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CIRCOLARE DI OTTOBRE

a cura della Rete di Padova

Pensando a Serena

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”

Antonio Gramsci

è tempo di riflessione e dibattito sui valori e le pratiche della Rete.

Vogliamo partire da questa citazione di Gramsci che compariva sotto una bella foto di Serena sul fascicoletto preparato per la celebrazione del suo funerale presso la Comunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma, una bella cerimonia, molto partecipata con tante persone, vecchie e giovani, italiane e straniere, con storie diverse, ma unite dal condividere il desiderio di giustizia e l’impegno per realizzarla che hanno contraddistinto tutta la vita di Serena.

Una donna che ha saputo prendersi cura di chi le stava accanto come di chi, dall’altra parte dell’oceano, lottava per cambiare la realtà, una donna che sapeva entusiasmarsi, organizzarsi, una donna che studiava, rigorosa, senza fare sconti a nessuno.

Entusiasmo, forza, intelligenza: la Rete è ancora capace di entusiasmarsi, di organizzarsi, studiare, in questi tempi così difficili che mettono a dura prova la nostra umanità?

O è troppo vecchia, non sa staccarsi dai modelli del passato, non capisce chi è giovane e precario, è troppo concentrata sulle sue pratiche, non sa comunicare, ha paura del cambiamento, di intraprendere nuove strade?

E la discussione interna alla Rete risente – e non potrebbe essere altrimenti – delle trasformazioni che investono la nostra società segnata da crescente sperequazione tra poveri e ricchi, esclusi e titolari di diritti civili, politici, economici e sociali. Tra “noi” (i cittadini) e “loro” (gli stranieri provenienti da paesi anche appena più poveri e i loro figli esclusi dalla cittadinanza anche se di fatto italiani).

Dove è giusto agire ora? In quale scenario è più urgente e importante essere presenti con la nostra solidarietà?

Come rispondere a queste domande?

Quest’anno in marzo alcune/i di noi sono state/i ancora una volta ad Haiti. Tre settimane, girando per il paese, incontrando tante persone, ascoltando, osservando.

Haiti è un paese di emigrazione. Gli haitiani da anni cercano di sopravvivere anche fuggendo, nella vicina Repubblica Dominicana, ma ora anche in Brasile e in Cile. E questo esodo impoverisce ulteriormente il paese. Chi resta lo vive come una tragedia.

Ma questa tragedia viene da lontano: le cause della povertà (prime fra tutte la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre fertili nelle mani di pochi) hanno una storia lunga, iniziata col colonialismo francese, continuata con l’occupazione e lo sfruttamento statunitense e i regimi dittatoriali che l’occupazione lasciò in eredità. Una storia che continua, sotto il segno delle politiche neoliberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dai paesi creditori.

Dai nostri amici e dalle nostre amiche di Haiti stiamo imparando ancora una volta come “il nostro mondo” continui ad opprimere, sfruttare, impoverire “gli altri mondi”.

Sostenere il loro lavoro quotidiano – difficile, faticoso, messo a dura prova dalle difficoltà quotidiane che ci possono sembrare insuperabili ma che sono la loro quotidianità – non ha nulla a che fare con l’ipocrita retorica dell’“Aiutiamoli a casa loro”. Né la scelta della solidarietà deve essere vista in contrapposizione con quella dell’accoglienza.

è vero, “gli altri mondi” vengono qui nel “nostro mondo” e noi dobbiamo accoglierli. Ma non basta. Dobbiamo studiare, capire le cause e cercare i rimedi, cogliere i legami tra quanto accade qui e là, avere uno sguardo che sappia andare oltre “il nostro mondo”. E per questo le relazioni con i nostri referenti lontani sono fondamentali.

Relazioni solidali che si traducono in sostegno materiale. Qualcuno potrebbe dire che non è uno scambio alla pari. È proprio così? Non riceviamo niente in cambio del nostro denaro? Ognuno rifletta su quanto queste relazioni hanno cambiato la propria vita.

