla per se stesso. Il simbolo possiede un carattere misterioso che attrae l’attenzione di chi ascolta, persino degli scettici. Il carisma è l’irradiazione più potente che conosciamo. Lula possiede questo carisma che si traduce in tenerezza per gli umili e per il vigore con cui porta avanti la causa per la liberazione. Questi, a cui l’attuale presidente sta togliendo tutti i diritti guadagnati con le amministrazioni Lula e Dilma, messi a tacere, adesso si sentono nuovamente rappresentati da lui. Oltre che simbolo, Lula è diventato un archetipo del leader che ha cura e che serve. E’ un leader che serve una causa che è superiore a lui stesso, la causa dei senza nome e senza voce, dei senza diritti. Essi sostengono che questo tipo di leader fa cose che sembrano impossibili. Questo l’ho ascoltato e percepito in queste settimane passate in Brasile nelle parole di molti che dicono: “Scegliendo lui, noi stiamo votando per noi stessi. Fino ad oggi eravamo obbligati a votare qualcuno tra i nostri oppressori, adesso votiamo uno dei nostri che può rinforzare la nostra liberazione”. L’azione politica di Lula possiede una rilevanza di magnitudo storica. Lui ha la coscienza di questa sfida è basata sul sapere se il Brasile avrà un futuro come Nazione che conta nella costruzione di un nuovo Brasile e una nuova umanità, oppure se prevarranno ancora una volta chi ha tenuto soggiogato e sottomesso il suo popolo per secoli. Il popolo sta soffrendo molto nel costatare che l’attuale governo è unicamente impegnato a cancellare e interrompere il processo di partecipazione e di dignità per tutti, ha cancellato l’80% del programma sociale, violando la democrazia e la Costituzione, con riforme e privatizzazioni, perfino con la vendita di terre nazionali a stranieri. E’ iniziata una nuova colonizzazione per essere meri esportatori di “commodities” invece di creare le condizioni per trasformarle direttamente nello stesso Brasile, questo fa si che l’attuale presidente e il suo governo siano dei venditori ambulanti delle ricchezze del loro paese, cinicamente indifferenti alla sorte di milioni di brasiliani che dalla povertà dignitosa stanno cadendo sempre più nella miseria e dalla miseria nell’indigenza. Gli attuali “gestori” della politica non solo stanno tradendo le aspettative della gente, ma rappresentano soprattutto interessi personali e corporativi, in particolar modo di coloro che gli hanno finanziato la campagna elettorale. Incontrando i referenti dei nostri progetti, ho taccato con mano la trasformazione in atto nel Paese. Sono decuplicate le persone che vivono in strada, i centri sociali e le associazioni sono continuamente visitate da persone che hanno perso il lavoro e che chiedono un pasto ecc… Domanda: perché oggi in generale nella nostra società neoliberista e in particolare nella Chiesa è quasi impossibile parlare dei poveri e dei meccanismi che li creano? Papa Francesco incita continuamente ad essere pastori in mezzo al gregge e non capi del gregge, proprio per sentire “l’odore delle pecore”. Don Tonino Bello, grande vescovo, morto prematuramente, richiamava la Chiesa per esigenze evangeliche, a far proprio il potere dei segni e non adottare e praticare i segni del potere: la “Chiesa del grembiule”. Perché non fosse una “povera Chiesa” ma una “Chiesa povera”. Oggi molti rappresentanti della gerarchia della Chiesa