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Rete di Macerata Ottobre 2018

Cari amici e amiche, l’arresto di Domenico Lucano, Mimmo lo Curdo, o meglio, Mimì Capatosta, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di fraudolento affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative prive dei requisiti necessari, di aver celebrato matrimoni per garantire il permesso di soggiorno ad uno o una straniera, ma allo stesso tempo protagonista di un modello di accoglienza virtuoso, come era stato descritto da tante testate giornalistiche, ha messo in crisi molti, fra cui la sottoscritta. Il tema della disobbedienza civile è stato messo al centro della discussione: “…fare del bene anche violando alcune leggi …” (parole di Lucano intercettate), e mi sembra opportuno approfondire il nostro rapporto con la giustizia e la legge. Quando si parla di “ modello Riace” si parla di un sindaco eletto tre volte dalla sua comunità nel 2004,nel 2009, nel 2014, per il quale lo stesso Gip ha rigettato le accuse di interesse personale nella gestione dell’accoglienza; c’è, però, una esplicita violazione di leggi dello Stato, ammessa dallo stesso Lucano che ha giustificato il suo comportamento definendo tali leggi “violazioni innanzi tutto di diritti umani” pertanto “da non rispettare in quanto ingiuste”, davanti alle quali è necessaria la ”disobbedienza civile”. Questo primo cittadino di un paesino calabrese di 2000 anime, è stato inserito dalla rivista Fortune fra i 50 personaggi più importanti del mondo come miglior sindaco del mondo; oggi rischia di veder falliti i suoi sforzi non solo per il comune di Riace che si stava ripopolando anche con immigrati provenienti dall’Afganistan, dalla Siria, dal Kurdistan e da tanti altri paesi africani (circa 450 tra rifugiati e immigrati nel corso degli anni si sono stabiliti a Riace, rivitalizzando il paese e consentendo di evitare la chiusura della scuola), ma anche per tutte le persone lì accolte che si troveranno da regolari a irregolari a causa del decreto sicurezza approvato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri. E’ stata minata, inoltre, la possibilità di applicare il modello Riace da altre parti e, quindi, di realizzare una convivenza pacifica fra italiani e immigrati, con l’unico modo possibile per ottenere la sicurezza sociale: mettere tutti in regola, quindi responsabili delle proprie azioni. Il tema gigantesco della disobbedienza civile riguarda le leggi morali, quindi non scritte che vanno oltre le leggi positive scritte, a cui si ricorre in momenti storici in cui vengono meno valori fondamentali del vivere insieme, come la libertà o la vita; mi domando come la mettiamo con gli italiani che aiutarono gli ebrei e i partigiani a sfuggire alle rappresaglie nazi-fasciste? non furono forse disobbedienti per umanità, giudicando quelle leggi ingiuste? Come mai Lucano non ha ricevuto un’avviso di garanzia invece degli arresti domiciliari che vengono comminati per aver commesso un reato grave o il tentativo di manipolare le prove? E se il sistema di accoglienza creato a Riace funzionasse, se dimostrasse che sono le regole a creare disfunzioni nell’accoglienza? e quando la Lega istigava alla disobbedienza fiscale? “La legge nasce per difendere il più debole e non per sancire i diritti del più forte a due condizioni: che la coscienza sia retta e che si sia disposti a pagare di persona la propria disobbedienza” (don Milani). Mi pare proprio questo il caso. Forse dovremmo ammettere che abbiamo bisogno del lavoro degli immigrati oltre a quello dei nostri giovani, il nostro appennino e con esso buona parte del sud è desertificato per spopolamento e abbandoni; non dimentichiamo che Domenico Lucano partì con il suo progetto nel ’99 ottenendo un prestito da Banca Etica per realizzare un turismo solidale nel tentativo di tenere vivo il suo paese; in questo progetto fu sostenuto dalla Rete dei Comuni Solidali, solo dopo arrivarono i contributi dello Stato. I dati ci dicono che in Calabria sono a rischio estinzione 150 comuni, purtroppo non sono diverse le condizioni della Basilicata o dell’Abruzzo. I giuristi danno torto a Lucano perché ha infranto la legge, io so che avrei agito come lui in quanto condivido il pensiero di Bertold Brecht: “i posti dalla parte della ragione erano occupati, così ci sedemmo dalla parte del torto”. Oltre 17.000 sono le vittime delle migrazioni dal gennaio 2014 al settembre scorso. Se entrassimo nell’ordine delle idee che l’immigrazione è da intendersi come risorsa riporteremmo il dibattito sul piano della realtà poiché quello che è avvenuto nel nostro paese è stato un racconto sempre in grigio, scuro , sull’invasione, mentre intendendo l’immigrazione come risorsa sarebbero evidenti alcune pratiche dell’accoglienza che pur rispettando i diritti dei migranti tutelano le comunità, si fanno carico delle paure , riattivano economie locali, ribaltando il paradigma che normalmente viene utilizzato su questo tema. La notizia di oggi è che a Lucano sono stati revocati gli arresti domiciliari ma è una vittoria a metà perché è stato sospeso da sindaco con il divieto di dimora, quindi deve lasciare il comune di Riace. Questo provvedimento cautelare mi pare ancora peggiore rispetto all’altro. E’ STATO MESSO AL CONFINO COME I MAFIOSI!

