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TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI

SESSIONE SULLA VIOLAZIONE CON IMPUNITA’ DEI DIRITTI UMANI DEL POPOLO DEI MIGRANTI E RIFUGIATI (2017-2019)

L’AMBIENTE OSTILE” A PROCESSO:

LE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO DI MIGRANTI E RIFUGIATI IN GRAN BRETAGNA

Londra, 3 – 4 Novembre 2018

COMPOSIZIONE DELLA GIURIA

Presidente: PHILIPPE TEXIER (FRANCIA)

Vicepresidenti:

LUIZA ERUNDINA DE SOUSA (BRASILE)

JAVIER GIRALDO MORENO (COLOMBIA)

HELEN JARVIS (AUSTRALIA)

NELLO ROSSI (ITALIA)

Segretario Generale: GIANNI TOGNONI (ITALIA)

PRESENTAZIONE

del Segretario Generale del TPP Gianni Tognoni

Una nuova pubblicazione dall’interno dell’universo della migrazione, che sempre più rappresenta la profondità e l’estensione della crisi che la nostra ‘civiltà’ sta attraversando, negando dignità e vita di coloro che sono dichiarati ‘altri’, e perciò irrilevanti ed eliminabili.

Ancora una volta lo si fa con gli occhi e gli strumenti del Tribunale Permanente dei Popoli (PPT), riprendendo, nel suo momento conclusivo, il percorso aperto a Palermo (si veda il volume Violazione dei diritti delle persone migranti e rifugiate 2017-2018 – Sentenza – Palermo 18-20 dicembre 2017, Teka Edizioni, Lecco 2018).

In questa circostanza si mette in risalto soprattutto il lavoro di ricerca ed analisi che, in ogni procedura del TPP, porta all’atto di accusa. Al di là del suo contenuto informativo l’importanza di questo testo è duplice:

  1. Mette in evidenza un lavoro collettivo, che esprime una ricerca fatta nel quotidiano da un numero importante di gruppi, associazioni, cittadini che hanno pensato di tradurre in coscienza ed assunzione collettiva di responsabilità la loro esperienza quotidiana di solidarietà per dire che la rassegnazione non è possibile, ne’ il silenzio. È un atto preciso di resistenza. Il diritto/dovere di dire ‘no’. È condivisione di una realtà molto simile, nella diversità materiale dei dati, a quanto si fa da tante parti. La memoria si costruisce mentre si lotta: ed è importante sapere che, al di là dei ‘sondaggi’ più o meno affidabili, e della violenza sempre più volgare di chi pretende di usare la legalità per irridere alla realtà ed alla dignità inviolabile della vita, si è in tante/i a dire (riprendendo, tra le tante, la testimonianza recente di Camilleri) che quanto succede ‘non è in nostro nome’.

  2. Questa testimonianza di resistenza viene da un paese che è stato storicamente protagonista assoluto delle politiche di colonizzazione, e perciò delle radici lontane, ma non scomparse, delle diseguaglianze strutturali dei popoli che ora sono considerati invasori. La globalizzazione economica è, con nomi e strumenti diversi, una nuova e più profonda colonizzazione. I dati che si accumulano per documentare la concentrazione delle risorse nelle mani di pochi ce lo ripetono ogni giorno. Le implicazioni nella realtà di un paese così esemplare, documentate in questo atto di accusa, mettono perfettamente in evidenza quanto, al di là della violenza delle frontiere che producono, senza interruzione, morti, torturati, scomparsi, la vita quotidiana è colonizzata dalla violenza: nel lavoro schiavo, nell’educazione e nella sanità negate, in politiche di ‘sicurezza’ che privano di libertà e futuro. Sappiamo bene quanto la realtà inglese trova simmetrie nella realtà italiana ed europea.

Un atto di accusa mette sistematicamente a confronto ciò che succede con quanto una logica di democrazia prevede e dovrebbe garantire. Mira in questo senso a trasformare una ‘cronaca’, che frammenta l’attenzione e sembra suggerire l’impotenza di fronte ad una interpretazione arrogante del potere, in una coscienza capovolta della ‘narrazione ufficiale’ della migrazione. Protagonista di questa narrazione capovolta, a partire dalla vita reale di persone che cercano solo di rendere vivibile la loro esistenza, è la coscienza-denuncia della criminalità di un sistema che si rifugia nella marginalizzazione, e nella criminalizzazione, di coloro che dicono che la diseguaglianza, fino alle forme moderne della schiavitù, non può essere una risposta per un futuro.

Al centro di questo atto di accusa c’è una espressione molto importante per capire la strategia, molto inglese, ma non solo, di quanto oggi si persegue con le politiche che saranno anche protagoniste della prossima campagna per le elezioni europee. Ripresa dalle dichiarazioni ufficiali della primo ministro May, la politica raccomandata è quella di creare un ‘ambiente ostile’ per migranti e rifugiati. Nella sua apparente indefinitezza, si tratta (e ne sappiamo qualcosa in Italia: così come ne sentiamo echi tragici nelle posizioni di altri governi, da Trump in giù) della violenza più profonda: si propone di creare una ‘cultura’ del nemico’, così che diventino sempre meno necessarie misure specifiche.

È un discorso dell’odio, che renda tollerabile tutto. Con la insistenza ed il controllo dei mezzi di comunicazione (Twitter o simili) si rende impossibile la presa di parola, il confronto con le vite reali. È la proposta di una politica di guerra permanente: a bassa intensità, ma di tutti: in nome della sicurezza. Quanto succede in questi giorni in Italia con la distruzione anche delle esperienze più positive, assomiglia drammaticamente alle antiche epurazioni che hanno portato alla shoah, di cui si fa memoria come di un evento da non ripetere.

All’atto di accusa fa seguito il primo giudizio del TPP. Se fosse preso come un testo separato dal quotidiano della ‘resistenza collettiva’ sopra ricordata, non sarebbe che una dichiarazione tra le tante. Impotente, anche se necessaria. Se entra a far parte della coscienza di resistenza attiva, può diventare una delle forme di disobbedienza, culturale ed operativa, di cui si vedono sempre più sintomi e segni importanti, un contributo a capovolgere il discorso dell’odio, per ri-credere, ri-costruire un discorso di prossimità e cittadinanza inclusiva: una obbedienza profonda, di fatto è sostanziale, alla legittimità costituzionale, dovuta e prioritaria rispetto ad ogni pretesa di legalità di decreti che mirano a fare dell’ostilità una atmosfera da respirare.

Il richiamo alla ‘resistenza’ che ci viene dal documento che chiude questo piccolo dossier, adottato dalle amministrazioni locali di molti dei paesi dai quali i migranti dell’Africa sono costretti a fuggire in nome della vita, può essere un buon augurio, per un cammino che non è né facile né breve.

Certo necessario: per i migranti ed i rifugiati, non solo di Inghilterra,ma anche, e senza sconti, per le nostre democrazie.

AMBIENTE OSTILE A PROCESSO” Audizione a Londra – 3-4 Novembre 2018

Imputato è il governo britannico (a proprio titolo e in qualità di rappresentante dei governi dell’UE e del Nord globale).

  1. Preambolo

Questa sessione invita il Tribunale Permanente dei Popoli a valutare se le politiche dell’Unione europea e dei suoi Stati membri nel campo dell’immigrazione e dell’asilo, in particolare per quanto riguarda le popolazioni migranti e il mondo del lavoro, costituiscano gravi violazioni degli articoli sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli firmata ad Algeri il 4 luglio 1976, gravi violazioni dei diritti degli individui sanciti in particolare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e, nella loro totalità, un crimine contro l’umanità ai sensi dell’Art. 7 dello Statuto di Roma.

La presente accusa è formulata come parte di una serie di incriminazioni contro i governi del Nord globale nel quadro stabilito nell’audizione introduttiva di Barcellona nel luglio 2017. Queste accuse prese insieme indicano i modi in cui i governi del Nord globale e le istituzioni dell’UE hanno:

(a) creato condizioni che rendono la vita insostenibile per milioni nel Sud del mondo, causando così una migrazione forzata di massa;

(b) trattato coloro che migrano nel Nord globale come non-persone, negando loro i diritti spettanti a tutti gli esseri umani in virtù della loro comune umanità, compresi i diritti alla vita, alla dignità e alla libertà;

(c) creato zone che sono in pratica escluse dallo stato di diritto e dai diritti umani nel Nord globale.

I governi del Nord globale, insieme alle istituzioni finanziarie internazionali, perseguono politiche commerciali, di investimento, finanziarie, estere e di sviluppo che sostengono un sistema di sfruttamento globale che destabilizza i governi, provoca conflitti armati, degrada l’ambiente e impoverisce e immiserisce lavoratori e comunità nel Sud del mondo, costringendo così milioni a lasciare le loro case per cercare salvezza, sicurezza e mezzi di sussistenza altrove.

Allo stesso tempo, attraverso politiche di deregolamentazione, privatizzazione, ridimensionamento del welfare state e esternalizzazione delle funzioni governative, commercializzazione e flessibilità, la ristrutturazione del lavoro e dei rapporti di lavoro è stata attivata nel Nord globale, creando acuta insicurezza e precarietà, deprimendo salari reali e condizioni di lavoro per la maggior parte dei lavoratori.

Attraverso politiche del lavoro e delle migrazioni che consentono libertà di movimento per il capitale e per i cittadini del Nord globale, mentre negano tali libertà ai cittadini del Sud del mondo, i governi hanno permesso ai datori di lavoro di approfittare della vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati che tentano di entrare nel mercato del lavoro, creando una sottoclasse di immigrati e rifugiati, di lavoratori resi illegali, super-sfruttati e soggetti ad espulsione – un popolo senza diritti.

I migranti, persone costrette a spostarsi dal Sud al Nord globali per ragioni di guerra, conflitto, persecuzione, espropriazione e povertà, subiscono impunemente violazioni dei diritti quando raggiungono il Nord globale, indipendentemente dalla loro particolare nazionalità o etnia. In virtù della loro esperienza comune si può dire che costituiscono un “popolo” ai fini della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (la Dichiarazione di Algeri), che stabilisce che ogni popolo ha il diritto di esistere e che nessuno deve essere soggetto, a causa della sua identità nazionale o culturale, a … persecuzioni, deportazioni, espulsioni o condizioni di vita tali da compromettere l’identità o l’integrità delle persone che ne fanno parte.

I seguenti sotto-articoli dell’art. 7 dello Statuto di Roma (crimini contro l’umanità) sono rilevanti per le considerazioni del Tribunale: c) schiavitù; d) deportazione forzata o trasferimento della popolazione; e) imprigionamento e altre forme gravi di negazione della libertà personale in violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale; g) stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata … e altre forme di violenza sessuale di uguale gravità; h) persecuzione contro un gruppo o un collettivo che possiede la propria identità, ispirata da ragioni di natura politica, razziale, nazionale, etnica, culturale, religiosa o di genere; i) sparizioni forzate di persone; j) apartheid; k) altri atti inumani della stessa natura volti a causare intenzionalmente gravi sofferenze o gravi pregiudizi all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale.

Altri importanti strumenti sui diritti umani coinvolti nell’accusa includono: la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948); La Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (1966), la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966), la Convenzione per la repressione del traffico delle persone e lo sfruttamento della prostituzione di altri, il Protocollo che punisce la tratta di persone, in particolare donne e bambini; la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti; la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale; la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne; la Convenzione sui diritti dell’infanzia; la Carta dei diritti fondamentali dell’UE (2000); la Convenzione sull’immigrazione per l’occupazione dell’ILO (riveduta) (1949), che sono stati tutti ratificati dagli stati membri dell’UE.

In questo quadro, la presente accusa chiede al Tribunale Permanente dei Popoli di considerare le politiche economiche, di sicurezza, di migrazione e di lavoro dell’UE e dei suoi stati membri, che insieme escludono, emarginano e negano i diritti umani fondamentali ai migranti poveri e ai rifugiati sia alle frontiere che all’interno dell’Europa. Nel Regno Unito, queste politiche sono collettivamente note come “ambiente ostile”, politiche che hanno lo scopo dichiarato di rendere la vita impossibile a migranti e rifugiati che non hanno il permesso di vivere nel Regno Unito e che privano tali migranti dei diritti di alloggio, salute, mezzi di sostentamento e di un tenore di vita decoroso, libertà, libertà di riunione e associazione, vita familiare e privata, integrità fisica e morale, libertà da trattamenti inumani o degradanti e, in ultima analisi, del diritto alla dignità umana e alla vita. Al Tribunale verrà inoltre richiesto di esaminare l’infrastruttura legale alla base dell’ ‘”ambiente ostile”, in cui migranti e rifugiati, con o senza permesso di essere nel paese, sono in pratica privi di diritti, al massimo con privilegi che possono essere ritirati in qualsiasi momento.

Mentre le politiche di “ambiente ostile” hanno caratteristiche particolari per il Regno Unito, esistono disposizioni parallele in altri Stati membri dell’UE, che negano ai migranti privi di documenti l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’occupazione e al sostentamento. Tali politiche sono paradigmatiche del trattamento a livello di UE dei migranti e dei rifugiati poveri come indesiderabili e non meritevoli dei diritti umani. Questo disprezzo trova molteplici espressioni, dalla criminalizzazione del salvataggio nel Mediterraneo, al mantenimento di condizioni disumane e degradanti nei campi profughi da Moria in Grecia a Calais, in Francia. Si diffonde verso il basso dal governo e incoraggia la crescita di razzismo e violenze sempre più estreme contro l’immigrazione.

La nota seguente illustra alcune delle caratteristiche dell ‘”ambiente ostile” per i migranti sviluppato come politica nel Regno Unito dal 2012, con le loro radici storiche.

  1. Nota esplicativa: “l’ambiente ostile”

Nel 2012, la segretaria di stato per gli affari interni del Regno Unito, Theresa May, ha dichiarato che intendeva creare un “ambiente veramente ostile” per gli immigrati clandestini nel Regno Unito, in modo da far loro lasciare il paese. In seguito al suo annuncio, ha istituito un “Gruppo di lavoro sull’ambiente ostile” interministeriale (un titolo successivamente modificato, su richiesta dei partner della coalizione di governo, a “Gruppo interministeriale sull’accesso dei migranti alle prestazioni e ai servizi pubblici” ), incaricato di elaborare misure che rendano la vita il più difficile possibile ai migranti privi di documenti e alle loro famiglie nel Regno Unito. L’intenzione esplicita è quindi quella di usare l’estrema miseria e la mancanza di giustizia come arma per costringere i migranti a non avere il diritto di essere nel paese e a lasciarlo, a basso costo o senza costi per il Regno Unito.

Le politiche che questo gruppo ha ideato erano contenute negli Atti di immigrazione del 2014 e del 2016, nella legislazione secondaria, nei documenti di orientamento e nelle misure operative adottate dal Ministero dell’Interno e dalle agenzie partner. Essi comprendono:

(1) Alloggio: il diritto di affitto richiede ai proprietari di abitazioni private ​​di eseguire controlli di immigrazione sui futuri inquilini, sulle loro famiglie e su chiunque altro possa vivere con loro. I proprietari che affittano beni sono passibili di sanzioni e potenzialmente di imprigionamento se qualcuno che non ha il permesso di essere nel Regno Unito viene trovato a vivere come inquilino o pensionante nella loro proprietà. Il diritto di affitto è stato sperimentato nel 2014 ed è stato esteso in tutto il paese nel 2016, nonostante un sondaggio del Ministero dell’Interno (inedito) indicasse che non funzionava e stava portando a una maggiore discriminazione razziale nel mercato degli affitti abitativi, risultati confermati dalle organizzazioni della società civile e associazioni di proprietari di abitazioni (Consiglio congiunto per il benessere degli immigrati, 2015, 2017).

