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Cari e care,
ci facciamo vivi per augurarci reciprocamente il meglio possibile per le prossime feste.
Ma cominciamo con riferirvi innanzitutto del Seminario del 13 e 14 novembre.
Come ricorderete, era stato deciso per ripensare insieme il nostro lungo cammino. Ci eravamo dati come titolo IL SOGNO DELLA RETE: UN LEGAME CON IL FUTURO
Ed è stato realmente un momento molto partecipato, sia per l’interesse dell’argomento, sia per la gioia di potersi rivedere dopo tanto tempo. Si erano iscritte al Seminario più di 70 persone e quindi anche i momenti di confronto sono risultati molto vivaci e ricchi di spunti.
I relatori in parte sono stati presenti e in parte hanno mandato il loro contributo videoregistrato. Già questa è stata per noi una bella novità, rispetto alla difficile organizzazione dei precedenti convegni. Come vedrete, per esempio, è stato sempre presente come osservatore Filomeno Lopes, giornalista originario della Guinea Bissau. Ma abbiamo avuto contributi importanti in videoconferenza da Haiti, dal Brasile, dal Cile e dall’Africa.
Tutti i relatori hanno sottolineato l’importanza di restare fedeli ai valori portanti della Rete, piccola realtà che non ha ceduto alla tentazione di diventare una struttura burocraticamente organizzata. Ci hanno invitato, anzi, a ritornare alle fonti senza cedere alla paura o alla nostalgia, ma ricercando ancora una volta in esse la spinta di quell’utopia mobilizzatrice che ha sempre accompagnato il cammino della Rete, ancora oggi convinta che un altro mondo è possibile.
Di seguito il link che contiene il materiale del Seminario, dove potete scegliere anche i singoli interventi che vi interessa ascoltare

Seminario di Rimini – Novembre 2021

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Intanto gli eventi si accavallano e non possiamo tacere sull’ipocrisia dell’Europa che da una parte condanna il regime della Bielorussia che usa i migranti come arma di ricatto, ma dall’altra non si assume la responsabilità di corrette politiche di accoglienza, né al confine polacco (si tratta di alcune migliaia di persone), né sulle coste francesi della Manica, né ai confini orientali, dove la polizia croata mette in atto respingimenti del tutto illegali, infliggendo vere e proprie torture anche a ragazzi minorenni. Nel frattempo, si rinnovano gli accordi con la Libia, finanziando la guardia costiera perché possa riportare nelle terribili prigioni di quel paese chi tenta di attraversare il Mediterraneo.
Di fronte a questo “naufragio di civiltà”, come l’ha definito papa Francesco nel suo ultimo viaggio a Lesbo, crediamo che più che mai oggi sia necessario testimoniare con le proprie scelte di vita la solidarietà, consapevoli al contempo della portata politica del proprio agire.
Anche qui in Italia denunciamo che si cerca di intimidire chi fa solidarietà: la più nota vicenda è quella di Mimmo Lucano; ma continua il tentativo di mettere sotto accusa le ONG che operano i salvataggi in mare. Quest’anno, inoltre, un’anziana coppia di Trieste (Fornasir Franchi) è stata denunciata e ha subito perquisizioni al proprio domicilio. Hanno fondato un’associazione che si dedica ad assistere chi arriva stremato e disperato a Trieste. La loro prima attività è proprio il curare e il fasciare i loro piedi feriti.
Vediamo alzarsi, dunque, sempre nuovi muri materiali e sempre nuove barriere economico-politiche, ma sappiamo che per la nostra salvezza e per quella del pianeta c’è una sola possibilità: “uscirne insieme”. Questa è l’utopia verso cui ancora una volta ci spinge la Rete.

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Per quanto riguarda i nostri progetti, sono appena arrivate dal Ghana le foto che testimoniano che, ad Adjumako, i lavori di costruzione del blocco mensa e servizi per la scuola stanno andando avanti molto bene, tanto che si è arrivati al tetto.
In memoria di Emilio Butturini abbiamo raccolto, come rete locale e con le offerte di amici di altre reti, 3300 euro. Inoltre, 470 euro sono stati versati da amici di Emilio e di Paola, che frequentavano, insieme a loro, uno stesso gruppo biblico.
Questi contributi sono stati suddivisi tra i due progetti che sosteniamo come rete di Verona:
il microcredito in Guatemala e il diritto allo studio delle ragazze in Ghana.

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Infine, stiamo aspettando che suor Alicia dalla Palestina possa trovare una data possibile per un incontro on-line. Speriamo così di vederci presto anche tra noi, almeno su zoom, per farci gli auguri di buone feste insieme a lei.
Anche Emma, la nostra referente in Ghana si è resa disponibile per inviarci un video sull’andamento del progetto. Questo video probabilmente sarà pronto all’inizio del prossimo anno e sarà un altro motivo di sentirci e ritrovarci.

Un caro saluto e un augurio affettuoso a tutti e a tutte.

Maria e Gianni

Verona, 13 dicembre 2021

 