e varie associazioni laiche a lei legate sono contrarie alla linea di papa Francesco. Vari sono gli atteggiamenti che li contraddistinguono, dalle manifeste denunzie, al mormorazioni contrarie o silenzi premeditati in merito alla sua predicazione, sostenendo una tradizione unicamente preconciliare e antievangelica. Come può ancora sussistere questo tipo di Chiesa di fronte a fatti inaccettabili, come la denuncia fatta all’inizio dell’anno dall’associazione inglese Oxfam nel suo rapporto sulla povertà, dove si afferma che otto miliardari hanno un reddito pari alla metà della popolazione mondiale, 3,6 miliardi. Come si può parlare di esclusione sociale, di lotta al terrorismo, di pace tra i popoli se una notizia come questa è finita nel nulla. Chi ne parla, la politica? Ecco i nominativi degli otto miliardari: Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helu, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Michael Bloomberg. A riprova che l’attuale sistema economico finanziario mondiale continua peccaminosamente a favorire l’accumulazione di risorse nelle mani di pochi nababbi ai danni dei più poveri, in maggioranza donne. Ciò evidenzia come le multinazionali e i potenti continuano ad alimentare l’esclusione sociale, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti comprimendo verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica e finanziare l’economia. Il sistema è incentrato su investimenti di denaro che generano denaro e poi ancora denaro a non finire. Con il risultato che l’economia reale, quella della ricchezza prodotta dal lavoro, è di fatto soppiantata da quella finanziaria. Basta pensare che l’import-export di beni e servizi, a livello mondiale, è stimato intorno ai 17 mila miliardi di dollari all’anno, mentre il mercato valutario ha superato abbondantemente i 5.000 miliardi al giorno. Ecco che allora, alla prova dei fatti, nel mondo circola più denaro in quattro giorni sui circuiti finanziari che in un anno nell’economia produttiva reale. Credo che sia urgente, utile e necessario iniziare a disaffezionarsi da tutto ciò che è personale e scoprire giorno dopo giorno l’aspetto collettivo, la contiguità e l’interazione, solo così possiamo dare un contributo a questa nostra società incancrenita dall’egoismo e dell’egocentrismo, e accettare la sfida del “NOI”. Chiudo questa lettera manifestando solidarietà all’amico don Massimo Biancalani parroco di Vicofaro (Pistoia) per le gravi minacce ricevute anche in questi giorni, in virtù della sua scelta di aver ospitato migranti e senza casa italiani nelle sue due parrocchie. Sono quattro i verbi che papa Francesco ha richiamato nel suo discorso del febbraio scorso all’incontro “Migrazioni e pace”: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
L’accoglienza è la base del Vangelo, chi ha fatto l’esperienza di essere ignorato, rifiutato, abbandonato sa quanto è importante sentirsi accolto. Il Vangelo dà la parola a persone che si aprono, che fanno spazio, per essere riempiti. Accogliere è apertura, accogliere non è solo ospitare ma ricevere, accogliere è sovversivo, rompe la fede dei muri. L’accoglienza di don Massimo è una risposta al mare che vide un giorno partire le caravelle dei conquistatori e oggi vede arrivare i figli dei conquistati, che chiedono giustizia e riparazione anche a costo della propria vita.
Antonio

