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COORDINAMENTO DELLA RETE RADIÈ RESCH

BRESCIA 8 OTTOBRE 2017

Hanno partecipato:

CASALE MONFERRATO: Beppe Ghilardi, Cristiana Longhin, Paolo Guglielminetti, Jennifer Johnson; CAGLIARI: Pierpaolo Loi; BRESCIA: Michelangelo Ventura, Gabriella Giometti, Piergiorgio Todeschini; CELLE-VARAZZE: Enrico Vallarino, Pierpaolo Pertino, Simona Mozzati; QUARRATA: Antonio Vermigli, Patrizia Carradori, Sergio Lomi, Mariella Borelli; PISA-VIAREGGIO: Francarosa Bianchi, Enrica Martinotti; UDINE: Daniela Mattiussi, Alberto Caroncini, Toni Peratoner, Maria Grazie Visintainer; DESIO: Sergio Mariani; MOGLIANO VENETO: Daniela Duzioni, Gianni Colleoni; VARESE: Marco Lacchin; SARONNO: Alessandra Ferrario; MILANO: Ercole Ongaro, Anna Galliolo, Liviana Bortolussi; VERONA: Maria Picotti, Gianni Pettenella, Dino Poli, Silvana Valpiana; TRENTO: Carla Grandi; ALESSANDRIA: Maria Teresa Gavazza, Gigi Bolognini; PADOVA: Elvio Beraldin, Fabiano Ramin, Cristina Ferin; CASTELFRANCO VENETO: Marta Bergamin, Fabio Corletto; TREVISO: Olga Turchetto; SALERNO: Lucia Capriglione; TORINO: Monica Armetta; ROMA: Angelo Ciprari, Giacinta Carnevale.

ORDINE DEL GIORNO:

  1. CONVEGNO NAZIONALE

  2. SEMINARIO GIOVANI

  3. VARIE ED EVENTUALI

  • SEDE CONVEGNO NAZIONALE

Pier: Contiamo di uscire da questo coordinamento con le linee del Convegno. Le discussioni sono sempre molto accese, cerchiamo di essere sintetici ed evitare interventi fiume.

SEDE CONVEGNO: Lucia ha fatto un sondaggio su un posto possibile per il prossimo convegno. Su internet c’è una piattaforma che riunisce tanti gestori di turismo equo e solidale. Hanno risposto in tanti, il problema sono i costi che aumentano perché sono a pagamento le sale necessarie e le varie attrezzature e perfino le hostess. Ad es. alla Cittadella di Assisi e a Spoleto i costi sono superiori ai nostri budget (rif. costi precedenti convegni) Rimini e Trevi hanno costi imbattibili. Per quanto riguarda Trevi abbiamo gli stessi prezzi del precedente convegno: camera singola 2 notti euro 120, doppia euro 92, tripla quadrupla euro 84 e sono compresi nel prezzo sale, attrezzature e servizio navetta per il trasporto in un eventuale altro albergo. Riscontrata la massima disponibilità e la loro necessità di lavorare perché dopo il terremoto hanno registrato un calo di presenze. Per quanto riguarda altre proposte, gli schemi per arrivare al prezzo finale sono poco chiari, comunque sale e attrezzature sono a pagamento. Un’amica di un’altra associazione mi dice di una struttura scout a Roma dove loro si riuniscono ma Angelo non la ritiene idonea.

Angelo ha fatto una ricerca sui treni e ha valutato che il posto più conveniente per il convegno sarebbe Bologna per la sua centralità; ha fatto anche ricerche sulla costa adriatica, Marche e Abruzzo ma aumentano le ore di treno per raggiungerle. Ha preso in considerazione anche la capacità di posti delle sale che chiediamo ed è arrivato alla conclusione che ci basta una sala da 200 posti sulla base del numero di 295 presenze all’ultimo convegno (comprese le due classi della scuola di Empoli) e del fatto che sia a Rimini, sia a Trevi le sale non erano mai al completo. I prezzi di Bologna e della costa adriatica sono comunque molto alti (Bologna prezzi camere 90 euro da trattare al giorno). Per quanto riguarda l’albergo Punta Nord di Rimini usato nei precedenti convegni, Sante non ha ancora ricevuto un’offerta, si fa comunque notare una certa disorganizzazione sulla disponibilità di attrezzature.