Ma è proprio il sostegno materiale ad essere messo in discussione: molte persone – si dice – soprattutto giovani, sono precarie, vivono situazioni difficili, non hanno la possibilità di autotassarsi. Al seminario nazionale della Rete che si è tenuto a Brescia – dove già tutti questi temi erano stati discussi – padre Moussa Zerai ci disse: “Ci sentiamo impoveriti perché va in crisi il nostro stile di vita: finché possiamo dare il superfluo siamo solidali, se dobbiamo sacrificare qualcosa, allora c’è la crisi. Solidarietà vuol dire fare posto all’altro nel mio spazio, devo stringermi per accoglierlo, questa è vera solidarietà”.

Allora l’autotassazione è una scelta politica: ci permette di essere a fianco di chi spesso si sente solo nel suo cammino verso il cambiamento di società ingiuste. Ad Haiti questo l’abbiamo toccato con mano tante volte. Non stiamo facendo beneficienza, stiamo restituendo quel che è stato sottratto, rapinato, quel che si continua a sottrarre e rapinare, stiamo cercando di fare un po’ di giustizia.

Ha scritto Carla intervenendo sul dibattito in rete riguardo al sostegno da dare o meno all’esperienza di accoglienza dei migranti nel comune di Riace: occorre “dare una mano nel momento del bisogno perché chi ha fame e soffre non può morire mentre noi tentiamo di cambiare cose nel sistema… e contemporaneamente è del tutto necessario ‘cercare le cause’ dei disastri che succedono… e affrontarle per cambiare”.

Con la consapevolezza dei nostri limiti: non possiamo salvare il mondo. Ma possiamo prenderci cura di quante e quanti abbiamo incrociato nel nostro cammino, chi in Palestina, chi in America Latina, chi in Africa, chi in Italia. Senza creare gerarchie di dolore e necessità, cercando insieme soluzioni sostenibili a situazioni che possiamo affrontare con le nostre forze, mettendoci in gioco.

Alle domande poste all’inizio possiamo rispondere che dobbiamo metterci in ascolto di chi chiede giustizia e cercare insieme di cambiare le cose, accettando i nostri limiti, ma riconoscendo i percorsi compiuti.

Ti pa ti pa nap rive”, era scritto sulla carriola di un contadino haitiano: a piccoli passi arriveremo. Continuiamo a camminare.

Al termine del mandato biennale di Segreteria, abbiamo cercato di fare un breve bilancio del nostro servizio reso tirando le fila del tragitto percorso e di ciò che, in qualche modo, è rimasto in sospeso. Analogamente a quando accaduto quest’anno, anche noi, nel Giugno 2016, siamo stati nominati in contumacia. Auguriamo alla Nuova Segreteria che le analogie continuino perché seppur impegnativa la nostra esperienza è stata positiva. Ci siamo conosciuti, confrontati ed insieme siamo cresciuti facendo tesoro delle peculiarità di ciascuno sperimentando un circuito di affetti profondissimi che va ben oltre la funzione del mandato specifico.

Un testimone raccolto, in un momento particolare della storia della Rete. La dipartita di Ettore e dei tanti amici/amiche ci consegnano una non facile eredità. La sfida di restare “Nel vento della Storia camminando le strade degli esodi dei popoli”.

Il filo conduttore di questi due anni di cammino potrebbe riassumersi, in estrema sintesi, nel tentativo di: “Ridefinire un noi (associativo), capace di dare continuità a quella grande intuizione di Solidarietà che attinge la sua linfa vitale dall’alterità, dai sofferenti, dai popoli oppressi ma pieni di speranza “.

Usando narrazione e memoria siamo partiti dalle radici della Rete per riscoprire e rinnovare l’adesione a quei valori riconosciuti come irrinunciabili, cercando poi di contestualizzarli nella nostra contemporaneità. Un esempio, per meglio spiegarsi. Data per assodata l’adesione al valore restituzione, ci sembra importante riflettere se nell’attuale situazione socio – economica l’unica declinazione possibile, sia davvero soltanto l’autotassazione? L’analisi del presente non può prescindere da uno sguardo al futuro. Individuando le nuove sfide ed i nuovi attori. Immaginando e disegnando nuove strade. In questo caso l’esempio più significativo emerso ci pare la necessità di confronto con le nuove generazioni. Non per esigenze di proselitismo ma piuttosto per una fame di giustizia verticale, una sorta di restituzione generazionale. Nell’ipotesi di un percorso che mettesse a disposizione la nostra ricerca, le nostre consapevolezze come occasione di esperienza e relazione con “l’altro da sé ”.

