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Circolare nazionale Luglio-Agosto 2017
A cura della rete di Alessandria

Raccontiamo un’esperienza nella scuola primaria dell’alessandrino: mercoledì 12 aprile 2017 si è tenuta presso le Scuole di Solero (AL) la tradizionale “Giornata della memoria”, voluta e sostenuta dall’Associazione Comunicando, in collaborazione con la Rete Radié Resch, per stimolare negli alunni la riflessione su temi di attualità. Lo spunto di quest’anno è stato offerto dal docu-film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, cui i ragazzi di terza media hanno lavorato, con fatica e buona volontà, per avvicinare un tema delicato quale l’immigrazione.
Parlano i ragazzi: “Onestamente, all’inizio abbiamo fatto un po’ di fatica a seguire il lungometraggio, per la lentezza dell’azione, per la lingua utilizzata – il dialetto siciliano che si mescola alle varie voci dei migranti – e per le immagini spesso buie, che riproducono il cielo cupo della notte e della tempesta.
Fuocoammare ci parla di una delle tante realtà dei nostri giorni – gli sbarchi di migranti che, con crescente frequenza, avvengono lungo le coste italiane – e lo fa attraverso la storia di un’isola che è diventata il simbolo dell’emergenza e dell’accoglienza: Lampedusa”.
Parlano i migranti: “Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c’erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto. Nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c’era l’ISIS e non potevamo rimanere.
Abbiamo pianto in ginocchio: -Cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva, siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri. Solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti. Oggi siamo vivi.
Il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada. Ma oggi siamo vivi. Nella vita è rischioso non rischiare, perché la vita stessa è un rischio… Siamo andati in mare e non siamo morti”.
E’ il sogno di una scuola nuova, attenta al presente. Vorremmo rendere attuale l’insegnamento di d. Milani, un profeta che ci interroga ancora oggi.
“Però chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.” (Lettera ad una professoressa pag. 12).
La scomparsa di Ettore ci induce ad accomunarlo all’azione ed al pensiero del sacerdote di Barbiana: la passione per gli ultimi e gli esclusi sono stati lo scopo della loro vita.
Ognuno di noi nel suo quotidiano può fare la sua parte nella lotta per un mondo più giusto e più uguale.
Anche noi terminiamo con un aneddoto Zen.
Un monaco disse a Joshu: “Sono appena entrato a far parte del monastero. Ti prego, istruiscimi”. Joshu domandò: ”Hai mangiato la tua zuppa di riso?”. Il monaco rispose: “L’ho mangiata”. Joshu disse: ”Allora faresti meglio a lavare la tua ciotola”.

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, durante le vacanze estive la circolare mensile rallenta, di solito si ferma in agosto, o comunque quella di luglio serve anche per agosto. E sarà così anche ora. A fine giugno ci ha lasciati Ettore Masina, colui che ha fondato la Rete negli anni 60, giornalista al seguito di Paolo VI in Palestina, dove conobbe il prete francese Paul Gauthier, che costruiva case per i palestinesi e lanciò poi analoghe iniziative in Brasile con i compagnons batisseurs, sostenute dalla nuova organizzazione di supporto chiamata Rete, poi dedicata ad una bamibna palestinese. Le notizie su Ettore sono moltissime, e ne abbiamo parlato spesso; allego una memoria che ci hanno mandato gli amici di Lecco, con una foto. Ma vi invito a procurarvi un libro che parli specificamente di lui, o a raccogliere notizie sulla rete web, in Internet insomma. Ma ci saranno presto nuove iniziative per ricordare Ettore. E ne parleremo spesso: ciao Ettore! Ricordiamo fra le altre cose che Ettore volle lasciare il suo coordinamento personale della Rete, istituendo una segreteria a rotazione, tuttora funzionante, per cui la sua persona potè essere sostituita dal coordinamento, che prima era unitaria. E così le iniziative di solidarietà, le operazioni di aiuto, poterono svilupparsi in grande autonomia, con tante persone e tante sensibilità, in un mondo che cambia. Abbiamo mantenuto l’attenzione alla Palestina, e all’America Latina, ma tutte le iniziative sull’Africa sono partite per la sensibilità di persone dei diversi gruppi, perché sono le amicizie personali che creano legami e solidarietà. Il mondo negli anni 60 era molto diverso da quello di oggi, e sono le persone che si adattano alle diverse realtà, concretizzando la vera solidarietà degli scambi e dela conoscenza. Anche noi di Verona ci siamo avviati in un percorso di solidarietà con un luogo dell’Africa, con Adjumako, nel Ghana. E ci sarà presto un viaggio formale di un gruppo veronese, in ottobre, come si legge dalle parole sotto riportate, come già abbiamo riferito nei nostri incontri. E’ quindi tempo di interessarsi del Ghana e dell’Africa, un continente di cui si parla poco, e anzi ci cerca di rifiutare l’accoglienza e il sostegno, come se fossero i paesi dell’Africa che depredano di risorse i paesi “civili”, dell’Occidente, e per questo gli africani vogliono venire a rubarci il lavoro e le ricchezze. E si parla che è necessario aiutarli a casa loro: ci sono già amici che vivono “a casa loro”, e ci possono dare notizie dirette: basta leggere cosa scrivono su “Combonifem” le amiche suore comboniane, che dicono proprio questo, loro abitano là, come abitano in luoghi dove c’è bisogno di aiuto (pensate alla sorelle nella casa di Betania, in una casa divisa violentemente dal muro di separazione di Gerusalemme, mezza da una parte e mezza dall’altra!). Alex Zanotelli ha inviato un accorato invito ai giornalisti, ed a tutti quelli che si interessano di Africa, per essere più informati su quello che avviene in questo immenso continente, pieno di gente povera ed emarginata, che non conta niente perché non ha capitali, non determina le scelte di chi disponde di denaro e del potere. Ed anzi quelle popolazioni sono proprio depredate delle loro ricchezze. E padre Alex elenca i paesi africani in massima difficoltà, denunciando che è insopportabile il silenzio su questi stati così deboli e martirizzati, dall’interno e dall’esterno Allora il nostro prossimo impegno sarà di interessarci di più dei paesi africani, iniziando proprio dal Ghana, che è stato uno dei primi paesi a togliersi dal dominio coloniale, con Nkruma, alla fine degli anni 50. Ed è uno dei pochi paesi dove i dirigenti politici si alternano, dai vari partiti, interrompendo così la corruzione prevalente in strutture deboli e senza tutele. Mi piacerebbe affrontare come gruppo veronese della Rete uno studio generale dell’Africa, in relazione alla fine del colonialismo. Noi della Rete in ogni incontro con altre persone che si interessano di paesi lontani, quasi sempre poveri, abbiamo sempre fatto bella figura perché siamo trai pochi che conoscono la storia e la politica di quei paesi, perché chi vuol capire le ragioni della povertà deve sempre andare ad investigare su chi li ha dominati, e come. Iniziando dal Congo, che si è chiamato “belga”, guarda caso, perché era proprietà personale del Re del Belgio, e dal Sudafrica con l’oro e i diamanti, ed ora il coltan, dove Mandela sembra ormai quasi dimenticato! Ne parleremo presto anche nei nostri incontri, magari utilizzando le riviste comboniane ed i loro esperti-testimoni, ed ascoltando naturalmente le testimonianze dei viaggiatori che visiteranno il Ghana e gli amici di quel paese così interessante e così a rischio. Il percorso dell’indipendenza e dell’autonomia è sempre difficile e complicato, e non possiamo certo dire nemmeno noi, come italiani ed europei, di averlo percorso tutto e completato, e di aver raggiunto la democrazia! Un caro saluto a tutti, buona estate!
A presto
Dino e Silvana