Care e cari,
alla ripresa autunnale, anche la nostra associazione ricomincia la sua attività. Come forse saprete, otto di noi sono in partenza per il Ghana. L’amica Olivia ha organizzato una visita nella sua terra e un incontro con le ragazze della scuola di Adjumako e le loro famiglie. E’ il villaggio dove Olivia è cresciuta. Per queste ragazze Olivia ha chiesto alla Rete di Verona di sostenere un progetto contro l’abbandono scolastico e per la promozione sociale delle famiglie. Ci fermeremo in Ghana una dozzina di giorni dove avremo modo di conoscere anche altre realtà del paese, oltre che di visitare alcuni luoghi di importanza storica e naturalistica. Sarà bello, in ottobre, ritrovarci e confrontarci su questo nostro progetto solidale, nato e sviluppato a Verona, dove rientreremo il 6 ottobre. SABATO 7 OTTOBRE c’è un importante appuntamento nazionale della nostra associazione: a Brescia, in occasione del coordinamento, tutta la giornata di sabato sarà dedicata al SEMINARIO NAZIONALE per un confronto su quanto è emerso nei vari seminari macro regionali, dove avevamo lavorato sul tema: Che cosa significa oggi solidarietà ? Come si concretizza? Come accennato in precedenti circolari, non abbiamo la pretesa di risolvere i problemi planetari, ma, a 55 anni dalla nostra fondazione, molte situazioni sono radicalmente cambiate e sono emersi nuovi problemi che richiedono nuove risposte. Il fatto più evidente è la presenza tra noi degli immigrati, persone che fuggono da guerre e carestie, o che semplicemente sperano in un miglioramento delle loro condizioni economiche. Al riguardo, l’ipocrisia dell’Europa e del governo italiano è, a dir poco, scandalosa. Pensiamo in particolare alle recenti disposizioni messe in atto dal ministro Minniti, precedute e accompagnate dal tentativo di criminalizzare alcune ONG e perfino padre Zerai, nostro ospite al convegno nazionale del 2016. Per questo vi rimandiamo al comunicato dello stesso p. Zerai e all’appello della sua associazione (Habeshia) alla società civile dell’Europa (li trovate in internet cliccando: comunicato padre Zerai). Mentre si fanno accordi con governi fantoccio in regioni come la Libia, che le nostre bombe hanno contribuito a destabilizzare, giunge in questi giorni l’ennesimo comunicato di Medici senza frontiere che denuncia come, proprio in Libia, sia insostenibile la situazione dei campi di raccolta dove sono bloccati o, meglio dire, detenuti i migranti, sottoposti quotidianamente a stupri, torture e violenze di ogni genere. Ma ciò che importa è tenere queste persone lontane dalle nostre coste e poter dire che gli sbarchi sono diminuiti, inseguendo gli slogan più beceri della destra e contribuendo così a sgretolare l’dea di una società aperta e solidale. Che cosa può fare una piccola associazione come la Rete Radié Resch? Come non tenere conto che i nostri modi di renderci visibili e di fare politica difficilmente coinvolgono chi ha 30 o 40 anni meno di noi? Di questo e altro parleremo al SEMINARIO NAZIONALE RETE RADIE’ RESCH SABATO 7 OTTOBRE 2017: L’incontro si svolgerà a BRESCIA, presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 (ci accoglie il parroco don Fabio Corazzina). Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà. Per chi potrà fermarsi a dormire, la successiva domenica mattina sarà dedicata al coordinamento nazionale e alla prima bozza di programma per il convegno della primavera del 2018. Vogliamo concludere parlando di Palestina, che rimane sempre al centro dei nostri pensieri. I recenti tentativi di Fatah e Hamas di riprendere una collaborazione, certamente interessanti, sembrano abbastanza marginali rispetto all’aggressività dell’espansione coloniale promossa dall’attuale governo israeliano. Forte del sostegno americano, rinforzato dalla presidenza Trump, Benjamin Netanyahu sta incrementando fortemente gli insediamenti in Gerusalemme Est e nei Territori Occupati. Per fortuna la campagna internazionale BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro le politiche di apartheid del suo governo ottiene risultati positivi e si diffonde. La preoccupazione del governo israeliano è tale che sta varando leggi per criminalizzare questa forma di lotta assolutamente non violenta. Noi, da sempre sostenitori del BDS, siamo molto contenti dell’attenzione al problema palestinese che abbiamo contribuito a richiamare in questo ultimo anno e mezzo. Insieme al Monastero del Bene Comune di Sezano abbiamo organizzato in 18 mesi una decina di incontri molto partecipati (una media di un centinaio di persone per volta). Sono stati invitati palestinesi, ebrei impegnati per la pace e i diritti umani, rappresentanti del BDS in Italia, volontari dell’associazione Colomba. Pensiamo senz’altro di continuare anche nel prossimo anno con incontri periodici di aggiornamento, molto necessari per capire come evolve la situazione. Terminiamo proponendovi questa frase, citata dalla teologa Cristina Simonelli nel suo ultimo libro “Dio-Patrie-Famiglie. Le traiettorie plurali dell’amore” ed. PIEMME 2016):
“CHI E’ UNO STRANIERO? E’ COLUI CHE TI FA CREDERE DI ESSERE A CASA TUA”
(E. Jabes, poeta ebreo francese, nato al Cairo).
da Maria e Gianni