Rete di Quarrata – Lettera Ottobre-Novembre 2018

Carissima, carissimo,
le giuste lotte per l’emancipazione e la giustizia sociale che sono sfociate nelle rivoluzioni hanno sì provocato la caduta dei leader politici o di cambi di regime, ma non hanno trasformato l’animo umano in maniera radicale. È tempo della rivoluzione della compassione. La compassione infatti è vitale. Viene erroneamente paragonata a un nobile ideale, a un sentimento elevato. Si cresce in società così materialistiche e individualiste che mostrare compassione può sembrare un segno di debolezza, E questo vuol dire dimenticare che la compassione è prima di tutto l’energia positiva che sostiene la vita. Guardando oggi alle nostre vite, esorto ad osservare come l’egoismo chiuda tutte le porte, mentre l’altruismo le dischiude. La filosofia, l’ideologia, la politica e la teoria economica occidentali hanno diffuso la convinzione che la competizione, alimentata dalla rivalità, dall’invidia, dalla gelosia e dal risentimento conferiscano creatività e dinamismo alla società. Il Novecento ha esacerbato la competizione distruttiva, in una convivenza segnata da mutua indifferenza e chiusura. Alcune mattine fa sono andato al palazzetto dello sport ad ascoltare l’ex giudice Giancarlo Caselli che si è intrattenuto con i giovani delle scuole superiori sulla legalità a partire dalle mafie che controllano varie filiere alimentari. Eravamo arrivati tutti a piedi. Al termine abbiamo fatto la strada inversa insieme ad alcuni amici. Dopo aver fatto defluire un migliaio di giovani presenti, con stupore abbiamo iniziato a trovare per strada mozziconi di sigarette, pacchetti vuoti di sigarette, contenitori di Esta té con relativa cannuccia e fogli di carta appallata. Ho scritto ciò per tracciare le abitudini dei giovani d’oggi, (chiaro che non sono tutti così e non molto diversi da quelle dei giovani di ieri) ma non è questo l’obiettivo della mia riflessione. Quello che mi preme rilevare è la mancata educazione alla legalità che, al di là dei grandi proclami, dovrebbe nutrirsi di piccole cose, di azioni quotidiane che, anche se apparentemente insignificanti in sé, contribuiscono a cambiare il nostro approccio al mondo e a renderlo migliore. In questi giorni papa Francesco sta incontrando i giovani in Vaticano gli sta ricordando con forza che non sono venuti al mondo per vegetare, per passarsela comodamente, per fare della vita un divano che gli addormenti; al contrario, sono venuti al mondo per un’altra cosa, per lasciare la loro impronta, per essere creativi, trasgressivi, insoddisfatti e solidali. Che scegliere la comodità, fa confondere la felicità con il consumare, è qui che inizia la loro perdita di libertà, perché è il sistema che non vuole che siano liberi. Oggi noi adulti abbiamo bisogno abbiamo bisogno dei giovani, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come una opportunità. Abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare i muri. Che siate voi i nostri accusatori, che siamo noi a creare muri, a creare inimicizie, a creare guerre. Munitevi di coraggio e iniziate ad essere attori politici, persone che pensano, animatori e agitatori sociali. Tutto ciò è politica, ma la politica non è tutto. Dipende da come viene esercitata. Senza utopia la politica si riduce a un mero gioco di potere in funzioni delle ambizioni personali e degli interessi corporativi. Oggi sta emergendo sempre con più forza il virus dell’ignoranza, che porta con se due compari altrettanto pericolosi e invadenti: la violenza e la menzogna. Ne vediamo ogni giorni i frutti, nella vita quotidiana come nell’attualità politica. Sono virus tanto più insidiosi e pericolosi perché si instillano a piccole dosi e sono veicolati spesso dalla retorica, dal pensiero dominante. In buona sostanza non se ne parla, ovvero la retorica dominante non ha interesse a parlarne e allora possono agire indisturbati. Ovviamente a questi virus che si propagano sul registro delle idee, dell’etica e della cultura, i più esposti sono le persone semplici, i poveri, quelli emarginati che il sistema attuale tende a moltiplicare. Lo vediamo molto bene a proposito delle indecorose gazzarre a sfondo fascista delle ultime settimane, su cui è giusto intervenire e ribellarsi con grande fermezza. Ma all’interno di un quadro coerente, che non può che essere anche un esame di coscienza, che guardi alle cause di questi fenomeni.
C’é una emergenza ignoranza che non si può risolvere scaricandola sulle inadempienze di un sistema scolastico e formativo soggetto da decenni alle più varie intrusioni, ad una sistematica delegittimazione, senza un adeguato piano di investimenti in risorse umane e strutturali. Le gazzarre fasciste per l’Italia ricordano il fascismo vero, quello di un secolo fa che non può certo ritornare come tale, si era nutrito proprio di questo. Servono, dunque, anticorpi. Ma siamo in grado di produrli? E poi, di diffonderli in modo che agiscano con efficacia? Rispondere a questi interrogativi forti non è facile, comporta che ciascuno, a partire dalle élite, si assuma le proprie responsabilità. Ma se non cominciamo a dire queste cose con franchezza e così sviluppare un vero dibattito civile, ci limiteremo come sempre, alla pur sacrosanta indignazione del momento, che non impedisce ai processi di svilupparsi, mentre ciascuna parte si limita a tutelari i propri interessi, a partire da quelli elettorali. Il 18 ottobre si è celebrata la “Giornata mondiale dell’alimentazione” che quest’anno si collega al 70esimo anniversario della dell’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il 10 dicembre 1948, e il 70esimo anniversario della Costituzione italiana, che al suo articolo 3 afferma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. I dati richiamati dall’amico (padre del progetto Fame Zero in Brasile) direttore generale della FAO, sono drammatici: la fame è tornata a crescere negli ultimi per il terzo anno consecutivo arrivando a 821 milioni le persone nel mondo che soffrono la fame, di cui 7.000 bambini muoiono ogni giorno di fame. Mentre sono 150 milioni i bambini in età scolare che hanno ritardi cognitivi e della crescita dovuti alla malnutrizione, mentre il 33% delle donne in età riproduttiva soffrono per la scarsità di cibo ecc… Questi non sono numeri, sono bambine, bambini, donne e uomini in carne ed ossa che chiedono di poter fare parte della Famiglia Umana. Pensiamo a cosa perdiamo in scienza, in poesia, in letteratura in relazioni ecc… lasciandoli morire. In ognuno di loro dentro c’era un progetto, una speranza, una forza, un desiderio. L’idea di “aiutarli a casa loro” era di Renzi come oggi è di Salvini, ma era principalmente della FAO e del vertice mondiale dell’alimentazione che nel 1996 aveva stabilito che ogni Paese dovesse destinare la quota dell’1% del proprio PIL agli aiuti ai Paesi poveri (impoveriti) e aveva perfino coltivato il sogno di dimezzare la fame nel mondo entro il 2015: ma povertà e fame sono aumentati e verso i poveri del Sud sono cadute a sfamare e illudere i poveri solo le briciole, quelle che il ricco epulone faceva cadere dalla propria lauta mensa e che Lazzaro condivideva con i cani. L’Italia non è mai riuscita a dare più dello 0,2%. Una vergogna!
Ad ognuno la propria risposta.
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Domenica 28 ottobre si è svolto il ballottaggio per le presidenziali in Brasile, ha vinto, ahimè, Jair BOLSONARO, un incapace e stolto deputato, ex militare che ha urlato ai venti le sue cattiverie, contro i gay, le donne, gli indios, i negri, gli abitanti del nord-est, che ha impostato una campagna intollerante basata sulla paura. E’ fuggito da qualsiasi dibattito pubblico, conscio della sua incapacità e inconsistenza politica, ha difeso la dittatura, affermando che se fosse stata seria, Dilma non sarebbe mai potuta diventare presidente, perché dovevano farla fuori insieme a tutti gli altri prigionieri politici, ha difeso la violenza della polizia, lo scorso anno ci sono stati quasi 70.000 omicidi, ha elogiato il ritorno alla tortura. Si è sciacquato continuamente la bocca con la parola Dio, lui che ha fatto campagna elettorale insieme alla “Bancada Evangelica”. In Parlamento dopo che una deputata del Partito dei lavoratori aveva fatto il suo intervento, si è alzato in piedi apostrofandola “non ti stupro perché non lo meriti”. Questo è il nuovo presidente! Continua la vergogna: venerdì mattina 2 novembre, il giudice Sergio MORO, che ha inquisito, condannato e imprigionato Lula senza nessuna prova, si è presentato a casa del presidente eletto Bolsonaro accettando di fare il Ministro della Giustizia, della Sicurezza e della Corruzione, con l’impegno che ogni poliziotto che uccide qualcuno nella strada non deve essere giudicato ma “premiato”. Quando aveva inquisito Lula, erano uscite sue interviste con titoli cubitali sui giornali, dove affermava che lui mai sarebbe entrato in “politica”. Adesso che il suo gioco sporco ha portato i suoi frutti: non avere permesso a Lula di candidarsi, cadono la sua maschera e la sua ipocrisia. Adesso urge la costituzione di un fronte amplio di resistenza contro questo nuovo presidente e contro il governo. Da parte nostra deve essere forte la volontà e la capacità di sostenere i movimenti popolare e le nuove iniziative che si stanno già mettendo in pratica, penso alla scuola di “Fede e Politica” per giovani dai 18 ai 18 anni messa su da Frei Betto, Leonardo Boff, Plinio Arruda Sampaio, Marcelo Barros e molti altri sociologi, pedagogisti e intellettuali, al fine di formare una nuova classe politica. E’ uscito in questi giorni un libro di Frei Betto che tratta di questo da noi edito, potete richiedercelo.
Antonio

