Home2017dicembre

Care e cari,la sera di venerdì 1 dicembre, come già annunciato, abbiamo fatto un incontro sul viaggio della rete di Verona in Ghana. E’ stata una serata partecipata (quasi una cinquantina i presenti) e coinvolgente. Alla nostra narrazione, corredata da slides che illustravano le fasi del viaggio e gli incontri fatti, si è aggiunto l’interessante contributo della giornalista Antonella Sinopoli. E’ una donna che ha scelto di vivere in Ghana e che tiene un blog (ghanaway.net, in italiano) e dirige una testata giornalistica on line, Voci Globali (https://vociglobali.it/), che si occupa di diritti umani. Con questi mezzi fa un’interessante controinformazione rispetto ai tanti luoghi comuni detti e scritti sull’Africa. Terremo i contatti anche con lei e sarà un utile confronto per il nostro progetto contro l’abbandono scolastico ad Adjumako.

Torniamo ad aggiornarvi sulla Palestina. Proprio in queste ore, con il riconoscimento di Gerusalemme capitale israeliana, il presidente Trump soffia sul fuoco dei fraintendimenti storici e della prepotenza armata. E, come noi, molte associazioni si stanno muovendo per non fare passare sotto silenzio l’accordo economico-politico che farà partire il Giro d’Italia 2018 proprio nello stato di Israele. Ciò comporta un ulteriore riconoscimento internazionale per un governo che pratica l’apartheid e che è stato più volte condannato per il mancato rispetto dei diritti umani verso milioni di Palestinesi. Netanyahu ha anche invitato papa Francesco per la partenza del giro, nel prossimo maggio. A tale proposito, nella scorsa riunione di rete di novembre, alcuni di noi hanno proposto di scrivere una lettera al papa. L’abbiamo scritta e spedita, raccogliendo le firme di chi era presente o, comunque, di chi incontriamo più spesso. Per noi di Verona, il prossimo appuntamento sui temi della Palestina sarà lunedì 18 dicembre a Sezano alle 20,45. Ci fa piacere che il Monastero del Bene Comune mantenga un’attenzione forte sulle sorti di questa terra. In un momento in cui le cattive notizie sono sempre più frequenti da tutto il Medio Oriente, è fondamentale essere informati e capire quello che possiamo fare concretamente.

A livello nazionale, la ReteRR sta preparando il Convegno biennale del prossimo anno. Lo terremo ancora a Trevi nei giorni 13, 14 e 15 aprile 2018. Sappiamo che ci può essere qualche difficoltà per raggiungere l’hotel, ma la storica sede di Rimini (hotel Punta Nord) ha cambiato destinazione d’uso. Quindi si conferma la sede di Trevi, dove per altro, a prezzi accessibili, siamo stati accolti con disponibilità e cordialità nel 2016 e dove gli spazi sono numerosi. Il Convegno avrà come titolo “La solidarietà non è reato: resistiamo umani”. Sempre più spesso vediamo che si vorrebbe far passare l’idea che la solidarietà può essere un reato. Non è la prima volta che succede nella storia. Anche ai tempi del nazismo, come ci ha ben ricordato Ercole Ongaro, chi aiutava gli ebrei a sottrarsi alla persecuzione, veniva perseguito e condannato. Giornalisti, giuristi e i nostri “testimoni” ci aiuteranno ad approfondire questo tema. Contemporaneamente al Convegno si sta organizzando anche un Seminario Giovani dal titolo “E se io fossi al tuo posto?”. Il Seminario, pensato per giovani dai 16 ai 25 anni, avrà un suo percorso autonomo, anche se poi ci sarà un momento di sintesi in comune con il Convegno. Il coordinamento ha chiesto che ogni rete locale si impegni a invitare giovani della propria zona perché è importante che i giovani colgano occasioni come questa per riflettere sui rapporti nord sud, sulla situazione dei migranti, sul diritto a cercare una vita migliore per ogni persona. Sicuramente ciò comporterà uno sforzo economico maggiore e non sappiamo come le nostre modeste riserve potranno fare fronte alle spese per i relatori invitati e per gli ospiti (soprattutto i giovani) che avranno difficoltà a pagare viaggio e albergo. Il coordinamento propone perciò che si costituisca una “voce di cassa” apposita: chi può versare una cifra extra, anche modesta, la depositi sul nostro conto locale con la causale: per il nostro prossimo convegno.

Infine qualche notizia “interna”. Dino ha chiesto di essere sostituito nell’incarico di rappresentante legale dell’associazione. Nell’incontro del 7 novembre è stato deciso che questo ruolo lo avrà Maria Picotti. Come sapete, si tratta solo di un’indicazione burocratica richiesta dalla nuova regolamentazione sulle associazioni; per il resto tutto rimarrà come prima. Cercheremo solo di fare circolari sempre più collegiali, a partire da questa. Concludiamo augurandovi un Natale sereno insieme alle vostre famiglie e che il nuovo anno rinnovi in ciascuno e ciascuna di noi l’impegno a dare il proprio contributo per la pace e la giustizia qui nella realtà in cui viviamo e là dove lavorano i nostri referenti nel mondo.
Maria, Gianni, Silvana, Dino, Laura, Gianco, Francesca, Roberto.

Care amiche e cari amici della Rete trentina, a conclusione di questo 2017, che come tutti gli anni ha portato con sé cose positive e cose negative, vorrei soffermarmi su qualche elemento di speranza, con l’augurio che nel 2018 l’impegno di tutti noi insieme possa migliorare un po’ il mondo in cui viviamo. Vorrei ancora una volta parlare del progetto che la Rete trentina sta seguendo, il Progetto Profughi, che si sta modificando progressivamente in base all’evoluzione della situazione. In particolare come Rete abbiamo cercato di inserirci in un contesto più ampio, anzi ci siamo fatti promotori di un coordinamento tra varie realtà che in Trentino si occupano di accoglienza, denominato Oltre l’Accoglienza (in sigla OLA). Ci sono già dei primi risultati, che riguardano la messa in rete di informazioni, buone pratiche, conoscenze, esperienze. Negli ultimi tempi ci siamo occupati soprattutto di senzatetto, persone che in inverno rischiano molto a causa del freddo. E fra i senzatetto ci sono molti migranti, che dormono all’addiaccio o in ripari di fortuna. Ci sono state delle iniziative del pubblico e del privato per dare risposte al problema, ma sono ancora insufficienti. L’impegno di OLA è di approfondire il problema e di cercare insieme possibili soluzioni. La sensibilità verso questi temi si sta ampliando, anche se non dobbiamo nasconderci che il 2018 sarà un anno di elezioni, sia a livello regionale che nazionale. E questo non favorirà certo il confronto sereno e costruttivo, ma, al contrario, è prevedibile che i toni del dibattito si accendano e che ancora una volta il tema delle migrazioni, che è uno dei più delicati non solo in Italia, diventi un campo di battaglia per le posizioni più estremiste. Ma mi sono imposto di portare elementi di speranza e tra questi vi segnalo l’iniziativa della parrocchia di S. Antonio a Trento, dove è attivo un folto gruppo di volontari che seguono vari immigrati, profughi e richiedenti asilo. In questa parrocchia si è tentato di allargare la riflessione e si è cercato di coinvolgere tutti i partecipanti alla Messa affinché accogliessero la proposta di visitare la Residenza Fersina, una delle strutture di Trento in cui sono ospitati i richiedenti asilo. Un laico ne ha parlato in occasione della Messa festiva del 17 dicembre, lanciando l’invito, e la domenica successiva altri due laici hanno riferito in chiesa sull’esito positivo della visita, alla quale aveva preso parte un gruppo di parrocchiani, dimostrando così un’attenzione che ai migranti infonde coraggio, agli operatori e ai volontari esprime riconoscimento. “Non è un Hotel a cinque stelle la Residenza Fersina, come pensano alcuni – hanno detto i due laici in chiesa – è lo sforzo della comunità trentina per la prima accoglienza dei rifugiati. Sono persone in attesa, lontane dalla propria terra e dai propri cari, senza un lavoro che dà sicurezza. Non portano solo problemi, portano anche un contributo di creatività e resistenza. Il loro sacrificio insegna a noi ad avere pazienza e tenacia nel perseguire l’obbiettivo di una società più giusta e in pace. Superare i nostri pregiudizi è difficile, ma necessario”. E con questo messaggio, auguro a tutti un Anno Nuovo ricco di speranza.
Fulvio Gardumi
NB. SE QUALCUNO FOSSE INTERESSATO A PARTECIPARE ALLE ATTIVITA’ DI OLTRE L’ACCOGLIENZA ME LO FACCIA SAPERE. IL PROSSIMO INCONTRO E’ MARTEDI’ 9 GENNAIO ORE 20.30 ORATORIO S.ANTONIO VIA S.ANTONIO TRENTO

Lettera Natale 2017

Carissima, carissimo, quest’anno in particolare mi appare chiaro quanto questo Natale sia dalla parte degli impoveriti. Ognuno di noi sa quanto abbiamo oggi bisogno di creare momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto nei confronti di chi si ritrova impastoiato in qualsiasi tipo di povertà, da quella che costringe a indossare vestiti laceri e sporchi, a dormire sotto i ponti e dentro cartoni. E quella ancor più spietata che degenera in emarginazione e solitudine, in delusione e disperazione, in rabbia e violenza. Quella delle centinaia di milioni di uomini e donne che nel Sud del mondo soffrono perennemente la fame e l’esclusione. Conosciamo tante storie con cui siamo in contatto e con cui abbiamo creato una relazione di solidarietà, che ci descrivono, purtroppo quanto la povertà sia profonda. Questi amici ci interpellano ogni giorno con i loro volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione delle libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria alla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. Questa povertà ha il volto di donne, di uomini e bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. In questi giorni sto accompagnando Aleida Guevara, la figlia del Che, in giro per l’Italia per ricordare a 50 anni del suo assassinio i valori per cui ha vissuto, lottato e morto. Aleida insiste sull’importanza della ricerca dell’unione tra coloro che credono e lottano per un mondo migliore, fondamentale è la scuola, la cultura, solo un uomo e una donna colti possono essere rivoluzionari e perseverare in questo cammino, l’importanza che alle parole, ai proclami, i politici e non solo, debbano seguire i fatti! La solidarietà non è dare il superfluo ma condividere con chi non ha. È Natale, noi credenti siamo chiamati a rispondere al suo messaggio, lo dimostra il richiamo dei Salmi, l’esortazione ad amare con i fatti e non a parole come evidenziano le lettere di Giacomo e di Giovanni, la rievocazione dello stile di vita solidale delle prime comunità descritte negli Atti degli Apostoli, l’eco del discorso della montagna, all’insegnamento di San Giovanni Crisostomo sulla sacralità del povero e all’esempio di San Francesco d’Assisi. Credo che la povertà sia l’atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera come obiettivo di vita e condizione per la felicità, è il metro che ci permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere non egoistico e possessivo i legami e gli affetti.