Per far ciò, oltre agli abituali coordinamenti, si sono resi necessari dei momenti di incontro capaci di coinvolgere in maniera più allargata gli aderenti alla Rete. Ecco allora i Seminari Macro Regionali, il Seminario Nazionale di Brescia fino alle ultime recenti esperienze di Trevi con il Seminario Giovani ed il Convegno Nazionale dal titolo: “La solidarietà non è reato: Resistiamo umani”.

Questa frase, ci pare contenga contemporaneamente il punto di arrivo del nostro tragitto ed una proposta di riflessione per il cammino prossimo venturo.

La necessità di esprimere che la solidarietà non sia e non potrà mai esser un reato inquadra bene il clima in cui siamo chiamati ad operare. A ciò è strettamente legato il concetto di resistenza che segue perché con molta chiarezza dobbiamo riconoscere il nostro presente come un tempo di Resilienza. Cronaca ed esternazioni politiche, se fosse necessario, sono lì a ricordacelo. In questa eclissi dei diritti resta assolutamente necessario conservare tenacemente accesa la fiaccola del Restare Umani.

Perché una flebile luce può significare speranza ed appartenenza, per tutti coloro che, nel mezzo di questo crescente, disumano oscurantismo, si sentano profondamente alieni.

Non siamo mai stati neutrali. Abbiamo scelto con Chi camminare tra coloro che detengono il potere economico-finanziario, culturale, politico, religioso e color che ne sono vittime. In questo momento, è però assolutamente necessario, rendere evidente per Chi ci siamo schierati. Non solo a livello personale o di azioni locali ma fornendo un segno significativo ed inequivocabile a livello nazionale. In grado di rappresentare la Rete Radiè Resch tutta.

Nella mailing list si è acceso un interessante scambio di opinioni a proposito dell’esperienza di Riace. Quale significanza può avere una adesione della nostra piccole Rete? Certo abbiamo forze ed energie sempre più ridotte. Con tale realtà dobbiamo fare i conti, ma questo non può essere la ragione che frusta immaginazione e inventiva per la ricerca di nuove soluzioni.

Dovremo certo approfondire le collaborazioni con le altre realtà che hanno percorsi e temi comuni ai nostri. Nel dopo Convegno, abbiamo ricevuto numerosi attestati di stima da parte di diverse associazioni che sono rimaste colpite dal clima e dallo stile con cui i lavori si sono svolti. Cominciare con loro, ad esempio, non dovrebbe esser difficile.

Per concludere, dovremo affinare la comunicazione facendo diventare nostri quei linguaggi che sempre più persone usano e comprendono. In un generale “collasso della parola e della complessità ” al pari della testimonianza diventa necessario investire sul sito, sui social e su tutti quegli strumenti che possono, in tal senso, risultare utili.

Genova pare il palcoscenico adatto per le rappresentazioni tragiche e simboliche della nostra contemporaneità. E’ accaduto nel Luglio del 2001, con il G8 e la morte di Carlo Giuliani. Accade oggi, nell’Agosto del 2018 con il crollo del ponte Morandi. Una icona drammatica del livello di noncuranza e di indifferenza raggiunta. Risultato di una incuria strutturale, certo, ma primariamente politica. Quel ponte spezzato è il vallo tra popolo e rappresentanza, tra il potere ed il diritto. E’ la crudele, palese immagine della “mancanza di cura”.

Forse dovremmo semplicemente tornare a prenderci cura.
Del proprio lavoro. Del privato e del pubblico.
Del Presente e del Futuro.
Della Vita e della sua fragilità.
Della Natura e del Creato.