CIRCOLARE DI OTTOBRE

a cura della Rete di Padova

Pensando a Serena

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”

Antonio Gramsci

è tempo di riflessione e dibattito sui valori e le pratiche della Rete.

Vogliamo partire da questa citazione di Gramsci che compariva sotto una bella foto di Serena sul fascicoletto preparato per la celebrazione del suo funerale presso la Comunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma, una bella cerimonia, molto partecipata con tante persone, vecchie e giovani, italiane e straniere, con storie diverse, ma unite dal condividere il desiderio di giustizia e l’impegno per realizzarla che hanno contraddistinto tutta la vita di Serena.

Una donna che ha saputo prendersi cura di chi le stava accanto come di chi, dall’altra parte dell’oceano, lottava per cambiare la realtà, una donna che sapeva entusiasmarsi, organizzarsi, una donna che studiava, rigorosa, senza fare sconti a nessuno.

Entusiasmo, forza, intelligenza: la Rete è ancora capace di entusiasmarsi, di organizzarsi, studiare, in questi tempi così difficili che mettono a dura prova la nostra umanità?

O è troppo vecchia, non sa staccarsi dai modelli del passato, non capisce chi è giovane e precario, è troppo concentrata sulle sue pratiche, non sa comunicare, ha paura del cambiamento, di intraprendere nuove strade?

E la discussione interna alla Rete risente – e non potrebbe essere altrimenti – delle trasformazioni che investono la nostra società segnata da crescente sperequazione tra poveri e ricchi, esclusi e titolari di diritti civili, politici, economici e sociali. Tra “noi” (i cittadini) e “loro” (gli stranieri provenienti da paesi anche appena più poveri e i loro figli esclusi dalla cittadinanza anche se di fatto italiani).

Dove è giusto agire ora? In quale scenario è più urgente e importante essere presenti con la nostra solidarietà?

Come rispondere a queste domande?

Quest’anno in marzo alcune/i di noi sono state/i ancora una volta ad Haiti. Tre settimane, girando per il paese, incontrando tante persone, ascoltando, osservando.

Haiti è un paese di emigrazione. Gli haitiani da anni cercano di sopravvivere anche fuggendo, nella vicina Repubblica Dominicana, ma ora anche in Brasile e in Cile. E questo esodo impoverisce ulteriormente il paese. Chi resta lo vive come una tragedia.

Ma questa tragedia viene da lontano: le cause della povertà (prime fra tutte la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre fertili nelle mani di pochi) hanno una storia lunga, iniziata col colonialismo francese, continuata con l’occupazione e lo sfruttamento statunitense e i regimi dittatoriali che l’occupazione lasciò in eredità. Una storia che continua, sotto il segno delle politiche neoliberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dai paesi creditori.

Dai nostri amici e dalle nostre amiche di Haiti stiamo imparando ancora una volta come “il nostro mondo” continui ad opprimere, sfruttare, impoverire “gli altri mondi”.