Carissima, carissimo,
oggi, Apple, Amazon, Facebook, Google, Alibaba, Tercente, Huawei hanno superato singolarmente il prodotto interno lordo di Stati come Svezia, Norvegia o Svizzera, mentre il dolore innocente, la sofferenza dei piccoli, di miliardi di persone ci sta davanti, ci interpella. La risposta non può essere l’impotenza, un pessimismo senza fine o la depressione. Da ogni luogo di dolore può scaturire un altro sentire, un’altra prospettiva, un’altra speranza. Uomini e donne con poco, con gli occhi lucidi di lacrime ma risplendenti di speranza, di voglia di vivere. Di fronte a ciò è in gioco il senso profondo della vita. Le guerre, le sofferenze, l’ingiustizie non vanno in ferie. L’arrivo continuo di profughi in particolare dall’Africa, sono causati da un bisogno primario, scappano dalla fame. Il loro partire non contribuisce per nulla alla soluzione dell’arretratezza economica africana, ma anzi l’aggrava perchè sottrae continuamente forze giovani e adulte, le più importanti per la soluzione del problema. E così impoverisce ulteriormente quei paesi. Urge un impegno politico profondo per imparare a mettere a fuoco gli obiettivi. Individuare un obiettivo e impegnarsi a raggiungerlo, sicuramente comporterà momenti difficili ma possiamo svegliarsi ogni mattina con uno scopo e alla notte andare a dormire sapendo di aver fatto la nostra parte. Credo che questo sia il minimo indispensabile che possiamo fare. Organizzare la resistenza non è una corsa, è una maratona. L’obbligo di impegnarsi giorno dopo giorno. Penso alla “formica” don Milani che ha scommesso tutta la sua vita sulla scuola, avendo di fronte a se l’ignorante, la mancanza di cultura e di istruzione, ha scelta di impegnarsi per questa povertà; a Davide Maria Turoldo, provenendo dal mondo dei poveri, subito ha avuto davanti l’affamato dal mondo dei poveri; a quella dell’ex prete guerrigliero colombiano Camillo Torres, che aveva lasciato la tonaca per imbracciare il mitra, molto amato dal mondo cattolico in quegli anni per la sua visione di un socialismo cristiano… Sulle pareti di Barbiana non a caso era riportata l’esortazione di Che Guevara: “il ragazzo che non studia non è un buon rivoluzionario”.

In Marcia, in cammino, in nome del “NOI”
Dunque anche quest’anno il primo appuntamento di impegno sociale a prendere il via, dopo la pausa estiva, sarà quello della 24a Marcia della Giustizia che sabato 9 settembre si snoderà lungo le strade della provincia di Pistoia in Toscana, fra Agliana verso Quarrata. Ancora una volta, come avviene da ventiquattro anni, si marcerà nel nome dei beni comuni e della cultura delle corresponsabilità. Ancora una volta nel nome dei diritti negati ed in particolare per coloro che ancora non li conoscono. E quest’anno, per rafforzare bene quanto siano fondamentali i richiami, le attenzioni per gli altri, ecco che il tema della 24a Marcia della Giustizia, come rimanda anche lo stesso manifesto, sarà il richiamo al dovere dell’impegno. Andando anche oltre, coinvolgendo fino a comprendere la vera sfida del tempo, fino all’impegno di quel “noi” che troppo spesso piace essere rammentato solo a parole. Così mentre oggi tutto sembra testimoniare come prevalente il rinchiudersi nel proprio “io”, nella propria isola di interessi privati, ecco, come reazione, la necessità di riportare a condivisione quei valori che a lungo, negli ultimi decenni, sembrano essere stati scacciati. Chiusi nei recinti degli egoismi personali e di un mondo pilotato da oligarchie indiscutibili. In pieno contrasto alla cultura dominante, succubi di una informazione che solo all’apparenza sembra aperta ma in realtà si comporta in modo pervasivo ed appiattito. Di quel successo che i nuovi padroni del mondo vogliono far sembrare a portata di mano, ma in realtà irraggiungibile, meta ed inutile feticcio a cui ambire sopra a tutto e tutti. Ecco spiegata la volontà di riportare alla luce, come simbolo della Marcia per quest’anno, quel quadro, di un pittore italiano, Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901, che ispirato, colpito dalla forza, dall’orgoglio delle manifestazione di quel tempo, riuscì ad eseguirne la perfetta trasposizione in quell’opera. Una forza che oggi, con il mutare dei tempi pare difficile da ritrovare nelle realtà. Quel “Quarto stato” che marcia, non procede solo nel segno di una protesta, verso una piazza ideale, verso un luogo di aggregazione. L’avanzare non è violento, qualcuno dice deciso. Gli sguardi, i volti sono fieri. Nessun segno di rabbia, solo la inevitabile sensazione di forza dovuta alla condivisione politica dei valori che li hanno mossi. In questa stessa consapevolezza data dalla forza del marciare insieme con l’ambizione delle “corresponsabilità”, del “noi” portato avanti a tutti gli “io” del nostro tempo, che sabato 9 settembre, in migliaia sfileremo per andare poi ad ascoltare, in piazza Risorgimento, a Quarrata, don Luigi Ciotti, il fondatore, l’anima, di Libera, del Gruppo Abele, Antonietta Potente, teologa domenicana, Gianni Minà, giornalista, Giulietto Chiesa, giornalista, direttore di Pandora Tv ed infine con Mohamed Ba, attore e mediatore culturale. “La sfida del “Noi” impone un impegno di conoscenza, da soli non siamo niente, accogliere, ascoltare, sviluppare un’azione politica insieme è fondamentale per la cresci a personale, sociale”. Dunque un appuntamento a cui non mancare, da cui emergeranno sicuramente nuovi spunti per una stagione complessa. Non fosse altro per quel “noi” che dovrà passare avanti ad ogni “io”. Punto di ritrovo, piazza Gramsci ad Agliana, alle ore 18 con partenza del corteo alle 18,45. Arrivo, dopo poco più di
sette chilometri, a Quarrata, verso le 21, dove appunto parleranno i relatori.