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch
Dicembre 2021
Il seminario di Rimini (13-14 novembre 2021) è stata un’occasione per respirare l’aria pura che scaturisce dalla storia della Rete. Abbiamo ripercorso il suo cammino guidati da alcuni testimoni, lasciandoci interpellare dagli interrogativi del nostro presente.
Il quadro che ne è emerso richiama fortemente le radici. Secondo Ercole Ongaro la Rete nasce da un incontro (quello fra Masina e Gauthier) ed è terreno di incontri. Uno spazio di amicizia e di condivisione in cui i poveri diventano parte attiva del loro cammino di speranza. Negli anni sono cambiati alcuni riferimenti, ma è ancora forte la fedeltà ad una struttura organizzativa leggera, basata integralmente sul volontariato. La lettera appassionata di Carla Grandi ne è testimonianza preziosa e richiamo profetico. Come mette in evidenza Matteo Mennini, la Rete non si è mai trasformata in una associazione strutturata, inevitabilmente ancorata a figure professionali che fanno dell’impegno associativo il loro “mestiere” e ne condizionano l’evoluzione, nel bene e nel male.
Questa scelta di leggerezza organizzativa corre alcuni rischi inevitabili, il principale è quello della scarsa visibilità, che rasenta, nei momenti difficili, l’inconsistenza. Una limitazione percepita e vissuta da molti aderenti, di fronte alle grandi scelte che a volte la politica pare esigere. Più recentemente le casistiche definite dalla legge sulle organizzazioni di volontariato hanno suscitato un ampio dibattito, concluso tuttavia con soluzioni ancora provvisorie, a tratti carenti di chiarezza nella formulazione fin qui accettata.
Ci sarà ancora la Rete in un futuro ormai prossimo, quando le energie di alcuni grandi appassionati trascinatori potranno venire meno?
Filomeno Lopes ci invita ad accettare la ciclicità di ogni esperienza umana. Anche il tramonto può essere visto senza paura e senza nostalgia. La lotta alla globalizzazione dell’indifferenza ha un senso che va al di là del presente e si proietta nel futuro (oltre i figli, verso i nipoti). L’ascolto degli oppressi ha in sé un momento di riconciliazione con la propria storia, anche con una storia coloniale che gli italiani hanno spesso negato.
La continuità e la durata sono oggi fuori moda. La velocità della nostra comunicazione ci porta ad esigere i risultati di ogni nostro impegno. Il finanziamento tramite autotassazione invece, con la sua lentezza e con la sua esiguità (rispetto alle possibilità operative di organizzazioni no-profit che accedono a fondi pubblici e si danno una organizzazione manageriale), pare provenire da un’altra storia, fatta di testimonianza individuale più che di risultati visibili.
Inoltre il modello assembleare del coordinamento, che induce a prendere decisioni in modo lento e sempre provvisorio, stride fortemente con i modelli comunicativi in cui prevalgono lo slogan immaginifico e la sintesi autoritaria. E tuttavia questa fatica non è inutile. Nel coordinamento si mette in pratica l’esigenza di cogliere la dimensione strutturale e la valenza politica delle idee, nel confronto anche dialettico con altre prospettive convergenti. Stedile ci ha ricordato come i movimenti siano essenziali alla crescita della società: la politica da sola non basta, senza un humus sociale ed organizzativo carico di visioni innovative e di speranze che stimolino all’impegno disinteressato.
Gli schemi economici mondiali stanno cambiando rapidamente, a volte disorientando coloro che erano legati ad alcune abitudini di scontro ideologico (ad esempio: capitalismo di modello nord americano contrapposto al cosiddetto “terzo mondo”). Così la Cina, oggetto dell’intervento di Pietro Masina e di gran parte dell’opuscolo di Pier Paolo Pertino, sta diventando la maggiore potenza economica mondiale con caratteristiche nuove ed in parte inesplorate. In particolare Masina ha segnalato le forme di rivalsa verso le potenze europee che nell’Ottocento hanno imposto all’impero cinese la sudditanza economica. Da questo contrasto è nato uno stato a parole comunista, ma impregnato di legalismo formalista confuciano (che ignora i modelli occidentali di creazione del consenso), con una organizzazione fortemente verticistica del potere politico e con un sistemaeconomico che accetta tutte le logiche capitalistiche (Cina membro del WTO dal 1997). Masina ha accennato anche al timore atavico dei dirigenti cinesi per le forme di autonomia, che nel passato hanno determinato forme di frammentazione dello stato, timore che si concretizza nell’oggi con la repressione delle minoranze (gli uiguri turcofoni del Xinjiang, i tibetani, ma anche gli studenti delle grandi città costiere che vorrebbero spazi di libertà) e con la gestione autoritaria e spersonalizzante dell’emigrazione interna.
La riflessione di Antonio Olivieri, animatore dell’associazione “Verso il Kurdistan”, ci ha aiutato a leggere il complicato mosaico medio-orientale da un’altra prospettiva, quella di una identità etnico- linguistica dispersa fra cinque diversi stati e perennemente alla ricerca di qualche forma di autonomia (oggi particolarmente difficile in un’area egemonizzata dalle mire espansionistiche del governo turco guidato da Erdogan). Antonio ci ha parlato di piccoli progetti di sostegno sanitario e scolastico in zona curda, in cui le donne hanno un ruolo importante (vera eccezione in uno spazio culturale che sembra andare in altre direzioni) e ci ha lasciato nel cuore il saluto tradizionale curdo “ti porto sugli occhi”
Molto ricca è stata la riflessione sulle tradizioni popolari che esprimono lo spirito di un popolo. Così
abbiamo attraversato con lo sguardo i simboli della cultura Mapuche sempre a rischio di ghettizzazione e di emarginazione nel difficile incontro con la situazione politica cilena (la bandiera “cosmica”, l’albero sacro, il gioco collettivo del palin, la casa comunitaria). Dal filmato su Haiti abbiamo imparato a conoscere il “konbit”, termine haitiano-creolo che designa una forma tradizionale di lavoro comunitario, ritmato da canti, che valorizza l’aiuto reciproco nella preparazione dei campi.
Secondo Masina occorre fare però attenzione agli approcci idealizzanti a questi simboli identitari. La
ricerca dell’identità è anche una radice di tutti i nazionalismi. In tutte le tradizioni popolari ci sono meccanismi di esclusione e spesso riti ancestrali giustificano un ruolo marginale delle donne.
Da questo punto di vista Joao Pedro Stedile ci ricorda, fra le altre cose, la necessità di una attenta analisi di classe dei movimenti popolari, citando il pensiero di Gramsci.
Un discorso a parte merita la ricerca di un incontro con i giovani, a lungo discusso negli incontri di coordinamento e tema di iniziative importanti, come i seminari e i viaggi. Con efficacia e semplicità i giovani presenti ci hanno ricordato l’inutilità di catalogazioni collettive, che non appartengono agli individui concreti. I giovani sono molto diversi fra di loro, a volte distanti dagli schemi riassuntivi con cui proviamo ad incontrarli. La Rete è spesso in difficoltà con il loro modo di comunicare perché usa un linguaggio prevalentemente verbale, mentre le nuove generazioni si muovono con più agilità e partecipazione nel mondo delle immagini, in particolare quelle ricche di emozioni.
Fra i messaggi ripetuti nella comunicazione giornalistica di questi giorni emerge l’appello a “salvare
il Natale”. Naturalmente è l’invito legittimo alla prudenza contrapposto ai comportamenti che possano espandere il contagio, ma questa “salvezza” è spesso connessa alle stime sui consumi previsti (per lo più dai centri studi delle associazioni dei commercianti). Insomma dobbiamo “salvare” 14 miliardi di euro di spesa, sulla base dell’ultima previsione che ho letto per l’Italia. Difficile non fare il collegamento. E per noi difficile non pensare alle centinaia di persone che sono state respinte a colpi di acqua gelata nelle foreste della Bielorussia. O di quelle lasciate alla deriva nel cuore del Mediterraneo.
Il nostro augurio è quello di “salvare il Natale” nello spirito di questa storia della Rete. Una storia che
ha un percorso diverso rispetto alla logica che comunemente ci viene proposta come normale. Una storia che abbraccia tutte le profezie di questo tempo difficile. E getta un ponte fra tutte le persone che le condividono. Vi portiamo sugli occhi!
Il gruppo della Rete di Casale Monferrato

Seminario nazionale della Rete Radié Resch – Rimini 13-14 Novembre 2021

IL SOGNO DELLA RETE: UN LEGAME CON IL FUTURO

SINTESI:

Introduzione di Lucia Capriglione

Presenta Filomeno Lopes, originario della Guinea Bissau, in Italia dal 1986, lettore di notiziari in lingua portoghese presso la radio vaticana, laureato presso la Gregoriana, giornalista e autore di libri sulla differenza culturale.