Sostenere il loro lavoro quotidiano – difficile, faticoso, messo a dura prova dalle difficoltà quotidiane che ci possono sembrare insuperabili ma che sono la loro quotidianità – non ha nulla a che fare con l’ipocrita retorica dell’“Aiutiamoli a casa loro”. Né la scelta della solidarietà deve essere vista in contrapposizione con quella dell’accoglienza.

è vero, “gli altri mondi” vengono qui nel “nostro mondo” e noi dobbiamo accoglierli. Ma non basta. Dobbiamo studiare, capire le cause e cercare i rimedi, cogliere i legami tra quanto accade qui e là, avere uno sguardo che sappia andare oltre “il nostro mondo”. E per questo le relazioni con i nostri referenti lontani sono fondamentali.

Relazioni solidali che si traducono in sostegno materiale. Qualcuno potrebbe dire che non è uno scambio alla pari. È proprio così? Non riceviamo niente in cambio del nostro denaro? Ognuno rifletta su quanto queste relazioni hanno cambiato la propria vita.

Ma è proprio il sostegno materiale ad essere messo in discussione: molte persone – si dice – soprattutto giovani, sono precarie, vivono situazioni difficili, non hanno la possibilità di autotassarsi. Al seminario nazionale della Rete che si è tenuto a Brescia – dove già tutti questi temi erano stati discussi – padre Moussa Zerai ci disse: “Ci sentiamo impoveriti perché va in crisi il nostro stile di vita: finché possiamo dare il superfluo siamo solidali, se dobbiamo sacrificare qualcosa, allora c’è la crisi. Solidarietà vuol dire fare posto all’altro nel mio spazio, devo stringermi per accoglierlo, questa è vera solidarietà”.

Allora l’autotassazione è una scelta politica: ci permette di essere a fianco di chi spesso si sente solo nel suo cammino verso il cambiamento di società ingiuste. Ad Haiti questo l’abbiamo toccato con mano tante volte. Non stiamo facendo beneficienza, stiamo restituendo quel che è stato sottratto, rapinato, quel che si continua a sottrarre e rapinare, stiamo cercando di fare un po’ di giustizia.

Ha scritto Carla intervenendo sul dibattito in rete riguardo al sostegno da dare o meno all’esperienza di accoglienza dei migranti nel comune di Riace: occorre “dare una mano nel momento del bisogno perché chi ha fame e soffre non può morire mentre noi tentiamo di cambiare cose nel sistema… e contemporaneamente è del tutto necessario ‘cercare le cause’ dei disastri che succedono… e affrontarle per cambiare”.

Con la consapevolezza dei nostri limiti: non possiamo salvare il mondo. Ma possiamo prenderci cura di quante e quanti abbiamo incrociato nel nostro cammino, chi in Palestina, chi in America Latina, chi in Africa, chi in Italia. Senza creare gerarchie di dolore e necessità, cercando insieme soluzioni sostenibili a situazioni che possiamo affrontare con le nostre forze, mettendoci in gioco.

Alle domande poste all’inizio possiamo rispondere che dobbiamo metterci in ascolto di chi chiede giustizia e cercare insieme di cambiare le cose, accettando i nostri limiti, ma riconoscendo i percorsi compiuti.

Ti pa ti pa nap rive”, era scritto sulla carriola di un contadino haitiano: a piccoli passi arriveremo. Continuiamo a camminare.

Oltre alla partecipazione al Convegno di Trevi José Nain ha visitato 7 reti locali in ciascuna delle quali ha avuto l’occasione di esplorare possibilità di attività che prescindono da un diretto finanziamento della rete o che riguardano progetti autonomi già in corso di realizzazione in Cile (come il vino e la borsa di studio).

Attività svolte in Italia dal 12 aprile al 3 maggio 2018

con la Rete Radié Resch e l’Associazione Regionale Mapuche FOLILKO

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Referenti in Italia: Gabriella e Piergiorgio della Rete RR di Brescia

  1. Partecipazione al Convegno nazionale di Trevi dal 13 al 15 aprile.

  1. SALERNO

Incontro con la Rete di Salerno. L’argomento trattato era la situazione storica e politica della richiesta di restituzione delle terre mapuche. L’incontro si è svolto in uno spazio sociale di Salerno, con la partecipazione di circa 30 persone, principalmente giovani.

Come conclusione possiamo sottolineare che c’erano giovani che hanno espresso interesse a viaggiare per conoscere le comunità mapuche, per questo si metteranno in contatto con la nostra organizzazione per il coordinamento.

Visita a una cooperativa di nocciole. Con Giovanni, nella valle di Giffoni, il motivo è stato quello di informarsi sulla sgusciatrice di nocciole.

L’accordo con Giovanni e il presidente della cooperativa delle nocciole, è quello di esplorare la reale possibilità di trovare una macchina per i Mapuche che ora hanno coltivazioni di nocciole.

Questa è considerata una possibilità futura, dato che nei prossimi anni ci sarà una produzione significativa da parte dei produttori mapuche.

  1. UDINE

A Udine ho soggiornato a casa di Francesco e Cristina. Lì abbiamo realizzato un incontro per discutere della borsa di studio universitaria. L’evento ha visto la partecipazione di amici della Rete di Udine e di alcuni amici che fanno parte della rete di sostegno per la borsa di studio.

In tale incontro abbiamo affrontato ampiamente la situazione di Millalef nel corso dell’anno in cui non ha superato gli esami e sulle difficoltà incontrate per quanto riguarda il suo adattamento alla lontananza da casa, essendo l’Università distante più di 500 km. Per di più il suo piano di studi prevedeva l’inglese, che complicò il suo rendimento accademico, con i risultati noti a tutti.

Noi come organizzazione abbiamo reso esplicito il nostro punto di vista e in una certa misura assumiamo la responsabilità di quello che è successo. Abbiamo stabilito che sia da lasciare alla esclusiva discrezionalità di quanti cooperano alla borsa di studio se ritengono opportuno continuare a sostenere Millalef, dal momento che si è ritirato dall’Università di Talca e si è iscritto all’Università della Frontiera di Temuco per effettuare un corso legato all’agricoltura con orientamento alla produzione biologica.