Antonio e Luca

Perché la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali,
bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni.
Se tale azione è priva di ogni egoismo,
se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari,
se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa
e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili,
ci troviamo allora,
di fronte a una personalità indimenticabile.

Ciao a tutte/i, questa nostra lettera di giugno e luglio comincia con la notizia della morte di Ettore Masina avvenuta martedì sera 27 giugno nella sua casa di Roma. Elvio e Fabiano, a nome di tutti, hanno partecipato al funerale celebrato nella chiesa di San Frumenzio alla presenza di familiari, amici, sacerdoti e moltissimi della nostra Rete. La bara è stata posata a terra, la cerimonia è stata sobria, il suo ricordo è stato associato con la causa degli ultimi. Di anno in anno ci invitiamo all’eucarestia per ricordare il martirio di padre Ezechiele Lele Ramin; la messa si svolgerà nella chiesa di San Giuseppe lunedì 24 luglio alle ore 19,00. In questa mensile informazione trovate notizie recenti da Haiti che ci comunicano anche del “progetto Gianna”. Come leggerete, continuano i seminari salute rivolti a Fddpa e ancora una volta sarà animato dall’associazione Popoli in Arte che ringraziamo per la professionalità e la gratuità con cui collaborano; recentemente l’associazione ha subito un consistente furto di denaro e abbiamo provveduto a collaborare con un contributo per aiutare chi ci sta aiutando nelle attività con Fddpa. A seguire, il riassunto del seminario delle Reti del nordest, tenuto presso i Comboniani di Padova il 14 maggio e animato dal comboniano fr. Alberto Parise. Chi ha difficoltà nel ricevere questa corrispondenza, comunichi a Gabriele sbalengo10@gmail.com eventuali cambiamenti e modifiche.

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2017 – RETE di CASALE MONF.TO.

Il 20 maggio ci siamo incontrati come reti del nord/ovest per confrontarci sul tema proposto e discusso negli ultimi coordinamenti nazionali. Abbiamo avuto una giornata di sole dopo un periodo con clima incerto e l’accoglienza gradevole nell’ambiente collinare della casa di Beppe e Cristiana a Quarti di Pontestura ha favorito sicuramente la disponibilità all’incontro e alla condivisione.

In questo percorso siamo stati aiutati da Anna Zumbo, che ha messo a disposizione la sua esperienza di facilitatrice dei lavori di gruppo. Il suo contributo è stato prezioso per metterci in sintonia e per attivare le nostre capacità di ascolto.

Iniziando con un gioco di conoscenza tra i partecipanti si è passati ad un lavoro singolare sulla propria cronistoria nella rete riscoprendo le tappe più significative. Si sono alternati momenti assembleari e momenti di confronto tra gruppi più ristretti in modo di dare a tutti la possibilità di esprimersi e di raccontare il perché la rete è conforme rispondendo alle aspettative ed alle storie di ognuno.

Queste storie si riflettono anche nei legami che si hanno con i referenti delle nostre operazioni diventando così un filo che lega i sentimenti e i cuori. Difatti la rete è fondata sulla relazione e la condivisione da attuare anche accanto al tuo compagno di cammino.

Anna ci ha invitato a riflettere a partire da alcuni “giochi” che da una parte hanno consentito a tutti di esprimere le loro idee chiave, dall’altra hanno offerto l’opportunità di fare una sintesi che facesse emergere le parole chiave rispettando le opinioni di ciascun partecipante.

In queste tecniche di approfondimento dei problemi ho ritrovato l’insegnamento di Paolo Freire che avevo conosciuto nelle parole e nell’esperienza vissuta di don Gino Piccio (1920-2014), vissuto negli ultimi 40 anni della sua vita in solitudine in una cascina nelle vicinanze di Ottiglio Monferrato, animatore di una singolare esperienza di condivisione fraterna e di ascolto che ha arricchito la storia personale delle persone che lo hanno incontrato e che ancora si ritrovano nella sua memoria.

Alcuni partecipanti hanno manifestato perplessità sul metodo di articolazione della giornata. Altri invece hanno valorizzato l’opportunità nuova di espressione delle idee, anche al fuori di documenti complessi e la possibilità di ascolto reciproco, con maggiore “leggerezza” rispetto alle discussioni, a volte faticose, dei coordinamenti.

Potrebbe nascere qui una riflessione sul nostro modo di affrontare i problemi come Rete: abbiamo ereditato modalità di espressione e di ascolto che sono ancorate ad una generazione di grandi dibattiti e di pensieri articolati, ma non sempre risultano efficaci in una società in cui tutti parlano e pochi ascoltano e spesso di questo ascolto percepiscono messaggi molto brevi, al limite dello slogan.

L’ascolto è veramente una delle vittime della nostra società mediatica. Il modello televisivo a cui siamo quotidianamente sottoposti è quello di persone che parlano molto e non ascoltano mai. Questo atteggiamento si trasferisce dalla scena della comunicazione pubblica all’ambito delle relazioni quotidiane fra gli individui. Non sappiamo e non vogliamo ascoltare gli altri: non rispondiamo alle domande, interrompiamo solo per prendere la parola e per tenerla il più possibile. Si direbbe che ci limitiamo ad ascoltare noi stessi mentre stiamo parlando, ma non accade neppure questo, perché se davvero ci ascoltassimo, avremmo di tanto in tanto qualche dubbio.

Spiegare una simile paradossale situazione non è così difficile se consideriamo il desiderio prevalente di esercitare con le nostre parole quel potere che oggi è la merce più ricercata e che diventa abitualmente una forma di prepotenza e di prevaricazione. La TV costruisce la sua apparente neutralità offrendoci il riferimento degli “indici di ascolto”.

Ma quale ascolto? Sulla scena televisiva delle molteplici trasmissioni sui migranti (su cui è stato costruito un nuovo soggetto politico!) nessuno sta davvero “ascoltando”: tutti i partecipanti si limitano a parlarsi addosso. Se già loro non si ascoltano, quello che fa il teleutente potremmo definirlo in tanti modi, ma non ha nulla a che vedere con un ascolto vero.

Essenziale è invece capire, restando alla pratica quotidiana di ciascuno di noi, che cosa implica un ascolto, quali trasformazioni di noi stessi richiede. Il campo di prova è il rapporto con l’altro. Questo “altro” può essere chiunque, quello che incontriamo fuori di casa nelle normali relazioni di vita o per caso, o solo chi sentiamo al telefono: può essere un amico, qualcuno che vive accanto a noi, una presenza costante, ma anche uno che non conosciamo affatto, uno sconosciuto in cui ci imbattiamo. Comunque lui non è noi, non diventa mai un alter ego, risulta sempre diverso, è un diverso, ha qualcosa di estraneo. Ascoltare non significa togliere di mezzo questa estraneità, al contrario c’è ascolto solo quando partiamo da essa e ne teniamo conto, solo se riusciamo a far nostra in qualche modo la sua estraneità, il suo essere “straniero”. Solo se attiviamo in noi stessi una zona di estraneità, per così dire parallela e congruente con la sua.