Compito di Filomeno: ascolto e relazione finale

Maria Picotti legge la lettera inviata da Carla Grandi

Video di Matteo Mennini

La Rete non è diventata FBO, è rimasta fedele alle sue radici (nello stesso periodo Focsiv e Mani Tese si sono “professionalizzate”

Il tema delle fondamenta nel rapporto con la terra e con la storia: le lettere di Masina

La nostra coscienza e la nostra discendenza

  • Bisogno di riconciliazione (con la nostra storia e con la nostra fede)
  • Assunzione delle violenze del sistema (le cause strutturali)
  • L’ascolto degli oppressi

Ercole Ongaro

La Rete nasce da un incontro (Masina e Gauthier). Incontro come valore fondante

  • Una condivisione continuativa: l’autotassazione
  • La libertà organizzativa dei gruppi e l’assenza di istituzionalizzazione. I gruppi hanno la libertà e la leggerezza dei movimenti spontanei.
  • I momenti comuni del seminario e del convegno biennale.

La valenza politica: innescare forme di cambiamento in cui i poveri fossero parte attiva

Mettersi periodicamente in discussione

Luci e ombre: nascita e morte di tanti gruppi locali

  • Non siamo attraenti in una società che predilige la breve durata
  • Siamo carenti di visibilità e di efficienza (ma può essere un valore)

Una associazione vive se c’è chi la fa vivere. Il mondo si è evoluto in modo diverso

Filomeno Lopes

Rileggere la Rete senza paura e senza nostalgia. Quando è buio non temere di tornare indietro. La sfida intergenerazionale: nel discorso non è ancora uscita la parola futuro. Nella mia cultura il futuro sono i nipoti, più che i figli. Il rito di iniziazione (in Mali?).

La Rete nasce da un incontro per ricordare che la vita sono gli altri

Contro la globalizzazione dell’indifferenza

  • Il peso della storia: l’assunzione delle responsabilità coloniali (tra parentesi: l’Italia fa più fatica a riconoscersi come potenza coloniale)
  • L’ascolto degli oppressi come strumento di riconciliazione: la parola è vita ed è come il sangue o l’acqua, non si può raccogliere una volta emessa.

Pietro Masina (associato di Storia e istituzioni dell’Asia a Napoli, già ricercatore di Fondazione Rothschild, esperto di sud-est asiatico, in particolare di Vietnam)

La Cina è un paese emergente (supererà l’economia USA entro 10 anni, già oggi molti indici sono superiori), con venature di revanchismo rispetto alla sconfitta militare e alla penetrazione commerciale imposta a partire da fine ‘700 (guerra dell’oppio 1839-1842)

  • Il governo di Pechino viene riconosciuto dall’ONU solo nel 1971 (in precedenza la Cina era Taiwan)
  • L’egemonia cinese ignora il modello occidentale della creazione del consenso
  • Il sud-est asiatico come luogo di confronto fra le due egemonie

Il timore del gruppo dirigente cinese: la frammentazione, gli autonomismi e i conflitti interni (la memoria storica degli “stati combattenti”, V-III sec. a.C.)

  • La questione del Tibet e la rivolta del 1959 (fomentata dalla CIA)
  • Le popolazioni turcofone (uiguri) nel Xinjiang
  • La repressione dei movimenti millenaristi, come il Falun Gong

Il confucianesimo di Meng-Tzu (370-289): l’animo umano è fondamentalmente buono, ma deve essere educato. In seguito prevale la tesi della cattiveria umana che necessita di norme, su queste basi si è fondata la riunificazione della Cina su base legalistica durante la dinastia Qing.

Sesto plenum del PCC, Xi Jing Ping proclamato “grande leader” per la terza volta, sulle orme di Mao e di Deng. Nella sua relazione si vanta di aver sottratto alla povertà 850 milioni di persone (100 milioni durante il suo mandato). Fra gli obiettivi l’aumento dei salari e la delocalizzazione, mantenendo le produzioni di maggior valore aggiunto.

  • Dal 1997 la Cina fa parte del WTO, in pratica accetta la logica del capitalismo
  • La povertà assoluta si è ridotta, ma è aumentata la disuguaglianza
  • Migrazione interna non permanente di lavoratori molto giovani

Nel dibattito intervengono:

Gianni Pettenella: la tensione politica locale

Paolo Guglielminetti: valore dei progetti; relazioni con associazioni giovanili

Caterina Perata: difficoltà nell’incontrare i giovani, hanno linguaggi propri

Laura (Torino): i giovani si esprimono con le immagini dei social più che con le parole

Lucia Capriglione: si trasmette con la testimonianza; il web crea situazioni-bolla

Pier Pertino: far conoscere un diverso modo di incontrare la realtà

Nadia Zamberlan: i giovani sono molto diversi fra loro, non è possibile parlare a tutti

Ludovica (Celle): le esperienze hanno sempre funzionato, manca la continuità

Antonio Vermigli: i problemi hanno un perché, gli impoveriti della storia

Sergio (Quarrata): essere di esempio, sentirsi responsabili

Pietro Masina: i giovani sono bravi a trovare risposte, occorre insegnare a fare le domande giuste. Dare un senso è il compito della Rete

mattina 14 novembre

Testimonianze a partire da alcuni interrogativi: la Rete è mai stata colonialista?

Video del collettivo SE a partire dal progetto in Repubblica Centrafricana

Intervista a Richard Kitienge, riportata da Nadia

  • La profondità del “senso delle cose” come identità culturale resiliente alle mutazioni della “agency”

Video di Josè Nain sulla situazione dei Mapuche in Cile

  • Gli accordi con la corona spagnola (i trattati che preservavano l’autonomia mapuche)
  • Le forme di identità attraverso la festa e i simboli cosmici (la bandiera “cosmica” dei Mapuche, l’albero sacro, il gioco collettivo del palin, la casa comunitaria)

La situazione di Haiti (da un filmato)

Discussione sul “konbit”, termine haitiano-creolo per indicare una forma tradizionale di lavoro cooperativo comunitario, ritmato da canti, tramite il quale tutti le persone di una comunità si aiutano reciprocamente a preparare i loro campi.