Coloro che non riescono a dimostrare la loro cittadinanza o il loro status nel Regno Unito, e non sono in grado di accedere a proprietà in affitto e sono finiti senza casa e per strada, includono un numero significativo di pensionati che hanno vissuto nel Regno Unito sin dalla prima infanzia (la “generazione Windrush”) .

Atti del parlamento nel 1996 e 1999 avevano escluso i richiedenti asilo, i migranti privi di documenti e gli immigrati con visto di lavoro temporaneo dalle soluzioni abitative per i senzatetto e dagli alloggi sociali (la Legge sull’immigrazione e l’asilo del 1999 ha creato un’agenzia separata per fornire ai richiedenti asilo indigenti un alloggio senza scelta fuori Londra e nel sud-est).

Le misure del “diritto di affittare” violano il diritto a un alloggio adeguato senza discriminazioni, che è riconosciuto nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (UDHR) (come parte integrante del diritto a un tenore di vita adeguato) e nell’art. 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR), ulteriormente ampliato dal Commento Generale n. 4 sull’adeguatezza abitativa da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali (1991). Nella misura in cui l’assenza di abitazione influisce negativamente sulla dignità umana e sull’integrità fisica e mentale, le misure violano anche l’Art. 1 UDHR, gli artt. 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e gli artt. 1 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (EUCFR).

(2) Assistenza sanitaria: L’obbligo per il personale ospedaliero del Servizio sanitario nazionale di verificare lo stato dell’immigrazione di tutti coloro che partecipano al trattamento non di emergenza e di chiedere in anticipo il pagamento completo a coloro che non sono in grado di dimostrare il proprio diritto al trattamento gratuito è stato attuato attraverso regolamenti che sono entrati in vigore nell’aprile 2017. A quelli incapaci di stabilire il proprio status legale nel Regno Unito e a quelli con lo status di visitatore viene addebitato il 150% del costo del trattamento. Il trattamento di emergenza non richiede un pagamento anticipato, ma ai pazienti vengono inviate le relative fatture in seguito.

I regolamenti seguivano le restrizioni sul trattamento ospedaliero gratuito nel 2015, da quando chi era nel Regno Unito come studente o con un visto di lavoro è stato obbligato a pagare una tassa sanitaria annuale (ora £ 400 per persona all’anno).

La conseguenza è stata che molte madri incinte non hanno partecipato al trattamento prenatale e sono stati causati danni permanenti ai loro bambini non ancora nati, a malati di cancro e ad altri in condizioni molto gravi che non potevano iniziare il trattamento per mancanza di fondi.

La legge sull’assistenza sanitaria e sociale del 2012 ha consentito al NHS di trasmettere i dettagli dei pazienti al Ministero dell’Interno per l’applicazione, e le disposizioni informali per tale condivisione dei dati sono state sostituite da un accordo formale (MoU) nel gennaio 2017. Dopo che gruppi di medici come la British Medical Association (BMA), organizzazioni di beneficenza mediche tra cui Doctors of the World, gruppi di pressione come Docs not Cops e membri del parlamento nel comitato selezionato sulla salute hanno invitato il governo a mettere fine all’accordo, che stava scoraggiando i malati e le donne incinte dal cercare aiuto medico, il governo ha annunciato una sospensione parziale del MoU nell’aprile 2018.

I Regolamenti del SSN prevedevano dal 1982 in poi, che i visitatori del Regno Unito non avessero diritto al trattamento ospedaliero non d’urgenza gratuito, sebbene il personale dell’NHS non fosse obbligato ad addebitare o eseguire controlli sullo status dell’immigrazione e la maggior parte non lo fece. L’assistenza sanitaria di base (presso gli ambulatori medici) rimane libera a tutti indipendentemente dallo status, poiché i tentativi del governo di estendere il regime di tariffazione all’assistenza primaria hanno incontrato una resistenza molto forte da parte del Servizio sanitario nazionale e degli operatori sanitari pubblici.

La negazione del trattamento ospedaliero gratuito a coloro che ne hanno bisogno, che non possono dimostrare il loro status di immigrazione o non hanno uno status sicuro e / o le misure che dissuadono le persone dal cercare cure mediche, violano il diritto al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale, che è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzione di razza, religione, credo politico o condizione sociale o economica. Si riflette nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946, nell’art. 25 UDHR e nell’ art. 12 ICESCR 1966. Inoltre viola il diritto all’integrità morale fisica e mentale riconosciuto nell’Art 8 ECHR e nell’Art 3 EUCFR.

(3) Criminalizzazione del lavoro: l’Atto sull’immigrazione del 2016 ha proseguito e perfezionato il processo di criminalizzazione del lavoro dei migranti avviato vent’anni prima, quando nel 1996 il divieto di lavoro per i richiedenti asilo e per coloro che non avevano il permesso di entrare nel paese ha iniziato ad essere imposto dalle sanzioni ai datori di lavoro che impiegavano coloro che non avevano l’autorizzazione a lavorare nel Regno Unito. Sebbene la legge fosse poco utilizzata, nel 2006 ha aperto la strada a sanzioni molto più rigide, con la creazione di un reato (al contrario di un regolamento) per l’impiego consapevole di lavoratori non autorizzati, e comportava una pena detentiva; aumento delle pene regolamentari; controlli documentali più rigorosi per i datori di lavoro per evitare sanzioni e un’attuazione intensiva attraverso incursioni su luoghi di lavoro prevalentemente di piccole dimensioni e di proprietà etnica. Nel 2016, la sanzione è stata raddoppiata a £ 20.000 per lavoratore, ed è stato creato un nuovo reato di lavoro illegale, che ha permesso di confiscare i salari dei lavoratori senza documenti.

Le opportunità di lavoro legale nel Regno Unito sono state strettamente adattate alle esigenze dell’economia dopo la ricostruzione post-seconda guerra mondiale. Dall’Atto sull’immigrazione del 1971 in avanti, i lavoratori non qualificati al di fuori dell’UE non sono stati ammessi, a parte gruppi come lavoratori agricoli stagionali e lavoratori domestici – lavoratori temporanei senza diritti di insediamento o unità familiare, controllati interamente dai loro datori di lavoro e non autorizzati a cambiare datore di lavoro. Ai richiedenti asilo non era permesso lavorare mentre aspettavano che i loro casi venissero definiti, un processo che potrebbe richiedere anni. I visti per lavoro sono stati in gran parte limitati a quelli con un alto livello di istruzione, qualifica e reddito (e dal 2009, nell’ambito del sistema basato sui punti, i punti sono assegnati anche per i giovani).

Nel 2010, i laureati non erano più autorizzati come in precedenza a rimanere nel Regno Unito per due anni per il lavoro post-studio. A partire dal 2016, anche le norme sull’immigrazione sono state modificate per eliminare il diritto di residenza per chi guadagna meno di £ 35.000 all’anno. Questa misura è stata introdotta per garantire che “solo i lavoratori più brillanti e migliori che rafforzano l’economia del Regno Unito” possano stabilirsi stabilmente nel Regno Unito; gli altri sono ora tenuti a lasciarlo dopo sei anni. La logica alla base dei cambiamenti delle regole è quindi spudoratamente neoliberista e nativista, trattando i lavoratori interessati come merci usa e getta.

Allo stesso tempo, mentre i cittadini dell’UE hanno il diritto di circolare liberamente per l’UE per lavoro, ai senzatetto cittadini europei provenienti dall’Europa orientale che dormono a Londra sono stati confiscati i documenti di identità, il che impedisce loro di ottenere un impiego, e si sono trovati detenuti ed espulsi per “abuso” dei diritti di libera circolazione.

Queste misure violano il diritto al lavoro riconosciuto universale dall’art 23 UDHR e sancito nell’art. 6 ICESCR e art. 15 (1) EUCFR.

Dovrebbero essere visti sullo sfondo in cui i governi e le istituzioni dell’UE e del Nord globale hanno abdicato agli obblighi derivanti dalla legislazione internazionale per proteggere i lavoratori e garantire condizioni di lavoro dignitose e una retribuzione equa, consentendo invece il consolidamento delle pratiche di sfruttamento e condizioni di lavoro oppressive nel settore pubblico e privato. Nel Regno Unito, il governo ha ripetutamente rifiutato aumenti salariali ai lavoratori del settore pubblico, consentendo nel contempo ai dirigenti di percepire stipendi oscenamente alti; rifiutato di adottare un vero salario di sussistenza; non è riuscito a far rispettare in modo sicuro il salario minimo e la protezione del lavoro; e ha incoraggiato o condonato l’uso da parte delle aziende di contratti a zero ore, la loro manipolazione dello status di “lavoratori autonomi”, il lavoro delle agenzie, l’indebolimento del diritto di organizzazione e altre azioni che negano diritti e tutele ai lavoratori e ai dipendenti.

Tali atti e omissioni violano il diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli tutelate dall’art. 23 UDHR e alla libertà, equità, sicurezza e sicurezza sul lavoro, in contrasto con le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). (1)

(4) Sicurezza sociale e supporto all’asilo: i migranti ammessi nel Regno Unito per visite, lavoro, studio o ricongiungimento familiare sono soggetti alla condizione di “non ricorso a fondi pubblici” che vieta l’accesso ai sussidi means-tested. Dal 1999, sono stati esclusi, dalle norme di sicurezza sociale, dall’accesso a tali benefici.

(1) Nella misura in cui le convenzioni dell’OIL sulla migrazione per l’occupazione e la Carta dell’UE dei diritti fondamentali delle condizioni di lavoro dignitose e sicure si applicano solo ai lavoratori legalmente riconosciuti sul territorio, gli stessi strumenti ingiustificatamente e indebitamente raddoppiano l’esclusione dei migranti privi di documenti da diritti riconosciuti come universali .

I richiedenti asilo hanno diritto a ricevere circa £ 37 a settimana (un importo che nel 2014 rappresentava circa il 50% del sostegno al reddito di base). Il livello di supporto si basava sull’ipotesi che il periodo di determinazione sarebbe stato di circa sei mesi, dal momento che era stato accettato che nessuno potesse vivere più a lungo contando su tale importo. Il periodo di determinazione dei diritti è spesso misurato in anni anziché in mesi, ma l’importo non è aumentato in linea con i costi della vita. Il sostegno è stato negato a richiedenti tardivi o diniegati nel 1996 e nuovamente dalla legislazione del 2002. Nel 2009 la negazione delle prestazioni di base e dell’alloggio è stata estesa alle famiglie con bambini che non hanno lasciato il Regno Unito quando richiesto. Coloro che hanno diritto al sostegno per l’asilo spesso devono aspettare diverse settimane o mesi per ottenerlo, molti sono lasciati senzatetto e completamente indigenti.

Nel 2007 la Commissione parlamentare mista per i diritti umani ha condannato il livello e le esclusioni dal sostegno in materia di asilo come “indigenza forzata”, che “in alcuni casi raggiunge la soglia di un trattamento inumano e degradante.” Ha concluso che “la politica deliberata di indigenza è al di sotto dei requisiti della legge comune di umanità e della legge internazionale sui diritti umani”. Un rapporto 2014 dell’IRIS, “Povertà tra rifugiati e richiedenti asilo nel Regno Unito. Una prova e un riesame della politica “ ha scoperto che la miseria era una politica deliberata, calcolata come deterrente per altri che considerino la possibilità di venire nel Regno Unito.

Misure che privano deliberatamente qualcuno dei mezzi di sussistenza violano l’Art. 9 e 11 dell’ICESCR (diritto alla sicurezza sociale e ad un adeguato tenore di vita) e possono anche costituire un trattamento inumano e degradante in contrasto con l’Art 5 UDHR, l’Art. 3 ECHR e l’Art. 4 EUCFR .

(5) Istruzione: nel giugno 2015 il Dipartimento per l’istruzione (DfE) ha stipulato un accordo con il Ministero dell’Interno per fornire informazioni dettagliate sugli alunni, ottenute attraverso il censimento scolastico, per consentire all’Home Office di rintracciare le famiglie che soggiornano illegalmente, ai fini della loro espulsione. L’accordo, i cui obiettivi includevano la creazione di un “ambiente ostile” nelle scuole, era segreto e venne alla luce solo a dicembre 2016, dopo che il DfE aggiunse al censimento le domande sulla nazionalità e il paese di nascita. Una proposta del segretario di Stato per gli Affari Interni di non consentire ai bambini di migranti con status irregolare di frequentare la scuola o di spingerli in fondo alla fila per i posti di scuola, è stata respinta dal governo. Una campagna pubblica del gruppo di attivisti Against Borders for Children, sostenuta da insegnanti e genitori, ha portato alla eliminazione delle domande relative alla nazionalità e al paese di nascita dal censimento scolastico nell’aprile 2018, ma l’accordo sulla condivisione dei dati rimane in vigore e gli attivisti ritengono che dissuada quelli con stato irregolare dall’inviare i loro bambini a scuola.

Nella misura in cui le misure sono calcolate per dissuadere i genitori dall’inviare i bambini a scuola, violano il diritto universale all’istruzione senza discriminazione, riconosciuto tra l’altro dall’articolo 26 UDHR, articolo 13 e 14 ICESCR, protocollo 1, articolo 2 della Convenzione europea Diritti umani, (CEDU), Art 14 EUCFR e Art 28 Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (UNCRC).

(6) Altre misure di condivisione dei dati: oltre alle misure sopra descritte in relazione al Servizio sanitario nazionale e alle scuole, l’Atto sull’immigrazione del 2016 ha imposto un obbligo generale agli enti pubblici e ad altri di condividere dati e documenti con l’ufficio per l’immigrazione. Inoltre, a partire dal gennaio 2018 le banche sono state obbligate a fare controlli trimestrali sui titolari di conti correnti e a chiudere i conti di coloro che sono stati sospettati dal Ministero dell’Interno di soggiorno illegale. Queste disposizioni sono state sospese nel maggio 2018. I poteri per condividere i dati e per richiedere la fornitura di informazioni al Ministero degli Interni da parte di altri dipartimenti e agenzie governative, tra cui Her Majesty’s Revenue and Customs, registri matrimoniali e autorità locali, sono state concesse dal 1999.

Dal 2009, università e colleges sono state obbligate a raccogliere e trasmettere all’Home Office i dati personali, la frequenza, i progressi e altre informazioni pertinenti sugli studenti non comunitari iscritti ai corsi, nonché a verificare i documenti di tutto il personale, compresi i docenti in visita. Il mancato monitoraggio degli studenti ha portato alla sospensione e in alcuni casi al ritiro della licenza per l’ammissione a studenti non comunitari.

Il Data Protection Act 2018 esenta i dati raccolti e condivisi ai fini del controllo dell’immigrazione dai diritti degli interessati di accedere ai dati detenuti su di essi, nella misura in cui la divulgazione può pregiudicare il controllo dell’immigrazione.

Queste misure interferiscono in modo sproporzionato con i diritti alla privacy (art. 8 CEDU) e sulla protezione dei dati (art. 8 EUCFR).