Promuovere un programma essenziale, il cui semplice testo sotto cui raccoglierci, potrebbe suonare così: “Torniamo ad occuparci e preoccuparci delle persone e delle cose”

Perché l’essenza dell’essere umano sta nella capacità di prendersi cura. Ed è forse questo il modo più pieno per riuscire a Resistere umani.
Angelo, Monica e Pier

Rete di Padova Agosto-Settembre 2018

Non dire mai una parola
che non sia d’amore
(manifesto delle donne)

Le nostre lettere iniziano quasi sempre con, carissime/i oppure ciao a tutti. Questa volta incominciamo con: un saluto a tutte/i. Dopo un agosto molto caldo, non solo meteorologicamente, arriva il mese di settembre dai caldi colori. Le notizie, dopo due mesi di silenzi sono tante. Haiti ci riporta dentro alle difficoltà della faticosa vita di tutti i giorni. Da quanto il “Diario” ci ha raccontato, il nostro legame continua con la proposta di un impegno straordinario del “Diritto allo studio”, di cui trovate informazioni nell’ultima pagina. Fabiano, per “rinfrescarsi” un po’, è andato in Ciad – Africa a trovare il comboniano padre Filippo Ivardi e ha avuto l’occasione di parlare di padre Ezechiele anche in quelle terre.

Facciamo “circolare” frasi semplici.

La Rete di Quiliano è nata nel 2013 da azioni semplici – il gruppo Ginnastica Solidale garantisce l’autofinanziamento – fondate su concetti semplici quali mutualismo e reciprocità. Viviamo un tempo di ricerca in campo politico e di conseguenza nei modi della solidarietà. Nelle persone di G. e C. la rete si è impegnata a stendere tre bozze di operazioni “a impegno finanziario zero” , interamente sostenute con restituzione in ore di lavoro che saranno presentate ai prossimi coordinamenti.

Alcune immagini di solidarietà internazionale: M. ha un figlio adolescente,non gli ha mai proposto di partecipare ad attività di solidarietà, convegni, formazioni eppure si è spontaneamente impegnato con il gruppo Migrantes di Savona: ha respirato il messaggio portato dalla mamma; A. ed il marito vivono con una pensione che dedicano in parte a sostenere un percorso riabilitativo per un nipote in difficoltà, non manca mai il loro contributo per il Centrafrica; G. si è impegnata ad accompagnare una minore straniera per l’intero corso di studi, partite dalle elementari quest’anno hanno finito la terza superiore, G. ha qualche problema motorio per cui viene raggiunta a casa dalla sua allieva.

Alcune immagini di impegno politico: H. è titolare dell’attività “Africa Market” di Savona, martoriata da petizioni, irruzioni e perquisizioni, ha chiesto aiuto al coordinamento antifascista, abbiamo organizzato un partecipato presidio di fronte al negozio con volantinaggio e, a seguire, aperitivo e festa sulla spiaggia. Nel quartiere V. di Savona verrà aperta una sede di casa pound, è nato un comitato di resistenza, lunedì 16 ci sarà una fiaccolata, si sono già tenute due assemblee ed è sorto un presidio sociale nella SMS. I “Giornalisti de SE”, presenti al convegno RRR 2018 continuano la loro attività politica per la Repubblica Centrafricana condotta con la modalità dell’”esserci” silenzioso e carico di simboli.

Qualcuno di noi è stato attivo in campagna elettorale per le elezioni politiche 2018. La percezione è quella che al momento non esistano organizzazioni politiche mature per costruire un grande cambiamento. Ma esistono molte Persone mature, pronte e capaci di questo. Di diverse razze e culture. Lavorando concretamente stanno ricominciando a ritrovarsi. Nude dei simboli, loro stesse unite simbolo. Il grande coraggio della semplicità restituirà la Luce e la Strada da percorrere. Perché storicamente l’ha sempre fatto.

Con Fiducia
Rete di Quiliano

Perché usare le iniziali puntate? Perché il senso è nel gruppo.