La decisione di Trump di dare a Gerusalemme l’investitura di capitale di Israele liquidando la soluzione dei due Stati in Palestina non a caso segue di pochi mesi la legge di “sanatoria” con cui la Knesset aveva “regolarizzato” gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania espropriando i terreni privati palestinesi su cui le case erano state costruite. Dunque tutto era già consumato; Trump non ha fatto una cosa che era già avvenuta, però ha messo fine a una speranza che aveva permesso ai palestinesi di sopravvivere nella sciagura e a Israele di adagiarsi in relativa sicurezza sul risultato già raggiunto. Perciò è stata una decisione assai grave. Essa non solo riconosce Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, cosa che in se stessa sarebbe del tutto legittima se riguardasse la parte israeliana della città dove già hanno sede il governo e la Knesset, ma suggella l’occupazione militare della parte di Gerusalemme conquistata nel 1967 che, secondo il diritto internazionale, è un territorio occupato di cui non è lecito mutare lo status; al contrario la decisione di Trump legittima l’annessione, che di fatto è annessione ad Israele di tutta la Palestina, cioè anche della Palestina palestinese ed araba la cui esatta definizione è “Territori occupati” e che avrebbe dovuto essere, secondo gli impegni internazionali sempre ripetuti in questi sessant’anni, il territorio dello Stato palestinese. Trump ha detto di mantenere l’opzione a favore dei due Stati in Palestina, ebraico l’uno, arabo-palestinese l’altro, ma di fatto ha sotterrato questa ipotesi e lasciato quindi tragicamente insoluta la questione del popolo palestinese, per il quale non è pensata ormai da nessuno altra sorte che quella di una minoranza non riconosciuta e discriminata all’interno dell’unico Stato di Israele, che la Knesset sta definendo per legge come uno “Stato per gli ebrei”, nel quale ai soli ebrei è riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. In questo Natale sono convinto che sia giunto il momento di riagganciare il piacere di vivere, di esserci, di crescere, liberandosi della preoccupazione infantile di avere a tutti i costi l’approvazione degli altri. La crisi economica che stiamo attraversando ci chiama a fidarci di più delle nostre intuizioni, imparare a convivere con lo smarrimento del presente, al rimettere al centro il piacere di vivere, ritrovando in tal modo il senso della meraviglia verso la vita, la gioia della conquista e il fascino del mistero.
Questo è l’augurio per il prossimo Natale.
Antonio

NATALE
Ma quando facevo il pastore allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina, i campi rotti al gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano creature piene di ferite;
mia madre era parente della Vergine,
tutta in faccende finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

p. David Maria Turoldo

Ciao a tutte a e tutti, Buone Feste. Siamo nel periodo, cosiddetto, delle festività di fine anno. Luci e addobbi in tutte le strade, vetrine che richiamano all’acquisto di regali. Luci e “feste” che fanno dimenticare il vero Natale.
Molti anni fa, una “rivoluzione” aveva tentato di dare il giusto senso al Natale. Prendiamo a prestito una bella espressione di Ettore Masina “Tra il tutto che nessuno farà ed il nulla che si continua a fare, il poco è rivoluzionario”, per dirvi che le rivoluzioni non sono finite o, per dirla in altro modo, “la resistenza non va in ferie”. Riprendiamo allora un vecchio articolo tratto da “Com nuovi tempi” del 28 dicembre 1980 che parlava della rivoluzione nicaraguense che meglio spiega il messaggio che vi proponiamo:
“Nel desiderio di recuperare il vero significato popolare e cristiano delle feste natalizie, il governo di ricostruzione nazionale del Nicaragua ha emesso un decreto che proibisce la pubblicità che utilizza a fini commerciali il Natale e qualsiasi riferimento alla nascita di Cristo. Il decreto inviato al consiglio di stato per l’approvazione, suona così:
“La Giunta di Governo di ricostruzione nazionale della repubblica del Nicaragua considerando:
a) che per la prima volta nella sua storia il Nicaragua è libero e che è urgente riscattare le feste natalizie dal carattere puramente commerciale e mercantilistico che hanno avuto in passato;
b) che, nell’ambito del cambiamento delle strutture fondamentali effettuato dalla nostra rivoluzione, le feste natalizie debbono ricuperare il loro vero significato popolare e cristiano;
decreta che
Art. 1. E’ proibito ogni tipo di annuncio o promozione commerciale – per via di stampa, di televisione, di radio o di qualsiasi altro mezzo – che utilizzi o invochi il natale o qualsiasi rapporto con la data della nascita di Cristo allo scopo di incentivare la vendita di articoli o servizi.
Art. 2. Le imprese commerciali, le agenzie di pubblicità e i mezzi di diffusione che violino l’art, 1 dovranno pagare una multa equivalente al quadruplo della pubblicità contrattata, nonché a dieci il premio pubblicizzato come stimolo promozionale. Le multe e i premi in questione saranno devolute al Ministero del benessere sociale che le applicherà a beneficio dei programmi per l’infanzia.
Art. 3. L’applicazione del presente decreto è affidata alla direzione dei mezzi di comunicazione, presso il Ministero della cultura.
Art. 4. L’applicazione del presente decreto non comporta nessun pregiudizio della pubblicità e propaganda normale delle imprese.”

Notizie
Convegno nazionale 2018
Si sta preparando il Convegno biennale del prossimo anno, si terrà ancora a Trevi nei giorni 13, 14 e 15 aprile 2018.
Il Convegno avrà come titolo “La solidarietà non è reato: resistiamo umani”. Sempre più spesso vediamo che si vorrebbe far passare l’idea che la solidarietà può essere un reato. Non è la prima volta che succede nella storia. Anche ai tempi del nazismo, come ci ha ben ricordato Ercole Ongaro, chi aiutava gli ebrei a sottrarsi alla persecuzione, veniva perseguito e condannato; giornalisti, giuristi e i nostri “testimoni” ci aiuteranno ad approfondire questo tema.
Contemporaneamente al Convegno si sta organizzando anche un Seminario Giovani dal titolo “E se io fossi al tuo posto?”. Il Seminario, pensato per giovani dai 16 ai 25 anni, avrà un suo percorso autonomo, anche se poi ci sarà un momento di sintesi in comune.

tribunale permanente dei popoli

SESSIONE SUI DIRITTI DELLE PERSONE MIGRANTI E RIFUGIATE (2017-2018)

Udienza di Palermo, 18-20 dicembre 2017

E-mail:ppt@permanentpeoplestribunal.org
www.permanentpeoplestribunal.org

Giuria

Carlos Martín Beristáin (Spagna)
Luciana Castellina (Italia)
Donatella Di Cesare (Italia).

Franco Ippolito (Italia)
Francesco Martone (Italia)
Luis Moita (Portogallo)
Philippe Texier (Francia)

ACCUSA

La circostanza che le violazioni dei diritti fondamentali di singole persone costrette a lasciare il proprio paese siano diventate tanto frequenti e prive di una qualsiasi sanzione giuridica, tale che ne possa impedire la reiterazione, hanno permesso di individuare un «popolo migrante».

Un «popolo» dotato di una sua specifica connotazione, come è emerso da numerose testimonianze e da rapporti concordanti, come quelli delle Nazioni Unite, di MEDU e di Amnesty International, esaminati nel corso della recente sessione di Palermo del Tribunale Permanente dei popoli.

Questo Tribunale può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo. I materiali probatori raccolti, la ricostruzione dei fatti e la qualificazione delle responsabilità possano avere però un riscontro anche nelle sedi giudiziarie ordinarie, fino ai gradi più alti della giurisdizione internazionale, nel rispetto dei principi e delle garanzie dello stato di diritto.

Il diffuso populismo giudiziario, emerso nelle indagini contro le Ong, e la timidezza dei giudici costituzionali nell’affrontare le questioni di compatibilità delle normative e delle prassi in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare, come nel caso dei cd. “respingimenti differiti” disposti dai questori in assenza di un effettivo controllo giurisdizionale, costringono a riflettere sulla reale portata dei diritti fondamentali riconosciuti alla persona migrante, ed in qualche modo anche sugli spazi di agibilità democratica che rimane a chi opera quotidianamente nel campo della solidarietà, oggetto di vere e proprie campagne di criminalizzazione.