(7) Tasse commerciali: le tasse dell’Home Office per i visti e il loro rinnovo sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni, per riflettere “il valore del prodotto”, che rende le domande di regolamento, per la regolarizzazione o per la cittadinanza, proibitivamente costose. Una richiesta di status regolare per una donna sottoposta a violenza domestica da un coniuge costa £ 2.997; per un parente dipendente ora costa £ 3.250. I bambini nati nel Regno Unito, che hanno il diritto di registrarsi come cittadini britannici dopo dieci anni di residenza, sono tenuti a pagare una tassa di oltre £ 1.000, mentre quelli che arrivano nel Regno Unito da piccoli si troveranno a pagare, tra tasse e il supplemento sanitario, fino a £ 8.500 in dieci anni.

Nella misura in cui queste alte tasse impediscono ai migranti di regolarizzare il loro status, interferiscono con i diritti alla vita privata tutelati dall’art. 8 CEDU e art. 7 EUCFR.

L’effetto cumulativo delle misure di cui sopra, in particolare la negazione del diritto al lavoro legale, l’esclusione dei migranti da tutti i servizi di assistenza sociale e le tasse esorbitanti per le domande di immigrazione, è quello di spingere molti migranti verso il lavoro illegale, dove sono totalmente alla mercé dei datori di lavoro, soggetti ad abusi che vanno dalle molestie sessuali al mancato pagamento delle retribuzioni, e senza possibilità di ricorso legale a causa del loro status, con la violazione dei diritti di accesso alla giustizia e a un rimedio efficace per la violazione dei diritti (Art. 2 , 7 UDHR, art 6, 13 ECHR, art 47 EUCFR). I lavoratori non UE senza status regolare sono esclusi dall’accesso ai diritti sul posto di lavoro, al salario minimo e ad altre protezioni. Le donne, che costituiscono un’alta percentuale di questi lavoratori, sono esposte al rischio di sfruttamento sessuale e abuso oltre ad altre forme di sfruttamento, che colpiscono anche direttamente e indirettamente bambini e giovani.

(8) Vita familiare: le regole sull’immigrazione sono state modificate nel 2012 in modo che i migranti regolari provenienti da paesi extra UE che guadagnano meno di £ 18.600 non abbiano diritto al ricongiungimento con il loro coniuge o partner e devono guadagnare 22.400 sterline per portare anche un bambino, e ulteriori £ 2,400 per ogni bambino in più.

Il cambiamento delle regole non era necessario, dal momento che i migranti che cercavano il ricongiungimento familiare erano già tenuti a dimostrare di poter accogliere e sostenere altri membri senza ricorrere a fondi pubblici. Esso è progettato per garantire che le persone povere non possano avere una vita familiare nel Regno Unito.

Le misure di “prima l’ espulsione, l’appello dopo”, negli Atti di immigrazione del 2014 e del 2016, hanno permesso l’espulsione dal paese di migranti che si appellavano al fatto che essa avrebbe violato il loro diritto al rispetto della vita familiare, prima che l’appello fosse ascoltato.

Sono stati segnalati molti casi in cui bambini di appena sei mesi sono stati separati dai genitori detenuti. Bail for Immigration Detainees (BID) ha rappresentato 155 genitori separati dai loro figli per detenzione fino ad oggi, nel 2018.

Le misure interferiscono con il diritto al rispetto della vita familiare, protetto da molte dichiarazioni a favore dei diritti umani tra cui UNCRC e Art. 8 CEDU. L’interferenza con la vita familiare è consentita, nelle norme sui diritti umani, solo se è legittima e necessaria in una società democratica per la sicurezza pubblica, la prevenzione della criminalità, la protezione dei diritti degli altri ecc.

(9) Polizia e detenzione: nel 2012 è stata lanciata Nexus, un’operazione congiunta di controllo dell’immigrazione da parte della polizia che si è basata sull’intelligence della polizia piuttosto che sui risultati della colpevolezza, per identificare gli individui “ad alto rischio” per l’espulsione. L’anno seguente, il governo lanciò l’Operazione Vaken, un tentativo di intimidire i migranti privi di documenti affinchè lascino il paese, esponendo tabelloni su furgoni che giravano per le aree dei migranti dicendo loro “Vai a casa! O affronta l’arresto “, contemporaneamente a un’operazione aggressiva di controlli sull’immigrazione rivolta a giovani minorenni nelle stazioni della metropolitana di Londra.

L’applicazione divenne una priorità importante alla fine degli anni ’90 e negli anni 2000. I funzionari di polizia sono cresciuti da 120 nel 1993 a 7.500 nel 2009, quando hanno avuto luogo migliaia di incursioni aggressive in imprese di produzione etnica e abitazioni. Una famosa operazione del 2009, che illustra la relazione tra la mancanza di diritti sul luogo di lavoro e i diritti di residenza insicuri, ha comportato un’imboscata agli addetti alle pulizie presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) a Londra, che aveva appena ottenuto il London Living Wage (il salario minimo stabilito per la zona di Londra) dopo una dura campagna. Invitati ad una riunione mattutina, gli addetti alle pulizie si trovarono rinchiusi da funzionari dell’immigrazione che controllavano il loro diritto di lavorare nel Regno Unito e ne arrestarono diversi per l’espulsione. Nonostante le azioni di solidarietà degli studenti, in nove vennero espulsi. Tuttavia, gli addetti alle pulizie e i loro sostenitori hanno continuato la loro campagna per il giusto trattamento e nel 2017 hanno ottenuto il diritto di essere assunti direttamente dalla scuola, con parità di retribuzione e di condizioni con gli altri lavoratori della scuola.
Il Regno Unito è l’unico stato membro dell’UE in cui la detenzione amministrativa di migranti a tempo indefinito è legale secondo il diritto interno e molti detenuti immigrati sono stati rinchiusi per diversi anni. C’è stata una forte campagna, che ha coinvolto molti parlamentari, per un limite di detenzione di 28 giorni. In molte occasioni, i giudici hanno condannato la lunga detenzione di persone vulnerabili, e molte volte l’hanno dichiarata inumana e degradante. La detenzione a tempo indefinito causa malattie mentali e gravi disagi e ha portato a numerosi suicidi e episodi di autolesionismo.

Il Regno Unito fu uno dei primi a privatizzare la detenzione degli immigrati, con il centro di detenzione di Harmondsworth gestito da Securicor negli anni ’70. Sette degli otto centri di detenzione a lungo termine (ora denominati “Centri per la Rimozione dell’Immigrazione o IRC) sono gestiti privatamente. Sono esentati dalla legislazione sul salario minimo e nel 2018 i dirigenti hanno rifiutato di aumentare la retribuzione dei detenuti che svolgono lavori umili da £ 1 a £ 1,15 l’ora.

Queste misure violano il diritto alla libertà, proclamato dai giudici come un diritto fondamentale e un valore tipicamente britannico, e considerato fondamentale anche nella DUDU e nella CEDU; a condizioni di lavoro decenti (vedi sopra); e alla libertà da trattamenti inumani e degradanti.

(10) L’ambiente ostile alle frontiere: quando l’Europa ha chiuso i suoi confini ai migranti poveri e ai rifugiati, sono sorti campi informali ai colli di bottiglia ai confini, dove è stato fornito poco o nessun aiuto ufficiale; i volontari che cercano di fornire aiuto sono stati criminalizzati e sono state implementate dure misure di polizia, comprese percosse, attacchi con i cani, furto o distruzione di oggetti personali. A Calais, dove migranti e rifugiati che sperano di attraversare la Manica verso la Gran Bretagna stanno arrivando ​​dagli anni ’90, i loro accampamenti sono stati ripetutamente distrutti. Il grande campo conosciuto come “la giungla”, con chiesa, scuola e negozi improvvisati, è stato distrutto dalle ruspe nell’ottobre 2016 e la polizia spesso colpisce bambini addormentati con gas lacrimogeni, distrugge le tende e i sacchi a pelo e picchia i migranti più anziani, mentre il sindaco di Calais, cercando di evitare un altro accampamento “giungla”, ha vietato la distribuzione non autorizzata di cibo e acqua pulita, nonostante malattie che si sviluppano per mancanza di acqua pulita. (Il divieto è stato annullato da un tribunale che ha ordinato l’installazione di rubinetti dai quali attingere acqua potabile) . Il governo del Regno Unito contribuisce al costo della sorveglianza dei migranti a Calais.

Il duro trattamento di coloro che si trovano negli accampamenti e ai confini è inumano e degradante, e contrasta con l’art. 3 della CEDU, in cui la cui protezione è concepita come assoluta. Tale trattamento non può mai essere giustificato da alcun obiettivo politico.

3. Accuse specifiche contro il governo del Regno Unito (in proprio e in rappresentanza dell’UE e degli Stati membri e del Nord globale)

1. All’interno di una forza lavoro impoverita e resa insicura dalle politiche neoliberiste, i lavoratori migranti e rifugiati vengono super-sfruttati, emarginati e privati ​​dei diritti da misure legali e operative, tra cui:

i.Omissione (in comune con quasi tutto il Nord globale) della firma o della ratifica della Convenzione per i lavoratori migranti delle Nazioni Unite;

ii. Omissione (a differenza di molti altri stati nel Nord del mondo) della ratifica della Convenzione per i lavoratori domestici dell’OIL e soppressione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori domestici;

iii.Legislazione che impone sanzioni ai datori di lavoro che impiegano lavoratori privi di documenti, sostenute da raid violenti contro – in particolare – piccoli datori di lavoro delle minoranze etniche, che possono essere multati fino a £ 20.000 e persino imprigionati per aver impiegato un immigrato o rifugiato senza documenti;

iv. Creazione del reato di lavoro illegale, ai sensi dell’Immigration Act 2016, che consente la confisca delle retribuzioni dei lavoratori;

v. Negazione e / o limitazione dei diritti al lavoro per i richiedenti asilo;

vi. Mantenimento di un quadro giuridico che esclude i lavoratori privi di documenti dalla protezione contro gli abusi, incluso il mancato pagamento delle retribuzioni, il licenziamento ingiusto e la discriminazione di razza e sesso, che sono particolarmente diffusi nei settori dell’ospitalità, del tempo libero, dei servizi, dell’agricoltura e dell’edilizia; vii.Mancanza di sufficienti finanziamenti costanti per l’Autorità per i Gangmasters e gli Abusi sul Lavoro (GLAA), per far rispettare condizioni di lavoro dignitose;

viii.Rifiuto di fornire assistenza legale in casi connessi all’occupazione e rimozione di finanziamenti pubblici per consulenza e assistenza in questi casi;

ix.Rinuncia ad assicurare la completa separazione delle visite di controllo da parte di GLAA dal controllo dell’immigrazione;

x.Espulsione dei cittadini dell’Area Economica Europea (EAA) che sono indigenti e che non riescono a trovare lavoro;

xi. Esenzione dei ”Centri per la Rimozione dell’Immigrazione” dalla legislazione

sul salario minimo, che consente alle multinazionali della sicurezza di trarre profitto sia dai contratti di detenzione che dalla manodopera a basso costo dei detenuti.

2. Nel frattempo, le politiche del governo in materia di immigrazione e asilo hanno favorito il razzismo, l’islamofobia e il nativismo e hanno deliberatamente creato un “ambiente ostile” per i non cittadini che comporta (oltre alla criminalizzazione del lavoro) l’indigenza forzata, la negazione di diritti alla casa e al trattamento medico essenziale, la detenzione a tempo indefinito e l’espulsione. Queste politiche violano gli obblighi internazionali in materia di diritti umani alla vita, alla dignità, all’integrità fisica e psicologica, al rispetto della vita privata e familiare, alla libertà e alla protezione dal lavoro forzato e da trattamenti disumani e degradanti. Ciò è stato ottenuto attraverso:

i.Politiche sui visti più restrittive che limitano i diritti legali di ingresso e soggiorno nel Regno Unito per lavoro (per cittadini non-SEE o di paesi terzi) a un numero piccolo e in diminuzione di dipendenti altamente qualificati o aziendali, con tasse esorbitanti per emissione e rinnovo;

ii. Norme sull’immigrazione e politiche ministeriali che trattano i lavoratori domestici come proprietà dei loro datori di lavoro;

iii) Accoglienza forzata in alloggi – spesso squallide sistemazioni – di richiedenti asilo, che sono tenuti a vivere con un’indennità settimanale incredibilmente piccola;

iv.Legislazione che impone ai proprietari e agli agenti privati ​​di controllare lo stato dell’immigrazione prima di affittare l’alloggio;

v.Legislazione e politica che nega alla maggior parte dei richiedenti asilo rifiutati e di migranti privi di documenti, qualsiasi beneficio o sostegno, così come qualsiasi assistenza ospedaliera di emergenza dell’NHS;

vi.Il radicamento di opinioni razziali sui migranti nel sistema di controllo, al punto che le persone di colore residenti da decenni sono esposte al sospetto di non avere alcun diritto legale di risiedere, alla negazione di servizi essenziali e alla minaccia di espulsione forzata;

vii.La soppressione del patrocinio a spese dello Stato per i casi di immigrazione di non richiedenti asilo.

3. Il governo, con politiche che rendono impossibile vivere senza lavorare e contemporaneamente rendendo il lavoro illegale, costringe le persone vulnerabili ad accettare condizioni di super-sfruttamento e totale insicurezza come prezzo per rimanere nel paese e consente alle società private di trarre profitto da tale super-sfruttamento.

4. Inoltre, mentre la legge sulla libera circolazione dell’UE riconosce l’importanza dell’unità familiare per i cittadini SEE che si muovono per lavorare, le norme del ricongiungimento familiare del governo per i cittadini non SEE (siano essi ammessi come lavoratori o rifugiati) sono estremamente restrittive e portano a una separazione a lungo termine delle famiglie.

5. Queste politiche vanno anche a scapito dei diritti dei bambini, che sono esposti a rischi di sfruttamento e abuso quando tentano di emigrare autonomamente, o di privazioni e indigenza come conseguenza di politiche che negano il sostegno dei fondi pubblici a migranti familiari.

6. Allo stesso tempo, il governo, di per sé e in quanto Stato membro dell’UE, facilita la realizzazione di vasti profitti da parte delle società di sicurezza attraverso contratti per il regime di sicurezza delle frontiere, l’alloggio dei richiedenti asilo e per la detenzione e la espulsione di migranti, mentre trascura o condona la brutalità, il razzismo e altre violazioni dei diritti umani, reati, frodi e negligenze commessi da propri agenti contro migranti e rifugiati, ricompensandoli di fatto con la continuazione dell’assegnazione di tali contratti.

Domande per il Tribunale

Il Tribunale è invitato a considerare l’effetto cumulativo di tutte queste misure, politiche e operazioni prese insieme, nel creare e mantenere un popolo senza diritti all’interno dell’Europa e ai suoi confini.