“Non c’è un’intera vita cosa più importante da fare,
che chinarsi perché un altro,
cingendoti al collo, possa rialzarsi.”
(Luigi Pintor)

Carissime/i, di anno in anno ci invitiamo all’eucarestia per ricordare il martirio di padre Ezechiele Lele Ramin; non abbiamo ancora orari ma la messa si svolgerà nella chiesa di San Giuseppe. Chi ha intenzione di partecipare può chiamare per maggiori informazioni i Comboniani 049 8751506 oppure Fabiano 049 623131. In questi giorni, a un anno dalla morte di Masina, è mancata anche Serena Romagnoli della Rete di Roma. Instancabile collaboratrice del Notiziario e, molto impegnata con le lotte dei Sem Terra brasiliani. La circolare nazionale, scritta dalla Rete di Pisa-Viareggio, ci ricorda l’attuale e pericoloso momento politico. Nel “diario” del viaggio in Haiti, avrete trovato la richiesta di aiuto per la costruzione di una nuova aula per la scuola dell’infanzia. Jean e Martine, con la lettera che leggerete più avanti, danno risposta del loro impegno per iniziare i lavori con le loro possibilità attuali. Con la poesia che segue, vogliamo ricordare le tante persone della Rete che, in questi ultimi tempi ci hanno lasciato.

Se ne vanno, così
Se ne vanno,
di solito i migliori,
se ne vanno così,
semplicemente,
quasi con impazienza,
e noi, un po’ smarriti, un po’ traditi,
frughiamo nelle loro vite
per trovare, chissà,
un frammento
del segreto che gli ha resi tali.
Se ne vanno,
e dopo poco, nonostante,
a noi pare,
abituati all’assenza,
sentiamo una insolita tenerezza
lambita da un pizzico di tristezza
o forse è solo nostalgia.
Immensa.
(Elisa Kidanè)

Da Haiti
Salve Tita, stavamo per rispondere alla tua email, ma la tragica notizia della morte di Serena ci ha fatto tardare nel rispondere. Ti ringraziamo per le tue spiegazioni e proposte e siamo completamente d’accordo con le osservazioni. Per il preventivo, è semplicemente un calcolo globale, possiamo cominciare con quel che abbiamo. Se ci vorrà più tempo, saremo pazienti. Dunque, cominceremo con la costruzione dell’aula della sezione di scuola per l’infanzia ”Gianna Bambini ”. E cominciamo con quel che è più importante, la partecipazione della comunità, infatti il coinvolgimento delle persone conta molto. E le persone si devono sentire coinvolte. Dunque, bisogna anche parlare e sensibilizzare le persone, per esempio i genitori, che sono i beneficiari della scuola, costituiscono una fonte principale di risorse umane.
Così, Tita, cercheremo di fare quel che è necessario affinché con poco riusciamo a fare qualcosa. Ancora una volta Tita, grazie per tutto e coraggio in questo momento tanto difficile…
Jean et Martine, che vi abbracciano.. Ciao, ciao, ciao..