Quando sarà pubblicata l’imponente mole di testimonianze e rapporti raccolti durante la sessione del Tribunale permanente dei Popoli di Palermo , si potrà verificare sino in fondo la complicità del governo italiano e degli stati europei nei crimini contro l’umanità commessi in Libia e nelle acque internazionali ai danni dei migranti. Non soltanto una responsabilità per omissione, ma una responsabilità ancora più grave per avere deliberato accordi ed interventi, ed adottato misure operative, nella piena consapevolezza delle conseguenze che si sarebbero scaricate sulle persone bloccate in mare, riportate a terra dalla Guardia costiera libica ed intrappolate a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici.

Dai lavori del Tribunale dei Popoli è emerso come la distinzione in Libia tra centri governativi e centri informali non regga più, e come anche nei centri visitati, magari una volta al mese, da funzionari ONU, anche lì, non appena finiscono le visite, riprendono gli abusi e le richieste estorsive. Come è emerso anche quanto sia precaria ed esposta ai trafficanti la sorte di quella esigua minoranza di persone che ricevono dall’UNHCR la certificazione di rifugiato, ma non godono in Libia un alcuno status legale, considerati sempre come migranti “illegali”.

La questione della giurisdizione in acque internazionali appare profondamente mutata dopo la recente dichiarazione delle autorità libiche di Tripoli che rinunciano alla istituzione di una zona SAR libica richiesta all’IMO (Organizzazione internazionale marittima) nei mesi successivi alle intese del 2 febbraio scorso tra Italia e Tripoli, ma mai accolta per assenza di requisiti. Oltre ad essere significativa per gli sviluppi futuri, quanto dichiarato adesso dall’IMO e dal governo libico confermano uno scenario che era stato identificato dalle denunce degli operatori umanitari, ma che il governo italiano aveva pervicacemente negato. Non esisteva, non è mai esistita una zona SAR libica, e dunque le autorità italiane hanno concluso accordi ed attuato prassi operative con uno stato che al di là delle proprie acque territoriali (12 miglia dalla costa) non poteva garantire alcun intervento di ricerca e soccorso in conformità alle norme imposte dalle Convenzioni internazionali.

I comandi di “stand by”  impartiti dal Comando centrale della Guardia costiera (MRCC) alle navi umanitarie che potrebbero intervenire con immediatezza in acque internazionali, e la “chiamata” alle autorità libiche, designate in un secondo momento come “Autorità Sar responsabile”, implicano scelte che corrispondono negli effetti ad un vero e proprio respingimento collettivo, attuato dalle autorità italiane in concorso con gli assetti europei presenti in acque internazionali.

Occorre sospendere gli accordi con il governo di Tripoli, e con gli altri governi che non rispettano i diritti umani. Vanno riaperti canali sicuri e regolari in Europa per rifugiati e migranti, anche attraverso il reinsediamento, l’asilo umanitario e i visti umanitari, il ricongiungimento familiare, la mobilità dei lavoratori per livelli di competenza e visti di studio; il diritto di richiedere asilo in qualsiasi circostanza, anche nei centri Hotspot, deve essere assicurato.

Occorre garantire che le politiche e le prassi di controllo delle frontiere dell’UE proteggano le persone e i loro diritti, e non abbiano lo scopo esclusivo, peraltro del tutto vano, di fermare i movimenti migratori. Saranno questi gli impegni per i quali continueranno a battersi nei prossimi mesi le centinaia di associazioni che hanno chiesto la sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli.

Fulvio Vassallo Paleologo

* Adif ( Associazione Diritti e frontiere)
Esponente della Requisitoria finale nella sessione di Palermo del Tribunale permanente dei popoli

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCEDIMENTO

I. Origini di questa Sessione
Tutta la lunga e intensa storia del Tribunale Permanente dei Popoli (www.permanentpeoplestribunal.org) – finalizzata, dalla sua fondazione nel 1979 a Bologna, a essere strumento al servizio dei popoli, per il riconoscimento, la restituzione, l’affermazione dei diritti e la denuncia delle loro negazioni, violazioni e mancanza di protezione da parte delle giurisdizioni delle istituzioni nazionali e internazionali – costituisce il retroterra di questa Sessione i cui obiettivi e la cui metodologia di lavoro coincidono in modo esemplare, e drammaticamente attuale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Algeri,1976), che rappresenta lo statuto sostanziale e la stessa legittimazione del TPP:
– essere tribuna di visibilità, presa di parola, restituzione della piena dignità di soggetti di diritto alle vittime di violazioni;
– partecipare, con gli strumenti del diritto, alle lotte per la ricerca e l’affermazione, concreta e di principio, dell’autodeterminazione nell’accesso e nell’esercizio dei diritti fondamentali previsti nel diritto internazionale;
– identificare e denunciare i vuoti del diritto esistente e delle sue derive storiche e istituzionali, nei valori di riferimento e nelle pratiche, in vista di una sua riformulazione, prioritaria e urgente, per essere garante di vita e dignità per individui e popoli emarginati e relegati alla condizione di espulsi, vittime nelle realtà nazionali e globali controllate da poteri forti, capaci di sottrarre la legalità a qualsiasi controllo di legittimità sostanziale e gli esercizi del potere a qualsiasi giurisdizione che abbia come riferimento il rispetto sostanziale dei diritti umani.

Il lungo e articolato atto di accusa presentato da più di 100 associazioni e organizzazioni internazionali nella richiesta di Sessione recepita dal TPP nella Sessione inaugurale di Barcellona il 7-8 luglio 2017, fotografa efficacemente la trasformazione tragica di uno dei diritti fondanti della democrazia e della convivenza civile, il migrare, in un delitto che esprime in maniera emblematica la fase politica, giuridica e culturale che vive l’Europa: il capovolgimento delle gerarchie, valoriali e operative, che con accelerazioni progressive negli ultimi anni, ha visto la marginalizzazione delle categorie costitutive del diritto costituzionale e internazionale, in nome di politiche securitarie dominate e dipendenti da interessi economici e finanziari, con produzione di scenari generalizzati di emergenza e di guerra, al di là di quelli delle guerre armate.

In questo quadro globale, i “migranti”, nelle più diverse regioni e per le più diverse cause, non sono più una realtà sporadica, frammentata, senza identità o definibile secondo luna o laltra categoria amministrativa: possono essere solo definiti come un vero e proprio popolo, trasversale e trasversalmente portatore di un’identità, che non può essere descritta o attribuita, al negativo, come assenza di appartenenza ad uno Stato, ma esige il riconoscimento di un diritto positivo, fondato sulla sussistenza di una realtà nuova, espressione, apparentemente provocatoria, ma ineludibile, di una civiltà di diritto a misura della realtà di oggi e del futuro.
La rilevanza specifica di questa Sessione è ulteriormente rappresentata dal fatto che le domande poste dal popolo dei migranti, con la tragicità cronica dei morti e delle negazioni di dignità, sono formulate alle frontiere e nel cuore stesso di quell’Europa che di dichiara da sempre culla e garante dei diritti umani.
Da tutto ciò deriva l’urgenza di una tribuna per il popolo dei migranti, che formula, per un verso, 
una domanda di identità non semplicemente umanitaria, ma di cittadinanza piena, e per altri verso, costituisce un interpello di verifica per la stessa Unione europea e per i suoi Paesi membri, a cominciare dall’Italia della loro capacità di democrazia legittima, in quanto concretamente garante universale dei diritti umani.

II. Quadro operativo della Sessione

Secondo il programma definito a Barcellona, il percorso del TPP si articola in una serie di hearings, tra loro complementari, che esplorano in modo specifico, ma con criteri comparabili, il quadro delle violazioni dei diritti umani e dei popoli che si verificano nelle diverse aree del complesso quadro geopolitico e istituzionale delle migrazioni, per documentarne esistenza, gravità, responsabilità e per identificare piattaforme e percorsi di resistenza e di innovazione nella definizione di risposte giuridicamente, socialmente, culturalmente necessarie e praticabili.
Come previsto dal suo Statuto, il TPP ha convocato la Sessione di Palermo sulla base di una richiesta di una straordinaria molteplicità di espressioni della società civile, attive in modo autonomo nel campo delle migrazioni in Italia. A partire dalla realtà di Palermo (con funzioni di coordinamento operativo, insieme con la segreteria del TPP) e delle altre espressioni siciliane più coinvolte nella
frontiera” meridionale, sono ben 95 le organizzazioni nazionali che si sono rivolte al TPP.
L’atto di accusa è stato notificato, secondo le modalità e i tempi previsti nello Statuto del TPP, alle competenti autorità dell’UE e del Governo Italiano (al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’interno), con l’invito a partecipare alle udienze pubbliche del TPP, esercitando, nelle modalità da essi scelte, il diritto di difesa .
Le udienze pubbliche del TPP, si sono svolte secondo il programma. Secondo statuto, in assenza dei rappresentanti dell’UE e della Repubblica italiana le posizioni istituzionali rispettive, sono state documentate attraverso una ricognizione accurata dei documenti ufficiali, fino ai più recenti del mese di novembre, e messe a disposizione della Giuria al termine delle sedute pubbliche.

La sessione del TPP di Palermo è stata resa possibile grazie ad una serie molto diffusa di donazioni dalle organizzazioni che hanno sottoscritto la richiesta al TPP (con un particolare contributo da parte della Rete Radie’Resch, e di un collettivo Donne per I Diritti di Lecco), la ospitalità del Centro Diaconale “La Noce”, Istituto Valdese, e del Plesso Didattico Bernardo Albanese, e soprattutto grazie il lavoro di volontarie/i, che lungo settimane hanno garantito tempo e disponibilità. La parte fattuale sarà oggetto della redazione definitiva.