  1. Nella misura in cui il Tribunale abbia accertato le violazioni di cui sopra, come si riferiscono al modello generale di violazioni riscontrato dal Tribunale nelle sue audizioni a Barcellona, ​​Palermo e Parigi?
  2. In che modo la creazione e il mantenimento di un popolo senza diritti si concilia con le pretese dell’Europa di essere una culla di diritti e valori umani universali e con gli strumenti dei diritti umani scritti, firmati e ratificati dagli Stati europei?
  3. In che modo la continua tolleranza della sofferenza dei condannati ad essere senza diritti influisce sullo stato di diritto?
  4. Dal momento che la protezione dei diritti umani fondamentali deve essere perseguita dallo stato sia a livello legislativo che giuridico, in che misura il trattamento dei migranti distrugge questo ponte tra il politico e il giuridico?
  5. In che misura i migranti possono essere soggetti sperimentali o cavie per una più ampia distruzione dei diritti dei popoli nell’ambito della globalizzazione?
  6. In che modo le politiche governative e le dichiarazioni ministeriali che trattano migranti poveri e rifugiati come “turisti della beneficenza”, “turisti della salute”, “uno sciame”, contribuiscono ad esacerbare il razzismo popolare e incoraggiano l’odio dei migranti e la violenza razziale?
  7. Il Tribunale ha trovato esempi di resistenza contro queste misure che possano fungere da modelli o indicatori per azioni future?

Elenco delle organizzazioni firmatarie

Co-convenors

Corporate Watch

Commission for Filipino Migrant Workers – Europe

Global Justice Now (GJN)

Institute of Race Relations (IRR)

Justice, Peace and Integrity of Creation Links Network

Lewisham Refugee Migrant Network (LRMN)

Migrants Rights Network

Monsoon Book Club

Racial Justice Network, Quakers, Friends House

RESPECT Network Europe

Statewatch

Transnational Institute (TNI)

Transnational Migrant Platform-Europe (TMP-E)

UNITE the Union

Waling-Waling (Supporting Migrant Workers Rights Campaign)

War on Want

ECVC/LVC Sindicato de Obreros del Campo-Sindicato Andaluz de Trabajadores – SOC-SAT Andalucia

ECVC/LVC Associazione Rurale Italiana ARI

LAB Trade Union Basque Country

COS-Trade Union Catalonia

Supporting organisations

Asylum Welcome (Oxford)

Bertrand Russell Peace Foundation

Birmingham & Coventry Branch of the National Union of Journalists (NUJ)

Brigidine Sisters

Campaign Against Criminalising Communities (CAMPACC)

Committee on the Administration of Justice (Belfast)

daikon* zone

Daughters of the Cross of Liege

Disabled People Against the Cuts

Doctors of the World UK

Doughty Street Chambers

Good Shepherd and OLC

Haringey Welcome

Holy Family of Bordeaux

Hotel Workers Branch LE/1393 – Unite the Union

INQUEST

Kanlungan Filipino Consortium

Kent Refugee Help

Latin American Women’s Rights Service (LAWRS)

Leicester Civil Rights Movement

Lifeline Options CIC

Marist Sisters

Migrant and Refugee Children’s Legal Unit (MiCLU )

Migrants Organise

Migrant Support’s

Min Quan Advocacy Group

SumofUs

Miscarriages of Justice UK (MOJUK)

Missionary Society of St Columban

No-Deportations – Residence Papers for All

Participation and the Practice of Rights (PPR)

Praxis

Restaurant/Bar Branch LE/1647 – Unite the Union

Reunite Families UK

Right2workuk ltd

Reunite Families UK

Sacred Heart of Jesus & Mary Sisters

Sisters of Christ

Sisters of St Joseph of Peace

Sisters of St Louis

SOAS Detainee Support

Society to the Sacred Heart and the Sisters of the Assumption

South Yorkshire Migration and Asylum Action Group

The Monitoring Group

UK Modern Slavery Research Consortium (CAJ)

UNISON

United Voices of the World

The Voice of Domestic Worker

Women in exile

Society to the Sacred Heart

Sisters of the Assumption


SINTESI VERBALE COORDINAMENTO NAZIONALE RETE RADIE’ RESCH

SEZANO 23/24 MARZO 2019

SABATO 23 MARZO – POMERIGGIO

Partecipanti al coordinamento:

SEGRETERIA: Fulvio Gardumi, Maria Angela Abbadessa, Maria Cristina Angeletti.

ALESSANDRIA: Maria Teresa Gavazza, Gigi Bolognini; BRESCIA: Piergiorgio Todeschini, Gabriella Giometti; CASALE MONFERRATO: Beppe Ghilardi; CASTELFRANCO VENETO: Marta Bergamin, Ermanno De Biasio; GENOVA: Sergio Ferrera, Margarita Juarez; MACERATA: Gianni Baldassarri; MOGLIANO VENETO: Gianni Colleoni, Daniela Duzioni; PADOVA: Francesco Fassanelli, Elvio Beraldin; PESCARA: Silvestro Profico, Agnese De Nardis; PISA-LUCCA-VIAREGGIO: Giorgio Gallo; QUARRATA: Antonio Vermigli; ROMA: Angelo Ciprari; TORINO: Monica Armetta, Marco Zamberlan; TREVISO: Olga Turchetto; UDINE: Lia Rontani, Cesare Davini, Maria Grazia Visintainer, Toni Peratoner; VARESE: Marco Lacchin; VERONA: Maria Picotti, Gianni Pettenella, Francesca Gonzato, Roberto Baccaletto, Dino Poli, Silvana Valpiana

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Ore 15.05: Inizio lavori.

Maria Angela Abbadessa: saluta i partecipanti.

Maria Picotti: dà il benvenuto ai partecipanti nel Monastero del Bene Comune e informa che oggi a Verona un cartello di 40 associazioni ha dato vita ad una marcia che si chiama Passa-Porti. La RRR di Verona partecipa con molti aderenti ed uno striscione.

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  1. Approvazione bilancio consuntivo 2018 e bilancio preventivo 2019. Approvazione statuto e ingresso nuovi soci.

Ad ore 15.10 ha inizio l’assemblea ordinaria e straordinaria della Rete Radié Resch, come da separato verbale.

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SABATO 23 MARZO – SERA

  1. Rinnovo progetti in corso

Progetto Case Verdi – Gaza.

Francesco Fassanelli: aggiorna sul progetto di Gaza. Informa che Giovanni Esposito di Salerno è stato messo in contatto con una volontaria di una ONG che lavora a Gaza. Questa volontaria ha confermato che l’associazione referente del progetto sta lavorando. E’ comunque in programma un viaggio a Gaza da parte della Rete di Salerno, con alcuni giovani.

Fulvio Gardumi: conosce un medico trentino che attualmente lavora a Gaza, per cui ci sarebbe la possibilità di creare un altro canale informativo.

Gianni Pettenella: per la Palestina, la grossa difficoltà è sempre stata quella di avere un referente “vivo” e in grado di tenere i contatti.

Il progetto rimane sospeso in attesa del viaggio a Gaza della Rete di Salerno.

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Progetto Donne lavoratrici Palestinesi.

Maria Angela Abbadessa: ha già inoltrato alla mailing-list la comunicazione di Manuela Tempesta della Rete di Pesaro, titolare del progetto, che informava di aver contattato Lucia Capriglione per capire se il gruppo di Salerno che andrà in Palestina potrà incontrare Amal a Ramallah o Hannan Bounura a Betlemme. Il progetto, portato avanti da un’associazione di donne palestinesi denominata PWWSD (Palestinian Working Women Society for Development), con sede a Ramallah, svolge attività di formazione e assistenza alle donne dei Territori della Cisgiordania. Il finanziamento della Rete è destinato al loro centro di Betlemme, dove alle donne viene fornita assistenza legale, psicologica e altro. I rapporti tra Rete di Pesaro e Pwwsd sono stati per alcuni anni fluidi, grazie a viaggi in Palestina e alla partecipazione di Hannan e Lama Hourani ai convegni nazionali. I rapporti epistolari sono invece sempre stati molto scarsi. La Rete di Pesaro non è attiva, ma Manuela ritiene importante rinnovare questi rapporti e non abbandonare il progetto.

Monica Armetta: si potrebbe trovare un’altra Rete locale disponibile a farsi carico del progetto sul piano della relazione. Spiace abbandonarlo, visto che ci sono stati contatti.

Olga Turchetto: il problema non è il referente in Italia, ma quello in Palestina.

Maria Picotti: nell’inverno 2009 – 2010 il progetto è stato visitato nel viaggio della Rete in Palestina. In quell’occasione ci sono stati contatti con entrambe le referenti. Nel 2016, al momento del rinnovo, avevano scritto a Manuela Tempesta. Prima di abbandonare persone che vivono una situazione drammatica, bisogna essere molto cauti.

Maria Teresa Gavazza: anche un gruppo di giovani di Savona è in contatto con la Rete di Salerno per partecipare al viaggio in Palestina.

Sergio Ferrera: d’accordo sui precedenti interventi. E’ però necessario verificare se dopo 15 anni è rimasta la relazione con le persone.

Francesco Fassanelli: il gruppo di Salerno non può non passare per Ramallah, perché la base di tutto è lì. A Gaza possono entrare solo le persone che fanno parte di ONG riconosciute. Si potrebbero incaricare gli amici di Salerno di fermarsi a Ramallah, per prendere contatto con questa associazione di donne.

Fulvio Gardumi: eventualmente potremmo provare a vedere se Mazin Qumsiyeh, relatore al nostro ultimo convegno nazionale, possa essere un contatto valido. Per la RRR sarebbe importante mantenere un progetto in Palestina.

Maria Picotti sentirà Manuela Tempesta per verificare se sia possibile contattare Hannan Bounoura. Nel frattempo anche questo progetto rimane sospeso.

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Seminando amore come il mais (Ecuador)

Fernanda BREDARIOL ha fatto circolare nella mailing-list una relazione della referente del progetto di coscientizzazione delle donne indigene. Alla referente la Rete di Spresiano-Lancenigo-Maserada aveva chiesto se il progetto era in grado di camminare senza il contributo della Rete o se c’era ancora bisogno, ed eventualmente se si poteva ridurre l’importo. La risposta è che c’è ancora bisogno di aiuto, almeno per qualche tempo, e che se la Rete non può garantire per il futuro la stessa cifra del passato accettano la nostra decisione.

Fulvio Gardumi: se si chiede ai referenti di un progetto se hanno ancora bisogno del nostro contributo, è difficile che dicano di no.

Olga Turchetto: la Rete di Spresiano-Lancenigo-Maserada chiede il rinnovo del progetto in quanto lo ritiene importante per i risultati positivi che sta conseguendo. Il contributo della Rete ultimamente era di 8.200 €. annui.

Marco Lacchin: propone rinnovo a 6.000 €.

Monica Armetta: concorda.

Il Coordinamento decide di rinnovare il progetto alla spesa di €. 6.000 per due anni, con chiusura nel 2020. Poi il progetto sarà definitivamente concluso.

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Lualaba (Mogliano veneto)

Daniela Duzioni: non è stato ancora possibile creare un contatto con il referente del progetto, a causa delle difficili condizioni ambientali.

Maria Angela Abbadessa: la zona centrale della città di Kabinda in Repubblica Democratica del Congo sta franando a causa delle piogge. La gente raccoglie sassi per cercare di puntellare i muri. Al momento Lualaba non è raggiungibile. Il nuovo parroco di Lualaba, che avrebbe dovuto sostituire il precedente referente, si è ammalato ed è stato trasportato a Mbuji-Mayi per curarsi.

Il progetto resta sospeso.

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Donazione di 10.000 €. per l’Africa.

Fulvio Gardumi: un’amica della Rete di Napoli vorrebbe donare 10.000 €. a favore di un progetto in Africa.

Gianni Pettenella: riferisce del progetto della Rete di Verona in Ghana. Chiedono un aiuto per costruire nella scuola bagni autonomi rispetto al resto del villaggio ed eventualmente una mensa. Ovviamente è necessario l’aiuto del villaggio. I 10.000 €. potrebbero consentire di completare la mensa e, forse, i bagni.

Maria Picotti: nella mailing list è stato inviato un resoconto del progetto, che dovrebbe diventare un progetto nazionale. Si vorrebbe cambiare il nome dedicandolo alla mamma di Olivia (amica della RRR di Verona, originaria del villaggio), Maame Adjeiba.

Maria Angela Abbadessa: la Rete di Castelfranco Veneto si è confrontata sul questa disponibilità economica. Anche in Congo ci sono gravi esigenze. Ad esempio il vecchio dispensario è crollato ed è stato necessario trasferire tutto provvisoriamente nella nuova maternità, anche se non terminata. La donazione potrebbe essere utilizzata per attrezzare il nuovo reparto maternità, ma forse far nascere un nuovo progetto in Ghana è una cosa migliore.

Daniela Duzioni: come già detto, la Rete di Mogliano Veneto non ha contatti con il referente della propria operazione e quindi non è in grado di utilizzare il denaro.

Monica Armetta: non vede problemi. Se i contributi delle Reti vanno nella cassa comune, si potrebbero girare i contributi di Verona a Castelfranco Veneto, in modo da far confluire l’intera somma nuova al pro-getto di Verona.

Si decide che le tre Reti Locali che hanno progetti in Africa discutano della cosa e propongano a Teresa De Simone come destinare questi soldi. Risposta al più presto.

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DOMENICA 24 MARZO

  1. Rinnovo progetti.

Progetto Mapuche.

Piergiorgio Todeschini: ha già mandato in rete le informazioni principali. Attualmente ci sono in cassa più di 5.000 €. (oltre ai 6.000 €. già inviati). L’intenzione è quella di chiudere tra 15 giorni (10 aprile) la raccolta e provvedere all’invio della cifra residua. Così si potrebbe chiudere la fase dell’emergenza.

L’operazione Sergio Escudero è stata impostata in via definitiva. I Mapuche di Folilko sono impegnati a fronteggiare il ritorno degli incendi ma, ciò malgrado, ci hanno comunicato che tengono molto al progetto.

In rete è già circolato anche lo schema del progetto che la RRR dovrà gestire.

Il sottotitolo è “Operazione di capacitazione sociopolitica per giovani Mapuche”. Servono giovani che si abilitino a diventare capi di comunità: per questo c’è bisogno di una formazione specifica. Su questo va ad incidere il progetto.

Il progetto è di carattere nazionale, promosso dall’intera RRR. La gestione è affidata alla Rete di Brescia, con l’appoggio di Lucia Agrati (ora a Roma), che è esecutrice testamentaria di Sergio Escudero. I pochi sol-di rimasti dopo la morte di Sergio sono stati destinati alla RRR e saranno usati per il progetto. La cifra di circa 7 – 8.000 €. indicata da Lucia a Roma non è attendibile: non sappiamo quanti soldi resteranno.

Un donatore ha già contribuito per questo progetto, per cui la proposta sarebbe di farlo per 1 anno, con prospettiva di rinnovo nel caso in cui i molti amici di Sergio, che non sono stati ancora coinvolti, decidano di sostenerlo.

I soldi non verranno inviati subito, perché attualmente occorre affrontare l’emergenza incendi, ma solo in un secondo momento. Per quest’anno il costo previsto è di 4.000 €. e il progetto vedrebbe coinvolti 10 – 15 giovani.

Gianni Pettenella: chiede se questo programma prevede degli insegnanti, delle ore di insegnamento e tutto affidato a Josè Nain.

Piergiorgio Todeschini: questo dettaglio non è stato ancora affrontato. Lo sarà prima dell’invio dei fondi. Posso pensare che gli insegnanti siano tutti capi Mapuche, magari anche le donne che sono state formate a suo tempo, in un precedente progetto della RRR. Sta crescendo molto il ruolo di Margot, presidente dell’Associazione Folilko. L’altro giorno c’è stata una grande manifestazione a Temuco, a cui Margot ha partecipato. Durante la manifestazione c’è stata una repressione terribile.