Non c’è neppure bisogno della parola perché una sintonia si realizzi, è sufficiente un atteggiamento di apertura, e spesso il silenzio è più adatto di tante parole a produrlo, come sa bene per esempio chi esercita il mestiere dell’insegnante. Ciò accade del resto in tutte le pratiche in cui l’incontro con gli altri è la posta in gioco della riuscita o dell’insuccesso.

Perché si realizzi un ascolto, occorre dunque mettere in atto una pratica di sé che è molto poco abituale nella società di oggi: bisogna riuscire a scavare una specie di vuoto dentro di noi, procurarsi uno spazio mentale (e anche fisico) attraverso il quale la cosiddetta “ospitalità” diventi la possibilità concreta dell’ascolto dell’altro.

(NDR. alcune di queste ultime frasi sono state riprese da un articolo di Pier Aldo Rovatti, modificando però alcune parti del testo. Spero che l’autore non se ne abbia a male!)

VUOTARE LA PROPRIA TAZZA

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli dichiarò:

Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi“.

Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro.
E incominciò a versare il tè da una teiera.

Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.

Ma che cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza é piena?

Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos’altro ..

Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza ? ”

Beppe, Claudio e Roberto

Carissima, carissimo,
niente è più umanitario, sociale, politico, etico e spirituale che soddisfare la fame dei poveri della Terra. Dom Helder Camara, brasiliano, vescovo dei poveri diceva: “Se tu fossi in estasi davanti a Dio e un affamato bussasse alla tua porta, lascia il Dio dell’estasi e vai a servire l’affamato. Il Dio che hai lasciato nell’estasi è meno sicuro del Dio che troverai nell’affamato”. Gesù stesso era pieno di compassione e ha soddisfatto con pane e pesci centinaia di persone affamate che lo seguivano. Al centro del suo messaggio c’è il Padre Nostro e il Pane Nostro quotidiano. È erede di Gesù solamente chi tiene sempre insieme il Padre Nostro con il Pane Nostro. Solo questa persona può dire Amen=Si a Dio!.
I livelli di povertà globali sono scioccanti. Secondo Oxfam, che misura ogni anno i livelli di disuguaglianza nel mondo, nel gennaio 2017 si accertò che 8 persone da sole hanno un reddito equivalente a quello di 3,6 miliardi di persone, vale a dire circa la metà dell’umanità. Questo fatto è più significativo della semplice parola “disuguaglianza”. Eticamente e politicamente questo fatto si traduce in una spaventosa ingiustizia sociale e, nell’ambito della fede giudaico-cristiana, questa ingiustizia sociale è un peccato sociale e strutturale. La povertà è sistemica, perché è il risultato di un tipo di società che si propone di accumulare sempre più beni materiali senza alcuna considerazione umanitaria (giustizia sociale) o ambientale (giustizia ecologica) papa Francesco con la sua Laudato si, le ha accorpate in “ecologia integrale”. Questa società presuppone persone crudeli, ciniche e senza alcun senso di solidarietà, quindi, un contesto di elevata disumanizzazione e di barbarie. In Brasile, anche se molto è stato fatto per fare uscire il paese dallo spettro della fame, dopo il grande progetto Fame Zero di Lula, che ha tolto dalla fame 40 milioni di impoveriti, ci sono ancora 20 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Con il suo programma “Brasile amorevole” la legittima presidenta Dilma Rousseff si era prefissa lo scopo di portare tutte queste persone fuori da questa situazione disumana.
La Teologia della Liberazione e la chiesa che sta alle sue spalle, nascono da un attento studio della povertà. La povertà si legge come oppressione. Il suo opposto non è la ricchezza, ma la giustizia sociale e la liberazione. L’opzione per i poveri contro la povertà è il marchio di fabbrica della Teologia della Liberazione. Ha distinto tre tipi di povertà. La prima è quella di chi non ha accesso al paniere alimentare di base né ai minimi servizi sanitari. L’approccio tradizionale è stato: quelli che hanno aiutino a quelli che non hanno. Così è nata una vasta rete di assistenzialismo e di paternalismo che aiuta puntualmente i poveri, ma li tiene dipendenti da altri. La seconda lettura del povero sosteneva che i poveri hanno qualcosa; possiedono infatti l’intelligenza e la capacità di professionalizzarsi. Così possono entrare nel mercato del lavoro e organizzare la propria vita. Questa strategia è corretta, ma politicamente non prende conoscenza del carattere conflittuale del rapporto sociale, mantenendo chi esce dalla povertà all’interno del sistema che continua a produrre poveri. Lo rafforza inconsciamente. La terza interpretazione del povero parte da quello che il povero ha e, quando viene a conoscenza dei meccanismi che rendono poveri (sono impoveriti e oppressi), si organizzano, pianificano un nuovo sogno di una società più giusta ed egualitaria, diventano una forza storica in grado, insieme ad altri, di dare nuova direzione alla società. Da questo punto di vista sono nati i principali movimenti sociali, sindacali e altri gruppi coscientizzati della società e delle chiese. Da loro si aspettano trasformazioni sociali.
Brasile e politica. Dopo la destituzione della presidente Dilma Rousseff con un “golpe di Stato”, un altro impeachment si avvicina al vertice del potere politico brasiliano, stavolta per il presidente Temer, espressione della più alta borghesia, che ha allungato la giornata lavorativa a 12 ore, aumentato l’età pensionabile, tagliato le spese sociali dell’80%, tolto il ministero dello Sviluppo Agrario ecc…
Temer sta avendo il grande pregio di ricompattare i Movimenti Sociali e i partiti di opposizione i quali stanno occupando piazze e strade nelle più importanti città, chiedendo con forza elezioni anticipate.