Folilko ha ritenuto che questo corso di studi soddisfa anche le nostre aspettative ed è anche più ampio rispetto ai fini produttivi della Comunità. Ecco perché apprezziamo molto la decisione di Millalef di continuare a studiare e riuscire a portare avanti il compito.

Il giorno successivo si è tenuto l’incontro pubblico con la Rete, coloro che cooperano alla borsa di studio e gli altri interessati a conoscere la situazione del popolo mapuche. Hanno partecipato 20 persone molto interessate a conoscere aspetti della cultura mapuche e la situazione Mapuche nei confronti con le aziende forestali e la questione dei diritti d’acqua.

Conclusioni: Per quanto riguarda la borsa di studio, è stato deciso che io, arrivando in Cile, avrei stabilito un incontro tra Folilko e Millalef per trasmettere i dettagli dell’incontro e i punti di vista che sono emersi lì.

Si è convenuto che dopo la riunione a Temuco si sarebbe inviato una lettera congiunta da parte di Folilko e Millalef per chiarire come sarà la forma della relazione e della comunicazione tra i cooperanti alla borsa di studio e Folilko, mettendo a conoscenza Milllalef ogni volta che si tratta di questioni inerenti la borsa di studio.

Infine abbiamo risolto la questione della borsa di studio. Udine ha deciso di sostenere la borsa di studio e il denaro è stato inviato il 4 maggio. Fino al momento di scrivere non abbiamo ricevuto alcun avviso da parte della banca, ma speriamo che arrivi presto.

  1. CELLE LIGURE

In questo soggiorno ancora una volta devo ringraziare per l’ospitalità e l’affetto gli amici di Celle. Ci sono stati incontri dedicati a coloro che, guidati da Pier, erano molto interessati a conoscere i progressi che sono stati fatti nella wallmapuche (Territorio Mapuche) dopo il loro viaggio.

Abbiamo tenuto un grande incontro con le Reti di Varazze e Varese e altri amici, che sono venuti nelle nostre terre. Si è parlato della possibilità di continuare a inviare aiuti alle comunità, come vestiti e scarpe. Questa volta hanno ideato di raccogliere diversi tipi di oggetti e strumenti a noi utili da spedire in un container. Su questo si è impegnato Marco Zamberlan.

  1. BRESCIA

Incontro presso Il Centro parrocchiale di santa Maria in Silva (Don Fabio). Hanno preso parte 25 persone. La serata è stata condotta dai nostri referenti della Rete Piergiorgio e Gabriella. Devo sottolineare la presentazione della situazione del popolo mapuche parlando di molteplici argomenti. Si è detto della cultura, di lotta per la terra, dell’effetto dannoso causato dalle imprese forestali sull’inquinamento delle nostre terre e la responsabilità che hanno nella siccità che le colpisce.

Un altro incontro si è tenuto alla Cascina Maggia in collaborazione con il Laboratorio culturale “Mario Lussignoli” sul tema del diritto all’acqua come bene comune. (Vedi a fondo pagina)  Hanno preso parte 20 persone. In questo incontro è stata messa in risalto l’importanza dell’acqua a tutti i livelli e, in particolare, il diritto inalienabile e imprescrittibile che i popoli indigeni hanno su questo bene comune. È stato un dibattito interessante. Personalmente ritengo che la Rete Radié Resch dovrebbe incoraggiare e promuovere in futuro un grande evento di respiro internazionale per affrontare la “siccità con una visione globale”, considerando le implicazioni negative del fatto che le multinazionali trattano i diritti di acqua come un bene di mercato, e non come un bene comune.

Gran parte della povertà e della miseria che esiste nel mondo è generata dalla scarsità di acqua che provoca mancanza di cibo e lavoro per la popolazione e che ha anche come conseguenza la dolorosa migrazione dei popoli.

  1. TREVISO

Si è tenuto un incontro pubblico nella biblioteca di Lancenigo a cui hanno partecipato 35 persone che hanno seguito con molto interesse il tema dei Mapuche. L’attività è stata coordinata da Fernanda Bredariol che ringrazio per l’impegno che ha sempre mostrato nel riunire le persone per informarle sulla situazione dei Mapuche in Cile.

  1. VENEZIA

Incontro con la Fondazione “La laguna nel bicchiere” che sviluppa le attività di recupero della coltivazione della vite in modo tradizionale nella parte del cimitero dove i frati custodivano alcuni tipi di vite ecologica che fino ad oggi erano tenuti in vita.

In questo luogo siamo stati in grado di trovare persone che svolgono attività con le scuole in cui trasmettono e insegnano ai bambini il processo di conservazione delle viti e la successiva vinificazione. Questa Fondazione lavora fondamentalmente per conservare le conoscenze in funzione di nuovi progetti. Per noi, come organizzazione Mapuche, è fondamentale prendere e mantenere i contatti con questa Fondazione ed esplorare un lavoro comune in futuro.

Accordi:

Inviare una presentazione dell’Associazione regionale mapuche Folilko alla Fondazione La Laguna nel bicchiere, per vedere la possibilità di generare uno scambio con i Mapuche che possono conoscere l’esperienza della Fondazione nella conservazione della vite e il processo di vinificazione finale.

Il contatto con Venezia avverrà attraverso Jorge Centurión, al fine di facilitare la traduzione della documentazione.

Nel pomeriggio ho partecipato ad un dialogo pubblico fuori da un teatro occupato da un gruppo di Venezia che si oppone alla possibilità che questo teatro sia venduto dal comune ad un privato per farne un ristorante/caffetteria. Lì ho condiviso l’esperienza della lotta della comunità e l’occupazione del teatro come spazio culturale per i veneziani.

  1. CASTELFRANCO VENETO

Un incontro a casa dei genitori di Dario con Anna* e con la rete di Castelfranco è stato molto interessante perché è la prima volta che siamo invitati a discutere della situazione mapuche in Cile e Argentina. All’incontro hanno partecipato 25 persone della Rete.