Elvio Beraldin: il progetto è più importante di un semplice aiuto per delle borse di studio. Si tratta di coscientizzazione politica: il progetto andrebbe analizzato nel suo insieme. Si tratta di un progetto politico, molto importante.

Sergio Ferrera: chiede da chi sia partita la proposta del progetto.

Piergiorgio Todeschini: non si fa nulla che non venga dai Mapuche. Sergio Escudero era loro amico.

Marco Lacchin: favorevole a far partire subito il progetto

Maria Teresa Gavazza: questa è un’operazione storica, che riflette la situazione mondiale, perché i protagonisti sono i popoli indigeni su cui grava un progetto globale di repressione. Il progetto va nella direzione di una rete di resistenza. Come per le donne curde che hanno liberato l’ultima roccaforte dell’ISIS. C’è un’internazionale re-sistente di cui le donne sono protagoniste. Favorevole all’approvazione del progetto.

Piergiorgio Todeschini: l’importo destinato al progetto transiterà dal conto nazionale e sarà a bilancio a costo zero.

Toni Peratoner: la richiesta di Folilko segna un salto di qualità, che va appoggiato, anche perché viene da lo-ro. Si potrebbe pensare ad una scuola permanente come quella dell’MST.

Gabriella Giometti: la formazione dei capi di comunità serve anche a dare conoscenza delle leggi sui popoli indigeni, che esistono ma sono disapplicate. Potrebbero essere le donne da noi formate a fare le insegnanti.

Il coordinamento approva il novo progetto Operazione Sergio Escudero per l’importo di 4.000 €. per il 2019. Piergiorgio ci terrà informati sull’avvio, una volta terminata l’emergenza incendi. Ci si riserva il rinnovo per gli anni successivi.

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Donazione di 10.000 €. per l’Africa.

Gianni Pettenella: le Reti che hanno progetti in Africa hanno deciso che la situazione di allarme lanciata da Kabinda in Congo non lascia spazio a discussioni. Questi soldi saranno utilizzati per l’ospedale di Mwamwyi.

Marta Bergamin: dopo il confronto con gli amici di Verona, si è valutato che le difficoltà del popolo congolese e del villaggio di Mwamwyi giustifichino che l’intera cifra vada in questa direzione. Non c’è stata corsa ad accaparrarsi una parte del denaro: la RRR è anche questo. Con questi soldi si acquisteranno attrez-zature per l’ospedale per ultimare lo stabile non finito, dove si è installato il dispensario. Da precisare che Kabinda è un’altra realtà, ugualmente drammatica, che potrebbe giustificare un appello alla RRR. Padre Richard ha, tra l’altro, costituito un’associazione per consentire ai cittadini di Kabinda di rivendicare i propri diritti.

Maria Picotti: sarebbe giusto lanciare un appello anche per Kabinda. Il lavoro di Padre Richard ha anche un significato politico.

Fulvio Gardumi: le calamità sono molto numerose. Anche ad Haiti, come ci ha riferito la Rete di Padova, c’è una situazione drammatica.

Il Coordinamento decide di destinare i 10.000 € della donazione a un progetto per l’acquisto di attrezzature per l’ospedale di Mwamwyi in Congo. La Segreteria avvertirà Teresa De Simone.

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  1. Aggiornamenti, varie ed eventuali.

Angelo Ciprari: legge un messaggio inviato dal progetto Binario 1 di Bolzano. L’attività di ospitalità è stata chiusa il 15 marzo, dopo aver dato ospitalità a 122 persone. Nei vari gruppi c’erano 11 famiglie. Comples-sivamente 3.173 notti.

Ora si sta preparando il report delle attività svolte, che ci sarà fornito. Il gruppo ha già presentato un nuovo progetto alla Chiesa Luterana Mondiale. Il progetto è stato approvato: inizierà nel 2020 e sarà triennale. Attualmente stanno seguendo le persone che hanno necessità di girare per gli uffici, dando un supporto per la lingua.

Fulvio Gardumi: nelle ultime settimane la Rete ha vissuto due lutti: sono morti Anna Fiocchi, storica militante milanese, e frei Fernando De Brito, domenicano brasiliano confratello di frei Betto, testimone della violenza della dittatura militare e destinatario di un vitalizio da parte della Rete. Dal convento di Goiania, dove De Brito ha trascorso gli ultimi mesi di vita, ci hanno detto che, se saranno mandati soldi in sua memoria, saranno ben usati.

Gianni Pettenella: con tutto il rispetto, anche per chi aveva un rapporto di amicizia con De Brito, in Brasile ci sono molte realtà che possono avere bisogno di aiuto, ma non è possibile versare un contributo in questo modo.

Marta Bergamin: gli ultimi soldi inviati per il suo vitalizio sono stati restituiti.

Giorgio Gallo: il contributo a De Brito era un segno di solidarietà, verso una persona che aveva sofferto molto. Non c’era dietro un progetto.

Beppe Ghilardi: la Rete di Casale non era riuscita, ultimamente, ad avere un’interlocuzione con De Brito.

Angelo Ciprari: al momento della comunicazione della morte, è andato dai domenicani per registrare la Messa in sua memoria. Anche questi tentativi di incidere sulla memoria sono importanti.

Elvio Beraldin: ricorda Monsignor Romero. Oggi è il 24 marzo, giorno della sua uccisione.

Silvio Profico: dopodomani sono 40 anni dalla morte di Luigi Rocchi.

Francesco Fassanelli: ad Haiti si ricorderà il 24 aprile la morte di Dadue Printemps. Ad Haiti la situazione è politicamente disastrosa, con continue proteste di piazza contro il governo che ha aumentato il prezzo dei beni essenziali. Le proteste hanno assunto carattere molto violento, con rapine ed omicidi. Il governo non ascolta queste proteste. Questa situazione prosegue da anni e le forze di opposizione sono divise. C’è paura e le scuole sono state chiuse per molti giorni.

Elvio Beraldin: le scuole che sosteniamo non sono state sinora toccate dalle proteste.

Maria Teresa Gavazza: oggi a Roma c’è la marcia per il clima. Lucia Capriglione ha riferito che l’opera-zione sulla Palestina è importante perché la Reti del sud si stanno risvegliando ed hanno bisogno di passione. Ci sono anche dei giovani di Salerno e di Savona che si stanno organizzando per andare in luglio a Gaza. Propone di approvare lo stanziamento dei 2.000 €. per il viaggio.

Maria Angela Abbadessa: i 2.000 €. sono già stati stanziati

Angelo Ciprari: ricorda che è stata creata una commissione (di cui Lucia Capriglione fa parte) per destinare i soldi stanziati per i viaggi giovani. La Rete di Salerno dovrà solo fornire le indicazioni necessarie per ot-tenere il versamento. Nella commissione c’è anche Monica Armetta.

Monica Armetta: l’appunto di Angelo Ciprari è corretto. Lucia fa parte della commissione: è la prima volta e occorre organizzarsi per un viaggio giovani. Si potrebbe pensare di proporre il viaggio alla Commissione giovani come se fosse un progetto, in modo che la Commissione lo porti al Coordinamento. Prenderà contatto con Lucia Capriglione. Questo è un lavoro pilota che servirà a creare un metodo di lavoro.

Maria Teresa Gavazza: Lucia Capriglione ha mandato una mail.

Marta Bergamin: la riduzione del finanziamento del progetto in Palestina era proprio finalizzata ad orga-nizzare il viaggio.

Elvio Beraldin: dovrebbe diventare obbligatorio che chi presenta nuovi progetti debba venire di persona al coordinamento.

Monica Armetta: se esiste una commissione giovani, occorre passare attraverso di essa.

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  1. Seminario Nazionale.

Fulvio Gardumi: Le cose già decise sono la sede, la data e alcuni relatori: la sede sarà Sasso Marconi presso il centro congressi Ca’ Vecchia, la data il 18 – 19 maggio. Una commissione doveva occuparsi dell’organizzazione. Due relatori ci hanno confermato la loro presenza: Giovanni Ziccardi e Alex Orlowski.

Marco Zamberlan: Sua figlia Nadia ha organizzato un gruppo di ragazzi, che hanno iniziato a lavorare in vista del seminario. Ci saranno due percorsi: uno per gli adulti, più sugli aspetti tecnici, ed uno per i ragazzi, più sulla capacità di interpretazione.

Si pensava di fare un confronto con i due relatori. Ziccardi lavorerebbe con gli adulti, Orlowski con i ragazzi. Per la domenica, si era pensato di fare laboratori misti. La proposta di Nadia è quella di iniziare a mandare il volantino per coinvolgere altri ragazzi. Marco si rende disponibile a coordinare il lavoro per presentare una traccia ad Orlowski.

Lo stesso si dovrà fare per proporre un percorso a Ziccardi.

Giorgio Gallo: ha qualche perplessità su come la cosa dovrebbe funzionare. Al momento non c’è in commis-sione un’elaborazione comune. Ha qualche dubbio su quella che dovrebbe essere la finalità del seminario. La vedeva più in termini di impatto politico del web, su due linee diverse e complementari: il capire e l’a-gire.

Per il capire, ci sono due aspetti: uno di tipo economico, anche in relazione al concetto di capitalismo della sorveglianza. Questo discorso deve essere compreso, ma rischia di lasciarci depressi, perché rischiamo di sentirci impotenti. Accanto al controllo economico c’è anche il controllo politico: la raccolta dati permette di individuare aggregazioni e classi di possibili utenti, a cui fornire le proposte “su misura”. Ancora più critico è il profilo della manipolazione tramite le fake news.

L’altra parte, dove non siamo coperti, è come noi siamo in grado di analizzare in maniera critica quello che leggiamo in rete. Un punto importante è, quindi, cosa vogliamo dal seminario.

Marco Zamberlan: gli ultimi 15 anni hanno portato una rivoluzione silenziosa. I giornali cartacei e televisivi hanno avuto un forte calo: ormai le notizie passano on line. Per i ragazzi non c’è la necessità di analizzare le informazioni. Si è persa la cultura dell’intermediazione, sia a livello economico che a livello politico. Non è possibile fermare l’evoluzione delle tecnologie. Noi dobbiamo cercare delle vie per agire, portando all’inter-no di questo mondo i nostri valori. Chiede aiuto al coordinamento per veicolare questo discorso.

Gianni Pettenella: è colpito dalle questioni molto grosse sollevate. Si chiede come si possano affrontare in un sabato pomeriggio e una domenica mattina. Chiede ai membri della commissione di essere molto com-prensibili. E’ importante che i giovani si interessino al tema: la comunicazione vera con loro è importante. Già abbiamo scelto un tema difficile, vuole capire se la commissione ha concretizzato qualcosa per le due relazioni ed i gruppi di lavoro.

Sergio Ferrera: dovremmo tenere un quadro unitario di equilibrio. In questo momento storico c’è un proble-ma di sintesi e direzione antropologica nelle persone. Se facciamo un seminario giovani non possiamo di-menticare l’aspetto umanistico.

Maria Picotti: i giovani viaggiano su altri linguaggi. Noi adulti molte volte ci siamo interessati di informa-zione e gli strumenti li abbiamo usati. L’importante è come starci dentro. La cosa importante è riuscire a muoversi all’interno degli strumenti in modo critico. Di recente ha sentito alla radio Ziccardi e le è piacito molto: si potrebbe chiedergli un discorso semplice ma non banale. Nei laboratori poi si potrebbero fare e-mergere dubbi, fatiche, ma anche prospettive di intervento concreto.

Marco Lacchin: la sensazione di impotenza è sbagliata. Il colosso ha i piedi di argilla e noi dobbiamo impa-rare a infilarci nelle sue crepe. Attenzione a non voler decidere quello che i giovani debbono fare. Affian-chiamoli ma lasciamoli lavorare.

Maria Cristina Angeletti: ha paura e vorrebbe sapere come difendersi da queste nuove tecnologie. Dobbiamo imparare a difenderci dal condizionamento.

Piergiorgio Todeschini: 33 minuti fa Margot ha postato su Facebook l’informazione che disertori militari ve-nezuelani arrivano in Cile e il governo sta valutando un visto speciale per loro.

Elvio Beraldin: stiamo continuamente parlando dell’attenzione particolare per i giovani. E’ stato alla mani-festazione di Don Ciotti e ha rilevato la scarsa presenza delle persone di 40 – 50 anni. Bisogna anche avere attenzione a questa fascia di età.

Monica Armetta: le considerazioni di Elvio sono vere, ma la manifestazione era in un giorno lavorativo. E’ vero, però, che i giovani si stanno muovendo. Stiamo cogliendo un momento storico importante e stimolan-te. Rispetto al seminario giovani, quello che è emerso è la necessità di capire come agire. Ci sono due mondi diversi: il nostro è fatto di persone che hanno già fatto un percorso di coscientizzazione; il mondo giovanile ci si sta avvicinando ora e ci stanno chiedendo un aiuto. Sono due punti di partenza molto diversi. Nei due seminari ci dovranno essere, quindi, contenuti diversi. L’incontro dovrà avvenire quando inizieremo a parla-re di strumenti. Dovremmo riuscire tutti ad uscire dal seminario sapendo meglio come agire.

Ai ragazzi dobbiamo offrire anche contenuti. Inoltre, già il fatto che i ragazzi conoscano la tecnologia e vi-vano anche la sua pericolosità, dovrebbe consentirci di far passare anche dei contenuti nell’esposizione. Per noi è, invece, una questione più tecnica. Nella costruzione del laboratorio dovremmo riuscire ad unire i due mondi, tenendo conto che se i giovani si avvicinano, spetta a noi offrire loro i contenuti.

A breve sarà inviato il volantino dei giovani corretto, in modo che possa essere diffuso. Ci si è anche chiesti se sia il caso di prevedere un contributo per i giovani e trovare una sistemazione alternativa per loro. Si po-trebbero chiedere ai giovani 30 €. a persona, attingendo dal fondo viaggi giovani per la differenza.

Maria Angela Abbadessa: oltre ad una guida sulle misure di difesa personali nei confronti del web, si potrebbe chiedere di essere aiutati ad individuare le autorità nazionali e internazionali cui rivolgersi e cosa pretendere in termini di sicurezza e trasparenza.

Fulvio Gardumi: non dobbiamo farci troppe illusioni sul seminario. Non risolveremo i problemi dell’umanità in due mezze giornate. Sarebbe già importante uscire con le idee più chiare. Le singole reti locali potrebbero poi fare approfondimenti con altri relatori. Si dovrà vedere se questo sarà anche il tema del Convegno del prossimo anno.

Il Seminario dovrebbe cominciare la mattina del sabato e terminare col pranzo della domenica. I costi per la pensione completa a Sasso Marconi (all’hotel Ca’ Vecchia o in strutture ricettive dei dintorni convenzionate) sono di circa 65-75 euro a persona (a seconda se si pernotta in doppia o in singola) e comprendono pranzo, cena, pernottamento e colazione. Chi arriva in treno avrà bisogno di un passaggio perché la stazione di Sasso Marconi è a circa 2 chilometri dal Centro Congressi.

La cosa più urgente adesso è lanciare la proposta, chiedendo le adesioni. In base alle adesioni sarà neces-sario fermare le camere. La segreteria manderà una mail.