Trevi, superato il problema delle distanze, risulta il più economico. Per Angelo è una criticità il pernottamento in albergo a Foligno distante circa 15 Km; in caso di mancanza di camere nell’hotel del convegno a Trevi propone di prenotare una quindicina di camere in un albergo vicino 500 metri dall’albergo del convegno.

Olga ha sempre avuto il sogno di poter fare il convegno a Treviso, si è informata su tre strutture di cui una già occupata, una non ha risposto, un’altra molto bella non ha voluto fare prezzi. Il numero di circa 250 persone presenti non è sufficiente per fare un prezzo; servono ulteriori informazioni.

E’ stato fatto un accenno a strutture di San Marino, Viterbo e Frascati.

Elvio dice di dare la necessaria attenzione alla data del convegno, si evidenzia che è già stata indicata nello scorso coordinamento la data in 13/14/15 aprile 2018. Chiede anche di sapere cosa risponde l’Hotel Punta Nord, così potremo fare dei confronti.

Marco di Varese fa notare che, per i nostri budget, le strutture da prendere in considerazione sono Rimini e Trevi. Rimini ha la comodità ma anche criticità, sappiamo che Trevi è più scomoda ma più attrezzata; è tardi per mettersi a cercare un’altra soluzione.

Si suggerisce che le prenotazioni da raccogliere per il convegno vengano fatte dalle singole reti.

Monica della segreteria fa la sintesi e chiede di decidere tra le due opzioni Trevi/Rimini.

Si propongono accorgimenti per sfruttare chi arriva con l’auto perché possa essere di aiuto a chi arriva in treno.

Si dice che il criterio di scelta si deve basare sulla località che permette e favorisce la più ampia partecipazione e che comunque non sono molte le persone che arrivano in treno, e che Trevi garantisce attrezzature e sale a disposizione migliori di Rimini. La metodologia dei gruppi sarebbe sacrificata a Rimini perché carente di sale e attrezzature.

  • SEMINARIO GIOVANI

Pier premette che se si decide per un Seminario Giovani legato al convegno la sede di Trevi risulta la migliore per la necessità di un elevato numero di sale diverse (a meno che non arrivi una proposta irrinunciabile da Rimini).

Seminario giovani. Pier riferisce (da parte di Angela) il lavoro della commissione sul seminario giovani. La commissione ha impostato il seminario svincolato dal convegno.
Titolo :
E se fossi nato al tuo posto? Sede ipotizzata : Viareggio in un albergo che metterebbe a disposizione la struttura a costi ridotti nel mese di Gennaio (20 euro a persona pernotto e prima colazione + pasti a 10 euro). Presenza massima di 20/30 partecipanti rigorosamente maggiorenni soprattutto se lo si articola in due giorni. Previste relazioni di Giorgio Gallo e Mohamed Ba al mattino, gruppi di lavoro e Solidarity Watch nel pomeriggio con sintesi finale da consegnare al convegno. Se strutturato su due giorni il programma è il medesimo con un maggior respiro e la sera può esser sfruttata per spettacoli.

Tale impostazione è parsa un po’ calata dall’alto, il suggerimento è quello di mettersi in ascolto lasciando idee e spazi aggreganti ai giovani e mettendosi a disposizione con luoghi e relatori. Si fa accenno al Campus “Giovani Protagonisti” di Quarrata a cui hanno partecipato le figlie di Pier e Monica.

Monica introduce la possibilità del seminario legato al convegno, per questioni di costi e per la possibilità di sfruttare gli stessi testimoni per il convegno e per il seminario. Fare incontrare la realtà giovanile con quella più matura della Rete può essere un’occasione importante. Giovani che vengono da varie esperienze e non si conoscono non hanno proposte concrete ma esigenze, interpelliamoli e mettiamo a disposizione le nostre risorse.