MOTIVAZIONE DELLA DECISIONE

III. Dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate, emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio, dalle condizioni nei luoghi d’origine, al viaggio, alla permanenza nei campi prima di cadere nelle mani di trafficanti, poi nel corso della traversata in mare. Chi viene respinto entra nell’inferno dei campi di detenzione legali o informali. Chi eventualmente arriva sul territorio italiano, termina in un hotspot, dove le sue possibilità di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato sono affidate al caso o alla fortuna.
Da quanto esposto in precedenza risulta evidente come la responsabilità sia frantumata. Di questa frantumazione si fa spesso un profitto intenzionale. Diventa perciò difficile indicare con precisione chi è il colpevole, chi deve rispondere. L’opinione pubblica ne viene disorientata. La concatenazione, la sequela, è talmente lunga, complicata, occulta, che quasi sempre si perde il nesso. Questo non permette di risalire a chi ha le maggiori responsabilità e spinge invece a fermarsi agli aguzzini più manifesti e ovvi, ad esempio le guardie libiche, ai “trafficanti” o agli “scafisti”, figure di quella zona grigia di cui spesso, loro malgrado, fanno parte gli stessi migranti. Le testimonianze sugli “scafisti forzati” sono state particolarmente significative. I cittadini dei paesi europei si sentono perciò del tutto sollevati da ogni responsabilità. Per un perverso meccanismo, oramai frequente, vengono rovesciati i ruoli della vittima e del persecutore. Il migrante viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati. La migrazione viene infatti vista come una devianza. Colpevoli sono eventualmente gli aguzzini libici, egiziani, tunisini, ecc. La colpa, però, si arresta ai confini africani o alle acque internazionali. Quasi a ribadire che sono loro i soli colpevoli. Al di là di quei confini sembra che nessuno sia colpevole. Tanto meno i governi dei paesi europei e dell’UE. Lasciar morire in mare, nei campi di internamento, lasciar compiere ogni sorta di violenza, è colpa.
Decisivo in tale contesto il ruolo dei media. Sebbene molti abbiano contribuito a informare correttamente, a portare alla luce violenze e soprusi, tuttavia nel discorso politico-mediatico il migrante è stato rappresentato come un “clandestino”, pericoloso, un invasore, un potenziale terrorista. Spesso svuotate del loro contenuto, le parole sono state piegate a designare il contrario.
L’ospitalità” sembra conservare ormai un senso solo nella morale privata o nella fede religiosa.
Sottratto il suo valore politico, è diventata sintomo di sprovveduto buonismo, mentre la “politica dell’accoglienza” è stata piegata a designare l’opposto, cioè una politica dell’esclusione e del respingimento, una gestione poliziesca dei flussi migratori, un controllo delle frontiere. Se l’altro è contagio, infezione, contaminazione, la paura è il vincolo che regge la comunità, l’accoglienza è impossibile.
E’ giunto il momento di invertire la rotta, e rivendicare il diritto di migrare “ius migrandi” ed il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali.

 

IV. Per il diritto di migrare, per un diritto all’accoglienza

L’Unione europea e gli Stati membri forniscono continue giustificazioni al rimprovero d’ipocrisia e d’incoerenza mosso all’Occidente quando, da un lato, proclamano l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti fondamentali e, dall’altro, adottano politiche che tali diritti ignorano o calpestano.

Per il Sud del mondo (e dovremmo abituarci a guardarci anche con gli occhi dei migranti, che si mettono in viaggio verso  l’Europa) è intollerabile che il potere politico ed economico europeo dimentichi di avere brutalmente utilizzato la grande  ostruzione del diritto delle genti (Francisco de Vitoria, Alberico Gentili) – nella quale un posto di assoluto rilievo era conferito allo ius migrandi, allo ius commercii e allo ius communicationis degli europei – per legittimare la Conquista delle Americhe e il genocidio degli indios. Oggi si ribaltano i principi allora affermati e, contro i migranti provenienti dall’America latina, dall’Africa e dall’Asia, si riscopre il pensiero di Bartolomeo de Las Casas che nei Tesori del Perù – proprio opponendosi a Vitoria al fine di contrastare la legittimità della Conquista e del genocidio – scriveva che “ogni popolo o nazione o il re che la rappresenta può, per diritto naturale, interdire agli stranieri di qualunque nazione l’accesso al suo territorio ove ritenga che questo rappresenti un pericolo per la patria”.
Al di là dello stretto problema giuridico sull’esistenza o meno di simmetria tra diritto di emigrare e diritto di immigrare, non si può ignorare l’ipocrisia di affermare il diritto a lasciare il paese di origine e contestualmente negare quello di essere accolto dai paesi di destinazione, finendo con il condannare il migrante a un paradossale destino di permanente odissea per le acque del globo. Né, sul piano etico e politico, si può dimenticare che quelli di espatrio, di circolazione e di soggiorno, dopo essere stati per secoli riconosciuti come diritti naturali, sono stati proclamati nella seconda metà del Novecento come diritti umani fondamentali nelle Carte nazionali e nei Trattati internazionali.
Se “ogni individuo è libero di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio” (art. 12.2 Patto int.le diritti civili), se il diritto al lavoro “implica il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita” (art. 6.1 Patto int.le diritti economici e sociali), come si può ritenere giustificata la chiusura delle frontiere, che contraddice clamorosamente il diritto, inalienabile, di lasciare il proprio paese per libera scelta o, a maggior ragione, per necessità di sopravvivenza al fine di procurarsi una possibilità di vita? Nessuna politica di chiusura da parte dell’Europa, la cui opulenza (come quella di tutto l’Occidente sviluppato) si è costruita con un sistema economico predatorio delle risorse del Sud del mondo, può considerarsi legittima né politicamente ed eticamente giustificabile sino a quando l’Unione europea non s’impegnerà nella realizzazione di un altro modello economico mondiale che consenta uno sviluppo dei paesi da cui oggi, per necessità, i migranti fuggono, consapevolmente accettando il rischio di morire affogati nel Mediterraneo rispetto alla certezza di morire affamati nella propria terra.
L’esigenza, spesso forzata, di migrare va riconosciuta come un diritto inalienabile cui deve corrispondere una adeguata accoglienza. Il cinismo securitario e lo sciovinismo del benessere, il sovranismo oltranzista alimentano la xenofobia populista e finiscono per minare dal fondo la democrazia. Non è oramai possibile una cittadinanza murata, immobile e chiusa entro le frontiere. È tempo di aprirsi non solo a un’etica della prossimità, ma anche a una politica della coabitazione.
Reclamare la libertà di movimento in una forma astratta vuol dire non solo ridurre la migrazione, alla pedestre piattezza della circolazione, ma anche trascurare completamente il tema decisivo dell’accoglienza. Basterebbe allora eliminare le barriere in modo che ognuno sia libero di muoversi in un pianeta inteso come un agevole spazio di scambio, un immenso mercato di scelte e opportunità accessibili a tutti. Chi ha subìto le sevizie della guerra, chi ha sopportato la fame, la miseria, non chiede di circolare liberamente dove che sia; spera piuttosto, al termine del suo cammino, di giungere là dove il mondo possa di nuovo essere comune. Non pretende di unirsi alla comunità dei cittadini del mondo, ma si aspetta di poter coabitare con altri. Un altro modo di intendere la comunità è possibile. Migrare è un atto politico e esistenziale. Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dalla opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Ma non c’è diritto di migrare senza l’ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice diritto di visita, bensì come diritto di residenza.

VI. Crisi dei migranti o crisi dell’Europa?

La gestione delle migrazioni appare essere paradigmatica della più generale tendenza in atto verso una modifica sostanziale del modello di democrazia vigente in occidente, fondato sulla divisione dei poteri e il controllo parlamentare degli esecutivi. Perché è sopratutto in questo campo che si è consolidata la pratica di decisioni assunte da una molteplicità di organismi che non rispondono a nessuno pur essendo il loro operato di rilevantissima importanza, perché implica diritti umani imprescindibili, trattati internazionali, interventi militari che possono produrre conflitti bellici di larga portata.
Il deterioramento del sistema democratico garantito dalle Costituzioni del secondo dopoguerra è processo avviato ormai da parecchi decenni, da quando ebbe inizio, nel 1973, la prima lunga crisi postbellica che portò alla fine della convertibilità del dollaro in oro e alla modifica degli equilibri che erano stati fissati con gli accordi di Bretton Woods. Proprio le insorgenti difficoltà del sistema, e i mutamenti indotti dalla sempre più accentuata e de-regolarizzata globalizzazione che ne seguì, portarono ad affermare esplicitamente la necessità di decisioni più rapide ed efficienti, sottratte alle lentezze proprie delle democrazie parlamentari (Vedi il Manifesto della Trilateral Commission, fondata a Tokio nello stesso anno). Di qui la cessione sempre crescente di decisioni pur di grande rilievo a organismi esecutivi, ad esperti formalmente “neutri”, sottratte alla politica, vale a dire al dibattito e al controllo democratico parlamentare che dovrebbe presidiare ogni scelta dei governi.
Via via sempre più sostituiti da quella che con termine oramai diffuso viene chiamata “governance”, che è quella che designa la gestione di banche o imprese private, diversissima dal termine governo, che fonda la legittimità dei suoi atti sulla sovranità popolare di cui è l’espressione. Il conflitto fra i diritti umani universali e la spartizione del mondo in Stati-nazione segna la nostra epoca. A dettare legge è ancora il principio di sovranità dello Stato che fa della nazione la norma e della migrazione la devianza e l’irregolarità. I diritti del migrante, a cominciare dalla sua libertà di muoversi, urtano contro la sovranità statale che si esercita sulla nazione e sul dominio territoriale. Perciò il migrante viene rappresentato come un intruso, un fuorilegge, un illegale; con il suo migrare sfida la sovranità, infrange il nesso, molto discutibile, fra nazione suolo e monopolio del potere statale. Pur di riaffermare la propria sovranità lo Stato lo ferma alla frontiera ed è per questo disposto a violare i diritti umani. Luogo eminente del fronteggiarsi e dello scontro, la frontiera diventa non solo lo scoglio contro cui naufragano tante vite, ma anche l’ostacolo eretto contro ogni diritto di migrare.
Questa contraddizione è tanto più stridente nel caso delle democrazie sorte storicamente proclamando i Diritti dell’uomo e del cittadino. Le migrazioni portano alla luce un dilemma costitutivo che incrina al fondo le democrazie liberali: quello tra la sovranità statale e l’adesione ai diritti umani. Nei lacci di questo doppio vincolo si dibatte oggi la democrazia. Non è difficile intuire perché, in tale contesto, l’ospitalità venga snaturata e diventi anzi ostilità. I diritti umani degli stranieri vengono sospesi dalla contabilità amministrativa della “governance”, mentre sono sostenuti con forza soltanto i pur sacrosanti diritti dei cittadini. Non per caso nel dibattito pubblico gli interrogativi intorno alla cosiddetta “crisi migratoria” ruotano solo intorno ai modi di governare e regolare i “flussi”.
La riprova dell’esclusivo fine di blocco delle migrazioni è data dalla assenza di previsioni o predisposizione di canali di ingresso legali e sicuri, pur nella consapevolezza, come risulta da tutte le agenzie internazionali, che le migrazioni costituiscono fenomeni strutturali che non si possono governare con muri materiali o giuridici.
Se lo stravolgimento strisciante del nostro modello di democrazia è pericoloso in generale, tanto più lo è se applicato al problema delle migrazioni, un fenomeno irreversibile in un mondo dove capitali, merci e informazioni circolano sempre più celermente e liberamente ed è impensabile che solo gli esseri umani non possano. Un processo destinato a mutare nel profondo le nostre società sempre più multietniche e per questo obbligate a rivedere lo stesso tradizionale concetto di cittadinanza.