Olga Turchetto: visto che si comincia il sabato mattina, molti vorranno arrivare la sera prima. Il problema non è solo economico, ma di disponibilità della struttura e di trasferimenti.

Marco Zamberlan: per i giovani si potrebbe pensare a pernottamento in ostello. Gli ostelli di Bologna propongono camere da 4 posti a prezzi tra i 27 ed i 34 €.

Silvio Profico: vede il pericolo di annegare nelle tematiche, senza portare a casa nulla. Non è possibile ar-rivare ad una guida di difesa personale. Dobbiamo concentrarci su un tema particolare: per lui, l’incidenza del web sulla democrazia.

Giorgio Gallo: ci sono vari usi di questi meccanismi, alcuni grezzi, altri più sofisticati. La mancanza della mezza età alle manifestazioni è interessante, perché crea controllo su chi è più inserito nel sistema, creando una sorta di “bolla” in cui ci pervengono solo comunicazioni che sono più affini a noi. Probabilmente i gio-vani usano il web in modo più libero. Noi abbiamo due relatori: adoperiamoli nella direzione che si diceva, ma chiedendo noi a loro quello che vogliamo. A Ziccardi chiediamo un’analisi dei rischi del web ma soprat-tutto di stimolare la capacità critica. L’altro forse dovrà aiutare i giovani ad usare il web con maggiore intel-ligenza. Il titolo potrebbe essere “Web e democrazia”. Però la democrazia non deve essere il centro unico del seminario. Altro possibile titolo sarebbe “Web: strumento di liberazione o di controllo?”.

Marco Lacchin: meglio il secondo titolo.

Francesca Gonzato: meglio il secondo titolo. Non metterebbe ragazzi e anziani insieme in un laboratorio. Non è opportuno. Chiede se possibile una bibliografia che aiuti chi ha tempo ad approfondire i temi.

Monica Armetta: rispetto al senso di impotenza, il seminario potrebbe essere un inizio ed uno stimolo. Non bisogna vivere la frustrazione dell’inizio di un percorso. Utile una bibliografia da dare sia prima che dopo il seminario.

Marco Zamberlan: teniamo conto che questo è un problema che molti si stanno ponendo, non solo in Italia. Non saremo soli in questa elaborazione di pensiero. Questo potrebbe essere l’inizio di un percorso.

Maria Picotti: nel titolo è opportuno ci sia la parola liberazione perché è un aspetto fondante della RRR.

Il Coordinamento stabilisce che il titolo sarà “Web: strumento di liberazione o di controllo?” La se-greteria farà una comunicazione chiedendo le prenotazioni entro metà aprile.

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  1. Varie ed eventuali.

Prossimi coordinamenti:

  • 21 – 22 settembre: Macerata (da verificare la disponibilità della struttura)
  • 23 – 24 novembre: Pistoia (in alternativa Roma);
  • 25 – 26 gennaio: Roma, se non lo fa a novembre;

Prossime circolari:

  • Aprile: Verona
  • Maggio Macerata
  • Giugno: Segreteria o commissione seminario
  • Luglio – agosto: Casale Monferrato
  • Settembre: Roma
  • Ottobre: Castelfranco Veneto
  • Novembre: Varese
  • Dicembre: Torino

Maria Cristina Angeletti: riferisce dell’attività in Brasile di Padre Pannichella, con proiezione di fotografie. Padre Pannichella ha creato un gruppo Whatsapp a cui è possibile iscriversi, contattandolo al 333/8856374.

Francesco Fassanelli: molti si stanno preoccupando dell’invasione dell’Africa da parte della Cina. Pochi parlano del fatto che, dal 1946 siamo invasi dagli USA. Il 7 aprile ci sarà una via crucis da Pordenone ad Aviano organizzata dai Beati costruttori di Pace

Gigi Bolognini: ieri sera è stata verificata un’incongruenza all’interno del nostro sito internet. Tra l’altro non risultano inserite tutte le circolari di febbraio. La ditta produttrice del software ha fatto un aggiornamento au-tomatico, che ha creato vari inconvenienti (tra cui la cancellazione delle credenziali degli amministratori). Prega di segnalare tutte le anomalie.

Non sa se a Bruxelles ci sia gente in buona fede che vuole proteggerci dall’imperialismo della Rete, ma a maggio 2018 è arrivata una direttiva CE GDPR, che riguarda la protezione dei dati personali su internet. Essa prevede che anche l’e-mail è un dato sensibile, per cui per avere l’indirizzo ci vuole il consenso del-l’interessato, che può essere revocato. Sul nostro sito l’unica pagina che ha queste caratteristiche è l’elenco delle reti locali. Chiede che il Coordinamento lo autorizzi ad inviare a tutti i referenti delle reti locali una lettera con richiesta di autorizzazione. Quelli che non rispondono verranno depennati.

Il Coordinamento autorizza prevedendo che prima della cancellazione sia necessario anche un solle-cito

Beppe Ghilardi: il 12 aprile la Rete di Casale organizza la cena del pane. Il tema sarà i Mapuche. Inoltre con Cristiana sta organizzando un cammino da Assisi a Roma (gruppo max 20 persone con pulmino che porta i bagagli e sistemazione in albergo). Ci sono ancora posti disponibili, per chi fosse interessato. Sarà dal 17 al 27 agosto.

Maria Picotti: Come Rete di Verona e Comunità di S. Nicolò all’Arena, stanno lavorando su un progetto di acquisizione in comodato gratuito (fino a 15 anni) di un appartamento in casa popolare, da mettere a norma per ospitare stranieri, che escono dai percorsi di accoglienza.

Gianni Pettenella: hanno presente che interessarsi di un gruppetto di stranieri potrebbe anche essere un la-voro a tempo pieno. Ma l’opportunità di avere una associazione senza statuto che ha la disponibilità econo-mica e chiede a noi, associazione con statuto, di farsi tramite, non va persa.

Maria Teresa Gavazza: ricorda l’episodio del sequestro del rimorchiatore di Mediterranea. La Rete di Ales-sandria, insieme ai movimenti locali, aveva dato un contributo, per cui ha organizzato un presidio di protesta.

Per quanto riguarda l’attività con i braccianti agricoli, sono ancora in corso i processi, ma molti braccianti, non solo marocchini, si stanno ribellando, per cui ci sono state denunce e controlli. C’è stato un presidio da-vanti alla università di Alessandria. A Rivalta Scrivia c’è un interporto, uno dei magazzini è della Coop e i lavoratori di questo magazzino che si sono ribellati sono stati licenziati.

Il 30 marzo da Alessandria partiranno due pullman, diretti a Verona per partecipare alla contromanifesta-zione.

Elvio Beraldin: ringrazia la Rete di Verona per l’accoglienza e Marco Lacchin per l’impegno nel redigere i verbali. Coglie l’occasione per fare a tutti gli auguri di Buona Pasqua

Fulvio Gardumi: si associa al ringraziamento per la Rete di Verona e per Marco Lacchin, del quale sottolinea anche la rapidità nella preparazione dei verbali. A questo proposito sollecita tutti coloro che partecipano ai Coordinamenti a leggere con attenzione le bozze dei verbali e a segnalare in tempi rapidi eventuali correzioni, integrazioni o modifiche, invitando a rispondere anche nel caso in cui non abbiano rilievi da fare.

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SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO

  1. Assemblea ordinaria e straordinaria: vedi verbale a parte.
  2. Il progetto Case Verdi a Gaza (Rete di Salerno) resta sospeso, in attesa del viaggio che la Rete di Salerno sta organizzando per la prossima estate.

  3. Maria Picotti sentirà Manuela Tempesta, per verificare se sia possibile contattare Hannan Bounoura del Progetto Donne Palestinesi (Rete di Pesaro). Nel frattempo anche questo proget-to rimane sospeso.

  4. Rinnovo del progetto Seminando amore come il mais (Ecuador – Reti di Spresiano-Lancenigo-Maserada e Treviso) all’importo di €. 6.000, per due anni, con chiusura nel 2020. Poi il progetto sarà definitivamente concluso.

  5. Il Progetto Lualaba (Rete di Mogliano Veneto) resta sospeso, in attesa di un contatto con il re-ferente.

  6. Il Progetto Sergio Escudero viene approvato per l’importo di 4.000 €. per il 2019. Piergiorgio Todeschini aggiornerà il Coordinamento sul suo avvio, una volta terminata l’emergenza incen-di. Ci si riserva il rinnovo per gli anni successivi.

  7. Il Coordinamento decide di destinare i 10.000 €. della donazione pro Africa all’acquisto di at-trezzature per l’ospedale di Mwamwyi. La Segreteria avvertirà Teresa De Simone.

  8. Il Coordinamento stabilisce che il titolo del Seminario Nazionale sarà “Web: strumento di libe-razione o di controllo?” La Segreteria farà una comunicazione chiedendo le prenotazioni entro metà aprile. Il seminario inizierà il 18 maggio alle 10.30.

  9. Il Coordinamento autorizza Gigi Bolognini ad inviare a tutti i referenti delle Reti locali una lettera con richiesta di autorizzazione all’indicazione nel sito del loro indirizzo e-mail. In mancanza di risposta, si invierà un sollecito. Poi l’indicazione del referente verrà cancellata.

VERBALE ASSEMBLEA ORDINARIA E STRAORDINARIA

DEI SOCI DELLA Rete Radiè Resch
SEZANO (VR) 23 MARZO
2019

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Oggi 23 marzo 2019, ad ore 15.10 in Sezano (VR), via Mezzomonte 28, presso il Monastero del Bene Comune dei Padri Stimmatini, previa convocazione in data 2 marzo 2019, ha inizio, in seconda convoca-zione, l’assemblea ordinaria dei soci della Rete Radié Resch, sulla base del seguente ordine del giorno:

  • Approvazione bilancio consuntivo 2018;

  • Approvazione bilancio preventivo 2019;

  • Proposta e approvazione nuovo statuto;

  • Cancellazione soci inattivi;

  • Ingresso nuovi soci;

  • Varie ed eventuali.

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Su accordo di tutti i soci presenti, assume la presidenza Silvestro PROFICO, della Rete di Pescara, il quale nomina Segretario, ai fini della redazione del presente verbale, Marco LACCHIN, della Rete di Va-rese.

Il Presidente dà atto che la prima convocazione dell’assemblea ordinaria dei soci, fissata per il giorno 22 marzo 2019, ore 9.00 è andata totalmente deserta.

Il Presidente dà atto, altresì, della presenza dei seguenti soci:

  • Silvestro PROFICO – Rete di Pescara;

  • Fulvio GARDUMI – Rete di Trento, attuale membro della Segreteria;

  • Maria Angela ABBADESSA – Rete di Castelfranco Veneto, attuale membro della Segreteria;

  • Maria Cristina ANGELETTI – Rete di Macerata, attuale membro della Segreteria;

  • Monica ARMETTA – Rete di Torino;

  • Francesco FASSANELLI – Rete di Padova;

  • Giuseppe GHILARDI – Rete di Casale Monferrato;

  • Daniela DUZIONI – Rete di Mogliano Veneto;

  • Marco ZAMBERLAN – Rete di Torino;

  • Ermanno DE BIASIO – Rete di Castelfranco Veneto;

  • Angelo CIPRARI – Rete di Roma;

  • Antonio PERATONER – Rete di Udine;

Sono anche presenti:

  • Marco LACCHIN – Rete di Varese, con funzioni di Segretario;

  • Marta BERGAMIN – Rete di Castelfranco Veneto, socia e attuale Tesoriera.

Il Presidente constata la validità dell’assemblea in seconda convocazione, ai sensi dello statuto.

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In sede Ordinaria

  1. Approvazione bilancio consuntivo 2018.

Marta BERGAMIN illustra il bilancio consuntivo, che si allega al verbale. Tutti i contributi 2018 sono stati erogati. Quelli ai Sem Terra e al progetto S. Antonino in Guatemala sono stati versati a gennaio 2019. Il versamento al progetto Case Verdi di Gaza resta sospeso.

Le entrate sembrano aumentate rispetto all’anno precedente, ma si tratta di un risultato contabile, conseguente al fatto che la Rete di Padova ha fatto transitare dal conto nazionale il costo della propria operazione. Quindi, anche quest’anno, le entrate sono diminuite in modo significativo, anche se negli anni passati sono arrivate entrate una tantum che hanno in parte sopperito a questo calo. Quest’anno ciò non è avvenuto.

Marta BERGAMIN presenta anche il bilancio di previsione, che pure si allega al presente verbale. In sostanza, se le entrate rimanessero uguali, si potrebbe ancora arrivare ad un faticoso pareggio di bilancio, esaurendo il “tesoretto” che arriva dagli anni scorsi.

Dopo ampia discussione l’assemblea approva all’unanimità il bilancio consuntivo 2018.

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  1. Approvazione bilancio preventivo 2019.

Dopo ampia discussione l’assemblea approva all’unanimità anche il bilancio preventivo 2019.

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In sede Straordinaria

Proposta del nuovo Statuto in base alle decisioni prese nell’assemblea/coordinamento di Roma 26/27.01.2019. Deliberazione conseguente.

Fulvio Gardumi illustra la proposta di nuovo statuto, come predisposto a seguito dell’assemblea straordinaria di Roma del 26 gennaio 2019.

La proposta di statuto viene esaminata articolo per articolo e vengono inserite tutte le modifiche ritenute opportune dall’assemblea. Al termine di un’ampia discussione l’assemblea approva all’unanimità il testo allegato al presente verbale.

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Cancellazione soci inattivi.

L’assemblea delibera la cancellazione dal libro soci dei seguenti soci, inattivi da lungo tempo:

  • BIANCHI Bruno, di Roma;
  • ROSATI Franco, di Roma;
  • DI FIORE Serina, di Roma;
  • BULGARINI VICARELLI Gabriella, di Roma;
  • STORTI Stefano, di Roma;

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Ammissione nuovi soci.

L’assemblea delibera l’inserimento nel libro soci di:

  • ROMANO Alessandra

  • ZABAI Maria Rosa

  • DELLA GIUSTINA Pierangelo

  • BERALDIN Elvio,

  • MILAZZO Francesco,

  • VISINTAINER Maria Grazia,

  • DAVINI Cesare,

  • RONTANI Lia,

  • GRANDI Carla,

  • CABRONI Alessandro,

  • TODESCHINI Piergiorgio

  • GIOMETTI Maria

  • PICOTTI Maria

  • PETTENELLA Giovanni
  • VELLA Maria

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Varie ed eventuali.

Silvestro PROFICO invita la segreteria a contattare e sollecitare le Reti che non hanno versato nulla nel 2018.

La quota sociale viene determinata in 5 €. per l’anno corrente.

Verbale chiuso alle ore 21.40.

Il Presidente                                                                                    Il Segretario

Silvestro Profico                                                                             Marco Lacchin

Nueva Imperial (Cile) – E’ determinato il popolo delle terra a far sì che il significato del proprio nome sia effettivo. Mapuche, in lingua mapudungun, significa infatti proprio questo: popolo della terra. Ma dall’arrivo dei conquistadores e con i vari governi cileni questa definizione è stata sempre meno veritiera. Tra i nove popoli indigeni riconosciuti in Cile, i mapuche sono i più numerosi (sono il 10 per cento della popolazione, quindi circa 1 milione di persone) e i più combattivi. Gli unici di cui i media parlano. Costantemente.