Marco fa notare che necessariamente per questo seminario dobbiamo partire da un’impostazione dall’alto e indispensabile l’abbinamento con il convegno per i costi e per la partecipazione di ragazzi minorenni altrimenti impossibile ad un seminario fatto in altre date.

Maria Teresa fa riferimento ai convegni giovani gestiti dal GAPA per dire che i ragazzi ci tengono a organizzarsi. Angelo dice che rimane comunque importante il seminario legato al convegno anche per la partecipazione di classi di scuole che nel periodo di aprile hanno la possibilità di fare gite scolastiche.

Antonio racconta del campus di Quarrata, di circa 80 iscritti, dell’importanza non solo dei relatori ma dei momenti di non impegno dove vengono fuori le considerazioni di apprezzamento ma anche gli interrogativi perché i giovani vogliono definire le tematiche che stanno loro a cuore e le vogliono sviluppare. Importante sarebbe sfruttare le eventuali relazioni che si sono create in quell’occasione.

Un’altra proposta è quella di invitare eventuali giovani a far parte della commissione che prepara il convegno.

Paolo insiste sulle proposte che devono venire dai giovani, l’idea di calare dall’alto può essere funzionale per arrivare al prodotto che può essere effimero perché per loro è importante il cammino.

Fabiano chiede rispetto per il lavoro fatto dal gruppo per il seminario, non è d’accordo di togliere la possibilità di farlo in uno spazio diverso da quello del convegno; anche il tema del seminario non coincide con quello del convegno. Lasciamo il seminario a gennaio c’è il tempo perché questo gruppo si organizzi. Il metodo che viene proposto nella discussione è valido per un gruppo che ha una prospettiva. Sì al fatto che i giovani del seminario intervengano al convegno e per quanto riguarda la durata non un giorno ma due giorni in modo che abbiano il tempo di fare relazione sociale.

Pier, a tal proposito, precisa che quando Angela gli ha presentato la loro bozza di progetto della commissione, non aveva preclusioni a far confluire il seminario nella stessa data del convegno.
L’auspicabile proposta dal basso è fattibile per un gruppo in qualche modo già coeso con dinamiche interne già assodate. Risulta estremamente difficile in gruppo molto eterogeneo per età e provenienza. Un coordinamento ed una animazione, per quanto leggera, pare indispensabile.
Diverso è se parliamo di ascolto dei bisogni. Questo può esser fatto con delle tecniche di raccolta tutte da studiare ( fatte dalla stessa commissione ?) e magari con incontri comuni tra adulti e ragazzi. Un Seminario fuori dal Convegno complica molto in termini di risorse da impiegare (economiche ed di energia). Investiremmo molto per quante presenze reali? Come reperiamo le adesioni per un Seminario fuori dal Convegno?
E comunque al Convegno dovremmo comunque risolvere il problema dei figli/nipoti presenti insieme ai genitori /adulti partecipanti.

Gigi parla di due alternative: scuola di formazione per i giovani in cui noi facciamo un programma, decidiamo cosa vogliamo trasmettere, oppure diamo degli imput per permettere situazioni di aggregazione altrimenti difficili con massima autonomia di proposte che vengano da loro. L’esigenza che questo parta da due o tre giovani non è importante; a questo proposito racconta che quando lui e Maria Teresa si trasferirono nell’attuale residenza si sono subito resi conto che c’era una morte totale, una zona dormitorio, si sono domandati dove fossero i giovani. Allora hanno fatto un volantino che diceva: “Nessuno pensa a noi, non abbiamo una sede, dobbiamo andare dal sindaco a chiederla” firmato “un gruppo di giovani”. Quasi tutti i giovani si sono riuniti, hanno deciso di andare dal sindaco chiedere una sede… questo ha sconvolto tutto il paese. Questo per dire che può dare risultati stimolare i bisogni.

Gianni ritiene una cosa positiva la contemporaneità del seminario con il convegno, come rete dobbiamo dare un’indicazione ai giovani, una riflessione importante su come considerano le persone e i soldi che girano loro in tasca. Possono essere formati gruppi anche diversi per età animati dal Gapa se disponibili. Penso che la proposta debba girare nei loro canali.