 

VII. Reati penali e crimini di sistema

Per i fatti emersi nell’istruttoria compiuta dal Tribunale, possono profilarsi diversi livelli di responsabilità: innanzitutto quella dell’Unione europea e/o dello Stato italiano e poi quella di determinati esponenti istituzionali che hanno siglato accordi con fazioni libiche che hanno commesso e continuano a commettere atroci delitti nei confronti dei migranti (nei campi di detenzione e nelle fasi di trasporto in mare).
Tali responsabilità vanno distinte a seconda che riguardino complicità per le torture in Libia e i respingimenti verso la Libia ovvero le migliaia di migranti morti e scomparsi negli ultimi anni nel Mediterraneo.
Per le prime sono più agevolmente individuabili condotte dello Stato e degli individui di cooperazione consapevole nei crimini commessi in Libia (rappresentate quanto meno dalle forniture di risorse economiche e materiali). Sui profili di responsabilità dello Stato italiano per complicità è recentemente intervenuto il report di Amnesty International del dicembre 2017, che motiva le ragioni per cui può affermarsi, alla luce dei principi del diritto internazionale consuetudinario, che sussiste una responsabilità dello Stato a titolo di concorso nei crimini commessi dalle forze militari libiche a cui l’Italia presta assistenza finanziaria e strumentale.
Né vi sono ostacoli tecnici insormontabili (in termini di causalità e di consapevolezza e, fatta salva, ovviamente, l’individuazione di fatti precisi integranti fattispecie penali, sul piano interno costituenti reati ministeriali, ex art. 96 Cost.) per delineare una responsabilità penale concorsuale dei vertici istituzionali che hanno realizzato politiche da cui sono derivate gravi violazioni del diritto alla vita e all’incolumità dei migranti: il dopoguerra è stato segnato proprio dal riconoscimento che degli omicidi e delle torture compiute in contesti bellici devono rispondere non solo gli Stati, ma le persone che ne sono responsabili, anche ai più alti livelli istituzionali. Molto più complesso e tecnicamente arduo è incasellare nel diritto penale esistente il crimine di “lasciar morire in mare”, in cui la condotta illecita dei vertici istituzionali non consiste nell’avere tenuto delle condotte positive, ma in condotte omissive in presenza di un preciso dovere giuridico, nell’aver omesso di attivarsi in modo adeguato davanti a conseguenze tragiche che erano perfettamente prevedibili ed evitabili.
Si tratta di complesse questioni e problemi che eventualmente affronteranno i competenti titolari dell’azione penale, a livello nazionale o internazionale. Per quanto interessa la nostra odierna competenza, in assenza di un univoco consenso sulla definizione di popolo, si rileva che i diritti dei popoli (per come indicati nella Carta di Algeri, che costituisce la base normativa di questo Tribunale) e attraverso tali diritti i popoli stessi, sono identificati essenzialmente dalle violazioni e dalle aggressioni, che derivano non soltanto da azioni ed omissioni imputabili a ben determinati soggetti, ma anche più in generale alla perdita di senso della politica a vantaggio del mercato, alla crescita abnorme delle disuguaglianze, all’esclusiva considerazione dei profitti con abbandono e compressione dei diritti umani, civili e sociali delle persone; dalle guerre e dai massacri subiti nell’incapacità inerte degli organismi internazionali; dalle devastazioni ambientali, di cui subiscono gli effetti soprattutto i popoli più poveri, provocate da uno sviluppo industriale privo di limiti e controlli; dalle atrocità e dalle tragedie, per tornare alla questioni di cui ci stiamo occupando, che si consumano quotidianamente nel Mediterraneo e attorno al Mediterraneo in danno dei migranti costretti a lasciare i loro paesi per guerra, fame e invivibilità ambientale.
Si tratta di evidenti violazioni di diritti fondamentali, che non sempre sono qualificabili in una fattispecie di diritto penale né sempre imputabili, come le fattispecie penali richiedono, a soggetti determinati. Si tratta di aggressioni per le quali non è agevole configurare tutti i requisiti garantisti del diritto penale: dal principio della responsabilità personale al principio di determinatezza dei fatti punibili. Esse, per gli effetti devastanti sui diritti fondamentali di un numero indefinito di persone e di intere collettività costituiscono indubitabilmente crimini, che si possono definire “di sistema” perché costituiscono gli esiti violenti di meccanismi prodotti dal dominio del sistema economico e politico.
Su questi crimini di sistema si concentra l’attenzione del Tribunale Permanente dei Popoli, che è appunto un tribunale d’opinione, la cui funzione principale è mobilitare l’opinione pubblica contro le violazioni massicce dei diritti dei popoli facendo assumere consapevolezza del loro carattere criminale.
Il TPP non è infatti tenuto, come lo sono invece i tribunali penali nazionali e internazionali, a delimitare il proprio ambito di indagine e giudizio solo in relazione al diritto penale sancito a livello nazionale e internazionale, ma può includere nella propria competenza violazioni sistemiche dei diritti dei popoli che non integrano direttamente o esclusivamente fattispecie penali di diritto positivo.
Anche per le leggi e le normative secondarie, che in Italia, come in molti altri paesi dell’UE, sono state adottate contro l’immigrazione, pur non essendo possibile configurare nella loro approvazione un reato penale, esse ben possono e devono essere indicate come responsabili del massacro prodotto dalle chiusure e dai respingimenti alle frontiere degli immigrati.
La definizione di  ‘crimine di sistema’ riguarda soprattutto la responsabilità dell’UE  nell’attivare una politica globale di lotta contro l’immigrazione clandestina e comportamenti omissivi di controllo delle frontiere, con l’obiettivo di mantenere i migranti il più possibile lontano dalle frontiere europee.
Questa politica ha provocato, direttamente e indirettamente, morti senza numero di migranti  che tentavano di entrare per vie irregolari nell’UE, al fine di sfuggire alla repressione, alla guerra o alla miseria, ovvero per tentare di esercitare il loro diritto ad una vita degna. È  la stessa politica che ha condannato alla tortura coloro che venivano intercettati, per mare o per terra, e quindi imprigionati e sottoposti a violenze e violazioni di ogni tipo, diventate tristemente ‘normali’ nel loro essere degradanti o inumane.

La imputazione del concetto di crimine di sistema all’UE non dispensa certo tuttavia dal considerare la responsabilità di ciascuno degli Stati europei, sia per  non aver rispettato gli obblighi di soccorso, sia per essere stati direttamente complici di comportamenti di tortura, maltrattamenti, rischi gravi di morte, anche attraverso un aumento  di questi crimini con le politiche di chiusura delle frontiere. Si deve dunque riconoscere ed affermare, una duplice responsabilità: dellUnione europea e di ciascuno degli Stati.

DISPOSITIVO

Più specificamente, il Tribunale Permanente dei Popoli, riunito nella sessione di Palermo dal 18 al 20 dicembre 2017 – considerati i molteplici elementi di prova testimoniale emersi e i documenti acquisiti, valutati gli atti ufficiali italiani e dell’Unione Europea, preso atto delle dichiarazioni rese dai vertici del Governo in replica o risposta ai rilievi formulati in più sedi, anche da parte di esponenti delle Nazioni Unite – valuta che:
– le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di
assistenza in mare;
– la decisione di arretrare le unità navali di Frontex e di Eunavfor Med ha contribuito all’estensione degli interventi della Guardia costiera libica in acque internazionali, che bloccano i migranti in viaggio verso l’Europa, compromettendone la loro vita e incolumità, li riportano nei centri libici, ove sono fatti oggetto di pratiche di estorsione economica, torture e trattamenti inumani e degradanti;
– le attività svolte in territorio libico e in acque libiche e internazionali dalle forze di polizia e militari libiche, nonché dalle molteplici milizie tribali e dalla c.d. “guardia costiera libica”, a seguito del Memorandum del 2 febbraio 2017 Italia-Libia, configurano – nelle loro oggettive conseguenze di morte, deportazione, sparizione delle persone, imprigionamento arbitrario, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, e in generale persecuzione contro il popolo dei migranti – un crimine contro l’umanità;
– la condotta dell’Italia e dei suoi rappresentanti, come prevista e attuata dal predetto Memorandum, integra concorso nelle azioni delle forze libiche ai danni dei migranti, in mare come sul territorio della Libia;
– a seguito degli accordi con la guardia costiera libica e nell’attività di coordinamento delle varie condotte, gli episodi di aggressione denunciati dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, sono ascrivibili anche alla responsabilità del governo italiano, eventualmente in concorso con le agenzie europee operanti nello stesso contesto;
– l’allontanamento forzato delle navi delle ONG dal Mediterraneo, indotto anche dal “codice di condotta” imposto dal governo italiano, ha indebolito significativamente le azioni di ricerca e soccorso dei migranti in mare e ha contribuito ad aumentare quindi il numero delle vittime.