Care amiche e cari amici, questa lettera si differenzia dalle solite circolari. Voglio qui rievocare in breve la mia frequentazione, durata più di 50 anni, col nostro fondatore Ettore Masina, scomparso il 28 giugno scorso, al fine di porre in evidenza quanto ha significato per me conoscerlo e lavorare con lui per scopi nobili e umanitari che hanno segnato la mia vita. Spero che il carattere così personale del mio scritto venga accettato da tutti, anche perché è probabile che le idee e l’operato di Ettore come hanno influito su di me possano aver influenzato molti di voi. Premetto che in precedenza altre due persone avevano contribuito sensibilmente alla mia maturazione in età giovanile. La prima fu Laura Ingrao, mia insegnante di lettere all’Istituto magistrale; una donna straordinaria per intelligenza, cultura e disponibilità verso gli altri (dopo il diploma frequentai la sua casa per piccoli cenacoli letterari, rimasi in contatto con lei, che alcune volte venne alle iniziative della rete romana versando piccoli contributi). La seconda persona fu un prete romagnolo, don Antonio Penazzi, di cui non tesserò le lodi bastandomi dirvi che lo considero ancora oggi il mio vero maestro di vita (morì purtroppo a soli 59 anni, di cancro; era maggiore di me di appena dieci anni, come la mia sorella maggiore). Fu proprio don Penazzi a far conoscere Ettore a me e a tutti gli amici del circolo “A.F. Ozanam” che io avevo presieduto al suo nascere nel 1956. Don Antonio, sempre attento a fatti e persone interessanti, lo invitò da noi una sera dell’autunno del ’66 perché ci parlasse della Rete di solidarietà che aveva costituito l’anno prima di ritorno dal viaggio in Terra Santa di Paolo VI, da lui seguito come vaticanista. Convinti dalle sapienti parole di Masina e stimolati dall’entusiasta amico prete, aderimmo in moltissimi alla Rete impegnandoci per i versamenti mensili. Maria Paola era presente anche lei quella sera e, persuasa quanto me della bontà e della novità (per quei tempi) dell’iniziativa, mi sostenne per lunghi anni perché dessi il meglio di me alla Rete, incoraggiandomi nei momenti di difficoltà; questo fino a quando la malattia la condusse lentamente alla morte. Nei primi anni l’adesione di noi romani alla Rete si concretizzò soltanto con i versamenti sul c.c.p. di Ettore e nel ricevere le sue circolari. Dopo due tentativi falliti di creare una rete romana riuscii infine nell’intento nel 1978. Da allora e per trent’anni fui il coordinatore del gruppo, ebbi un mio c.c.p. per i versamenti, convocai gli incontri, tenni assidui contatti con Ettore (che invitavo alle riunioni), diffondendo la sua circolare a Roma e ai gruppi locali. Il testo andavo a prenderlo da lui e lavorando con la Olivetti, il ciclostile, la fotocopiatrice e la posta riuscivo in pochi giorni a diramare la sua circolare a tutti gli aderenti. Poi cominciai a scrivere una mia lettera ai romani, che spedivo ai destinatari insieme a quella nazionale. Dopo l’istituzione del coordinamento nazionale organizzai le sue riunioni, che Ettore volle quasi sempre a Roma (mi aiutò Loris Nobili, per qualche tempo anche tesoriere nazionale, a seguito della costituzione della Rete in associazione riconosciuta davanti al notaio), provvedendo io stesso al verbale che diramavo a tutti i gruppi. Tutto ciò significava che i contatti personali tra lui e me erano frequenti, con scambi di vedute che mi erano utili per capire sempre meglio il suo pensiero, la profondità dei suoi concetti e le caratteristiche del suo lavoro giornalistico, di scrittore e quindi di parlamentare. Come pure potei vedere quanto gli fosse di sostegno Clotilde e la sollecitudine dei genitori verso i loro tre figli che vidi crescere. Voglio dire insomma che, pur facendo io prevalentemente “il portatore d’acqua”, come si dice in gergo ciclistico, la nostra amicizia si rafforzò via via, mentre aumentava la mia stima per lui vedendolo impegnato come pochi a favore dei popoli del Terzo Mondo (era il termine in uso allora), incurante della mole di lavoro che doveva svolgere, veramente molto