Maria Teresa che ha lavorato nella commissione seminario non si sente defraudata se ci sono cambiamenti anzi sarebbe bene che giovani entrassero nella commissione; comunque visti i tempi stretti e l’incertezza del numero partecipanti è favorevole ad unire seminario e convegno.

Carla è perplessa sul discorso della rete riguardo ai ragazzi, il problema giovani è saltato fuori tante volte. Il nostro modo di rapportarci ai problemi che riteniamo importanti è diverso dalle modalità dei ragazzi. Sono venuti e torneranno ai nostri convegni, sono anche interessati ma è difficile che questo possa portare frutti. Allora noi possiamo fare l’unica cosa possibile: favorire, aiutare anche con i soldi, fornire loro occasioni per loro incontri pensati e gestiti da loro dall’inizio alla fine come vogliono, con chi vogliono.

Monica considera l’idea del seminario separato dal convegno interessante ma dubita che poi i giovani verranno al convegno. Dal Gapa sono disponibili anche se hanno difficoltà per la mancanza di operatori. Quello che possiamo fare è una proposta tematica, deve esserci una connotazione nella proposta da fare ai giovani. Anche se non abbiamo definito il titolo del convegno, se è un discorso all’interno della solidarietà il tema proposto per il seminario che parte da un’analisi di sé per andare verso l’altro è la base della solidarietà. Trovo davvero stimolante il titolo, trovo che la commissione si sia concentrata su chi interviene, non sulle linee esatte da seguire. Ad es. è stato proposto Mohamed Ba che è già stato sentito dai giovani e ne sono rimasti entusiasti, non avranno nessuna difficoltà ad ascoltarlo. L’interesse verso un nome può essere già un elemento di approvazione. Si può far incontrare i giovani con Solidarity Watch, per delineare il programma. Si tratta di risorse che abbiamo, mettiamole in relazione tra di loro, uniamo il lavoro già fatto con nuovi stimoli. Dobbiamo trovare le persone giuste capaci di interessarli e valutare spazi adulti – ragazzi.

Mariella aggiunge notizie del campus di Quarrata. Il campus “Giovani Protagonisti” è stato preparato, i ragazzi sono stati cercati, chiamati ma c’era un gruppo di lavoro alle spalle. Hanno chiamato come relatori persone adatte, interessanti per quella fascia d’età; penso a Cesare Moreno educatore, un grande maestro di strada, Davide Mattiello, Antonietta Potente, gente dal mondo dello sport, hanno chiesto collaborazione ad associazioni locali e non che lavorano con alternative per il buon vivere negli spazi urbani. Vediamo allora quanti ragazzi sono rimasti in contatto tra di loro, questa è la risorsa, dobbiamo fare arrivare loro informazioni di questo seminario.

Marta pensa che sia interessante per i costi fare seminario e convegno insieme, però, anche grazie alla nostra situazione di famiglia, possiamo dire che i giovani vogliono fare da soli. Mia figlia, ad esempio, ha preferito organizzare con gli amici incontri con i vari testimoni che sono passati. Anche con le stesse sensibilità i giovani hanno modalità diverse di lavorare.

Elvio fa il parallelo tra i figli e i nipoti. L’impegno dei figli era di natura politica, i nipoti anche se vanno a vari campi scuola, hanno solo l’esigenza di stare insieme tra di loro. Il loro modo di stare insieme non è uguale al nostro. Noi discutevamo, si faceva politica. Io credo che ci sia la necessità di farlo vedere ai nostri giovani, quindi serve la partecipazione insieme ai grandi.

Enrica interviene sul discorso “autonomia” dei giovani e racconta un’esperienza personale. Venuta a conoscenza che l’università aveva fondi che poteva concedere e che erano fermi e inutilizzati, ha parlato con gli studenti che aveva più vicino chiedendo se sapevano di questo e se avevano qualche idea. Si è resa quindi disponibile a lanciare loro un’idea che poi doveva camminare sulle loro gambe. Per loro era un’impresa anche andare al rettorato, invece in poco tempo si sono organizzati, aiutati, sono andati avanti. Anche noi stiamo al fianco dei giovani, ascoltiamoli, aiutiamoli là dove non ce la fanno, ma loro non devono sentirsi un mezzo.