L’omicidio di Camilo Catrillanca ha riportato alla luce quella che potremmo definire la ‘questione mapuche’, una questione però da sempre esistente. Il giovane, ucciso dai carabineros mentre si trovava a lavoro in campagna, ha infatti scatenato una serie di proteste, manifestazioni in molte zone del Paese che ha rispolverato la propria simpatia e affiliazione con il popolo originario.

Effettivamente in Cile, da Nord a Sud, ma soprattutto nella capitale Santiago e nella vitale Valparaiso non è difficile incontrare murales dedicati alla popolazione mapuche, manifestazioni di sostegno, bandiere sventolanti nei negozi. La simpatia della popolazione, però, è inversamente proporzionale ai metodi delle forze dell’ordine che non perdono occasione per reprimere con la forza le manifestazioni. Repressione sperimentata in prima persona e che ha aperto gli occhi su una questione ancora aperta per il Cile.

Per questo abbiamo incontrato Josè Nain Perez e sua moglie Margot, due rappresentanti mapuche con una grande voglia di raccontare la propria storia, le proprie rivendicazioni come guardiani della terra. Marito e moglie, abitano con i due figli in una casa in legno nel comune di Nueva Imperial, dove hanno recentemente costruito anche una yurta tradizionale mapuche. Un luogo di ritrovo in cui cucinare insieme, cantare e ballare al ritmo del Kultrun e della Trutruca. Josè e Margot sono i rappresentanti dell’associazione regionale mapuche Folilko e Josè è consigliere comunale a Galvarino, il suo paese natale.

Il loro obiettivo è quello di essere mapuche, vivere in comunità e in simbiosi con la terra. “Lo stato cileno – dicono – ci reprime perché siamo gli unici a richiedere i nostri diritti, che lottiamo per riprenderci ciò che lo stato ci ha tolto”.  Come moltissimi mapuche anche Margot e Josè hanno una storia da raccontare riguardo alla violenza subita dalle forze dell’ordine. “Sono stata presa dalla polizia – racconta Margot – mentre stavo stampando volantini sulla nostra lotta per la ripresa della terra. Mi hanno picchiato così tanto che sono arrivata senza coscienza in ospedale”. Margot racconta la sua vicenda con le lacrime agli occhi ma sottolinea di essere stata fortunata: “Non mi hanno violentato”.

La stessa storia di Josè Nain è un manifesto della resistenza mapuche. Oggi è un consigliere del comune di Galvarino, suo paese di origine, ma nei primi anni Duemila è stato uno degli attivisti del movimento di riconquista della terra. Per questo è stato in carcere tre volte e uno dei promotori della marcia da Temuco a Santiago, che nel 1999 chiedeva il riconoscimento dei popoli indigeni. Partiti in 100 arrivarono nella capitale in 4mila.

Nel periodo iniziato alla fine del 2018 Josè vede una rinascita delle rivendicazioni mapuche. “Dopo la morte di Camilo – ci racconta – siamo stati chiamati alla ribellione e questa mobilitazione non si vedeva da tempo. Credo che questa guerra non si fermerà, sarà dolorosa ma necessaia per ottenere qualcosa. In questo modo è per noi difficile pensare al futuro dei nostri bambini. Dobbiamo chiedere osservatori internazionali per parlare con lo Stato punto per punto.”

Ad oggi nelle carceri cilene si contano 23 attivisti mapuche, mentre 15 sono i ricercati. Il metodo per arrivare ad ottenere diritti e riconoscimenti come popolo non è condiviso da tutti i mapuche, ma questo non sembra preoccupare Josè. “Non abbiamo mai avuto una forma piramidale che rappresentasse tutti, per questo gli apsgnoli ebbero problemi a sconfiggerci. se ci unioamo ci ammazzano tutti, tutte le comunità hanno loro leader e organizzazioni. In 30 anni lo stato non stato in grado di creare dialogo costruttivo”.

Ad oggi esiste una organizzazione di resistenza clandestina composta da giovani impegnata in atti dimostrativi contro la forestale, ma che da qualche tempo si sta organizzando per resistere con logica militare. L’oppressione della popolazione mapuche parte da lontano e si concretizza ancora oggi.  Per Pinochet la questione mapuche non esisteva, ma anche il ritorno alla democrazia non ha agevolato il loro riconoscimento.

La storia dei mapuche non si insegna a scuola e la lingua solo un’ora a settimana. La cultura mapuche si fonda molto sul concetto di solidarietà e collettività. “Per noi è fondamentale – ci spiega Margot – incontrarsi e aiutarsi,.Ci si incontra per fare tutto: lavori in casa, per cenare, per suonare al ritmo del Kultrun e della Trutruca, per condividere quello che si ha. Tutti i mapuche hanno un talento da scoprire. C’è chi è portato per il canto, per suonare, per la danza”.

“Per tutti questi motivi a chi ci dice di integrarci noi rispondiamo perché dovremmo? Siamo differenti in tutto, in cultura, per visione politica, nel modo di vivere”.

Come popolo della Terra, i mapuche lottano per preservare il proprio ambiente originario.  Josè e Margot coltivano il maqui, un frutto simile al mirtillo e con grandissime proprietà antiossidanti che viene utilizzato come rimedio per moltissime patologie, dalla febbre ai problemi cardiovascolari, ma possiedono anche piccoli appezzamenti di piante di lupino e alberi di nocciole che hanno in mente di vendere anche in Italia tramite progetti di commercio solidale.

Insieme ad altri nove mapuche è stata poi creata una cooperativa che produce una sorta di caffè d’orzo. Cooperativa che punta a preservare la terra con coltivazioni non invasive e realizzare un prodotto sano ed etico.

I cambiamenti provocati dagli interventi statali e, soprattutto dei privati, si stanno infatti manifestando in tutta la loro forza. Le imprese forestali hanno da tempo mutato la geografia del territorio, rendendo complicata la vita dei mapuche e in genere di chi vive lavorando la terra. Il disboscamento degli alberi originari è una pratica più che diffusa. La regione dell’Araucanía, dove vive la più grande comunità mapuche, è quasi interamente popolata da pini ed eucalipto, piante estranee al territorio, utilizzate per la produzione di cellulosa e di conseguenza di carta.

“Per il nostro territorio – spiega Josè Nain, un rappresentante della comunità mapuche di Nueva Imperial – sono le specie più dannose perché sono come delle spugne. Necessitano di un grande quantitativo di acqua e per questo prosciugano le nostre falde, oltre a danneggiare la biodiversità”.

I mapuche utilizzano le piante sia come fonte di nutrimento che come rimedio naturale per curarsi. “Tutta la vegetazione – spiega Margot Nain, mostrando la coltivazione della sua famiglia – ha per noi mapuche un significato, il territorio ci dà vita e forza. Per essere in armonia con il mondo, la terra deve stare bene. Il cileno non capisce che non si tratta del metro quadrato da coltivare che ti serve per vivere, ma dell’armonia del tutto. Armonia che lo stato ha tolto al nostro territorio da tempo”.

Un altro grave problema è quello idrico. Circa 120mila famiglie dell’Araucanía non dispongono di acqua potabile. Per questo lo Stato raziona la quantità fornendo circa 200 litri settimanali a ciascuna famiglia. Il cambiamento climatico, dovuto anche al disboscamento selvaggio, non risparmia la regione fino a pochi anni fa molto piovosa: le precipitazioni sono diminuite e le estati arrivano a 35 gradi.

“La nostra eredità del periodo di dittatura – continua Josè – è stata il saccheggio dei boschi da parte delle imprese forestali, quello idroelettrico e quello minerario”.

Ed effettivamente la legge 701 legata al tema forestale è una di quelle sopravvissute alla caduta di Pinochet. “Quando, dopo la fine della dittatura, abbiamo lottato per riprendere parte della nostra terra – spiegano Josè e Margot – abbiamo ottenuto pochissimo, mentre i coloni (le imprese forestali, ndr) moltissimo. Ad ogni colone sono stati assegnati 500 ettari di terra, alle famiglie cilene 60, mentre solo 6 a noi mapuche”. E questo rapporto impari tra lo stato e le imprese è ben visibile anche nella zona di Nuova Imperial, dove, le forze di polizia cilene sono quotidianamente impegnate a controllare che il disboscamento non venga ‘disturbato’ dalle comunità locali.

Un’altra preoccupazione ambientale per i mapuche è rappresentata dal progetto minerario a Est del comune di Melipeuco, nella regione dell’AraucaníaDal 2008 la società Minera Lonco sta effettuando studi di esplorazione geologica per determinare i gradi e la potenza metallifera sia dell’oro che del rame. Dal 2012 questi studi hanno confermato l’esistenza di ingenti depositi. Giacimenti così grandi da far sì che la stessa società consideri lo sviluppo della miniera come il loro più grande progetto. Per difendere il territorio composto da grandi foreste native, sorgenti d’acqua zone umide, aree selvagge protette e la riserva della biosfera molti mapuche si dicono pronti anche a sacrificare la propria vita.

In tutto questo c’è da aggiungere che il 2019 non ha portato buone nuove alla popolazione. Dai primi giorni dell’anno i mapuche stanno soffrendo di una fortissima siccità  con temperature molto alte che vanno oltre i 40 gradi. Questo ha provocato numerosi incendi che colpiscono la regione, ma principalmente le comunità mapuche dove si sono bruciate case, scuole. Negli incendi sono morte alcune persone e molti animali.

“Qui – spiegano Josè e Margot in un primo appello – si sono bruciati più di 3000 ettari di terreno, si sono perse le semine che erano pronte per dare i raccolti, si sono bruciati capannoni, magazzini e tutti i pascoli di pastorizia degli animali; attualmente abbiamo 120 famiglie colpite direttamente dagli incendi, a questo aggiungiamo che si sono bruciate le connessioni della rete idrica, non hanno nè acqua nè luce elettrica e la situazione è molto caotica”.

Il 9 e 10 marzo di nuovo il fuoco era presente nel comune di Galvarino, nelle Comunità mapuche Quetre, Qunahue, Pelantaro e Curileo – queste la parole di un secondo appello – Qui il fuoco ha raso al suolo tutto quel che c’era, case e tettoie e distrutto piccoli animali. È stato davvero un disastro”.

Per come la nostra terra è stata rovinata  e per quello che ancora hanno in mente di fare, lo Stato cileno ha verso di noi mapuche un enorme debito. Tutto quello che ci sembra concesso, infatti, è solo una minima parte del nostro diritto di popolo originario”.

di Alice Pistolesi  (https://www.atlanteguerre.it)

“Ponti e non muri. Restiamo umani”

Quello che oggi noi viviamo come un fenomeno del nostro tempo, l’ “Immigrazione”, in realtà è un tema antichissimo, che attraversa tutta la storia dell’umanità. Da sempre i popoli si sono mossi, spinti dalla necessità vitale di sopravvivere a condizioni economiche estreme o alla guerra. Ma anche spinti semplicemente dalla sete di conoscenza. A volte anche dalla sete di rapina di risorse economiche ed umane (pensiamo al colonialismo in africa, alla conquista dell’America, allo schiavismo ecc..). Interi popoli si sono formati dall’incrocio con altri: non ultimo noi siciliani, nelle cui vene scorre sangue greco, cartaginese, arabo, spagnolo, tedesco, inglese, francese…. Da sempre il rapporto con lo straniero ha avuto un duplice aspetto: da una parte la curiosità e l’accoglienza, dall’altra la paura di essere invasi e di perdere la propria identità e la propria storia. In questo momento, non vogliamo parlare delle paure indotte ad arte (di cui abbiamo parlato nelle precedenti lettere), ma dello stato d’animo di chi si trova a convivere nello stesso spazio con chi porta modi di essere, culture ed usanze molto diverse.. Anselm Grun, monaco e psicoterapeuta tedesco, nel suo libro “Ero straniero e mi avete accolto” (2017-ed. Messaggero Padova) affronta l’argomento partendo proprio dalle paure dello straniero, che egli dice sono spesso la proiezione della propria “ombra”, che bisogna interrogarre. La diffidenza ed il timore sono legittimi e non vanno repressi in nome di un moralistico obbligo di accoglienza, che non funziona. Se ne deve poter parlare tranquillamente, senza giudicare. Ma attraverso la Storia apprenderemo che la presenza dello straniero può essere una buona opportunità di rinnovamento e di nuove conoscenze. Perché questo sia possibile occorre incontrarsi, conoscersi, dialogare. Occorre rafforzare la propria identità ma non per difendersi ma per incontrare lo straniero nel rispetto e nell’arricchimento reciproco. Ci viene in mente anche Alexander Langer, grande ecologista scomparso anni fa, che diceva come culture diverse non devono mescolarsi per dare origine ad un sincretismo amorfo, ma ciascuna deve potere avere spazi propri in cui poter esplicitarsi liberamente e spazi comuni in cui incontrarsi. Ma ciò implica che ci siano persone che da una parte e dall’altra siano disponibili a svolgere un ruolo di mediazione. occorrono “Costruttori di ponti”.
VI ASPETTIAMO AL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO! Sabato 6 Aprile 2019 ore 18:30 contrada Tilibelli (casa di Giuseppe e M Rita Tel 329-4440024)
Parteciperanno all’incontro Papi e Jori, due giovani immigrati senegalesi.che ci racconteranno tutto quello che hanno dovuto affrontare per arrivare in Italia e, come in Febbraio Placida e Lorenzo, ci parleranno di come, da giovani, africani e musulmani, vivono questo tempo: le difficoltà, le attese, le speranze. Li accompagnerà Don Carlo D’Antona, parroco siracusano di frontiera, da tanti anni dedito all’accoglienza degli immigrati ed alla difesa dei loro diritti. Continueremo con una cena conviviale, a cui ciascuno può contribuire portando qualcosa di pronto da condividere. Chi fa parte della Rete Radié Resch o chiunque vuole, potrà fare la propria autotassazione per sostenere il progetto di solidarietà in Argentina a favore delle comunità indigene Piloga’ dicui la nostra rete locale é referente.