*Dario e Anna hanno visitato la comunità Mapuche ospiti della famiglia di José e Margot.

CONCLUSIONI:

In primo luogo grazie alla Rete Radié Resch di Brescia per il suo sostegno, l’ospitalità e la comprensione del lavoro che svolgiamo come organizzazione mapuche. È un grande onore per noi continuare a partecipare ai vostri eventi per far conoscere la nostra lotta. Grazie anche per l’accompagnamento dei diversi progetti che abbiamo sviluppato con Folilko, finanziati dalla Rete Radié Resch. L’ultimo è il progetto relativo al trattamento delle nocciole attraverso l’acquisto di una macchina per la sgusciatura e di un sigillatore sotto vuoto, installato in una struttura costruita per un’attività comunitaria.

Grazie per il lavoro svolto da Piergiorgio e Gabriella di Brescia per il programma delle visite alle Reti locali. In ciascun luogo ho sempre trovato grande interesse a conoscere la situazione mapuche e manifestazioni di solidarietà. Questo ci motiva a continuare a lavorare per il nostro popolo e le sue comunità.

La nostra organizzazione è molto lieta di lavorare con il nostro riferimento a Brescia. Percepiamo il loro impegno per la nostra gente, la loro motivazione fa sì che il nostro ritorno sia carico di buona energia e voglia di continuare a combattere, nonostante la difficile situazione delle nostre comunità in Cile.

Esprimiamo il nostro impegno per il lavoro serio e responsabile con la vostra organizzazione per continuare a diffondere la nostra causa in Italia. Spesso la comunicazione con voi è complessa, ma l’intensità del nostro lavoro con le comunità mapuche è permanente.

Infine ringrazio la segretaria della Rete per aver sostenuto il mio viaggio in Italia, per lo spazio che ho avuto a Trevi nel condividere i pensieri e il lavoro della nostra organizzazione. Ringrazio tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo alla preparazione degli incontri nelle loro città.

Abbiamo posto grandi speranze che si possa continuare a lavorare insieme e che la vita ci dia l’opportunità di incontrarci di nuovo per continuare ad aprire la via della speranza, della giustizia e della solidarietà con i nostri popoli fratelli che oggi soffrono l’oltraggio dei loro diritti di vivere in pace e armonia.

Grazie mille (chaltu may) a presto (peukallal).

Marrichiweu (dieci volte continueremo a combattere)

Josè Nain Perez

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Jose Nain Perez.

Coordinatore Associazione regionale mapuche Folilko.

(Laboratorio culturale “Mario Lussignoli” – Brescia)

Sabato 28 aprile 2018

L’acqua: un Diritto Collettivo inalienabile e imprescrittibile dell’Umanità

e la sua privatizzazione per pochi nel mondo.

Nel mondo, oggi, ci sono molte questioni che vengono discusse, come la globalizzazione economica, il riscaldamento globale, l’effetto serra, l’inquinamento del mare, e altri aspetti che coprono a loro volta l’agenda dei governi. Tra le molte questioni di grande importanza in tutto il mondo, occupa uno spazio la preoccupazione per la crisi idrica che oggi colpisce l’umanità. Ci troviamo in un mondo sostenuto e controllato da strumenti legali che concedono potere e proprietà a un piccolo numero di imprese multinazionali che detengono pertanto il controllo delle acque del pianeta.

Nella misura in cui il mondo perde la bussola e entra in una crisi molto profonda, i Popoli Indigeni sono i più sensibili alle misure prese in questo ambito, che in molti casi sono irreversibili. Dopo più di cinquecento anni dall’arrivo del colonizzatore nelle nostre terre (America), ci siamo resi conto del danno causato, dove hanno eliminato con il fuoco e il sangue le nostre culture millenarie. Noi popolazioni indigene, non solo siamo stati i protettori della biodiversità, ma anche i preservatori di questo bene comune di cui siamo parte sotto tutti gli aspetti.

Nell’ambito di un’economia aperta ai mercati globali, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali che si attua nel paese, gran parte delle terre e dei territori di proprietà legale o ancestrale del popolo mapuche, delle regioni di Araucanía, Los Lagos e Los Ríos, sono state seriamente minacciate dall’espansione di progetti legati all’uso dell’acqua come mezzo principale. Ad esempio quelli dell’industria forestale, con una costante espansione delle specie esotiche di pino e monoculture di eucalipto per la produzione di cellulosa, senza pagare le tasse nelle regioni interessate dalle loro attività.

Il territorio mapuche o Wall Mapuche, che comprendeva dalla città di Santiago del Cile e Buenos Aires al sud, e dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, era un territorio molto vario e molto ricco di biodiversità, ecosistemi, zone umide. Con la formazione dello stato cileno e argentino, a poco a poco questa ricchezza è andata perduta. Con l’arrivo delle compagnie forestali e l’impianto della monocoltura di pini ed eucalipti, le fonti d’acqua lentamente scomparvero, cominciarono a sparire i fiumi, le sorgenti, le piante medicinali, e con questo la conoscenza tradizionale mapuche. Come conseguenza il nostro territorio è diventato un semi-deserto, senza biodiversità e senza fonti d’acqua, che ha generato molta povertà, non solo economica. Si è prodotta anche una sistematica stagnazione dello sviluppo delle pratiche culturali associate alla visione del mondo e alla biodiversità.

Le imprese forestali e minerarie sono le cause principali della scomparsa delle risorse idriche. Esse hanno causato il deterioramento dell’ambiente con l’eliminazione totale della foresta nativa originaria del sud del Cile, e con essa la perdita degli ecosistemi, che rendevano possibile la conservazione delle fonti di ricchezza naturale, l’abbondanza di acqua e la diversità delle foreste che per le nostre comunità si traducono in una fonte di cibo e medicina tradizionale mapuche. Nel caso delle compagnie minerarie, hanno registrato i diritti sull’acqua sotto il loro dominio, escludendo le comunità Aymara e Quechua.

