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Lettera Febbraio 2021

Carissima, carissimo,
venerdì 22 gennaio è entrato in vigore il Trattato per la proibizione delle armi nucleari TPAN.
Si tratta del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che vieta esplicitamente questi ordigni, il cui utilizzo ha un impatto indiscriminato, colpisce in breve tempo una grande quantità di persone e provoca danni all’ambiente di lunghissima durata.
“Incoraggio vivamente tutti gli Stati e tutte le persone a lavorare con determinazione per promuovere le condizioni necessarie per un mondo senza armi nucleari, contribuendo all’avanzamento della pace e della cooperazione multilaterale di cui oggi l’umanità ha tanto bisogno”. (papa Francesco)
L’entrata in vigore del Trattato per la messa al bando delle armi nucleari è un punto di partenza. L’obiettivo finale è liberare l’umanità dall’incubo atomico, smantellare tutte le testate, rendere immorale e illegale il loro possesso. Ci sono 15000 ordigni negli arsenali nucleari, ognuno almeno 10 volte più potente delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Un pericolo costante che minaccia la vita del pianeta.

Il Trattato proibisce agli stati di sviluppare, testare, produrre, realizzare, trasferire, possedere, immagazzinare, usare o minacciare di usare gli armamenti atomici, o anche solo permettere alle testate di stazionare sul proprio territorio e di assistere, incoraggiare o indurre altri paesi ad essere coinvolti in tali attività proibite. Le Nazioni che già possiedono armi di questo tipo e che aderiscono al Trattato, devono impegnarsi a distruggere i propri arsenali in accordo con un piano definito e legalmente vincolante; le nazioni, come l’Italia, che ospitano armi atomiche sul proprio territorio dovranno rimuoverle entro una data stabilita.I 50 stati che hanno già adottato il Trattato sono i pionieri di un accordo che deve diventare globale. Sono solo 6 gli stati europei che l’hanno finora approvato e ratificato: Austria, Irlanda, Malta, San Marino, Liechtenstein, Città del Vaticano. Nessuna delle potenze nucleari, Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord, l’ha firmato. Ora vogliamo che anche il nostro paese, l’Italia, si assuma le proprie responsabilità, prendendo una posizione non subalterna alla potenza atomica americana, e si aggiunga agli Stati che hanno ratificato il Trattato. Sono 13.400 le testate atomiche esistenti nel mondo, in continua modernizzazione e con costi da capogiro: 140.000 dollari al minuto per un totale di oltre 70 miliardi di dollari solo nel 2019. «Se si calcolano anche i costi indiretti come i danni ad ambiente e salute o la difesa missilistica per proteggere le testate nucleari, il costo supera i 100 miliardi l’anno. Cifre enormi e in costante crescita. Insopportabili e vergognose di fronte all’emergenza sanitaria, economica e sociale dovute alla pandemia oltre che alle cifre attuali della povertà e del sottosviluppo». Purtroppo l’Italia e i paesi della NATO non hanno sottoscritto il TPAN, mentre il Vaticano lo ha fatto. Preoccupa la presenza di 40 bombe nucleari nelle basi di Ghedi e di Aviano che saranno presto sostituite con le più moderne e letali B61-12. Queste bombe atomiche di nuova generazione saranno montate sui nuovi cacciabombardieri F35, dal costo di 150 milioni di euro l’uno, proprio quelli che l’Italia si appresta ad acquistare in numero di 90 per un costo totale di 14 miliardi!
Non è uno spreco di risorse oltre che un rischio permanente per il nostro Paese? Urge abolire tutte le bombe atomiche.

A parte i vaccini che giungono molto più lentamente di quanto sarebbe necessario, questo momento non permette ancora che la gente si riunisca domenica 14 febbraio per il prossimo Carnevale e per San Valentino, come invece desidererebbe la maggior parte. Su questa base l’ONU considera il 14 febbraio come “il giorno dell’amicizia”.
Oggi viviamo immersi in un mondo virtuale dove le reti sociali ci classificano in gruppi. Basta un clic per avere un amico virtuale, mentre là fuori, nel mondo reale, non può essere così.