RACCOMANDAZIONI
IL TRIBUNALE:

  •  Chiede una moratoria urgente dell’attuazione di tutti quegli accordi che similarmente allaccordo UE-Turchia, ed il Processo di Karthoum sono caratterizzati da assenza di controllo pubblico e dalla corresponsabilità nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti.

  • Invita il Parlamento Italiano ed il Parlamento Europeo a convocare urgentemente Commissioni d’inchiesta  o indagine  sulle politiche migratorie, gli accordi ed il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili.

  • Ritiene responsabilità specifica dei comunicatori e dei mass media di assicurare una corretta informazione sulle questioni migratorie, riconoscendo il popolo  migrante non come una minaccia ma come titolare di diritti umani fondamentali.

Il Tribunale fa proprie e rilancia le proposte elaborate dalla relatrice speciale ONU sulle sparizioni forzate nel suo ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nelle rotte migratorie (2017)  nonché le richieste e raccomandazioni fatte da varie organizzazioni non governative, quali quelle contenute nell’ultimo rapporto di Amnesty International (dicembre 2017) sulla situazione in Libia.

***

Il Tribunale sottolinea in chiusura come questudienza e tutta la sessione non sarebbero state possibili senza limpegno ed il contributo attivo delle organizzazioni, associazioni e collettivi che in Sicilia, Italia ed in Europa sono attive nella solidarietà, accoglienza, soccorso ai migranti e rifugiati, ed a quelle che si adoperano per la tutela dei loro diritti fondamentali. E che per questo sono attaccate, criminalizzate, delegittimate. Sono loro, assieme al popolo migrante, la linfa vitale del nostro lavoro. A loro la nostra riconoscenza e sostegno.

Ardea 15 dicembre 2017

Trentennale della permanenza di Paul Gauthier e Marie Lacaze a S.Lorenzo

Sono pochi mesi che Ettore mi ha lasciato e io

sto facendo il difficile lavoro dell’elaborazione del lutto.

E’ solo se lo si vive che si comprende che cosa questo significhi. Quando si è stati in intimità con qualcuno come ho fatto io nei miei 61 anni di matrimonio, più 3 di fidanzamento, si vede una persona molto da vicino, ma forse questo rapporto nel quotidiano, dettato anche dalle esigenze del quotidiano, fa perdere una prospettiva di maggiore distanza, necessaria per ricordare un uomo nella sua vera statura.

Quando Gesù arriva nella casa dei suoi amici a Betania , Marta gli dice “ Signore non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciato sola a servire?” (Luca 10, 40) Anch’io mi sento come Marta, che deve ancora imparare da Maria a valutare le cose che hanno un vero valore nella vita e che lo hanno avuto nella vita di Ettore, osservandole da un punto di vista più distaccato.

Del resto abbiamo degli esempi illustri negli Apostoli, che solo dopo la Pentecoste hanno veramente capito chi era il loro Maestro.

Con questo spirito di umiltà, di una persona che solo ora comincia a rendersi conto dell’onore che ha avuto ad avere Ettore per marito, voglio balbettare qualcosa da testimone e non da storica sul rapporto Ettore -Paul Gauthier.

Vorrei cominciare precisando come Ettore ha conosciuto Gauthier: non è vero che lo abbia conosciuto in Palestina, nel suo viaggio con Paolo VI, come è stato scritto. Ettore era stato mandato a Roma da Milano da Italo Pietra, il direttore de Il Giorno, per seguire il Concilio nel 1963. Avendo letto un articolo di Paul nella rivista Les Informations Catholiques Internationales sulla Chiesa dei poveri, trovò una sintonia con Paul,che lo spinse a cercare Paul che frequentava la sala stampa vaticana. Solo dopo lo rivide in Palestina, fu colpito dalle sofferenze dei Palestinesi nella terra di Gesù, dai bambini che vivevano ancora al freddo nelle grotte (era inverno, c’era la neve ) e tornato a Milano mandò dei soldi a Paul che li rifiutò, dicendo che lui non accettava le offerte una tantum, che i poveri vanno aiutati ogni giorno, che era necessaria una autotassazione mensile. Che in Francia era nata una rete di solidarietà che Ettore avrebbe potuto imitare, (rete che però finì presto ), e così ebbe inizio la rete italiana.

Ed è grazie al lavoro faticoso, tenace, fatto rubando lo spazio al riposo serale o domenicale, che Ettore ha fondato e portato avanti per trent’anni la rete Radié Resch italiana, che ha aiutato tante persone nel mondo, comprese Paul e Marie Thèrése. Ma queste cose voi le sapete.

Quello che invece vorrei cercare di dire, stando nel tema della giornata, è l’impatto che Paul ebbe nella nostra vita.

Quando si parla del passato a persone che vivono nel presente, la cosa più difficile da comunicare è che certe idee, certe conoscenze del mondo, che oggi sono state pensate, anche se non sempre accettate, in tempi passati magari non remoti, non erano state ancora elaborate.

Parlo dell’impatto che Paul ebbe su di me, non su Ettore, non mi sento autorizzata a parlare in nome suo in questo caso. Io appartenevo a una famiglia dell’elite milanese, avevo studiato al Parini, ero una buona cattolica, eppure avevo una mentalità piccola, ( non dico borghese perché la mia non era una famiglia borghese), una mentalità ristretta, legata ai canoni educativi della mia classe sociale e del mio paese. Eppure discendevo da una famiglia antifascista, avevo conosciuto padre Davide Turoldo da bambina e Lorenzo Milani era un amico dei miei fratelli. Avevo avuto un padre estremamente colto, onesto, politicamente aperto.( Lo può testimoniare don Giovanni Cereti che è qui presente, infatti mio padre e il padre di don Giovanni, a Genova erano avvocati colleghi di studio).

Quando, arrivata anch’io a Roma nel 1964, conobbi Paul Gauthier e Marie Therèse mi sentì squarciata da un fulmine. Per la prima volta (fatta eccezione per i pochi missionari non ascoltati), qualcuno ci parlava di un mondo extra europeo, allora sconosciuto, di cui la televisione, ancora agli inizi non parlava, un mondo che era alla fonte delle ricchezze dell’Occidente e che l’Occidente sfruttava. Ci parlava di Palestinesi discriminati in Israele perché musulmani, di terre rapinate agli antichi proprietari, di materie prime sottopagate, di acqua deviata per le case dei ricchi Israeliani, di guerre per il petrolio, di case distrutte al minimo sospetto di opposizione, della striscia di Gaza ridotta a un lager, degli Americani che impedivano gli accordi di Pace, tra due popoli geneticamente fratelli, perché consideravano Israele la loro testa idi ponte in Medio Oriente. (Questo accadeva 53 anni fa !)

Apro un’altra parentesi. (Oggi grazie alla criminale decisione di Trump di fare Gerusalemme capitale di Israele pare che le cose non solo non siano cambiate ma che siano peggiorate. Io però sono ottimista sul progredire della storia, infatti molte volte nella mia vita ho assistito a sorprendenti cambiamenti nel suo corso. Quando ero bambina c’era la convinzione e il terrore che Hitler avesse fabbricato la bomba atomica).

Torno al mio ricordo del passato negli anni del Concilio.

I racconti delle esperienze di Paul e Marie Therese mi fecero stare molto male, come se qualcuno mi avesse scaricato addosso dei terribili peccati che fino ad allora non mi ero resa conto di avere commesso, peccati che erano talmente gravi da schiacciarmi e che al tempo stesso non potevo riparare. Volevo scappare lasciare i bambini, tutto, andare in Africa, fuggire dal mio mondo tanto malvagio. Furono mesi difficili e dolorosi. Solo in un secondo momento capì che le radici strutturali di tante miserie erano situate proprio là dove io vivevo, e che forse stando proprio nel luogo dove avevano origine le dinamiche politiche e finanziarie, che avevano creato tanta povertà nel mondo, avrei potuto dare qualche piccolo apporto per modificarle. Non da sola ma con l’aiuto di Ettore, e di altre persone, avrei potuto contribuire a fare prendere ad altri la consapevolezza che Paul ci stava dolorosamente aiutando a sviluppare. Mi rendevo conto allora e oggi ne sono sempre convinta che era vero che la carità verso i poveri non era sufficiente, bisognava cambiare le strutture, che però la pietas verso chi soffre, la misericordia come la chiama papa Francesco, non doveva essere cancellata, anche se fossimo riusciti a rendere la nostra società più giusta e in un giusto rapporto con il mondo, che oggi si dice globalizzato. (E Paul a questo proposito ci esortava a occuparci di popoli lontani ma anche sempre di un povero vicino a noi).