Marco ricorda che un gruppo di giovani ancora non c’è ed è rischioso fare il seminario fuori dal convegno per il timore di non avere presenze. Trovo il tema molto centrato, in linea con noi ed anche un po’ una sfida. Sulla struttura direi di non porre paletti troppo rigidi ma siccome il gruppo non è strutturato serve una persona in grado di interessarli, vedo bene Ba meno Giorgio i cui discorsi sono meno digeribili. Ricordiamoci che nei giovani che tentiamo di raggruppare c’è già una sensibilità esplicita.

Piergiorgio racconta di un’esperienza risalente al 2001/2005 con un gruppo di ragazze. I due adulti che avevano il compito di preparare stimoli per gli incontri, erano molto preoccupati di cosa dire loro e come dirlo. Rimasero stupiti al constatare che questi giovani volessero fondamentalmente essere ascoltati da adulti disponibili, adottando di conseguenza ciò che si proponeva come stimolo o modificandolo seduta stante.

Pierpaolo non mette in discussione il seminario ma pensa che sia una nostra esigenza di avere persone che ereditino il nostro stile, le nostre convinzioni. Pensa sia più funzionante un campus come quello di Quarrata, favoriamo questo tipo d’incontri.

Antonio pensa che ci possa essere una collaborazione della Rete con il Pozzo di Giacobbe di Quarrata per preparare il prossimo Campus.

Olga ricorda i primi seminari giovani residenziali fatti uno in una casa d’accoglienza, uno in Puglia con i raccoglitori di pomodori, pensa all’importanza di un seminario alla Collina.

Monica vede un aspetto positivo proporre, dare stimoli, creare occasioni con i testimoni con lo stile della Rete; per quanto riguarda il ricambio generazionale le persone giovani le ha incontrate nella Rete anche se con i capelli bianchi, è una bella testimonianza per i nostri ragazzi vedere che la speranza, la vitalità di vita va oltre l’età anagrafica. Inoltre avvicinando i giovani al convegno abbiamo l’occasione per fare la proposta dei viaggi che potrebbe venire dal contatto con le realtà dei nostri testimoni. Un altro aspetto positivo è legato all’esperienza concreta che stiamo vivendo noi come rete di Torino con la mostra migranti. Adulti e ragazzi stanno lavorando insieme con metodi diversi. Dobbiamo superare restrizioni mentali, il confronto è possibile, faticoso ma importantissimo. Dobbiamo comunque decidere se mantenere il seminario legato al convegno. Possiamo dire che per questa volta facciamo l’esperimento del seminario unito al convegno?

Definito che il seminario si farà nelle stesse date del convegno, l’operatività rimane alla commissione che continua il lavoro magari affiancata da qualche giovane.

  • TITOLO E CONTENUTI DEL CONVEGNO

Pier riprende la proposta di impostazione che era stata fatta cioè provare a vedere, in questo lavoro che stiamo facendo di verifica di sé stessi, la visione dell’altro; la rete vista non dal dentro ma dal fuori; che visione hanno della rete i figli, i nipoti. C’eral’ipotesi di coinvolgere i figli di Masina ed anche i testimoni con cui stiamo lavorando.

Lucia dice che dal gruppo di Salerno è emersa la sofferenza di parlarci troppo addosso. Maria Rita di Noto vede questa ipotesi di confronto con i testimoni. Anche il termine “solidarietà” non ha più un significato vero. Da un seminario è uscito il termine “complementarietà” che potrebbe essere unito a “solidarietà”. Ascoltare molto i testimoni e come essere complementari con loro. Non rimanere piegati su noi stessi.

Ercole rileva un atteggiamento narcisista nel proporre un tema del genere, chiedere all’esterno come veniamo percepiti può essere un’auto celebrazione.