Quanto siano vere le parole scritte da Saint Exupéry: “Gli amici non si trovano come i prodotti nei negozi. Non ci sono negozi di amici. Affinché le persone diventino amiche serve tempo e gratuità”.

Per la nostra epoca rappresenta una grande sfida valorizzare le relazioni personali e approfondirle allo stesso tempo, ed è ciò che Papa Francesco nella sua recente enciclica Fratelli Tutti definisce come “amicizia sociale”.
Alcuni gruppi di giovani parlano di “socializzare l’amore”.
Indipendentemente dalle diverse forme ed espressioni che assume, qualsiasi forma di amore ha lo stesso DNA. Sia l’amore di madre, tra fratelli, fra innamorati o amici, tutto l’amore deriva dalla stessa fonte. Si tratta dell’intelligenza amorosa, presente nell’universo e che attua in tutte le persone ed in ogni essere vivente. Le religioni e le tradizioni spirituali la associano a Dio. La tradizione giudaica insegna che nel momento della creazione del mondo, la luce divina si diffuse come fiamme d’amore in tutto l’universo.
Al ricevere queste scintille di Amore così grande, fonte di tutto l’amore, tutti gli esseri viventi vennero divinizzati. Fra loro, ogni essere umano è chiamato a coltivare e a sviluppare questa fiamma affinché non si spenga. Le relazioni familiari, la partecipazione comunitaria e i rapporti di amicizia e di amore coniugale sono strumenti per la piena realizzazione di questa vocazione all’amore.
L’amore coniugale ha una dimensione più esclusiva. L’amore nell’amicizia è più aperto, gratuito ed incondizionato. Per questo mistici di diverse religioni considerano l’amicizia come il segnale per eccellenza dell’amore divino nel mondo. Amare è la nostra vocazione. Tutti gli esseri umani sono chiamati a vivere questo cammino. Siamo felici quando ci sentiamo parte di esso e lasciamo che sia l’amore a guidarci.
Tutte le forme di amore sono assunte nella nostra interiorità che si manifesta in ogni e qualsiasi amore umano.
Pertanto l’Amore ci esorta ad essere sempre più capaci di un amore gratuito e più generoso. Si tratta di amare anche chi non ama, di portare amore dove non c’è amore, in modo incondizionato e senza limiti. Come ribadisce, per chi è credente di qualsiasi fede, la 1a lettera di Giovanni: “Dio è amore; e chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui.” (1 Giovanni 4, 16)

Urge di fronte a ciò più che mai in questo tempo di Pandemia nel quale aumenta la sofferenza riconoscere a tutti gli esseri umani in fuga da fame e guerre, da devastazioni e dittature, il diritto di giungere in salvo nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro, ove necessario mettendo a disposizione adeguati mezzi di trasporto pubblici e gratuiti; è l’unico modo per far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo ed annientare le mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani.
Urge abolire la schiavitù e l’apartheid in Italia; riconoscendo a tutti gli esseri umani che in Italia si trovano tutti i diritti sociali, civili e politici, compreso il diritto di voto: la democrazia si regge sul principio “una persona, un voto”: un Paese in cui un decimo degli effettivi abitanti è privato di fondamentali diritti non è più una democrazia.
Urge abrogare tutte le disposizioni razziste ed incostituzionali che scellerati e dementi governi razzisti hanno nel corso degli anni imposto nel nostro paese; si torni al rispetto della legalità costituzionale, si torni al rispetto del diritto internazionale, si torni al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani.
Urge formare tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine, alla conoscenza e all’uso delle risorse della nonviolenza; poiché’ compito delle forze dell’ordine è proteggere la vita e i diritti di tutti gli esseri umani, la conoscenza della nonviolenza è la più importante risorsa di cui hanno bisogno.
Urge comprendere che siamo una sola umanità in un unico mondo vivente e salvare le vite è il primo dovere di ogni donna e uomo libero.
Urge amore e solidarietà per gli impoveriti del sistema e la loro inclusione nella comunità, nel rispetto delle differenze, ciò si pone come una dimensione umana e politica.