(Parlando del mio rapporto con Paul e Marie Thérèse vorrei ricordare che nel 1964 , mentre aspettavo Pietro, il mio terzo figlio, ho tradotto per Vallecchi il primo libro di Paul Gauthier, “La Chiesa dei poveri e il Concilio” (1965), titolo originale (Consolez mon peuple) e più avanti il secondo libro di Paul

Vangelo di giustizia”(1968), titolo originale (L’Evangile de Justice).

Ho parlato di me, ma penso che se anche Ettore era un giornalista con maggiori conoscenze di me del pianeta, il suo travaglio deve essere stato simile al mio.

Però devo anche dire che se Paul è stato importante per Ettore, Ettore è stato importante per Paul.

Ettore quando ha cercato Paul era già una persona coscientizzata e sensibile nei confronti delle miserie del mondo. Catalogando i nostri libri ho trovato che già nel1953 (l’anno in cui ci siamo conosciuti in un gruppo della Corrente di Dossetti), Ettore chiedeva alla rivista Prospetti, approfondimenti sulle minoranze etniche negli Stati Uniti.

Ettore che veniva da una famiglia di militari aveva letto molto, per cercare valori diversi da quelli che c’erano nella sua famiglia: la difesa dei confini della patria, il valore militare. Infatti era un pacifista assoluto. Aveva letto Maritain, Mounier, Simone Weil, Charles de Foucauld, Marx, Gramsci, Gobetti ecc.

Ettore ripeteva sempre, a chi si lamentava dicendo che i veri testimoni non esistevano più, che però esistevano i loro libri e che i libri si potevano leggere e che questo era un dovere soprattutto per i giovani se non si voleva che gli errori passati si ripetessero. (Aggiungo io :pensiamo a Mussolini e a Hitler che volevano invadere la Russia senza avere letto Guerra e Pace di Tolstoi!)

Anche se Ettore come giornalista conosceva per averle lette, certamente più di me, certi problemi fu sicuramente scosso da Paul, da una persona che ne parlava avendo vissuto molte atrocità sulla propria carne. E la prova nasce dal fatto che conoscenza di Paul non solo cambiò la sua vita ma lo portò fondare la rete .

Inoltre Ettore fu uno dei primi giornalisti italiani a indagare questi temi prima sulla carta stampata e poi in televisione. Qualche non rara volta redarguito dai suoi

capi che nelle pubbliche cerimonie facevano la comunione con molta devozione.

Torno al passato remoto.

Ettore ancora molto giovane aveva fatto parte della San Vincenzo di Varese e dell’Azione Cattolica.

Appena diventato giornalista si era occupato di una baraccopoli della periferia milanese chiamata Porto di mare in cui mancavano la fogna e la luce elettrica, e probabilmente contribuì al fatto che il cardinale Montini si recasse in quel luogo a celebrare il Natale.

Ettore aveva avuto grandi sofferenze da bambino, fisiche e psichiche, e da adolescente aveva sofferto per suo padre, colonnello dei carabinieri, che appena dopo la liberazione era stato ingiustamente imprigionato e invece di indurirsi aveva sviluppato una identificazione con i sofferenti, con i torturati e spese la sua vita per alleviare i loro dolori. Ettore aveva una grandissima e silenziosa capacità di osservazione che lo rendeva capace di leggere in anticipo i minimi segni dei tempi, di prevedere eventi che si sarebbero sviluppati in modo macroscopico più avanti.

Ettore inoltre aveva il dono di una fedeltà tenace ai propri ideali. Se Ettore riteneva giusta una idea e conforme al Vangelo la portava avanti e la difendeva, anche al costo di pagare un prezzo alto , come è avvenuto per il blocco della sua carriera in Rai.

(Qualche volta era difficile stargli vicino per questo, i suoi figli hanno pagato anche loro la sua incorruttibilità, non solo dal punto di vista economico ma anche perchè non ha mai usato la sua posizione e le sue conoscenze per favorirli nel lavoro. Però sono bravi figli che hanno assimilato l’eredità paterna, che se la stanno cavando benissimo anche se con fatica e hanno scelto e continuano a fare bellissimi lavori).

Ettore iI suoi ideali li portava avanti e spesso non erano condivisi e capiti, anche in ambiti ecclesiali vicini, perché i tempi non erano ancora maturi per accoglierli e questo per lui era molto doloroso, erano ideali infatti, che parlavano di una speranza che si sarebbe realizzata ma forse più avanti nel tempo.

Domenica scorsa Moni Ovadia nella bella trasmissione Uomini e profeti, curata da Gabriella Caramore, che in quella puntata si occupava del mito greco, ha citato un verso del grande poeta Ghiannis Ritsos e ho pensato ascoltandolo che le sue parole si addicevano anche a Ettore “Dove qualcuno resiste senza la speranza, là inizia la storia dell’uomo”.

Ettore ha incontrato Paul e Paul ha incontrato Ettore.

Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.(Albert Camus)

Cari amici e care amiche, con la circolare di Dicembre vi parlerò dell’Amicizia. Dell’amicizia tra la Rete Radié Resch e la Mesa Campesina. All’inizio, nel lontano 2006 era l’adesione convinta ad un progetto per la sua valenza “politica”: la lotta dei campesinos criollos e Mapuche per il riconoscimento del diritto alla terra, nella lontana Patagonia, in un’ Argentina tra le prime vittime di una globalizzazione economica iniqua. Poi sono diventate “persone”, “storie”, “volti”, che abbiamo conosciuto attraverso relazioni, documentazione, comunicazioni e foto, la visita di Viviana qui, i miei viaggi lì ed il viaggio di gruppo organizzato da Fernanda nel 2014. Persone, storie e volti  che abbiamo imparato a stimare, ammirare ed amare. P. Marcelo Melani, vescovo della diocesi di Neuquen, Viviana e P. José Maria, della parrocchia di Loncopué, coraggiosi figli di una Chiesa locale povera accanto ai poveri ed alle loro attese di liberazione, ispiratori e coordinatori della Mesa Campesina; Mariela,l’agronoma che si è fatta tramite con le istituzioni agricole ed ha anche lavorato con la gente su tanti aspetti della vita campesina (ricordiamo, in particolare il lavoro sulle sementi e la sovranità alimentare), Christian e German, i due giovani avvocati che si sono fatti carico di tutti gli aspetti legali; Maria Rosa, che ha animato le lotte contro la miniera di rame a cielo aperto, Marcela che sta diventando medico per essere utile alla comunità, Susana che vive con il suo piccolo Julian sperduta nelle Ande con il padre, che ha dovuto ingiustamente pagare con la galera il reclamo del loro pezzo di terra; Hernan e Flavio, che hanno organizzato il silos per la conservazione e la distribuzione comunitaria dei foraggi, e tanti altri…volti di…. Gente semplice, campesinos e Mapuche, che vivono di piccola pastorizia, ai margini della società e che hanno avuto il coraggio (a volte pagato con una violenta repressione) di mettersi insieme e lottare per il proprio diritto alla terra e ad una terra non contaminata, unendosi anche alle istanze di liberazione di altri movimenti popolari locali e nazionali. Per loro è stato ed è un lungo e difficile cammino comunitario di coscientizzazione e liberazione, in mezzo a tante difficoltà, anche interne; ma finalmente, grazie alla Mesa non si sono più sentiti soli. Le manifestazioni per la terra, la presentazione di proposte di legge, le giornate di formazione sull’ambiente, il giornalino della Mesa, le lotte ed il referendum popolare comunale per fermare l’istallazione di una miniera di rame a cielo aperto (clamorosamente vinto), le lotte per la proroga della legge di riconoscimento dei territori delle comunità indigene (anch’essa con esito positivo)…, sono stati i momenti più significativi del cammino fatto in questi anni. E noi, li abbiamo sostenuti ed accompagnati non solo con le necessarie risorse economiche, ma anche con l’affetto e la condivisione profonda. E se all’inizio essi pensavano di essere oggetto di beneficenza di ricchi signori del Nord del mondo, con stupore e gioia hanno poi trovato compagni di strada con cui condividere la lotta e la speranza di un mondo distinto. Oggi, al termine del 2°progetto (iniziato nel 2014), gli amici della Mesa Campesina si congedano. Non presenteranno un nuovo progetto. Ritengono di dover proseguire da soli, dando la possibilità ad altri di poter usufruire delle risorse della Rete Radié Resch.…. “Finisce un progetto economico, ma Mai la nostra amicizia ed il nostro affetto”-dice Viviana nella sua ultima recente lettera, che abbiamo letto con commozione e gratitudine e che ora vogliamo condividere anche con tutti voi.

Loncopué  27 ottobre 2017

Hola, amiga! 