Migranti e accoglienza. Non servono le polemiche strumentali in merito ai salvataggi dei migranti da parte delle ONG ma fare chiarezza se ci sono dubbi. Questo è l’invito da fare a chi mette in dubbio l’operato delle stesse. Perché chi protesta non si imbarca sulle navi per verificare direttamente il loro operato? Altrimenti si fa solo una polemica sterile e senza prove. Credo che le ONG sarebbero predisposte ad accoglierli. La polemica è portata avanti da chi non prospetta alcuna soluzione per salvare vite in mare.
Urge e necessita per fugare ogni dubbio, per salvaguardare il duro lavoro a cui sono sottoposti questi operatori, per la dignità dei richiedenti asilo e rifugiati che tutti sappiamo che fino a quando non si creeranno canali legali di ingresso, l’opinione pubblica farà l’equazione più grave, semplicistica e populistica, cioè che viaggi e tratta delle persone stanno finanziando il terrorismo e la morte in Europa.
Urge e necessita che le indagini vadano avanti per togliere ogni dubbio senza e non per distrarre l’attenzione dal problema vero, che è salvaguardare le vite di tanti richiedenti asilo e rifugiati.
Strumentale è l’ipocrisia e la vergogna di politici chiusi e ottusi, al solo fine di non salvaguardare un diritto fondamentale in democrazia; salvare vite umane, perchè stanno morendo sempre più donne, uomini e bambini, non solo nel Mediterraneo. Non è altro che una polemica strumentale per portare lontano dall’impegno vero che dovrebbe essere di tutti i Paesi europei e i cittadini, di fronte a un dramma che sta continuamente crescendo e chiede più accoglienza.
Urge e necessita più Europa aperta, più capacità di fare un salto di qualità: organizzare canali umanitari sicuri e il ricollocamento dei migranti nel contesto europeo, per dare un reale segno di responsabilità.
Il solo soccorso in mare non può essere la sola risposta e non sarebbe così necessario se l’Europa stabilisse vie legali di accesso, decidendo di gestire in maniera progettuale l’arrivo dei migranti e soprattutto non lasciando morire le persone in mare come di fatto sta facendo da molti anni, lasciando principalmente all’Italia il compito di ruolo umanitario. In questi primi mesi dell’anno fonti ufficiali registrano un forte aumento di migranti rispetto allo stesso periodo del 2106. Fino a questo momento gli accordi con le “autorità” libiche, con la finalità di contenere emigrazioni e contrastare il traffico, non si sono rivelate efficaci. Si tratta, quindi, di un sostanziale nulla di fatto: le persone continuano a morire in mare, le traversate sono sempre più pericolose e l’Europa continua a non affrontare in un modo politico serio e unitario il problema. I Governi devono attivare canali umanitari sicuri per chi fugge, il solo soccorso in mare non può mai essere “la soluzione”. L’Italia con l’operazione Mare Nostrum prima e adesso con il soccorso delle navi di ONG, é da sempre in prima linea nel salvataggio di vite umane. Azione fondamentale che ci fa onore , ma che non sarebbe così necessaria se l’Europa stabilisse vie legali d’accesso, decidendo di gestire in maniera progettuale l’arrivo dei migranti e soprattutto non lasciando morire le persone in mare. Lasciarli morire in mare o direttamente in Libia non fa alcune differenza. L’Europa ha la responsabilità politica di evitare che muoiano innocenti, facendosi promotrice di “veri” tavoli diplomatici che pongano fine alle principali crisi in atto. Fermare l’invio di armi che l’alimentano è il vero imperativo. Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti hanno speso in interventi operativi diretti in Medio Oriente 6.000 miliardi di dollari, una cifra attraverso la quale si può ricreare il mondo.Infine, mi ha fatto molto riflettere una scritta a pennarello su un foglio di carta che ho trovato all’ingresso dello studio nella casa di amici di Brescia che alcune settimane fa mi ha ospitato nella loro casa: “fino  a quando noi venderemo armi, loro ci invieranno rifugiati”.
Il 26 giugno di 50 anni fa moriva don Lorenzo Milani, una malattia trascurata ce lo ha portato via giovanissimo. Un prete incandescente, ma lontano anni luce dallo stereotipo del prete ribelle. Un prete perseguitato da una Chiesa che ha sempre amato e che non ha mai voluto lasciare. Un prete che amava la Chiesa come papa Francesco.
Per la brevità della sua vita, per l’intensità della sua esistenza, don Lorenzo è stato vittima fin da subito e per sempre di un forte riduzionismo. Non aveva la vocazione dell’eroe solitario: voleva essere parte, voce, espressione della Chiesa. Ha sempre rivendicato questo, anche in modo violentissimo. Ha subito dalla sua Chiesa, un trattamento di ferocia inaudita. E’ stato perseguitato, non semplicemente criticato; la stessa scelta di inviarlo da Calenzano a Barbiana è stata presa non per punirlo, ma per ucciderlo, per spezzarlo. E’ stata solo la sua anima profonda che ha fatto si che Barbiana, invece che una prigione, diventasse un trono e una cattedra. La Chiesa cattolica non si può limitare a rendergli onore tardivo; tutto deve essere risarcito non con benevolenza, ma attraverso atti di giustizia, che dica davanti a dio che quella di don Milani è una testimonianza cristiana. Che papa Francesco, incontrando il mondo della scuola, pronunciasse il suo nome in piazza San Pietro, nessuno lo avrebbe immaginato, comevisitarlo a Barbiana, dopo aver reso omaggio a don Primo Mazzolari a Bozzolo. Credo che la figura di don Milani sia utile per conoscere alcuni tratti di Francesco. L’accusa che gli veniva fatta dalla Chiesa era di essere un comunista, un agitatore sociale; espressioni, queste, usate dal fronte opposto come un complimento. La cosa che va compresa è che in don Milani non c’è una militanza politica chiusa dentro un linguaggio politico, ma una forza profetica. I gesti di don Milani sono gesti profetici. Tutto ciò ci aiuta a capire Francesco; la predicazione del Vangelo nelle periferie, in uscita, non vuole dare parole d’ordine o ideologiche alla Chiesa. Per il Papa ha un senso se esprime l’autenticità cristiana del Vangelo, costi quel che costi.
Antonio