Oxfam pubblica il rapporto “Time to care”, le vite dei super-ricchi oggi dipendono dal violento sfruttamento di donne, uomini e bambini.
La ricchezza di 2.153 miliardari è oggi pari a quella del 60% di tutta la popolazione mondiale, che senso ha?

CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2021
PANDEMIA E SOLIDARIETA’
In questi giorni, la pandemia da COVID-19 “compie un anno”: i primi allarmi sulla diffusione del
virus in Europa risalgono, infatti, a fine gennaio 2020. Solo molto più tardi, avremmo appreso che il
virus era già tra noi, almeno dall’autunno precedente.
Dell’impatto sanitario, economico e sociale della pandemia in Europa, sappiamo pressoché tutto.
Molto meno, di cosa sia accaduto nel sud del mondo.
Un’interessante chiave di lettura può essere fornita dai contatti telefonici che la Rete di Varese ha
avuto, durante tutta la pandemia, con Darìa Tacachiri, infermiera laureata, referente locale del pro-
getto socio-sanitario in corso a Cochabamba (Bolivia). Sede dell’operazione è il Barrio I° de Mayo,
un quartiere periferico di 15.000 – 20.000 abitanti, nato spontaneamente alcuni anni fa, a causa del-
l’inurbamento di famiglie di campesinos e minatori e formato da baracche in lamiera e mattoni crudi,
spesso con pavimento in terra battuta, sparse sulle pendici della montagna che sovrasta la città.
Il progetto si struttura in gruppi organizzati di donne, che si incontrano regolarmente in 2-3 piccole
sedi, prese in affitto. Nelle riunioni, si affrontano i temi dell’igiene domestica e della prevenzione
delle malattie infettive, dell’igiene sessuale, del ruolo sociale della donna, dell’educazione dei figli.
Sono attivi percorsi di alfabetizzazione, una scuola di cucito ed una di cucina.
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In Bolivia non esiste una sanità pubblica, per cui i dati forniti sulla diffusione del contagio e sul nume-
ro delle vittime nel Paese, non possono considerarsi attendibili. Infatti, solo i ricchi hanno avuto ac-
cesso alle cure, sia domiciliari che ospedaliere, e sono stati censiti. La popolazione del Barrio, invece,
si è ammalata, si è curata e, in alcuni casi, è morta nelle proprie case, senza ricevere alcuna assistenza.
Nessuno sa, quindi, esattamente quanti siano stati i contagiati e quanti i decessi. Quando, ad aprile, a
Cochabamba si contavano ufficialmente 50 nuovi casi al giorno, avrebbero potuto tranquillamente
essere 500 o 5.000.
E’ quasi ovvio, perciò, osservare che uno dei principali effetti della pandemia nel sud del mondo sia
stato quello di acuire le disparità sociali. Anche in Paesi, come la Bolivia, in cui il Governo non ha
negato l’evidenza del contagio, a pagarne principalmente il prezzo sono state le fasce più deboli della
popolazione.
Ci si potrebbe, forse, spingere oltre, affermando che tale situazione ha inciso sulla stessa visibilità dei
ceti disagiati. Come, in passato, essi non erano neppure censiti dall’anagrafe, oggi non entrano nem-
meno a far parte delle statistiche. Dato – questo – particolarmente preoccupante nel Paese andino, in
cui uno dei tratti più significativi della presidenza di Evo Morales (comunque la si voglia giudicare)
è stato proprio quello di risvegliare la consapevolezza e l’autostima nelle popolazioni indigene.
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Verso la metà dello scorso mese di gennaio, Darìa ci ha riferito di essere in isolamento domiciliare,
perché forse contagiata: aveva manifestato sintomi piuttosto lievi, per cui non si era sottoposta a tam-
pone, a causa del costo. A distanza di una settimana, ci ha “tranquillizzato”: non si trattava di COVID
ma, probabilmente, di dengue.