considerevole, accanto agli impegni professionali peraltro mai trascurati. Ci fu tra noi qualche piccola incomprensione, non lo nego, in tanti anni di assidua frequentazione; ma di scarsa entità, risolta subito. E ci fu anche qualche elogio per il mio lavoro, sia per quello svolto in ambito Rete sia per quanto di buono riuscii a combinare, di culturale, nel mio lavoro “ministeriale”. Ettore era per natura un uomo che sapeva riconoscere i meriti delle persone a lui vicine, come pure scorgere gli errori che esse potevano commettere. Grazie a Ettore affinai la mia sensibilità per i numerosi e diversi problemi del Terzo Mondo, conobbi tante persone di valore e l’importanza delle questioni che ci sottoponevano, strinsi con molte di loro vincoli amichevoli che durarono nel tempo (Dario Canale, già vittima dei torturatori brasiliani, divenne un amico carissimo, un’amicizia interrotta solo dalla sua tragica fine parecchi anni dopo). Quando Ettore iniziò a cimentarsi con le opere di narrativa – dopo aver pubblicato libri d’altra natura noti a tutti voi – mi permisi, forte della mia lunga esperienza di recensore, di muovergli dei rilievi che lui accettò di buon grado. Fui contento invece di poter lodare “Il Vincere”, finalista del Premio Strega, a mio parere il più riuscito dei suoi romanzi. Ma in genere tutta la sua produzione di scrittore dimostrò la profondità del suo pensiero. Cercai sempre di andare alle presentazioni dei suoi libri e talvolta intervenni nella discussione. Mi resi conto che in tutti i suoi scritti egli trasfondeva con passione le sue convinzioni profonde a beneficio dei lettori. Delle trasmissioni culturali che curò, una volta lasciata l’informazione religiosa, mi fu cara in particolare “Gulliver”, che riscosse infatti grande successo. Mentre dell’intensa attività parlamentare, durata nove anni, ho sempre ricordato la battaglia che condusse, con argomenti più che validi, contro il rinnovamento del Concordato con la Santa Sede voluto da Craxi. “Nord Sud, un solo futuro”, da lui ideato, mi parve una grande intuizione, e lo era. Non andò a buon fine, malgrado il suo impegno, perché i tempi non erano maturi: forze politiche e mondo culturale non erano preparati, a mio parere, a una simile rivoluzione “copernicana”, troppo attaccati alle proprie vedute intrecciate spesso a meschini interessi di parte. Oltre a ciò vi giocò, sempre secondo il mio modesto parere, l’eccessiva irruenza di Ettore nel tentare di convincere personalità importanti sui suoi propositi innovatori. Ma quell’esperienza dimostrò tuttavia a me e a tanti amici che Ettore possedeva una visione del mondo e del futuro non riscontrabile facilmente in tanti intellettuali anche di fama. Sono fermamente convinto che conoscere Ettore e aver lavorato per la Rete Radiè Resch, da lui creata (col sostegno di Clotilde e l’ispirazione avutane da Paul Gauthier), essere stato suo amico e collaboratore abbiano segnato profondamente la mia vita. Non avrei compreso così a fondo i problemi del pianeta e l’importanza, l’obbligo morale, di spendermi, insieme a tante altre persone di buona volontà, a favore degli “ultimi”, delle vittime di tirannidi, di carestie, di odii di religione. A proposito di religione ammirai la costante sua ispirazione cristiana, presente in tutto il suo operato, insieme al rispetto per ogni credo e per chi si diceva ateo. Parlò anzi di “fede nell’uomo” da parte di coloro che, pur certi del nulla dopo la vita terrena, si adoperavano con zelo e sacrificio per recare sollievo alle pene materiali e spirituali dei dannati della Terra. Una opinione alquanto singolare, da porre accanto al concetto di “fratellanza universale”, da me spesso citata. In conclusione: per me, destinato a condurre una vita professionale lontana dalle mie aspirazioni (diversamente da tanti amici più fortunati e capaci), conoscere, frequentare Ettore, avere la sua amicizia e fare la mia parte nella Rete è stato un grande dono del Cielo. Eterna riconoscenza a lui (e un grazie affettuoso a voi per la pazienza dedicatami).
Mauro Gentilini (della rete di Roma)