Le imprese idroelettriche, sotto la copertura della costruzione di mega centrali, come Ralco e Pangue, sul fiume Bio-Bio – il cui attuale proprietario è l’ENEL di origine italiana – hanno colpito sei comunità di Pewenches, che sono state spostate forzatamente dalle loro terre e dai loro luoghi sacri i quali furono sommersi da più di 200 metri di acqua (tra cui quattro cimiteri e quattro centri cerimoniali). Ora queste stesse compagnie si stanno dedicando a costruire massicciamente centrali di transito, presumibilmente più amichevoli con l’ambiente. Stanno proliferando nella pre-cordigliera e nella regione dell’Araucanía. Abbiamo anche l’industria del salmone con piscicoltura di produzione e di ovulazione per l’allevamento industriale del salmone che genera una grande contaminazione delle stesse acque che le comunità mapuche spesso consumano.

Nel caso del diritto all’acqua, il decreto con forza di legge n. 1122 del 1981, nonché il regolamento costituzionale nell’articolo 19 n. 24 ultimo paragrafo della costituzione politica del 1980, riconosce il diritto di proprietà dei privati su di essa. Si tratta di un regolamento che, dopo decenni di applicazione, ha portato alla privatizzazione di buona parte delle acque di superficie del paese e si concentra nelle mani di pochissimi miliardari che hanno privato le comunità dei loro diritti all’acqua.

La legge indigena 19.253, relativa alla promozione, alla protezione e allo sviluppo delle popolazioni indigene del Cile, rimane in vigore nonostante non corrisponda allo standard del diritto internazionale sui diritti delle popolazioni indigene su terre, territori, risorse naturali, come l’acqua e le risorse del sottosuolo e in termini di partecipazione e autodeterminazione. Per quanto riguarda la legge 20.249, su “spazi marittimi e costieri delle popolazioni indigene” la sua attuazione è ancora minima poiché perdura la mancanza di protezione contro l’uso industriale di tali spazi da parte delle imprese di pesca a danno delle comunità Mapuche Lakenches (costa del Pacifico).

L’attuazione della Convenzione OIL 196 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ratificata nel 2008, è stata molto inadeguata. In particolaresi è rivelata inefficace per ciò che ha a che fare con la consultazione indigena, a fronte di misure amministrative, relative a progetti di investimento che riguardano le popolazioni indigene, e in particolare quelli relativi principalmente alle acque indigene. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene del 2007, approvata con il voto dello Stato cileno, che sancisce il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia dei nostri popoli, nonché il loro diritto a un previo consenso libero e informato di fronte a fatti come i progetti di sfruttamento delle risorse naturali nei territori indigeni, ha avuto poca o nessuna applicazione nel paese.

Il diritto all’autodeterminazione, è parte intrinseca del legame che le popolazioni indigene, e in particolare il Popolo Mapuche, hanno con la terra, con gli elementi che compongono il cosmo, e questo si traduce in ultima analisi nella nostra filosofia di vita che assomiglia ad un sistema religioso, legato alle forze della terra, come ad esempio i vulcani, le montagne, i fiumi, i laghi e il mare, tra gli altri. In queste aree troviamo la spiegazione della vita e del ruolo assunto dalle comunità mapuche nella difesa della nostra Wallmapuche (Territorio mapuche).

In Cile, per quanto riguarda il quadro normativo attuale, proponiamo di definire le funzioni prioritarie dell’acqua oggi riconosciute: il consumo umano e i servizi igienico-sanitari per la sussistenza e un migliore utilizzo per la conservazione eco-sistemica. Proponiamo inoltre che si riconosca la priorità dell’uso dell’acqua per il consumo umano, di sussistenza e dei servizi igienico-sanitari, sia ai fini di ottenere la concessione del diritto di approvvigionamento, sia di limitare l’esercizio del diritto ad altri usi che non può essere concesso ora e che è più consigliabile rinviare al futuro che permetterà di effettuare una migliore distribuzione e conservazione.

Non c’è dubbio che la funzione ecosistemica non è stata riconosciuta dal Cile come una priorità. Si sono solo concessi poteri all’autorità per garantire l’armonia e l’equilibrio tra la funzione di conservazione eco-sistemica e la funzione produttiva che compete all’acqua. Occorre notare che si omette il riconoscimento degli usi culturali e sociali dell’acqua, lasciando fuori dalla scala delle priorità i diritti ancestrali di proprietà dell’acqua dei popoli indigeni e, in generale, gli usi tradizionali che obbediscono ai modelli culturali.

Anzitutto la protezione legale delle acque indigene è un imperativo per lo stato, in riferimento al riconoscimento dei territori indigeni. In questo caso lo Stato garantirà l’integrità di terra e acqua e proteggerà le acque esistenti a beneficio delle comunità indigene, secondo le leggi e i trattati internazionali ratificati dal Cile e che sono in vigore. Tuttavia, queste misure devono essere anche adeguate al Codice dell’acqua che in fin dei conti su questo diritto lascia fuori le comunità mapuche. In pratica queste misure sarà difficile che garantiscano il diritto alle comunità mapuche se non viene modificato il Codice dell’acqua,.

Per quanto riguarda la discussione in atto, può essere presa come un passo avanti nel campo del riconoscimento delle acque indigene, la proposta che non esclude i territori indigeni dal regime di privatizzazione dei diritti idrici già stabiliti nell’attuale codice delle acque. Viene però mantenuto il meccanismo di regolarizzazione delle acque tradizionali indigene, stabilito nell’articolo 2 transitorio del codice dell’acqua del 1981, mediante il quale le comunità indigene e i loro membri non hanno la possibilità di regolarizzare o ottenere i diritti di approvvigionamento delle acque che hanno utilizzato in modo tranquillo e ininterrotto per più di cinque anni. Questo fatto spesso genera l’approvvigionamento da parte di imprese che registrano sotto il loro dominio legale quell’acqua che è di uso ancestrale delle comunità Mapuche.