Antonio Olivieri, Associazione “Verso il Kurdistan”

Come è nata l’associazione: Incontro con Ocalan e con Dino Frisullo (che per la sua solidarietà aveva sperimentato le carceri turche)

  • 40 milioni di abitanti sparsi in 5-6 stati. Unica cultura medio-orientale che offra uno spazio significativo alle donne
  • La richiesta dei curdi non è più indipendenza politica, ma autonomia reale e riconoscimento della lingua
  • Il ruolo del colonialismo: ad esempio il confine turco-siriano corrisponde al tracciato della ferrovia Konya-Bagdad, costruita dai tedeschi. Cizre è un nodo strategico di questa ferrovia e spiega i bombardamenti ai danni di questa città abitata da curdi (uno dei progetti dell’associazione riguarda proprio Cizre, oggi semi-distrutta e sotto il controllo delle truppe turche)
  • Altri progetti: adozione a distanza di famiglie di detenuti politici
    • Progetto Berfin (bucaneve) per il sostegno scolastico delle ragazze
    • Ospedale nel territorio degli Yazidi

Per concludere un saluto curdo: “ti porto sugli occhi” (“ser cha ua”)

La lotta dei braccianti di Castelnuovo Scrivia

Problema locale di sfruttamento di braccianti marocchini, uso del caporalato da parte della proprietà, presidio di 74 giorni con tenda ai bordi della strada.

  • ma anche problema strutturale: riguarda l’intera filiera agro-alimentare

Il problema dell’emergenza abitativa (pur in presenza di case confiscate alla mafia, in questo momento inutilizzate)

Antonio Vermigli

Il movimento Sem Terra, intervento di Joao Pedro Stèdile (in portoghese)

Dall’accampamento all’assentamento (organizzazione più stabile di occupazione della terra, con produzioni agricole e sistema di vendita al dettaglio a costi accessibili per le popolazioni più povere)

  • La scuola del movimento Sem Terra
  • La politica da sola non basta: i movimenti popolari sono essenziali alla crescita della società, perché arricchiscono il dibattito di idee.
  • I “santi” di riferimento: Antonio Gramsci e papa Francesco

Pietro Masina

Occorre fare attenzione ed evitare idealizzazioni, la ricerca di una identità non ha sempre un valore positivo, talvolta è alla radice dei nazionalismi. In tutte le tradizioni popolari ci sono meccanismi di esclusione (spesso di marginalizzazione delle donne). Incontrare le comunità locali spesso significa incontrare i capi (maschi) della tribù dominante. Stedile ci ricorda che dobbiamo anche fare un’analisi di classe dei movimenti popolari.

Filomeno Lopes, conclusioni in due riprese, intervallate da un dibattito

Le grandi sfide sono oggi quelle delle idee. Le identità tradizionali che sono sopravvissute hanno accettato la sfida del confronto con le idee dei colonizzatori ed hanno assorbito una parte della cultura occidentale, mettendosi in dialogo/contrapposizione.

  • Abbiamo troppa fretta di parlare
  • Sentirsi parte integrante di quello che si sta dicendo
  • Desidera il benessere del tuo vicino prima che i suoi lamenti ti impediscano di dormire” (proverbio dei Bambara del Mali)
  • La mano che riceve sta sempre sotto
  • La luna cala e cresce: una civiltà non può essere sempre crescente. Così anche i movimenti come la Rete. Occorre accettare la ciclicità
  • La cultura occidentale è stata grande quando ha avuto un sogno
  • Gli europei bianchi sono gli unici a ritenersi nella storia: importanza di proporre diversamente la storia a scuola.

Al dibattito hanno offerto un contributo (difficile da sintetizzare in poche righe):

Monica Armetta, Paolo Guglielminetti, Fabiano Ramin, Teresa Gavazza

Caterina Perata, Antonio Vermigli, Giovanni Esposito (per voce di Marco Zamberlan)

Ercole Ongaro, Maria Picotti, Pier Pertino, Clotilde Masina

 

MATERIALI:

Come si specchiano nell’oggi e nel domani i valori fondanti della Rete?

Carla Grandi   Lettera

Ercole Ongaro   Relazione

Matteo Mennini   Video

Filomeno Lopez   Video

 

Visione della realtà globale e nuove frontiere geopolitiche

Pietro Masina   Video

Colonialismo e de-colonialismo

Caterina Perata   Video

Josè Nain   Video

Situazione di Haiti   Video

 

Ascolto dei movimenti

VideoAntonio Olivieri   Relazione

Josè Pedro Stèdile    Video     Traduzione

 

Conclusioni a cura di Filomeno Lopes

Audio parte 1

Audio parte 2

Gli ultimi sviluppi del conflitto tra Armenia e Azerbaijan

A seguito della Seconda guerra dell’Artsakh.

 