Gigi dice che non si possono dimenticare tematiche affrontate nel precedente convegno e tuttora aperte. Ricorda l’avvocato Paleologo che ci parlò di un’associazione che stava organizzando per fare pressioni sulla UE per il problema migranti e c’è anche il tema Ius Soli.

Marco considera il tema del convegno consolidato ma con il serio rischio di autocelebrazione. Riguardo al contenuto fare un’analisi seria sull’operazione a costo zero della rete sui migranti e come provocazione invitare referenti di progetti che sono falliti per capirne i motivi.

Maria Teresa pone l’attenzione sul rischio che nel convegno si parli troppo di cose interne alla rete. Il reato di solidarietà ci deve portare ad agire, azioni concrete; il metodo dei lavori di gruppo è importante.

Ercole dice che la novità vera è che anche in Italia la solidarietà ha cominciato a diventare un reato; nel 1944/45, durante la resistenza, la solidarietà era un reato. Bastava dare aiuto ad un partigiano, un ebreo e rischiare di morire. Ora aiutare i clandestini è un reato. Allora fare la solidarietà diventa resistenza.

Dopo aver costituito un gruppo per studiare il tema solidarietà e svolto un seminario incentrato sulla solidarietà, la solidarietà come reato è la vera novità di questo ultimo periodo perciò dovrebbe essere la centro del nostro convegno con l’aiuto di persone che hanno studiato l’argomento dal punto di vista storico, filosofico, sociologico e trovando testimoni.
Su questo faremo poi le nostre riflessioni ed arrivare a conclusioni politiche
.

Antonio, a partire da una sua esperienza nella redazione di Missione Oggi, in un incontro organizzativo dove si ponevano l’interrogativo di chiedere ai lettori cosa ne pensassero della rivista, arrivarono alla conclusione di fare un numero della rivista con articoli duri, provocatori che avrebbero diviso e portato a delle scelte e vedere poi quello che ne pensavano i lettori. Questo per dire che non dobbiamo chiedere cosa la gente pensa di noi, ma deve essere il contenuto del convegno stimolante, solidarietà e complementarietà insieme.

Pierpaolo non crede che possiamo fare un convegno aperto all’esterno basato solo sulle riflessioni fatte in questi ultimi tempi. Cosa significa oggi essere solidali con i popoli che aumentano enormemente la natalità e dei quali è impossibile arginare i flussi? Cosa significa solidarietà nel quotidiano. Cosa significa complementarietà, interazione, integrazione; sono parole che si usano poco anche a scuola. Esiste ora anche il reato di soccorso, ad es. per i naufraghi in mare.

Dino riprende il discorso di Marco, vogliamo che i nostri referenti siano i nostri critici. Centrale è il discorso di Ercole, importante è anche quello che diceva Antonio. Questi sono gli argomenti che devono girare nella mail list. Importante è la centralità su cosa significa essere solidali, se noi possiamo giudicare oppure essere solidali concretamente.

Maria è assolutamente d’accordo con Ercole. La parola “solidarietà” deve ritornare come scelta, lotta, deve essere ben evidente nel titolo. Guardando quello che sta succedendo si vede che si erode il senso di umanità. Essere solidali vuol dire esporsi fortemente.

Pier: la solidarietà come reato investe tutto il discorso politico, ma anche riflessioni dal nostro punto di vista, potremmo essere chiamati a disobbedire. E’ assolutamente necessaria la presenza di Solidarity Watch e dovremmo essere veloci a contattare i referenti locali operazioni, specialmente quelli preparati per accogliere eventuali viaggi giovani

Maria Teresa rileva le ambiguità nella parola solidarietà, nel titolo dobbiamo evidenziare quale punto di vista vogliamo sottolineare. Dobbiamo analizzare il termine con radici storiche ma anche antropologiche. La paura del diverso sta nel nostro profondo, nella nostra antropologia. Dobbiamo anche conoscere gli aspetti giuridico amministrativi che la resistenza, la disobbedienza implicano.

Ercole riprende il discorso di Maria Teresa. Dobbiamo pensare ad un grande giurista che affronti il tema della solidarietà come reato, che faccia uno studio o si avvalga di qualcosa già prodotto sul tema, oppure commissioniamo noi uno studio di solidarietà come reato a livello italiano e anche internazionale. Ferraioli può essere un nome.