“Ho un’enorme fiducia nei libri,
nello studio e nella cultura
come strumenti di vero riscatto per un Paese”.
(Silvia Avallone)

Ciao a tutte/i, dopo questo caldissimo estate, aspettando l’autunno dai dolci colori, ricordiamo assieme la figura di Ettore Masina attraverso il “pensiero” dello storico della Rete Radiè Resch, Ercole Ongaro. Per chi volesse partecipare al prossimo seminario nazionale sulla solidarietà, in cui si farà sintesi dei seminari regionali, vi informiamo che l’appuntamento è per sabato 7 ottobre 2017 a Brescia, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24..
Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà. Chiamare: 030 2090539, 339 8154551 per informazioni. Nella prossima circolare daremo tutte le notizie sulla situazione di Haiti, in particolare dei risultati del 4 seminario di salute comunitaria che anche quest’anno è stato animato da MariaPaola Rottino di “Popoli in arte”.

Circolare nazionale Settembre 2017

A cura della rete di Salerno

Vorremmo raccontarvi la nostra attuale esperienza di accoglienza migranti, ma prima di scrivere e di leggere forse sarebbe meglio chiudere gli occhi e ricongiungerci al senso del nostro agire e cioè l’Amore per l’Altro che è in noi e accanto a noi.

Solo questo forse potrà rendere umano ogni nostro tentativo, supportare ogni errore, ogni fallimento e farci continuare a sperare in un mondo di vita piena per tutti, presupposto per vivere felici ed in pace.

Dopo un po’ di silenzio…ecco il racconto.

Nel febbraio 2016, Silvana, amica del nostro gruppo, torna da un campo profughi in Libano dove era in missione come volontaria di “Operazione Colomba” e dove si stavano tessendo i primi contatti per organizzare le partenze dei profughi siriani per l’Italia attraverso il corridoio umanitario promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e la Tavola delle Chiese Valdesi.

La presenza dell’Operazione Colomba nei campi è stata di nodale importanza per la costruzione delle relazioni con queste famiglie e nella scelta dei casi più urgenti.

Non vorremmo dilungarci su come funzionano, ma sull’esperienza umana, a voi gli approfondimenti tecnici.

Silvana ha cominciato ad andare in giro a raccontare la sua esperienza e ha interpellato le nostre coscienze, perché non accogliere anche qui a Salerno e testimoniare che si può fare anche in un modo diverso?

La Rete Radiè Resch a livello nazionale si era già sentita interpellata dai Sud ormai qui ed aveva deciso di esserci, e così abbiamo deciso di esserci anche noi.

Naturalmente, però, non da soli e molti mesi sono stati impegnati nella costruzione di un gruppo che accogliesse “insieme”, man mano che Silvana continuava il suo giro di testimonianze, altri singoli ed associazioni si aggregavano.

Per candidarsi all’accoglienza, il Corridoio Umanitario prevede che ci sia chi accoglie e segua tutto il percorso in autonomia, e che ci sia una casa dove accogliere.