Che gioia ricevere la tua e-mail, Maria Rita!… e quello che hai voluto condividere del tuo viaggio in Ghana. Immagino il dolore e la sofferenza di questo Popolo… Tempo fa stavo guardando tutto il lavoro schiavo dei bambini per estrarre il Coltan e come vengono utilizzati per meschini interessi. Noi qui stiamo bene, con molto lavoro ed anche molte situazioni dolorose che riguardano  il popolo Mapuche e gli altri popoli originari… Qualcosa ti avrà raccontato Fernanda… ci sono molte informazioni nel mio facebook ed in quello di Endepa, però ricordo che non hai facebookSe in futuro avrai watsapp nel tuo cellulare, avvisami perché attraverso watsapp ti posso mandare molti audio e documenti. E’ un tempo molto triste nel nostro paese, a volte mi sento sconcertata!! Quello che mi preoccupa e mi duole é come la gente si lascia manipolare ed é spuntato un razzismo ed una xenofobia tanto grande nei confronti dei Mapuche che mi costa crederlo!!Come ciliegina sulla torta, la sparizione di Santiago Maldonado che dava solidarietà alle rivendicazioni Mapuche. Dopo  71 giorni senza sue notizie, Egli è stato ritrovato morto nel fiume…. con seri e fondati sospetti del coinvolgimento della Gendarmeria, coordinata dalla Ministra della Sicurezza del Governo… Grazie a Dio che continuano ad esserci persone tanto care che non abbassano le braccia nell’impegno in difesa della Vita… In mezzo a tanto egoismo, mancanza di solidarietà, disprezzo… ci sono Amici come voi che ci incoraggiano e ci accompagnano. Grazie per il Comunicato di appoggio che ci avete mandato quando sembrava difficile che riuscisse la Proroga della Legge 26160 per il Rilevamento territoriale delle Comunità Indigene… Dopo l’approvazione dei Senatori, abbiamo fiducia che anche i Deputati l’approveranno. Rispetto ai Campesinos, allevatori, sta terminando il tempo dei parti. In alcune zone si sono avute perdite a causa sia della siccità che di forti temporali- però, come sempre dice la gente campesina, ci sono anni in cui Dio dà di più  ed anni in cui non si ottiene tanto…Alcune organizzazioni, come “Quine Newen” si fanno più forti, con molto lavoro e responsabilità. Altre vanno avanti più lentamente, ma vogliono ugualmente camminare.Rispetto al progetto della Mesa Campesina, già abbiamo finito di utilizzare l’ultimo contributo ricevuto l’anno passato. Se Dio vuole spero di potere inviare la relazione ed  il rendiconto in questi giorni. L’anno passato abbiamo discusso coi delegati che partecipano alla Mesa circa il termine del contributo economico. Abbiamo solo parole di ringraziamento per tutto il tempo che ci avete accompagnato e sostenuto economicamente.Ora abbiamo  la sfida di assumere l’impegno di continuare a cercare- tra tutti- la maniera di sostenere spazi di formazione ed organizzazione che mancano e che dobbiamo fortificare.Però non vi presenteremo un nuovo progetto economico perché é già ora che voi possiate appoggiare un altro progetto, che lo facciate con un’altre organizzazione che ancora non ha potuto avere l’opportunità che abbiamo avuto noi in tutti questi anni.Naturalmente se  il ” progetto economico” termina, però MAI la nostra amicizia ed il nostro affetto.Inoltre, abbiamo sufficiente confidenza ed affetto per rivolgerci a voi per qualsiasi necessità urgente che dovessimo avere e che necessiterebbe che ci diate una “manina”.Volevo raccontarti che é venuto a visitarci Tommaso, un giovane italiano del Nord i cui genitori hanno sempre collaborato con la Rete (anche se non vi fanno parte), tramite una coppia della Rete comunicarono con Fernanda ed ella mi avvisò ed il giovane é stato qui con noi per una settimana (da poco é andato a Temuco). Bel ragazzo, fraterno, semplice che ha voluto condividere alcuni giorni con mapuche e campesinos… Abbiamo cercato di renderlo partecipe più che possibile delle nostre attività, quantunque la gente aveva molto lavoro a causa dei parti.Se ne é andato molto contento ed emozionato per quello che ha condiviso! Bene, Maria Rita, mi congedo. Ti mando un grande abbraccio, saluti alla famiglia e agli amici della Rete. Saluti da Padre José Maria e vi ricordiamo nelle preghiere. Che Tatita Dios  ti benedica ed accompagni

Vivi 

Maria Rita (ReteNoto)
BUON NATALE!

Per quel che riguarda il giro d’Italia e il BDS, temiamo che le firme online servano sempre meno e che creino nei firmatari la tranquilla coscienza di avere fatto tutto ciò che si poteva fare, senza porsi altri obbiettivi.

     Abbiamo pensato allora la breve lettera in oggetto, dove una singola persona abbia il coraggio di esporsi un attimo, metta nome cognome e indirizzo, investa 95 centesimi di francobollo, scelga a caso uno dei tre destinatari (hanno la stessa sede legale-amministrativa) e spedisca, dopo avere completato la lettera stessa con luogo-data-firma leggibile-indirizzo completo.

     Come vedete, volutamente non si parla di associazioni, ma la lettera si presenta come scelta individuale. Potrà quindi essere modificata e personalizzata, come uno meglio crede. Non solo, l’invio della lettera non preclude alcuna partecipazione a qualsiasi altra iniziativa pertinente.

     Prevediamo fasi successive:

  • la prima è appunto l’invio della lettera a uno o più destinatari.

  • Il secondo step consiste nello scrivere a uno o più degli sponsor indicati, manifestando la nostra protesta e la decisione di boicottarli (non acquistare più nulla da loro).

  • Il terzo step sarò quello di vedere se, con altre associazioni, nel prossimo maggio (in occasione delle tappe del giro) riusciremo a dare visibilità a una protesta nonviolenta che sia impegno di solidarietà per la realtà palestinese.

——————————-

Urbano Cairo, presidente di RCS Media group

Mauro Vegni, Direttore del Giro d’Italia

Gazzetta dello Sport

via Angelo Rizzoli, 8 20132 Milano

Egregi signori,

avete deciso che il prossimo Giro d’Italia cominci nello stato di Israele.

Anche alla luce delle recenti decisioni del governo Trump, questa ci sembra una scelta inammissibile.

Infatti, così facendo, voi apertamente appoggiate uno stato che pratica l’apartheid, e sostenete le politiche discriminatorie dell’attuale governo.

Sapete certamente che l’ONU e il Tribunale Internazionale dell’Aja hanno più volte decretato risoluzioni contro il governo israeliano, per non avere rispettato i diritti umani dei Palestinesi.

La disponibilità delle risorse idriche è tutta orientata ai cittadini israeliani non arabi. Anche il muro di separazione, eretto per centinaia di chilometri, ha sottratto sorgenti e pozzi ai palestinesi a favore degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati (insediamenti che sono condannati dal diritto internazionale).

Ovunque ai Palestinesi viene limitato il diritto alla salute, il diritto allo studio, il diritto alla libera circolazione che impedisce perfino di raggiungere il proprio campo per coltivarlo.

Nei Territori Occupati e in Gerusalemme Est, appositi regolamenti edilizi negano ai palestinesi qualsiasi diritto a costruire abitazioni, mentre facilitano sempre l’edificabilità da parte di israeliani non arabi.

Io non intendo avallare, neppure indirettamente, le politiche del governo israeliano e non voglio avere alcuna complicità nell’apartheid.

Mi impegno quindi formalmente a boicottare la Gazzetta dello Sport, il Corriere della Sera e tutta la stampa di RCS media group, così come i canali televisivi La 7 e La 7d e ogni altra rete tv, a voi legata, che trasmetta cronache e notizie sul Giro d’Italia.

Mi impegno inoltre a boicottare tutti gli sponsor ufficiali del Giro d’Italia 2018 (come pubblicati sul vostro sito) a cominciare da: ENEL, Mediolanum, Segafredo Zanetti, Eurospin, Namedsport, Casa.it.

Mi impegno, infine, a fare attiva opera di informazione presso tutte le persone che conosco, perché possano scegliere di comportarsi in modo analogo.

—————————-

Caro Padre Francesco,

facciamo parte della Rete Radié Resch, un’associazione di solidarietà internazionale, nata nel 1964. Quell’anno, per la prima volta, Paolo VI fece un viaggio apostolico in Terra Santa e, tra i vaticanisti accreditati, c’era anche il giornalista Ettore Masina.

A Nazareth viveva a quel tempo Paul Gauthier, prete operaio francese che Masina aveva conosciuto a Roma, dove Gauthier era giunto come consulente al Concilio Vaticano II.

Le condizioni di vita dei Palestinesi, le umiliazioni e le discriminazioni a cui erano sottoposti colpirono e commossero Masina, che chiese come avrebbe potuto aiutare concretamente quelle persone. Gauthier disse subito che un’offerta occasionale di denaro era inutile. Ai poveri serviva giustizia, dignità, casa, lavoro. Da questo incontro e da queste considerazioni nacque la nostra Rete, prendendo il nome da una bambina palestinese, morta di broncopolmonite in quei giorni, figlia di una coppia scacciata dal suo villaggio durante la guerra del 1948.

Il nostro impegno è quindi aiutare i più poveri, appoggiando piccoli progetti di liberazione, di promozione della dignità umana e di sostegno ai diritti civili in Medio Oriente, in America Latina e in Africa. Soprattutto denunciamo i meccanismi che creano sempre nuovi poveri, i silenzi e la colpevole disinformazione che favoriscono la pigrizia o la complicità di tanta parte del mondo benestante.

Noi ricordiamo, nel maggio 2014, la Sua visita ufficiale in Palestina e la Sua attenzione, per non offendere il popolo palestinese umiliato, di iniziare la sua visita nel Paese, entrando da Amman e non da Tel Aviv.

Ora, a fine ottobre, la stampa ha riportato che Lei è stato ufficialmente invitato dal governo israeliano alla partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme Est.

Le scriviamo per pregarLa di rifiutare fermamente e, se possibile, pubblicamente un invito di questo tipo: sarebbe solo “propaganda” per un governo che impone l’apartheid a milioni di persone, e che persegue una politica di grave violenza discriminatoria nei confronti dei Palestinesi.

La negazione dei diritti umani al popolo palestinese da parte del governo israeliano Le è ben nota. Dalla constatazione di questa drammatica situazione nasce il nostro appello.

La preghiamo: non avalli questo regime, non si lasci strumentalizzare, quasi si rendesse complice, benché involontario, di un governo che non rispetta i diritti dei popoli in quella terra e alimenta condizioni di conflitti e odio.

Grazie comunque per averci letto e ascoltato.

Verona, 19 novembre 2017