A cura della Rete di Pisa-Viareggio

L’ultimo nostro convegno e i seminari che lo hanno preceduto avevano come tema la solidarietà. Da un lato ci siamo chiesti quale possa essere per noi, a 54 anni dalla nascita della Rete, il senso di questa parola, e dall’altro, più in generale, ci siamo chiesti quale sia il senso di questa parola nell’Italia di oggi, abbastanza diversa da quella di 50 anni fa, ma anche da quella di soli cinque o dieci anni fa. Crediamo che proprio i fatti di questi ultimi giorni, con l’Aquarius e il suo carico di disperati utilizzati come ostaggi in una vergognosa prova di forza, abbiano fatto tornare molti di noi con il pensiero al nostro convegno e in particolare alla “spiazzante” relazione di Gherardo Colombo. Colombo è riuscito a metterci in discussione. Alla sua domanda “Cosa è la solidarietà?” abbiamo risposto in diversi modi, tutti abbastanza scontati: “aiutare, condividere, …”. Colombo ci ha portato alla radice: dietro tutto ciò c’è il “riconoscimento” dell’altro, dell’altra, della sua dignità e della sua umanità. E quindi anche dei suoi diritti. E questo vale per tutti, indipendentemente dal colore della pelle (questo ci viene facile), dalla simpatia o antipatia, e anche dalle posizioni etiche e politiche (e questo è già più difficile). Ricordate la sua lettura dell’articolo 3 della Costituzione, dove si dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”? Per cittadino qui, ci ha spiegato, si intende persona, chiunque essa sia, indipendentemente dalla sua cittadinanza giuridica. E ricordate quando ci ha letto il punto XII delle Disposizioni transitorie, in cui si dice che le limitazioni “al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista” sono comunque limitate a 5 anni? Questo in qualcuno ha creato un po’ di sconcerto. È facile per noi riconoscere i diritti e la dignità di chi del sistema è vittima, molto meno di chi del sistema che produce vittime è artefice. Questo essere rigorosi nel riconoscere pari dignità e diritti a tutti, anche a … Salvini (e capisco che non è facile), è quello che ci rende veramente credibili quando condanniamo chi fa distinzioni fra persone, chi nega i diritti e la dignità di chi è diverso o lontano. E qui ritorniamo di nuovo a Salvini. Quello che è successo in questi giorni è veramente ignobile. Oltre 600 persone (uomini, donne, anche incinte, e tanti bambini) usati come ostaggi per potere rivendicare qualcosa di fronte all’Europa, per dimostrare la linea dura del nuovo governo, un governo populista, autodefinitosi “governo del cambiamento”.
Certamente si tratta del governo più a destra della Repubblica, e questo è confermato dal fatto che nei media in questi primi giorni di vita si è presentato con la faccia di Salvini piuttosto che con quella del suo capo nominale, il premier Conte. Si tratta di un governo in linea con il crescente supporto che godono le forze politiche autocratiche, xenofobiche e populiste in tutta l’Europa. Un supporto che trova nel rifiuto dell’immigrazione la sua motivazione immediata, quella su cui fare leva. Da qui l’importanza che ha il nostro impegno come Rete sui temi delle migrazioni, dell’accoglienza e soprattutto del riconoscimento della dignità e dei diritti di tutti, proprio i temi al centro del nostro ultimo convegno. Ma questo non basta, per almeno due ordini di ragioni: La prima ce la suggerisce Carlo Freccero in un articolo apparso nel Manifesto del 6 giugno scorso, quando scrive: “Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause”. Troppo spesso la sinistra con grande miopia ha guardato solo alle ultime fasi del processo migratorio. Si sono fatti accordi con la Turchia e con la Libia cercando di bloccare i flussi, poco preoccupandosi delle condizioni in cui i migranti venivano trattenuti in quei Paesi. Non è un caso che a Minniti, autore degli accordi con poteri locali libici, è arrivato un riconoscimento anche da Salvini. Ci si è preoccupati di contrastare i trafficanti di esseri umani (per altro con minore successo), poco curandosi del fatto che i “trafficanti” sono nei fatti l’unico mezzo di trasporto che noi, con la chiusura di tutti i canali legali, lasciamo a chi cerca di fuggire dalla violenza della guerra o anche dalla violenza di un sistema economico più neo coloniale che neo liberale, e del fatto che di entrambe queste forme di violenza noi portiamo una non trascurabile parte di responsabilità. Per ogni linea di traffico che noi chiudiamo altre più lunghe e più pericolose se ne aprono, ma il flusso di migranti difficilmente si ferma. Da qui la necessità per la Rete di non distogliere lo sguardo dall’altra parte del mondo, dal “rovescio della storia”, di non cedere alla tentazione di concentrarsi