Roma, 12 maggio 2017
Carissimi amiche e amici,
conforta e incoraggia vedere come tante reti locali, in specie quelle delle località meno grandi (a parte la veronese) si attivano nel lavorare ai rispettivi progetti stabilendo contatti e visite coi referenti, qui e là, compiendo quindi anche viaggi impegnativi.
L’attenzione posta poi alla questione del come e se cambiare il tipo di solidarietà in un mondo tanto mutato è segno di sensibilità non comune che lascia ben sperare sulla vitalità della Rete. Sono infatti evidenti le ragioni che indurrebbero a lasciar perdere, o ad attenuare l’impegno, rinchiudendosi nel proprio guscio: non v’è continente o singolo Paese (e il nostro non fa eccezione, anzi) in cui vicende dolorose e angoscianti imperversino recando danni, soprattutto ai più indifesi, che paiono irreparabili.
Prendiamo il tema delle migrazioni, uno dei più gravi e controversi. Secondo più enti – rispettabili e attendibili – le persone che arrivano in Europa fuggono dai loro paesi d’origine a causa di situazioni di conflitto, di attacchi terroristici, di inaccessibilità al cibo e all’acqua, di catastrofi ambientali, della rapina dei loro terreni coltivabili. I migranti in fuga, è noto, provengono dal Medioriente (siriani, afghani, iracheni, pakistani); oppure dal Nord Africa (nigeriani, somali, eritrei). Tutti devono attraversare il Mediterraneo correndo rischi e sofferenze gravi dopo quelli affrontati per giungere sulle sue sponde. E quando riescono ad arrivare in Europa in quali condizioni sono e che tipo di accoglienza ricevono?
Per quanto concerne l’Italia sappiamo bene l’infinità di polemiche scoppiate sul tema, sull’accoglienza, sulle speculazioni, sul disordine causato dall’intromissione delle mafie o di altri affaristi, come pure per l’incapacità delle istituzioni a mettere ordine. Così che passano in seconda linea gli eroismi dei soccorritori in mare e delle popolazioni della terraferma sovente impegnate nel fornire i primi aiuti in specie alle donne e ai bambini. Papa Francesco, recatosi a Lampedusa tempo addietro, disse memorabili parole di pace e di misericordia, capaci di incoraggiare la buona accoglienza di tanti disperati, ma inascoltate da chi avrebbe il compito di facilitare la sistemazione e la distribuzione sul territorio degli scampati. Non si sono ancora placate le discordie e, visti gli interessi politici in ballo, si presume che le diatribe continueranno a lungo trovando sempre nuovo alimento nell’intensificarsi degli arrivi.
Quel che dispiace è che nelle dispute sull’accoglienza dei profughi, sulle accuse e contraccuse circa le speculazioni effettuate da ignobili profittatori relative a intese delinquenziali tra scafisti e alcuni singoli appartenenti alle Ong tra le molte intervenute nella vicenda (impossibile, secondo il mio modesto parere e quello di persone ben più autorevoli) che manchino i disonesti nelle circostanze anche tragiche e complesse; dispiace, dicevo, è che vi siano rimasti coinvolti i Medici Senza Frontiere, certamente incolpevoli, con i quali i nostri Medici Contro la Tortura hanno da poco stabilito, come sapete, un accordo di collaborazione (sul quale ho appreso i particolari avendo partecipato alla recente assemblea annuale dei soci di MCT).
Ma motivi di rammarico li abbiamo avuti di recente anche in altre occasioni. Una è stata la celebrazione della Liberazione: contese accese si sono registrate in particolare a Roma sulla sempre contrastata partecipazione della Brigata Ebraica, i cui rappresentanti si sono stavolta rifiutati di sfilare in presenza, nel corteo, di bandiere e striscioni palestinesi. Il 25 aprile, va ricordato sempre, è la festa della Liberazione dalla tirannide nazista-repubblichina, ottenuta con l’eroica lotta partigiana sostenuta dagli alti ideali della libertà e della democrazia che dettero vita alla Costituente repubblicana, base ancor oggi, nonostante i recenti tentativi di stravolgimento, del nostro quotidiano vivere civile. Sono perciò inammissibili i penosi litigi avutisi, quali che fossero le ragioni che li hanno causati.
Un altro motivo di dispiacere è stato, per me almeno, vedere al sit-in di largo Argentina del 19 aprile per la Palestina e al presidio per i prigionieri politici palestinesi (ora in sciopero della fame) tenutosi a Montecitorio il 3 maggio la partecipazione di poche persone (e in parte palestinesi) tutte anziane o molto anziane. L’assenza dei giovani rattrista perché significa la non conoscenza o l’indifferenza della gioventù alle sofferenze inflitte con sempre maggiore inumanità a un popolo da gran tempo martirizzato da Israele. Eppure qualche notizia sugli avvenimenti in quella terra e le condanne inflitte dagli organi internazionali allo Stato israeliano anche di recente sono trapelate sui media e sul web. Impossibile spiegare tutto con le pur vere preoccupazioni dei giovani per il loro presente e l’ancor più oscuro futuro. E allora?
Dopo le presidenziali francesi e la vittoria dell’enigmatico Macron sulla Le Pen si discute molto pure da noi sul futuro della UE e dell’euro, sui cui destini gravano anche le prossime elezioni politiche francesi. Tuttavia a casa nostra prevalgono le lotte intestine tese agli interessi di partito o dei singoli molto più che al destino economico-sociale della gente (preoccupante l’aumento della povertà). E molto altro vi sarebbe da dire su tanti temi. Tralascio, per esempio, le sciocchezze del New York Times sulla questione dei vaccini in Italia o sulle dispute sul Comune di Roma; si vede che nell’era Trump anche la libera stampa Usa non è più attendibile come un tempo.
Diciamolo con chiarezza: niente qui va per il verso giusto. Tra scandali, corruzione, evasione fiscale, attacchi ai magistrati impegnati, alcuni a rischio della vita, nel tentare di porre un limite al malaffare e alla criminalità organizzata il Paese è sceso così in basso che solo grazie a una parte della popolazione che conserva, direi eroicamente, i valori dell’onestà e dell’altruismo si resiste al pericolo di affondare nelle sabbie mobili in cui i super sconfitti del 4 dicembre e i loro ignobili cortigiani (“vil razza dannata”) tentano in tutti i modi di trascinarci con la pavida complicità di un inquilino di Palazzo Chigi del tutto succube a cotanti padroni; mentre si attende trepidi che il titolare del Quirinale, sembrato risvegliarsi da un lungo torpore, faccia seguire ai suoi recenti ammonimenti gesti decisivi e per quanto possibile salvifici.
Perdonate, amiche e amici, questa cruda digressione sulle vicende italiane. Altro ancora vorrei aggiungere, ma non è questa la sede opportuna. Forse non tutti avranno le mie stesse opinioni, ma per me tutto si lega. Le frasi iniziali di questa lettera acquistano maggior valore e meglio si comprendono se consideriamo il quadro opprimente in cui ci muoviamo tentando di portare sollievo – parziale quanto si vuole – a coloro che l’Occidente e i nuovi satrapi di ogni dove hanno in larga contribuito a ridurre alla disperazione.
Resistiamo con fede, incoraggiati dalle decise iniziative degli amici più giovani e dei meno giovani tuttora intraprendenti ispirate ai principi della Rete che in anni lontani Ettore, con il convinto supporto di Clotilde e a seguito delle parole ispiratrici di Paul seppe creare e consolidare. Auguri vivissimi di buon lavoro.
Un abbraccio molto affettuoso.