Ciò marca un’altra notevole differenza, rispetto alla situazione europea: qui il Coronavirus è “il”
problema sanitario, che ha polarizzato l’attenzione di medici, politici e mass-media; là, per quanto
grave, solo uno dei tanti, assieme alla dengue, alla malaria, alla febbre gialla, alla malnutrizione …
Anche le conseguenze sociali delle misure di contenimento hanno avuto risvolti per noi difficilmente
immaginabili. Nel Barrio, infatti, quasi nessuno ha un impiego regolare: tutti gli abitanti, quando la-                                                                                                vorano, svolgono lavori saltuari, a cadenza giornaliera; con quello che giornalmente guadagnano, ac-
quistano cibo ed altri beni di prima necessità. La quarantena ha, perciò, interrotto tale circuito econo-
mico portando, in poche settimane, le famiglie alla fame.
Dopo avere vissuto mesi di angoscia per la tenuta del “nostro” sistema economico, dobbiamo, quindi,
prendere atto che la fragilità del “loro”, non ha saputo (e forse neppure voluto) reggere l’urto della
pandemia, con conseguenti drammatici costi per la popolazione.
Inutile dire che in Bolivia non esistono ammortizzatori sociali.
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Di fronte a tale situazione, anche la nostra solidarietà (la Rete è l’unica associazione ad operare nel
Barrio) si è dovuta adattare. Le scuole di cucito e di cucina hanno sospeso la propria attività e gli
incontri settimanali delle donne sono stati interrotti, per evitare che gli assembramenti in locali angusti
fossero veicolo di diffusione del virus.
Darìa ha, quindi, chiesto il permesso di utilizzare gran parte del contributo ricevuto nel 2020 per l’ac-
quisto di derrate alimentari, che sono state messe a disposizione delle donne del Barrio, per la prepa-
razione di pane ed altri alimenti, destinati sia al consumo domestico, che alla piccola vendita. Ciò ha
contributo a riavviare un piccolo circuito di economia di sussistenza.
L’emergenza sanitaria ha, quindi, segnato un arretramento negli obbiettivi dell’operazione, che ha
dovuto abbandonare le attività di promozione sociale, a favore di quelle di mera assistenza. Arretra-
mento, probabilmente, inevitabile: è oggettivamente difficile svolgere attività di formazione e co-
scientizzazione, dove manca il cibo.
Unica eccezione, l’alfabetizzazione: non potendo più organizzare riunioni o incontri, essa è stata pro-
seguita casa per casa, fornendo alle madri le conoscenze di base necessarie per consentire ai figli di
connettersi ai programmi scolastici di didattica a distanza, attivi anche in Bolivia. E’, perciò, inte-
ressante notare come, anche in una situazione drammatica, di crisi alimentare, la domanda di istru-
zione non si sia affatto esaurita e siano stati sperimentati nuovi percorsi per soddisfarla.
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Difficile, infine, fornire il quadro, speculare, della situazione nel nostro Paese.
L’alta incidenza del contagio in Lombardia e, dall’autunno, nella Provincia di Varese, permette forse
di prendere a campione la nostra realtà locale, per qualche considerazione.
In una prima fase, hanno sicuramente prevalso il ritorno al privato e la paura dell’altro, come poten-
ziale untore. Tensione, sospetto e la tentazione di “mettersi al sicuro”, anche a discapito dei vicini,
hanno caratterizzato i rapporti interpersonali. Nulla di diverso, in fondo, da quanto sta ora accaden-
do, su altra scala, ad esempio nel mercato dei vaccini.
Tutto ciò non ha, però, fermato tutti i percorsi di solidarietà. Da un lato, infatti, domande e bisogni si
sono moltiplicati; dall’altro, molte persone, di varia estrazione, hanno tentato di farvi fronte.
Nel lungo periodo, invece, si è verificato un rimbalzo: prendendo ad esempio la realtà parrocchiale
che, da tempo, collabora con la Rete di Varese (lo scorso luglio era stato organizzato un viaggio per
giovani in Bolivia, purtroppo saltato), si è assistito ad una ventata di generosità, sia in termini di of-
ferte economiche o di beni materiali, sia in termini di disponibilità la lasciarsi coinvolgere personal-
mente in iniziative concrete.
Solo la fine della pandemia dirà se tutto ciò sia dovuto alla semplice mancanza di alternative sul piano
relazionale o possa sfociare in nuove forme di impegno e solidarietà.
Rete di Varese