di Grigor Ghazaryan *

Immaginatevi una situazione in cui uno stato confinante annuncia di voler progettare un viale lungo decine di chilometri che spacchi il territorio del vostro stato in due e arrivi poi ad un terzo stato (oppure al suo exclave). E senza neanche chiedere la vostra opinione. Che ne pensereste di una tale richiesta? Questo surrealismo tocca i rapporti tra Armenia e Azerbaijan, vincitore quest’ultimo della guerra dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) dopo l’aggressione del 27 settembre 2020, scoppiata nella guerra dei 44 giorni e realizzata con l’appoggio militare, logistico e pratico della Turchia di Erdogan e di miliziani giunti dalla Siria. Ora l’Azerbaijan si presenta con nuove idee di rivendicazione sugli armeni, aspirando a creare un collegamento terrestre attraverso il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia e annunciando allo stesso tempo di essere pronto ad “applicare la forza” qualora l’Armenia volesse opporsi ai suoi progetti.
A seguito della dichiarazione trilaterale di cessate-il-fuoco, formulata da Armenia, Azerbaijan e Russia il 9 novembre 2020, l’Azerbaigian ha infatti continuato la sua politica di espansione nei confronti dell’Armenia e della Repubblica di Artsakh, la quale due giorni fa ha festeggiato 30 anni della sua indipendenza.
Il periodo tra dicembre 2020 e giugno 2021 ha visto il susseguirsi di vari eventi: l’infiltrazione (13 dicembre 2020) delle forze speciali azere nei villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd in violazione della dichiarazione trilaterale, durante la quale i soldati azeri hanno catturato decine di soldati e civili armeni; il deturpamento della Cattedrale armena di San Salvatore a Shushi e la rimozione delle sue cupole (3 maggio 2021); l’infiltrazione in Syunik, regione meridionale della Repubblica d’Armenia; le tensioni a Khdzoresk e Verishen, Vardenis e Kut (3 maggio 2021); l’avanzamento delle truppe azere nelle zone confinanti con le città di Vardenis e Sisian (14 maggio 2021); il fuoco aperto il 25 maggio 2021, con l’uccisione di un soldato armeno sulla territorio della Repubblica d’Armenia, a Verin Shorzha; la presa in ostaggio di 6 militari armeni sul territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, mentre facevano lavori di ingegneria militare mirata alla fortificazione dei confini (27 maggio). Da segnalare poi che l’Azerbaijan rilascia 15 prigionieri di guerra armeni (13 giugno), però solo in cambio di una mappa delle mine (per i territori occupati), applicando così il principio di scambio di vite umane con oggetti preziosi; il 15 giugno il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è a Shushi, la città distrutta dalla Turchia e dall’Azerbaigian nel 1920 e nel 2020, accompagnato dal presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e dalla sua famiglia per celebrare il successo dopo l’aggressione contro l’Artsakh e l’Armenia; nella dichiarazione sullo sviluppo del “mondo turco”, si ricorda il trattato di Kars del 1921, per mezzo del quale agli armeni vennero strappate intere regioni, terre storiche armene, nota con soddisfazione la collaborazione russo-turca sul territorio di Artsakh e prevede una collaborazione tra Turchia e Azerbaijan nell’ambito politico-militare. Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh condanna fermamente tali visite nei territori occupati di Artsakh, considerandole come ”una provocazione, un’attuazione della politica espansionistica ed estremista e una chiara manifestazione di grave violazione del diritto internazionale, xenofobia, genocidio e politica terroristica”; il 6 luglio 2021 si verifica un caso serio di sparatoria intensa a Verin Shorzha, ferito un soldato armeno; le truppe azere cominciano a sparare anche nella direzione di Yeraskh, nel sud-ovest dell’Armenia. E’ in atto il nuovo piano dell’aggressione, che prevede di attanagliare la Repubblica d’Armenia sia dalla parte orientale che da quella occidentale (17 luglio).
Nel mese di agosto l’Azerbaijan continua a terrorizzare la popolazione pacifica dei villaggi armeni situati lungo il nuovo confine, sparando in specifico nella direzione dei villaggi di Sotk, Kut, del lago Sev (confine orientale) e anche nuovamente a Yeraskh, dal territorio di Nakhijevan (confine occidentale), uccidendo tre soldati armeni, compreso un sottosergente (1 settembre) delle Forze armate dell’Armenia. Nel frattempo Aliyev, nel suo discorso del 17 agosto, svela il piano massimalistico che suona come una nuova dichiarazione guerrafondaia: “apriremo il corridio per far ritornare i nostri civili nelle loro terre storiche; staremo ovunque vorremo stare”, “ripeteremo la lezione data agli armeni” (riferendosi alla guerra dei 44 giorni). Il 25 agosto, come ennesima provocazione, le truppe azere bloccano una parte dell’autostrada Goris-Kapan, invece il 31 agosto provocano incendi lungo il confine armeno-azero nella zona di Sotq e Kut.
Risulta una situazione nella quale l’Armenia si trova circondata da nemici e falsi alleati, una situazione che potrebbe copromettere di nuovo la pace e la sicurezza della regione.
La Russia, con il mancato supporto agli Armeni, ha contribuito in modo decisivo all’allargamento dello spazio geopolitico dei “neo-ottomani”, rafforzando il fattore turco non solo contro l’Armenia, avendo utilizzato quest’ultima come un “alleato strategico” usandola, comunque, come risorsa/moneta di scambio nei suoi rapporti con i turchi, come ha fatto anche 100 anni fa, ma anche contro l’occidente e la Cina.
La comunità internazionale continua a rimanere inattiva e complice di crimini contro il popolo armeno dell’Artsakh, essendo neutralizzata dalla presenza della Russia sul territorio, che continua la “politica di punizione” contro l’Armenia per il cammino democratico da essa intrapresa senza la sua approvazione.
L’Azerbaijan gioca su tre piani importanti oltre a quello politico
– Militare – pressioni da est e ovest sull’Armenia, mirate alla realizzazione del progetto a tappe “1. Corridoio, 2. Conquista di Syunik 3. Lago di Sevan 4. Yerevan”.
– Culturale – deturpamento di monumenti armeni e dissacrazione di tombe e siti cristiani armeni, cancellazione di ogni traccia storica della presenza degli armeni in Artsakh, seguendo il principio #CancelArmenianCulture ossia quello di distruggere ogni traccia e prova dell’esistenza secolare degli armeni nei territori occupati.
– Psicologico – crimini contro gli armeni, dei crimini di guerra, processi inventati contro i prigionieri di guerra armeni dove questi ultimi vengono etichettati come “terroristi”, per controbilanciare la schiacciante evidenza sull’uso da parte dell’Azerbaijan di mercenari esportati dalla Siria attraverso il territorio turco.
L’Armenia, a causa della sua dipendenza da un alleato geostrategico e politico estremamente discutibile, si trova inanzittutto in uno stato di prigioniero del proprio modello democratico eletto nel 2018, a dispetto della mancata approvazione del Cremlino, giocatore fondamentale e gestore di questo conflitto, i cui presupposti vennero creati apposta da Stalin negli anni 20 del secolo scorso per tenere la regione sotto controllo. Come risultato intere regioni armene, molte delle quali oggi fanno parte di un soggetto politico e territoriale conosciuto con lo stesso nome di una regione iraniana (“Azerbaijan”), sono diventate una specie di valuta nelle mani delle grandi potenze per pagare le cessioni /bilanciamento/ del potere, ma anche per punire gli Armeni per la via di sviluppo democratico da loro scelto.

*PhD, Professore Associato Università Statale di Yerevan.

 

Le comunità mapuche che fanno parte dell’Associazione Regionale Mapuche Folilko, appartenenti al Wallmapu, territorio ancestrale mapuche, di fronte alla dichiarazione dello Stato di eccezione costituzionale, emanato dal governo di ultradestra, Sebastián Piñera, dichiarano quanto segue:

1. La misura di stabilire lo stato di eccezione costituzionale nel territorio mapuche (Wallmapu) costituisce un’aggressione e una violazione dei diritti di libero transito e circolazione di quelli di noi che vivono in questo territorio, perché solo le persone di origine mapuche che vivono nelle loro comunità sono controllate e registrate. Questa misura è rivolta ai leader e alle comunità che sostengono le nostre rivendicazioni territoriali.