Marco teme il poco interesse per un aspetto così giuridico della solidarietà. Si è procurato sentenze su reati di questo tipo, potrebbe fare una scheda da inserire nella cartella del convegno. Abbiamo due realtà come la Palestina e i Mapuche dove la solidarietà è reato. Uno dei due referenti deve essere al convegno.

Elvio ritiene inflazionato il termine solidarietà. Propone un titolo “solidarietà =politica”.

Dino introduce il termine fratellanza. Essere fratelli è centrale.

Alessandra: con il convegno vogliamo arrivare a molte persone. Siccome in questo momento la solidarietà si lega soprattutto ai migranti, dobbiamo far capire che i muri, i respingimenti non sono soluzioni e siamo chiamati tutti insieme a trovare soluzioni alternative.

Gianni ricorda la disobbedienza civile che ci tocca come persone, non certo la solidarietà espressa via mail. Propone il fratello di Silvana, veronese presidente del movimento non violento come presenza al convegno. Ricorda Anissa e chiede che non passi sotto silenzio il fatto che il giro d’Italia parta da Israele.

  • 3.VARIE

PROSSIMI COORDINAMENTI:

Pescia: 25/26 novembre 2017

Sezano: 20/21 gennaio 2018

Trevi: 13 aprile 2018.

PROSSIME CIRCOLARI:

Novembre 2017: Udine

Dicembre 2017: Noto

Gennaio 2018: Milano.

  • Beppe ricorda Andrea Juvara, l’amico della rete di Casale morto tragicamente ed i cui familiari hanno fatto una donazione per i progetti della rete.
    Raccolti 8.000 euro di cui 2.000 saranno destinati alla cooperativa di Salete in Brasile mentre gli altri 6.000 euro andranno nella cassa nazionale per i vari progetti.

  • Toni ci comunica l’uscita del libro che Giorgio Gallo ha scritto insieme ad una collega d’università. Il titolo è: “Capire il conflitto, costruire la pace” Edizioni: Mondadori

  • Pierpaolo ci porta i saluti di Ettore Cannavera e fa un breve resoconto della situazione della Collina.

A cura della rete di Udine

Grado (GO), 16 ottobre 2017. Trecento cittadini in Consiglio comunale si ribellano di fronte alla Giunta comunale: rifiutano l’accoglienza di 18 migranti nella frazione di Fossalon, 18 migranti su una popolazione residente di 8.251 unità (dati 2016). Quando si parla di migrazione sulla stampa, in dibattiti televisivi, nelle aule della politica il termine “invasione” sembra ormai d’obbligo, corroborato da immagini e filmati. Ma cosa sono 18 persone su 8.251? Grado, la cosiddetta “isola d’oro”, è stata “invasa” da 18 migranti? Nel solo primo semestre 2017, Grado ha visto incrementare le presenze di turisti fino a 425.442 unità (+24.3%): di fronte a queste capacità ricettive, benché stagionali ovviamente, ci si spaventa per 18 migranti? In Italia nel 2016 hanno ottenuto il permesso di soggiorno per asilo politico o protezione umanitaria 155.177 persone e gli arrivi in totale sono stati 181.000. La popolazione italiana nello stesso anno ammontava a 60,7 milioni. Siamo stati “invasi” da 155.177 persone? Siamo stati invasi da 181.000 persone? Accogliere questi esseri umani solitamente sprovvisti di tutto ciò che consente la sopravvivenza è un problema che va affrontato seriamente, ma la distorta percezione del fenomeno apre la strada ad egoismi, violenze, manifestazioni razziste che rivelano anche l’indifferenza nei confronti delle sofferenze di queste persone e la mancanza di conoscenza delle situazioni da cui cercano disperatamente di fuggire. Quanti si preoccupano di cercare informazioni sui loro paesi di provenienza e su ciò che in essi accade, di conoscerne le vicende, come facciamo abitualmente con i nostri parenti (che poi, da un punto di vista puramente biologico, lo sono veramente)? La crisi economica ha sicuramente segnato anche ampie fasce della nostra popolazione. Ma pare che nell’immaginario collettivo stia scomparendo l’esperienza diretta o indiretta delle sofferenze della guerra, della fame, delle persecuzioni. La mancanza di esperienza o di qualcuno che ce la racconti fa la differenza. Quando hai vissuto, visto o sentito, il rapporto con l’altro si modifica. Quando hai sentito il racconto delle loro fughe rocambolesche nascosti sotto i camion, stipati in navi che spesso affondano consegnando al mare i loro corpi, delle botte, delle sevizie, degli abusi sessuali, forse, a quel punto, il termine “invasione” suona solo come una parola ridicola, nemmeno confortata dai numeri.