In sintesi, possiamo dire ad alta voce che, fintanto che non vi è alcun cambiamento nei paradigmi e nella visione dello stato cileno sull’importanza della conservazione della biodiversità, compreso il Popolo mapuche, come soggetto di diritti, e si ottenga il riconoscimento del diritto alla libera determinazione e le aziende forestali inizino il loro ritiro dal territorio Mapuche, persisterà sempre la povertà, la mancanza di acqua e la perdita degli ultimi ecosistemi che rendono possibile la nostra sopravvivenza economica, sociale e culturale come popolo mapuche.

Carissima Liviana e amici della Rete Radié Resch,

eccomi finalmente a mantenere la promessa di aggiornarvi su quanto si sta facendo da parte del Tribunale Permanente dei Popoli, avendo come linea di fondo lo scenario globale e i diversi contesti della migrazione. In questo senso le attività che qui di seguito ricordo sono tra loro strettamente complementari. Tutte sono documentate nei loro elementi essenziali sul sito del TPP, ed i materiali, che eventualmente più interessano, possono essere richiesti e forniti in forma cartacea.

Penso che una delle cose potenzialmente più utili sia la pubblicazione degli atti della Sessione di Palermo, che sembra ormai lontana nel tempo, ma che di fatto ha tutte le intuizioni di lettura, previsione, indicazioni di azione che ogni giorno sono richieste per vivere qualcosa che fa parte del quotidiano. Il materiale è molto ben utilizzabile per le scuole ed a livello dei rapporti con le amministrazioni locali, nel caso di voler promuovere attività di responsabilizzazione.

I mesi della primavera hanno avuto come snodo centrale di attività una sessione particolarmente originale, svolta con il supporto di una piattaforma informatica, che ha permesso di lavorare in tempo reale per quattro giorni su una richiesta di intervento e supporto da parte di una rete internazionale molto estesa (dagli USA, al Canada, all’Australia, Argentina, Messico, Europa) di comunità locali, movimenti, gruppi accademici, esperti, per confrontare le strategie chiamate ‘non-convenzionali’ per la produzione di energia (il fracking è divenuto il caso-testimone) con i ‘diritti di scelta e di vita’ delle comunità, che vengono negati/manipolati/ignorati nella più totale assenza/tolleranza del diritto internazionale e delle garanzie obbligatorie di protezione di umani e natura.

Si sta ora procedendo, coordinando un gruppo internazionale di giudici/esperti, a preparare una Advisory Opinion, cha sarà di grande aiuto, sia per le informazioni tecniche, che soprattutto per favorire il collegamento e la reciproca collaborazione tra realtà estremamente disperse.

La fine di maggio ha avuto due momenti molto importanti per il lavoro del Tribunale sulle politiche della dittatura turca nei confronti della popolazione curda. Non c’è evidentemente bisogno di sottolineare le condizioni di repressione senza limiti di Erdogan e nello stesso tempo il silenzio assordante degli Stati europei, che cancellano dalle loro agende perfino l’abc del rispetto dei diritti fondamentali, pur di mantenere la Turchia nel ruolo di controllore delle migrazioni e della sicurezza armata della NATO, con finanziamenti che non debbono neppure essere rendicontati.

Per presentare e mettere in prospettiva le conclusioni del Tribunale sono state realizzate, in stretta collaborazione con i molti gruppi di migranti e rifugiati, due presentazioni, al Parlamento Europeo e al parlamento inglese, per fare tutta la pressione possibile almeno per rendere visibili questi popoli non solo né principalmente come vittime, ma come soggetti legittimi di diritti che possono avere speranza solo se entrano nell’agenda anche delle nostre, purtroppo sempre più precarie, democrazie.

Il cammino specifico del programma sulle migrazioni é ripreso, ad un anno dalla sua apertura a Barcellona, con una sessione (la quarta ormai), mirando a coprire la gamma delle tante realtà e a dare ai movimenti il senso, lo stile, la coscienza di essere ‘rete’. La focalizzazione della Sessione, di nuovo a Barcellona, é stata sulle donne, come persone e come genere, nella migrazione. Il testo conclusivo, redatto da una giuria internazionale tutta al femminile merita senz’altro una lettura attenta. L’obiettivo condiviso è quello di fare di questa tappa un nucleo aggregativo esteso, soprattutto con il supporto del piccolo gruppo italiano e del più forte gruppo spagnolo che erano presenti.

Un primo proseguimento del cammino, che mira ad esplorare tutto il mosaico delle condizioni di violenza e negazione dei diritti, é ora in fase di avanzata preparazione in vista di un evento in Inghilterra, per l’inizio di novembre, con prospettive innovative di analisi e mobilitazione da parte di molti gruppi attivi sui diritti di ‘accoglienza’. Si sa bene che dietro la gentilezza del termine accoglienza si nasconde uno di quei ‘territori di non diritto’, dove tutto può succedere nell’impunità e nel silenzio dell’opinione pubblica.

L’agosto non è stato di grandi vacanze. In un corso tenutosi con la partecipazione di gruppi di 14 paesi (soprattutto donne responsabili di comunità di cui si stanno appropriando le multinazionali delle miniere e dell’agricoltura, con conseguente espulsione violenta degli abitanti,) si sono messe le basi per la prossima importante Sessione, di nuovo in Africa, che conclude un lavoro triennale di coinvolgimento comunitario, producendo uno sguardo importante sulle cause interne della migrazione africana, e si spera possa aprire una fase ulteriore nella quale le popolazioni africane avranno un ruolo centrale.

Posso solo concludere ringraziando ancora tanto, ma proprio tanto, quello che riuscite a fare per questi nostri tentativi di essere presenti”, con radici precise nella realtà e nella speranza-lotta delle persone e dei popoli.

Al di là di contributi economici, che confidiamo possano continuare, quello che ci piacerebbe molto ancor più potenziare, nel nostro rapporto, sono modalità di scambio di esperienze e riflessioni che sono vitali per rispondere più efficacemente alle minacce di un degrado della nostra per quanto imperfetta democrazia, in un mondo globale fatto di cose, interessi, guerre.

Con un augurio ed un abbraccio che vi chiedo di estendere anche a nome di Simona e di quante/i condividono questi cammini

Gianni Tognoni, 29/9/2018