2. Lo stato di eccezione costituzionale conferma la complicità del presidente della Repubblica con le imprese forestali, i coloni, gli imprenditori e i proprietari di camion cileni che hanno preteso dal governo un’azione così brutale e poco costruttiva nei confronti del nostro territorio. L’inefficacia e la mancanza di misure politiche chiare hanno permesso alla violenza di impadronirsi delle regioni appartenenti al Wallmapu. Le polizie, i procuratori del pubblico ministero non sono stati in grado di chiarire i fatti di violenza.

3. Il territorio mapuche rimane completamente militarizzato, con blindati, carri armati, elicotteri che lo sorvolano giorno e notte. Sia l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica, mantengono la coercizione delle nostre comunità mapuche, e non permettono loro la libera circolazione, il che genera un isolamento forzato e blindato dalle forze militari.

4. Molte comunità si stanno organizzando per resistere a questa misura repressiva dello Stato cileno, poiché non contribuisce alla soluzione del conflitto. Al contrario, la violenza istituzionale delle forze armate approfondisce la crisi storica che è stata prolungata dai diversi governi in carica, in particolare quello attuale, e allontana qualsiasi possibilità di dialogo, perché in uno stato di eccezione costituzionale la Nazione Mapuche non è disposta a mettersi in ginocchio di fronte allo Stato cileno. D’ora in poi, ciò che accadrà in questa parte della storia sarà di sola ed esclusiva responsabilità del governo e degli imprenditori forestali e dei coloni che cercano di reprimere il popolo mapuche.

5. Deploriamo profondamente che i diversi settori della classe politica, sia del governo che dell’opposizione, abbiano lodato questa misura. Ciò dimostra la loro chiara responsabilità politica nell’aggravamento del conflitto, perché non hanno avuto né capacità né volontà politica di avanzare in modo chiaro e deciso verso una soluzione reale del conflitto di Wallmapu.

6. Chiediamo alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni sociali e alle organizzazioni di solidarietà nazionale e internazionale di rimanere vigili e attenti a questa misura dittatoriale del governo capitalista e di aiutarci a denunciare questa violazione dei nostri diritti e libertà fondamentali, per respingere l’aggressione militare razzista dello Stato cileno contro la Nazione Mapuche.

Infine, vogliamo riaffermare con grande forza e convinzione che non ci lasceremo intimidire, né permetteremo atti di razzismo e xenofobia. Continueremo a lottare per i nostri legittimi diritti alla restituzione del nostro territorio e al pieno esercizio dell’autodeterminazione come base fondamentale della nostra libertà e giustizia.

Margot Collipal Curaqueo Francisco Cheuquemilla Paininao José Naín Pérez.

Wallmapuche, Temuco, 19 de octubre de 2021

Carissima, carissimo,
oggi siamo nella fase in cui troppi vivono nella falsa ideologia che bisogna lasciar fare tutto al mercato, all’economia e alla finanza; debbono pensarci loro! Papa Francesco nella Evangeli gaudium ha denunciato con forza questa deriva, Affermando con forza che ciò non può funzionare, perché l’idea che ognuno possa fare il proprio comodo non può funzionare ma è solo frutto della somma dei nostri egoismi. L’arrivo del Covid ci ha fatto prendere coscienza della nostra interdipendenza e del fatto che non possiamo salvarci da soli ma abbiamo bisogno di cooperazione e coordinamento di fronte ai grandi problemi, questo oggi spero sia più chiaro per tutti. Perché il mercato non soddisfa i bisogni dell’umanità, ma soltanto di quelli che possono pagare. E’ impressionante il fatto che le 85 persone più ricche del mondo abbiano la stessa ricchezza dei tre miliardi e mezzo di persone più povere.
Dobbiamo riappropriarci del nostro singolo valore, farlo diventare comunità fase fondamentale per ogni cambiamento. Dobbiamo riprendere a sognare perché il sogno è la parte più intima di quanto pensiamo e diciamo, ed é anche la parte più vera, la più originale, la più esigente e coerente.
Tutti noi vedendo le immagini sui siti il video di agenti della polizia di frontiera che inseguono e colpiscono con la frusta i migranti haitiani siamo rimasti indignati, abbiamo pensato che quegli agenti sono cattivi e razzisti visto che i migranti sono neri. Questa è l’immagine che nei giorni scorsi ha riempito Internet, ha dominato i titoli dei giornali e ha suscitato aspre critiche da parte di alcuni esponenti politici e difensori dei diritti umani.
I migranti, portando zaini e bambini sulle spalle, stavano cercando di attraversare il fiume in cerca di protezione e opportunità negli Stati Uniti. Per molti, la traversata è stata l’ultima tappa di un arduo viaggio che li ha portati attraverso foreste senza strade e fiumi oscuri nell’America centrale e meridionale. Alcuni hanno iniziato il viaggio nel 2010, quando un forte terremoto ha colpito Haiti, paralizzando l’economia già paralizzata del paese. Il sisma ha ucciso più di 220.000 persone, lasciando altre “in disperato bisogno di assistenza”.
Dopo quella devastazione c’è stato l’assassinio, lo scorso luglio, del presidente Jovenel Moïse. Haiti era alle prese con sconvolgimenti politici “ben prima dell’assassinio”. Ma la violenza è aumentata solo dopo l’uccisione di Moïse. E un mese dopo l’assassinio del presidente, un altro terremoto ha colpito la nazione caraibica.
Le crescenti crisi hanno costretto molti a tentare la fortuna altrove. I migranti le cui immagini hanno inondato Internet erano tra le migliaia di richiedenti asilo haitiani che tentavano di ricominciare la propria vita negli Stati Uniti. Ma gli agenti di pattuglia federale, che indossavano pantaloni e cappelli da cowboy, li hanno affrontati e respinti, dimenticando Una vergogna!
Padre Zanotelli domenica scorsa al termine della Marcia per la pace dalla Rocca di Assisi ha lanciato l’iniziativa di “Andare in massa a Riace” per manifestare la nostra solidarietà a Mimmo Lucano, l’andata è prevista per sabato 6 e domenica 7 novembre. Io ci sarò.
Antonio

 

Circolare di Ottobre

Care e cari,

La nostra è la circolare dell’ascolto. Tante domande e poche risposte, tutte da costruire insieme.

Ascoltiamo voci di donne, di braccianti, di giovani. Siamo immersi nei movimenti, desiderose di esserci.

Ombre nere avanzano, oggi come allora, a Genova. La democrazia è fragile.

È il caso dei vaccini, l’antidoto è nella politica e nel conflitto sociale. Senza la garanzia dell’estensione globale della tutela della salute (quanti vaccini in Africa?) e della sicurezza collettiva, emergono forme di autoorganizzazione aristocratica dei sovranismi.

Che fare?