L’esperienza fa la differenza.

Studenti di età da 16 a 19 anni di alcuni istituti scolastici di 4 comuni friulani da settembre 2017 a settembre 2018 sono impegnati nel progetto CROSSROADS. Il progetto mira a diffondere la cultura dell’accoglienza partendo dalla storia locale come trampolino per acquisire un punto di vista ampio e la capacità di entrare in empatia con il diverso. Il progetto promuove i valori di appartenenza alla Comunità Europea, creando le basi per l’acquisizione di una cittadinanza attiva attraverso la conoscenza del vissuto dei cittadini di ieri, oggi e domani. Gli obiettivi specifici sono:
– creare, attraverso la simulazione, le condizioni affinché i partecipanti sperimentino il vissuto di chi scappa da condizioni di guerra e povertà;
– comprendere come gli atteggiamenti davanti a situazioni di pericolo e difficoltà siano comuni a tutti gli esseri umani;
– capire attraverso le storie raccontate da immigrati attualmente residenti sul nostro territorio quali sono state le paure e i pericoli che hanno corso per arrivare nel nostro paese;
– avere uno sguardo più ampio sul nostro passato e presente di emigranti raccogliendo le storie di chi ha abbandonato la propria terra;
– realizzare come sogni, paure e speranze uniscano le persone che a fatica lasciano la propria terra.
Il progetto CROSSROADS si sviluppa in 4 fasi e vede impegnati studenti e migranti supportati da volontari, insegnanti e psicologhe esperte. La 1^ fase è stata già realizzata e consisteva in una simulazione che ha visto impegnati studenti e migranti a ruolo invertito. I ragazzi sapevano che avrebbero fatto un’esperienza con dei migranti o sui migranti, ma non sapevano che sarebbero stati protagonisti della refugees simulation, mentre le famiglie erano state avvertite. Gli studenti nel ruolo di migranti hanno attuato una improvvisa fuga all’alba da un paese in guerra. Hanno affrontato l’inizio di un viaggio che li ha coinvolti come gruppo e come singoli in scelte e difficoltà da superare per arrivare in un luogo sicuro. Hanno sperimentato ostacoli e fatiche nel trovarsi improvvisamente a contrattare con persone senza scrupoli (ruolo svolto dai migranti) per attraversare un confine o per avere un pasto caldo, vivendo lo sforzo e la paura del non comprendere la lingua di chi sta contrattando sulla loro vita. Hanno toccato con mano, seppur per breve tempo, la fatica fisica e la solidarietà (o meno) all’interno del proprio gruppo e l’importanza del contatto umano con persone incontrate durante il cammino. Gli effetti della simulazione sono stati eclatanti e drammatici per l’intensità delle emozioni vissute dai partecipanti: chi ha ringraziato, chi ha affermato che gli è stata cambiata la vita, chi ha detto che finalmente ha capito, chi è scoppiato in lacrime … Ovviamente quanto vissuto è stato elaborato con il supporto delle psicologhe coinvolte nel progetto nel corso di due giornate di debriefing. Il progetto continuerà per la realizzazione delle altre fasi. Siamo convinti che dopo un’esperienza di questo tipo i migranti non verranno più visti come esseri pericolosi ma semplicemente per quello che sono: persone che affrontano grandi difficoltà, grandi sofferenze e grandi paure.