sul “qui” trascurando il “li”. Le realtà con cui siamo in contatto, i “nostri testimoni” sono le lenti che ci permettono di leggere, decifrare e svelare la vera faccia del sistema di oppressione che, come “Nord”, abbiamo creato e continuiamo a mantenere e alimentare. Questo è anche il “lascito” dell’impegno con i Sem Terra di Serena, la notizia della cui morte, inattesa e sconvolgente, ci ha raggiunti mentre scrivevamo questa lettera. Nel 1995, Serena, insieme a Maurizio Serra, andava, su incarico del coordinamento, in Brasile per rappresentare la Rete ad un Convegno del Cehila (Commissione di Studi di Storia della Chiesa in America Latina). Nel suo bel resoconto del viaggio, pubblicato sul numero del dicembre 1995 del nostro Notiziario, Serena inizia raccontando la sua emozione nel visitare, vicino a Goias Velho, un occupazione di terre, l’“assentamento Agapito”. Da questa prima esperienza nasce il suo fortissimo e quasi totalizzante impegno con i Sem Terra. Caratteristica dei Sem Terra brasiliani, e credo che proprio questo fosse all’origine della scelta fatta da Serena, è la capacità di avere uno sguardo globale, di vedere la loro lotta all’interno di un cammino che porti a quel “nuovo mondo possibile” che, dopo l’entusiasmo dei primi Social Forum mondiali, è rimasto un po’ in margine. La seconda ragione per cui l’impegno con i migranti non basta è che in realtà le cause di questa crescita dei movimenti populisti e xenofobi sono più profonde. Si chiamano insicurezza, precarietà e disuguaglianze. Già nel primo dopoguerra era stata la crisi economica all’origine della nascita dei fascismi, sia in Italia che in Germania. Nelle elezioni tedesche del 1928, in situazioni di relativa stabilità economica, il partito nazista era rimasto sotto il 3%. All’inizio della grande depressione nelle elezioni del luglio 1932 questa percentuale era salita al 37%, e il partito nazista era diventato il maggiore partito del Reichstag. Nel secondo dopoguerra abbiamo invece avuto inizialmente, almeno in Europa, una forte crescita economica, che ha portato benessere e sicurezza crescenti, crescita dei sindacati e dei movimenti operai, ampliamento dei diritti sociali e anche maggiore democrazia. Sono tante le cause che hanno prima rallentato e poi interrotto questo processo. Fra queste certamente il progresso tecnologico, che ha cambiato la struttura del lavoro nei processi produttivi, riducendo il ruolo e l’importanza del lavoro materiale, e soprattutto frammentandolo e precarizzandolo, e la finanziarizzazione dell’economia che ha portato non solo alla crisi economica di dieci anni fa, ma anche e soprattutto a un aumento fortissimo delle disuguaglianze. Quali siano state le cause, certamente la risposta della sinistra è stata del tutto inadeguata. Da un lato la logica del sistema economico neoliberale è stata nei fatti accettata (vedi la cosiddetta “Terza Via” di Blair), così come è stata accettata la riduzione dei diritti dei lavoratori e la precarizzazione del lavoro (vedi ad esempio il cosiddetto Job Act). Disuguaglianze, redistribuzione del reddito, tasse patrimoniali sono argomenti che non compaiono nei programmi e nelle azioni dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni e di cui anche le opposizioni di sinistra parlano con molta cautela. Dall’altro la stessa prassi politica della sinistra ha contribuito alla crisi dei partiti come spazio di partecipazione e di elaborazione politica, o comunque nulla ha fatto per ostacolarla. Lo slittamento progressivo dalla partecipazione/rappresentatività alla governabilità/comando, ben illustrato dalle leggi elettorali che si sono succedute in Italia negli ultimi anni, dall’introduzione delle cosiddette primarie, e dalla retorica del “dobbiamo sapere chi governa la sera stessa delle elezioni!”, è tipico dei processi che portano alla nascita dei populismi. Processi in cui si passa da una cittadinanza in cui tutti hanno pari dignità e pari potere decisionale all’identificazione del popolo/massa con l’io ideale incarnato dal capo. L’argomento è molto complesso e meriterebbe una trattazione ben più articolata di quel che si può fare nello stretto spazio di una circolare. Forse potrebbe essere un interessante argomento per uno dei nostri seminari. Certamente è un tema, quello della democrazia nel nostro Paese e più in generale in Europa, da tenere sempre presente nel nostro impegno quotidiano come Rete se non vogliamo rischiare di ridurci alla sterilità della pura testimonianza. E questo era proprio il senso di un intervento di Serena, che in questi giorni è particolarmente presente nei nostri pensieri, in occasione di una discussione sullo stato della Rete nel coordinamento del 25 marzo 1995.