Ci sono domande epocali a cui non so rispondere. Ma a che punto è il conflitto sociale?

Sento dei rumori in lontananza, come mareggiate che si avvicinano.

Certo non è il 68, sogni di rivoluzione e di cambiamenti che hanno segnato la nostra generazione.

Le giovani della Casa delle donne sono attiviste senza paura, si contrappongono al potere locale (certo molto reazionario!) sfidando la legge.

Sono qui in cerchio ad ascoltare le loro voci. Tante denunciate, in attesa di processo. Ci abbracciamo, generazioni a confronto: un filo rosso ci lega. È il desiderio di non arrendersi.

Questo è il loro programma: “Nella realtà politica e sociale in cui ci troviamo a vivere, dove il genere e i corpi sono utilizzati per perpetuare l’assetto patriarcale, la difesa dello status quo misogino, colonialista, maschiocentrico, borghese, fondare uno spazio transfemminista è, forse prima ancora che lotta, necessità. Così è successo nella nostra città, dove il collettivo di Non una di meno Alessandria porta all’attenzione della città tematiche diversamente taciute. In un sistema in cui l’attività politica è stigmatizzata con la “scesa in campo” sorretti da una sigla politica, il nostro collettivo fa politica uscendo da tale binario, che garantisce esclusivamente l’adesione al sistema vigente. La nostra è la politica della discussione che parte dai nostri desideri, dalle nostre identità, dall’esigenza collettiva di riappropriarsi delle nostre vite, dei diritti e degli spazi

Viviamo e agiamo nel nostro territorio, portando alla luce le ferite gravi che infligge alle donne e alle libere soggettività, come la scarsa presenza di medici non obiettori e i sostegni alle realtà antiabortiste presso i consultori, la mancanza di una educazione affettiva non binaria nelle scuole ecc. Nello stesso momento, portiamo avanti la nostra lotta accanto alle sorelle di tutto il mondo, dando eco e sostegno alle battaglie transfemmiste globali”.

Quale legame con la Rete radié resch?

Non lo so, lo cerco nella sorellanza, negli affetti che ci siamo tramandate. Tante domande, poche risposte.

Agire e lottare. Dove?

Ho ascoltato i braccianti, i COBAS in lotta. Non si arrendono, sono aggrediti nei picchetti come alla Fiat negli anni 60. Molti gli stranieri solidali, presidiano i tribunali, non temono denunce e licenziamenti.

Ad Alessandria inizia una sorta di maxi processo, gli imputati sono 54, è un’azione per colpire lavoratori e avanguardie in lotta, esempio di repressione per un proletariato, o per ciò che è rimasto, nonostante un liberismo spietato. Le accuse sono ridicole in confronto ai furti in busta paga e ai licenziamenti operati dalle aziende. Si respira l’aria di Torino alla Fiat nel corso di lotte epocali, spesso vittoriose.

Ma ora il silenzio è tombale, di fronte a teoremi giudiziari e a processi farsa. Noi ci saremo per denunciare la giustizia borghese. È il filo rosso dei movimenti. Cosa dicono alla rete? Non lo so. Lo chiedo a voi. Noi ci siamo qui con loro. Forse si può riprendere la battaglia contro il decreto sicurezza proposto all’ultimo convegno.

Ascolto la voce di coloro che lavorano la terra: la salvano dal degrado, se ne occupano con amore.

Vengono da ogni parte, sono ragazzi e ragazze che toccano le zolle, piantano semi, vivono in comunione.

Sognano resistenze, un mondo nuovo. Genova non li ha schiacciati. Ogni piccolo germoglio è una speranza per noi tutti.

La rete ha un senso in questo progetto. Quale?

Rete di Alessandria

Notizie dal Perù e Operazione Yanamayo

a cura di Valentina Del Vecchio

Il processo a Keiko Fujimori

Lo scorso 31 agosto per Keiko Fujimori è iniziata l’udienza preliminare dell’ennesimo procedimento giudiziario per corruzione che la vede coinvolta insieme ad altri imputati. A poche settimane dalla conclusione delle elezioni presidenziali, questo è il primo passo del processo nei confronti della figlia dell’ex dittatore per lo scandalo Odebrecht, in cui sono stati implicati anche i quattro ex presidenti Alan Garcia, Ollanta Humala, Alejandro Toledo e Pedro Pablo Kuczynski. Alle ultime elezioni presidenziali la Fujimori ha perso il ballottaggio del 6 giugno contro Pedro Castillo.
L’udienza preliminare può durare giorni, settimane o addirittura mesi. Si tratta di rivedere i capi di imputazione contro lei e i 39 coimputati, dopodiché il giudice Victor Zuniga potrà approvare in tutto o in parte l’atto d’accusa redatto dal pubblico ministero Jose Domingo Perez. La vittoria elettorale per la Fujimori avrebbe significato la libertà dall’azione penale per tutta la durata del suo mandato presidenziale: è accusata di aver preso denaro illecito da Odebrecht per finanziare le proprie campagne elettorali presidenziali del 2011 e del 2016, elezioni in entrambi i casi perse. Keiko Fujimori nega le accuse. I pubblici ministeri chiederanno per Keiko Fujimori una pena detentiva di 30 anni e 10 mesi per l’accusa di riciclaggio di denaro, ostruzione alla giustizia, criminalità organizzata e dichiarazioni mendaci.

La Fujimori ha già scontato due volte la custodia cautelare, trascorrendo in totale 16 mesi dietro le sbarre fino al suo rilascio lo scorso anno per via dell’epidemia da Covid-19.

La morte di Abimael Guzman, capo di Sendero Luminoso

Il fondatore di Sendero luminoso, Abimael Guzmán, è morto l’11 settembre in un ospedale militare del Perù a seguito di una malattia. Aveva 86 anni. Il ministro della Giustizia, Anibal Torres, ha precisato che è deceduto dopo un’infezione.

“È morto il terrorista Abimael Guzman, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti. La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e incrollabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”, ha commentato il presidente Pedro Castillo su Twitter, dopo essere stato accusato di presunti legami di alcuni membri del suo governo con Sendero luminoso.

Ex professore di filosofia, Guzmán lanciò un’insurrezione contro lo Stato nel 1980, responsabile di vari attentati e assassinii, perseguendo una visione della società ispirata al pensiero di Mao Zedong. Fu catturato nel 1992, condannato al carcere a vita per terrorismo e altri reati. La commissione per la verità peruviana nel 2003 lo ha ritenuto responsabile di 70mila morti e sparizioni tra il 1980 e il 2000.