(per la rete di Roma Mauro Gentilini)

Lettera di maggio 2017 da Maria Cristina Angeletti Gruppo di Macerata

Cari amici,

voglio riepilogare alcuni recenti eventi intervenuti intorno alla questione palestinese e alla campagna con cui Israele cerca di mettere a tacere il movimento BDS ( acronimo di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), la più grande coalizione della società civile palestinese che sostiene il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalle colonie, il disinvestimento imprenditoriale in Israele da parte di imprese straniere e le necessarie sanzioni da applicare allo Stato Israeliano per gli evidenti crimini contro i palestinesi privati di ogni diritto. E’ da precisare che la Rete Radie’ Resch aderisce a questo movimento opponendosi all’apartheid israeliana ( Coordinamento lombardo per la Palestina, Reteromanapalestina). Andiamo in ordine di tempo:

17 Marzo 2017 – La Dottoressa Rima Khalaf, Direttrice della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale (ESCWA), si è dovuta dimettere dal suo incarico a seguito di pressioni esercitate dagli Stati Uniti e da Israele a proposito di una relazione pubblicata dalla Commissione che documenta le politiche di apartheid di Israele nei confronti del popolo palestinese e incoraggia il sostegno al BDS a favore dei diritti e della libertà dei palestinesi. La Dottoressa Khalaf ha spiegato la sua decisione affermando: “Mi sono dimessa perché è mio dovere non nascondere un crimine evidente, e avallo tutte le conclusioni della relazione.”

Queste le parole di Mahmoud Nawajaa, il Coordinatore Generale del Comitato Nazionale Palestinese del BDS (BNC):

La relazione storica dell’ESCWA ha centrato due precedenti epocali sulla Palestina. È la prima volta che un’ agenzia delle Nazioni Unite ha stabilito, attraverso uno studio scrupoloso e rigoroso, che Israele ha imposto un regime di apartheid contro l’intero popolo palestinese. Inoltre la Commissione esprimendosi a favore del BDS, in quanto efficace strumento per ritenere Israele responsabile di crimini di guerra, ha creato un precedente importante nel sistema delle Nazioni Unite. I Palestinesi sono profondamente grati alla direttrice dell’ESCWA, Dottoressa Rima Khalaf, che ha preferito dimettersi con dignità piuttosto che cedere ai suoi principi di fronte al bullismo di Stati Uniti e Israele. In questo momento buio della nostra storia, con la repressione crescente di Israele, inclusa quella verso i difensori non violenti dei diritti umani, il furto continuo di terra palestinese e il peggioramento delle politiche di apartheid. I palestinesi sperano che questo rapporto rivoluzionario annunci l’avvento di una nuova era in cui si consideri l’ingiusto regime di Israele come è stato fatto contro l’apartheid del Sud Africa”.

21 marzo 2017 – Il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha annunciato che il suo ministero si propone di creare un nuovo database dei cittadini israeliani che sostengono il movimento civile di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni..

Di nuovo il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC)ha affermato::

Questo nuovo database è coerente con i tentativi del governo israeliano di reprimere il movimento BDS, proprio perché esso sta crescendo sia all’interno di Israele sia in tutto il mondo. A questo database che colpisce i cittadini israeliani che sostengono il BDS se ne aggiunge un altro rivolto ai sostenitori del B

Lettera dfi maggio 2017 da Maria Cristina Angeletti Gruppo di Macerata

Cari amici,

voglio riepilogare alcuni recenti eventi intervenuti intorno alla questione palestinese e alla campagna con cui Israele cerca di mettere a tacere il movimento BDS ( acronimo di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), la più grande coalizione della società civile palestinese che sostiene il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalle colonie, il disinvestimento imprenditoriale in Israele da parte di imprese straniere e le necessarie sanzioni da applicare allo Stato Israeliano per gli evidenti crimini contro i palestinesi privati di ogni diritto. E’ da precisare che la Rete Radie’ Resch aderisce a questo movimento opponendosi all’apartheid israeliana ( Coordinamento lombardo per la Palestina, Reteromanapalestina). Andiamo in ordine di tempo:

17 Marzo 2017 – La Dottoressa Rima Khalaf, Direttrice della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale (ESCWA), si è dovuta dimettere dal suo incarico a seguito di pressioni esercitate dagli Stati Uniti e da Israele a proposito di una relazione pubblicata dalla Commissione che documenta le politiche di apartheid di Israele nei confronti del popolo palestinese e incoraggia il sostegno al BDS a favore dei diritti e della libertà dei palestinesi. La Dottoressa Khalaf ha spiegato la sua decisione affermando: “Mi sono dimessa perché è mio dovere non nascondere un crimine evidente, e avallo tutte le conclusioni della relazione.”

Queste le parole di Mahmoud Nawajaa, il Coordinatore Generale del Comitato Nazionale Palestinese del BDS (BNC):

La relazione storica dell’ESCWA ha centrato due precedenti epocali sulla Palestina. È la prima volta che un’ agenzia delle Nazioni Unite ha stabilito, attraverso uno studio scrupoloso e rigoroso, che Israele ha imposto un regime di apartheid contro l’intero popolo palestinese. Inoltre la Commissione esprimendosi a favore del BDS, in quanto efficace strumento per ritenere Israele responsabile di crimini di guerra, ha creato un precedente importante nel sistema delle Nazioni Unite. I Palestinesi sono profondamente grati alla direttrice dell’ESCWA, Dottoressa Rima Khalaf, che ha preferito dimettersi con dignità piuttosto che cedere ai suoi principi di fronte al bullismo di Stati Uniti e Israele. In questo momento buio della nostra storia, con la repressione crescente di Israele, inclusa quella verso i difensori non violenti dei diritti umani, il furto continuo di terra palestinese e il peggioramento delle politiche di apartheid. I palestinesi sperano che questo rapporto rivoluzionario annunci l’avvento di una nuova era in cui si consideri l’ingiusto regime di Israele come è stato fatto contro l’apartheid del Sud Africa”.

21 marzo 2017 – Il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha annunciato che il suo ministero si propone di creare un nuovo database dei cittadini israeliani che sostengono il movimento civile di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni..

Di nuovo il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC)ha affermato::

Questo nuovo database è coerente con i tentativi del governo israeliano di reprimere il movimento BDS, proprio perché esso sta crescendo sia all’interno di Israele sia in tutto il mondo. A questo database che colpisce i cittadini israeliani che sostengono il BDS se ne aggiunge un altro rivolto ai sostenitori del BDS di altri paesi; una legge israeliana recentemente approvata cerca di impedire ai sostenitori internazionali dei diritti dei palestinesi di entrare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Esiste anche una legge approvata nel 2011, che prevede che vengano depositate cause civili contro i cittadini israeliani che invitano al boicottaggio. Ora, il governo israeliano cerca di reprimere ulteriormente i suoi cittadini per il loro pensiero politico e per il loro impegno sui diritti umani.”

Non è affatto sorprendente che il governo spii i cittadini sia ebrei che palestinesi, o che crei una banca dati di coloro che sostengono il BDS, al fine di colpire tutti coloro che lavorano per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dei palestinesi. Il supporto per il movimento BDS è, negli ultimi anni, in crescita in tutto il mondo e sempre più persone riconoscono la realtà brutale del regime di apartheid di Israele in quasi 50 anni di occupazione militare. Gli sforzi repressivi di Israele per sopprimere il movimento BDS illustrano ulteriormente la legittimità della nostra causa e saranno quindi solo destinati a rafforzare il sostegno in tutto il mondo per la nostra lotta non violenta a favore della nostra libertà e dei nostri diritti.”