Questo è stato un po’ più difficile, finché nelle maglie di questa rete che si stava creando si è intessuto il filo di un frate francescano, Severo, che non vedeva l’ora di destinare ai bisognosi un convento in città ormai quasi disabitato.

E così il 19 novembre, mentre firmavamo la convenzione con il Provinciale dei Francescani, ci arriva anche la notizia che il 2 dicembre avremmo potuto accogliere una famiglia di 7 persone, senza pensarci su dicemmo subito di sì.

Pochissimo tempo per tante cose: pulizia e sistemazione del convento, approvvigionamento delle prime necessità, organizzazione delle prime cose da fare per loro e soprattutto il “come”; ma non potevamo indugiare.

E così, dal 2 dicembre scorso, a Salerno, nel convento di S. Anna in San Lorenzo, su una splendida veduta di tutto il Golfo di Salerno, vive la famiglia Al Zaidan: Maheer 37 anni, il papà, Abeer 34 anni, la mamma e poi Terkey 14 anni, Oudai 13 anni, Kousay 7 anni, Nour, l’unica femminuccia, e Jumah, due gemellini di circa 3 anni.

Se volessimo raccontarvi tutti questi nove mesi ci vorrebbe già un romanzo: tanta gioia, tante paure ed apprensioni, tanti errori determinati da queste, tante incomprensioni per la lingua, ma questo ci fa famiglia, famiglia che si allarga sempre più, famiglia che loro chiamano tutta “Al Zaidan”.

Solidarietà con loro ma anche fra noi, quest’esperienza sta facendo camminare insieme realtà diverse tra loro, per origine, per formazione, per età, in un percorso in cui si sta piano piano imparando a mettere da parte le nostre convinzioni per un “noi” ed un “loro”.

Questa modalità di accoglienza sta favorendo tanti incontri umani, sta facendo cadere tante paure e permette di aprirsi all’altro con fiducia.

Ma gli Al Zaidan hanno lasciato famiglie in Siria, fratelli e nipoti che vengono arrestati e spariscono, solo qualche settimana fa altri familiari sono scomparsi in Turchia.

A Salerno, inoltre, arrivano in tanti con gli sbarchi e chi ha possibilità di incontrarli e parlargli sa che c’è una grande differenza di accoglienza e di trattamento rispetto a chi arriva con il corridoio.

I corridoi umanitari, allora, non potrebbero correre il rischio di creare una discriminazione tra migranti se questa formula non viene assunta come regola di accoglienza per gli Stati?

Se non servono anche a dimostrare che con i tantissimi soldi impegnati nella “sicurezza”, nell’accoglienza di massa e impersonale, si potrebbe invece garantire vera sicurezza e diritti per tutti?

Possiamo fermarci all’accoglienza di una famiglia senza approfittare della loro presenza per andare “Oltre l’accoglienza”?

Rileggendo gli atti del nostro scorso convegno si evince che tutti i nostri testimoni ci hanno chiesto sopra ogni cosa informazione (situazioni, cause,…), boicottaggio ed azione politica.

Benissimo quindi come abbiamo fatto in questi giorni per il sostegno a p. Zerai e all’Argentina…non dovremmo forse studiare modalità per andare oltre i nostri circuiti (piazze, scuole,…) ed incrementare questo tipo di azioni?

Andar fuori per avere il coraggio di mettersi dalla parte di chi in questo momento è rifiutato, di chi scappa anche a causa nostra e per riflettere insieme su come quel sistema escludente e di “scarto” ormai attanaglia anche le nostre vite in occidente e che in definitiva siamo tutti sulla stessa “barca”?

Potrebbe essere questo un punto importante di riflessione del nostro prossimo seminario nazionale di Brescia?

Il nostro agire/essere, naturalmente, dovrà essere sempre consapevole che è di testimonianza e di semina e che per questo va verso tempi futuri ma ha bisogno di partire oggi ed ogni giorno.

Buona ripresa a tutti

La Rete Radiè Resch di Salerno.