Il Perù e la Ruta andina

I respingimenti dei migranti dagli USA ad Haiti (e le dimissioni del delegato statunitense a Port au Prince per la durezza dei rimpatri) ha riportato in auge la Ruta Andina, il percorso dei migranti diretti in Perù, Cile e Argentina. Flussi migratori che i muri costruiti non avevano arrestato. Di dimensioni inferiori rispetto ad altre zone del pianeta, anche in America Latina i migranti sono considerati un problema. Recentemente, con la difficoltà di raggiungere l’Europa e i problemi alla frontiera con gli USA, le migrazioni verso Brasile, Argentina e Cile sono aumentate. Per fronteggiare questo fenomeno sono state adottate politiche diverse. Ma ugualmente sbagliate.

Tre i principali flussi migratori lungo la Ruta Andina. C’è chi scappa da paesi come Honduras, Salvador e Guatemala, ma più per fuggire dalle violenze che per povertà. C’è chi scappa dal Venezuela per lasciarsi alle spalle una povertà dilagante e una fame senza precedenti. E poi ci sono quelli che cercano di raggiungere paesi come il Cile (o il Brasile). Qui, trovano ad aspettarli razzismo, leggi sull’immigrazione durissime e pandemia. Tre tipologie di migranti accomunate da un aspetto: la disuguaglianza. “Il problema dei migranti deve ricordarci che gli esseri umani, padri e madri, fuggiranno empre dalla miseria e dai conflitti e si sforzeranno di offrire migliori condizioni di vita ai loro figli”, ha detto il Primo Ministro di Haiti, Ariel Henry. “Le migrazioni continueranno finché ci saranno sacche di ricchezza sul pianeta, mentre la maggior parte della popolazione mondiale vive nella precarietà”. https://estatements.unmeetings.org/estatements/10.0010/20210925/98yJHEsSga5z/PmnDz0DDnPJn_fr.pdf

“La migrazione haitiana ha vagato per l’America Latina per più di un decennio”, ha dichiarato il Ministro dell’Interno del Cile. A poco sono serviti gli appelli delle associazioni umanitarie. O il lavoro delle Corte interamericana dei diritti dell’uomo che nel suo parere 21/14 sui diritti e le garanzie dei minori nel contesto della migrazione stabilisce la “necessità imperativa di adottare un approccio basato sui diritti umani in relazione alle politiche migratorie e rispetto alle esigenze di protezione internazionale”.

Per migliaia di migranti la situazione è preoccupante: molti cadono in una sorta di limbo senza poter regolarizzare la propria posizione e senza poter tornare a casa. “In Cile, il loro esodo è sempre più noto, date le attuali condizioni di lavoro che non ne favoriscono l’inserimento nel mercato, anche con visto e permesso di lavoro”, ha dichiarato Henry. Per Djimy Delice, attivista migrante haitiano che vive a Valparaiso, in Cile, la nuova legge sull’immigrazione ha reso più difficile per i migranti privi di documenti regolarizzare il loro status e accedere all’istruzione, all’alloggio e ai servizi sanitari. “Quello che sappiamo è che, se (i migranti) hanno un viaggio molto incerto (per raggiungere gli Stati Uniti), nulla qui è certo”, ha detto. https://www.migrationportal.org/insight/chiles-retooled-migration-law-offers-more-restrictions-less-welcome/ Un viaggio incerto e pericoloso: ogni anno, centinaia di persone perdono la vita lungo la Ruta (dati Organizzazione internazionale per le migrazioni – IOM). E tra loro molte donne e bambini. Secondo Frank Laczko, Direttore del Centro di analisi dati dell’IOM, il loro numero potrebbe essere sottostimato: “Stimiamo che i naufragi invisibili, che non lasciano sopravvissuti, siano frequenti su questa rotta marittima, ma questo è quasi impossibile da confermare”.

Scarso il dialogo tra i governi, incapaci di gestire cambiamenti geopolitici che non sono nuovi. Ora, visto l’elevato flusso di migranti irregolari nel nord del paese, al confine con Perù e Bolivia, anche il Cile ha deciso di ricorrere alle espulsioni di massa. Per giustificarle, il ministro dell’Interno Rodrigo Delgado ha detto: “Se si controllano le statistiche dell’epoca in cui siamo riusciti a espellere, si vedrà che il flusso migratorio a Colchane, al confine con la Bolivia, si è ridotto”. E “quando abbiamo dovuto smettere di espellere, l’ingresso di clandestini è aumentato”. Secondo il governo, “c’è una relazione diretta tra le espulsioni che abbiamo effettuato nella prima metà di quest’anno e il flusso che è entrato clandestinamente attraverso Colchane”. I numeri, però, mostrano un’altra realtà: il numero dei migranti in Cile (0,33 migranti per 1000 abitanti) non è tale da destare preoccupazioni. Chile | migrationpolicy.org

In un mondo globalizzato come quello di oggi, è sbagliato scaricare tutte le responsabilità sui più deboli, sui migranti. Anche in Cile. Unica speranza, a differenza di quanto sta avvenendo negli USA (con il famoso Titolo 42, voluto da Trump e utilizzato da Biden), il fatto che molte espulsioni di migranti irregolari sono state bloccate dalla Corte Suprema.

Operazione Yanamayo

In questi ultimi mesi ci siamo dedicati soprattutto a sostenere economicamente alcuni ex prigionieri che avevano contratto il Covid e altri che necessitavano di cure mediche urgenti per altre ragioni (totale per ora stanziato: 500 euro). In Perù, infatti, la sanità pubblica è praticamente inesistente, e medicinali e cure mediche sono tutti a pagamento: anche se ricoverati in un ospedale pubblico, i pazienti devono pagare le medicine e i materiali terapeutici che vengono consumati.

Sono stati stanziati anche dei fondi per spese legali di alcuni dei prigionieri che sono ancora in carcere (300 euro). Questi fondi servono soprattutto a coprire le spese vive degli avvocati (trasporti, fotocopie, richiesta di documenti alle cancellerie dei tribunali, ecc.) perché nella maggior parte dei casi gli avvocati che lavorano ai casi dei prigionieri politici sono professionisti solidali che rinunciano ai propri onorari. Spesso però le famiglie non riescono a coprire neanche le piccole spese sostenute dagli avvocati.

Infine, sono stati inviati dei fondi a una ex detenuta che ha deciso di intraprendere una piccola attività economica (chiosco di alimentari) e che necessitava di 500 euro per far partire questa attività. Grazie a questa attività le sarà possibile ricavare un piccolo reddito mensile che servirà per sostentare sé stessa e la figlia che vive con lei. Per ora la cifra stanziata è sufficiente, ma ci riserviamo di integrarla con una piccola aggiunta già concordata, se fosse necessario.

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