22 marzo 2017 – Nella mattina di domenica 19 marzo, le autorità fiscali israeliane hanno fatto irruzione a casa di Omar Barghouti, noto difensore dei diritti umani palestinesi e co-fondatore del movimento di Boicottaggio, Divestmento e Sanzioni (BDS). Hanno trattenuto e interrogato Omar e la sua moglie Safa per 16 ore in quel primo giorno. Omar attualmente sta subendo altri interrogatori.

Questa la risposta del Comitato Nazionale palestinese per il BDS: “Di fronte agli sforzi sistematici del governo israeliano per criminalizzare il movimento BDS, intimidire gli attivisti ed impedire la libertà di parola, facciamo notare che un noto difensore dei diritti umani palestinese e co-fondatore del movimento BDS, Omar Barghouti, da anni è stato sottoposto a intense minacce, intimidazioni e repressione da parte di vari organi del governo israeliano di estrema destra, considerando il movimento una “minaccia strategica”.

Ad un congresso nel marzo 2016 a Gerusalemme occupata, parecchi ministri del governo israeliano hanno minacciato Omar e altri difensori dei diritti umani di primo piano del BDS fino a parlare di’“eliminazione civile mirata”, un eufemismo per dire assassinio civile. Il Ministero degli Affari Strategici l’anno scorso ha costituito una “unità di infangamento”, come rivelato nel quotidiano israeliano Haaretz allo scopo di rovinare la reputazione dei difensori dei diritti umani e delle reti del BDS.

È in questo contesto che deve essere intesa l’indagine del dipartimento fiscale israeliano su Omar e sua moglie Safa. Dopo che il governo non è riuscito ad intimidire Omar con la minaccia della revoca della residenza permanente in Israele e dopo che il divieto di viaggiare si è dimostrato inutile nel fermare il suo lavoro sui diritti umani, il governo israeliano ha fatto ricorso alla presunta evasione fiscale sui redditi percepiti da Omar fuori da Israele per infangare la sua immagine.

Il fatto che il divieto di viaggiare sia arrivato alcune settimane prima del previsto viaggio di Omar Barghouti negli Stati Uniti per ricevere il premio per la pace Gandhi insieme a Ralph Nader in una cerimonia all’università di Yale la dice lunga sui reali motivi israeliani.

Qualunque siano le misure estreme di repressione che Israele brandisce contro il movimento BDS e la sua vasta rete di sostenitori, non potrà fermare questo movimento per i diritti umani. Prepotenza e repressione possono difficilmente avere effetto su un movimento di base che si sviluppa nei cuori e nelle menti delle persone, mettendole in grado di fare la cosa giusta e di schierarsi dalla parte giusta della storia.”

Riporto il sito del BDS per chi volesse informarsi di più : www.bdsmovement.net

 

DS di altri paesi; una legge israeliana recentemente approvata cerca di impedire ai sostenitori internazionali dei diritti dei palestinesi di entrare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Esiste anche una legge approvata nel 2011, che prevede che vengano depositate cause civili contro i cittadini israeliani che invitano al boicottaggio. Ora, il governo israeliano cerca di reprimere ulteriormente i suoi cittadini per il loro pensiero politico e per il loro impegno sui diritti umani.”

Non è affatto sorprendente che il governo spii i cittadini sia ebrei che palestinesi, o che crei una banca dati di coloro che sostengono il BDS, al fine di colpire tutti coloro che lavorano per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dei palestinesi. Il supporto per il movimento BDS è, negli ultimi anni, in crescita in tutto il mondo e sempre più persone riconoscono la realtà brutale del regime di apartheid di Israele in quasi 50 anni di occupazione militare. Gli sforzi repressivi di Israele per sopprimere il movimento BDS illustrano ulteriormente la legittimità della nostra causa e saranno quindi solo destinati a rafforzare il sostegno in tutto il mondo per la nostra lotta non violenta a favore della nostra libertà e dei nostri diritti.”

22 marzo 2017 – Nella mattina di domenica 19 marzo, le autorità fiscali israeliane hanno fatto irruzione a casa di Omar Barghouti, noto difensore dei diritti umani palestinesi e co-fondatore del movimento di Boicottaggio, Divestmento e Sanzioni (BDS). Hanno trattenuto e interrogato Omar e la sua moglie Safa per 16 ore in quel primo giorno. Omar attualmente sta subendo altri interrogatori.

Questa la risposta del Comitato Nazionale palestinese per il BDS: “Di fronte agli sforzi sistematici del governo israeliano per criminalizzare il movimento BDS, intimidire gli attivisti ed impedire la libertà di parola, facciamo notare che un noto difensore dei diritti umani palestinese e co-fondatore del movimento BDS, Omar Barghouti, da anni è stato sottoposto a intense minacce, intimidazioni e repressione da parte di vari organi del governo israeliano di estrema destra, considerando il movimento una “minaccia strategica”.

Ad un congresso nel marzo 2016 a Gerusalemme occupata, parecchi ministri del governo israeliano hanno minacciato Omar e altri difensori dei diritti umani di primo piano del BDS fino a parlare di’“eliminazione civile mirata”, un eufemismo per dire assassinio civile. Il Ministero degli Affari Strategici l’anno scorso ha costituito una “unità di infangamento”, come rivelato nel quotidiano israeliano Haaretz allo scopo di rovinare la reputazione dei difensori dei diritti umani e delle reti del BDS.

È in questo contesto che deve essere intesa l’indagine del dipartimento fiscale israeliano su Omar e sua moglie Safa. Dopo che il governo non è riuscito ad intimidire Omar con la minaccia della revoca della residenza permanente in Israele e dopo che il divieto di viaggiare si è dimostrato inutile nel fermare il suo lavoro sui diritti umani, il governo israeliano ha fatto ricorso alla presunta evasione fiscale sui redditi percepiti da Omar fuori da Israele per infangare la sua immagine.

Il fatto che il divieto di viaggiare sia arrivato alcune settimane prima del previsto viaggio di Omar Barghouti negli Stati Uniti per ricevere il premio per la pace Gandhi insieme a Ralph Nader in una cerimonia all’università di Yale la dice lunga sui reali motivi israeliani.

Qualunque siano le misure estreme di repressione che Israele brandisce contro il movimento BDS e la sua vasta rete di sostenitori, non potrà fermare questo movimento per i diritti umani. Prepotenza e repressione possono difficilmente avere effetto su un movimento di base che si sviluppa nei cuori e nelle menti delle persone, mettendole in grado di fare la cosa giusta e di schierarsi dalla parte giusta della storia.”

Riporto il sito del BDS per chi volesse informarsi di più : www.bdsmovement.net