Resoconto della raccolta di Febbraio
Durante l’incontro di Febbraio abbiamo raccolto € 190,00, inviati al Tesoriere per il progetto Eduposan in favore della comunità indigena “Pilogà” di S. Martin (Prov. di Formosa). Il progetto riguarda un aiuto in termini di formazione dei capifamiglia per l’allevamento di animali e per i giovani indigeni nell’organizzazione di piccole fiere locali. Ad essi abbiamo aggiunto € 50,00 unendoci alla raccolta straordinaria della rete di Brescia, per le comunità Mapuche cilene, flagellate da devastanti incendi. Intere comunità sono finite in cenere e tanta gente non ha più di che mangiare per sé e per gli animali. Sono stati raccolti ed inviati circa 6.000 euro.

per il Gruppo locale
cari saluti
Maria Rita Vella

Carissima, carissimo,
al tempo di Gesù, la questione della democrazia era già stata posta, però in una regione molto lontana dalla Palestina: la Grecia. Dominata dall’Impero Romano, la Palestina era governata da uomini nominati o approvati da Roma, il re Erode, il governatore Ponzio Pilato e il sommo sacerdote Caifa. Gesù impresse un’ottica diversa al potere. Per lui non era una funzione di comando, ma di servizio, lo dimostrò rapidamente quando affermò che il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito ma per servire e si è inginocchiato per lavare i piedi ai suoi discepoli. Cos’è che portò Gesù a rovesciare l’ottica del potere, è la domanda che dobbiamo farci: a cosa deve servire il potere in una società diseguale e ingiusta? Alla liberazione dei poveri -risponde- alla cura degli ammalati, all’accoglienza degli esclusi. Questo è il compito per eccellenza dei potenti: liberare l’oppresso, incoraggiarlo, fare in modo che anche lui acquisti potere. Per questo i poveri sono “beati”. Per questo molti si attaccano al potere, perché diviene il desiderabile possibile. Conferisce capacità da attrarre su di lui venerazione, invidia, sottomissione e applausi. Perché il potente non si lasci ubriacare dalla carica che occupa, Gesù propone che egli osi sottomettersi alla critica dei suoi subalterni, Chi di noi è capace di fare questo? Quale è il parroco che si informa o sollecita i suoi parrocchiani ad entrare in dialogo e farsi dire con serenità cosa pensano di lui? Quale politico chiede ai suoi elettori che lo critichino? Gesù non ebbe paura di chiedere ai discepoli cosa pensavano di lui e, come se non bastasse, chiese anche che cosa pensava di lui il popolo (Mt 16,13-20). La questione del potere è il cuore della democrazia, parola che significa, come ci ricordava nelle scorse settimane Aleida Guevara la figlia del Che, durante il suo tour in Italia, “governo del popolo per il popolo”. Tuttavia, resta ancora, nella maggioranza dei paesi, ad uno stato meramente rappresentativo. Per diventare partecipativa, la democrazia deve essere espressione del rafforzamento dei Movimenti popolari. Il potere di una classe dominante non commette abusi nella misura in cui si confronta con un altro potere: quello del popolo organizzato. Questa è la condizione che fa si che la democrazia fondi la libertà individuale e i diritti umani nella giustizia sociale e nell’equità economica. E’ falsa quella democrazia che concede a tutti libertà virtuale ed esclude la maggioranza dai beni economici essenziali, come l’accesso all’alimentazione, alla salute, all’educazione, alla casa, al lavoro, alla cultura e allo svago. Gesù non ha formulato una proposta di società, se non per la strada opposta, criticando il modello predominante in Palestina, dove la ricchezza dei pochi era il frutto della povertà dei molti. Per questo si mise a lato dei poveri e sostenne i loro diritti: “Sono venuto perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza” (Gv 10, 10). Questo è il criterio per capire se una società è o non è giusta, il diritto di tutti alla vita piena, non del “prima gli italiani”. Poiché la vita è il maggior dono che ognuno di noi riceve. Oggi, tanta gente di buona volontà, è un po’ presa dalla paura, che è la predica usuale dei populismi. Si semina paura e poi si prendono delle decisioni. La paura è l’inizio delle dittature. Seminare paura è fare una raccolta di crudeltà, di chiusure e anche di sterilità. Pensate alla mancanza di memoria storica: l’Europa è stata fatta da migrazioni e questa è la sua ricchezza. Ma Se l’Europa così generosa vende le armi allo Yemen per ammazzare dei bambini come fa l’Europa a essere coerente?. È vero, che un Paese non può ricevere tutti, ma c’è tutta l’Europa per distribuire i migranti. Se un Paese non può integrare deve pensare subito a parlare con altri Paesi. Ci vuole generosità, con la paura non andremo avanti, con i muri rimarremo chiusi in questi muri. Infine, perché non ci interpelliamo sui meccanismi che determinano la fuga dai loro Paesi, chi è che gestisce le loro politiche, le loro classi dirigenti, chi è che sfrutta e guadagna sulle loro materie prime? Solo iniziando ad approfondire ciò potremmo capire che ancora una volta siamo noi che gli creiamo le condizioni di non poter vivere nelle loro amate terre! Di fronte a tutto ciò si comprende che la solidarietà da sola non è sufficiente ma urge che la politica cambi la sua visione e la sua azione. le migrazioni sono unicamente la conseguenza di un sistema che ha depredato i Sud del mondo. I loro arrivi sono unicamente deportazioni indotte dalle nostre politiche scellerate tese a far si che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più impoveriti. Di fronte a tutto ciò la propaganda del ministro Salvini cerca di trasformare le vittime in colpevoli. Ciò è inaccettabile! Basta con la politica della Paura. Tra poco è Pasqua, anche noi abbiamo bisogno di una parola che ci scaldi il cuore, di un brivido sulla pelle, noi che quotidianamente siamo mendicanti di luce, abbiamo bisogno di piangere lacrime innamorate che portino tutti a sentirsi umani. Per dire con forza che non abbiamo bisogno di cose morte che non portano tenerezza e dolcezza al nostro cuore, ma che abbiamo bisogno di sentirci vivi, liberi dalla stanchezza per rimettersi in cammino. Abbiamo bisogno di sentirci chiamare per nome, e in quel nome riconoscersi, per una vita piena, non di affanni, non di fretta e oppressioni, ma di dolcezza. La dolcezza che ci chiama, che ci sussurra che ogni giorno è una novità, un cambiamento, ma soprattutto il sorgere di una nuova vita. Questo è il mio augurio.
Antonio

“La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande” ( Hans Georg Gadamer)

La lezione di Greta

Giovani e futuro sono sinonimi. Il futuro in primo luogo, biologicamente, appartiene a loro. Da sempre. In un pianeta, però, meno ricco di risorse e con problemi nuovi, questa relazione è diventata meno scontata. Il futuro, almeno come lo abbiamo conosciuto nella seconda parte del XX secolo, quando era ovvio che le nuove generazioni avrebbero avuto una qualità della vita migliore delle precedenti (almeno per molti e in occidente) è un concetto che semplicemente non esiste più. Per i ragazzi attivarsi per il cambiamento è diventata oggi una priorità. Una domanda ricorrente: Perché studiare per un futuro, quando non ci sarà un futuro? In questo senso una storia interessante è quella di Greta Thunberg, la ragazzina svedese di 15 anni che ha scelto di scioperare dalle lezioni e sedersi sotto il Parlamento per costringere i politici ad agire sul cambiamento climatico. Anche lei, come migliaia di suoi concittadini, ha visto questa estate bruciare in Svezia ettari di foreste: centinaia di alberi e terreni aridi trasformati in muri di fuoco anche a causa del riscaldamento globale. Greta è stata capace di dare corpo alla sua protesta dall’agosto 2018, grazie al climate strike, lo sciopero per il climate change. La sua azione ha attirato l’attenzione non solo di altri giovani ma di un’ampia comunità consapevole dell’urgenza del problema. Greta ha poi fatto sentire la sua voce a COP24, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è svolta a Katowice in Polonia. Ha inventato l’iniziativa “Venerdì per il futuro”che il 15 marzo 2019 ha coinvolto i giovani di 1659 piazze sparse in 105 paesi del mondo. Uno sciopero scolastico in nome della scienza. Un’altra domanda ricorrente: Il modo in cui i grandi organizzano il futuro è affare loro o soprattutto di chi quel futuro lo vivrà? Per ricordarcelo serviva una ragazzina bionda con un cartello in mano, che non ha mai smesso di crederci. La studentessa, che il Time ha inserito nella lista delle teenager più influenti al mondo, ha impartito una lezione ai potenti del mondo. I giovani con la loro energia e la loro creatività saranno i veri agenti del cambiamento. Saranno loro a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e a costruire un futuro migliore per l’uomo e l’ambiente. . Con questa protesta i ragazzi non solo chiedono la riduzione delle emissioni dei gas serra nel rispetto degli accordi di Parigi del 2015, ma anche l’adozione di nuove politiche ambientali per evitare quello che oggi appare come un destino già scritto. Lo slogan più utilizzato: “Perché gli adulti che tra quaranta/cinquanta anni non ci saranno più possono permettersi di distruggere il futuro delle nuove generazioni? “In poche settimane migliaia di ragazzi e ragazze dalla Svezia all’Australia hanno quindi aderito ai Fridays for Future disertando le aule per invadere le strade e manifestare contro decenni di inquinamento che hanno innalzato sensibilmente le temperature globali, sfalzato l’equilibrio di interi ecosistemi e innescato il veloce scioglimento dei grandi ghiacciai antartici. Greta è in visita in Italia, venerdì 19 aprile a Roma a Piazza del Popolo ha manifestato con i ragazzi di FridayForFuture, in vista della Giornata mondiale della Terra del 22 aprile. Ma essere o meno dell’età di Greta, ossia dei nativi ecologici, non cambia: ci sono tante piccole azioni per contribuire al cambiamento e fare ciascuno – indirizzando i governi a fare altrettanto – la propria parte. MyClimateAction.
Ecco 10 spunti, piccolissime azioni per fare la differenza:
1) Beviamo acqua del rubinetto, aboliamo la pratica (in Italia siamo al top) di utilizzare acqua in bottiglie di plastica per uso domestico e portiamo sempre con noi una bottiglia personale continuando ad usare sempre quella. Già questo nel nostro piccolo cambierà qualcosa
2) Non sprechiamo l’acqua potabile facendo docce brevi, tenendo i rubinetti aperti solo quando occorre, usando detergenti naturali come l’aceto che non necessitano di grandi risciacqui
3) Torniamo al caro, vecchio sapone evitando così flaconi di plastica. Ora in solido si trova di tutto dallo shampoo al balsamo
4) Usiamo spazzole e spazzolini in bambù, igienico e ecologico
5) Pic-nic al parco no plastic: per le nostre gite usiamo materiale compostabile o meglio ancora lavabile. Ognuno porti il suo cestino
6) Usiamo i piedi, le bici, i mezzi pubblici. Insomma lasciamo il più possibile a casa la macchina. La mobilità sharing è in pieno sviluppo, sulle piste ciclabili invece siamo all’inizio
7) Conserviamo il cibo nel vetro e nella ceramica. Al bando pellicole e alluminio inquinanti
8) Illuminiamo in modo ragionevole con lampadine a basso consumo. Ricordiamoci poi di spegnere le luci quando lasciamo una stanza e usiamo l’aria condizionata solo se è indispensabile
9) Facciamo l’orto: un modo per aumentare la quota di cibo a km zero, il verde in città e l’attività antistress per chi lo cura. Che siano vasetti in balcone o piante in giardino, va bene tutto per cambiare rotta
10) Ricicliamo il più possibile e compriamo meno: che sia il passaggio di vestiti ad amici o parenti, che sia il corretto smaltimento dei rifiuti, che sia rinunciare all’acquisto destinato in breve al dimenticatoio, anche così facciamo azioni buone per il clima e per noi stessi.
Da insegnante tifo per Greta e per i giovani motivati al rispetto dell’ambiente, nella convinzione che loro potranno realmente contribuire al cambiamento di mentalità coinvolgendo tutti, per primi noi adulti in gran parte responsabili, più o meno consapevolmente, dei danni causati all’ambiente.

Siamo reduci dal nostro Coordinamento di Rete svoltosi a Sezano il 23 e 24 marzo. Come vedrete dal verbale, se la domenica è stata dedicata alla preparazione del Seminario Nazionale sull’informazione (WEB: strumento di liberazione o di controllo?),il sabato, invece, ha visto concretizzarsi il nostro statuto associativo con gli aggiornamenti richiesti dai cambiamenti avvenuti dalla fine degli anni novanta ad oggi. Diciamo questo perché vogliamo sottolineare il fatto che si è scelto di mantenere quello spirito leggero e poco burocratico che ci fa navigare da 55 anni (!).  A dire la verità, qui a Verona siamo reduci anche dal Congresso Mondiale delle Famiglie che ha riunito le destre italiane, europee e statunitensi in un clima pesante,di forte chiusura nei confronti di un’idea di società inclusiva e plurale. Molti dei relatori, come saprete, hanno preso a pretesto motivazioni etiche per seminare odio da “suprematisti bianchi”. Proprio questo è stato l’aspetto più preoccupante del Congresso: la sua dimensione politica in un momento in cui in paesi come la Polonia, l’Ungheria e l’Italia la destra populista è al governo.L’idea del Congresso delle Famiglie è nata negli Stati Uniti nel 2007, grazie all’impegno di personaggi molto vicini ad amministrazioni come quella di Reagan o di Trump. Negli stati Uniti, infatti, sono molto attivi i gruppi prolifeche hanno da sempre legami con la destra suprematista bianca. Altrettanto inquietante è stata la presenza di alcuni esponenti della chiesa ortodossa russa e di uomini molto vicini a Putin, che potrebbero aver contribuito in larga parte al finanziamento di questo congresso mondiale. Uno studio del sito britannico Open Democracy ha analizzato la lista dei partecipanti a tutti i Congressi delle Famiglie e ne è venuto fuori che almeno cento politici, in attività, di 25 paesi diversi hanno partecipato come minimo ad un Congresso; sessanta di loro erano europei e metà di questi provenivano da partiti dell’estrema destra (vedi Internazionale dell’1 aprile). Del resto, Forza Nuova è stata presente a pieno titolo al Congresso di Verona in compagnia di gruppi ultra fondamentalisti cattolici come Militia Christi o Alleanza Cattolica (interessante notare il lessico militaresco) e il comitato Pro Vita, anch’esso legato a FN. Molto interessanti sono state, a questo proposito, le dichiarazioni che l’avvocata della Sacra Rota, Michela Nacca, ha reso durante un incontro alla D. i. Re (Donne in Rete contro la violenza). La Nacca ha parlato del Congresso come “un’occasione per contarsi, partendo dall’Italia dove, in questa fase storica è in atto un esperimento sociale per riaffermare un movimento che sembra avere molti punti in comune con la destra fascista, il cui fulcro è tornare indietro rispetto ai diritti delle donne. Una vera Controriforma che, nella sua grammatica principale prevede anche l’omofobia e il razzismo….Il tema della famiglia, quindi, sarebbe solo un pretesto per arrivare alla creazione di un partito o di un movimento di massa popolare a livello internazionale….” La Nacca ha aggiunto: “Ritengo che noi cattolici non possiamo condividere la visione di famiglia che emergerà da questo Congresso” (fonte www.gaypost.it)
Per fortuna, contemporaneamente al Congresso, il pomeriggio di sabato 30 marzo, Verona è stata invasa, in modo assolutamente pacifico, dalla più grande manifestazione di massa che sia stata mai vista nella nostra città. Poco meno di centomila persone, provenienti da tutta Italia, hanno aderito all’appello di Non una di meno e sono venute a marciare festosamente per sostenere i diritti e la libertà delle donne e dire no ad ogni discriminazione di genere e non solo. Per esempio,tra i moltissimi cartelli portati in corteo si leggeva: “Quanto sono Pro-Vita i lager in Libia?” E’ stata davvero una bellissima festa. L’unico incidente con la polizia, di cui trovate traccia anche su Google, è stato causato da un sostenitore di Salvini, che ha insultato un’agente della DIGOS. Vi raccontiamo questo perché siamo sicuri che il clima pesante di questo periodo durerà a lungo. Ma, mentre sono evidenti le collusioni tra tutti i conservatorismi peggiori, in questo muro non mancano le crepe che anche noi, col nostro agire solidale, contribuiamo ad allargare ogni giorno. Come dice il poeta sardo Bruno Tognolini “non dobbiamo cantare, dunque, dei tempi bui, ma della luce, della gioia e della bellezza, della speranza… che sono sempre disciolte in tutti i tempi”.
BUONA PASQUA!
Maria per la Rete di Verona